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LE REFERENZE DI NITTO PALMA, IL CANDIDATO FAVORITO PER DIVENTARE MINISTRO DELLA GIUSTIZIA

Luglio 27th, 2011 Riccardo Fucile

CONSIDERATO COME “L’AMICO DI PREVITI” PER AVER CERCATO DI FAR PASSARE UN EMENDAMENTO PER CONGELARE I PROCESSI DEI PARLAMENTARI…CHIESE L’ARCHIVIAZIONE PER L’INCHIESTA SU GLADIO E SI PRODIGO’ PER LA LEGGE CIRIELLI…ULTIMAMENTE SI ERA BATTUTO CONTRO LA RIDUZIONE DEGLI STIPENDI AI PARLAMENTARI

Se un merito ce l’ha, Francesco Nitto Palma, agli occhi di Berlusconi, è di essere un candidato doc, di provenienza certificata.
Tutti nel Pdl se lo ricordano infatti così: «Ah, sì… l’amico di Previti!».
E in effetti alla battaglia per salvare Previti dalla galera Nitto Palma si dedicò strenuamente in passato, cercando di far approvare un emendamento che avrebbe congelato i processi di tutti i parlamentari fino alla fine del mandato.
Un super Lodo Alfano ante litteram.
Del resto questo ex pm folgorato da Berlusconi ha sempre coltivato l’hobby di intralciare il lavoro della magistratura inquirente, s’intende solo quando le inchieste andavano a toccare i politici del centrodestra.
Nel ’94, primo governo Berlusconi, era Nitto Palma il vice capo di gabinetto di Biondi, il ministro del decreto “salva-ladri”.
A via Arenula s’innamora e sposa (poi si separeranno) Elvira Dinacci, la figlia del potente capo degli ispettori che andavano a rivoltare le scrivanie dei pm di Mani Pulite.
Anche in passato, da sostituto procuratore, più che per i risultati delle sue inchieste sul terrorismo (condotte insieme a Franco Ionta, anch’egli passato al ministero come direttore delle carceri), Nitto Palma viene ricordato per aver stoppato dei colleghi.
Nei primi anni Novanta due giovani e coraggiosi pm di Padova, Dini e Roberti, indagano sull’organizzazione clandestina anti-comunista Gladio.
Riempiono migliaia di pagine di istruttoria, che poi verrà  loro sottratta e spedita a Roma, nel porto delle nebbie.
Il colmo è che Roberti si troverà  persino indagato per rivelazione di notizie segrete da due pm della Capitale.
Chi erano? Proprio Nitto Palma e Ionta, gli stessi che chiederanno l’archiviazione dell’inchiesta Gladio ritenendo la struttura segreta del tutto «legittima».
Nitto Palma, ormai parlamentare di lungo corso, si prodigò anche per l’approvazione della legge-Cirielli (ribattezzata Salva-Previti).
Ma l’ultima battaglia che si ricorda di lui in Senato fu quella del 2007 contro la riduzione dello stipendio degli onorevoli: «È un grave errore – tuonò – andare incontro alla demagogia dell’antipolitica».
Chissà  se oggi lo direbbe ancora.

(da “La Repubblica“)

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BRUNETTA, PICCOLO GENIO INCOMPRESO E “FANTUTTONE”

Luglio 27th, 2011 Riccardo Fucile

HA UNA FURIA SOCIALE E POLITICA… CERCA SEMPRE DI FAR CADERE I SUOI CRITICI NELLA TRAPPOLA DELLA STATURA FISICA

Pubblichiamo un brano della prefazione di Francesco Merlo al suo libro, “Brunetta, il Fantuttone” in uscita in questi giorni per Aliberti (pag.135 –   €.11)

Basta un accenno, diretto o indiretto, alla sua statura, basta pronunziare le parole “basso” o “piccolo” o soltanto dire che il progresso umano è dovuto allo sforzo dei piccoli proprio perchè insofferenti del poco spazio che occupano, e Brunetta tira fuori l’argomento che gli sta più a cuore: “Razzista” urla al telefono, “quello è razzista” racconta in tv e nei libri che scrive.
E qualche volta lo fa con ironia: “Dica la verità , lei mi trova ancora più piccolo che in televisione ?”.
Più spesso ricorre al tono stizzoso e bisbetico che lo ha reso famoso, “Come reagirebbe lei, se avesse un figlio al quale dicessero continuamente ‘nano, sei un nano’?”
Ma sempre si avverte, neppure tanto fuori scena, il compiacimento per il disagio sopportato, per le presunte umiliazioni subìte, per la grandine di dileggi e di sciagurate persecuzioni che si sarebbero abbattute sulla sua vita di piccolo ma ingombrante genio.
È la prova di una grande fragilità , prima ancora di un’ossessione?
È vero che la sua insistenza facilmente può far venire in mente l’idea — il luogo comune direi — che ci sia una voglia di risarcimento, anche fisico, oltre che psicologico e sociale, alla base delle sue sparate: “Avrei preso il Nobel per l’Economia se non avessi scelto di servire il mio Paese con la politica”.
E sono sicuramente materia di psicanalisi i mille insulti pronunziati non al bar ma nei convegni pomposi, nelle sedi istituzionali, da cattedre solenni e prestigiose: fannulloni, ignoranti, siete la peggiore Italia, vi prenderei a calci, la sinistra di merda…
Quel ridere che subito degenera in sghignazzata, il carattere rancoroso, il malanimo che si percepisce nei suoi sfoghi sempre violenti, esprimono davvero l’animoso bisogno di un risarcimento, la rabbia che cerca riscatto.
Sicuramente c’è qualcosa di andato a male.
Ma si tratta evidentemente di una furia sociale, culturale e politica. Quella della statura fisica è invece una trappola nella quale Brunetta cerca sempre di far cadere i suoi critici(…)
Quando ancora non era diventato ministro e la sua antropologia di agitatissimo fantuttone non si era così bene espressa, mi piacque molto il racconto che Brunetta faceva delle sue origini, la storia del padre che vendeva oggetti vari su una bancarella a Venezia, e di come lui, da ragazzo, lo aiutasse.
Insomma, i difficili inizi e la fame patita.
Vedevo nel socialmente basso che diventa socialmente alto una rottura, un ingorgo di impulsi, un eccesso di sollecitazioni, il punto debole trasformato in forza, l’elemento strategico di una personalità  che ha dato scacco al destino.
Il modello vincente è Vittorio Gassman che entra al liceo timidissimo e addirittura balbuziente perchè ingolfato di pensieri e ne esce poeta e attore, tecnico della fonè: da tartagliatore a fine dicitore.
Ebbene ancora più sociale ed edificante è il salto dalla bancarella al governo del Paese. C’è infatti la prova che la democrazia funziona, e che anzi è proprio questo il bello della democrazia: l’ascensore sociale, la possibilità  di farcela, la scalata dal bisogno al merito. Ma Brunetta ha sporcato tutto con l’astio, con il desiderio di “fargliela pagare”.
Non sogna che tutti i venditori ambulanti diventino ministri, ma che tutti i non ministri diventino venditori ambulanti.

Francesco Merlo
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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LAZIO, I SOLDI PER LA PUBBLICITA’ SI’, QUELLI PER I PAZIENTI MAI

Luglio 27th, 2011 Riccardo Fucile

LA POLVERINI SPENDE 15 MILIONI DI EURO DI PUBBLICITA’ ATTRAVERSO AEREI ED ELICOTTERI ADDOBBATI CON LE ICONE DELLA REGIONE, MENTRE L’OSPEDALE SANTA LUCIA RISCHIA DI CHIUDERE…ANCHE FINI IERI IN VISITA ALLA STRUTTURA

Chissà  cosa penseranno i pazienti, piccoli e grandi, ricoverati al Santa Lucia quando vedranno sfrecciare nei cieli della Capitale roboanti aerei o elicotteri addobbati con le icone della Regione Lazio.
I bimbi (quelli che saranno nelle condizioni di farlo) forse saluteranno con la manina.
Non sapranno che, per pubblicizzare il Colosseo o l`Agro Pontino, la presidente Polverini spende 15 milioni di curo in tre anni, cinque dei quali in soli tre mesi del 2011.
Eppure, quando uno dei migliori istituti in Italia per la riabilitazione neuromotoria (accreditato presso la Regione) chiuderà , forse anche quei pazienti si interrogheranno sulle scelte incomprensibili della politica laziale.
Lo farà  sicuramente il giornalista Lamberto Sposini, ricoverato lì da qualche giorno dopo l`emorragia cerebrale che lo ha colpito a fine aprile pochi minuti prima di andare in onda.
Per volere della famiglia, l`istituto non diffonde bollettini medici, ma da quando è stato trasferito le sue condizioni sembrano migliorare.
La Fondazione Santa Lucia (che è anche un Ircss, Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico) ha maturato un credito nei confronti della Regione Lazio di oltre 90 milioni di curo. Non solo colpa della Polverini, per carità , visto che tutto è cominciato con l`ex presidente Marrazzo.
Ma proprio lei, che in campagna elettorale si era spesa con tanto di maglietta per sostenere l`istituto, non solo non ha la minima intenzione di onorare quel debito, ma continua a tenere 2500 pazienti (la media annua dei ricoverati), 750 dipendenti e 450 studenti appesi alle commesse mensili.
La Regione eroga (“ma finora siamo stai pagati solo su protesta”, sottolinea il direttore generale, Luigi Amadio) tre milioni e 200 mila curo ogni mese, soldi che dovrebbero servire apagare i dipendenti, i fornitori e a garantire gli standard elevati di qualità  (anche attraverso la ricerca scientifica) e che invece bastano a malapena per gli stipendi.
“Il livello delle prestazioni non è sceso e ci siamo impegnati a corrispondere con puntualità  i salari – prosegue Amadio -, ma accumuliamo debiti con i fornitori. Per cui ogni mese quel credito di 90 milioni aumenta”.
E questo nonostante una quarantina di ricorsi al Tar e due decreti ingiuntivi del Tribunale di Roma (per sei milioni di curo).
Quando finalmente un giudice riuscirà  a imporre il pagamento, il danno erariale per la Regione sarà  tale che forse anche la Corte dei conti avrà  qualcosa da ridire.
La governatrice, nel giugno scorso, ha annunciato al mondo di aver elargito al Santa Lucia 48 milioni di curo.
Se fosse vero, mancherebbero giusto i 15 spesi per la pubblicità  a garantire al Santa Lucia la sopravvivenza annua.
Ma invece, secondo la Fondazione, non sono arrivati neanche quei 48:   “La Regione ha corrisposto i tre milioni e 200 mila curo al mese in sette tranche, per un totale che supera di poco i 22 milioni”, fanno sapere dalla direzione.
Forse allora la presidente ha fatto una gran confusione, o non è stata bene informata: per il 2010 la Regione aveva proposto alla Fondazione un contratto di remunerazione di 51 milioni, a fronte dei 65 richiesti.
Un contratto che non è mai stato firmato dall`amministrazione.
Eppure per l`istituto si sono spesi anche tanti politici.
Oggi sarà  la volta del presidente della Camera, Gianfranco Fini, che visiterà  l`ospedale, ma in passato si sono interessati del-la sorte del centro il Campidoglio, la commissione Affari sociali di Montecitorio, quella parlamentare presieduta dal senatore Pd, Ignazio Marino, le opposizioni in consiglio regionale.
Rispondendo a un`interpellanza urgente della deputata udc Anna Teresa Formisano, il ministro della Salute, Ferruccio Fazio, ha confermato di aver incontrato quattro volte la direzione del Santa Lucia e ha annunciato di individuato una soluzione condivisa.
Notizia confermata dal dottor Amadio che, pur non volendo entrare nel dettaglio, ha spiegato che si tenterà  un convenzionamento extra budget regionale con l`Inail e con il ministero della Difesa.
Ma è chiaro che, fino a quando non si metterà  tutto nero su bianco, tra i 325 posti letto dell`ospedale regna lo sconforto.
Chi vive a Roma dalle parti della sede della Regione Lazio ormai ci è abituato: una volta al mese incorre nelle proteste di pazienti in carrozzina, personale e amministrazione del Santa Lucia. Vanno a bussare alla porta della Polverini e della commissione Sanità .
Ma si vede che sbagliano giorno.
Forse la prossima volta, alzando gli occhi al cielo, potranno salutare la governatrice impegnata in qualche giro d`onore.

Silvia D’Onghia
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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INCHIESTA PENATI: SCOPERTI FONDI NERI PER 700.000 EURO, TANGENTI ANCHE AL PD DI MILANO

Luglio 27th, 2011 Riccardo Fucile

PASINI A VERBALE: “CI FU IMPOSTO DI PAGARE I CONSULENTI DELLE COOP”….LA PROCURA AVREBBE TROVATO TRACCIA DOCUMENTALE DI DIVERSI MOVIMENTI DI DENARO

Che siano state mazzette, finanziamenti illeciti al partito non registrati, o contributi “spontanei” degli imprenditori, lo stabiliranno le indagini.
Di certo, sul Pds prima, sui Ds poi, non solo di Sesto San Giovanni, è piovuto un fiume di denaro.
Tutto grazie alle amicizie dell’ex sindaco Filippo Penati.
Questo emerge nelle prime carte depositate dalla procura di Monza, nell’inchiesta che vede come principale indagato proprio Penati.
Accusato di corruzione, concussione e finanziamento illecito ai partiti.
Ecco che cosa raccontano le carte raccolte in sei mesi di indagine dai pm di Monza Walter Mapelli e Franca Macchia.
La procura ha quantificato il denaro che l’immobiliarista Luigi Zunino avrebbe messo a disposizione della politica, tramite le società  estere del “re delle bonifiche” milanesi Giuseppe Grossi.
Seguendo la strada del denaro lungo le società  riconducibili all’imprenditore (finito in carcere e ora sotto processo proprio per la bonifica dell’area di Santa Giulia), i magistrati hanno individuato 700mila euro di fondi neri, necessari per oliare la pratica relativa al recupero delle ex acciaierie di Sesto San Giovanni.
La procura avrebbe trovato traccia documentale di diversi movimenti di denaro: attraverso due veicoli societari, l’immobiliare “Cascina Rubina” e la “Miramondo srl”. Con la prima che paga, la seconda che incassa ed emette le fatture, gira il denaro ad altre società  all’estero, prima che i soldi vengano prelevati in contanti.
Per la procura, il sistema di fatture false e società  offshore era finalizzato ai pagamenti corruttivi per l’incremento volumetrico sull’area delle ex acciaierie Falck.
Secondo Piero Di Caterina, le somme che riceveva dall’ex proprietario dell’area Falck, Giuseppe Pasini, per anni girate ai politici, non servivano solo a finanziare la federazione locale del partito.
Dal 1993, dal giorno della discesa in campo di Silvio Berlusconi, anche a sinistra il peso dei soldi in politica è diventato decisivo e il bisogno di finanziamenti è stata un’urgenza sempre più evidente: per questo i fondi per i quali il titolare della Caronte si fa intermediario, a suo dire, finiscono non solo nei rivoli del partito di Sesto, ma finanziano anche la federazione del partito milanese, le campagne elettorali e le spese delle sedi, fino alle manifestazioni pubbliche come feste e convegni.
Per gli investigatori, c’è sproporzione tra le necessità  della piccola federazione della “Stalingrado” del Nord rispetto ai miliardi, oltre 16, che finiscono al partito.
Di Caterina dice ai pm di essere «sicuro» che le somme da lui anticipate finiscono a Penati: «Mi sarebbero state restituite in quanto era scontato che Pasini avrebbe pagato una tangente a Penati».
Racconta di «un conto estero in Lussemburgo, poi scudato, due versamenti» nel marzo 2011: il primo di un miliardo 425 milioni di lire e l’altro di un milione 85 mila marchi tedeschi, «il tutto per un milione 104 mila euro, importo corrispondente alla somma che Penati doveva restituirmi per dazioni di denaro fatte allo stesso fino al ’97».
L’imprenditore Giuseppe Pasini ha anche raccontato ai pm Mapelli e Macchia dei soldi versati per la riconversione del Palaghiaccio di Sesto San Giovanni in una struttura poliedrica, capace di ospitare le gare di hockey dei Diavoli Rossoneri di Milano, ma anche convegni e manifestazioni grazie a uno speciale pavimento mobile. Per quell’appalto, è indagato per concussione Giorgio Oldrini, sindaco dal 2002, proprio dopo Filippo Penati.
Ma ora i magistrati propendono a dare un ruolo marginale nella vicenda a Oldrini, mentre – ha dichiarato Pasini – la richiesta di “aiuto” sarebbe arrivata direttamente da Penati.
E che aiuto: Pasini si sarebbe fatto carico dei lavori gratuitamente, avrebbe garantito con una fideiussione il mutuo acceso con le banche, in più ne avrebbe pagato alcune rate.
Un esborso pari, dice Pasini, a tre miliardi.
Pasini ha inoltre rivelato che l’obbligo di pagare 2milioni 400mila euro in consulenze, affidate a due professionisti del Consorzio cooperative costruttori di Bologna, entrambi indagati, sarebbe arrivato direttamente dal vicepresidente del Consorzio Omer Degli Esposti.
In una email datata 22 aprile 2010, Di Caterina rivendica la restituzione del denaro che ha versato negli anni al partito di Penati a Sesto.
Si rivolge allo stesso Penati e al manager del gruppo Gavio, Bruno Binasco (lo stesso che venderà  la quota in Serravalle nel 2005 alla Provincia guidata da Penati).
Di mezzo c’è la vendita di un’area con annessa cascina di cui Di Caterina si vuole disfare, dopo che le sue aziende vanno in sofferenza per i ritardi dei pagamenti di diverse municipalizzate.
Secondo il racconto narrato in una pagina e mezza di missiva, Penati avrebbe «delegato» il gruppo Gavio a restituire il denaro, attraverso l’acquisto dell’immobile. Binasco, però versa solo la caparra da due milioni.
Nel 2010, Di Caterina batte cassa, garantisce di aver incontrato il manager per ottenere la somma restante e di essere perfino stato minacciato nel caso avesse insistito per avere il saldo.

Sandro De Riccardis e Emilio Randacio
(da “La Repubblica“)

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SENTENZA DELLA CASSAZIONE: “ANCHE GLI IRREGOLARI POSSONO SPOSARSI”, SMONTATO IL “PACCO-SICUREZZA” DI MARONI

Luglio 27th, 2011 Riccardo Fucile

L’ART. 116 DEL CODICE CIVILE CHE REGOLAMENTA IL MATRIMONIO DI UNO STRANIERO CON UN CITTADINO ITALIANO E’ PARZIALMENTE INCOSTITUZIONALE   NELLA PARTE IN CUI RICHIEDE UN REGOLARE DOCUMENTO DI SOGGIORNO IN QUANTO COMPRIME UN DIRITTO DEL CITTADINO ITALIANO…RICHIAMATA UNA SENTENZA DELLA CORTE EUROPEA DI STRASBURGO

La condizione di immigrato o immigrata irregolare non può essere di per sè un ostacolo alla celebrazione delle nozze con un cittadino o una cittadina italiana: lo ha stabilito la Corte Costituzionale che ha dichiarato la parziale illegittimità  dell’articolo 116, primo comma, del codice civile, bocciando così una norma del pacchetto sicurezza che impone il possesso di un regolare permesso di soggiorno all’immigrato che vuole sposare un italiano.
Con la sentenza 245/2011, redatta dal presidente Alfonso Quaranta, la Consulta ha dichiarato “l’illegittimità  costituzionale dell’articolo 116, primo comma, del codice civile, come modificato dall’articolo 1, comma 15, della legge 15 luglio 2009, numero 94 (disposizioni in materia di sicurezza pubblica) – modifica volta a limitare i matrimoni di comodo – limitatamente alle parole ‘nonchè un documento attestante la regolarità  del soggiorno nel territorio italiano'”.
Ecco il testo completo dell’articolo: “Lo straniero che vuole contrarre matrimonio nella Repubblica deve presentare all’ufficiale dello stato civile una dichiarazione dell’autorità  competente del proprio paese, dalla quale risulti che giusta le leggi a cui è sottoposto nulla osta al matrimonio nonchè un documento attestante la regolarità  del soggiorno nel territorio italiano”.
Per i giudici delle leggi “la limitazione al diritto dello straniero a contrarre matrimonio nel nostro Paese si traduce anche in una compressione del corrispondente diritto del cittadino o della cittadina italiana che tale diritto intende esercitare. Ciò comporta che il bilanciamento tra i vari interessi di rilievo costituzionale coinvolti deve necessariamente tenere anche conto della posizione giuridica di chi intende, del tutto legittimamente, contrarre matrimonio con lo straniero”.
La Consulta ha richiamato una sentenza della Corte europea per i diritti dell’uomo di Strasburgo, secondo la quale “il margine di apprezzamento riservato agli stati non può estendersi fino al punto di introdurre una limitazione generale, automatica e indiscriminata, ad un diritto fondamentale” garantito dalla convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo.
“Secondo i giudici di Strasburgo”, ricorda la sentenza, “la previsione di un divieto generale, senza che sia prevista alcuna indagine riguardo alla genuinità  del matrimonio, è lesiva del diritto di cui all’articolo 12 della convenzione”.

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“DOSSIER PER FAR ELEGGERE BOSSI JUNIOR”: BLITZ DELLA GUARDIA DI FINANZA NEGLI UFFICI DELLA LEGHISTA RIZZI

Luglio 26th, 2011 Riccardo Fucile

PERQUISITA ANCHE L’ABITAZIONE DELL’ASSESSORE REGIONALE LOMBARDO… DOCUMENTI PER COLPIRE “NEMICI” DENTRO E FUORI IL CARROCCIO CHE POTEVANO OSTACOLARE L’ASCESA DEL “TROTA”

La casa e gli uffici dell’assessore regionale a Giovani e sport della Lombardia, la leghista Monica Rizzi, sono stati perquisiti da agenti della polizia giudiziaria.
Le perquisizioni, ha spiegato il suo legale Alessandro Didd, sono state affettuate per “ricercare tracce di una attività  di dossieraggio” su richiesta della Procura di Brescia.
Non è ancora noto l’episodio o gli episodi ai quali si riferisce l’inchiesta.
Nei mesi scorsi, comunque, un ex collaboratore dell’assessore, Marco Marsili, aveva presentato una denuncia nei confronti della Rizzi alla Procura di Brescia per trattamento illecito di dati personali.
Dossier, ha spiegato Marsili, che sarebbero serviti poi per colpire ‘nemici’ fuori e dentro la Lega Nord assicurando il miglior risultato elettorale possibile alle scorse regionali a Renzo Bossi detto ‘il Trota’, figlio del leader leghista Umberto.
In pratica chi si sarebbe opposto alla candidatura di Renzo Bossi sarebbe stato oggetto di dossier privati al fine di   dissuaderlo dal tenere quella posizione.
“Io sono stato sentito dalla guardia di finanza – ha detto Marsili – Una con un minimo di decenza sarebbe andata a casa da un pezzo”.
“L’assessore Rizzi non si dimetterà  – ha spiegato in una nota l’avvocato Didd – essendo consapevole di potere confidare nella serenità  della magistratura, che certamente non si farà  ingannare da queste manovre”.

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PATACCA PADANA: MINISTERI FANTASMA A MONZA, GLI UFFICI INAUGURATI SABATO SONO GIA’ CHIUSI

Luglio 26th, 2011 Riccardo Fucile

NELLA VILLA REALE A MONZA NESSUNA INDICAZIONE SUI DICASTERI DI BOSSI, CALDEROLI, TREMONTI E BRAMBILLA…SPARITE ANCHE LE TARGHE IN OTTONE OSTENTATE SABATO DALLE FACCE DI BRONZO

Un bluff in salsa verde padana. Un’inaugurazione tarocca.
I quattro uffici di rappresentanza aperti in pompa magna sabato da Umberto Bossi, Roberto Calderoli, Giulio Tremonti e Michela Brambilla, sono chiusi.
Sbarrati.
Senza un custode o segretaria che dia uno straccio di informazione.
Senza neppure un cartello che indichi l’esistenza in vita delle sedi che hanno messo a soqquadro la maggioranza e fatto traballare il governo.
I ministeri nordisti sono un fantasma. Uno spettro che si aggira per Monza.
E pensare che sabato Calderoli aveva parlato «di sogno realizzato». Bossi aveva promesso «più posti di lavoro per la nostra gente».
E Roberto Cota, governatore piemontese accorso all’inaugurazione, con un filo di commozione che gli incrinava la voce aveva aggiunto: «Questo è un tassello di un processo che porterà  lo Stato più vicino ai cittadini»
I leghisti l’avevano detto: «La sede sarà  operativa da settembre».
Ma non hanno avuto la delicatezza (l’accortezza?) di lasciare indicazioni sulla palazzina di Villa Reale.
Un «ripassate a settembre». Almeno un «chiuso per ferie».
Tanto meno una bacheca con affisse le informazioni per il pubblico.
Orari, funzioni, servizi, giorni di apertura.
Anche in città , perfino sul viale che conduce alla nuova sede, non compare alcun cartello segnaletico che certifichi l’esistenza degli uffici voluti da Bossi.
Che dica: «Per i ministeri si va di là ».
«E’ stata una specie di caccia al tesoro», racconta l’esponente dell’Udc Luca Volontè: «Ero in Brianza per alcuni impegni familiari e ho deciso di fare una deviazione per scoprire quali servizi sono offerti dalle nuove sedi di rappresentanza ai cittadini e agli imprenditori. Nessuno ha saputo dirmi nulla. Alla fine, per fortuna, ho trovato alcuni operai che facevano lavori di manutenzione e sono stati loro a indicarmi la palazzina. Credevo di avercela fatta, invece nisba».
La porta ministeriale era sbarrata.
Delle targhe in ottone mostrate con orgoglio sabato da Calderoli, «Ministero delle riforme», «Ministero dell’Economia», «Ministero del Turismo», «Ministero della Semplificazione», nessuna traccia.
Volontè ha esplorato, metro dopo metro, i muri esterni di Villa Reale per scovare un’entrata secondaria. Ancora nulla. Ha cercato un campanello, un citofono. «Speravo che qualcuno mi potesse dire se, e quando, avrei potuto ottenere le informazioni che cercavo. Un altro buco nell’acqua».
Insomma, una specie di set di Cinecittà . In cartapesta. Finto e tarocco.
Neanche una segretaria. Neppure un citofono. Tanto meno un custode.
I tre locali arredati di tutto punto con scrivanie, poltrone in pelle, salottini, foto di Giorgio Napolitano, Bossi e l’arazzo dell’eroe padano Alberto da Giussano, chiusi con tre mandate di chiave.
Fatta la festa gabbato lo santo.
Eppure, in occasione dello show lumbà rd, non era stato risparmiato nulla ai giornalisti.
Con i suoi pantaloni verde padano, calice di spumante in pugno e nell’altra mano una manciata di patatine, Calderoli aveva mostrato dove avrebbe alloggiato Bossi: «Per lui un ufficio tutto suo. Io, Tremonti e Brambilla, invece staremo nella stessa stanza. Nella terza lavoreranno le segretarie».
Che fosse un bluff, però, non era poi così difficile capirlo.
«Per ora c’è un solo computer», aveva ammesso il Calderoli medesimo con un filo di imbarazzo. «Telefoni? Per adesso non ci sono ancora».
Ma Bossi, imperterrito: «In un Paese dove non si vuole cambiare niente, abbiamo dovuto partire da qualcosa. I cittadini verranno qui e avranno il loro sportello, senza dover fare tanti chilometri per niente».
I chilometri che ha percorso inutilmente Volontè. «Ho visto una desolazione assoluta, questa storia dei ministeri al Nord è una grottesca pantomina», dice il rappresentante centrista.
«Mi viene da suggerire ad Alemanno di concentrarsi su Roma. A Monza, stia tranquillo, non c’è proprio nulla».
E del nulla si ciba la polemica padana.
L’altra notte a Calderoli è scappata di nuovo la frizione: «Credo che i ministeri debbano stare vicino al territorio in ragione delle proprie competenze», ha detto arringando un drappello leghista.
«Ha senso il ministero dello Sviluppo economico a Roma? Per me avrebbe più senso che stesse a Brescia, perchè sarebbe come mettere il ministero del Lavoro a Napoli, dove non sanno di cosa si parla».
Stefano Caldoro, governatore del Pdl della Campania non l’ha presa bene: «Calderoli dice il falso e offende. Non solo i napoletani sanno bene cos’è il lavoro, ma il lavoro è voluto, cercato, preteso da chi non ce l’ha».
Un po’ come i ministeri a Villa Reale. Ci sono, ma non ci sono.

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NITTO PALMA FAVORITO PER IL DOPO-ALFANO: DA GLADIO ALLA SALVA-PREVITI, UN EX PM ALLA CORTE DI SILVIO

Luglio 26th, 2011 Riccardo Fucile

RESTA L’INCOGNITA DELL’ALTO PROFILO CHIESTO DA NAPOLITANO PER IL CANDIDATO A RIVESTIRE IL MINISTERO DELLA GIUSTIZIA…DOMANI LA PROPOSTA AL COLLE

Stanno per scegliere, come Guardasigilli, il magistrato che era in via Arenula nel ’94, con Alfredo Biondi ministro della Giustizia, quando si tentò di fermare Mani pulite col decreto “salva-ladri”.
Francesco Nitto Palma era allora il vice capo di gabinetto.
Toga super conservatrice di Magistratura indipendente, folgorato da Cesare Previti e dalla politica.
“Sceso in campo” nel 2001.
Ieri sera lo stretto entourage del segretario politico del Pdl Angelino Alfano lo dava “al 90%” come prossimo ministro.
Avrebbe bruciato le chance di Renato Brunetta, frenato dallo stop del Colle a giri di valzer nel governo.
Non ha preso quota la candidatura in extremis di Augusta Iannini, direttore dell’ufficio legislativo del ministero, dove ormai lavora da dieci anni.
A favore di Nitto Palma potrebbe giocare la fretta di chiudere prima delle ferie e soprattutto prima della partenza di Napolitano per le vacanze.
Soprattutto lo favorisce – se effettivamente oggi da palazzo Grazioli, dopo un faccia a faccia Berlusconi-Ghedini-Alfano, uscirà  la sua definitiva investitura – proprio l’ansia di Alfano di lasciare il suo incarico nel governo per dedicarsi completamente al partito.
Il nuovo ministro della Giustizia (e Nitto Palma se alla fine passerà ) potrebbe giurare già  domani nelle mani del presidente della Repubblica.
Napolitano, giusto nell’ultimo incontro con il Cavaliere, aveva respinto una lista di 12 nomi e aveva chiesto una candidatura di “alto profilo”.
È tutto da vedere se il curriculum di Nitto Palma, la cui vita professionale e politica non “buca” la storia, corrisponda all’identikit tracciato dal Colle.
Un’accelerazione, senza alcun dubbio, quella sul Guardasigilli.
Per rendere meno instabile il governo, ma soprattutto per mettere un uomo fidato in via Arenula proprio quando uomini del Pdl come Alfonso Papa e Marco Milanese vengono travolti dalle inchieste.
Lì, in quel palazzo, serve un uomo che possa svolgere il ruolo di pilota tra leggi ad personam – e Nitto Palma non ne ha mai disconosciuta una – ed eventuali provvedimenti disciplinari, magari per una banale fuga di notizie.
Uno che possa parlare, mentre oggi Alfano sostiene di essere “frenato” dal suo doppio incarico.
L’urgenza politica è quella di lasciargli le mani libere. Tant’è che Maurizio Gasparri, il capogruppo del Pdl al Senato, ieri diceva: “Ne ho parlato anche oggi con lui e spero in una soluzione rapida e immediata già  questa settimana”.
E così sarà . Salvo possibili perplessità  o stop dal Colle.
Una nomina destinata a chiudere la stagione estiva della giustizia.
Alla Camera non si muoverà  passo sulla richiesta d’arresto per Milanese. Al Senato il “processo lungo” potrebbe arenarsi ed essere messo in lista d’attesa per via della forte irritazione leghista.
Era in calendario subito dopo il decreto sulle missioni, in discussione da domattina. Potrebbe finire nel limbo di un ulteriore rinvio a settembre.
La Lega non ci sta a far “sporcare” un suo contenitore con norme salva-Silvio.
Il ddl Lussana, presentato per bloccare l’accesso al rito abbreviato per chi ha reati da ergastolo, non può diventare un’altra leggina per stoppare i processi del premier. Questo hanno detto i leghisti per tutta la giornata.
Ponendo un aut aut: o il ddl torna quello che era o si ferma.
A loro non è bastata la marcia indietro sulla blocca-Ruby, la norma che impone a giudice di fermare il processo in presenza di un conflitto di attribuzione.
Berlusconi ci aveva già  rinunciato. Ma i leghisti vogliono che sparisca anche il resto, l’articolo che consente agli avvocati di ottenere di necessità  le liste dei testi e quello che inibisce l’uso in un nuovo processo delle sentenze definitive.
Norme scritte apposta per aiutare Berlusconi nei processi milanesi, Mills, Mediaset, Mediatrade, Ruby.
A fronte della voglia di Berlusconi di veder approvata la legge, se n’è mossa in queste ore una opposta: quella dei leghisti che invece, dopo Papa e in vista del sì anche all’arresto di Milanese, vogliono giocare appieno davanti al loro elettorato il ruolo del gruppo anti-casta.

Francesco Bei e Liana Milella
(da “La Repubblica“)

argomento: Berlusconi, Costume, Giustizia, governo, la casta, Napolitano, PdL, Politica, radici e valori | Commenta »

SPAZZATURA, TASSE RECORD E SCATTA LA PROTESTA

Luglio 26th, 2011 Riccardo Fucile

I COMUNI AUMENTANO DI NUOVO LA TARSU, IN TESTA ROMA E VENEZIA: + 30% IN 4 ANNI…ORA TOCCA A MILANO E PALERMO, NUOVA ONDATA DI AUMENTI

Ad Andria sono scesi in piazza anziani signori e mamme con bambini, a Macerata la protesta corre sul Web, malumori si levano dalla provincia di Massa Carrara fino ad Agrigento.
L’oggetto del malessere è la Tarsu, tassa sui rifiuti solidi urbani, il balzello sulla spazzatura.
Lo pagano tutti, nessuno ne parla nei sofisticati centri studi che preferiscono ragionare sulla pressione fiscale e sul prodotto interno lordo.
Qui invece non centrano Fmi e Ocse: la mazzata viene dalle giunte comunali, di destra o di sinistra, in una raffica di rincari bipartisan che sta investendo, in questi giorni, molti degli 8 mila municipi italiani.
Il motivo del disagio sta in una cifra tonda, elaborata da un puntuale e tempestivo rapporto della Uil-Politiche territoriali: in tre anni, dal 2008 e il 2010 il rincaro medio nelle venti città  capoluogo di Regione è stato del 7,6 per cento.
Significa che una famiglia media, di quattro componenti, che vive in una appartamento medio di 80 metri quadrati e che ha un reddito imponibile Irpef di 36 mila euro, tre anni fa si vedeva recapitare una bolletta di 194 euro e oggi deve sborsare 209 euro, circa 15 euro in più.
Ma questa è solo la media, che tiene fuori la molteplicità  dei microcomuni che spesso con la Tarsu non scherzano.
E anche tra capoluogo e capoluogo le differenze si fanno sentire: il caso clamoroso e imbarazzante è Napoli. In tre anni la Tarsu è cresciuta del 48 per cento e il cittadino medio, sommerso dai rifiuti e dalle rivolte, paga 336,80 euro all’anno, la cifra più alta tra i capoluoghi.
Roma e Venezia in quattro anni hanno messo a segno aumenti vicini al 30 per cento. “Sono colpiti principalmente lavoratori dipendenti e pensionati. Invece di aumentare le tasse bisognerebbe tagliare i costi della politica”, osserva Guglielmo Loy, segretario confederale della Uil.
La raffica di rincari, scattati dal 2008, ha una ragione: in quell’anno il governo bloccò le addizionali comunali e gli incrementi dell’Ici ma lasciò le mani libere ai Municipi per la tassa sull’immondizia.
Così sono scattati gli aumenti a mitraglia.
Ma non è finita, stretti dai tagli di Tremonti, i Comuni stanno nuovamente mettendo mano alla famigerata Tarsu.
Città , sporche o pulite che siano, rispondono ad una sola parola d’ordine: aumentare. Così è pronta a farlo Milano, se ne discute a Palermo, mentre Roma ha già  deliberato un aumento del 12 per cento rispetto al 2010 (in media si pagano già  317 euro), Venezia ha raggiunto i 325 euro medi (+ 23,6 per cento rispetto al 2010), Aosta ha già  deliberato per il 2011, rispetto all’anno precedente, un aumento del 9,3 per cento, Trento del 9,3 per cento, Genova del 6,5 per cento ed anche Bologna non ha rinunciato a mettere nero su bianco un contestato rincaro del 5,1 per cento.
Chi spulcia nei bilanci sa, inoltre, che sulla Tarsu gravano altre tasse: il 10 per cento dei defunti Eca (enti comunali di assistenza) e un occulto prelievo provinciale.
La longa manus fiscale delle province, enti per molti destinati a sparire, fa gravare sull’importo della Tarsu una sovratassa che va dall’1 al 5 per cento e si chiama Tributo per l’esercizio della funzione ambientale (Tefa).
Ebbene la stragrande maggioranza delle province (86 amministrazioni su 106) applica l’aliquota più alta.
Per 5,8 milioni di contribuenti oltre al danno di pagare sempre di più anche la beffa di aver pagato indebitamente e di non essere stati ancora rimborsati.
Molti comuni, infatti, invece di far pagare la Tarsu, che è una tassa, impongono la Tia (o Tari) che è una tariffa e su questa fanno pagare l’Iva.
La Corte costituzionale, nel luglio scorso, ha stabilito che la Tia è semplicemente una tassa mascherata e dunque su di essa non può gravare l’Iva.
Il conto è di 933 milioni, 161 euro pro capite, che 1.193 Comuni del Centro Nord dovranno restituire.

Roberto Petrini
(da “La Repubblica“)

argomento: Comune, Costume, denuncia, economia, Politica | Commenta »

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