Marzo 25th, 2026 Riccardo Fucile
LA LETTERA VELENOSA DELLA “SANTADECHE’” A MELONI, MA COME CAPO DEL PARTITO, NON DEL GOVERNO: “CARA GIORGIA TI RASSEGNO, COME HAI UFFICIALMENTE AUSPICATO, LE MIE DIMISSIONI. HO VOLUTO CHE FOSSE PUBBLICAMENTE CHIARO CHE ERI TU A CHIEDERMI DI LASCIARE PERCHÉ VOLEVO FOSSE CHIARO, PER LA MIA ONORABILITÀ, CHE FACCIO UN PASSO INDIETRO, NON DOVUTO, SOLO DI FRONTE ALLA RICHIESTA CHE IL CAPO DEL MIO PARTITO RITIENE UTILE E OPPORTUNA” … ULTIMA STILETTATA TACCO 12: “NON VORREI ESSSERE IL CAPRO ESPIATORIO DI UNA SCONFITTA CHE NON È CERTO STATA DETERMINATA DA ME”
Daniela Santanché, ministra del Turismo, si è dimessa. La decisione arriva oggi, 25 marzo 2026, dopo il pressing della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Ieri la premier ha auspicato il passo indietro della ministra, che ha atteso 24 ore per formalizzare la decisione
Santanché stamattina si è recata nella sede del ministero per una giornata di lavoro apparentemente normale
Alle 15.05 la ministra ha lasciato il dicastero e si è infilata in macchina senza rispondere alle domande dei giornalisti. Poco dopo le 18, l’annuncio con messaggio alla premier: “Ti rassegno le mie dimissioni come hai ufficialmente auspicato. Obbedisco ma c’è amarezza”.
Cara Giorgia ti rassegno, come hai ufficialmente auspicato, le mie dimissioni dal ruolo di ministro che avevi voluto affidarmi e che credo di avere svolto al meglio delle mie possibilità e senza alcuna controindicazione.
Ti ringrazio per i riconoscimenti e per la fiducia che mi hai dimostrato in questi anni di guida del ministero del turismo. Ho voluto (e spero mi capirai) che fosse pubblicamente chiaro che eri tu a chiedermi di lasciare questo ruolo perché, come ho sempre detto, mi sarei dimessa solo di fronte ad una tua esplicita e pubblica richiesta.
Volevo fosse chiaro, per la mia onorabilità, che faccio un passo indietro, non dovuto solo di fronte alla richiesta che il capo del mio Partito ritiene utile e opportuna
Mi premeva e mi preme sottolineare che ad oggi il mio certificato penale è immacolato e che per la vicenda della cassa integrazione non vi è nemmeno un semplice rinvio a giudizio.
Ieri forse bruscamente (capirai il mio stato d’animo) ti ho rappresentato la mia non disponibilità ad una mia immediata dimissione perché volevo fosse separata sia dai commenti sul referendum perché non vorrei esssere il capro espiatorio di una sconfitta che non è certo stata determinata da me, atteso anche il risultato in Lombardia e sinanche nel mio municipio.
Volevo che le mie dimissioni inoltre fossero separate dalla vicenda contingente ed assai diversa che ha riguardato l’On Del Mastro che pure paga un prezzo alto.
Chiarito questo non ho difficoltà a dire “obbedisco“ e a fare quello che mi chiedi.
Non ti nascondo un po’ di amarezza per l’esito del mio percorso ministeriale ma nella mia vita sono abituata a pagare i miei conti e spesso anche quelli degli altri.
Tengo di più alla nostra amicizia e al futuro del nostro movimento.
Cari saluti.
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 25th, 2026 Riccardo Fucile
SECONDO L’ULTIMO SONDAGGIO, SE FINISSE COSÌ, MAGYAR AVREBBE UNA MAGGIORANZA DEI 2/3 DEI SEGGI… TRA GLI ELETTORI CHE HANNO GIÀ DECISO DI VOTARE, IL 58% DEGLI INTERVISTATI SOSTIENE LA FORZA POLITICA DI MAGYAR, TISZA
Secondo un sondaggio Median commissionato da Hvg a più di tre settimane dalle elezioni
parlamentari in Ungheria, il 12 aprile, il partito di opposizione Tisza di Peter Magyar ha aumentato di 23 punti percentuali il suo vantaggio sul partito Fidesz del premier Viktor Orban.
Lo riporta il media ungherese Hvg. Il mese scorso il partito di opposizione aveva un vantaggio di 20 punti percentuali su Fidesz.
Tra gli elettori che hanno già deciso di votare, il 58% degli intervistati sostiene la forza politica di Peter Magyar, mentre la percentuale scende al 35% per il partito di Orbán.
Se i risultati del sondaggio rispecchiassero l’esito effettivo delle elezioni, Tisza potrebbe ottenere una maggioranza parlamentare di due terzi.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 25th, 2026 Riccardo Fucile
“MELONI HA DEFINITO LA SCONFITTA REFERENDARIA UN’OCCASIONE MANCATA PER MODERNIZZARE IL PAESE. DOVRÀ IMPEGNARSI MOLTO PER EVITARE CHE LO STESSO GIUDIZIO VENGA ESPRESSO SUL SUO GOVERNO”
Una netta bocciatura da parte degli elettori italiani delle sue riforme della giustizia rappresenta il più grave arretramento per la presidente del Consiglio Giorgia Meloni da quando è salita al potere tre anni e mezzo fa.
La sconfitta referendaria di lunedì ha incrinato l’aura di invincibilità della leader di destra in vista delle elezioni parlamentari, che dovranno tenersi entro dicembre 2027, dando al tempo stesso nuova energia a un’opposizione finora debole e divisa.
Meloni aveva chiarito prima del voto che non si sarebbe dimessa in caso di esito negativo. Ma il netto No — il 54 per cento con un’affluenza insolitamente alta — dovrebbe far scattare un campanello d’allarme a Palazzo Chigi. Ciò che gli elettori hanno respinto non è stato soltanto un tecnico riassetto della governance di magistrati e giudici. È stato un tentativo fortemente partigiano di smantellare i contrappesi al potere esecutivo
Il sistema giudiziario italiano è notoriamente lento e imprevedibile. È un freno per le imprese e un deterrente, in particolare, per gli investimenti stranieri. Ma le riforme avrebbero fatto poco per affrontare direttamente questi problemi.
Piuttosto, attraverso una modifica costituzionale, avrebbero formalmente separato in due percorsi di carriera distinti le modalità di nomina e supervisione dei giudici e dei magistrati requirenti e inquirenti, con l’obiettivo dichiarato di garantire processi equi. Se Meloni vuole essere davvero una leader trasformativa, ha bisogno di un progetto trasformativo. Il più vicino a esserlo, la riforma istituzionale, è ora naufragato. Il contesto politico ed economico sta peggiorando, con gli italiani colpiti dall’aumento dei prezzi dell’energia anche a causa della linea avventata del suo stretto alleato Donald Trump.
Più che mai, l’Italia ha bisogno di un’agenda di riforme economiche ambiziosa per aumentare il proprio potenziale di crescita attraverso mercati più competitivi, innovazione e maggiore occupazione femminile. Meloni ha definito la sconfitta referendaria un’occasione mancata per modernizzare il Paese. Dovrà impegnarsi molto per evitare che lo stesso giudizio venga espresso sul suo governo.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 25th, 2026 Riccardo Fucile
SORGI: “FORSE PERCHÉ NON ABITUATA ALLE SCONFITTE, LA PREMIER CERCA DI LIMITARE LA PORTATA DEL RISULTATO DEL REFERENDUM PROVANDO A CIRCOSCRIVERE IL DANNO CON DUE CAPRI ESPIATORI. MA NON SI CAPISCE IN BASE A QUALE CRITERIO DEBBA RESTARE IN CARICA PROPRIO NORDIO: PRINCIPALE RESPONSABILE, BOCCIATO NELLE URNE, DELLA GESTIONE DI UN SETTORE DELICATO COME LA GIUSTIZIA”
Sarà molto difficile che sul terremoto in via Arenula – le doppie dimissioni del sottosegretario Delmastro e della capo di gabinetto Bartolozzi – si eviti un dibattito parlamentare. Specie se, come ha chiesto pubblicamente la premier, dovessero aggiungersi anche quelle della ministra del Turismo Santanchè.
Delmastro dovrà presto rispondere in commissione Antimafia dei suoi rapporti in affari in un ristorante romano con la figlia diciannovenne del prestanome di un clan camorristico. Una «leggerezza», la definisce il sottosegretario nella lettera in cui rassegna l’incarico, per giustificarsi.
La sconfitta al referendum sulla giustizia ha cominciato a propagare i suoi effetti.
Sarà altrettanto complicato spiegare perché si è arrivati alle dimissioni della Bartolozzi, che in piena campagna referendaria, in un dibattito tv aveva definito i magistrati «plotone d’esecuzione», e non a quelle del ministro Nordio, che aveva parlato di «sistema paramafioso» riferendosi al Csm.
Ed era stato pubblicamente richiamato dal Capo dello Stato, nel corso di una seduta straordinaria dello stesso Consiglio Superiore convocata da Mattarella per chiedere più rispetto per le istituzioni. In condizioni normali, questo sarebbe potuto bastare a convincere Nordio a dimettersi.
Ma ammesso che Meloni abbia voluto evitare le dimissioni prima del voto, per non sbilanciare l’intera campagna referendaria, sanzionando lo scivolone del ministro con la sua uscita di scena, non è chiaro cosa abbia convinto la premier a “licenziare” Delmastro e Bartolozzi, salvando invece Nordio.
È evidente che, forse proprio perché non abituata alle sconfitte, Meloni cerca di limitare la portata del risultato di lunedì. Evitando di coglierne il significato politico generale e provando, con le dimissioni del sottosegretario e della capo di gabinetto, a circoscrivere il danno, riferendolo agli episodi già censurati e attribuiti ai due capri espiatori.
Ma se il senso di queste decisioni è quello di condannare i comportamenti ammettendo implicitamente l’inadeguatezza dei soggetti implicati ad assolvere le loro responsabilità istituzionali, non si capisce in base a quale criterio debba restare in carica proprio Nordio: principale responsabile, bocciato nelle urne, della gestione di un settore delicato come la giustizia.
Marcello Sorgi
per la Stampa
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 25th, 2026 Riccardo Fucile
LA CAMPAGNA REFERENDARIA GIUDICATA “CONFUSIONARIA” METTE SULLA GRATICOLA ANCHE IL RESPONSABILE ORGANIZZAZIONE GIOVANNI DONZELLI (C’È CHI IMMAGINA UN AVVICENDAMENTO CON ARIANNA MELONI O UN RITORNO AL DOPPIO MANDATO DA PARTE DEL MINISTRO LOLLOBRIGIDA)… L’IPOTESI DI VOTO ANTICIPATO VAGLIATA A PALAZZO CHIGI. MA C’E’ IL RISCHIO DI UN GOVERNO TECNICO
«Nessuno può vivere di rendita». La frase rimbalza in poche ore da Palazzo Chigi a via della
Scrofa, attraversa via Arenula e arriva fino a Milano. Così Giorgia Meloni apre, di fatto, la lunga marcia verso le Politiche del 2027. Obiettivo: non essere più esposta, né dentro né fuori. Tradotto, nella lettura che circola ai piani alti di Fratelli d’Italia: niente più zavorre giudiziarie al governo.
A Palazzo Chigi lo hanno letto come un segnale politico netto.
Nel giro di un pomeriggio l’aria cambia. Le dimissioni di Andrea Delmastro sono già sul tavolo, controfirmate. Il passo indietro di Giusi Bartolozzi viene accolto con un’ovazione al ministero della Giustizia. Ma non basta. È solo l’inizio. «Il repulisti non è finito», sussurra più d’uno tra i colonnelli meloniani.
Perché la resistenza del sottosegretario, spiegano, teneva in piedi anche Daniela Santanchè. Caduto quel perno – la condanna di Delmastro per rivelazione di segreto d’ufficio — per la premier viene meno ogni argine. E la ministra, indagata per truffa e bancarotta e rinviata a giudizio per falso in bilancio, torna al centro del mirino.
Scatta così la solita staffetta tra Roma e Milano, con Ignazio La Russa a fare da snodo politico. Ma il punto è un altro: Meloni non vuole lasciare margini. Indossa l’elmetto, fa filtrare che «non c’è una crisi di governo», ma si muove come se ci fosse
I contatti con Sergio Mattarella diventano inevitabili, anche se restano coperti. Quando nel pomeriggio la premier si assenta da Palazzo Chigi per qualche ora, le voci di una salita al Colle si fanno impetuose.
Ufficialmente non ci sono conferme. Ma, raccontano fonti di primo livello nel governo, il confronto è necessario: non è solo una questione di forma istituzionale, sul tavolo c’è il perimetro di manovra, la possibilità di intervenire senza passare da un voto di fiducia. Prima della partenza per Algeri – dove oggi proverà a contenere l’effetto del conflitto mediorientale sulle bollette – Meloni vuole chiudere i conti. Nel governo e nel partito.
Perché il problema non è solo Roma. I risultati del referendum bruciano. In diverse aree del Paese Fratelli d’Italia non sfonda più. A via della Scrofa si riunisce un vero e proprio “gabinetto di guerra”: Arianna Meloni, Francesco Lollobrigida, Giovanni Donzelli, Chiara Colosimo.
E, paradosso solo apparente, c’è anche Andrea Delmastro, a chiarire che il biellese non è un Pozzolo qualsiasi: l’ormai ex sottosegretario resta dentro il perimetro, partecipa persino al dossier sulla sua successione.
I nomi circolano, le caselle si muovono. In pole c’è Sara Kelany, deputata dal profilo tecnico considerata vicina a Giovanbattista Fazzolari e impegnata sui dossier migranti. Ma prende quota anche la “solita” soluzione Galeazzo Bignami, oggi capogruppo alla Camera dopo l’esperienza al Mit con Matteo Salvini.
Se fosse lui a spostarsi, a Montecitorio potrebbe salire Carolina Varchi, deputata ormai sempre più vicina all’area che fa capo a Giovanni Donzelli dopo un passato da fedelissima di Lollobrigida. Un domino che rischia di allargarsi.
Perché nel mirino finiscono anche gli equilibri interni al partito. E la scarsa mobilitazione e una campagna referendaria giudicata «confusionaria» apre un fronte proprio sul responsabile organizzazione.
Tra i dirigenti c’è chi immagina un avvicendamento tra Donzelli e Arianna Meloni o, al limite, un ritorno al doppio mandato da parte dell’attuale ministro dell’Agricoltura. E non è finita. Anche Edmondo Cirielli potrebbe lasciare il coordinamento della direzione nazionale, zavorrato dai risultati deludenti in Campania, tra Regionali e referendum.
Le ombre si allungano ovunque. Dai livelli territoriali ai vertici. Persino le sortite di Fabio Rampelli vengono lette come un problema da chiudere, non più da gestire. Un ultimatum, più o meno esplicito, aleggia. La posta, ormai, è più alta delle dinamiche correntizie. Meloni vuole una filiera corta, disciplinata, impermeabile agli scossoni
Niente più regolamenti di conti, niente più errori «tanto meno comunicativi». È in questo quadro che torna a circolare con insistenza il nome di Gian Marco Chiocci per un approdo a Palazzo Chigi. Segnale ulteriore: la partita si gioca anche – forse soprattutto – sulla narrazione. E questa volta, l’ordine è uno solo: chi non regge, scenda.
(da La Stampa)
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 25th, 2026 Riccardo Fucile
I CITTADINI SONO INCAZZATI PER L’IMPENNATA DEI PREZZI DELLA BENZINA CAUSATA DALLO SCOPPIO DELLA GUERRA IN MEDIORIENTE (CHE GLI AMERICANI, SOPRATTUTTO I “MAGA”, NON APPROVANO. IL 61% È CONTRARIO AGLI ATTACCHI)… TRUMP È STATO BOCCIATO ANCHE SULLA GESTIONE ECONOMICA, APPROVATA SOLO DAL 29%, UN DATO PEGGIORE DI QUELLO DI JOE BIDEN
Il tasso di approvazione di Donald Trump è sceso in una settimana al livello più basso da quando è ritornato alla Casa Bianca, principalmente a causa dell’
impennata dei prezzi della benzina e da una diffusa disapprovazione per la guerra contro l’Iran.
È quanto emerge da un sondaggio Reuters/Ipsos condotto in quattro giorni e conclusosi ieri. L’inchiesta ha rilevato che solo il 36% degli americani approva l’operato di Trump, in calo rispetto al 40% registrato dallo stesso sondaggio la settimana prima.
Bocciato anche sulla gestione economica, approvata solo dal 29%, un dato peggiore di quello di Joe Biden. ‘opinione degli americani su Trump si è deteriorata in modo significativo da quando i prezzi della benzina sono schizzati alle stelle dopo che, il 28 febbraio, Stati Uniti e Israele hanno lanciato l’operazione militare contro Teheran.
Un’operazione approvata dal 35% degli americani, in calo rispetto al 37% rilevato la settimana scorsa. Il 61% si è invece dichiarato contrario agli attacchi, contro il 59% della settimana precedente.
Solo il 29% del Paese approva la gestione economica del tycoon, il tasso di gradimento più basso registrato in entrambi i mandati, nonché un dato inferiore a qualsiasi indice di approvazione economica mai ottenuto dal suo predecessore, Joe Biden.
La posizione di Trump all’interno del partito repubblicano rimane sostanzialmente solida. Solo circa un repubblicano su cinque ha dichiarato di disapprovare il suo operato alla Casa Bianca, tuttavia la quota che disapprova la sua gestione del costo della vita è salita al 34%, rispetto al 27% della settimana scorsa.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 25th, 2026 Riccardo Fucile
L’ISTITUTO CATTANEO: TRA IL 10% E IL 30% DEGLI ELETTORI DI CENTRODESTRA AL SUD HA VOTATO NO
Giorgia Meloni ha perso il referendum sulla giustizia al Sud. Dove «una quota tra il 10 e il
30% di elettori del centrodestra ha optato per il No».
Per questo il no ha superato il 60% in Campania (65%), Sicilia (61%) e Basilicata (60). La stima è dell’Istituto Cattaneo, che a ogni consultazione analizza i flussi di voti. E fa il paio con quella di Youtrend che ha stimato in 5 milioni i voti non del Campo Largo finiti a negare l’ok alla riforma.
Dei numeri parla oggi il Corriere della Sera.
La stima vale anche per il centrosinistra. Dove una parte ha votato sì, ma senza compensare. Ma, spiegano gli esperti, il Mezzogiorno è «l’unica eccezione degna di nota», nel resto del Paese «la quota del “voto divergente” è minima»: «Sia gli elettori di centrosinistra e M5S sia quelli del centrodestra che sono andati alle urne hanno votato in maniera piuttosto compatta seguendo la posizione prevalente nel proprio campo».
Al Sud, secondo l’istituto diretto da Salvatore Vassallo, il voto ha avuto un carattere
meno ideologico. A Palermo a scegliere il No è stato il 22% di quanti nel 2022 avevano votato centrodestra. A Napoli la cifra di chi ha «tradito» sale al 35%.
L’astensionismo
E ancora: gli elettori del centrosinistra hanno mostrato un astensionismo basso. Nel centrodestra non è andato al voto tra il 12 e il 15% dell’elettorato.
Con l’asse tra centrosinistra e 5 Stelle, «la geografia del voto assumerebbe caratteristiche già intraviste nelle elezioni regionali, con la destra che prevale al Centro e al Nord e la sinistra che prevale al Sud, nella ex Zona Rossa e in generale nei grandi centri urbani».
Mentre se si volesse tradurre in voto il risultato del referendum «le politiche porterebbero con larga probabilità alla coalizione vincente una maggioranza parlamentare piuttosto risicata, se non solo una maggiorana relativa di seggi».
Il pareggio probabile
Secondo le proiezioni dell’istituto sui voti del referendum, se si votasse con il sistema attuale, alla Camera sarebbero 69 quelli sicuri per il centrosinistra, 49 per il centrodestra, 29 in bilico. Un premio di maggioranza cambierebbe tutto. E comunque al voto manca ancora tanto.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 25th, 2026 Riccardo Fucile
“VORREI AVER CATTURATO ANCORA PIU’ IMMIGRATI. ORA PUNTO AI COYOTE”
Greg Bovino ha dichiarato al New York Times che, prima di essere licenziato, aveva un piano per deportare 100 milioni di persone. Nessun pentimento per l’uomo dietro alla stretta aggressiva anti immigrazione dell’amministrazione Trump nelle città americane, da Los Angeles a Chicago, passando per Charlotte, New Orleans e infine Minneapolis, dove due cittadini americani sono stati uccisi dagli agenti federali portando a violente proteste e a una dura reazione dell’opinione pubblica.
L’amministrazione Trump ha assegnato al dirigente di medio livello della Polizia di Frontiera una posizione altamente irregolare che gli permise di scavalcare la consueta catena di comando e di riferire direttamente al segretario alla sicurezza interna, Kristi Noem.
Gregory Bovino, l’uomo che fino a gennaio era a capo delle deportazioni dei migranti negli States, poi messo da parte dal presidente Donald Trump ha lasciato ufficialmente il suo incarico questa settimana di comandante della divisione di El Centro, in California, del Customs and border protection (CBP), l’agenza preposta alla sicurezza dei confini e parte di dipartimento per la Sicurezza interna.
Stando al giornale, la sua uscita non è stata completamente volontaria. Al New York Times ha ammesso: «Vorrei aver catturato ancora più immigrati illegali. Voglio dire, ci abbiamo messo tutto l’impegno possibile, ma c’è sempre una soluzione creativa e innovativa per catturarne ancora di più». E ancora ribadisce convinto: «Volevamo il dominio totale del confine. Quando usi termini del genere, forse spaventi alcune persone dalla mente più debole. Dominio. Voglio che tu domini quel confine. Non lo ‘controllerò’. Lo domineremo completamente in quel dannato posto».
Ora vuole dare la caccia al coyote in North Carolina: «Me ne occuperò personalmente»
Nell’intervista ha negato un paragone con il colonnello spietato interpretato da Sean Penn nel film premio Oscar “Una battaglia dopo l’altra”. Il film non lo ha visto, confessa, ma ha bollato l’attore come «di sinistra e liberal». I suoi propositi per il futuro? Andare a caccia in North Carolina delle «specie invasive non autoctone»: il coyote. Ha precisato che intende gli animali a quattro zampe, «non i coyote che contrabbandano stranieri». Come da lui spiegato al NYTimes, stanno sterminando la specie autoctona del serpente velenoso Crotalus horridus. «Me ne occuperò personalmente».
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 25th, 2026 Riccardo Fucile
LA SOLUZIONE IN GIORNATA O SI VOTA IN PARLAMENTO
«Non mi dimetto, anzi. Sono pronta a presentarmi al prossimo Consiglio dei ministri». Così
risponde attraverso i retroscena dei giornali la ministra del Turismo Daniela Santanchè alla premier Giorgia Meloni, che ha chiesto le sue dimissioni. E ancora: «Delmastro è rimasto al governo da condannato per un anno, perché dovrei lasciare io con un semplice rinvio a giudizio?».
Anche perché, spiega, i problemi nel suo caso sono dovuti «alla mia privata attività di imprenditrice». Tutte «storie peraltro vecchie di anni», che «nulla hanno a che fare con il mio ruolo di ministro». Intanto si parla già di chi potrebbe sostituirla. Al Turismo potrebbe andare «un uomo del Sud», visto come ha votato il Meridione al referendum. Oppure Giovanni Malagò.
Le dimissioni di Santanchè e il ruolo di La Russa
Il Corriere della Sera fa notare che la diatriba tra le due somiglia a quella di Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini: «Che fai, mi cacci?»; «Che fai, mi sfidi?». In realtà a oggi la situazione somiglia molto alla diatriba tra l’allora premier Lamberto Dini e il suo guardasigilli Filippo Mancuso, poi risolta con la “sfiducia individuale” al ministro in parlamento. «Da oggi non copro più nessuno: chi sbaglia paga», è la convinzione della premier. Che dopo le dimissioni di Giusi Bartolozzi e di Andrea Delmastro (Nordio le ha offerte per salvare la sua capa di gabinetto, ma Meloni ha detto no perché così il governo avrebbe dovuto affrontare un passaggio parlamentare) ha puntato Santanchè. L’amico (di Daniela) Ignazio La Russa ha provato a mediare tra le due senza successo.
La ricattabilità di Giorgi
Di certo la richiesta di dimissioni nei confronti di Santanchè non c’entra nulla con l’esito del referendum. Dal quale la Pitonessa si è sempre tenuta lontana, per evitare polemiche. Per questo non capisce perché, dopo tanto tempo passato dall’attualità dei suoi guai giudiziari, la sua richiesta sia arrivata proprio ora. Smentendo le insinuazioni circolate negli ultimi tempi (e arrivate anche in parlamento) su una sua presunta ricattabilità e sul doppio filo (simul stabunt, simul cadent) che la legava alla ministra del Turismo. La sfiducia pubblica nei suoi confronti è una dichiarazione di guerra. «Non ci penso nemmeno», fa sapere lei tramite Repubblica. Nel giorno in cui la premier decide di «cambiare fase», di «rilanciare l’azione di governo», di «stringere i bulloni», sembra proprio una provocazione.
Il senso di impunità
La svolta di Giorgia arriva per «rispondere alla bocciatura delle urne su un senso di impunità che sembra albergare nel governo», hanno spiegato gli emissari di Meloni Giovanni Donzelli, Arianna Meloni, Francesco Lollobrigida a La Russa. Ma lei non sembra avere intenzione di cedere: «Non mi dimetto, anzi. Sono pronta a presentarmi al prossimo Consiglio dei ministri». E c’è chi racconta che ieri ha rinfacciato «all’amica Giorgia» le percentuali da prefisso telefonico di Fratelli d’Italia all’inizio della sfida e i risultati di oggi. Ma i meloniani non ci cascano: «Ha lasciato uno storico come Delma, deve fare altrettanto Daniela. Stavolta dovrà cedere», profetizzano i colleghi di partito.».
Il redde rationem
Oggi Meloni alle 12 atterrerà ad Algeri per trattare con il governo sul gas. Santanchè ha un appuntamento istituzionale alle 15 a Napoli. È molto probabile che FdI si aspetti una soluzione alla crisi entro la mattinata. Con l’addio di Santanchè dopo una nottata di riflessioni, magari condito da una nota in cui ribadisce la sua innocenza e l’estraneità alle difficoltà dell’esecutivo. La soluzione alternativa è un massacro parlamentare con i piatti sporchi da lavare in piazza. Che non conviene a nessuna delle due. O forse sì?
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »