Luglio 28th, 2011 Riccardo Fucile
LE RIVELAZIONI DELL’IMPRENDITORE DI LERNIA NELL’INDAGINE ENAV… IL MINISTRO SAREBBE STATO RICATTATO PER LA CONFERMA DI GUARAGLINI A FINMECCANICA
Dal carcere, dove è precipitato con l’accusa di corruzione nell’inchiesta sugli appalti
Enav e finanziamento illecito per aver acquistato lo yacht da 24 piedi di Marco Milanese, un uomo racconta a verbale una “verità de relato” capace, se riscontrata, di travolgere il ministro dell’Economia Giulio Tremonti.
L’uomo è Tommaso Di Lernia (nel giro, lo chiamano “er cowboy”).
È un ex muratore che si è fatto imprenditore edile e che si trova al crocevia di tre vicende annodate tra loro: Finmeccanica, gli appalti Enav, i rapporti incestuosi tra l’ex consigliere politico del ministro e imprenditori corrotti.
Il suo racconto svela tre circostanze.
La prima: l’affitto della casa abitata dal ministro in via di Campo Marzio, era pagato non da Marco Milanese ma da un imprenditore, Angelo Proietti, che in cambio avrebbe ricevuto subappalti in Enav.
Lo stesso che quella casa aveva ristrutturato gratuitamente e che è oggi accusato di corruzione per gli appalti ottenuti dalla sua impresa, la “Edilars”, con Sogei (società pubblica partecipata al 100 per cento dal Tesoro).
La seconda: Tremonti venne ricattato da Lorenzo Cola, uomo del Presidente di Finmeccanica, perchè fosse costretto a riconfermare Pierfrancesco Guarguaglini al vertice della holding e la pressione decisiva fu il “dossier” che Cola aveva sulla compravendita della barca di Milanese, sull’affitto della casa, e “sulle sue altre porcate”.
La terza: Di Lernia chiese a Milanese una pressione sull’Agenzia delle Entrate perchè ammorbidisse la verifica sulla sua società “Print Sistem”.
Il verbale, dunque.
È l’11 luglio e alle 13 e 10, nel carcere di Regina Coeli, Di Lernia compare di fronte al gip Anna Maria Fattori per il suo interrogatorio di garanzia.
Di Lernia è accusato di corruzione e frode fiscale nell’inchiesta condotta dai pm Paolo Ielo e Giancarlo Capaldo sugli appalti Enav. Nella ricostruzione dell’accusa, la sua società , la “Print sistem” è infatti lo snodo cruciale del Sistema di appalti e corruzione con cui, attraverso un gioco di sovrafatturazioni, la “Selex Sistemi integrati” (Finmeccanica) di Marina Grossi, per la quale Di Lernia lavora in subappalto, è riuscita a creare fondi neri necessari a corrompere il management dell’Ente e i suoi referenti politici.
Ma l’11 luglio, Di Lernia ha un nuovo problema.
Una seconda ordinanza di custodia cautelare, chiesta e ottenuta dal pm Ielo, lo accusa di aver acquistato nel 2010 lo yacht di Marco Milanese a condizioni capestro che ne svelano le vere ragioni.
Convincere l’allora consigliere politico di Tremonti a pilotare la nomina di Fabrizio Testa al vertice di Technosky (società di Enav).
È una nuova mazzata che convince Di Lernia a uscire dal suo silenzio.
A scrivere e consegnare al magistrato che lo interroga un memoriale (che gli guadagnerà , di lì a qualche giorno, gli arresti domiciliari).
“L’indagato – annota il gip – acconsente a rispondere alle domande, consultando degli appunti che vengono sottoscritti e allegati al presente verbale”.
Di Lernia conferma di aver acquistato lo yacht di Milanese.
Le ragioni per cui l’operazione si fece: risolvere un problema al consigliere del ministro, piazzare Testa in “Technosky”.
Ma, spiega, la sua non fu una scelta, ma l’obbedienza dovuta a un uomo cui doveva tutto: Lorenzo Cola, il “facilitatore” di Pierfrancesco Guarguaglini, che, per conto di Finmeccanica, governa appalti e subappalti in Enav.
“Cola – dice Di Lernia – non mi volle dire chi era il proprietario della barca. Mi disse solo che l’ordine era arrivato dal Palazzo, intendendo Finmeccanica nella persona del Presidente, e dunque che non mi sarei potuto sottrarre. A Cola non si poteva dire di no, e quindi gli chiesi dove avrei dovuto prendere il milione e mezzo di euro per l’acquisto della barca. Lui mi rispose: “Tirali fuori dagli utili che hai dal lavoro che ti diamo””.
Quando Di Lernia scopre che il venditore è Marco Milanese, il nome non gli dice nulla.
“Confesso la mia stupidità . Poi, tempo dopo, di Milanese mi parlò Cola. Mi disse che era uno che “capiva poco” e “mangiava tanto”. Che era “un problema per Tremonti”, una sorta di inconveniente imbarazzante”.
Di Lernia impara a conoscere Milanese, ma, soprattutto ne afferra un segreto. “Sentii parlare di Milanese da Guido Pugliesi, amministratore delegato di Enav. Mi disse che era stanco delle pressioni di Milanese per Testa a “Technosky”, ma mi chiese contestualmente di dare lavoro a un certo Angelo Proietti per i subappalti all’aeroporto di Palermo, un lavoro per il quale Cola aveva già deciso che l’affidamento fosse dato alla “Electron”, del gruppo Finmeccanica, e al sottoscritto”.
Perchè far lavorare questo Angelo Proietti e la sua “Edilars” nei subappalti Enav?
Di Lernia non se lo spiega. Ne chiede conto a Cola.
“Mi disse che di Proietti gli aveva parlato Milanese, descrivendolo con queste parole: “È il tipo che mi dà solo 10 mila euro al mese per pagare l’affitto a Tremonti”. Aggiunse di dire a Pugliesi di stare tranquillo perchè lo avrebbe fatto chiamare da Milanese e comunque aggiunse che, in un immediato futuro, Selex avrebbe dato a Proietti dei lavori a Milano”.
A giugno del 2010, accade dell’altro.
“Mi chiamò Cola e mi spiegò di essere dispiaciuto per avermi fatto acquistare la barca.
Mi disse: “Quel verme di Milanese sta sostenendo la candidatura di Flavio Cattaneo a Finmeccanica, invece di Guarguaglini. In più, ho saputo che ha fatto delle estorsioni a delle persone a Napoli. E Tremonti non risponde al telefono a Guarguaglini””.
A Di Lernia, Cola confida qualcosa di più, che è pronto a usare anche la storia della “barca” e della casa per vincere la partita su Finmeccanica: “Cola aggiunse che questa storia non la mandava giù e dunque avrebbe organizzato un blitz dal ministro (Tremonti) per mostrargli l’evidenza e la portata delle porcate commesse da lui e dai suoi consiglieri. Che di sicuro avrebbe cambiato idea sui vertici di Finmeccanica. Tanto è vero che poco tempo dopo, Milanese mi fece sapere per il tramite di Testa che Guarguaglini sarebbe stato riconfermato. E fu Cola, poi, a dirmi che il blitz era andato a segno”.
Di Lernia incontra Proietti nell’estate 2010 perchè, dopo l’arresto di Cola (8 luglio), è diventato lui il suo “canale” con Milanese.
Una prima volta lo incrocia in Enav, nell’ufficio di Pugliesi, che lo convoca per sollecitarlo “a chiudere l’acquisto della barca”.
Una seconda volta, in piazza del Parlamento, per risolvere un suo “problema”.
“Portai a Proietti un incartamento riguardante un accertamento dell’Agenzia delle Entrate per il 2005.
Gli dissi che volevo “una parola buona” con l’Agenzia, di cui temevo l’accanimento. Tre giorni dopo, Proietti mi diede appuntamento in piazza del Parlamento e mi disse di stare tranquillo perchè Milanese aveva interceduto con Attilio Befera (direttore dell’Agenzia)”.
Ma, a dire di Di Lernia, in senso opposto.
“Mi hanno fatto una multa di 18 milioni di euro. Roba carnevalesca. Milanese deve essere intervenuto al contrario, proprio per dimostrare che non esistevano connessioni”.
Carlo Bonini e Maria Elena Vincenzi
(da “La Repubblica“)
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Luglio 28th, 2011 Riccardo Fucile
“SE LO CONOSCI LO PREVITI” COMMENTO’ MONTANELLI
Dopo tanti avvocati e alcuni imputati, abbiamo finalmente un magistrato ministro della Giustizia.
D’accordo, Francesco Nitto Palma ha dovuto superare alcuni esamini facili facili, per dissipare la naturale diffidenza che la categoria delle toghe comprensibilmente suscita nel mondo politico: tipo essere un berlusconiano di ferro, avere almeno un amico pregiudicato per corruzione giudiziaria (Previti), aver fatto per lui alcune leggi per salvarlo dalla galera, aver fatto archiviare inchieste eccellenti come quella su Gladio (si può anche dire “insabbiare”, come scrisse l’Europeo, che Palma denunciò e perse la causa).
Ma li ha brillantemente superati tutti.
Oltretutto, ad abundantiam, ha pure sposato la figlia dell’ex capo degli ispettori ministeriali che nel 1994-’95 perseguitò il pool Mani Pulite, Ugo Dinacci, diventando il genero dell’avvocato Filippo Dinacci, difensore di B.
Un bijou.
Dopo i numerosi appelli del capo dello Stato per una “figura di alto profilo”, il Cavaliere ha trovato lo statista giusto.
Dal centrosinistra, del resto, nessuno ha detto una parola.
Napolitano aveva storto il naso sul nome di Anna Maria Bernini, e giustamente: avvocato di Bologna, la signora è entrata in politica non grazie a B. ma a Fini (dunque è già sospetta), e soprattutto non frequenta Previti nè ha legiferato per lui (dunque è doppiamente sospetta): vade retro.
Così il popolare Cesarone conquista finalmente, seppure per interposta persona e con 17 anni di ritardo, quel ministero della Giustizia a cui agognava fin dal 1994.
Allora era ancora incensurato, ma incontrò sulla sua strada un presidente della Repubblica piuttosto fisionomista: a Scalfaro bastò guardarlo in faccia per decidere che era meglio persino Alfredo Biondi.
“Se lo conosci, lo Previti”, commentò Montanelli.
Anche Ciampi nel 2001 rimandò indietro un ministro della Giustizia: Maroni, respinto per via della condanna a 4 mesi per resistenza a pubblico ufficiale, uno che visti i successori pare Cavour.
Scalfaro e Ciampi avevano letto attentamente l’articolo 92 della Costituzione: “Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri”.
Cioè li nomina lui, non il premier. E, se non gli piacciono, si rifiuta di nominarli. Evidentemente Nitto Palma a Napolitano piace, come gli altri “ministri di alto profilo” nominati negli ultimi mesi: l’imputato per ricettazione Aldo Brancher (poi condannato), l’indagato per mafia Saverio Romano (ora imputato), l’attachè del Biscione Paolo Romani, per non parlare degli ultimi sottosegretari “responsabili”.
Ieri, durante la gaia cerimonia della firma al Quirinale, qualcuno ha trattenuto il fiato. Vuoi vedere — sussurrava tremando qualche malpensante — che il capo dello Stato, così allergico ai magistrati che entrano in politica senza dimettersi dalla magistratura, farà una lavata di capo al neoministro, che sta in Parlamento dal 2001 senz’aver mai lasciato la toga, anzi è tuttora in aspettativa, pronto a tornare in servizio alla prima trombatura?
Invece niente, per fortuna è filato tutto liscio.
I severi mòniti del Colle ai magistrati che usano la toga come trampolino di lancio per la politica sono riservati a quelli come De Magistris, che quando fu eletto europarlamentare attese ben due mesi a dimettersi da magistrato, suscitando le ire di Pigi Cerchiobattista.
Ora che il magistrato Palma, da dieci anni deputato, diventa addirittura ministro e, come tale, titolare dell’azione disciplinare contro i suoi colleghi, tutti zitti.
Il bello della politica italiana è proprio questo: ogni volta che si pensa di aver toccato il fondo, c’è chi scava più in fondo.
Palma farà rimpiangere Alfano che a sua volta ha fatto rimpiangere Mastella che da parte sua aveva fatto rimpiangere Castelli e così via, su su fino a Mancuso, Biondi, Martelli, Rognoni, Martinazzoli.
Resta da capire chi, dopo Palma, riuscirà a farlo rimpiangere.
Ma che lo si troverà non c’è dubbio: ci penserà il centrosinistra.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 28th, 2011 Riccardo Fucile
DOVEVA ESSERE IL RISCATTO DELL’ITALIANITA’: ECCO QUANTO E’ COSTATO IL SALVATAGGIO DELLA COMPAGNIA DI BANDIERA….IL DESTINO E’ SEGNATO: SVENDITA AD AIR FRANCE
Se le Ferrovie piangono, Alitalia non ride. 
E se le condizioni di un paese si misurano anche con la qualità del suo sistema di trasporti, le vicende Fs e Alitalia, a cui si aggiunge un caro benzina da incubo, oltre 1,60 euro al litro, sono la spia di un inesorabile scivolamento verso la serie B.
I dirigenti della compagnia un tempo pubblica e oggi nelle mani di un manipolo di privati “patrioti” voluti da Silvio Berlusconi e guidati dalla coppia Rocco Sabelli e Roberto Colaninno, hanno impiegato quasi due giorni per rendersi conto che l’incendio scoppiato sabato notte alla stazione Tiburtina stava sconvolgendo l’Italia dei treni, e quindi era un’occasione da cogliere al balzo per loro manager di un’azienda dei voli .
E che il tempestivo intervento Alitalia sarebbe stato non solo un affare per la compagnia, ma anche una mano santa per i viaggiatori che avrebbero trovato un’alternativa al treno.
Solo nel pomeriggio di lunedì, dopo che gli italiani in viaggio erano rimasti da domenica in balìa di se stessi, senza alternative ai treni, e dopo che ai centralini della compagnia aerea stavano arrivando richieste di biglietti superiori del 30% alla media stagionale, un comunicato ufficiale ha informato che Alitalia stava opportunamente ampliando la sua offerta.
Non con un incremento del numero di voli tra Roma e Milano, però, impossibile da attuare perchè grazie al benevolo intervento di Berlusconi di tre anni fa, Alitalia ha di fatto acquisito il monopolio su quella tratta potendo contare sul numero massimo di slot disponibili, cioè di bande orarie per il decollo e l’atterraggio.
Riflessi zer
La compagnia ha potuto aumentare solo l’offerta di posti, sostituendo dove ha potuto aerei più piccoli come gli Embraer o gli Md 80 con velivoli più capienti, tipo Airbus A321 da 200 posti o Airbus A320 da 165 posti.
Il numero aggiuntivo di sedili, pari circa al 50% di quelli di solito dedicati alle classi economiche, è stato offerto alla clientela a tariffe basse, all’interno di un sistema tariffario che sul Roma-Milano di solito si articola su 4 fasce e la bellezza di 10 prezzi diversi, da un minimo di circa 140 euro a un massimo di 700.
Gli altri posti sono stati invece venduti con i criteri tradizionali, cioè non è stata considerata l’eccezionalità del momento e quindi non è stato affatto abbandonato o mitigato il sistema di incremento del prezzo, anche notevole, per le prenotazioni arrivate a ridosso della partenza del volo.
Considerato che i posti a prezzi economici erano limitati e che date le condizioni molti viaggiatori si sono trovati proprio nella situazione di dover prenotare all’ultimo tuffo, è facile intuire che siano stati costretti ad accettare prezzi non proprio popolari, in qualche caso amatoriali.
La decisione Alitalia di aumentare la capienza ha comunque contribuito a far tirare un po’ il fiato al sistema nazionale dei trasporti alleviando almeno in parte i disagi dei viaggiatori che come perseguitati dal Generale Agosto, ogni estate sono alle prese con qualche grana.
A distanza di tre anni dalla privatizzazione voluta da Berlusconi, il bilancio dell’attività Alitalia non è esaltante e di mese in mese appare sempre più inevitabile lo sbocco già allora previsto da molti esperti e cioè che la compagnia italiana, di fatto rimpicciolita e semiregionalizzata, alla fine finisca per entrare da una posizione subalterna e ancillare nell’orbita della potente Air France.
Frontiera 201
Oggi la compagnia francese detiene il 25% del capitale azionario Alitalia e, in base al cosiddetto “lock up”, non potrebbe incrementare la sua quota prima del 2013.
Da quella data, però, cade ogni vincolo e la parola torna al mercato.
Di certo per Alitalia non sono state affatto mantenute le mirabolanti promesse profuse a piene mani dal capo del governo, proclamatosi allora “presidente aviatore”.
A quei tempi Berlusconi vagheggiava 4 miliardi di investimenti che “sarebbero potuti diventare anche 5 o 6”. Mai visti.
Assicurava che sarebbero aumentati i dipendenti e si sarebbe sviluppato l’indotto, ma mentre allora i dipendenti erano 21 mila, oggi sono 14 mila e l’indotto si è sgonfiato. Ma soprattutto non si sono avverate le profezie economiche di fondo collegate al lancio berlusconiano della nuova Alitalia e cioè la previsione che essa avrebbe favorito lo sviluppo del turismo e smesso di pesare sulle spalle dei contribuenti.
Tutti a Zanzibar
Per quanto riguarda il turismo, a parte la crisi nera che sta investendo il nostro paese, proprio qualche settimana fa, per ironia della sorte, Alitalia ha deciso di avviare una scelta che invece di incrementare il trasporto dei turisti verso l’Italia, punta a direttrici di segno opposto, con il lancio fin da questo autunno di voli charter dall’Italia verso mete esotiche, dalle Maldive a Zanzibar.
Per quanto riguarda i contribuenti, Berlusconi non ha mai conteggiato, come se non esistessero, i costi sociali di circa 8 mila dipendenti in meno e i costi degli ammortizzatori che lo Stato deve pagare per 4 anni.
A conti fatti, il passaggio dalla vecchia alla nuova Alitalia è costato circa 4 miliardi di euro ai contribuenti, così come emerge anche dalle carte del liquidatore Augusto Fantozzi, dimissionario da alcuni giorni, da quando ha capito che il governo avrebbe voluto tenerlo sotto tutela affiancandogli due co-commissari mettendolo nella condizione di non poter avviare in coscienza e autonomia la richiesta di danni ai vecchi amministratori per la mala gestione della compagnia.
Daniele Martini
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 28th, 2011 Riccardo Fucile
IL CENTRO DI IDENTIFICAZIONE ED ESPULSIONE DI ROMA AL CENTRO DI UNA VISITA DEI PARLAMENTARI DI OPPOSIZIONE…DA TEMPO IL REGIME BOSSI-MARONI AVEVA VIETATO L’INGRESSO AI GIORNALISTI COME IN SUDAMERICA… DETENUTI PER 18 MESI SENZA AVER COMMESSO ALCUN REATO
Una ragione grave ha indotto un gruppo di senatori e deputati (tutti di opposizione) ad andare a Ponte Galeria, il cosiddetto Centro di Identificazione e di espulsione di Roma, ovvero la prigione di immigrati e profughi catturati a caso, rinchiusi a caso, detenuti senza spiegazioni, senza ragioni e senza capire.
Lo stesso giorno, il 25 luglio, altri deputati e altri senator si sono presentati ai Cie in tutta Italia.
È accaduto che il governo Bossi-Maroni (al momento ancora formalmente presieduto da Berlusconi) abbia appena stabilito, in modo del tutto arbitrario e mentre tutto accade, nel mondo e in Italia, tranne che un’emergenza immigrati, che la detenzione cieca, che era di sei mesi, sia adesso improvvisamente diventata una detenzione cieca di un anno e mezzo.
Ho scritto “cieca” perchè niente è chiaro o spiegato o documentato in questa brutta storia.
Per essere sicuro che resti cieca, il governo Bossi-Maroni ha deciso, contro la Costituzione, di vietare l’ingresso ai giornalisti, impedendo dunque qualunque informazione per i cittadini e per l’opinione pubblica internazionale.
Il 25 luglio a Roma c’erano il presidente dell’Ordine dei giornalisti, C’era il segretario della Federazione della stampa. C’erano televisioni e decine di colleghi giornalisti. Dal tetto di uno degli edifici-prigione alcuni detenuti ribelli chiedevano di incontrare i giornalisti e di parlare.
Per la stampa non è entrato nessuno.
E purtroppo nessun giornale o Tv (breve eccezione, il Tg3) ha condiviso la protesta o almeno dato spazio a questa notizia non insignificante.
Siamo entrati noi, i deputati e senatori, e abbiamo incontrato gente disperata in un carcere costruito con mura altissime, sbarre da massima sicurezza, impianti da grave e pericolosa emergenza.
Intorno, con la funzione umiliante dei carcerieri, soldati italiani in divisa da guerra, con l’identificazione tricolore sul braccio, qualcosa che i prigionieri, che sono tutti giovani e prima o poi ritorneranno nel mondo, non dimenticheranno.
Dentro funzionari e agenti di polizia, prigionieri a loro volta di una folle invenzione, a cui è stato imposto, nonostante la ben diversa professionalità di fare i sorveglianti, di qua dalle sbarre altissime, che tengono a bada prigionieri che non hanno commesso alcun reato.
Tutto è folle qui, dalla violazione dei più elementari diritti garantiti dai trattati che l’Italia ha firmato, allo sfregio della nostra Costituzione.
Tutto, tranne il dolore e il senso di assurdo che viene dal non sapere il perchè (l’arresto) e quando (la liberazione).
Le mani si protendevano dietro le sbarre e noi le abbiamo strette facendo promesse che, da minoranza nelle Camere, non potremo mantenere.
Due cose però accadranno.
I giornalisti non smetteranno di rivendicare il loro diritto (e avranno tutto il nostro sostegno e il sostegno di molti cittadini).
E costituiremo, sul modello proposto dai Radicali, un gruppo di giuristi e avvocati per affrontare questo grave problema legale e morale che infetta e degrada la vita italiana.
Furio Colombo
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 28th, 2011 Riccardo Fucile
QUEL CHE BERSANI NON HA SCRITTO
Il Pd ha questo di buono: della sua questione morale per lo meno ne parla. 
Bersani ha affrontato il problema con la lettera pubblicata dal Corriere della Sera . Che contiene due elementi apprezzabili.
Il primo è l’ammissione che la «diversità genetica» non esiste più.
Gli iscritti al Pd non sono vaccinati dalla loro storia o dai loro ideali contro la tentazione di rubare.
Bersani dice che il Pd aspira piuttosto a una «diversità politica».
Ed elenca molte misure certamente utili per ridurre il rischio che i politici – i suoi e gli altri – rubino.
Tra queste una legge, del resto prevista in Costituzione, che regolamenti la vita dei partiti condizionando i generosi finanziamenti dello Stato al rispetto di regole interne di trasparenza.
Bisognerebbe anzi prevedere, come nel calcio, la responsabilità oggettiva: chi sgarra perde i soldi pubblici.
Detto questo, Bersani si ferma ben al di qua di ciò che servirebbe per restituire al Pd l’onore politico compromesso dai casi Penati, Pronzato e Tedesco.
Nella sua lettera manca infatti ogni accenno autocritico.
Che ci vuole ad ammettere, per esempio, che un dirigente del Pd nel consiglio di amministrazione dell’Enac non doveva proprio starci?
Non è così che si separa «la politica dalla gestione», come il Pd spesso auspica?
Se si dà a un politico il potere di assegnare una tratta aerea gli si regala anche un potere discrezionale che sarà fatalmente tentato di sfruttare.
E non sono forse migliaia gli enti e le aziende pubbliche i cui cda esistono al solo scopo di assicurare poltrone e affari ai partiti?
Secondo punto. Non si può criticare il Pd perchè alcuni suoi senatori si sono rifiutati di avallare il teorema per cui Tedesco, che non fu arrestato quando era un «semplice» assessore di Vendola, meriti ora la privazione della libertà perchè da parlamentare può delinquere più facilmente (tesi sostenuta dai magistrati).
Ma il Pd ha la colpa di aver portato in parlamento Tedesco proprio perchè era inquisito, con la «furbata» di eleggere a Strasburgo chi lo precedeva in lista, promuovendolo così da primo dei non eletti a eletto dotato di «scudo».
Infine il caso Penati, il più scabroso per Bersani, poichè ne era il braccio destro.
Si capisce che il segretario del Pd non voglia entrare nel merito delle accuse penali. Ma la pietra dello scandalo è la spericolata operazione con cui la Provincia di Milano guidata da Penati comprò azioni di una società autostradale, peraltro già a maggioranza di capitale pubblico.
Bersani potrebbe almeno dire che quell’affare fu un errore, frutto dell’ipertrofia, se non peggio, di una politica che invece di privatizzare acquista fette di aziende, gioca a Monopoli e fa scambi impropri con le imprese usando il denaro dei contribuenti?
Moralizzare davvero vuol dire espellere la politica dalla gestione degli affari e dell’economia.
Fare del moralismo è invece lisciare il pelo ai pasdaran dell’antipolitica, come il Pd ha fin qui spesso fatto nella speranza – ha scritto Marco Follini – di «esserne risparmiato in ragione di un minor vizio: soluzione ingenua senza essere del tutto innocente».
Il trucchetto, come si vede in questi giorni, non funziona più.
Non resta che fare sul serio.
Antonio Polito
(da “Il Corriere della Sera“)
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Luglio 28th, 2011 Riccardo Fucile
VERSATI 2,4 MILIONI DI EURO PER CONSULENZE FITTIZIE…PER I PM ERA UNA FORMA DI FINANZIAMENTO AI DS
Il “sisitema Sesto” è un po’ come il vaso di Pandora: ovunque ti giri, spuntano tangenti.
Non tutte chiare, non tutte destinate all’ex sindaco di Sesto San Giovanni Filippo Penati e soprattutto non tutte servite per finanziare le attività politiche dei Ds tra la provincia e Milano.
L’ultima traccia scoperta dagli inquirenti porta infatti ben oltre i confini della Lombardia anche se si dissolve tra i Lidi di Ravenna e le campagne di Modena.
E’ qui infatti che, inspiegabilmente, finiscono 2 milioni e 400 mila euro versati dall’imprenditore edile ed esponente del centrodestra Giuseppe Pasini a due società indicate dalle cooperative rosse di Bologna: la Fingest di Modena e la Aesse di Ravenna.
Secondo il materiale raccolto dagli inquirenti monzesi, i pm Walter Mapelli e Franca Macchia, il passaggio di denaro, avvenuto nel 2002 in almeno 4 tranches da 619 mila euro ciascuna, non ha infatti una spiegazione plausibile, visto che le fatture emesse a fronte dei pagamenti di Pasini parlano di contratti per lavori inesistenti.
Generiche consulenze per l’estero che poco sarebbero servite in quel periodo a Pasini, in lotta per ottenere dal comune di Sesto San Giovanni una deroga al Prg che gli consentisse di avere un aumento volumetrico sulle costruzioni da realizzare nell’area ex Falk.
Secondo le accuse, ad indicare a Pasini le due società , i cui titolari, Francesco Aniello (avvocato siciliano) e Giampaolo Salami (professionista ravennate) erano legati al Consorzio Cooperative Costruzioni, sarebbe stato Omer Degli Espositi, il 63enne vicepresidente della Ccc ora indagato (insieme ai due consulenti) per concorso in concussione, corruzione e finanziamento illecito ai partiti.
Pasini ai pm avrebbe spiegato che dopo aver acquistato l’area Falk per 380 miliardi di lire arrivò a un accordo con Penati per non subire intralci burocratici che prevedeva il versamento di una tangente complessiva di 20 miliardi di lire, in pratica il 5 per cento sul valore dell’area.
Una cifra che l’imprenditore, ora consigliere comunale del centrodestra, si sarebbe impegnato a versare in diverse modalità : 4 miliardi di lire subito (si parla del 2002) aprendo un conto in Lussemburgo che servì in gran parte per rifondere una parte dei finanziamenti a Penati ricevuti dall’imprenditore dei trasporti e Grande Accusatore, Piero Di Caterina.
In pratica con quei soldi, Pasini consentì all’allora sindaco di Sesto di iniziare a far fronte ai suoi debiti con Di Caterina, tenendo per sè, o meglio per le spese della sua struttura politica, “solo” 500 milioni di lire, che vennero prelevati in Svizzera dal suo braccio destro Giordano Vimercati.
Esistono le contabili bancarie e i numeri di conto corrente forniti dagli stessi imprenditori che non lasciano spazio a molti dubbi.
Un’altra parte dell’accordo tra Pasini e Penati, almeno secondo l’imprenditore, avrebbe previsto invece l’intervento della Ccc di Bologna per l’appalto di alcuni lavori nell’area.
Infine, il versamento di quei famosi 2 milioni e 400 mila euro alle due piccole società di consulenza di Modena e Ravenna.
Che fine hanno fatto quei soldi? A chi erano destinati veramente?
Il sospetto degli investigatori, anche in questo caso, è che si sia trattato di un pagamento per i vertici nazionali del partito di Penati dell’epoca, ovvero i Ds.
Ieri intanto i magistrati di Monza hanno interrogato un altro indagato, Antonio Princiotta, segretario generale prima del comune di Sesto e poi della Provincia sempre con Penati.
Accompagnato dal suo legale, l’avvocato Luca Giuliante (lo stesso di Lele Mora, nonchè tesoriere del Pdl lombardo), Princiotta è stato ascoltato per un paio d’ore. Secondo Di Caterina, il burocrate vicino a Penati avrebbe ricevuto la promessa e il versamento di 100 mila euro (in tranche da 2000 euro ciascuna, l’ultima nel 2008) per stendere la delibera della Provincia, firmata da Penati il 9 gennaio del 2009, che risolvesse il contenzioso dell’imprenditore con l’Atm di Elio Catania, obbligando l’azienda dei trasporti milanesi a versare alla Caronte 12 milioni di euro dovuti dagli introiti dei biglietti.
Crediti tutt’ora vantati da Di Caterina, visto che l’esecutività della delibera è stata poi bloccata dalla nuova giunta di Podestà .
Princiotta ha negato le accuse, sostenendo in pratica che Di Caterina sarebbe impazzito.
Ma come si sa, talvolta la verità è patrimonio dei folli.
E qui il manicomio è appena cominciato.
Paolo Colonnello
(da “La Stampa“)
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Luglio 27th, 2011 Riccardo Fucile
I NOBILI PRECEDENTI DELL’APOLOGETA IN CAMICIA VERDE DEL RAZZISMO E DELLA PEDOFILIA…CHISSA’ COME MAI LA LEGA NON PUO’ PERMETTERSI DI ESPELLERLO COME FAREBBE QUALSIASI PARTITO CIVILE
La Stampa, 22.02.1979
In carcere per bancarotta un assessore di Cuorgnè, Giovanni Jaria, e due avvocati
Truffe e strane operazioni finanziarie che hanno per sfondo la fantomatica cooperativa «Aurora» di Borgaro continuano a interessare la magistratura che sta indagando su fatti e misfatti di questa società in cui parecchia gente in buona fede ci ha rimesso i risparmi credendo di poter un giorno diventare proprietaria di un alloggio.
Ieri il giudice istruttore Accordon ha emesso sei mandati; di cattura eseguiti dai carabinieri del reparto operativo.
Sono stati arrestati due avvocati. Veniero Frullano di 50 anni e Mario Borghezio, 32 anni, un assessore di Cuorgnè, Giovanni Jaria, impresario e personaggio pubblico piuttosto «chiacchierato» tanto da essere espulso dal partito socialista in cui militava attivamente. (…)
(…) Esaminando i libri contabili della fallita cooperativa «Aurora» sarebbe emerso che un «buco» di 90 milioni avrebbe avuto la copertura fasulla di fatture emesse dallo Jaria, o meglio dall’impresa «Ice» di cui Jaria era amministratore.
Perchè? L’ Ammassari, factotum della «Aurora», con quelle fatture fittizie avrebbe dimostrato ai soci che la contabilità societaria era perfetta e che i lavori sarebbero cominciati presto.
Tanto è vero che sarebbe riuscito grazie a quelle «credenziali» a far versare altre somme ai soci, soldi finiti poi non si sa bene dove. L’«operazione fatture» sarebbe un’iniziativa dell’Ammassari, conclusa con l’aiuto degli avvocati Borghezio e Frullano che gli avrebbero presentato Giovanni Jaria.
La Stampa, 23.02.1979
Dietro i raggiri della falsa cooperativa l’ombra del delitto di Vauda Canavese?
Tra i cocci della cooperativa «Aurora» di Borgaro. dichiarata fallita nell’autunno scorso, c’è di tutto: truffa, falsi in contabilità , raggiri, «buchi» per decine di milioni, bilanci fasulli, un’estorsione e, domani, forse, la spiegazione di un delitto che pareva destinato alla polvere degli archivi.
Vediamo di riassumere gli ultimi sviluppi della complessa vicenda.
Tra ieri e martedì notte il giudice istruttore Accordon ha interrogato le persone arrestate; gli avvocati civilisti Venicro Frullano e Mario Borghezio; l’impresario ed assessore di Cuorgnè Giovanni Iaria; il suo socio Luigi De Stefano e un commerciante di Vimodrone (Milano), Giovanni Tornaghi, 47 anni.
Costui, in concorso con Alfredo Luca, 50 anni, radiotecnico di Milano, avrebbe tentato un’estorsione a due non meglio specificati soci della «Aurora».
Come? Cercando di farsi consegnare un paio di brillanti del valore di 10 milioni e offrendo in cambio il silenzio sull’imbroglio che Gian Maria Massari farmacista di Borgaro e factotum della cooperativa, ed i suoi più stretti collaboratori, andavano tessendo alle spalle dei «soci». (…)
E c’è di più: da questa fitta ragnatela dovrebbero venire fuori i nomi e le ragioni di un delitto commesso presso Vauda Canavese il 30 agosto scorso.
Quella sera, due contadini scorsero nelle vicinanze di un loro vigneto affiorare dal terreno il braccio di un cadavere sepolto da poco.
La fossa, scavata qualche ora prima, conteneva il corpo di Loris Silvestri, ex cuoco, «giustiziato» con due colpi di pistola alla testa.
C’è il sospetto che il Silvestri avesse ficcato il naso troppo a fondo proprio nelle attività delle società fantasma che pullulavano nella zona, minacciando forse di parlare.
Da qui l’ordine di farlo tacere per sempre.
Esistono collegaimenti tra le indagini che sta svolgendo il magistrato sulla cooperativa di Borgaro. e varie «affiliate», e il delitto di Vauda (la pratica è pure nelle mani del giudice Accordon?)
Lo si saprà forse tra pochi giorni.
La Stampa, 03.05.1980
La cooperativa-truffa a Borgaro Rinviate a giudizio 11 persone
La truffa ai danni di persone che sono alla ricerca di una casa sta diventando sempre più frequente.
Un esempio viene dalla cooperativa fantasma «Aurora», di Borgaro. costituitasi nel marzo del ’77 e dichiarata fallita nel gennaio del ’79.
I soci avevano nel frattempo versato oltre alle 50 mila lire di capitale sociale e alle 250 mila, a titolo di fondo spese, quote pari al 10 per cento del valore degli alloggi vale a dire, dai 2 al 2 milioni e mezzo di lire ciascuno.
Al centro della vicenda, nata da una denuncia dell’ottobre ’78, e i successivi esposti dei soci che avevano ormai intuito la truffa ordita ai loro danni, un gruppo di spregiudicati professionisti, in questi giorni il giudice istruttore Acordon ha chiuso l’inchiesta, chiedendo il rinvio a giudizio davanti al tribunale per undici persone.
Tutte devono rispondere di associazione per delinquere e concorso nella truffa.
Sono: Giuseppe De Vita, 37 anni, ex postino e vicesindaco di Borgaro, socialista come Gian Maria Ammassari, 35 anni, che abbandonò la gestione della farmacia nel paese per darsi alla politica (era segretario del psi della locale sezione) e agli affari; (…) Maria Luisa Aime, 25 anni, di Leinì, impiegata, socia e consigliere d’amministrazione, grazie alla sua amicizia con il farmacista; (…) l’imprenditore edile Giovanni Iaria, 33 anni, che secondo l’accusa forni fatture «di comodo» per un importo di 91 milioni, a titolo di spese per materiale edilizio mai consegnato; gli avvocati Veniero Frullano e Mario Borghezio, che dovevano assistere come legali gli amministratori e parteciparono invece agli utili dell’impresa truffaldina; (…)
Il via alla cooperativa-truffa risale all’inizio del ’77.
Il progetto è allettante: 150 alloggi da tre a cinque vani, prezzi vantaggiosi. L’iniziativa viene sponsorizzata dalla locale sezione socialista (segretario Ammassari, il farmacista) e dal vicesindaco De Vita, intraprendente e conosciuto. I guai cominciano quando i soci, che nel frattempo hanno versato il 10 per cento del valore degli alloggi, chiedono informazioni più precise sull’ubicazione del terreno e sulla concessione da. parte del Comune dell’autorizzazione a costruire.
La verità viene a galla in consiglio comunale quando il sindaco Sola, rispondendo all’interrogazione di un esponente della Democrazia Cristiana, in minoranza nel Comune, rivela che il terreno dell’«Aurora» non esiste. Poi va dal pretore di Ciriè Di Palma che fa partire l’inchiesta.
La Stampa, 18.12.1993
«On. Borghezio, lasci l’Antimafia»
Il caso della cooperativa socialista «Aurora» di Borgaro coinvolge nuovamente Mario Borghezio, oggi deputato e capogruppo della Lega Nord nella Commissione parlamentare antimafia.
Il senatore e il deputato dei Verdi Emilio Molinari e Massimo Scalia e il senatore della Rete Carmine Mancuso, in una lettera, hanno domandato al presidente della commisione Luciano Violante, pidiessino, se il comportamento di Borghezio nella bancarotta della Cooperativa Aurora (e nell’ammanco di 90 milioni) sia compatibile con il suo attuale incarico di commissario dell’Antimafia.
Tanto più che il tribunale condannò assieme a lui (e ad un’altra dozzina di persone) «tal Giovanni Iaria, indagato per legami con la mafia calabrese». (…)
In altre parole i due senatori Verdi e il deputato della Rete sollecitano il presidente dell’Antimafia ad invitare Borghezio a dimettersi.
Ma il deputato della Lega risponde picche: «E’ curioso che questa faccenda ritorni a galla alla vigilia dello scioglimento delle Camere».
Contrattacca: «Siamo di fronte a una chiara manovra anti-Lega, orchestrata per far riemergere quella vecchia storia».
Una storia di ammanchi (dalla cooperativa sparirono 90 milioni) e una «bancarotta fraudolenta» che parevano dimenticati.
Anche perchè, dopo la condanna (due anni) pronunciata dal tribunale nell’84 e confermata in corte d’appello nell’86, la Suprema Corte annullò le sentenze per vizio di forma: i due dibattimenti, a giudizio della Cassazione, si erano tenuti nonostante che il fallimento della cooperativa fosse stato impugnato, quindi non esecutivo.
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Luglio 27th, 2011 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA CITA LA COSTITUZIONE, ROMA CAPITALE E RICORDA L’ART 5 DELLA CARTA…BERLUSCONI PER NON RISCHIARE LA GALERA E’ COMPLICE DI CHI USA IL TRICOLORE COME CARTA IGIENICA
“Napolitano vuol far saltare la tregua siglata con la Lega”.
Il Cavaliere è nero.
L’iniziativa istituzionale del presidente della Repubblica gli ha fatto saltare i nervi, rendendogli ancora più buia una giornata già funestata dal pagamento di 564 milioni alla Cir. e dalla nuova debacle della maggioranza alla Camera.
“Attenzione e rispetto”, secondo Paolo Bonaiuti, sarebbero state le reazioni di palazzo Chigi alla lettera di Napolitano.
“Quello dei ministeri al Nord è un problema superabile”, assicura un altro stretto collaboratore del premier dopo il vertice serale a casa del Cavaliere.
In realtà il capo dello Stato è andato a toccare il punto più sensibile del governo, il difficile equilibrio raggiunto nei giorni scorsi da Berlusconi con il Carroccio dopo il trauma e lo strappo dell’arresto di Alfonso Papa.
È questo la ragione per cui il Cavaliere adesso è preoccupato.
Da una parte la Lega, attraverso Maroni, gli ha già fatto sapere che non accetterà di fare marcia indietro sui ministeri a villa Reale.
Dall’altra il Quirinale si aspetta già oggi una risposta “scritta” ai rilievi giuridici, istituzionali e politici sollevati da Napolitano nella sua lettera.
E Berlusconi dovrà fare i salti mortali per non scontentare nessuno, per dire che i ministeri al Nord sono solo una targa appesa a una porta, senza tuttavia far scattare la rabbia della Lega.
Ma il capo dello Stato si aspetta una risposta seria, all’altezza delle questioni sollevate. Per iscritto nella lettera e a voce con Gianni Letta.
Perchè Napolitano lo ha detto chiaramente a palazzo Chigi, quella mossa di aprire “sedi distaccate di rappresentanza operativa” al Nord (ma anche al Sud, come hanno già annunciato di voler fare ministri e persino sottosegretari) è un non-senso giuridico, va contro la Costituzione e contro le leggi esistenti, a partire da quella su Roma capitale.
E dire che, prima di arrivare alla decisione di spedire la sua missiva, Napolitano le aveva tentate tutte per bloccare l’iniziativa.
In privato, con Umberto Bossi. E anche in pubblico. A metà giugno, per chi avesse voluto intendere, a Verona c’era stato quel richiamo forte all’articolo 5 della Costituzione, quello sull’Italia “una e indivisibile”.
Ancora più esplicitamente, qualche settimana prima di Pontida, si era schierato contro il decentramento del governo perchè “ci sono delle funzioni che non possono essere frammentate”.
E invece niente, Bossi ha insistito e Berlusconi si è piegato.
Oltretutto dando vita a un pasticcio giuridico.
Con alcuni ministri che si sono autostabiliti per decreto il nuovo ufficio, altri che l’hanno aperto senza nemmeno quella pezza d’appoggio.
Un sotterfugio insomma, una decisione presa aggirando la legge.
Insomma, in attesa dei chiarimenti, fra il Quirinale e palazzo Chigi è sceso il gelo.
E a farne le spese è stato Francesco Nitto Palma, il Guardasigilli in pectore, che dovrà adesso attendere ancora prima di poter essere “presentato” ufficialmente al capo dello Stato.
Anzi, nel Pdl c’è già chi affaccia l’ipotesi di cambiare cavallo, ipotizzando una freddezza di Napolitano sull’ex pm amico di Cesare Previti.
Ma, almeno su questo, Berlusconi è deciso a tirare dritto.
“Non possiamo farci commissariare dal capo dello Stato”, ha ripetuto a chi sollevava questa obiezione.
La questione di Nitto Palma s’intreccia con la possibile nomina di un altro ministro, quello delle Politiche comunitarie.
Il premier ha promesso quella poltrona ad Anna Maria Bernini, ma ancora esita, ha paura di sottoporre anche questa richiesta a Napolitano.
“Non vorrei – è il timore espresso dal Cavaliere durante la riunione a via del Plebiscito – che pretendesse un’altra verifica, come quella che ci ha fatto fare in Parlamento dopo l’ingresso di Saverio Romano al governo”.
In ogni caso la scelta ormai è fatta, anche se dentro la componente forzista la Bernini incontra molta ostilità .
Quel posto infatti fa gola a molti sottosegretari.
Così, per non scontentare nessuno, il premier ha chiesto a Ignazio La Russa di andare a dire in giro che la Bernini è in quota An (dunque sarebbe stato La Russa a spingere per lei) e servirebbe a riequilibrare la nomina al governo di un forzista come Nitto Palma.
Sono questi i mille rovelli del Cavaliere, la ragione per cui Lino Banfi l’ha trovato “abbattuto”.
“Sai – ha confidato sconsolato ieri a un amico – quando hanno visto che ero liquido, che potevo pagare De Benedetti, anche i dipendenti del personale di servizio ad Arcore mi hanno tutti chiesto l’aumento”.
Francesco Bei
(da “La Repubblica“)
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Luglio 27th, 2011 Riccardo Fucile
CRESCE IL MALUMORE NEL PARTITO DEL PREMIER, MA ANCHE NELLA LEGA EMERGONO DUBBI SULLA SCELTA…LA BERNINI VERSO LE POLITICHE COMUNITARIE
Musi lunghissimi nel Pdl. 
Tra i tanti che, in questi tre anni di legislatura, si sono occupati tutti i giorni di giustizia.
Sorpresa, meraviglia, sconcerto, e alla fine, soprattutto per alcuni, anche fastidio. All’insegna di un “… ma Nitto Palma chi?”.
Le impressioni non cambiano se si passa tra i banchi della Lega.
Dove più di un deputato racconta – non per averlo sentito dire, ma per testimonianza diretta – delle liti, praticamente quotidiane, tra lo spigoloso e altezzoso Francesco Nitto Palma e il ministro dell’Interno Bobo Maroni.
Il Carroccio, dicono gli uomini più vicini al Cavaliere, sarebbe “indifferente” a questa nomina. La verità è che di un Nitto Palma Guardasigilli, dopo che fino al giorno prima è stato sottosegretario al Viminale, avrebbero fatto volentieri a meno.
È un fatto.
Dopo un mese di tam tam sui possibili candidati-aspiranti allo scranno che fu di Palmiro Togliatti adesso si può cogliere, passeggiando in Transatlantico, un senso di delusione.
Tra chi avrebbe potuto avere quel posto prevale, ufficialmente, il savoir faire e l’undestatement. Nessuna dichiarazione. Molti mugugni.
In tubino di sangallo bianco fatale tace Anna Maria Bernini, candidata ormai alle Politiche comunitarie, tant’è che un collega ci scherza e le dice “ma lo sai che in Europa il bianco non va?”.
È silente Donato Bruno, il presidente della commissione Affari costituzionali, che è stato a un passo dall’aggiudicarsi la poltrona di Alfano.
Parlano gli altri, molti deputati basiti da questa scelta.
Che in coro dicono: “Ma è vero? È proprio lui? Uno che per tre anni è stato del tutto assente dal dibattito sulla giustizia? Uno che non ha difeso una sola delle leggi per Berlusconi? Uno che s’è preso il posto di sottosegretario e poi è sparito?”.
Eh già . Ma proprio questo è, adesso, uno dei “meriti” portanti di Nitto Palma.
Ecco come ne descrive le doti, dal suo punto di vista ovviamente, uno degli uomini più vicini a Berlusconi che ha lavorato per questa soluzione: “Innanzitutto non è un ministro. E questo non può che far piacere al Quirinale che nell’ultimo incontro con il presidente del Consiglio aveva chiesto di evitare un giro di valzer che somigliasse troppo a un rimpasto. È un parlamentare. E anche questo aveva chiesto il Colle tracciando un possibile identikit. Ha un buon rapporto con Ghedini. Che lo stima. E col quale potrà discutere serenamente. In questi anni non ha fatto o detto nulla che ha poi generato tensioni e scontri. È un magistrato, ma di quelli con le idee che piacciono a Berlusconi. Si batterà per la separazione delle carriere e del Csm, e sarà importante che a farlo non sia un avvocato o un politico, ma uno che per mestiere porta la toga”. Di Nitto Palma si vuol fare il grimaldello per scatenare contraddizioni tra i magistrati. I quali potrebbero d’ora in avanti avere incertezze prima di pensare a uno sciopero.
I dubbi e la delusione di tanti parlamentari del Pdl che adesso si sentono scavalcati?
A via del Plebiscito lasciano intendere che, alla fin fine, questo potrebbe anche essere un “ministero breve”, inteso di breve durata, e che molti altri non sarebbero stati disponibili per questo incarico.
Nitto Palma, invece, non ha nulla da perdere.
E guadagnerà un ritratto ad olio nel corridoio del secondo piano del ministero, giusto davanti al suo prossimo ufficio.
Man mano che il pomeriggio corre, si fa avanti un’altra notazione tra i berlusconiani di casa a palazzo Grazioli.
Questa: “Avete visto? Stiamo mettendo in imbarazzo il Pd e tutta l’opposizione. Di fronte al nome di Nitto Palma non parla nessuno. Loro, di solito così pronti all’aggressione, questa volta se ne stanno zitti. Incastrati. Contro di lui non c’è una sola dichiarazione contraria. Semplice, ha un curriculum impeccabile. Non ha macchie. Solo boatos. Non sarà facile aggredirlo e lavorare contro questo Guardasigilli”.
Liana Milella
(da “La Repubblica“)
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