Destra di Popolo.net

L’INTERVISTA A RENZI: “COSI’ RIFONDERO’ IL PD”

Aprile 22nd, 2013 Riccardo Fucile

“SFIDA A GRILLO SUL CAMBIAMENTO: GOVERNO DI UN ANNO, POI PRESIDENZIALISMO”…PARLA SOLO DI STRATEGIE: CONTENUTI ZERO E TANTI LUOGHI COMUNI

«Cambiare il Partito Democratico per cambiare l’Italia». Il giorno dopo l’elezione di Giorgio Napolitano e le dimissioni in blocco del gruppo dirigente del Pd, Matteo Renzi lancia la sua sfida.
È pronto a candidare il suo progetto a favore di un «nuovo riformismo ».
Vuole un partito rinnovato, capace di interpretare il Paese e che non si paralizzi nella difesa delle «sue correnti».
Il sindaco di Firenze sprona i democratici ad accettare la sfida di un «infingardo» come Beppe Grillo dettando l’agenda del governo che sta per nascere.
«Mettiamoci la faccia anche con un nostro premier» ma indicando le priorità  a cominciare dall’emergenza lavoro e senza aver paura del popolo del web. Un esecutivo che duri non più di un anno per poi tornare al voto con una nuova legge elettorale e dopo aver approvato un pacchetto di provvedimenti che diano una boccata d’ossigeno ai cittadini. E magari dopo aver introdotto l’elezione diretta del capo dello Stato. «A questo punto il Pd è in un angolo. O ne esce oppure salta in aria».
E come ne può uscire?
«Partiamo da quel che è successo. Il Pd ha avuto una strategia perdente in quasi tutto. Ha inseguito le formule e i tatticismi regalando la leadership della discussione una volta a Grillo, una volta Berlusconi. Ha rincorso e non ha guidato. Questa è una settimana decisiva per imprimere una svolta».
Intende dire per la formazione del governo?
«Guardi, io sono rimasto sgomento e disgustato per gli insulti ai parlamentari da parte dei grillini. Io difendo Franceschini e Fassina. Ogni forma di violenza va condannata, ma dobbiamo essere noi a uscire dall’impasse. Il Pd dica che governo vuole, eviti le formule. La smetta con gli aggettivi e inizi con i sostantivi. Si faccia avanti con le sue idee. E le imponga al nuovo governo».
Lei ha qualche suggerimento?
«Il problema, quello vero, è il lavoro. Basta con le discussioni tecniche, basta annunciare provvedimenti di legge che poi non si realizzano mai. Bisogna semplificare e sburocratizzare. Nei primi cento giorni di governo si semplifichi la normativa sul lavoro, si proceda con gli sconti fiscali per i neo assunti. La riforma Fornero è un papocchio, non ha agevolato alcunchè».
Vuole misure più liberiste?
«Io voglio qualcosa che crei più occupati, che consenta ai giovani di trovare lavoro e di non essere sballottati tra stage e apprendistato. Su questo si può coinvolgere tutto il partito».
Ma il nodo non è come creare di posti lavoro ma come si licenzia. È l’articolo 18.
«Quando il paese la smetterà  di discutere di questo e inizierà  a parlare dei 450 mila nuovi disoccupati, allora tutto si potrà  risolvere. Il resto è ideologia. Le aziende stanno chiudendo. Dobbiamo semplificare liberando le energie. Il Paese è paralizzato, i cittadini stanno soffrendo. Questa è la vera emergenza».
I cittadini veramente chiedono anche di condividere i sacrifici.
«Io dico: taglio netto non ai costi ma ai posti della politica. Via il finanziamento pubblico dei partiti. Trasparenza nelle spese dei partiti e della Pubblica amministrazione. Io non voglio darla vinta ai grillini. Sugli “open data” siamo più bravi noi. La trasparenza non è lo streaming, non è il Grande fratello, non è la morbosità  ma è rendicontare le spese. È sapere cosa ci fa Grillo in Costa Rica».
E tutto questo lo si può fare con un governo insieme a Berlusconi?
«Non mi interessa questa discussione sulle larghe intese o su Berlusconi. Non mi preoccupa il Pdl, con loro abbiamo già  fatto un governo. Pensiamo a quel che si deve fare. Tutti sanno che io sono per andare a votare subito, ma è evidente che dopo la conferma di Napolitano al Quirinale le urne sono improbabili. Vogliamo continuare a parlare di questo o di cosa fare? Io preferisco indicare le priorità ,altrimenti buttiamo altri giorni preziosi».
Quanto tempo può durare questo esecutivo?
«Il meno possibile. Diamoci un tempo. Ma se in sei mesi o un anno realizza un po’ di questi interventi, ci guadagna il Pd e il Paese».
Chi dovrebbe presiederlo?
«Intanto mettiamoci la faccia. Non si abbia paura di tutto, non inseguiamo i grillini. Mettiamoci la faccia e diciamo noi quel che va fatto. Poi può presiederlo anche uno d’area centrosinistra, un tecnico o un politico. Certo deve appartenere al nostro mondo, deve essere una persona stimata e godere di consenso. E comunque dimostriamoci leader e non follower. Non si può essere terrorizzati da un tweet. Al primo cinguettio c’è qualcuno che se la fa addosso. Io voglio che i democratici diano la linea al web e non viceversa. I nostri militanti, quelli che si sacrificano, i volontari non vogliono che i loro leader siano impauriti. Non vogliono un partito succube. Puntiamo sulla trasparenza, aboliamo le province, abbattiamo le burocrazie, organizziamo una lotta all’evasione fiscale a tutto campo. Andiamo in Parlamento e vediamo chi è contro, se ne assumeranno la responsabilità ».
Ma il suo partito ora è decapitato. Come può riuscire a imporre uno sforzo di questo tipo?
«Basta non farsi prendere dal panico, e indicare un progetto. Il Pd ha tanti deputati (forse non ne avrà  più così tanti), Scelta Civica è disponibile a contribuire. Una base parlamentare c’è».
Perchè non fa lei il premier?
«Il capo del governo lo sceglie il Presidente della Repubblica con le convergenze che si realizzeranno. Il problema quindi non si pone. Il punto è rendere più smart l’Italia. E più aperta».
In che senso?
«Parlavo nei giorni scorsi con Soru e mi diceva che Amazon in Sardegna sta assumendo 600 persone, è l’equivalente della Carbosulcis e nessuno se ne occupa. Google investirà  qui nel 2014 due miliardi. Se può discutere? Gli immobili inutilizzati dello Stato possono essere venduti. Se ne può parlare? Gli italiani non toccano i loro soldi perchè hanno paura. Vogliamo fare qualcosa? In cento giorni è possibile far partire una nuova luna di miele con gli italiani. Ma se si fa quel che è giusto».
Lei però deve fare i conti anche con Beppe Grillo che definisce un golpe l’elezione di Napolitano ed espone al pubblico ludibrio qualsiasi progetto.
«Quello è il massimo del centralismo antidemocratico. Dice delle castronerie incredibili, sfidiamolo. Se facciamo le cose, sconfiggeremo anche i grillini. Abolire il finanziamento pubblico non è uno scalpo è la riconciliazione con l’opinione pubblica. Il Pd vince se riesce a essere il centro del cambiamento».
Insomma lei si candida a guidare il suo partito.
«La mia ambizione è cambiare l’Italia e cambiare un partito che riflette sul suo ombelico».
Si candida o no?
«Non so come, non so quando ma io ci sono. Ora non voglio aprire un dibattito su di me, non sono in cerca di una seggiola. Io in questo partito ci sono e ci resterò con Fassina e con Orfini. Non mi candiderò per il gusto di candidarmi. Bersani ha vinto alle primarie ma la sua linea è stata sconfitta. Il partito vuole vincere con una linea diversa? Io ci sono. Vuole proteggere solo la sua classe dirigente? Non ci sono. Vuole cambiare l’Italia? Allora cambiamo il partito per cambiare l’Italia e io ci sono. Rifondiamolo con un riformismo che scalda i cuori, con un’anima. Dobbiamo essere capaci di esprimere un nuovo racconto».
In questo percorso c’è spazio anche per Fabrizio Barca?
«Non ho capito qual è il suo progetto. Ci vedremo. Io voglio un partito che coinvolga le persone e le speranze ideali. Un partito concreto. Su questo anche Barca ben venga».
Il ministro ha ipotizzato di sdoppiare la guida del partito dalla premiership.
«Non è un problema. Io preferisco il modello classico, ma sono pronto a dialogare. Purchè alcuni presupposti siamo chiari».
Quali?
«Si prenda atto che Grillo con parole d’ordine tipo “golpetto” va preso sul serio. Sfidiamolo dicendogli “sei un infingardo”. Tu parli e noi lavoriamo per davvero. Poi Vendola: lui è fuori. Apra il cantiere a sinistra. Una formazione alla mia sinistra non mi fa paura. Noi siamo il Partito Democratico di Obama, di Hollande, di Clinton. Siamo il partito democratico che vince le elezioni».
Un partito di sinistra?
«Certo, un partito riformista e non massimalista. Poi ho mandato un sms a Nichi. Gli ho detto: teniamoci in contatto. Mi ha risposto dicendomi che stava per spedirmi lo stesso messaggio».
Tenersi in contatto per provare a governare insieme?
«Ci penseremo al momento opportuno. Ora pensiamo ad altro. Di sicuro lui ha sbagliato sul Quirinale. Inaccettabile insistere su Rodotà  davanti alla disponibilità  di Napolitano, una figura di garanzia che ha dimostrato un incredibile senso di responsabilità . Doveva ritirarsi. E poi tutti sapevano che Rodotà  non avrebbe comunque avuto i consensi per essere eletto».
Nel frattempo il centrosinistra ha silurato prima Marini e poi Prodi.
«Marini sarebbe stato un passo indietro. Ma quel tifo da stadio era sconvolgente. Io ho difeso Prodi a spada tratta. Non ho avuto paura del web. Il killeraggio nei suoi confronti è venuto da parte degli ex popolari e degli ex Ds. Spero che questa sia stata l’ultima volta di un capo dello Stato eletto in questo modo».
In che senso?
«Spero in modalità  diverse. Io sono per il sindaco d’Italia».
Vuol dire l’elezione diretta?
«Perchè no?».
Farà  arrabbiare molti dei suoi colleghi di partito.
«Non so se quest’anno ce la faremo perchè è una modifica costituzionale. Ma perchè non coinvolgere direttamente i cittadini evitando questo tifo da stadio? Credo che non ci sia niente di male. Il sistema semipresidenzialista è un punto di riferimento di larga parte della sinistra. Perchè non da noi?»
Nei prossimi dodici mesi forse va cambiata prima la legge elettorale.
«Certo, io adotterei anche in questo caso il sistema dei sindaci. Si sa chi vince, funziona. Poi va bene qualsiasi altra soluzione che dia certezze sul vincitore. L’importante ora è fare qualcosa per gli italiani. Il mio obiettivo, le mie ambizioni sono meno importanti del successo del nostro Paese. L’Italia viene prima».

Claudio Tito
(da “La Repubblica“)

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TROVATI A CASA DI SCAJOLA DOSSIER DEI SERVIZI SEGRETI E UN DOCUMENTO RISERVATO DEI CARABINIERI CIRCA L’USO DI COCAINA DAA PARTE DEL SUO RIVALE PDL MINASSO

Aprile 22nd, 2013 Riccardo Fucile

AGLI AVVERSARI INTERNI POCHI MESI FA DISSE: “VI HO IN PUGNO”… INDAGATO PER RICETTAZIONE

Il cassetto dei segreti. O, meglio, dei dossier.
I “souvenir” che l’ex ministro dell’Interno (e poi delle Attività  produttive) ed ex presidente del Copasir Claudio Scajola si era portato da Roma a Imperia.
Sono spuntati dalle perquisizioni nell’abitazione e nell’ufficio di Scajola, nell’ambito dell’inchiesta che vede l’esponente del Pdl indagato perchè la somma pagata per i lavori di ristrutturazione di casa nasconderebbe un illecito finanziamento.
A causa di quei documenti, l’ex ministro è ora indagato anche per ricettazione.
Ci sono atti relativi a un procedimento contro Berlusconi, carte del Viminale e note “riservate” dei servizi segreti.
C’è anche un’informativa del 1998, in cui i carabinieri parlano del presunto consumo di cocaina da parte dell’ex deputato Eugenio Minasso, l’attuale principale avversario di Scajola.
La circostanza getta una luce nuova sul clamoroso sfogo dell’ex ministro lo scorso inverno, quando durante un incontro a Genova con gli avversari interni del Pdl, affermò: «So molte cose di voi, ma non le utilizzo».

(da “il Secolo XIX“)

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INTERVISTA A STEFANO RODOTA’: “MI HA CHIAMATO PRODI, BERSANI NON S’E’ DEGNATO”

Aprile 22nd, 2013 Riccardo Fucile

“HO SAPUTO DAI GORNALISTI CHE AVEVANO PREGATO NAPOLITANO DI RIMANERE”… “DOVEVO FORSE CHIEDERE AL PD IL PERMESSO PER ACCETTARE LA CANDIDATURA DEI CINQUESTELLE? MA QUESTI SONO PAZZI”

Succede, purtroppo, di dover disturbare la domenica un signore come Stefano Rodotà  per chiedergli di rispondere ad alcune miserie che sono state scritte sul suo conto in questi giorni di Romanzo Quirinale.
Lo si fa con un certo imbarazzo: non solo considerando la sua persona, ma anche tutti gli altri.
Tutti quelli che in questi giorni lo hanno riconosciuto come simbolo del rinnovamento.
Professore, si è scritto che per la seconda volta lei e Napolitano vi siete trovati a essere rivali per una presidenza. Ci racconta come andarono le cose nel ’92?
Su quella vicenda non sono mai tornato. E, chiariamo subito, non ha mai provocato frizioni tra me e Giorgio Napolitano: io le questioni politiche non le mescolo con quelle personali. Dopo l’elezione di Scalfaro alla Presidenza della Repubblica, Napolitano fu eletto presidente della Camera.
In precedenza ero stato designato dal Pds come candidato alla presidenza di Montecitorio, di cui ero vice-presidente. Sono stato impallinato in parte dai franchi tiratori del Pds e soprattutto dal veto di Craxi.
Ebbi un incontro con Napolitano, perchè i vertici del partito ben si guardavano dal fare chiarezza. Dopo, io ritirai la candidatura e andai a votare per Napolitano. Mi pare tutto chiaro. E poi non è vero, come è stato scritto, che allora lasciai il partito.
Mi dimisi semplicemente dalla presidenza del Pds perchè ero stato candidato e poi non sostenuto dal partito. C’era una contraddizione. Più tardi presentai le mie dimissioni da deputato, furono ripetutamente respinte. Sono rimasto in parlamento fino alla fine della legislatura . Ho detto no a una successiva candidatura, non per risentimento, ma perchè volevo fare altro.
Sabato invece, che è successo?
Sono partito da Reggio Emilia e sono atterrato a Bari dopo le 16. Lì ho saputo che c’era un fatto nuovo, ovvero la candidatura di Napolitano. I giornalisti m’informano della cosa e mi chiedono se intenda ritirarmi: “Apprendo ora di questi nuovi sviluppi, non ho ricevuto nessuna sollecitazione in questo senso, ci sono 1007 grandi elettori e questi voteranno come credono”.
Le hanno rinfacciato di non aver fatto un “gesto di cortesia”.
Ma che vuol dire? Apprendo un fatto dai giornalisti, nessuno — sottolineo: nessuno — mi chiede di ritirarmi. Io non sono in Parlamento, nemmeno potevo discuterne lì. Non avrei certo potuto ritirarmi senza parlare con le persone che avevano proposto e sostenuto il mio nome dalla prima votazione. Non avrei mai sbattuto la porta in faccia al Movimento 5 Stelle o a Sel.
La prima cosa che ho detto sul palco di Bari è stata: “Vorrei dare un saluto al rinnovato presidente della Repubblica”. Una dichiarazione istituzionalmente doverosa, io tengo molto alle istituzioni. Questo rilievo mi pare dunque politicamente infondato ed è una critica personale tutto sommato meschina.
Le è stato rimproverato anche di non aver preso in mano il telefono e contattato il Pd.
Ma per quale ragione dovevo chiamarli io? Il mio telefono e la mia email, durante la campagna elettorale, sono stati largamente contattati. Io, che nelle altre campagne elettorali mi ero molto tenuto in disparte, questa volta, vedendo il rischio, sono intervenuto. E poi guardi: il Pd mi aveva chiesto di candidarmi alle ultime europee, come capolista nel Nord-Est. Ho rifiutato, come ho sempre fatto da quando sono uscito dal Parlamento. Poi, me lo aveva chiesto con grandissimo garbo anche Nichi Vendola. Ma non avevo nessun dovere verso di loro. Dovevo forse chiedere il permesso al Pd per accettare la candidatura del Movimento 5 Stelle? Ma siamo pazzi? Loro credono di essere i proprietari delle vite altrui. Devo spiegare perchè doveva essere Bersani a chiamarmi? Perchè, più o meno responsabilmente, guida un partito e quando si crea una situazione di conflitto tra persone provenienti dallo stesso mondo, è lui che deve prendere l’iniziativa. Sa cosa le dico? Romano Prodi dal Mali mi ha telefonato.
Cosa le ha detto Prodi?
“Stefano, mi dispiace che ci troviamo in una situazione di conflitto”. E io gli ho risposto: “Questa telefonata dimostra di quale spessore politico diverso tu sia rispetto agli altri. Per quel che mi riguarda, ho fatto una dichiarazione concordata con i capigruppo del Movimento 5 Stelle le cui ultime parole sono: ‘Per parte mia non sarò d’ostacolo qualora il Movimento voglia prendere in considerazioni soluzioni diverse’”.
Resta l’inspiegabile fatto che gli uomini del Pd si aspettavano che lei li chiamasse.
Quando hanno bisogno di me si fanno vivi, quando invece io assumo un ruolo rispetto al quale loro dovrebbero esprimersi, scompaiono.
Eugenio Scalfari ha scritto su Repubblica che il suo nome proprio non gli era venuto in mente. Eppure a giugno dell’anno scorso (precisamente il 2, festa della Repubblica, sic) il nostro giornale la intervistò perchè proprio Scalfari aveva parlato di lei per una lista di intellettuali che facessero da “stampella” al Pd.
Sono rimasto molto sorpreso. Ho trovato l’attacco di Scalfari inutilmente aggressivo e del tutto infondato per quanto riguarda i dati di fatto. E il complessivo significato politico di quello che è avvenuto.
Ultima: nessuno ha spiegato perchè il Pd non ha voluto convergere sul suo nome.
Chissà . Forse avevano già  definito una strategia che poi si è rivelata rovinosa: io ero probabilmente in rotta di collisione.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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IL PD SI CONSULTA SU CHI FARA’ LE CONSULTAZIONI

Aprile 22nd, 2013 Riccardo Fucile

TUTTE LE CORRENTI VOGLIONO AVERE VOCE IN CAPITOLO: “MA COSI’ DOVREMMO ANDARE IN QUINDICI…”

La cabina di regia improvvisata del Partito Democratico è in allarme rosso: domani dovrebbero iniziare le consultazioni per il nuovo governo e i Democratici non hanno deciso chi andrà  a farle e con quale mandato.
Ieri i leader o aspiranti tali del partito hanno passato la giornata a telefonarsi per venire a capo del rebus.
E alla fine hanno convocato una direzione per domani, con il compito di scegliere chi andrà  al Colle e con quale incarico.
Da Costituzione ci vanno sicuramente i capigruppo, Roberto Speranza (fedelissimo di Bersani) e Luigi Zanda (area Franceschini).
Evidentemente impossibilitati in questa fase a rappresentare un partito in frantumi. Andrea Orlando, Stefano Fassina e Matteo Orfini stanno gestendo la trattativa per i Giovani Turchi, poi ci sono gli stessi Zanda e Speranza, oltre a Dario Franceschini e Enrico Letta, parte integrante del caminetto testè impallinato.
Molto attivo in questa fase anche Matteo Renzi, che rivendica il suo diritto ad essere consultato.
Per citare il renziano Paolo Gentiloni : “Nei prossimi giorni bisogna riunire gli organismi dirigenti e trovare una soluzione provvisoria. Congresso a giugno? Francamente non è questo il problema, perchè i nodi politici dietro al problema sono nodi che verranno al pettine prima di giugno. Serve una soluzione provvisoria plurale e non verticistica”.
E infatti la direzione dovrebbe decidere anche i reggenti.
L’ipotesi Letta, in questo momento non sembra proponibile.
E dunque, si va verso una gestione collegiale, magari con i rappresentanti delle varie anime, correnti e sotto-correnti.
Il problema è che sono troppe: “Da Napolitano ci andiamo in 15?”, ironizza qualcuno. Per questo nel bunker bersaniano sperano anche che il segretario dimissionario resti. O almeno che vada a parlare con Napolitano. Difficile pensarlo.
I nodi al pettine sono già  venuti e i prossimi stanno arrivando.
“La fiducia a un governo rischiamo di non reggerla”, ammettono nel partito.
Un problema non piccolo anche per farlo il governo, visto che nessuno è pronto a scommettere un euro sulla tenuta dei Democratici.
Sandra Zampa si è autosospesa, dopo la bocciatura di Prodi: “Stavolta non si può fare finta di niente, non si può chiuderla così dopo quello che è successo, andrò avanti fino a che i 101 che non hanno votato per Prodi non avranno detto chi sono e perchè l’hanno fatto”.
Tanto per guardare alle prese di posizione di ieri, a proposito del governo. Rosy Bindi: “Enrico Letta al governo ? Non è il momento. Dobbiamo rimanere contro le larghe intese”.
Franco Marini: “Serve un esecutivo politico”.
Orfini: “Non ci sarà  un governo Pd — Pdl”.
Sandro Gozi (prodiano, in questa fase furioso): “La fiducia a un governo politico? Faccio fatica a pensare di non votarla”.
Pippo Civati: “Il governissimo con i politici è l’autodistruzione”.
Per un esecutivo con larga rappresentanza dei partiti stanno lavorando a vario titolo Letta e Franceschini.
Visto che il Pd è evidentemente su posizioni opposte al suo interno capire chi prenderà  le decisioni potrebbe essere dirimente per capire quale esecutivo nascerà . “Bisogna anteporre gli interessi del Paese a quelli del Pd, dei gruppi dirigenti. Un minuto dopo la nascita del governo inizierà  la fase congressuale del nuovo Pd”, spiega il lettiano Boccia.
Dopo la direzione di domani dovrebbe rapidamente essere convocata un’Assemblea nazionale, quella dei 1000 delegati, per dare il via ufficialmente alla fase congressuale.
Ma sorge una nuova questione: in direzione molti dei giovani che hanno vinto le primarie e sono diventati parlamentari non sono rappresentati.
E allora si pensa anche a fare una riunione dei gruppi, nella speranza di governarli. Molti di questi giovani non hanno votato per Marini nè per Prodi. In buona fede.
E in parte magari manovrati.
Un’altra colpa che in questi giorni si fa a Bersani: aver portato in Parlamento gente senza esperienza e non controllabile.

Wanda Marra
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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NEL PD TUTTI ATTENDONO LA SCISSIONE: “SUL GOVERNO SI DECIDE CHI RESTA E CHI SE NE ANDRA'”

Aprile 22nd, 2013 Riccardo Fucile

RENZI E D’ALEMA LO SOSTERRANNO, SINISTRA VERSO LO STRAPPO

«La scissione è scontata. Inevitabile». Lo dicono tutti nel Partito democratico: Letta, Bindi, Franceschini, Veltroni, Fioroni, Marini, Orfini, Gentiloni, Civati, Renzi.
Nemmeno un franco tiratore stavolta.
Il Pd non esiste più. Nasceranno nuovi soggetti, si romperanno sodalizi e alleanze che non hanno mai funzionato.
Correnti e parlamentari ora sono liberi di fare scelte autonome.
Bersani, da Piacenza, si limita ad osservare.
Ieri lo hanno chiamato per chiedergli di restare al suo posto. Almeno qualche giorno, il tempo di decidere il futuro della legislatura.
«Per favore, abbiamo chiesto un sacrificio anche a Napolitano ». Ha risposto «ci penso una notte» con sottile perfidia.
Stamattina infatti confermerà  le dimissioni e il passo indietro.
Il “segretario” del Pd diventa, temporaneamente, il presidente della Repubblica.
Quando oggi pronuncerà  il discorso d’insediamento e disegnerà  il profilo di governo, determinerà , in maniera indiretta è ovvio, il crollo definitivo della “ditta”.
La fuoriuscita di alcuni, la resistenza di altri, gli equilibri dei prossimi mesi.
Ma quale congresso. Ma quale reggenza, gestione collegiale e altre liturgie.
Il Pd consumerà  il primo tempo della sua fine oggi pomeriggio ascoltando il capo dello Stato a Montecitorio.
E il secondo tempo al momento della fiducia al nuovo esecutivo. «Chi ci sta rimane dentro al Pd. Chi non ci sta, esce», è la constatazione lapidaria che Enrico Letta ha affidato ai suoi interlocutori nelle ultime ore.
«Il nodo politico, un signor nodo, resta quello del “governo o elezioni”», spiega Dario Franceschini ai suoi fedelissimi. «
Lo è fin dall’inizio, dal 25 febbraio.
Adesso diventerà  una questione di vita o di morte per il Pd».
Si sfascerà  tutto, si consumeranno vendette e si cercheranno strade diverse.
Per dirne una, i renziani propongono di far saltare il banco a Roma, dove si vota il 26 maggio cancellando il risultato delle primarie.
Rilanciano la candidatura di Paolo Gentiloni. «Marino è troppo schiacciato su Vendola e noi con Sel non dobbiamo prendere nemmeno un caffè. I giochi vanno riaperti», dice il deputato Michele Anzaldi.
Una scissione nella scissione. Una rottura chiara, netta.
Al momento, le macroaree (o micro?) in cui si dividerà  il Partito democratico sono due.
Quella più simile all’attuale girerà  intorno al centro gravitazionale di Matteo Renzi.
Ci starà  anche Massimo D’Alema, che sostiene il sindaco mantenendo il suo profilo e la sua leadership.
I Giovani turchi di Stefano Fassina, Matteo Orfini e Andrea Orlando oggi dicono no a un governo di larghe intese e sembrano sul piede di guerra.
Ma si piegheranno al diktat del capo dello Stato.
Orfini da tempo ha aperto un canale con Palazzo Vecchio attraverso l’ex vicesindaco Dario Nardella.
Orlando, dopo lo schiaffo nella vicenda del capigruppo alla Camera, è rientrato nell’alveo dei dalemiani.
Fassina, il più bersaniano, non romperà  il sodalizio. «Loro voteranno la fiducia a qualsiasi tipo di esecutivo », dice un dirigente vicino a Letta.
Orfini non ha dato retta a Bersani, non ha spento Facebook.
«Ho passato la domenica a rispondere agli insulti dei miei elettori per la scelta di Napolitano. Ho scritto un post e i toni si sono calmati, si è potuto discutere».
Presto tornerà  a dialogare sul social, quando si voterà  la fiducia alle larghe intese o all’esecutivo del presidente.
L’altra area è quella della Nuova sinistra.
Laura Puppato e Pippo Civati sono considerati in uscita verso questo soggetto. Assieme a loro Sergio Cofferati e Ignazio Marino.
Fabrizio Barca sembra al centro di questa partita.
Toccherà  a lui dire da che parte vuole schierarsi, se in una battaglia interna al Pd o nell’apertura di un cantiere della sinistra più tradizionale.
Ma questa scissione di fatto potrebbe fare “vittime” anche in un territorio di mezzo.
Come Rosy Bindi che si mette di traverso all’ipotesi di Enrico Letta premier delle larghe intese e sembra dire di no a tutte le soluzioni di governo col Pdl.
Il limbo non aiuta la collocazione dell’ex presidente del Pd nel momento in cui i pezzi del partito cercano velocemente sponde.
Il voto di fiducia dunque farà  chiarezza nel corpo sovradimensionato dei gruppi parlamentari. Intanto domani primo round in direzione.
Gli ex popolari chiedono una reggenza di Enrico Letta fino al congresso, affiancato da un comitato di gestione che rappresenti le anime interne.
Ma il renziano Gentiloni fa capire che questa strada non è percorribile. «Ci vuole un caminetto unitario, con pari peso per le correnti.
Renzi ovviamente ne starà  fuori, parteciperà  indirettamente».
Una cosa è certa: questo comitato accompagnerà  e sosterrà  il governo di Napolitano passo passo.
Perchè le elezioni sono impossibili, non le può volere neanche Renzi dopo la settimana del disastro.
«Prendiamo il 3 per cento e il centrosinistra italiano scompare per sempre», dice Antonello Giacomelli.
Una scommessa facile facile.

Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica”)

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GOVERNO, INCIUCIO CON SAGGI, NAPOLITANO ACCETTA AL MASSIMO PER DUE ANNI E VUOLE I “SUOI” MINISTRI

Aprile 22nd, 2013 Riccardo Fucile

IL PATTO: ENRICO LETTA PREMIER, ALFANO E MONTI VICE…IPOTESI GALLO

Il negoziato sul Quirinale si è sempre svolto in parallelo a quello per il nuovo governo, il bis di Giorgio Napolitano è arrivato anche perchè c’è uno schema su cui costruire il nuovo esecutivo.
“Napolitano agirà  guardando gli interessi del Paese”, dice lo storico amico Emanuele Macaluso.
Ieri mattina, durante l’ascesa di pellegrini al Colle, Napolitano è stato chiaro: “Resto, sì, massimo due anni però”.
E poi ha cercato un compromesso con i partiti che dovranno sostenere un governo commissariato dal Quirinale: dentro, tanti ministri tecnici attingendo fra i dieci saggi; ai vertici, un tridente di politici tra Pd-Pdl-Scelta Civica.
I democratici avranno la guida di palazzo Chigi: Enrico Letta è il nome più credibile, anche se non troverebbe il sostegno immediato di Matteo Renzi; scarse le speranze per Giuliano Amato, inviso a tanti tra destra e sinistra e soprattutto tra i leghisti
Silvio Berlusconi ha posto una condizione dirimente: Angelino Alfano vice premier, possibilmente con una delega esplicita alla Giustizia, per garantirlo sul fronte dei processi.
Ma il Cavaliere spinge sempre per “l’uomo di Stato” Gianni Letta.
Nel Pdl in tanti, però, sentono odore di elezioni e vogliono un governo debole, transitorio. E B. vuole riservarsi la possibilità  di mandare tutti a casa quando gli conviene.
L’altro vice premier potrebbe toccare a Scelta Civica, magari con un orientamento economico se diventasse quella la casella in cui collocare Mario Monti.
Il premier in carica è stato il primo a cercare di intestarsi l’operazione Napolitano, e ora spera nel bis anche del governo.
In fondo è lui l’uomo della grande coalizione, quello della maggioranza ABC: Monti chiedeva la garanzia di un re-incarico a Romano Prodi in cambio del sostegno, a maggior ragione farà  un tentativo con Giorgio Napolitano.
L’ipotesi Enrico Letta è quella più forte perchè non avrebbe ostacoli nel gruppo Pdl: è stato lui il principale mediatore nella notte di venerdì tra Pd e Pdl.
Ma Letta sarà  anche il reggente del Pd, forse è troppo cumulare entrambi gli incarichi. Soprattutto visto che, dentro il Pd, Matteo Renzi rivendica di essere ormai l’unico leader con un consenso popolare: il sindaco di Firenze non ha alcuna intenzione di partecipare al governo ma, confidando in elezioni nel giro di sei mesi o un anno, ha bisogno che il partito non venga devastato dalla prossima fase.
E un governo Letta significherebbe dare l’etichetta Pd all’esecutivo, garantendo anche la sopravvivenza a un gruppo dirigente che Renzi è ben contento di aver spazzato via (anche se con la vittima collaterale di Romano Prodi).
Se non c’è l’accordo su un nome politicamente connotato, si studieranno altre opzioni. Due che si faranno trovare pronti sono il ministro dello Sviluppo Corrado Passera (per ora silente, giusto un Tweet “grazie presidente”) e il presidente dell’Istat Enrico Giovannini, uno dei saggi, il coordinatore informale del gruppo che si è occupato di economia producendo un rapporto che, con Napolitano riconfermato, sarà  l’inevitabile programma di governo.
Il mandato di Giovannini all’Istat scade ad agosto, ha una sensibilità  al sociale e piace a una parte del mondo a Cinque stelle (anche se una sua nomina non basterebbe certo a placarli), è cattolico e non compromesso con i governi precedenti.
Quanto ai ministri, i partiti sono pronti a rimettersi a Napolitano: “Io non sono stato contattato”, dice il “saggio” Filippo Bubbico del Pd.
E infatti lui e il suo omologo Giancarlo Giorgetti (Lega) sono i presidenti delle commissioni speciali di Senato e Camera, gli unici due organismi parlamentari funzionanti, e quindi lì resteranno.
Ma per gli altri saggi è quasi certa una promozione al governo: da Luciano Violante per il Pd a Gaetano Quagliariello per il Pdl (il suo nome però sarebbe contestato da una parte del partito).
Forse perfino il costituzionalista Valerio Onida, nonostante le gaffe.
Dei saggi economici difficile immaginare che Salvatore Rossi lasci la Banca d’Italia, di cui è vice direttore, mentre è assai più probabile che Enzo Moavero Milanesi resti alla guida degli Affari europei.
Probabile il reclutamento del presidente della Consulta Franco Gallo, magari poprio come premier istituzionale.
Così come è quasi certo un coinvolgimento di Mario Mauro, ex Pdl che ora è il principale negoziatore per Scelta Civica.
C’è poi Anna Maria Cancellieri: Monti l’ha candidata alla presidenza della Repubblica, Napolitano la stima e, sul suo nome, si stava verificando una convergenza con il Pdl.
Quindi in tanti sarebbero d’accordo a una sua riconferma al ministero dell’Interno.

Stefano Feltri e Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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COME TI RESUSCITO BERLUSCONI: IN POCHI MESI IL SUICIDIO DELLA SINISTRA

Aprile 22nd, 2013 Riccardo Fucile

QUANDO L’ELETTROCARDIOGRAMMA DEL CAVALIERE E’ VICINO ALLA RESA ARRIVA SEMPRE LA SINISTRA CON IL DEFRIBILLATORE

È un’onda che viene e che va. Soprattutto va.
A inizio 2013, Pier Luigi Bersani aveva già  vinto e Silvio Berlusconi era finito.
Un’altra volta.
La situazione, quattro mesi dopo, è appena diversa. Dopo le Primarie, Bersani non poteva non trionfare. Aveva un vantaggio abissale: lo squadrone, il giaguaro da smacchiare, Nanni Moretti a tirargli la volata.
Eppure ce l’ha fatta.
Rigori su rigori sbagliati, e tutti a porta vuota.
Match point sprecati con precisione così fantozzianamente chirurgica da lasciar pensare che, dietro a quei disastri insistiti, ci fosse un metodo. Una collusione. Una connivenza.
In cento giorni o poco più, Bersani è riuscito a sbagliare tutto.
Consegnandosi alla storia come il sicario (il più noto, ma non l’unico) del Pd.
Una sorta di virus che ha distrutto dall’interno quel che restava del centrosinistra.
Spolpandolo con bulimia certosina.
Dall’altra parte, o per meglio dire dalla stessa, Berlusconi. Quello che a novembre sembrava un po’ rincitrullito, a gennaio riusciva a far sembrare financo Giletti un giornalista incalzatore (“Me ne vado? Me ne vado? ”) e che due sere fa suonava allegramente il pianoforte alla serata dedicata ad Alemanno, dedicando canzoncine amene a Rosy Bindi e gioendo — con tutta la claque — per le dimissioni di Bersani.
Ovvero uno dei suoi scudieri più instancabili.
L’ennesima resurrezione del Caimano ha i connotati arcinoti.
Un mix di talento mediatico, genialità  del male e — soprattutto — insipienza degli avversari.
Ogni volta che il centrosinistra lo ha visto in difficoltà , si è guardato bene dall’assestare il colpo definitivo.
Nel ’97/98 fu la Bicamerale di D’Alema, nel 2007/8 il neonato (già  morto) Pd di Veltroni, nel 2011 Napolitano, nel 2013 Bersani.
L’elettrocardiogramma di Berlusconi è irregolare.
Ogni volta che sembra prossimo alla calma piatta, la presunta opposizione accorre — trafelata — col defibrillatore.
La trama non concede particolari variazioni.
Funziona così: si arriva ciclicamente a un punto in cui, per mandare Berlusconi in fondo al precipizio, basterebbe una spinta. Una piccola spinta. Anche solo un refolo di vento.
È però qui che, puntualmente, accadono due cose: la “sinistra” si intenerisce e — al contempo — Berlusconi recita la parte dello “statista responsabile”.
I primi, con fare pensoso, cominciano a straparlare di rispetto del “nemico” (quale nemico?) e propongono genericissime “larghe intese”.
Il secondo, con maestria consolidata, abbassa i toni. Naviga sottotraccia. Non appare. Si nasconde.
Rilascia poche considerazioni che i soliti editorialisti cerchiobottisti definiscono (mal celando l’eccitazione) “altamente responsabili”.
È avvenuto anche prima del Napolitano Bis.
Per osmosi la finta moderazione colpisce anche falchi e colombe, droidi e fedelissimi.
Al di là  delle irrilevanti pasionarie caricaturali, ora una Mussolini e ora una Biancofiore, i Cicchitto e financo i Gasparri (per quanto possa un Gasparri) paiono meno invasati.
Alludono al “paese che ha bisogno di essere governato”.
Preconizzano “alleanze per il bene comune”.
Ssembrano posseduti dal fuoco sacro della passione politica.
La sensazione, vista con occhi minimamente smaliziati, è quella di tanti Jack Torrance (il protagonista di Shining) che a metà  film si reinventano Richie Cunningham e ti offrono una gazzosa al bar di Happy Days.
Un guasto narrativo che metterebbe in guardia persino Oldoini.
Eppure, non si sa come (o forse si sa benissimo), la sinistra ci casca. Sempre.
Dicendo e scrivendo: “Dai, Berlusconi in fondo non è poi così cattivo”.
Ovviamente, un attimo dopo aver teso la mano (un Presidente, un salvacondotto, un inciucio), Jack Torrance spacca il locale e torna quello di prima.
Tra le resurrezioni del Caimano, quella del 2013 è forse la più scombinata.
La sceneggiatura è particolarmente forzata. Del resto è almeno la quarta saga del Lazzaro di Arcore, e anche Rocky IV era più debole del primo episodio.
Ciò che non cambia mai è il finale.
L’happy ending, però sui generis. In queste pellicole di cinema civile è sempre Jack Torrance che vince.
Non tanto perchè riesce a uscire dal labirinto, ma perchè sono le vittime a indicargli la strada.
A porgergli (con sussiego) l’ascia.
Nel frattempo i processi restano. La polizia indaga. I testimoni giurano che “è stato lui”.
Ma qualcuno, alla fine, un alibi glielo trova sempre.
E quel “qualcuno” ha sempre la stessa faccia

Andrea Scanzi
(da “il Fatto Quotidiano”)

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UN MILIONE DI FAMIGLIE SENZA REDDITI DA LAVORO, RADDOPPIATE IN 5 ANNI

Aprile 21st, 2013 Riccardo Fucile

ALTRO CHE INCIUCI E SCENEGGIATE GRILLINE, OCCORRONO INTERVENTI CONCRETI NEL SOCIALE E SOSTEGNI ALLE AZIENDE CONDIZIONATI AD ASSUNZIONI… SONO 495.000 AL SUD, 303.000 AL NORD, 157.000 NEL CENTRO ITALIA

Quasi un milione di famiglie è senza reddito da lavoro.
Tutti i componenti ‘attivi’ che partecipano al mercato del lavoro sono disoccupati.
E’ quanto emerge da dati Istat sul 2012.
Nel dettaglio sono 955 mila le famiglie con tutti i membri appartenenti alle forze lavoro in cerca di occupazione, in rialzo del 32,3% sul 2011.
In un solo anno le famiglie ‘senza lavoro’ sono aumentate di 233 mila.
Ed ecco come sono ripartite: 234 mila single, 183 mila monogenitore, 74 mila coppie senza figli e 419 mila coppie con ‘prole’ a cui se ne aggiungono 45 mila che l’Istat definisce di “altre tipologie”.
A livello territoriale oltre la metà  (51,8%), 495 mila, si trova nel Mezzogiorno, seguono il Nord (303 mila) e il Centro (157 mila).
In generale si tratta di famiglie con seri problemi di disoccupazione e quindi di disagio economico.
Case dove non c’è alcun reddito, o ci sono entrate che però non arrivano dal lavoro dipendente o autonomo, come possono essere le rendite da pensione.
In altre parole nuclei dove regna la disoccupazione assoluta, tutti sono a caccia di un posto, o dove alla disoccupazione magari si associa la pensione o un’altra rendita ad esempio può essere il caso di una famiglia dove il padre è pensionato, la madre casalinga con uno o più figli disoccupati; o dove uno o entrambi i genitori sono alla ricerca di un impiego e i figli ancora piccoli vanno a scuola; o ancora tutti i membri soffrono la mancanza di un posto.
Non si esclude ci possa essere qualche caso più fortunato di chi può permettersi di vivere senza lavorare, contando su rendite immobiliari o da capitale, i cosiddetti rentier.
Ma con tutta probabilità , non è la condizione che associa questo milione di casi.
Un numero lievitato durante gli anni di crisi.
Basti pensare che nel 2007 le famiglie che corrispondevano all’identikit di nuclei con tutte le forze lavoro in cerca di occupazione erano solo 466 mila.
Ecco che in cinque anni la loro cifra è più che raddoppiata (+104,9%).

(da “La Repubblica“)

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RETROMARCIA SU ROMA: GRILLO DA’ BUCA E LA RIVOLUZIONE CONTRO LA CASTA FINISCE IN UNA SCAMPAGNATA AL COLOSSEO

Aprile 21st, 2013 Riccardo Fucile

LE DICHIARAZIONI ESILARANTI DI GRILLO, UN GRANDE COMICO… IL COMUNICATORE MESSORA POLEMIZZA CON LA LOMBARDI PER LA DISORGANIZZAZIONE TOTALE

Da concittadini, una cosa a Grillo dobbiamo riconoscere: è un grande comico.
Da quando si interessa di politica, alle battute previste dal copione ne unisce molte involontarie che sono insuperabili.
Per mesi caccia i giornalisti italiani, li insulta e li maltratta (specie se sono giovani precari) come il marchese del Grillo (“io sono io, voi non siete un cazzo”) e poi una mattina convoca una conferenza stampa-monologo.
Riesce di pomeriggio a parlare di golpe, a annunciare la sua marcia su Roma per sera, a farsela sotto per l’ora di cena e a dare buca per imprecisati impegni dopocena.
Il giorno dopo indice una manifestazione per le 15 in una piazza troppo piccola, senza palchetto e senza amplificazione, arriva e innesta subito la retromarcia.
E qui raggiunge l’apice della comicità  involontaria.
Ecco cosa dice intervenendo su ‘La Cosa’, la web tv del M5S:   “Alla piazza sono arrivato. è lunga e stretta e non riuscivo ad entrare. Di nuovo le tv mi hanno circondato e non sono riuscito ad entrare. La Digos ha detto che c’era un caso di pericolo, che un signore è caduto dalla bicicletta. La Digos ha voluto che andassi via e sono tornato in albergo“.
La situazione di pericolo era forse un armeno armato e incazzato o un pidiellinosenzaelle che voleva darsi fuoco per protestare contro i dirigenti Pd e che avrebbe seminato il panico in piazza?
O un misterioso nemico dei Cinquestelle che voleva lasciare Crimi e la Lombardi vedovi del loro vate?
No, era un signore che era caduto dalla bicicletta.
La Digos ha voluto che si allontanasse?
Ma se poco prima la polizia aveva voluto precisare che per loro non c’era alcun problema.
Se Grillo avesse voluto, sarebbe bastata una scorta di dieci agenti e avrebbe raggiunto il punto in cui fare la sau arringa senza problemi.
Certo, senza palco e senza amplificazione sarebbe stato un po difficile…
Ma chi avrebbe dovuto provvedere?
Pesanti malumori nella sezione del M5S di Roma, incaricata dell’organizzazione del comizio.
Lo staff della comunicazione, subito dopo la partenza del leader ‘stellato’, ci tiene a prendere le distanze: “Non l’abbiamo organizzato noi -replicano ai cronisti- chiedete ai romani che hanno voluto Beppe qui”.
“Sì, chiedete pure a Lombardi…”, si lascia sfuggire Claudio Messora, a capo della comunicazione M5S, al Senato.
In piazza non era stato organizzato alcun palco per far sì che Grillo potesse salutare i simpatizzanti accorsi.
Si tratta, tra l’altro, del secondo appuntamento che Grillo salta in meno di 24 ore.
A questo punto il M5S invita i manifestanti a dirigersi verso il Colosseo e Grillo chirisce che si tratta di “una camminata” dei simpatizzanti a cui lui non parteciperà . “Una cosa pacifica, una passeggiata, si fa perchè Roma è splendida” dice Grillo.
Insomma una scampagnata, lui forse non avrà  le scarpe adatte o soffrirà  di calli, chissà .
Giunti al Colosseo, un gruppo di manifestanti si raduna un pò polemico sotto l’Arco di Costantino e chiede di proseguire per il Quirinale.
“Ora la manifestazione è finita — avverte il cittadino-deputato Di Battista poco prima delle 19 -, abbiamo fatto una bellissima passeggiata per via dei Fori imperiali arrivando al Colosseo manifestando pacificamente, ora andare al Quirinale non ha senso”.
La scampagnata è finita, i golpisti possono dormire sonni tranquilli.
La rivoluzione è rinviata alla prossima gita fuori porta.

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