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GLI STRISCIONI RAZZISTI “NO MOSCHEA” DELLA LEGA SONO STATI RIMOSSI DAGLI AUTOBUS A VENEZIA E MESTRE: “MESSAGGI DISCRIMINATORI”

Maggio 7th, 2026 Riccardo Fucile

L’AZIENDA DI TRASPORTO PUBBLICO AVREBBE DOVUTO RIFIUTARLI DA SUBITO IN QUANTO VIOLANO IL REGOLAMENTO

È di pochi giorni fa la notizia della rimozione degli striscioni della Lega dagli autobus ACTV-AVM e VELA che servono il Comune di Venezia e Mestre. Gli striscioni erano entrati al centro di aspre polemiche a causa del loro testo: «No moschea, Vota Lega». Erano stati affissi durante la campagna elettorale per le elezioni amministrative in Veneto previste il 24 e il 25 maggio e, dopo le proteste dei rappresentanti della comunità islamica di Venezia e dell’UCOII (Unione delle Comunità Islamiche d’Italia), sono stati rimossi. Merito anche, più in generale, «di tutti i cittadini e le cittadine veneziani che, con senso civico, hanno preso posizione pubblicamente attraverso i propri social, condannando e contrastando questi messaggi discriminatori», come ha commentato in un messaggio sui social il presidente della Comunità Islamica Veneziana e Ministro di Culto, Sadmir Aliovski. Open lo ha raggiunto per un commento sulla questione.Sadmir Aliovski, presidente «Nel mese di aprile abbiamo notato che per il Comune di Venezia e Mestre si aggiravano 70 autobus delle compagnie di trasporti ACTV-AVM e VELA che riportavano sulla fiancata degli slogan con scritto “No moschea”. Siamo quindi dovuti subito intervenire in quanto un simile striscione, esposto su mezzi pubblici che stiamo pagando tutti noi – cittadini di fede musulmana inclusi – era particolarmente aggressivo e diretto contro una sola parte della comunità: quella appartenente alla religione islamica. Non potevamo ignorare la cosa».
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Come vi siete mossi, quindi?
«A livello locale abbiamo inviato una lettera al Prefetto, mentre a livello nazionale l’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia, da noi sollecitata, ha fatto un esposto alla Procura. La situazione così si è velocemente smossa e dopo due giorni abbiamo visto la rimozione degli striscioni. Ci tengo a precisare che abbiamo fatto il nostro intervento non per la costruzione di una moschea, ma per chiedere che non venissero utilizzate immagini di luoghi o simboli religiosi e sacri. La richiesta era quella di non strumentalizzare le sacralità di nessuna religione, soprattutto dal momento che la comunità islamica veneziana ormai conta 25mila persone».
Le aziende di trasporti hanno rilasciato qualche dichiarazione?
«VELA ha dichiarato che avrebbe rimosso gli striscioni riscontrando la presenza di contenuti di natura religiosa non compatibili con le regole che disciplinano l’utilizzo degli spazi pubblicitari sui mezzi del trasporto pubblico locale. Dal canto mio trovo positivo che la società che gestisce il trasporto pubblico nella nostra città, dopo quasi una settimana, abbia compreso la gravità della situazione e abbia chiesto al committente di sostituire gli striscioni con un messaggio alternativo conforme alle condizioni contrattuali, che non consentono la diffusione di contenuti religiosi, indipendentemente dal soggetto committente. Sarebbe stato però ancora meglio se, fin dal primo giorno, non fossero stati accettati e diffusi messaggi di questo tipo sui mezzi pubblici, visto che la normativa non lo consente. Ma, ormai, il danno era fatto».
Come è la situazione dei luoghi di culto a Venezia? Esiste una moschea?
«No, attualmente non esiste una moschea, anche perché per poter essere definito tale un luogo di culto deve rispondere a specifici requisiti, anche architettonici e strutturali. A Venezia ci sono centri culturali islamici, che non sono moschee. Sono centri che promuovono la cultura, il dialogo, l’integrazione e che sono molto utili alla città. Io personalmente avevo chiesto per il momento, piuttosto, visto che mancano i presupposti a quanto pare per costruire una vera moschea, di regolarizzare i nostri centri culturali, già attivi qui nel territorio ed esistenti da più di vent’anni. Dopo vent’anni, invece, al posto della regolarizzazione è arrivata questa bufera che li considera non in regola e abusivi».
Qual è la storia di questi centri culturali?
«Sono centri attivi sul territorio da molto tempo, nei quali si svolgono attività socioculturali. Nell’arco delle attività è normale che ci possano essere anche momenti di preghiera: si tratta dei comuni 5 momenti di preghiera giornalieri, che durano all’incirca 10 minuti l’uno nell’arco di ogni giornata, e dopo i quali si riprende l’attività socioculturale in cui si era impegnati prima della breve pratica religiosa. Ci siamo trovati molto spesso anche insieme alla comunità cristiana, per degli incontri di dialogo con la chiesa della Città Marghera, la chiesa della Resurrezione. Ci ritroviamo per discutere e, quando è il momento, interrompiamo brevemente l’attività di dialogo e facciamo le nostre preghiere in una saletta predisposta dal parroco. Dopodiché, riprendiamo l’attività di dialogo, ma questo non trasforma certamente la chiesa in moschea. Così i nostri centri culturali sono centri nei quali, per diritto costituzionale, a volte si prega. L’abbiamo fatto in varie occasioni, anche in varie sale in cui facciamo dei convegni o eventi. Il punto sta nel fatto di capire che c’è un’esigenza, quella di rispettare la preghiera della propria fede religiosa, che non è da prendere di mira per creare propaganda, soprattutto elettorale. Pregare è una necessità che non nuoce a nessuno: se io lavoro e sono di fede musulmana, ho il mio diritto di occupare quei 5 minuti di pausa, non essendo magari fumatore, andando a pregare in quel momento».
Qual è quindi la polemica legata ai centri culturali islamici?
«Inizialmente la polemica era legata al fatto che si trattasse di centri che spesso si trovavano in zone abitate, per esempio al piano terra di un condominio. In un certo modo, quindi, potevano dare fastidio a causa del flusso di persone che entravano e uscivano. Attualmente, però, quasi tutti i centri culturali si trovano nella prima periferia della città e sono abbastanza distaccati dal centro. È un peccato perché il diritto non prevede che una religione per essere applicata debba uscire fuori dal centro delle città: la fede e la vita quotidiana devono andare in parallelo, non devono essere esclusi, fuori dalla vita di tutti i giorni e dai luoghi in cui si svolge. Ad ogni modo, comprendevamo benissimo come, soprattutto la preghiera del mattina – quella dell’alba – e la preghiera notturna, potessero creare disagio per il rumore».
(da agenzie)

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IL “WASHINGTON POST” HA VERIFICATO LE FOTO PUBBLICATE DAI MEDIA IRANIANI: GLI ATTACCHI DEL REGIME DI TEHERAN HANNO DANNEGGIATO O DISTRUTTO ALMENO 228 STRUTTURE NEI SITI MILITARI AMERICANI IN MEDIORIENTE (HANGAR, CASERME, DEPOSITI, AEREI, APPARECCHIATURE)

Maggio 7th, 2026 Riccardo Fucile

GLI ATTACCHI AEREI HANNO COSTRETTO I COMANDI USA A TRASFERIRE IL PERSONALE IN SITI FUORI DALLA PORTATA DEL FUOCO DEI PASDARAN

Le immagini satellitari mostrano che l’Iran ha colpito molte più infrastrutture militari statunitensi di quanto riportato. E’ quanto scrive il Washington Post. Le immagini pubblicate dai media iraniani affiliati allo Stato e verificate dal Washington Post, scrive il quotidiano Usa, mostrano danni ad almeno 228 strutture o attrezzature in siti militari statunitensi.
Gli attacchi iraniani hanno danneggiato o distrutto almeno 228 strutture o equipaggiamenti legati a siti militari americani sparsi in Medio Oriente dall’inizio della guerra, colpendo hangar, caserme, depositi di carburante, velivoli e apparecchiature radar, comunicazioni e difesa aerea.
Il Washington Post da conto di un’analisi svolta sulle immagini satellitari da cui emerge che l’entità dei danni è di gran lunga superiore a quanto pubblicamente ammesso dal governo degli Stati Uniti o precedentemente riportato.
La minaccia di attacchi aerei ha reso alcune basi americane nella regione troppo pericolose per essere presidiate ai livelli abituali: di conseguenza, all’inizio del conflitto, il 28 febbraio, i comandi Usa hanno trasferito la maggior parte de
personale dei siti più esposti fuori dalla portata del fuoco iraniano, secondo quanto riferito da funzionari ufficiali.
Sette militari americani, ad esempio, hanno perso la vita in attacchi di Teheran alle strutture Usa, di cui sei in Kuwait e uno in Arabia Saudita, e oltre 400 soldati hanno riportato ferite entro la fine di aprile, come ha comunicato il Pentagono. Malgrado la maggior parte dei feriti sia rientrata in servizio nel giro di pochi giorni, almeno 12 hanno riportato lesioni classificate come gravi dai funzionari militari, secondo quanto riferito da fonti ufficiali statunitensi.
(da agenzie)

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SONIA ALFANO LASCIA POLEMICAMENTE AZIONE, A CUI AVEVA ADERITO DUE ANNI FA: “NON C’È DISCUSSIONE, NÉ CONFRONTO DEMOCRATICO. SI FANNO SCELTE FUORI DA OGNI CONDIVISIONE. CON L’INDICAZIONE DEL SINDACO DI SIRACUSA, FRANCESCO ITALIA, A COMMISSARIO REGIONALE SI RIPOSIZIONA IL PARTITO NELL’AREA DEL CENTRODESTRA. NON POTEVO FARE PARTE DI QUESTO MECCANISMO”

Maggio 7th, 2026 Riccardo Fucile

L’ATTACCO A CALENDA: “NON MI HA NEANCHE RISPOSTO AL TELEFONO” – L’EX EUROPARLAMENTARE POTREBBE ADERIRE AL PARTITO “CONTROCORRENTE” DELL’EX IENA ISMAELE LA VARDERA

Sonia Alfano lascia polemicamente Azione di Carlo Calenda e sembra destinata ad approdare in Controcorrente Ismaele La Vardera. Un amore tradito secondo la ex presidente della Commissione antimafia europea.
“Non c’e’ discussione, ne’ confronto democratico”, accusa, “si negano al telefono e si fanno scelte fuori da ogni condivisione. Con l’indicazione del sindaco di Siracusa, Francesco Italia, a commissario regionale si riposiziona il partito nell’area centrista del centrodestra. Non potevo fare parte di questo meccanismo.
Anche molti altri responsabili regionali del Dipartimento legalita’ pensano come me che cosi’ non si puo’ continuare”. Nel corso della conferenza stampa a Palazzo dei Normanni era presente anche l’ex Iena La Vardera, che l’ha invitata a fare ingresso nel suo partito: “Puo’ essere la tua casa naturale”, ha detto il candidato alla presidenza della Regione. “Mi sono presa un po’ di tempo per decidere”, e’ stata la risposta di Sonia Alfano, figlia di Beppe Alfano, il giornalista ucciso dalla mafia a Barcellona Pozzo di Gotto (Messina)
Sonia Alfano lascia Azione, aveva aderito al partito due anni fa ed è stata a capo del dipartimento legalità. “Era un passaggio necessario, chiudo un capitolo fondamentale della mia vita, un momento che avrei voluto condividere prima con Carlo Calenda, ma che non mi ha neanche risposto al telefono – dice Alfano.
Ho lavorato per anni, da sola, nella costruzione di un partito ed è stata un’esplosione bellissima, che però devo mettere da parte perché la coerenza viene prima di tutto. Ed è proprio per coerenza che oggi io, insieme a tanti dirigenti e attivisti che hanno sostenuto questo progetto fin dall’inizio, abbiamo deciso di fare un passo indietro.
Non ho più visto nel partito quei valori e quella linearità che ci avevano convinto ad aderire. Sono state abbandonate battaglie fondamentali che avevano alimentato speranze ed entusiasmo”. E aggiunge: “Sono lusingata dai numerosi contatti ricevuti in queste ore da tanti partiti, segnali che testimoniano la validità del lavoro svolto.

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L’ERRORE STRATEGICO DI TRUMP: COCCOLA GLI EVANGELICI E LA DESTRA MA PERDE I CATTOLICI, CHE FURONO DECISIVI PER LA SUA ELEZIONE (E LO SARANNO ANCHE ALLE MIDTERM

Maggio 7th, 2026 Riccardo Fucile

PER TORNARE AD ATTACCARE PAPA LEONE XIV, IL TYCOON HA SCELTO “SALEM NEWS”, RETE TV E PIATTAFORMA STREAMING TURBO-CONSERVATRICE -… MICHAEL J. O’LOUGHLIN, DIRETTORE DELLA RIVISTA NATIONAL CATHOLIC REPORTER: “INIMICARSI I CATTOLICI NON È UNA BUONA IDEA. CREDO ANCHE CHE LO FACCIA PERCHÉ IL PAPA È AMERICANO E GODE DI SONDAGGI INTERNI PIÙ ELEVATI DEI SUOI, SENTE IL FIATO DELLA CONCORRENZA” … I SONDAGGI: DUE AMERICANI SU TRE SOSTENGONO PREVOST E BOCCIANO TRUMP E HEGSETH PER I LORO MESSAGGI RELIGIOSI

È una rete televisiva e piattaforma streaming conservatrice, legata al gruppo Salem Media, attiva con programmi di informazione e commento politico.
Il network si rivolge in particolare a un pubblico evangelico e alla destra americana ed è stato anche il canale su cui l’attivista Charlie Kirk, assassinato lo scorso anno, trasmetteva i suoi podcast.
Negli anni è diventato uno spazio mediatico vicino alle posizioni dell’area trumpiana, ospitando esponenti politici e opinionisti del mondo repubblicano e contribuendo a rafforzare l’ecosistema dei media conservatori negli Usa.
Due americani su tre vedono positivamente il fatto che Leone XIV li abbia esortati a contattare il Congresso per chiedere il rifiuto della guerra e di lavorare per la pace, e una percentuale ancora maggiore boccia i messaggi in cui la religione è stata strumentalizzata a fini politici, e bellici, da Donald Trump e Pete Hegseth.
E’ quanto emerge da un sondaggio pubblicato oggi da Washington Post e Abcnews, a poche ore dalla partenza per Roma del segretario di Stato, Marco Rubio, che domani sarà in visita in Vaticano, per ricucire i rapporti dopo gli attacchi che Trump ha mosso al Papa per le sue critiche alla guerra con l’Iran e alle politiche sull’immigrazione.
Attacchi che in realtà il tycoon ha rinnovato ieri ripetendo quanto affermato in passato in un post, cioé di “non voler un Papa che pensa che sia Ok che l’Iran abbia un’arma nucleare”, affermazione che vista negativamente dal 57% degli intervistati, mentre viene sostenuta solo dal 38%.
Il sondaggio conferma poi come l’attacco senza precedenti di Trump nei confronti di Leone XIV, il primo Pontefice americano, stia erodendo il sostegno elettorale tra i cattolici che nel 2024 hanno votato in massa, con un margine di 20 punti, per lui. Ora tra i cattolici che hanno votato per lui il suo tasso di popolarità è sceso al 49%, rispetto al 63% del febbraio 2025, mentre in generale tra i cattolici è al 38%.
Per quanto riguarda poi la popolarità di Leone XIV, il 41% degli intervistati dà un giudizio positivo su di lui e solo 16% uno negativo, con un 43% di americani che dicono di non conoscere bene il Papa che l’8 maggio conclude il suo primo anno di Pontificato.
Papa Prevost naturalmente è molto più conosciuto tra i cattolici americani, con il 61% di loro, il 76% tra i democratici e il 48% tra i repubblicani, che ha un giudizio positivo sul Pontefice nato a Chicago, mentre solo il 14% ha un giudizio negativo, il 6% tra i democratici e il 23% tra i repubblicani.
Infine, la stragrande maggioranza degli intervistati, l’87%, boccia l’ormai famigerato post in cui Trump si è rappresentato come Gesù, e a un consistente 69% non piace il fatto che Hegseth al Pentagono abbia pregato invocando “una schiacciante azione violenta contro quelli che non meritano nessuna pietà”. Nel dettaglio, il poll indica che non solo il 95% degli elettori democratici, ma anche il 79% dei repubblicani non ha accolto positivamente il post di Trump-Gesù, una bocciatura che viene condivisa dal 90% degli elettori cristiani, sia da quelli protestanti di ogni denominazione che dai cattolici.
Netto anche il giudizio negativo del 75% degli intervistati sul post con cui Tru mentre cercava di spingere l’Iran al negoziato, ha affermato che “un’intera civilità morirà questa notte e non sarà più portata in vita”, con un’apparente allusione al ricorso alle armi nucleari che è stata fortemente condannata, anche da teologici e filosofi che studiano i rapporti tra morale e guerra.
In questo nuovo attacco di Donald Trump a papa Leone colpisce la scelta dei tempi: proprio alla vigilia dell’arrivo a Roma del suo ministro degli Esteri, Marco Rubio, che doveva diminuire la tensione. E come reagisce il mondo cattolico americano?
Lo chiediamo a Michael J. O’Loughlin, direttore della rivista National Catholic Reporter , un’esperienza di quindici anni nel periodico gesuita America, The Jesuit Review . Gli ricordo che il Papa ha già risposto a Trump in modo significativo: «Spero di essere ascoltato per il valore della parola di Dio».
«Risposta perfetta del Papa, ricorda di essere un leader religioso, mentre Trump lo tratta come un qualunque leader politico che lo critica nelle sue scelte: va subito all’attacco. Ma è recidivo, inimicarsi i cattolici non è una buona idea. Credo anche che lo faccia perché il Papa è americano e gode di sondaggi interni più elevati dei suoi, sente il fiato della concorrenza, tutto molto illogico, ma questa è la natura di Trump».
Quanto è difficile la missione di Rubio?
«Il presidente non gli ha fatto un favore. Ma il senso della missione non cambia.
Trump è impulsivo ma non vuole l’escalation. La missione del segretario di Stato è più importante delle dichiarazioni ripetute di Trump. Il fatto stesso che l’incontro avvenga dimostra che sia il Vaticano che la Casa Bianca vogliono voltare pagina».
C’è un risvolto di politica interna?
«Sì, Rubio è profondamente cattolico e vuole dimostrare di essere vicino al Papa anche in funzione delle presidenziali 2028. È ormai emerso come uno dei candidati di punta alla corsa repubblicana, significativo che JD Vance sia rimasto a casa. Rubio ha un vantaggio: è parte del mondo trumpiano ma è anche parte di una coalizione più tradizionale del pensiero repubblicano. Il vicepresidente è invece emerso solo attraverso Maga e il trumpismo».
Che differenza vede tra cattolici e cristiani evangelici?
«Gli evangelici sono più schierati con il trumpismo. Fanno parte di quella base elettorale di circa il 40% pronta a sostenere il presidente ad ogni costo. Il voto cattolico è più frammentato. Gli 80 milioni di cattolici sono generalmente più favorevoli alla giustizia sociale, vogliono proteggere gli immigrati e si sono alternati tra democratici e repubblicani. John Kennedy, il primo presidente cattolico, era un democratico».

(da “Corriere della Sera”)

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S’È FERMATA DUBAI. CON LO STOP AL TURISMO IMPOSTO DALLA GUERRA NEL GOLFO, GLI HOTEL DI SUPERLUSSO DELLA CITTÀ DEGLI EMIRATI ARABI CHIUDONO PER “RESTAURO”: RINNOVANO CAMERE, RISTORANTI, SPA E SERVIZI, INVESTONO MILIONI SPERANDO DI TORNARE PRESTO AD ATTRARRE RICCONI

Maggio 7th, 2026 Riccardo Fucile

IL CASO PIÙ ECLATANTE È QUELLO DEL BURJ AL ARAB, DIVENTATO UN SIMBOLO DI DUBAI CON LA SUA STRUTTURA A FORMA DI VELA, CHE RIAPRIRÀ SOLO A FINE 2027

Il Park Hyatt Dubai, l’Armani Hotel all’interno del Burj Khalifa, il St. Regis Dubai The Palm, l’Anantara Word Islands Dubai Resort, il JWMarriott Marquis Hotel Dubai, il Radisson Blu Hotel di Dubay Media City.
Con il turismo congelato dall’attuale situazione geopolitica, Dubai si ferma e coglie l’occasione per rifarsi il look. Il mondo dell’ospitalità si ferma. Chiudono per restauro molti degli indirizzi più noti e blasonati della metropoli emiratina, approfittando della fase di stasi per rinnovare camere, ristoranti, spa e servizi, sperando di tornare presto ad attrarre viaggiatori da ogni dove.
Ma il restyling più chiacchierato è quello del Burj Al Arab, emblema della città stessa, parte del gruppo Jumeirah, che chiude per la prima volta dalla sua apertura, dedicandosi a un accurato restauro dei suoi spazi.
Inaugurato nel 1999, l’hotel è diventato subito uno dei simboli dell’ospitalità di lusso della città. Con la sua struttura a forma di vela, tra le più fotografate al mondo, e un design interno opulento, luccicante di marmi e oro, l’albergo ha contribuito a ridefinire lo skyline della città: quando è stato completato, alla fine degli anni Novanta, non si era mai vista una struttura così.
Il rooftop panoramico dalla vista circolare, l’atrio alto 180 metri scale, balconate e giochi d’acqua, il ristorante sommerso con le pareti-acquario, la pista per gli elicotteri sospesa nel vuoto, la piscina a sfioro nell’acqua del mare: non si era mai visto niente del genere.
Si diceva che avesse “sette stelle”: non esiste una classificazione del genere nel settore ospitalità, ma le solite cinque per tutto quello sfarzo non bastavano neanche.
I numeri sono da record: un imponente atrio alto ben 180 metri, tra fontane a cascata e acquari popolati da 400 specie tra pesci, squali e razze, quasi 1.790 metri
quadrati di foglia d’oro a 24 carati attraversano gli ambienti, insieme a 86.500 cristalli Swarovski applicati a mano.
Oltre 30 varietà di marmo Statuario, la stessa utilizzata da Michelangelo, rivestono circa 24.000 metri quadrati di pareti e pavimenti, e poi specchi, mosaici e chi più ne ha più ne metta: non si è badato a spese insomma.
Ora questo simbolo di Dubai spegne le luci: Jumeirah Group ha annunciato un programma di restauro concepito come un intervento di conservazione a lungo termine, più che una semplice ristrutturazione. L’obiettivo è mantenere intatto il valore architettonico e culturale dell’edificio, intervenendo sugli interni con la stessa attenzione riservata alla tutela di un’opera d’arte.
Come ha dichiarato Thomas B. Meier, Chief Executive Officer di Jumeirah: “Jumeirah Burj Al Arab è molto più di un punto di riferimento architettonico; è un simbolo di ambizione, artigianalità ed eccellenza duratura. Negli ultimi 27 anni, questa straordinaria struttura ha accolto gli ospiti con la stessa passione e standard di livello mondiale che la distinguono da qualsiasi altro hotel al mondo. Questo programma di restauro segna un nuovo capitolo nella storia del Burj Al Arab”.
Un lavoro di grande responsabilità, come lo definisce l’interior architect Tristan Auer – a capo di questa fase del restyling – noto per la sua capacità di lavorare su contesti culturali ed edifici storici (dal Carlton Cannes al parigino Hôtel de Crillon) senza snaturarne l’identità. Sarà – come spiega – un restauro conservativo, con la missione di preservare materiali, proporzioni e identità originaria, intervenendo in modo mirato sugli elementi che necessitano di aggiornamento o rilettura.
Il progetto si svilupperà in circa diciotto mesi e sarà articolato in più fasi, così da permettere un intervento progressivo sugli spazi senza interrompere la continuità della struttura nel suo complesso.
L’idea non è trasformare, ma “riportare in equilibrio” gli spazi, mantenendo il linguaggio opulento che ha reso riconoscibile la struttura fin dalla sua apertura, trasformandola in un emblema. Per vedere il risultato dobbiamo aspettare la fine del 2027, sperando che la situazione nel Medioriente sia tornata alla normalità.
(da Repubblica)

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ECCO L’EFFETTO BUTTAFUOCO: È SCOPPIATO IL CAOS AL PADIGLIONE RUSSO DELLA BIENNALE DI VENEZIA! ALL’APERTURA UFFICIALE DELLA MOSTRA RISERVATA AI GIORNALISTI, ALCUNI MANIFESTANTI CON LE BANDIERE UCRAINE HANNO GRIDATO “RUSSIA STATO TERRORISTA” E MOSTRATO CARTELLI CON SCRITTE CONTRO MOSC

Maggio 6th, 2026 Riccardo Fucile

POCO DOPO L’ESIBIZIONE DEL CORO RUSSO, UN GIOVANE TRA IL PUBBLICO HA TIRATO FUORI UNA BOTTIGLIA DI LATTE E L’HA VERSATA SUI PRESENTI E HA SCARAVENTATO CONTRO IL MURO UNA FETTA DI PARMIGIANO … IL COMMISSARIO UE ALLA CULTURA, GLENN MICALLEF: “NO ALL’USO DI PALCOSCENICI EUROPEI PER LA PROPAGANDA RUSSA” … IL DEM FILIPPO SENSI: “MI VERGOGNO PER QUESTA VITTORIA REGIME RUSSO”

Tensione davanti al Padiglione russo alla Biennale di Venezia nel giorno dell’apertura ufficiale su invito. Grande schieramento di polizia e manifestanti, alcuni con le bandiere ucraine, che gridano “Russia Stato terrorista” e mostrano cartelli con scritte contro Mosca.
Dentro il Padiglione al piano superiore durante un’esibizione un giovane ha lanciato verso il pubblico il contenuto di una bottiglia di latte e ha scaraventato contro il muro una fetta di parmigiano, ma è stato subito bloccato dalle forze dell’ordine.
Caos al padiglione russo alla Biennale Arte di Venezia durante l’opening ufficiale alle ore 17 di oggi, riservato ai giornalisti accreditati invitati. Poco dopo la prima esibizione del coro russo, all’inizio della cerimonia, un giovane tra il pubblico ha tirato fuori da una borsa una bottiglia di latte e l’ha versata sui presenti. Una ventina di persone hanno avuto i vestiti macchiati dal latte.
Né l’ambasciatore russo né la Commissaria del Padiglione sono stati colpiti dal latte. Sono quindi intervenute le forze dell’ordine e hanno portato via il giovane, sembra per identificarlo.
MINISTRI UCRAINA, POLONIA E BALTICI, LA RUSSIA USA LA CULTURA PER RIPULIRSI
“I valori di libertà, dignità umana e democrazia sono gli stessi che l’aggressione russa cerca di distruggere. Uno Stato che muove una guerra di aggressione non può presentarsi come rappresentante della cultura. Riaffermiamo il nostro sostegno alla libertà artistica e di espressione, ma questa libertà non deve essere strumentalizzata per ‘ripulire’ i crimini di Stato o conferire legittimità all’aggressione”: così la ministra della Cultura dell’Ucraina Tetiana Berezhna, in un evento alla Biennale Arte alla presenza dei ministri della Cultura di Polonia, Lituania, Estonia e Lettonia, che hanno condiviso il ‘no’ alla presenza di Mosca.
BIENNALE ARTE: UE, NO A USO PALCOSCENICI EUROPEI PER PROPAGANDA RUSSA
Biennale Arte: Ue, no a uso palcoscenici europei per propaganda russa Bruxelles, 6 mag. (LaPresse) – “La mia posizione rimane invariata: la cultura europea e i palcoscenici europei non devono mai essere utilizzati per la propaganda russa. Questa è una posizione ferma, un impegno fermo. Abbiamo già dato una risposta molto chiara in questo senso: non ci sarà alcun sostegno europeo all’utilizzo di palcoscenici per la propaganda.
BIENNALE ARTE: SENSI, ‘MI VERGOGNO PER QUESTA VITTORIA REGIME RUSSO’
“Mi vergogno come italiano per la Biennale di Putin, mi vergogno per l’ambasciatore, mi vergogno per gli applausi compiacenti, mi vergogno per i causidici, mi vergogno per gli ignavi, mi vergogno per questa vittoria del regime russo, mi vergogno per i dotti, medici e sapienti”. Lo scrive il senatore Pd, Filippo Sensi, sui social.
“Difendere la cultura e l’autonomia della cultura significa anche difenderla dalla propaganda filo-governativa russa. Il padiglione russo alla Biennale e’ una scelta gravissimo ed intollerabile. Crea un grandissimo imbarazzo al nostro Paese, che si colloca fuori dalla linea dell’Unione europea. Siamo davvero preoccupati per quanto sta accadendo per responsabilita’ di incapacita’ e divisioni di maggioranza e governo”.
Lo afferma Piero De Luca, capogruppo del Partito Democratico in Commissione Affari europei della Camera. “Del resto e’ la stessa posizione espressa anche dai ministri della Cultura di Ucraina, Polonia, Lituania, Estonia e Lettonia, con in testa la ministra ucraina Tetiana Berezhna, che hanno chiarito come la Russia utilizzi la cultura come strumento di propaganda e di legittimazione dell’aggressione.
Un segnale politico chiaro che dovrebbe far riflettere il governo italiano. Il duo Meloni-Giuli gioca allo scaricabarile con la presidenza della Biennale, ma quanto accaduto rappresenta il fallimento e la dimostrazione dell’incapacita’ di gestione delle istituzioni culturali da parte del governo. Non si va avanti per strappi, non si va avanti con personalismi e imposizioni. Serve invece una forte e continua attivita’ di dialogo”, conclude De Luca.
“La libertà non è di per sé una condizione sufficiente a rendere giusta una scelta. Si può essere liberi e sbagliare. Nessuno mette in discussione l’autonomia, che resta un principio sacrosanto. Ma la scelta compiuta dalla Biennale, che ha finito per offrire un palcoscenico alla propaganda russa, è stata e continua a essere inaccettabile”.
Lo afferma Irene Manzi, capogruppo del Partito Democratico in Commissione Cultura alla Camera. “Ora che il padiglione russo è stato aperto e il mondo dell’arte ha potuto visitarlo, emerge con ancora maggiore evidenza la gravità di quanto accaduto. È inaccettabile che una manifestazione culturale di rilievo internazionale venga piegata a logiche propagandistiche.
Questa vicenda è il frutto di una gestione della cultura da parte del governo, a partire da Giuli e Meloni, fatta di imposizioni, strappi e personalismi, senza dialogo né capacità di ascolto. Un approccio che ha irrigidito tutto, producendo un grave danno per il Paese e per la credibilità delle nostre istituzioni culturali. Anche i ministri della Cultura di Ucraina, Polonia e dei Paesi baltici hanno ribadito come la Russia utilizzi la cultura per ripulirsi
(da agenzie)

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IL FALLIMENTO DEL SISTEMA SANITARIO ITALIANO: LE PERSONE SONO COSTRETTE A RINUNCIARE ALLE CURE. SECONDO L’OCSE, QUASI L’8% DEGLI ITALIANI NON PUO’ PROSEGUIRE LE TERAPIE PER I TEMPI ECCESSIVI. A CIÒ SI AGGIUNGE LA BASSA COPERTURA PUBBLICA PER LE PRESTAZIONI AMBULATORIALI E ODONTOIATRICHE, CHE SPESSO SPINGE I PAZIENTI A PAGARE PER ACCEDERE PIÙ RAPIDAMENTE AI PRIVATI

Maggio 6th, 2026 Riccardo Fucile

SI CREA UNA FORTE DISUGUAGLIANZA, IN BARBA ALLA COSTITUZIONE (ART. 32: “LA REPUBBLICA TUTELA LA SALUTE COME FONDAMENTALE DIRITTO DELL’INDIVIDUO E INTERESSE DELLA COLLETTIVITÀ, E GARANTISCE CURE GRATUITE AGLI INDIGENTI”)

Le lunghe liste d’attesa rappresentano il principale ostacolo nel sistema sanitario italiano, causando nel 2023 la rinuncia alle cure mediche necessarie da parte del 7,6% della popolazione.
A ciò si aggiunge la bassa copertura pubblica per le prestazioni ambulatoriali e odontoiatriche, che spesso spinge i pazienti a pagare di tasca propria per accedere più rapidamente ai fornitori privati. Ciò crea una forte disuguaglianza: nel 2024, gli adulti a rischio di povertà erano oltre 2,5 volte più propensi a segnalare bisogni sanitari insoddisfatti rispetto alla popolazione generale. Lo rileva il report dell’Ocse ‘Profilo della Sanità 2025: Italia’ presentato oggi al Cnel.
L’eccessiva lunghezza delle liste d’attesa ha interessato 2,7 milioni di persone, quasi il doppio rispetto agli 1,5 milioni registrati nel 2019, a indicare come la pandemia abbia acuito un problema di vecchia data. I ritardi si concentrano nei punti di accesso alle cure specialistiche: le visite iniziali e gli esami diagnostici hanno rappresentato oltre il 60% di tutti gli ostacoli all’accesso legati ai tempi di attesa, superando di gran lunga i problemi relativi alle fasi successive del trattamento.
Per combattere i tempi di attesa sempre più lunghi, l’Italia ha lanciato il Piano nazionale per la gestione delle liste d’attesa.
(da agenzie)

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“DURANTE LA CAMPAGNA ELETTORALE HO MENZIONATO SPESSO FALCONE E BORSELLINO”: PÉTER MAGYAR, CHE HA BATTUTO ORBAN ALLE ULTIME ELEZIONI IN UNGHERIA, CITA I DUE GIUDICI UCCISI DALLA MAFIA

Maggio 6th, 2026 Riccardo Fucile

MAGYAR È ANDATO AL “RIVIERA INTERNATIONAL FILM FESTIVAL” DI SESTRI LEVANTE, DOV’È APPARSO ALLA PRIMA EUROPEA DI UN DOCUMENTARIO A LUI DEDICATO, “SPRING WIND – THE AWAKENING”: “ANCHE NOI ABBIAMO DOVUTO LOTTARE CONTO UN ALTRO TIPO DI MAFIA CHE C’ERA NEL PAESE”

C’è una scena magnifica nelle Idi di marzo di George Clooney in cui Ryan Gosling tenta di convincere una giornalista che lui nel candidato cui dedica diciotto ore al giorno ci crede davvero. Lei ride, incredula. A Washington nessuno crede in nulla.
Finché in Europa qualcuno ha adottato la camicia bianca come un’uniforme suscitando lo stesso entusiasmo dell’Obama degli esordi. Spazzando via ogni cinismo tra i suoi più stretti collaboratori come nelle folle che ha battuto a tappeto in 700 villaggi e città.
Ieri quell’uomo, Péter Magyar, il trionfatore delle recenti elezioni in Ungheria, il candidato che ha sconfitto il grande autocrate Viktor Orbán, ha deciso di trascorrere le sue ultime ore da “uomo libero”, ancora inebriato dalla vittoria schiacciante ma ancora non investito dello scettro di primo ministro, al Riviera International Film
Festival di Sestri Levante, dov’è apparso alla prima europea di un documentario a lui dedicato, Spring Wind – The Awakening.
In fondo, in piena coerenza con la riconoscenza che ha sempre mostrato finora verso chi lo ha seguito sin dall’inizio, come il regista del film, Tamás Yvan Topolánszky. Dal palco del cinema Ariston, Magyar ha voluto menzionare due grandi italiani: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, morti per la giustizia, assassinati dalla mafia
«Li ho citati spesso in campagna elettorale», ha annuito. Lui che di mafia ne ha combattuta un’altra: quella pervasiva del regime autocratico e capillare di «paparino» Orbán, come lo chiamavano ironici i suoi connazionali
Nel film scorrono le immagini del miracolo, la ribellione di Magyar contro il padre padrone dell’Ungheria, il dolore dei figli che ripetono la propaganda onnipresente di Orbán, «papà sei un traditore», la rottura con l’ex moglie, le manifestazioni sempre più oceaniche dei suoi sostenitori, «non ho paura». E restano le parole del regista: «Volevo raccontare un dramma shakespeariano, è diventato il più grande evento storico degli ultimi decenni».
(da Repubblica)

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I FRATELLI D’ITALIA SI STANNO FACENDO FUORI DA SOLI, ORA TIENE BANCO LO SCAZZO GIULI-BUTTAFUOCO SULLA BIENNALE, MA I PUNTI DI FRATTURA INTERNI NEL PARTITO DI GIORGIA MELONI SONO INFINITI

Maggio 6th, 2026 Riccardo Fucile

C’È IL DUALISMO CROSETTO-MANTOVANO (CON UN OCCHIO AI SERVIZI), QUELLO TRA ROSSI E CHIOCCI IN RAI, MENTRE NON SI PLACA L’OSTILITÀ TRA I “GABBIANI” DI RAMPELLI E LA NUOVA LEADERSHIP DEL PARTITO (ARIANNA MELONI E GIOVANNI DONZELLI, CON L’OMBRA DI FRANCESCO LOLLOBRIGIDA CHE SOGNA DI RICONQUISTARE LA GESTIONE DI VIA DELLA SCROFA)

Quattro anni di legislatura sul filo del rasoio. A meno di un anno dalle elezioni politiche, la maggioranza che sostiene il governo Meloni si trova a dover fare i conti con un’infinita serie di duelli interni.
L’ultimo e il più pirotecnico è senz’altro quello tra due vecchi amici – testimone Giordano Bruno Guerri – come Alessandro Giuli e Pietrangelo Buttafuoco. A dividerli la Biennale, o meglio la scelta di ospitare la delegazione della Federazione russa.
All’origine del dissidio, un’interpretazione diversa del modo migliore di raggiungere l’egemonia culturale tanto agognata dalla destra. Che pure continua a schiantarsi contro i limiti reali delle governance proposte dal ministero della Cultura, da quella Rai in giù. Per dirla ancora con Guerri, «la concretezza» di Giuli contro «la fantasia» di Buttafuoco
Il risultato: un presidente accusato di russofilia che interpreta nella maniera più autentica la linea originaria del sistema culturale alle spalle di Giorgia Meloni e un ministro impallinato nel tentativo di coniugare l’eredità del mondo post-missino e gli accordi europei a cui aderisce il governo del centrodestra.
Ma lo screzio tra Buttafuoco e Giuli non è l’unico che ha animato la legislatura. Un altro duello a cui le cronache ci hanno ormai abituato da tempo è quello tra il ministro della Difesa Guido Crosetto e il sottosegretario con delega ai sevizi Alfredo Mantovano, che controlla anche l’Aise, i servizi segreti per l’estero di cui il numero uno della Difesa non si è mai fidato appieno.
Una posizione gravissima, anche se la sfida sembra ormai essersi chiusa a sfavore del ministro, che si è visto progressivamente privare dei suoi punti di riferimento nell’ambiente
Non c’è il rischio di annoiarsi neanche in Forza Italia. Tra gli azzurri si consumano
parecchie partite interne, come la sfida evergreen tra Antonio Tajani e Giorgio Mulè. Un po’ un derby forzista, anche se di questi tempi l’approccio vellutato del siculo vicepresidente della Camera, diametralmente opposto a quello romanocentrico del segretario, sembra ben più gradito alla famiglia Berlusconi.
E poi, ovviamente, c’è il grande scontro – per ora ancora carsico, ma che riempie le pagine dei giornali – tra Giorgia Meloni e Marina Berlusconi per la supremazia del centrodestra.
O della destra, se Marina dovesse scegliere un’altra strada. Underdog contro primogenita, destra nazionale contro liberale, ma tanti tratti in comune. Dalla capacità di imporsi su mondi molto maschili al talento di cogliere certi spostamenti dell’elettorato prima di altri
Soprattutto, però, la repulsione nei confronti di Matteo Salvini: per Meloni è un potenziale concorrente, per la primogenita del fu Cavaliere è un partner troppo distante dai propri valori di riferimento.
Mentre nella compagine governativa spesso si ritrova a spingere dalla parte opposta dell’altro vicepremier Tajani, anche internamente alla sua area politica il leader della Lega ha il suo rivale d’elezione: a sfidarlo è stato (come potrebbe essere diversamente, per un uomo d’arma) il generale Roberto Vannacci
A trovarsi spesso su fronti opposti, uno a vigilare sulla tenuta dei conti, l’altro a promettere salvataggi spericolati a destra e a manca, sono anche Giancarlo Giorgetti e Adolfo Urso, rispettivamente ministro dell’Economia leghista e ministro delle Imprese meloniano.
In Fratelli d’Italia, poi, è tutta una questione di appartenenze generazionali e geografiche: se su Roma l’eminenza grigia di Fabio Rampelli è stata spodestata da Arianna Meloni, l’ex compagno della sorella della premier e ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, vorrebbe riconquistare la gestione diretta delle truppe del partito, attualmente in mano al responsabile territori Giovanni Donzelli.
Sempre nel mondo meloniano, ad avere visioni differenti su come interpretare al meglio il racconto del governo nel servizio pubblico sono invece l’ad Rai Giampaolo Rossi e il direttore del Tg1 Gian Marco Chiocci, spesso dipinti, ma solo dai maliziosi, come due contraenti ai ferri corti.
Insomma, i duelli a destra non finiscono mai. E tutte le energie investite nelle sfide personali rendono la miccia del governo sempre più corta.
(da “Domani”)-

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