Destra di Popolo.net

“IL DESTINO DEL REGNO UNITO È NELL’UNIONE EUROPEA”. IL SINDACO DI LONDRA, IL LABURISTA E MUSULMANO SADIQ KHAN, DICE QUELLO CHE MOLTI PENSANO: “VEDO I DANNI DELLA BREXIT GIORNO DOPO GIORNO. NEL 2019 AVEVAMO 840 MILA CITTADINI EUROPEI A LONDRA, OGGI SONO 700 MILA. L’ECONOMIA DI LONDRA VALE 30 MILIARDI IN MENO, A CAUSA DELL’USCITA DALL’UE, E NELLA CAPITALE ABBIAMO PERSO 230 MILA POSTI DI LAVORO”

Marzo 19th, 2026 Riccardo Fucile

NE SIAMO USCITI PEGGIO. IL NOSTRO DESTINO È INTRECCIATO CON L’EUROPA. NON FACCIAMO PARTE DI NESSUN GRANDE BLOCCO E RISCHIAMO DI ESSERE STRITOLATI, VISTO CHE NON POSSIAMO FIDARCI DI QUESTI STATI UNITI. CHIEDO AL PRIMO MINISTRO STARMER E AL NOSTRO PARTITO ‘LABOUR’ DI ANDARE ALLE PROSSIME ELEZIONI CON LA PROMESSA DI RIENTRARE IN UE, SENZA PASSARE PER UN SECONDO REFERENDUM”

“Il destino del Regno Unito e di Londra è nell’Unione europea», dice il sindaco laburista Sadiq Khan in questa intervista esclusiva a Repubblica, nel suo ufficio a East London, a dieci anni dal referendum della Brexit.
«È un destino inevitabile e sempre più necessario, in un mondo incredibilmente instabile e con Donald Trump al potere in America. L’Europa è la nostra unica sicurezza. Per questo chiedo al primo ministro Keir Starmer e al nostro partito Labour di andare alle prossime elezioni con la promessa di rientrare in Ue, senza passare per un secondo referendum».
Addirittura, sindaco? Sinora Starmer e il suo governo hanno sempre escluso con forza questa ipotesi, e al massimo si sono spinti a un riallineamento con la Ue.
«Invece non c’è scelta. Vedo i danni della Brexit giorno dopo giorno, a livello economico, sociale e culturale. Ieri abbiamo pubblicato le ultime ricerche del think tank Niesr e di Goldman Sachs, per cui oggi l’economia britannica sarebbe cresciuta del 10 per cento senza la Brexit. Quindi, va bene riavvicinarsi all’Ue come vuole
Starmer, ma ci sono altri tre passi cruciali da fare: rientrare nell’Unione doganale e nel mercato unico europeo entro questo mandato, e infine alle prossime elezioni (entro il 2029, ndr) fare una campagna chiara per rientrare in Ue direttamente, senza un secondo referendum. È inevitabile. Inutile autocondannarsi a ulteriori anni di dolore e privazioni».
Senza un secondo referendum? Ma il Paese non tornerà a lacerarsi?
«Siamo già profondamente divisi e spaccati, a causa della Brexit. Invece, così, il Regno tornerà a essere più unito. E poi alla gente interessa soprattutto il costo della vita, che scenderà sensibilmente una volta rientrati in Ue e nei suoi meccanismi commerciali. Non a caso, quando ci siamo uniti alla Comunità Economica Europea negli anni Settanta, eravamo il malato d’Europa. Da allora abbiamo iniziato a essere un grande Paese.
Oggi invece, fuori dall’Ue, siamo una potenza media. Non possiamo permetterci di non essere in Europa».
A maggior ragione in un mondo sempre più “imperiale”, dagli Stati Uniti alla Cina?
«Esatto. Non facciamo parte di nessun grande blocco. Rischiamo di essere stritolati. Come possiamo sopravvivere da soli, mentre Trump impone i dazi a tutti, amici e nemici, e fa la guerra all’Iran con Israele, innescando una crisi energetica mondiale? Non possiamo fidarci di questi Stati Uniti. […]».
«Nel 2019 avevamo 840 mila cittadini europei a Londra, tra italiani, rumeni, polacchi, francesi… Oggi sono soltanto 700 mila. L’economia di Londra vale 30 miliardi in meno, a causa dell’uscita dall’Unione europea, e intanto nella capitale abbiamo perso 230 mila posti di lavoro. Ne siamo usciti peggio a livello economico, ma anche sociale e culturale. Il nostro destino, invece, è intrecciato con l’Europa. Sono sicuro che, come Labour, rivinceremmo le elezioni se facessimo la promessa di ritornare nella Ue».
Ma è sicuro che l’Europa sia pronta a riabbracciare il Regno Unito? L’Ue è sempre molto esigente e molti ricordano ancora le “beghe” dei britannici, quando erano membri e non accettavano certe regole europee.«Ma restando fuori dall’Ue siamo costretti ad accettare le regole degli altri in ogni caso, perché siamo molto più deboli. Insieme, invece, saremo più forti, anche a livello di difesa, intelligence e lotta all’immigrazione illegale».
Regno Unito ed Europa sembrano più uniti anche in politica estera e hanno detto no a Trump che li esortava a unirsi agli attacchi all’Iran. Troppo tardi, forse?
«Noi britannici abbiamo imparato le lezioni dell’Iraq e di quella catastrofica guerra nel 2003. Starmer ha fatto benissimo a rifiutarsi di partecipare ai raid di Usa e Israele, soprattutto perché Trump e Netanyahu non sembrano avere una via d’uscita da questo pantano. La special relationship tra Regno Unito e Stati Uniti significa anche saper dire di no ai propri alleati, senza provare imbarazzo […]»
(da agenzie)

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“DOMANI” RIVELA CHE IL CAPO DI GABINETTO DI GIORGIA MELONI, GAETANO CAPUTI, FINO A DICEMBRE 2025 FIGURAVA NELL’ORGANIGRAMMA DELLA SOCIETÀ TERMO, DI FONDI (LATINA), COME PRESIDENTE DELL’ORGANISMO DI VIGILANZA. L’AZIENDA AVEVA FATTO RICCHI AFFARI CON IL SUPERBONUS, PER POI ANDARE IN GROSSA DIFFICOLTÀ

Marzo 19th, 2026 Riccardo Fucile

LA SORPRESA È CHE CAPUTI NON AVREBBE MAI DICHIARATO LA NOMINA IN TERMO, COME DEVONO FARE TUTTI I FUNZIONARI STATALI … LE RICCHE CONSULENZE PER ENASARCO

Tra il 2023 e il 2024, nei lunghi mesi in cui il governo ha fatto i salti mortali per tappare il buco miliardario del Superbonus, Gaetano Caputi aveva un motivo in più per seguire l’affannata rincorsa dell’esecutivo.
Un motivo strettamente personale, perché il capo di gabinetto di Giorgia Meloni aveva messo la sua lunga esperienza di giurista al servizio di un’azienda che è cresciuta a gran velocità proprio grazie al Superbonus per poi perdere rapidamente quota, quando le norme in materia sono state riviste.
La società in questione si chiama Termo, ha sede a Fondi, in provincia di Latina, e fino al dicembre scorso il nome di Caputi figurava nell’organigramma aziendale con la qualifica di presidente dell’Organismo di vigilanza (Odv), chiamato a sorvegliare sul rispetto delle disposizioni della legge 231 sulla responsabilità delle aziende in caso di reati commessi da amministratori e dirigenti.
La sorpresa, però, è che la nomina in Termo non è mai stato inserita nelle dichiarazioni che il capo di gabinetto di Palazzo Chigi, al pari di tutti gli alti burocrati, deve obbligatoriamente pubblicare
Risulta a questo giornale che tre mesi fa, a dicembre 2025, Caputi ha rassegnato con effetto immediato le sue dimissioni dall’Odv dell’azienda laziale. A Fondi, dove Termo è nata e cresciuta, il collaboratore di Giorgia Meloni è tutt’altro che uno sconosciuto. Tra l’altro è diventato un professionista di fiducia della locale Banca Popolare che negli anni scorsi gli ha più volte affidato l’incarico di rappresentante designato degli azionisti.
Lo stesso Caputi è stato chiamato anche nel consiglio di amministrazione di Ulixes sgr, società di gestione del risparmio controllata con sede nella cittadina laziale e controllata dalla Popolare.
Un incarico, quest’ultimo, a cui il capo di gabinetto di Palazzo Chigi ha rinunciato nel novembre del 2022, subito dopo la nomina governativa.
Nel caso di Termo, invece, il passo indietro è stato annunciato, come detto, poco più di tre mesi fa, quando l’azienda era in piena crisi, con i soci alla disperata ricerca di capitali per finanziare il salvataggio.
Nei documenti ufficiali si legge che nell’arco di due anni si sono più che dimezzati i ricavi, pari a circa 40 milioni nel 2023
A fare le spese del crollo sono stati in primo luogo i dipendenti: ne restano in organico 45 contro i 130 a libro paga quando il Superbonus andava a gonfie vele e
Termo gestiva lavori di riqualificazione energetica e offriva consulenza alle banche per l’acquisto dei crediti di cui lo Stato garantiva il rimborso.
Proprio lo stop alla cessione dei crediti deciso dal governo tra il 2023 e il 2024 ha segnato l’inizio della crisi […] che ha finito per coinvolgere anche un’azionista di Stato.
Tra i soci, infatti, compariva anche il Fondo italiano di investimento (Fii) che fa capo alla Cassa depositi e prestiti e raccoglie denaro sul mercato per indirizzarlo verso aziende di taglia medio-piccola.
A partire dal 2020, la società di gestione a capitale di Stato ha versato circa 13 milioni nella casse di Termo e il Fondo è diventato il principale azionista della società laziale con il 47 per cento del capitale.
Quei 13 milioni sono andati in fumo quasi per intero, visto che a gennaio il socio pubblico ha venduto la sua quota per un milione ad Alessandro Andreozzi, il presidente e fondatore di Termo che possedeva già una quota del 40 per cento affiancato da un gruppo di manager.
«Per alcuni anni Caputi ha presieduto l’Organismo di vigilanza, conferma Andreozzi, che aveva conquistato anche la fiducia del gruppo Mediaset, ancora socio di Termo con l’8,5 per cento del capitale intestato alla controllata Rti.
«L’azienda – spiega Andreozzi – ha onorato tutti i suoi impegni e ora stiamo cercando di rilanciare alcune linee di business che hanno buone prospettive di sviluppo».
Il rilancio dovrà però fare a meno dei capitali raccolti dall’azionista pubblico. L’uscita di scena del Fondo italiano d’investimenti, di cui sono socie anche alcune grandi banche come Intesa, Unicredit e Bper, coincide con una revisione delle strategie della società pubblica dopo le dimissioni, nell’agosto scorso, dell’amministratore delegato Davide Bertone sostituito da Domenico Lombardi, che è anche amministratore del Monte dei Paschi.
Nei mesi scorsi è scesa in campo anche la Banca d’Italia che dopo un’ispezione della Vigilanza ha formulato diversi rilievi critici alla passata gestione del Fondo e nella lista delle operazioni sotto esame è finita anche la fallimentare avventura in Termo
(da Domani)

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“E’ TORTURA DI STATO”: I PATRIOTI DELLA SEA WATCH SFIDANO IL GOVERNO MELONI E SBARCANO I MIGRANTI NEL PORTO PIU’ VICINO

Marzo 19th, 2026 Riccardo Fucile

CON 57 NAUFRAGHI A BORDO IN CONDIZIONI SANITARIE FRAGILI LI HANNO FATTI SBARCARE A TRAPANI

Nelle cronache che arrivano dal Mediterraneo centrale, la successione dei fatti finisce spesso per rivelare qualcosa di più di una serie di episodi: prende forma un dispositivo concreto, che decide chi può essere soccorso subito e chi invece deve attendere, chi può raggiungere la terraferma e chi resta sospeso in mare, tra onde alte e corpi sempre più provati. Dentro questo quadro si colloca la vicenda della Sea-Watch e della nave Sea-Watch 5, che dopo essere rimasta in attesa al largo della Sicilia con decine di persone a bordo, ha dichiarato lo stato di necessità, scegliendo di non attenersi all’indicazione delle autorità italiane, che assegnava come porto di sbarco Marina di Carrara, a oltre mille chilometri di distanza.
A bordo ci sono 57 persone soccorse tra domenica e la notte successiva, (ora ufficialmente sbarcate a Trapani), molte delle quali in condizioni sanitarie critiche: ustioni da carburante, disidratazione, mal di mare, casi di ipotermia. Tra i naufraghi anche una donna incinta.
Come spiega l’organizzazione, la permanenza prolungata in mare espone i sopravvissuti al rischio concreto di infezioni e complicazioni, inclusa la sepsi, e rende non più sostenibile il trasferimento verso un porto così distante. “Questa è tortura di Stato. L’ostinato muro delle autorità italiane cerca di fare a pezzi il il diritto internazionale e i diritti umani ma noi non ci pieghiamo, è nostro dovere portare velocemente al sicuro persone che sono sopravvissute a sofferenze indicibili, prima e durante la traversata”, ha dichiarato la portavoce di Sea-Watch Giorgia Linardi a Fanpage.it. “Abbiamo avuto ipotermia e ustioni gravi, ma il governo non sente le urla di una mamma e di una bimba di due anni mangiate dalle bruciature, noi sì. Non sa cosa voglia dire sopravvivere al mare con onde alte 3 metri, noi sì. Il Governo italiano ci impone di navigare altri 11000km e giorni di navigazione mentre si rifiuta di inviare soccorsi a chi si trova ancora in mare”, ha detto ancora.
Negli ultimi giorni il Mediterraneo è tornato così a mostrare con evidenza ciò che non ha mai smesso di essere: una frontiera letale, attraversata da naufragi, dispersi e soccorsi che arrivano troppo tardi. Un bambino di soli due anni risulta ancora disperso, un ragazzo di ventun anni è arrivato morto a Lampedusa, almeno diciassette persone sono annegate al largo della Libia. Altre decine risultano irreperibili mentre il peggioramento delle condizioni meteo, onde alte, vento forte, rende difficili, quando non impossibili, interventi tempestivi. Nello stesso arco di
ore, centinaia di persone vengono segnalate ancora in mare da Alarm Phone: alcune alla deriva, altre bloccate su piattaforme industriali.
È dentro questa stessa geografia, insieme fisica e politica, che si inseriscono anche le operazioni di soccorso della Sea-Watch. Gli interventi, questa volta, si sono svolti in due momenti diversi, in condizioni già rese instabili dal peggioramento del mare. In totale sono state tratte in salvo 93 persone: per nove di loro è stato disposto uno sbarco sanitario d’urgenza a Lampedusa; le altre sono invece rimaste a bordo mentre le condizioni continuavano a deteriorarsi, con onde oltre i due metri e temperature in calo. Successivamente, su disposizione del Tribunale per i minorenni di Palermo, una parte dei minori, 20 non accompagnati e tre bambini con le famiglie, è stata trasferita. Per tutti gli altri, invece, è rimasta valida l’indicazione iniziale di proseguire verso nord.
La decisione di disobbedire
“Abbiamo dovuto dichiarare lo stato di necessità per permettere a 57 persone esauste di accedere a un porto sicuro. Ci rifiutiamo di essere uno strumento di tortura di Stato. Questa è la nostra risposta al sadismo del governo. Ne continueremo a pagare le conseguenze con una repressione crescente, ma la salvaguardia dei diritti non è negoziabile”, ha aggiunto Linardi.
Il diritto del mare, nella sua formulazione più essenziale, non lascia spazio a interpretazioni: chi si trova in pericolo deve essere soccorso e condotto in un luogo sicuro nel più breve tempo possibile. È però proprio dentro queste due nozioni, “luogo sicuro” e “tempo più breve”, che oggi si concentra una delle tensioni più evidenti tra obblighi giuridici e scelte politiche. L’assegnazione di un porto distante, come Marina di Carrara, non è un passaggio neutro né meramente organizzativo. Comporta, in concreto, l’imposizione di diversi giorni aggiuntivi di navigazione a persone che sono già in condizioni di vulnerabilità estrema: significa prolungare l’esposizione al freddo, al moto ondoso, al dolore fisico causato da ustioni e traumi, e aumentare il rischio che quadri clinici già compromessi evolvano in complicazioni più gravi. In questo modo, il tempo del soccorso, che nel diritto dovrebbe coincidere con la massima urgenza possibile, viene dilatato fino a diventare un tempo di attesa, segnato da un’incertezza che incide direttamente sulla salute delle persone coinvolte
Negli ultimi anni, questa modalità operativa si è consolidata fino a diventare una prassi ricorrente: l’indicazione sistematica di porti lontani produce un effetto preciso, quello di ridurre la presenza delle navi umanitarie nell’area in cui avviene la maggior parte dei soccorsi, il Mediterraneo centrale. Meno tempo in zona di ricerca e soccorso significa meno interventi possibili, ma anche meno capacità di osservazione e documentazione di ciò che accade lungo quella rotta; non si tratta, quindi, soltanto di una gestione logistica degli sbarchi, ma di una scelta che incide sull’intero dispositivo di intervento in mare.
Parallelamente, il quadro normativo e amministrativo si è fatto ancor più restrittivo: l’aumento delle sanzioni, i fermi delle imbarcazioni e l’inasprimento dei controlli contribuiscono a definire un contesto in cui l’azione delle organizzazioni umanitarie si muove entro margini sempre più stretti. Il risultato è un conflitto ormai strutturale tra governo e operatori del soccorso civile, che riflette due impostazioni difficilmente conciliabili: da un lato la priorità attribuita al controllo delle frontiere, dall’altro l’obbligo, sancito dal diritto internazionale, di garantire il salvataggio e la protezione della vita umana in mare.
È in questo contesto che la Sea-Watch 5 ha dichiarato lo stato di necessità e ha scelto di dirigersi verso il porto più vicino, individuato in Trapani. Non si tratta di un gesto simbolico, ma dell’attivazione di uno strumento previsto dall’ordinamento quando il rispetto formale di una disposizione rischia di produrre un danno grave e immediato. Inn queste circostanze, il principio di tutela della vita prevale, e l’obbligo di condurre i naufraghi in un luogo realmente sicuro torna a essere il criterio determinante. Ogni volta che questo principio viene invocato, però, la sua applicazione viene letta come violazione di un ordine, e non come esercizio di una responsabilità giuridica. Ed è proprio in questa frizione, sempre più evidente, che si misura oggi la distanza tra la norma e la sua interpretazione operativa.

(da Fanpage)

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NON SOLO ACCISE: LA STRANA ABITUDINE DEL GOVERNO MELONI, CHE SI SVEGLIA SEMPRE A POCHI GIORNI DAL VOTO

Marzo 19th, 2026 Riccardo Fucile

A QUATTRO GIORNI DAL REFERENDUM, IL GOVERNO DECIDE DI TAGLIARE 25 CENTESIMI DI ACCISE PER SOLI 20 GIORNI: E’ SOLO L’ULTIMO DI UNA LUNGA SERIE DI REGALI ELETTORALI DEL GOVERNO MELONI

E così il governo ha deciso giusto ieri , con un consiglio del ministri straordinario, di abbassare le accise sul carburante di 25 centesimi, per i prossimi venti giorni. Quattro dei quali, dicono i maligni, sono quelli che separano dal voto per il referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo.
Noi non vogliamo essere malfidenti, sia chiaro: la guerra in Iran c’è malgrado loro, la crisi energetica pure.
Però le coincidenze a volte sono curiose.
Come quando, ad esempio, il governo ha sentito l’impellente bisogno di riaprire i termini di un condono edilizio vecchio di vent’anni, quello del governo Berlusconi del 2003, per “risarcire i cittadini campani” che ne furono esclusi a causa della contrarietà dell’allora presidente di Regione Antonio Bassolino. Il tutto, curiosamente, con un emendamento di Forza Italia alla legge di bilancio. a pochi giorni dal voto regionale in Campania,
O come quando – altra curiosa coincidenza, pure qua – il governo ha annunciato l’istituzione di una Zona Economica Speciale nella Marche – tradotto: semplificazioni e agevolazioni per le imprese – a pochi giorni dal voto regionale, facendolo annunciare alla stessa premier Giorgia Meloni durante un evento elettorale.
O come quando il governo ha annunciato il rinnovo e l’ampliamento della platea della social card “Dedicata a te”, 500 euro a testa per 1,33 milioni di beneficiari, a quarantotto ore dalle elezioni europee del 2024.
Che per vincere si debbano utilizzare “anche i vecchi metodi clientelari”, del resto, non l’abbiamo teorizzato noi ma il deputato di Fratelli d’Italia Aldo Mattia, a un evento elettorale per il Sì al referendum, giusto qualche giorno fa.
E del resto, già è stato detto che la prossima legge di bilancio, sarà la più generosa di tutte, dopo anni di vacche magre e promesse non mantenute. Che si è risparmiato oggi, nonostante una crescita asfittica e il potere d’acquisto ancora sottoterra, per riempire la cornucopia domani. A pochi mesi dal voto.
E se il clientelismo e le mancette non bastassero, ovviamente, il governo cambierà pure la legge elettorale, togliendo quei fastidiosi collegi uninominali che potrebbero far vincere le opposizioni.
In nome della governabilità e della stabilità, ci mancherebbe. Ma a pochi mesi dal voto, anche è questo giro.
A volte, davvero, le coincidenze.

(da Fanpage)

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IL CASO DI DELMASTRO E DEL RISTORANTE DELLA FIGLIA DEL MAFIOSO “A SUA INSAPUTA”

Marzo 19th, 2026 Riccardo Fucile

IL SOTTOSEGRETARIO ALLA GIUSTIZIA DI FDI DICE DI AVER LASCIATO LA SOCIETA’ QUANDO HA SCOPERTO TUTTO, MA ALCUNE DATE NON TORNANO… E SECONDO IL FATTO AVREBBE ANCHE PRANZATO CON CAROCCIA E LA FIGLIA CHE ALL’EPOCA NON LO RICONOBBE

«Si parla di una società con una ragazza non imputata e non indagata, che si scopre essere “la figlia di”… Nel momento in cui l’ho scoperto ho lasciato la società e l’ho fatto per il rigore etico e morale che mi contraddistingue». Il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove si difende con il classico “a mia insaputa” nella vicenda della società costituita da lui e da altri di Fratelli d’Italia con Miriam Caroccia, figlia di Mauro Caroccia, successivamente condannato in via definitiva per associazione mafiosa con il Clan Senese. Eppure nella vicenda resa nota ieri 18 marzo da Alberto Nerazzini sul Fatto Quotidiano ci sono molte cose che non tornano.
Il ristorante
La storia comincia con un ristorante che si chiama Bisteccheria d’Italia e si trova in via Tuscolana 452a a Roma. La proprietà è della srl Le 5 Forchette, con capitale sociale di 10 mila euro e sede a Biella, ovvero a 700 km di distanza. E tra i soci della società compariva fino a poco tempo fa Delmastro insieme ad altri compagni di partito piemontesi: Cristiano Franceschini, assessore a Biella, Davide Zappalà, consigliere in Piemonte, Elena Chiorino, vicepresidente. Quando la società viene costituita Delmastro ha il 25%.Gli altri piccole quote. Il 50% è di proprietà della studentessa 18enne romana Miriam Caroccia, che della società diventa anche amministratrice unica. Suo padre si chiama Mauro Caroccia e ha una grande esperienza nella ristorazione, visto che da anni apre e chiude ristoranti a Roma. Ma soprattutto, è in affari con il clan Senese.
Le condanne e la vendita
Come ha raccontato Il Fatto Quotidiano, la società viene aperta dopo una sentenza della Corte di Appello di Roma che assolve Caroccia (e Senese) dall’accusa di associazione mafiosa. Quando la Cassazione annulla la sentenza alle quote della società cominciano a succedere cose curiose.
La prima è che Delmastro vende il suo 25% a sé stesso. Ovvero lo fa acquistare a una società che si chiama G&G Srl, si occupa di immobili e soprattutto è sua con il 100% delle quote. Poi si celebra il secondo processo d’appello, che condanna di nuovo Carocci e Senese. E infine la Cassazione conferma le condanne e Carocci finisce in carcere (dovrà scontare 4 anni di reclusione). Subito dopo la G&G vende il suo 25% a un’altra socia (un’impiegata che si chiama Donatella Pelle ed è moglie di Domenico Monteleone, avvocato) mentre gli altri esponenti di FdI Piemonte alienano le loro quote a favore di Miriam Caroccia.
A sua insaputa
Il Fatto Quotidiano scrive oggi che Delmastro si è recato nel ristorante Bisteccheria d’Italia almeno in un’occasione. E nell’occasione Miriam non lo ha riconosciuto: a dirle che il sottosegretario è al suo tavolo è suo padre Mauro. Che all’epoca gestisce la bisteccheria con tanto di video su TikTok per pubblicizzarla.
Rimane poi la curiosità maggiore, ovvero: come è successo che una serie di politici piemontesi di punto in bianco ha deciso di aprire un ristorante a Roma? Delmastro ha poi detto di essersi liberato «immediatamente» delle sue quote. In realtà prima ha girato il 25% alla sua società nel novembre 2025 e poi le ha cedute il 27 febbraio 2026. È una casualità che la condanna definitiva a Caroccia senior sia arrivata il 19 febbraio?
Meloni furibonda
Giorgia Meloni viene descritta come «furibonda» per la vicenda. Ma secondo Repubblica oltre un mese fa il sottosegretario ha informato i vertici di FdI rassicurandoli sulla cessione delle quote. Anche perché c’è un problema collaterale.
I deputati devono dichiarare le proprietà alle camere ma delle quote di Delmastro in Le 5 Forchette non c’è traccia nei documenti depositati all’amministrazione di Montecitorio. Il sottosegretario alla Giustizia ha attestato che l’unica variazione intervenuta dall’anno precedente è essere diventato proprietario al 100 per cento della società immobiliare Ezra Pound con sede a Biella, la sua città di origine. La società 5 Forchette è stata costituita il 16 dicembre 2024.
Chi è Mauro Caroccia
Appare ancora più curioso che Delmastro abbia scoperto successivamente chi fosse Mauro Caroccia. Visto che il suo nome compare spesso negli atti su Michele Senese ‘O Pazzo. Il reato che gli hanno contestato i giudici è la classica intestazione fittizia di beni con l’aggravante di aver agevolato i clan. Secondo le sentenze proprio attraverso società e attività di ristorazione venivano schermati e ripuliti i capitali riconducibili all’organizzazione. Mauro Caroccia era un prestanome che usava i ristoranti per riciclare denaro. E con chi ti va ad aprire proprio una società di ristorazione il sottosegretario?
(da Open)

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BUONA FESTA DEL PAPA’, NONNETTO: IN ITALIA L’ETA’ MEDIA DEL PRIMO FIGLIO E’ SALITA A 36 ANNI

Marzo 19th, 2026 Riccardo Fucile

L’IMPATTO DEL FENOMENO DEMOSCOPICO E LE SUE CAUSE

«Mio figlio non ha mai visto il mio colore naturale della mia barba, quando è nato era già quasi tutta bianca». Basta una frase del genere per fotografare un fenomeno demografico spesso tralasciato. Perché parliamo sempre dell’età in cui le donne diventano madri per la prima volta, ma ci dimentichiamo dei padri. E anche per loro i dati non sono rassicuranti: secondo gli ultimi dati disponibili, in Italia, gli uomini hanno avuto il primo figlio attorno ai 36 anni. Ma a stupire non è solo l’età dei neopadri, è soprattutto la velocità con cui l’età media è avanzata nel giro di trent’anni. Secondo le ricostruzioni basate sui dati Istat, infatti, negli anni ’90 gli uomini diventavano padri molto prima: tra i 25 e i 27 anni.
Cosa è successo in una generazione
Nel giro di una generazione, quindi, l’ingresso nella paternità si è spostato in avanti di quasi dieci anni. Non si tratta di una semplice trasformazione culturale, ma del segnale di un cambiamento più profondo che riguarda l’intero percorso verso l’età adulta. Se negli anni ’70 e ’80 diventare genitori era una tappa relativamente precoce, oggi arriva alla fine di un percorso molto più lungo e incerto. Le ragioni sono diverse e si intrecciano tra loro. L’ingresso nel mondo del lavoro è sempre più tardivo, spesso segnato da anni di precarietà; l’uscita dalla famiglia di origine avviene più tardi; la stabilità economica necessaria per avere un figlio si raggiunge (quando si raggiunge) ben oltre i trent’anni. E poi c’è anche la stabilità sentimentale, pure quella molto instabile. In questo contesto, la decisione di diventare padre non è più un passaggio naturale, ma una scelta che viene rimandata fino a quando le condizioni lo permettono.
La biologia conta anche per gli uomini
C’è poi un altro aspetto che pesa, anche se meno raccontato: la paternità, a differenza della maternità, è stata a lungo considerata meno “urgente” dal punto di vista biologico. Eppure negli ultimi anni la ricerca ha iniziato a ridimensionare
questa idea. Gli uomini sono più fertili tra i 20 e i 30 anni. Tra i 30 e i 35 peggiora anche la qualità dello sperma, con un aumento delle mutazioni genetiche e delle alterazioni epigenetiche legate al continuo processo di produzione degli spermatozoi. Questo si traduce, da un lato, in una riduzione della fertilità e delle probabilità di successo anche nelle tecniche di procreazione assistita, e dall’altro in un incremento, seppur contenuto, di alcunirischi per il nascituro. La letteratura scientifica ha individuato una correlazione tra età paterna avanzata e disturbi neuropsichiatrici come l’autismo e la schizofrenia: studi epidemiologici mostrano che i figli di padri sopra i 40 anni hanno una probabilità significativamente più alta di ricevere una diagnosi nello spettro autistico rispetto a quelli con padri sotto i 30. Anche il rischio di aborto spontaneo cresce con l’età paterna, in particolare dopo i 40–45 anni.
L’involontaria politica del figlio unico e le sue conseguenze
Ma diventare padri più tardi non è solo una questione anagrafica. Incide, infatti, anche sulla possibilità di avere altri figli, il che contribuisce al calo delle nascite e, soprattutto, alla scomparsa del secondo o terzo figlio. Avere meno figli significa anche dividere il patrimonio familiare tra meno eredi, e quindi, almeno in teoria, aumentare la quota di ricchezza per ciascun figlio. Ma questo meccanismo non rende la società più ricca nel suo complesso: secondo gli economisti, tende piuttosto a renderla più diseguale. Nelle famiglie con patrimoni consistenti, infatti, meno figli significa concentrare la ricchezza e rafforzare il vantaggio economico tra generazioni. Al contrario, chi parte da condizioni più fragili continua a ereditare poco o nulla. Il risultato è un sistema in cui il peso dell’origine familiare cresce e la mobilità sociale si riduce. A questo si aggiunge un effetto più ampio: meno figli oggi significa anche meno lavoratori e contribuenti domani, con conseguenze dirette sulla sostenibilità del welfare e delle pensioni.
Il confronto con l’estero
Gli uomini diventano padri sempre più tardi, dunque, e questa è una tendenza comune a molti Paesi. In Italia, però, le cose vanno un po’ peggio che altrove. In paesi come Francia e Germania si resta intorno ai 33–34 anni, mentre nei paesi del Nord Europa – dalla Svezia alla Danimarca – l’ingresso nella paternità avviene attorno ai 30. L’Italia, insieme alla Spagna, si colloca stabilmente nella fascia più alta, con valori vicini o superiori ai 35 anni. Ma come fanno gli altri Paesi ad
abbassare età paterna del primo figlio? Con le politiche per la famiglia. Nei paesi del Nord Europa, ad esempio, esistono congedi parentali più lunghi e meglio retribuiti, spesso con quote riservate ai padri: in Svezia e in Norvegia ogni genitore ha mesi di congedo non trasferibili, e se il padre non li utilizza vanno persi. Anche in Germania negli ultimi anni sono stati introdotti incentivi per favorire la condivisione del congedo tra i genitori, mentre in Francia il sistema di servizi per l’infanzia – a partire dagli asili nido – è più capillare rispetto a quello italiano.
(da agenzie)

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“CHARLIE KIRK NON VOLEVA LA GUERRA, HA DECISO NETANYAHU”: COSI’ IL MONDO MAGA SI DIVIDE SU TRUMP

Marzo 19th, 2026 Riccardo Fucile

CARLSON: “ATTACCO DECISO DA TEL AVIV”… TRUMP DELUDE ANCHE I SUOI ELETTORI, CROLLO DI CONSENSI NEI SONDAGGI

«Joe, impediscici di entrare in guerra con l’Iran». A parlare era Charlie Kirk, che poi «all’improvviso viene assassinato pubblicamente e non ci è permesso fare domande al riguardo. Ci è stato impedito di proseguire le indagini. Ci sono molte domande senza risposta». In un video Joe Kent, l’ex capo del Centro antiterrorismo di Donald Trump, torna a raccontare le sue dimissioni e ad accusare Israele di aver deciso per il presidente Usa. Non è l’unico ex sostenitore del presidente a sostenere la tesi complottista: «È difficile dirlo, ma non sono stati gli Stati Uniti a prendere questa decisione. È stato Benjamin Netanyahu», ha detto Tucker Carlson. Ma intanto proprio Kent deve fronteggiare un’accusa che viene dall’Fbi: avrebbe diffuso informazioni classificate sull’amministrazione.
La guerra del Maga a Israele
Il movimento Maga (Make America Great Again) sull’Iran è profondamente diviso. Oltre a Carlson anche Megyn Kelly, che sul canale tv Sirius XM e su YouTube conduce uno dei podcast di destra più seguiti, si è dissociata dall’intervento in Iran: «Appoggio il presidente, ma ciò non significa accettare un’altra guerra in Medio Oriente senza porre domande». Entrambi hanno detto di continuare a sostenere il presidente («Lo amerò qualunque cosa dica di me»).
Ma sull’Iran e sull’influenza di Israele sull’amministrazione continuano ad attaccare Trump. Scontrandosi con altri all’interno del movimento che la pensano diversamente. Per esempio Mark Levin, che ha scritto su X: «Sono stati “gli ebrei” a far divulgare a Joe Kent informazioni classificate? …Lo hanno convinto loro a pugnalare alle spalle il nostro presidente e scrivere una lettera che i nostri nemici useranno come propaganda? Lo hanno fatto diventare loro suprematista e antisemita? E gli hanno fatto fare interviste con programmi neonazisti?».
Gli scontri e il complottismo
Levin ha anche accusato Kent di aver detto a Carlson di un suo incontro con Trump il 4 giugno scorso. Carlson twittò che Levin era alla Casa Bianca, «a fare pressione per la guerra con l’Iran… Perché Mark Levin si sta ancora una volta agitando per le
armi di distruzione di massa? Per distrarre dal reale obiettivo, il cambio di regime: giovani americani da mandare di nuovo in Medio Oriente a rovesciare un altro governo». Una guerra in cui non si risparmiano colpi bassi, anzi bassissimi: come racconta il Corriere della Sera, quando Levin ha criticato Kelly per non aver appoggiato la guerra in Iran, lei lo ha accusato di avere un «micropene», lui ha ribattuto che è «oscena e petulante».
I sondaggi
E i sondaggi cominciano a dare ragione ai Maga. Rich Baris, di Big Data Polls, sondaggista pro-Trump, ha avvertito che la base del presidente si sta restringendo e che questo avrà conseguenze disastrose per i Repubblicani nelle elezioni Midterm per il Congresso, in programma a novembre. Si prevede in gran parte che i repubblicani perderanno il controllo della Camera, e alcuni sondaggi hanno mostrato che anche il Senato potrebbe diventare contendibile per i democratici. Barisha indicato tra i problemi il costo della vita. «Alla maggior parte della gente interessa solo sapere quanti soldi hanno nel portafogli», ha aggiunto, ritenendo che i Repubblicani abbiano solo il 18% di probabilità di ribaltare la situazione a novembre.
L’accusa
Intanto il Federal Bureau of Investigation (FBI) ha avviato un’indagine formale nei confronti di Kent. L’ipotesi di reato riguarda una possibile diffusione di informazioni classificate, in un fascicolo aperto già prima delle dimissioni rassegnate dal funzionario all’inizio di questa settimana. L’amministrazione ha reagito con durezza alle sue dimissioni, etichettando l’ex direttore come una figura «sleale e inaffidabile». Secondo diversi analisti, l’offensiva verbale e l’avvio delle procedure legali potrebbero configurarsi come un tentativo di screditare Kent a seguito della sua rottura pubblica con l’esecutivo. Nella lettera di dimissioni, Kent ha espresso posizioni nette che mettono in discussione i presupposti dell’attuale strategia militare. Il funzionario ha affermato che l’Iran «non rappresentava una minaccia imminente» per la sicurezza nazionale. Attribuendo la scelta di colpire il paese alla pressione esercitata da Israele.
(da agenzie)

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REMESLO, L’EX FEDELISSIMO DI PUTIN: “E’ UN PRESIDENTE ILLEGITTIMO, UN LADRO E UN CRIMINALE”

Marzo 19th, 2026 Riccardo Fucile

L’AVVOCATO CHE PERSEGUITAVA NAVALNY ROMPE CON IL CREMLINO… ECCO I SEI PUNTI DEL MANIFESTO CONTRO PUTIN

L’avvocato e blogger russo Ilya Remeslo, storico fedelissimo del Cremlino noto per le sue battaglie contro l’opposizione, ha pubblicato un lungo manifesto su Telegram dal titolo “Cinque motivi per cui ho smesso di sostenere Vladimir Putin“. Come riportato nel suo post, così come dal The Moscow Times, il manifesto si conclude con parole esplicite: «Vladimir Putin non è un presidente legittimo. Deve dimettersi ed essere processato come criminale di guerra e ladro. Viva la libertà, dannazione!».
Chi è Ilya Remeslo
Ilya Remeslo è un avvocato e blogger russo, noto per il suo sostegno alle posizioni del Cremlino e di Vladimir Putin. Negli anni si è distinto come uno dei più attivi sostenitori della linea governativa, utilizzando anche le sue competenze legali per presentare denunce contro attivisti, giornalisti e oppositori politici.
È stato coinvolto in diverse campagne contro il leader dell’opposizione Alexei Navalny, partecipando anche a procedimenti giudiziari a suo carico. In passato ha fatto parte della Camera pubblica russa, un organismo consultivo legato al Cremlino, consolidando il suo ruolo all’interno dell’ecosistema mediatico e politico filogovernativo putiniano.
I cinque punti di Remeslo contro Putin
Nel lungo messaggio pubblicato su Telegram, Remeslo elenca cinque motivi principali alla base della sua rottura. Il primo riguarda la guerra in Ucraina, definita
«assolutamente senza via d’uscita». Secondo il blogger, il conflitto ha causato «1-2 milioni di vittime» e sta andando avanti senza benefici per i cittadini russi.
«Una guerra totalmente senza sbocchi, con enormi perdite… può andare avanti ancora 5-10 anni. Siete pronti a questo?» scrive Remeslo, sostenendo che il conflitto venga portato avanti «solo per i complessi di Putin», mentre «noi cittadini comuni non ne ricaviamo nulla, ma perdiamo soltanto».
Il secondo punto riguarda l’economia. Secondo Remeslo, «sanzioni, infrastrutture distrutte, perdita di partner commerciali» sarebbero costati «trilioni di dollari che avremmo potuto usare per costruire città, scuole, ospedali». Nel suo manifesto, il propagandista russo accusa il Cremlino di aver favorito «i palazzi del presidente e dei suoi amici», mentre milioni di russi restano poveri.
Nel terzo punto critica la repressione digitale e mediatica, sostenendo che il Cremlino abbia tradito le promesse sullo sviluppo di Internet: «Abbiamo visto che Internet mobile non funziona nemmeno nelle grandi città… tutti i social occidentali sono bloccati». Aggiunge, inoltre, che Telegram sarebbe «bloccato all’80%» e che sarebbe prevista una chiusura totale.
Il tema del potere e la critica personale a Putin
Il quarto motivo riguarda la permanenza al potere di Putin: «È al potere dal 1999, da oltre 26-27 anni… e sembra voler restare sul trono fino a 150 anni».
Remeslo, nel manifesto, richiama il principio secondo cui «il potere assoluto corrompe in modo assoluto», sostenendo che Putin sia cambiato nel tempo.
Infine, accusa il presidente di non ascoltare i cittadini: «Le “linee dirette” sono un circo… al presidente non interessano i problemi interni».
Secondo il blogger, in Russia non esiste più una vera opposizione: «Quelli che hanno provato a criticare sono stati dichiarati agenti stranieri, sono all’estero o sono morti». Il testo si chiude con un’esclamazione: «Viva la libertà, dannazione!».
Le prime reazioni e dubbi dalla Russia
Come sottolinea il The Moscow Times, attacchi così diretti a Putin da parte di figure vicine al sistema sono estremamente rari. Alcuni esponenti dell’area pro-guerra hanno ipotizzato un crollo psicologico, una messinscena o un hackeraggio del suo canale Telegram.
Secondo l’oppositore in esilio Leonid Volkov, citato dal The Moscow Times, «qualcosa non torna» e un attacco simile «supera ogni linea rossa». Tuttavia, è lo
stesso Remeslo, il giorno dopo, a smentire ogni teoria, confermando il suo attacco diretto contro Vladimir Putin.
La smentita e il nuovo attacco: «Non è una messinscena»
Di fronte alle numerose teorie circolate a seguito della pubblicazione del suo manifesto, dall’account hackerato fino a una messinscena, Remeslo ha smentito pubblicamente ogni dubbio.
In un video pubblicato sul suo canale Telegram ha dichiarato di aver scritto personalmente il manifesto, mentre in successive dichiarazioni riportate anche dalla stampa ha insistito: «Nulla di tutto questo è organizzato. Sto semplicemente dicendo la verità».
Non solo. Il giorno seguente ha rilanciato con un ulteriore attacco, aggiungendo un sesto punto alla lista delle accuse contro Putin, ovvero una «ossessione per il lusso al limite della malattia».
Secondo Remeslo, il presidente disporrebbe di numerose residenze, aerei e mezzi blindati, e avrebbe sprecato le risorse del Paese per arricchire sé stesso e il proprio entourage.
L’Ucraina, le azioni del Cremlino contro Navalny e l’attacco a Solovyov
Nei giorni successivi, Remeslo ha intensificato gli attacchi, definendo i territori occupati «terre gravate da debiti miliardari» e mettendo in dubbio i benefici della guerra per i cittadini russi: «Tutto è distrutto… che valore hanno questi territori?».
Ha accusato l’amministrazione presidenziale di orchestrare propaganda e operazioni contro l’opposizione, arrivando a sostenere che alcune azioni contro Alexei Navalny fossero decise ai vertici del potere.
Nel mirino anche i media filogovernativi e figure come Vladimir Solovyev, invitato a «criticare Putin». In più interventi ha ribadito che il presidente «non è il Paese» e che la guerra sta «distruggendo la Russia dall’interno».
(da agenzie)

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TRA IL PIROMANE TRUMP E GLI SPOT DI MELONI

Marzo 19th, 2026 Riccardo Fucile

TRUMP APPICCA IL FUOCO IN IRAN E CI LASCIA IL CONTO DA PAGARE. MELONI TAGLIA LE ACCISE MA SOLO PER 20 GIORNI E A 4 GIORNI DAL REFERENDUM

Succede che il piromane Donald Trump, dopo aver appiccato il fuoco in Medio Oriente con lo sconsiderato e illegale attacco all’Iran insieme al ricercato internazionale Benjamin Netanyahu, ora vorrebbe lasciare i cosiddetti alleati europei (e la Cina) a spegnere l’incendio. Certo, i suoi modi brutali, ai quali dovremmo ormai esserci abituati, continuano a spiazzarci.
Ma non è che, toni a parte, con i suoi predecessori la sostanza della politica estera statunitense fosse poi tanto diversa. Dopo avercela menata per anni con la balla dell’esportazione della democrazia, tanto per fare un esempio, è stato il democratico Joe Biden ad ordinare in fretta e furia la vergognosa fuga degli Stati Uniti dall’Afghanistan, riconsegnando un intero popolo, sedotto e abbandonato, agli aguzzini talebani dai quali gli Usa promisero di liberarlo. Ora la storia si ripete con l’Iran.
Una guerra decisa senza consultare né avvisare gli alleati che in meno di tre settimane ha scatenato il caos nell’intera regione e una delle più gravi crisi energetiche degli ultimi anni. Un danno enorme per l’Europa a cui si somma pure la beffa: le sanzioni che Trump ha deciso di sospendere sul petrolio russo e che stanno già fruttando miliardi di dollari a Mosca. Cioè il nemico numero dell’Ue per interposta Ucraina. E di fronte al No – ci mancherebbe altro – degli alleati europei ad un intervento a supporto nello Stretti di Hormuz, chiuso alla navigazione dall’Iran come risposta agli attacchi israelo-americani, ora minaccia di lavarsene le mani lasciandoci, dopo i dazi e il 5% del Pil in armi, un altro conto da pagare.
Cosa arcinota, in verità, sin dall’inizio del conflitto che ha innescato, dal primo giorno dei raid contro il regime degli ayatollah una folle corsa dei prezzi dell’energia e dei carburanti. Questione sulla quale, fino a ieri, il governo Meloni non ha mosso un dito. Sarà un caso, ma la misura più volte annunciata è arrivata ad appena quattro giorni dal referendum sulla riforma che disarticola il Csm e sulla quale le destre rischiano di andare a sbattere.
Quanto al provvedimento, è previsto uno sconto sulle accise, ma solo per 20 giorni. L’ennesimo spot elettorale nel solco delle tante promesse fatte dalle destre, poi puntualmente disattese. A partire proprio dall’eliminazione delle accise sui carburanti.
(da lanotiziagiornale.it)

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