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SONDAGGIO DEMOS: FORTE LEGAME CON LA PROPRIA NAZIONE, OLTRE I LOCALISMI, ORGOGLIOSI DI ESSERE ITALIANI

Maggio 2nd, 2011 Riccardo Fucile

DELUSI DALLA POLITICA, PRONTI A RIUNIRSI NELLE EMERGENZE: NELLA CRISI TORNA LA COESIONE….FAMIGLIA E PATRIMONIO ARTISTICO PUNTI SALDI DI RIFERIMENTO

Solo la crisi e gli attacchi portano l’Italia, paese dai mille campanili, a riscoprire l’orgoglio dell’unità  nazionale.
È quanto emerge da una ricerca condotta da Demos per Intesa San Paolo.   Sul futuro del Paese permane un profondo pessimismo anche se   aver conquistato 150 anni fa l’unità  della nazione viene considerato:”Un fatto estremamente positivo”.
Patrimonio artistico e famiglia sono i due valori principali che attraversano l’intera società  italiana.
Uniti e divisi al tempo stesso. Sembra essere il paradosso che vivono gli italiani. Una condizione non nuova per la verità , ma in forte accentuazione nell’ultima fase.
Nonostante tutto ciò, l’unità  nazionale non appare in discussione.
Anzi, proprio nei momenti di tensione più intensi, quando le fratture si allargano, gli italiani sembrano rivalutare l’importanza di essere uniti. Riscoprono il valore e i valori della coesione.
Insomma, si sentono italiani.
Italiani nonostante e contro chi ne mette in discussione l’unità .
Ma anche disattenti e poco appassionati, in tempi normali. Normalmente divisi per storia e tradizione, geografia e politica.
Uniti per istinto, abitudini e pratiche sociali.
Mai come in questo momento il nesso tra unità  e divisione è apparso visibile. Forse perchè il 150enario ha costretto tutti ad interrogarsi sulla questione, senza eluderla.
La società  e la politica si sono trovate di fronte ad un evento che ha offerto uno spazio inedito sia alle polemiche sia alle espressioni di solidarietà  e di sostegno intorno ad un tema tradizionalmente messo fra parentesi.
Lo stesso, acceso, dibattito sulla riforma federalista ha contribuito inevitabilmente a richiamare il nesso fra coesione e divisione.
Fra appartenenza nazionale e sentimento localista.
L’indecisione che ha accompagnato la decisione di proclamare il 17 marzo scorso giorno di festa (nazionale) è la testimonianza di questo clima incerto sul riconoscimento dei valori connessi alla questione nazionale.
In questo scenario il territorio è diventato un fattore sempre più forte nelle dinamiche rivendicative.
Ed è utilizzato ormai non solo dalla Lega Nord, ma anche da altre formazioni politiche che ne hanno fatto una bandiera per dare spessore a identità , interessi e istanze particolari.
È come se unità  e divisioni si tenessero insieme, nel “carattere nazionale”. Tutto ciò è possibile osservarlo anche attraverso i sondaggi di opinione, che rilevano gli orientamenti dei cittadini, quindi i loro giudizi e pregiudizi.
In questa numero di LiMes facciamo riferimento alla ricerca “Gli italiani e l’Italia” svolta recentemente da Demos per Intesa Sanpaolo.
Quando si chiede agli italiani a quale area territoriale si sentano emotivamente più vicini gli orientamenti appaiono piuttosto sfrangiati.
Il contesto sub-nazionale raccoglie quasi la metà  delle indicazioni (47%) che si dividono tra la città  dove vivono (17%), la regione (12%) o la macroarea (Nord, Centro, Sud: 18%).
Il legame con il contesto nazionale, l’Italia, viene segnalato dal 28% degli intervistati.
Un’identità  sovranazionale e di tipo cosmopolita segna invece un cittadino su quattro.
Ma se consideriamo il totale delle due risposte che gli intervistati potevano indicare, emerge in modo piuttosto chiaro che il riferimento nazionale, l’Italia, è quello più segnalato in assoluto.
Metà  dei cittadini (49%) afferma di provare un legame forte, al punto che se non lo indica come primo lo esplicita come secondo.
Il localismo non costituisce dunque un’identità  oppositiva alla dimensione nazionale.
Anzi, negli orientamenti dei cittadini è largamente diffusa la tendenza a riassumere l’identità  locale nella cornice di quella nazionale.
L’Italia diventa così il principale dei contenitori di significato.
Per cui in Italia non ci si dice romani, vicentini, urbinati, torinesi, veneti, siciliani, napoletani, lombardi, milanesi, toscani, fiorentini, pugliesi… o italiani. Ma e italiani. Milanesi e italiani. Napoletani e italiani. Bolognesi e italiani. Marchigiani e italiani.
Oppure, viceversa, italiani e romani, … e catanesi, … e milanesi.
Al tempo stesso. Senza contraddizione.
Ma il sentimento di appartenenza è qualcosa di ben più complesso di una semplice identificazione di tipo territoriale.
Il territorio assume significato perchè è il luogo delle relazioni, delle tradizioni, della cultura.
È l’ambito in cui operano le istituzioni dello Stato.
Ma la dimensione politico-istituzionale continua, nel suo insieme, ad essere un riferimento debole per l’identità  nazionale.
Offre, cioè, solo agganci marginali all’idea del “noi”.
Se osserviamo la graduatoria dei caratteri che secondo gli intervistati distinguono meglio gli italiani rispetto agli altri popoli emerge un profilo ormai noto.
La famiglia (43%), il patrimonio artistico (35%), l’arte di arrangiarsi (28%), la tradizione cattolica (23%) e la creatività  nel campo dell’arte e dell’economia (20%).
Scivolano verso il basso della classifica quei riferimenti che costituiscono le basi di una comunità  politica, come l’adesione ai principi della democrazia (10%), il civismo e la fiducia nello Stato (6%).
L’orgoglio nazionale si indirizza, oggi ancor più che in passato, su aspetti che riguardano le tradizioni sociali e locali. La cultura e l’arte.
Infatti, gli italiani si sentono “molto” orgogliosi del patrimonio artistico (75%), delle bellezze del territorio o della cucina (71%).
Anche dell’Inno e del Tricolore (67%). Molto meno – anzi, quasi per nulla – della politica e dei politici (3%).
Insomma, gli italiani si sentono uniti dalla loro capacità  di “fare” e inventare, di reagire alle difficoltà .
Ma da soli. Insieme ai loro familiari, al loro piccolo mondo locale.
Una nazione fatta di città , di paesi e di famiglie. Lontana dallo Stato e senza le istituzioni.
Di cui si apprezza la storia, non il presente. Il Risorgimento, ad esempio, per l’86% degli italiani ha lasciato un segno positivo nella storia del Paese.
E poi, soprattutto, il grande valore assegnato alla Ricostruzione degli anni ’50 e ’60 (85%).
Un periodo emblematico, quasi una bandiera.
L’epoca in cui il Paese riuscì a risollevarsi dal baratro in cui l’aveva gettato la guerra. A “ricostruire”, o meglio, a “costruire” un’economia che prima non esisteva.
A conquistare lo sviluppo, prima, il benessere, poi.
In altri termini: a inventare un futuro nuovo e diverso rispetto al passato.
L’indagine rileva come nove cittadini su dieci ritengono che l’unità  d’Italia, avvenuta 150 anni fa, sia stata un avvenimento positivo.
Così un popolo che ha sicuramente motivi di divisione ha però trovato anche gli spunti per alimentare il sentimento unitario.
La ragione di un orientamento così positivo, nonostante le polemiche, probabilmente, sta proprio nelle polemiche.
Nel dibattito acceso – e continuo – suscitato negli ultimi mesi intorno all’unità  e ai suoi simboli.
Ma è anche il risultato di un lavoro lungo, di riscoperta della memoria nazionale, dei suoi miti, dei suoi riti, dei suoi protagonisti, che normalmente non esiste.
Detto altrimenti: gli italiani “diventano” più italiani quando si profila una minaccia all’orizzonte.
Anche perchè in tale situazione, per una volta, ricordano e valorizzano queste radici.
E se si sentono frustrati dal presente e dal passato recente. Se il futuro è fuggito. Allora si rifugiano nel privato, nella famiglia.
Nella memoria e nei miti della storia.
Questo Paese disincantato e disilluso. E, nonostante tutto, unito.
Questo Paese di “italiani nonostante”.
Malgrado tutto, italiani.

Luigi Ceccarini e Ilvo Diamanti
(da “La Repubblica“)

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TICKET SUI FARMACI SEMPRE PIU’ CARI: QUASI UN MILIARDO A CARICO DEI CITTADINI

Maggio 2nd, 2011 Riccardo Fucile

I DATI DI FEDERFARMA SUL 2010: LA QUOTA A CARICO DEI CONSUMATORI E’ PASSATA DAL 6,6% NEL 2009 AL 7,6% NEL 2010… OGNI UTENTE PAGA UNA MEDIA DI 16,8 EURO L’ANNO E RITIRA 18 CONFEZIONI DI MEDICINALI A TESTA

Chi entra in farmacia paga da pochi centesimi a diverse decine di euro per i medicinali: il costo medio su ogni ricetta del Snn è di 1,68 euro, con una media di 16,8 euro l’anno.
L’incidenza maggiore dei ticket si registra in Sicilia, Veneto e Lombardia con un peso di oltre il 10% per cento sul totale della spesa, mentre la più bassa è quella di Valle d’Aosta, Trento e Friuli-Venezia Giulia con il 4%.
Crescono i costi per i privati anche nelle Regioni che non applicano ticket sui farmaci e dove si paga solo l’eventuale differenza tra tariffa di riferimento e quello della medicina più costosa.
Se la cifra da pagare di tasca propria anche quando in mano si ha la ricetta lievita, nei prossimi mesi la situazione non accenna a migliorare.
Una recente delibera dell’Aifa (Agenzia per il farmaco), che applica quanto previsto dalla manovra economica di luglio, ha infatti abbassato i prezzi di riferimento di più di 4.000 medicinali.
L’obiettivo è un risparmio di 609 milioni all’anno per le casse del Ssn, ma è chiaro che questa decisione finirà  per ricadere sui bilanci delle famiglie.
Tutto questo in attesa che ra l’altro venga risolta la questione dei farmaci generici .
L’Aifa ha infatti abbassato il valore dei rimborsi per i cosiddetti “equivalenti” dal 10 al 40% per far risparmiare il sistema sanitario circa 600 milioni all’anno.
Il problema è che al provvedimento non sono seguite riduzioni di prezzo da parte di tutte le aziende produttrici.
Il rapporto di Federfarma rivela inoltre che nel 2010 è aumentato il numero complessivo di ricette (+2,6%): in tutto quasi 587 milioni, con una media di poco meno di dieci ricette per cittadino.
Le confezioni di medicinali erogate a carico del Ssn sono state oltre 1 miliardo e 73 milioni, con incremento del +2,6% rispetto al 2009.
Questo perchè si prescrivono più farmaci, ma in media il prezzo è più basso. Infine qualche curiosità  sui consumi: nel 2010 i medicinali per il sistema cardiovascolare sono stati la categoria più prescritta a carico del Ssn, con un aumento del numero delle confezioni del 2,8%.
Questo però con un calo di spesa (-0,7%), dovuta alla diffusione di farmaci a brevetto scaduto.
In forte aumento, tra le prime dieci categorie, i consumi di medicinali per l’apparato gastrointestinale (8,7%) e per il sistema nervoso (+4,7%). In calo, invece il ricorso agli antibiotici (-5%).

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IMMIGRATI, LA LUNGA LISTA DELLE INADEMPIENZE ITALIANE E I MOLTEPLICI RICHIAMI DELL’UNIONE EUROPEA

Maggio 2nd, 2011 Riccardo Fucile

LA POLITICA ITALIANA VERSO GLI STRANIERI E’ STATA SCONFESSATA PIU’ VOLTE DA TUTTE LE ISTITUZIONI EUROPEE E DA DUE AGENZIE DELL’ONU…LEGGI   CONTRARIE ALLE DISCIPLINE UE, REGOLAMENTI IN CONTRASTO AL DIRITTO COMUNITARIO, DISPOSIZIONI ILLECITE DI POLIZIA

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea boccia l’Italia per il reato di clandestinità ?
La notizia è clamorosa, ma non sorprendente.
Da quando è nato l’ultimo governo Berlusconi, con il leghista Maroni al ministero dell’Interno, la politica italiana verso gli stranieri extracomunitari (ma anche comunitari, quando si trattava di Rom rumeni o italiani) è stata sconfessata più volte e in modo molto pesante, praticamente da tutte le istituzioni europee, oltre che da almeno due agenzie dell’Onu.
Leggi contrarie alle discipline dell’Unione e alle convenzioni internazionali firmate dall’Italia, direttive non recepite, regolamenti contrari al diritto comunitario, disposizioni di polizia e comportamenti illeciti: delle condanne e dei richiami che sono arrivati da Bruxelles, Lussemburgo e Strasburgo si perde il conto.
L’elenco.
Berlusconi ha preso colpi in tutte le sedi europee e tutti provocati da trasgressioni alle norme sull’immigrazione e la tutela dei diritti umani.
Si può cominciare dal 9 luglio del 2008, quando il Parlamento europeo, in seduta plenaria, approva con una notevole maggioranza una mozione di condanna delle misure introdotte in Italia per l’identificazione dei rom, le famose impronte digitali da prendere ai bambini.
A favore della mozione si esprimono, non solo le sinistre, ma anche numerosi deputati (non italiani) del centro e della destra.
L’impatto politico del voto è tale che il giorno stesso ben tre ministri, Maroni, Frattini e Ronchi (Politiche comunitarie), si presentano alla stampa estera per cercare di minimizzarne il significato.
L’inveterata abitudine del ministro dell’Interno a smorzare i toni (“si è trattato di un voto solo della sinistra”; “i parlamentari non conoscevano i documenti”; “il commissario alla Giustizia era contrario”) rovina però la manovra.
Il giorno dopo la condanna dell’Italia è sui giornali di tutta Europa.
Maroni smentito da Barroso.
Più volte Maroni costringe il commissario Ue alla Giustizia Jacques Barrot, che pure è un conservatore politicamente assai vicino al centro-destra italiano, e lo stesso presidente della Commissione Josè Manuel Barroso, altrettanto ben disposto verso Berlusconi, a smentirlo pubblicamente.
Il ministro sostiene che le misure contenute nel suo “pacchetto” sulla sicurezza sono perfettamente in linea con le direttive Ue?
Barrot gli fa notare che non è vero affatto: è illegale, secondo il diritto comunitario, l’obbligo di registrarsi imposto ai nomadi, anche a quelli di cittadinanza europea, e altrettanto lo è quello di costringerli a certificare la provenienza delle proprie risorse.
Altre obiezioni riguardano i decreti legislativi di recepimento delle direttive, perchè limitano la libera circolazione, i diritti ai ricongiungimenti familiari e il riconoscimento dello status di rifugiato politico.
Una lunga lista.
Un vulnus, quest’ultimo, che viene denunciato con forza anche dall’agenzia dell’Onu sui rifugiati politici (Unhcr ).
D’altronde il capo del Viminale ha un rapporto tutto suo con l’Onu: l’8 ottobre del 2008 racconta alla Camera dei Deputati che l’Alto Commissario per i rifugiati politici Antà³nio Gutierres avrebbe “elogiato” l’Italia per la sua politica di accoglienza degli esuli.
Falso: nel suo rapporto Gutierres ha elogiato il Bangla Desh, l’Ucraina e gli Emirati arabi uniti, ma ha evitato accuratamente di includere l’Italia fra i “buoni”.
Ma tanto, quale deputato andrà  mai a controllare?
Qualche settimana dopo la controversia sui decreti di recepimento, lo stesso Barrot è costretto, suo malgrado, a “sollecitare le autorità  italiane” perchè correggano la legge sulla manovra finanziaria che viola in quattro articoli le norme comunitarie in materia di diritti degli stranieri (diritto alla casa, all’uguaglianza di trattamento fiscale, all’accesso al credito in certi consumi).
Il governo, ovviamente, se ne frega e l’Italia rischia ancor’oggi una procedura di infrazione con relativa, salatissima multa.
Una politica preoccupata solo dalla sicurezza.
Nel giugno del 2008 lo svedese Thomas Hammarberg, commissario per i Diritti Umani del Consiglio d’Europa (organismo in cui sono presenti tutti gli stati del continente, da non confondersi con il Consiglio europeo) dopo una visita in Italia si dice “estremamente preoccupato” per le discriminazioni e le violenze esercitate contro i rom (in qualche caso anche da parte di forze di polizia) e per le misure del “pacchetto sicurezza”.
“Una politica dell’immigrazione – scrive in un rapporto – non può essere ispirata solo da preoccupazioni di sicurezza. La valorizzazione dei diritti fondamentali e dei princìpi umanitari è largamente assente nelle misure prese in Italia, che rischiano di aggravare il clima di xenofobia”.
In un nuovo rapporto sull’Italia, dopo un’altra visita effettuata in gennaio, nell’aprile del 2009 Hammarberg scrive che “permangono preoccupazioni per quanto riguarda la situazione dei rom, le politiche e le pratiche in materia di immigrazione e il mancato rispetto dei provvedimenti provvisori vincolanti richiesti dalla Corte europea dei Diritti dell’Uomo”.
Il carcere per il reato di clandestinità : No.
Il 15 luglio del 2009 il Parlamento italiano approva la legge che istituisce il reato di clandestinità .
Da Bruxelles parte subito una richiesta di spiegazioni, in quanto la legge confligge, in diversi punti   con la direttiva 2008CE/115 sui   rimpatri di extracomunitari in caso di soggiorno irregolare”.
Le “difformità “, si legge nella richiesta, sono molte e, fra queste, il fatto che la legge italiana prevede l’accompagnamento coattivo alla frontiera come modalità  ordinaria di espulsione mentre la direttiva dispone che la modalità  ordinaria sia il rimpatrio volontario.
Il “trattenimento” nei cosiddetti centri di identificazione e di espulsione, inoltre, nelle legge italiana viene disposto in tutti i casi in cui non si può eseguire l’espulsione immediata mentre, secondo la direttiva, il trattenimento non dev’essere automatico.
Ma soprattutto la legge italiana è in contrasto con il diritto comunitario perchè contempla il ricorso alla pena detentiva (fino a 5 anni) per punire la mancata partenza volontaria nonostante la notifica di un ordine di allontanamento.
E’ proprio questa “difformità ” in materia di carcerazione che ha provocato la sentenza di condanna dell’Italia da parte della Corte di Giustizia.
Le sanzioni per inadempienza.
Va sottolineato, a questo punto, che il governo italiano si è ben guardato di recepire la direttiva 115 nonostante avesse dovuto farlo entro il 24 dicembre dell’anno scorso.
Il che costerà  all’Italia altre sanzioni per l’inadempienza.
E costringerà  i giudici chiamati a esprimersi su comportamenti che attengono al reato di clandestinità  a non applicare la legge italiana ma ad obbedire al superiore diritto comunitario.

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KAROL, IL BEATO DELLA GENTE DEL POPOLO

Maggio 1st, 2011 Riccardo Fucile

UN UOMO CHE HA SAPUTO IMPERSONIFICARE LA COERENZA, LA DIGNITA’, IL CORAGGIO, LA FEDE, LA SOFFERENZA, L’AMORE PER I GIOVANI, LA SPERANZA NEL FUTURO, LA VICINANZA AI PIU’ POVERI E AI PIU’ UMILI…UN ESEMPIO DA NON DIMENTICARE

Karol Wojtyla è beato.
Ad appena sei anni dalla morte è già  sugli altari, per volontà  del successore, che lo ha conosciuto da vicino, ha collaborato con lui e ha voluto prendere sul serio quel movimento popolare così evidente al momento delle morte, quella fama di santità  diffusa che da sempre la Chiesa cattolica considera elemento fondamentale per l’avvio di una causa di beatificazione.
Quello di Giovanni Paolo II è stato un pontificato straordinario, sotto tutti i punti di vista, a partire dalla durata.
Nei ventisette anni di regno di Wojtyla — il primo Papa slavo, il Papa che veniva «da un Paese lontano» al di là  della Cortina di ferro — il mondo è cambiato: il comunismo sovietico è imploso, il Muro di Berlino è caduto.
Ma l’umanità  ha continuato a conoscere guerre, violazioni dei diritti umani, terrorismo.
Giovanni Paolo II ha difeso la libertà  religiosa, la dignità  dell’uomo, la pace. Ha tuonato contro i regimi totalitari dell’Est ma non ha fatto sconti al capitalismo selvaggio nell’era della globalizzazione.
Si è speso fino in fondo per far capire che non si può strumentalizzare il nome di Dio per giustificare l’odio.
Negli anni di pontificato wojtyliano è cambiata anche la Chiesa, che ha ricevuto dal Papa cresciuto nel granitico cattolicesimo polacco un’iniezione di speranza e la consapevolezza che i cristiani devono riscoprire il loro compito nella società  secolarizzata.
Ma a essere beatificato oggi non è il pontificato di Giovanni Paolo II, non è il suo magistero, non sono le sue scelte di governo nè le sue strategie geopolitiche.
A essere beatificato oggi è il cristiano Karol Wojtyla, un uomo che viveva immerso in Dio e per questo sapeva essere pienamente immerso nel mondo.
Un uomo che ha saputo impersonificare la coerenza, la dignità , il coraggio, la fede, la sofferenza, l’amore per i giovani, la speranza nel futuro, la vicinanza ai più poveri e ai più umili.
Un esempio da non dimenticare.

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L’URLO DELLA FOLLA PER WOJTYLA BEATO: UNA MAREA UMANA IN PIAZZA SAN PIETRO

Maggio 1st, 2011 Riccardo Fucile

ALLA CERIMONIA DI BEATIFICAZIONE SI ALZA IL GRIDO “SANTO SUBITO”… RATZINGER: “NON ABBIATE PAURA, SPALANCATE LE PORTE AL SIGNORE”… VISSUTO UN INTENSO MOMENTO DI SPIRITUALITA’, COMUNQUE LA SI PENSI: MILIONI DI PERSONE RENDONO OMAGGIO A UN UOMO CHE HA INCISO SULLA STORIA “CON LA FORZA DI UN GIGANTE”

Il Beato della gente ha abbattuto il Muro di Berlino con la forza della fede.
E il suo successore gliene rende merito in una cerimonia di grande suggestione che rende perfettamente la straordinaria ricchezza di significati dell’universo Wojtyla.
Giovanni Paolo II ha invertito «con la forza di un gigante» il corso della storia, dice il Papa in un passaggio dell’omelia pronunciata nella messa di beatificazione del suo predecessore.
Benedetto XVI ha ricordato il celebre invito rivolto dal Papa polacco nella sua prima messa solenne in Piazza San Pietro: «Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!».
Ratzinger, tra gli applausi della folla, ha poi proseguito: «Quello che il neo-eletto Papa chiedeva a tutti, egli stesso lo ha fatto per primo: ha aperto a Cristo la società , la cultura, i sistemi politici ed economici, invertendo con la forza di un gigante – forza che gli veniva da Dio – una tendenza che poteva sembrare irreversibile».
Benedetto XVI ha poi continuato in polacco: «Con la sua testimonianza di fede, di amore e di coraggio apostolico, accompagnata da una grande carica umana, questo esemplare figlio della Nazione polacca ha aiutato i cristiani di tutto il mondo a non avere paura di dirsi cristiani, di appartenere alla Chiesa, di parlare del Vangelo. In una parola: ci ha aiutato a non avere paura della verità , perchè la verità  è garanzia di libertà “.
Piazza San Pietro è stracolma di fedeli mentre continuano gli afflussi nelle strade limitrofe per la beatificazione di papa Wojtyla.
I pellegrini vengono dirottati verso i maxischermi presenti in molte piazze romane davanti a chiese e basiliche: sono 14 in tutta la città .
Per la beatificazione, dice la Questura in una nota, si registra un “afflusso straordinario».
Oltre a Piazza San Pietro che ha già  raggiunto il limite massimo di presenza si registra un imponente presenza di persone in via della Conciliazione, Piazza Pio XII, Piazza del Risorgimento, Largo Giovanni XXIII e in tutte le aree che si estendono lungo un raggio di circa 500 metri da piazza San Pietro.
Una vera e propria “marea umana” anche nei punti di raccolta dei fedeli dove sono stati installati 14 maxi schermi nei punti della città  tra cui Circo Massimo, piazza Adriana, la stessa piazza del Risorgimento oltre che presso le Basiliche di San Giovanni, Santa Maria Maggiore e di San Paolo.
Il personale delle Forze dell’Ordine, i volontari e gli addetti al servizio di assistenza stanno lavorando per garantire le migliori condizioni alle persone radunatisi per seguire l’evento.
Tutte le operazioni vengono costantemente coordinate e monitorate attraverso il Centro per la gestione dell’evento attivato presso la Sala Operativa della Questura di Roma.
«Karol WojtyÅ‚a, prima come Vescovo Ausiliare e poi come Arcivescovo di Cracovia, ha partecipato al Concilio Vaticano II e sapeva bene che dedicare a Maria l’ultimo capitolo del Documento sulla Chiesa significava porre la Madre del Redentore quale immagine e modello di santità  per ogni cristiano e per la Chiesa intera. Questa visione teologica è quella che il beato Giovanni Paolo II ha scoperto da giovane e ha poi conservato e approfondito per tutta la vita. Una visione che si riassume nell’icona biblica di Cristo sulla croce con accanto Maria, sua madre- evidenzia papa Ratzinger-. Un’icona che si trova nel Vangelo di Giovanni (19,25-27) ed è riassunta nello stemma episcopale e poi papale di Karol WojtyÅ‚a».
Una croce d’oro, una “emme” in basso a destra, e il motto “Totus tuus”, che corrisponde alla celebre espressione di san Luigi Maria Grignion de Montfort, nella quale Karol WojtyÅ‚a ha trovato un principio fondamentale per la sua vita: «Totus tutus ego sum et omnia mea tua sunt. Accipio Te in mea omnia. Praebe mihi cor tuum, Maria — Sono tutto tuo e tutto ciò che è mio è tuo. Ti prendo per ogni mio bene. Dammi il tuo cuore, o Maria».
Aggiunge Benedetto XVI: «Nel suo Testamento il nuovo Beato scrisse: “Quando nel giorno 16 ottobre 1978 il conclave dei cardinali scelse Giovanni Paolo II, il Primate della Polonia card. Stefan WyszyÅ„ski mi disse: «Il compito del nuovo papa sarà  di introdurre la Chiesa nel Terzo Millennio”».
E aggiungeva: «Desidero ancora una volta esprimere gratitudine allo Spirito Santo per il grande dono del Concilio Vaticano II, al quale insieme con l’intera Chiesa — e soprattutto con l’intero episcopato — mi sento debitore. Sono convinto che ancora a lungo sarà  dato alle nuove generazioni di attingere alle ricchezze che questo Concilio del XX secolo ci ha elargito».
E puntualizza il Pontefice: «Come vescovo che ha partecipato all’evento conciliare dal primo all’ultimo giorno, desidero affidare questo grande patrimonio a tutti coloro che sono e saranno in futuro chiamati a realizzarlo. Per parte mia ringrazio l’eterno Pastore che mi ha permesso di servire questa grandissima causa nel corso di tutti gli anni del mio pontificato».
E qual è questa “causa”?
E’ la stessa che Giovanni Paolo II ha enunciato nella sua prima Messa solenne in Piazza San Pietro, con le memorabili parole: «Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!».
Quello che il neo-eletto Papa chiedeva a tutti, egli stesso lo ha fatto per primo: ha aperto a Cristo la società , la cultura, i sistemi politici ed economici, invertendo con la forza di un gigante — forza che gli veniva da Dio — una tendenza che poteva sembrare irreversibile»

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IL VERO PANIZ? VE LO SVELIAMO NOI

Maggio 1st, 2011 Riccardo Fucile

LA LETTERA AL “FATTO” DEI NIPOTI DELL’AVV.PERALE, TITOLARE DELLO STUDIO BELLUNESE IN CUI PANIZ SI ERA FATTO LE OSSA… QUANDO SI   AMMALO’, PANIZ GLI PORTO’ VIA TUTTI I CLIENTI, SALVO POI CONTINUARE A CITARLO COME “MAESTRO”

Caro Direttore,
scriviamo in merito all’intervista all’onorevole Paniz pubblicata su queste vostre pagine il giorno 27 aprile a firma di Luca Telese.
Intervista in cui l’avvocato Paniz, riferendosi a un precedente articolo a lui riferito (21 aprile), sottolineava: “Avete scritto che ho raggirato il primo avvocato che mi ha dato lavoro e non è vero. Al punto che la famiglia mi ha chiesto di commemorarlo”.
Sicuramente l’avvocato Paniz ha imparato bene il mestiere nello studio dell’avvocato Agostino Perale, al tempo non anziano e non malato.
“Devo tutto all’avvocato Perale, tutto” ebbe infatti a dire in occasione di un ricordo pubblico — nessuna commemorazione — al quale partecipò per sua spontanea e rispettabile iniziativa, ma non certo chiamato dalla famiglia.
Quello che è sgradito a chi scrive è che la figura, la professionalità , ma ancor prima la persona dell’avvocato Perale, seppur lentamente, vengano accostate a uno scenario che reputiamo di infimo livello politico e sociale.
Per l’avvocato Perale l’indefettibilità  dell’etica del fare sociale e della morale politica (amore per la polis, per la città  di tutti) erano valori immobili, imprescindibili; sicuramente oggi l’avvocato Perale, se potesse farlo, si discosterebbe totalmente e condannerebbe piuttosto, senza sconti, le indifendibili — a parere di chi scrive — prese di posizione di chi, come l’onorevole Paniz ha fatto in questo giornale, si erge a sostenitore e difensore di un fare politico in cui l’avvocato Perale non si sarebbe mai, e sottolineiamo mai, riconosciuto.
Il pensiero e l’agire politico e professionale dell’avvocato Paniz non sono affar nostro e non spetta a noi giudicarli; così come non è nostra intenzione entrare in polemica con una persona con cui non desideriamo avere nullla a che fare.
Preghiamo solo l’onorevole Paniz, su queste stesse pagine in cui lui ha creduto opportuno farlo, di non avvalersi ancora dell’avvocato Perale, seppur non citandolo direttamente ma a lui evidentemente e palesemente riferendosi, a “difesa” della sua persona, politico o avvocato che sia.
Sicuramente conosciamo meglio noi il nonno, avvocato, amministratore, staffetta partigiana, esempio riconosciuto d’impegno civile per la città  di Belluno, piuttosto che l’onorevole Paniz.
E su questo non è aperta discussione.

I nipoti dell’avvocato Agostino Perale

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CHE GOVERNO UNITO… IL MINISTRO ROMANI ATTACCA LA PRESTIGIACOMO: “QUELLA MATTA MI FA INCAZZARE”

Maggio 1st, 2011 Riccardo Fucile

DAVANTI A UNA PLATEA DI IMPRENDITORI BRIANZOLI, IL MINISTRO DELLO SVILUPPO INSULTA LA COLLEGA DELL’AMBIENTE SUL DECRETO INCENTIVI, IN NOME DELLA SUPERIORITA’ MORALE DELLA PADAGNA: “VORREBBE L’AUTOCERTIFICAZIONE, MA L’ITALIA NON E’ TUTTA COME LA LOMBARDIA”

Le agenzie di stampa, dando conto dell’ennesimo rinvio nell’approvazione del decreto sul quarto conto energia, parlavano eufemisticamente di “contrasti” tra il ministro dello Sviluppo Economico Paolo Romani e quello dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo.
La realtà , come testimonia il video in esclusiva su Repubblica.it dell’intervento svolto da Romani a un convegno sulle “prospettive di sviluppo per le aziende brianzole” organizzato a Giussano dal mobilifico Tissettanta, è che tra i due membri del governo è in atto una battaglia feroce.
Illustrando alla platea il motivo del contendere tra i due dicasteri, il titolare dello Sviluppo Economico non usa certo giri di parole per fotografare la situazione.
“Se quella matta della Prestigiacomo non mi fa incazzare ancora oggi…Lo dico perchè sono un po’ arrabbiato, veramente, non ci ho dormito la notte…”, afferma Romani alzando il tono della voce.
Il varo del quarto conto energia si è reso necessario nel marzo scorso, quando, a sorpresa, ad appena poche settimane dall’entrata in vigore del nuovo regime di incentivazione per il fotovoltaico, Romani ha fatto licenziare da Palazzo Chigi il decreto ” ammazza rinnovabili” che ha rimesso tutto in discussione.
Il vecchio sistema di aiuti all’energia solare cessa quindi di avere validità  a fine maggio, mentre a stabilire le regole per il futuro dovrebbe essere appunto un nuovo provvedimento.
Romani, seguito a ruota dalla Prestigiacomo, dopo una clamorosa ondata di proteste e prese di posizione, aveva promesso quanto meno che i tempi sarebbero stati brevi per evitare di lasciare nell’incertezza un settore produttivo che calcolando anche l’indotto conta oggi su oltre 100 mila addetti. “Sarà  pronto entro il 20 marzo”, aveva garantito.
In realtà , ad oggi, il quarto conto energia è ancora nel cassetto e le bozze discusse sin qui continuano a suscitare critiche e disappunto da parte sia delle Regioni che delle associazioni di categoria.
I motivi dei ritardi sono naturalmente molti e l’incentivazione delle energie rinnovabili non è certo una priorità  di questo governo, ma ad un’ostilità  di fondo si è aggiunta ora anche una profonda rottura tra i due ministri competenti.
A spiegare il motivo dello scontro è stato lo stesso Romani nel suo intervento al convegno di Tisettanta.
Davanti alla prospettiva di riduzioni graduali nell’incentivazione del fotovoltaico, il ministero dello Sviluppo Economico pretende che il calcolo per il tipo di tariffa a cui si ha diritto venga calcolata in base alla data di allaccio alla rete.
Di contro, spiega ancora Romani riferendosi alla Prestigiacomo, “qualche estremista vorrebbe che l’incentivo venisse fermato al momento in cui io mi autocertifico la conclusione dei lavori”.
“Mi stanno rompendo le palle”, aggiunge poco dopo.
Una posizione, quella del MSE, in teoria sensata, ma che non tiene conto del fatto che gli imprenditori onesti rischiano di vedere messo a repentaglio dai ritardi della burocrazia necessaria all’allaccio in rete anche un investimento fatto nei tempi giusti.
Un problema che evidentemente per Romani non esiste, mentre apparentemente la priorità  è scongiurare le false dichiarazioni di fine lavori. “Dell’autocertificazione consentitemi di dubitarne, non in Lombardia per l’amor di Dio, ma in qualche altra parte d’Italia qualche dubbio sull’autocertificazione ce l’ho…”, dice il ministro alla platea brianzola senza nascondere un certo razzismo verso il Mezzogiorno.
Parole poco edificanti per un ministro della Repubblica, che assumomo un valore ancor più grave perchè lasciano spazio a congetture sull’esistenza di qualche sospetto sulla posizione della Prestigiacomo visto che probabilmente tra le “altre parti d’Italia” accennate da Romani c’è proprio la Sicilia, terra d’origine e collegio elettorale della collega dell’Ambiente.
Dallo staff del ministro si fa sapere che quelle utilizzate da Romani sono “espressioni colorite”, visto che i rapporti fra i due colleghi “sono ottimi”.
Non si tratta quindi “assolutamente di un attacco personale”.
Quella di Romani e Prestigiacomo è una divisione che mette a rischio centomila lavoratori in un settore strategico per il futuro del Paese, che era cresciuto nonostante la crisi per poi essere paralizzato dal decreto Romani.
Senza contare la spocchia con cui Romani intende magnificare la padagna a danno del meridione in modo manicheo, ennesima dimostrazione di un latente razzismo di questo governo che non sa neanche garantire gli allacci in rete in tempi burocratici europei, nord compreso.

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OPERAIO IN NERO PER UN GIORNO: 50 EURO E NESSUN DIRITTO. E’ QUESTA L’ITALIA DELLA GIUSTIZIA SOCIALE?

Maggio 1st, 2011 Riccardo Fucile

SULLA STRADA ASPETTANDO IL CAPORALE CHE TI FA LAVORARE…. TRA ABUSI, INGIUSTIZIE E MORTI SENZA NOME… IL “LAVORO SPORCO” DI TANTI “INVISIBILI” SOLO A CHI NON LI VUOLE VEDERE, IN UNO STATO SOCIALE LATITANTE

Sono le 5 del mattino, sulla statale a ridosso della Magliana, periferia sud di Roma. Vicino a un viadotto, si distinguono delle sagome sul ciglio della strada: vanno avanti e indietro tra le auto che sfrecciano.
Saranno una cinquantina, da lontano sembrano prostitute.
In realtà  sono uomini: lavoratori, operai.
Tutti in cerca di un lavoro. «In nero, ovviamente».
Moldavi, ucraini, rumeni, polacchi in attesa del caporale che di lì a poco li assolderà  in qualche cantiere, «in nero ovviamente».
Costano la metà  e lavorano quasi il doppio rispetto a un operaio regolare.
Un manovale in nero prende 40 euro per dieci ore di lavoro; si sale fino
a un massimo di 70 euro per quelli con più esperienza.
Vuol dire che devono saper fare di tutto: muratura, pittura, intonaco, massetti, pavimenti, idraulica etc.
Nessuno può discutere o contrattare il salario.
Se ti sta bene sali in macchina, altrimenti resti in strada ad aspettare la prossima opportunità , se ci sarà .
Perchè le strade della capitale sono sempre più piene di lavoratori che si offrono senza condizioni.
Con una telecamera nascosta abbiamo anche filmato quello che succede
quotidianamente sulle strade provando a fotografare la paura, la rassegnazione e l’indignazione di chi non ha altra scelta per vivere.
Ma anche la spudorata arroganza con la quale i caporali abusano di queste persone.
Per un giorno ci siamo trasformati in uno di loro: siamo diventati operai in nero. “Invisibili” ma parte integrante di quella terribile piaga del lavoro senza diritti che affligge l’Italia.
Dopo alcune ore in piedi e sotto al sole si ferma una macchina.
Il socio di un’impresa locale ci ingaggia per il rifacimento della retefognaria di una residenza sanitaria.
Il prezzo per la giornata è 50euro.
Appena arrivati prendiamo ordini a ripetizione e iniziamo a fare quello che qui chiamano il «lavoro sporco».
Inutile parlare di sicurezza sul lavoro.
Se chiedi un paio di guanti o un casco ti ridonoin faccia: «Qui si lavora così … lavora piano piano».
Un altro operaio spiega che se ci facciamo male o sbagliamo a fare qualcosa è meglio che ce ne andiamo subito perchè il capocantiere nemmeno ci pagherà . Ma l’infortunio è il minimo che può capitare.
In casi peggiori nessuno dovrà  mai sapere come e cosa è successo.
Insomma, dei fantasmi.
Inesistenti anche per le statistiche che non li contemplano neppure alla voce «morti sul lavoro».
Tragica realtà  quotidiana nell’Italia che produce e lavora senza regole e diritti.

Antonio Crispino
(da “Il Corriere della Sera“)

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SANITA’, EFFETTO FEDERALISMO: SARANNO CHIUSI 158 REPARTI MATERNITA’, IL 30% DI TUTTI QUELLI ESISTENTI IN ITALIA

Maggio 1st, 2011 Riccardo Fucile

LA SCUSA SAREBBE CHE ALMENO QUELLI SOPRAVVISSUTI GARANTIREBBERO UNA ADEGUATA ASSISTENZA.     SIAMO ALLA FARSA: INVECE CHE DOTARE TUTTI GLI OSPEDALI DI STRUMENTI, ATTREZZATURE E PERSONALE QUALIFICATO,   SAREBBE MEGLIO CHIUDERLI E COSTRINGERE UNA DONNA A MACINARE CENTO CHILOMETRI CON LE DOGLIE

Chiusura dei reparti di maternità  che effettuano meno di 500 parti l’anno e riorganizzazione di quelli che ne registrano meno di 1.000.
La grande novita’ contenuta nel Piano del ministero della Salute per il riordino dei punti nascita, approvato dalla Conferenza Stato-Regioni lo scorso dicembre e dunque operativo, fa gia’ registrare le ”prime resistenze”,
Il Piano portera’ alla chiusura, come stimato dallo stesso ministro della Salute Ferruccio Fazio, di circa il 30% dei reparti maternita’ italiani non rispondenti ai requisiti.
Ad essere coinvolte in maniera piu’ drastica sarebbero le Regioni del sud: in Calabria, ad esempio, si avrebbe la chiusura di 15 punti nascita su 29.
Il piano prevede 10 punti chiave per ridisegnare la ‘mappa’ del percorso nascita, tra i quali: riconvertire i centri in modo che siano tutti attrezzati e sicuri, favorire il parto naturale riducendo il ricorso al parto cesareo, garantire a tutte l’accesso all’analgesia epidurale, migliorare la formazione degli operatori, monitorare e verificare costantemente le attività , promuovere la Carta dei Servizi per il percorso nascita.
I veri problemi si presenteranno ora, sul territorio, in fase di applicazione delle nuove disposizioni, che prevedono la razionalizzazione/riduzione progressiva dei centri con un numero di parti inferiore a 1000 l’anno.
I piccoli ospedali a volte non hanno strumenti e attrezzature necessari, e non possono dunque offrire sufficiente sicurezza, dicono i sostenitori della riforma. La chiusura riguarderebbe 158 punti nascita su 559 nel Paese.
Coinvolte in maniera piu’ rilevante risulterebbero le regioni del Sud.
Sono infatti a rischio chiusura 38 punti su 75 in Sicilia, 22 su 72 in Campania, 15 su 29 in Calabria.
Minore l’impatto sulle regioni del Nord, con 8 punti nascita su 75 sotto i 500 parti l’anno in Lombardia e addirittura nessuno in Piemonte e Veneto.
E sono proprio i parti e le nascite ad essere piu’ frequentemente al centro degli episodi di presunti errori o malasanita’ commessi da medici e strutture ospedaliere in Italia, secondo la casistica raccolta dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sugli errori sanitari.
Tra le segnalazioni raccolte infatti, solo tra giugno e settembre 2010, risultano pari a 19 su 47 i casi di neonati o puerpere morti in seguito al parto, per un cesareo mancato o ritardato o per il pellegrinaggio tra diverse strutture. Episodi piu’ spesso verificatisi negli ospedali di Calabria e Sicilia.
Ma la motivazione della presunta “razionalizzazione” è davvero ridicola: se i piccoli ospedali a volte non hanno strumenti e attrezzature necessari, e non possono dunque offrire sufficiente sicurezza’, basterebbe garantiglieli,come in tutti i Paesi civili.
Invece cosa si fa?
Si chiudono, anzichè dotarli di strumenti, attrezzature e personale specializzato.
Da notare che 500 parti all’anno significano 42-45 parti al mese, quasi uno e mezzo al giorno.
Non si tratta quindi di piccoli ospedali sperduti sui monti.
E poi vogliono pure spacciare dei miserevoli tagli per grande opera di “razionalizzazione”…

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