Aprile 17th, 2013 Riccardo Fucile
LA SORELLA STEFANIA: “AMATO ESTRANEO AL FINANZIAMENTO ILLEGALE AL PARTITO? ABITAVA FORSE SULLA LUNA? NON POTEVA NON ESSERE COINVOLTO”
“Parliamoci chiaro: se mio padre era un criminale lo era anche Giuliano Amato”, dice Bobo Craxi.
“Papà a capo di un partito di ladri? E allora Giuliano era il vice ladrone”, rincara Stefania, intervistata separatamente dal fratello.
E se il primo continua a negare l’esistenza stessa dei reati (“Prendere soldi per il partito non fa di un uomo un ladro, i veri delinquenti sono quelli che infettano il sangue”), Stefania Craxi è più pragmatica: “Amato estraneo al finanziamento illegale al partito? Abitava forse sulla luna? Non poteva non essere coinvolto. Il punto è, semmai, che lo facevano tutti”.
Fatto sta che vostro padre è morto latitante, mentre Giuliano Amato è tra i papabili per il Quirinale.
Bobo: Che devo dire? Il destino è beffardo. Ma nessuno, tantomeno mio padre, si aspettava che Giuliano si buttasse nel fuoco per lui. E infatti non lo fece. Ma non si stupì affatto: lo conosceva troppo bene.
Stefania: Certo, mio padre decise di assumersi le proprie responsabilità . Amato no.
Sul piano umano cosa pensate di lui?
Bobo: Amato, come politico, ha sempre avuto manchevolezze. E per natura non è mai stato interamente partecipe della vita politica del partito, tanto meno della sua fine. Non voleva certo andare a sbattere contro un muro.
Stefania: Stiamo parlando di un uomo estremamente intelligente. Come presidente della Repubblica dovrebbe però trovare quella franchezza che gli è mancata in passato. Perchè al Quirinale serve un uomo risoluto: e infatti avrei preferito D’Alema.
Bettino Craxi non fu così diplomatico quando Amato prese le distanze dalla stagione di Tangentopoli. Lo ribattezzò “il becchino del Psi”.
Bobo: Quella fu una fase molto dura per mio padre. Io, vent’anni dopo, non ho la stessa animosità . Anche perchè non fu Amato a scavargli la fossa: poi, è evidente, le sue fortune cominciarono proprio quando papà ci finì dentro.
Stefania: Abbiamo avuto vari scontri, anche pubblici. Ed ero sempre io a incalzarlo, non certo lui. Ma so distinguere tra il passato — che non posso modificare — e il futuro di questo Paese.
Quando vi siete conosciuti?
Bobo: All’inizio degli anni Ottanta. Amato era già a Palazzo Chigi, veniva dalla corrente giolittiana del partito. Era l’ala più accademica. Intellettuali rispettati, ma senza potere. Poi mio padre gli prospettò la possibilità di entrare nella stanza dei bottoni, e lui accettò di buon grado. Da quel momento la sua carriera decollò: divenne sottosegretario, poi andò al Tesoro. E ora che ha vissuto la sua seconda Repubblica, si prepara per la terza. Gode di longevità .
Come prenderebbero i socialisti la sua elezione a capo dello Stato?
Bobo: Non sarebbe una tragedia. Certo, non isseremmo le bandiere, ma non metteremmo nemmeno il lutto al braccio. Amato alla fine è come il grigio: va bene per tutte le stagioni.
Stefania: Sarebbe il terzo socialista che sale al Quirinale, dopo Saragat e Pertini. Ne sarei lieta. All’epoca non ebbe la forza di risollevare il Psi, se oggi diventasse capo dello Stato non potrebbe più…
Defilarsi?
Stefania: L’ha detto lei, comunque sì.
E i vostri rapporti come sono?
Stefania: Io sono cresciuta con una signora che sedeva a tavola con noi ogni sera: la politica. So apprezzare l’intelligenza di chi lavorava con mio padre. E poi Amato ha lasciato il testimone a mio marito: la presidenza del tennis club di Orbetello.
Bobo: L’ultima volta che ci siamo incontrati è stata al Viminale quando era ministro dell’Interno. Anche se non ci vedevamo da quindici anni, mi trattava come si ci fossimo parlati mezz’ora prima. Segno che, tra persone intelligenti, i rapporti umani — nonostante tutto — restano buoni.
Umani?
Bobo: Diciamo politici.
Beatrice Borromeo
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 17th, 2013 Riccardo Fucile
SENZA ACCORDO IL PDL VOTERA’ BERLUSCONI
L’accordo non è in vista. 
Le diplomazie sono al lavoro, ma solo stasera Berlusconi e Bersani potrebbero avere un rendez-vous. All’ultimo tuffo.
La terna che Berlusconi si aspetta da Bersani è quella nota: Amato, Prodi, Marini.
Ma poi bisogna anche vedere se il segretario del Pd arriverà all’incontro con in tasca la rinuncia alla pretesa di farsi dare l’incarico. Per formare il governo.
Tutto, però, è ancora molto fumoso.
Al momento, la strategia pidiellina prevede che nel caso si dovesse arrivare a un accordo tra Pd e Pdl su un nome (Berlusconi vorrebbe D’Alema, ma anche Amato alla fine sarebbe digerito) si voterebbe sin da subito il nome prescelto, anche se c’è chi propone di votare nei primi tre scrutini i candidati di bandiera e di procedere solo al quarto con il nome frutto dell’accordo per evitare di bruciarlo con i franchi tiratori.
Se così dovesse essere, l’indicazione che arriva dal Pdl è quella di votare Silvio Berlusconi alle prime tre votazioni e tentare di riaprire un canale di dialogo in vista della quarta.
Ma Berlusconi teme altro.
Che, cioè, dal quarto voto, se non ci dovesse essere domani sera la fumata bianca, l’abbassamento del quorum trasformi la Camera in un Vietnam del tutti contro tutti.
Con il Pdl che può solo rimetterci.
I democratici, infatti, potrebbero trovare anche altre convergenze ed eleggere un presidente, come Romano Prodi, visto come la peste dal Cavaliere.
O come Rodotà , con tanto di appoggio grillino. Un incubo.
Un’azione davvero ostile, che farebbe cambiare la strategia berlusconiana anche sulla lunga distanza.
Ecco perchè, ragionano a palazzo Grazioli, si deve alzare la posta.
Se n’è parlato anche ieri sera, durante un summit tra i fedelissimi e l’ex premier.
Berlusconi è pronto a gridare al golpe del Pd che occupa tutte le cariche istituzionali.
D’altra parte, anche le indiscrezioni delle ultime ore non l’hanno affatto convinto.
L’entrata in scena di nomi dei giudici costituzionali Sabino Cassese e Sergio Mattarella non sono state considerate credibili a Palazzo Grazioli. Anzi, delle vere prese in giro; si sa, al Cavaliere restano sempre indigesti i giudici.
Figurarsi chi, come Cassese, è considerato anche vicino a Prodi.
Comunque, il 18 Berlusconi non sarà in aula alla Camera.
È vero che ha chiesto il rinvio dell’udienza a Milano per legittimo impedimento parlamentare, ma il 18 pomeriggio è atteso a Udine, per il comizio finale del candidato presidente Pdl in Friuli, Renzo Tondo.
Un segnale fin troppo chiaro che il Cavaliere non crede a un’intesa con Bersani.
Tant’è che anche ieri sera ha parlato del suo programma “elettorale”.
Una nuova manifestazione è in vista per l’11 maggio a Brescia.
Se tutto dovesse precipitare, sarebbe quella “della riscossa del Nord operoso contro l’Imu”.
Sara Nicoli
(da “ll Fatto Quotidiano“)
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Aprile 17th, 2013 Riccardo Fucile
L’EX PRESIDENTE PDS PIACE SOLO A UNA PARTE DEL PD
“Stefano Rodotà ? Io sono una giurista, a me come Presidente della Repubblica piacerebbe”. Alessandra Moretti spezza una lancia a favore del costituzionalista.
Una lancia che ha un certo peso, provenendo da una delle fedelissime di Bersani. Tentazioni.
In realtà la pro-offerta di Grillo (“Se la Gabanelli rinuncia, il Pd può votare Rodotà . E sulla fiducia vediamo…”) al solito dilania il partito.
Il Pd è ancora alla ricerca di un accordo con il Pdl.
Ma Rodotà è un nome al quale è difficile dire di no. “Già il fatto che Grillo ci chieda di votarlo è un buon motivo per non farlo. Anzi, Rodotà dovrebbe rifiutarsi di farsi candidare dai 5 Stelle”.
Il giovane Turco, Matteo Orfini lo dice con veemenza, ma molti nel partito sono sulle sue posizioni. “Come facciamo a fidarci adesso? Come facciamo a credere che davvero Grillo sia pronto a un accordo?”, commenta Andrea Orlando.
I Democratici ragionano secondo schemi di gioco: c’è quello che contempla un accordo con i grillini, che dovrebbe portare a un governo a 5 Stelle, sul quale in questa fase sono scettici tutti. E quello che vede Amato, o magari D’Alema, in chiave di un accordo con Berlusconi.
La partita personale di Bersani passa per un Capo dello Stato che gli dia l’incarico: e dunque la tentazione Rodotà in questa chiave esiste, visto che Amato e D’Alema potrebbero ragionare sulle larghe intese propriamente dette, facendolo fuori.
Ieri, a proposito dell’offerta di Grillo dallo staff del segretario chiarivano che il metodo è sbagliato: se il leader dei 5 Stelle vuole trattare, deve venire a parlare con noi.
E vale per tutti: non si può dire “o questo, o niente”.
Oggi intanto dovrebbero vedersi i capigruppo di Democratici e M5S. “Rodotà è un nome autorevole, che potremmo votare — commenta Civati — ma per spuntarla nel Pd per noi sarebbe stato più facile Prodi”.
Non è detto che non risalti fuori al quarto scrutinio.
Poi ci sono i giochi e le strategie personali dei vari leader, che rendono il tutto piuttosto ingovernabile.
Gli ex popolari Rodotà non lo vogliono.
Perchè non vogliono l’alleanza con l’M5S. “Io sono per un candidato condiviso, che passi già nei primi scrutini — spiega Beppe Fioroni — il problema non è Rodotà , ma è la modalità : Grillo non sta cercando una condivisione, ma sta invitando a votare il suo”.
Renzi sarebbe pronto a votare Prodi o Amato.
Entrambi gli garantirebbero il prossimo futuro: Prodi non piace al Pdl e potrebbe velocizzare la strada verso le elezioni; e Amato, soprattutto, significherebbe un governo di qualche mese con Matteo candidato naturale alle prossime elezioni. Secondo lo stesso ragionamento, potrebbe andar bene anche D’Alema,.
“Perchè Rodotà ? Come facciamo a sapere che non è la Gabanelli”, fanno melina i fedelissimi Lotti e Bonifazi.
“I 60 parlamentari di Renzi, Rodotà non lo votano, pure andando contro l’indicazione di Bersani”, va sicuro uno degli uomini vicini al Sindaco.
Perchè Rodotà è troppo di sinistra, perchè vorrebbe dire chiudere con il progetto del Pd. Perchè non piace ai cattolici. E perchè a Grillo sono già state date le presidenze delle Camere, con un’operazione fallimentare, argomentano.
Renzi ieri non s’è espresso, per dire la sua aspetta che il nome gli venga fatto ufficialmente (ma Marini e Finocchiaro li ha bloccati sul nascere).
Parlerà stasera in diretta alle “Invasioni barbariche”. Pronto a sparare la sua.
Proprio mentre il segretario dovrebbe riunire i parlamentari per informarli sul nome da votare. Sono in corso riunioni, incontri, telefonate. Ma in realtà , un nome che non rischi di spaccare il partito Bersani non ce l’ha.
Se non si trova un accordo interno, dal quarto scrutinio il Pd rischia di andare in ordine sparso. E mentre ieri Sel apriva a Rodotà , contro Amato c’era una rivolta tra i neo eletti democratici alla Camera.
Tanto che Enrico Letta andava in giro a dire che l’alternativa non c’è, perchè l’accordo col Pdl sarebbe fatto.
O l’unica sarebbe D’Alema, meno indigesto ai giovani Pd del Dottor Sottile.
Wanda Marra
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Aprile 17th, 2013 Riccardo Fucile
IL CAVALIERE EVOCA “UN ACCORDO DI FERRO” CON IL LEADER DEMOCRATICO
«Direi che è fatta con Bersani», annunciava nel tardo pomeriggio di ieri Berlusconi, che proclamava
«la fine della fase tattica» e parlava di un «accordo di ferro» per il Colle con il segretario del Pd sul nome di Amato, ritenuto «l’unico spiraglio».
Diceva la verità il Cavaliere o stava bluffando?
Tutte e due le cose, l’uso del condizionale – quel «direi» – lo testimoniava.
E non perchè dovesse solo far finta di aver preso una decisione, ma perchè la corsa per il Quirinale è sempre piena di insidie: in passato è bastato un niente per far saltare patti più saldi di quello che il leader del Pdl sostiene di aver stretto con il capo dei democrat.
Di certo c’è che i due si sentono ormai assiduamente e non hanno più bisogno di intermediari. Ma siccome una stretta di mano telefonica non basta a chiudere un simile negoziato, alla vigilia delle votazioni Berlusconi mantiene – al pari del suo interlocutore – un atteggiamento non ambiguo, bensì prudente.
E c’è un motivo se dalla sua corte è iniziato a filtrare il nome di D’Alema, se il primo presidente del Consiglio post comunista è stato accreditato come «il candidato»: Amato era e resta la prima scelta per il Cavaliere; D’Alema è la carta di riserva, su cui puntare nel caso in cui l’accordo sull’ex sottosegretario di Craxi non dovesse reggere, e Berlusconi volesse evitare di restar fuori dai giochi, ritrovandosi al Quirinale una personalità non gradito se non ostile.
Il punto è che Amato produce anticorpi all’interno dei due schieramenti: inviso a molti nel Pd e osteggiato da Vendola, determina lo stesso effetto in un pezzo del Pdl e nella Lega.
Perciò, se davvero – come sostiene Berlusconi – è stata trovata un’intesa con Bersani sul candidato, il problema è come farlo eleggere, mettendo a punto la tempistica per ufficializzare quel nome e sottoporlo ai grandi elettori.
Per esempio, riuscirebbe Amato a superare le forche caudine del voto segreto già alla prima chiama?
È stato calcolato che – in caso di accordo tra Pd, Pdl e Scelta Civica – ci sarebbe un margine di centosessanta senatori: basterebbe o sarebbe preferibile aspettare le successive due chiame?
E se si optasse invece per la quarta votazione – quando servirà la maggioranza semplice – non ci sarebbe il rischio di aprire le porte ad altri giochi, scatenando i franchi tiratori
Insomma, un passo falso e Amato sarebbe bruciato.
Di qui la carta D’Alema, che Berlusconi ha valutato con lo sguardo però sempre rivolto agli amatissimi sondaggi: perchè – agli occhi del suo elettorato – l’ascesa dell’ex segretario del Pds al Colle con il supporto del Pdl saprebbe di «inciucio», avrebbe un impatto maggiormente negativo rispetto ad Amato, che certo non è considerato una «novità ».
Tuttavia, pur di non dover stare a guardare per la seconda volta l’elezione del capo dello Stato, il Cavaliere non ha escluso D’Alema dal mazzo.
Preferirebbe Marini, «peccato che – giura scaricando le responsabilità sul fronte avverso – siano quelli del Pd a non volerlo». Ancora una volta dice il vero o bluffa?
Di sicuro Amato incontra il gradimento di Berlusconi, che è in piena sintonia con Napolitano, da tempo sponsor dell’esponente socialista.
Ma se il patto Pd-Pdl dovesse saltare, l’inquilino del Colle avrebbe un altro candidato che vedrebbe di buon occhio come suo successore.
Sarà una semplice coincidenza, ma non c’è dubbio che il giudice costituzionale Cassese incontra i buoni uffici del capo dello Stato uscente, ed è il nome con cui Bersani potrebbe evitare di venire travolto da Grillo, che ieri pronto ha iniziato la manovra di accerchiamento al Pd e gli ha di fatto proposto un accordo su Rodotà .
Con Cassese, Bersani si precostituirebbe un’exit-strategy, ecco perchè ne ha fatto cenno l’altra sera a Monti.
Il premier uscente però vuole che sul Quirinale ci sia una «scelta condivisa» con il Pdl, e la reazione istintiva di Berlusconi all’ascolto di quel nome non è stata entusiastica: «Cassese chi? Quello che ha lavorato per bocciare il lodo Alfano?».
Chissà se Gianni Letta sarà riuscito a persuaderlo, spiegandogli che l’ex ministro di Ciampi «si è mosso sempre di intesa con il presidente della Repubblica». Napolitano, appunto.
Da quell’orecchio però Berlusconi non ci sente, e infatti nella rosa predisposta dal capo dei democrat ci sono Amato, D’Alema, Marini e la Finocchiaro, che ieri ha chiesto e ottenuto di non venire esclusa dalla lista.
È sui primi due nomi però che si gioca la partita per il Colle.
Berlusconi dice che «è fatta».
Sicuro che non si vada ai supplementari?
Francesco Verderami
(da “il Corriere della Sera“)
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Aprile 17th, 2013 Riccardo Fucile
SI PUO’ TRATTARE SUL NOME DI RODOTA’, FRENATA SU PRODI E SULL’USCITA DALL’EURO…”PERDEREMO DEI PARLAMENTARI, LO ABBIAMO MESSO IN CONTO”
Quello che arriva in Friuli, a Zoppola, paese alle porte di Pordenone, non è il solito Grillo. Anche nel suo linguaggio qualcosa è cambiato.
È pacato e ha ritmi più politici.
Nella tappa di Sequals, poche ore dopo, anche al Pd: “Dico a Bersani di votare Gabanelli: date questo segnale, poi vediamo. Noi abbiamo già alcune proposte, come quelle per una vera legge anticorruzione, una sul conflitto di interessi e una sull’ineleggibilità della Salma. Bersani si prenda le sue responsabilità , sarebbe il primo passo per governare insieme”.
A Zoppola non c’è un palco, Grillo passeggia su e giù per la piazza, parla con la gente.
Come la signora che le chiede di andare in televisione a confrontarsi con gli altri e lui: “Ma io devo confrontarmi con voi, non con la tv. La tv l’ho già fatta, conosco a memoria i meccanismi, le inquadrature. Conosco il messaggio. La rivoluzione è dirlo qui. Poi mentre le sto parlando lei è già in tv. Non le vede le telecamere?”.
Prima di ripartire, Grillo accetta di rilasciare una lunga intervista al Fatto Quotidiano.
La prima dopo le elezioni e, soprattutto, nel giorno in cui la partita per il Quirinale diventa concreta e decisiva.
Grillo aspetta seduto a quella che è la sua scrivania a bordo del camper. Stesso mezzo che lo ha scorrazzato per l’Italia. Stesso autista, stesso tecnico del suono.
Un incontro domanda e risposta, e non è semplice, perchè Grillo è molto più abituato a fare monologhi.
Partiamo dalle cosiddette Quirinarie: da oggi avete un nome da votare?
Non me l’aspettavo, non mi aspettavo quel nome. Ero convinto che uscisse Gino Strada o, forse, Stefano Rodotà . Ma Gabanelli è un grande nome, segno che gli elettori nostri vanno già oltre rispetto a Grillo. E questa è una cosa sensazionale.
Ha sentito la Gabanelli?
No, non l’ho ancora sentita. Non sono certo che accetti l’ipotesi . Ma, appunto, i nostri cittadini hanno scelto il loro nome, in completa autonomia. E hanno indicato una persona perbene, in grado di svolgere quel compito in grande libertà . Gli altri hanno commentato: sarebbe la Repubblica delle manette. Magari, dico io.
Però alla fine, alla faccia della rete, ha vinto un volto della tv: non è un controsenso?
No. Ha vinto una donna di carattere, temperamento, una donna perbene. Non c’entra niente la tv, forse il piccolo schermo le ha dato un volto riconoscibile. Ripeto però: non mi aspettavo fosse lei la più votata.
La possibilità che Gabanelli e Gino Strada non accettino esiste?
È molto probabile, il terzo nome è Stefano Rodotà .
Crede che altre forze politiche convergano su una di queste ipotesi?
Mi sembra molto più probabile che il presidente venga eletto prima del terzo scrutinio grazie a un accordo tra il Pd e il Pdl. E questo accordo non passa dai nomi che noi proponiamo.
Se si dovesse andare oltre il terzo scrutinio, lei si giocherà la carta Prodi?
Non gioco nessuna carta. Sceglie la rete per me. Non scelgo io. Sono un portavoce come gli altri. Non capisco quanto ci vorrà perchè venga compresa questa differenza.
Giriamola in un altro modo: le piacerebbe Prodi come presidente della Repubblica?
Non lo so, onestamente. Forse non è neanche lui la figura che serve a questo Paese in questa fase. Non è certo l’uomo del cambiamento.
Poi è il padre dell’euro e uno dei padri dell’Europa. E lei con l’Europa non ha questo grande feeling. O sbagliamo a interpretare?
Io vengo dipinto come antieuropeista. Ma non c’è niente di più falso. Mi aspettavo un’Europa diversa, con un cammino diverso. Si è fatta la moneta unica, poi si parlano 11 lingue diverse. E non voglio neppure l’abolizione dell’euro. Voglio che sia un referendum a decidere.
Com’è andato l’incontro con Napolitano? Vi siete visti, avete parlato in una sede istituzionale. Se lo aspettava di entrare in abito scuro al Quirinale?
Sono rimasto deluso da Napolitano.
Deluso per quello che riguarda il post-incontro?
Sì. È stato una delusione. Ci siamo lasciati in un modo, poi lui è tornato coi saggi. Per prendere tempo.
Ma lui cosa vi ha chiesto?
Se eravamo disposti a votare la fiducia al Pd. E noi abbiamo risposto che era il Pd a dover dare la fiducia a noi. Bersani voleva i nostri voti per insediarsi al governo. E continuare sulla strada tracciata fino a oggi. Noi non abbiamo firmato cambiali in bianco. C’è un governo. Vogliono votare la legge sul finanziamento ai partiti? Bene, Bersani si presenti con l’assegno da 49 milioni. Così possiamo parlare.
Lei però non lascia grandi spazi. Dice Prodi no, inciuci no…
Il Pd può votare Gabanelli. Non credo che sia una donna per loro impresentabile. Se poi vogliono presentare Giuliano Amato, il braccio destro di Craxi, facciano pure.
Grillo, la sua vita è cambiata.
Minacce considerate attendibili, altre meno.
Ha intenzione di accettare la scorta?
Non voglio scorte, ma la mia famiglia ha paura: mia moglie, i miei figli. Mi trovo le persone più svariate sotto casa. Alcuni hanno i microfoni, altri non so chi siano. Ma non intendo cambiare il mio modo di vivere.
Continuerà con i comizi di piazza?
Dopo questi non ce ne saranno altri. Io e Casaleggio stiamo incontrando imprenditori. Lui ieri a Torino, io piccoli imprenditori liguri. Ma ancora non hanno capito che l’approccio con noi non è quello che hanno con gli altri. Io non voglio i farmacisti o i notai che mi porgono i loro voti sul piatto in cambio di leggi di favore. Se è questo che cercano, possono restarsene a casa. Parliamo dei problemi. E di come si possono affrontare, non ci interessano gli affari di casta.
Ieri Berlusconi ha incontrato Renzi per un’ora al teatro Regio a Parma: chiusi nell’anticamera di un palco. Pizzarotti, il sindaco a 5 Stelle, Berlusconi non lo ha degnato di uno sguardo.
Non lo sapevo, non sapevo dell’incontro. Ma è la stessa anima che li spinge.
Eppure si doveva parlare di Pietro Barilla, era il centenario della nascita. Lei lo conosceva Barilla?
È stato un grande imprenditore. Gli portarono via la fabbrica e sputò sangue per riprendersela. Come sono stati grandi i Piaggio, i Costa, come è stato un grande industriale Adriano Olivetti.
Il Movimento 5 stelle perderà dei parlamentari per strada?
Lo abbiamo già messo in conto. Hanno già provato a comprarseli. Ma è nella natura delle cose che se ne perda qualcuno per strada.
Il Grillo privato?
Faccio una vita diversa, ma continuo a ripeterlo a tutti. È arrivato il momento che ognuno si prenda le proprie responsabilità . Io le mie me le sono prese.
E chi gliel’ha fatto fare?
Me l’ha fatto fare la preoccupazione. Io ho 65 anni, sono in una fase diversa della mia vita. Ma i miei figli no. Provo a lasciargli qualcosa che sia migliore di quello che hanno oggi e in un futuro prossimo. Non so quanti anni serviranno, ma il cammino è iniziato.
Inarrestabile?
Ci proveranno, a fermarci, ma il Movimento 5 Stelle non è un fenomeno isolato o passeggero.
Sogna o ci crede?
Un po’ tutti e due. Non saremmo arrivati dove siamo senza un pizzico di utopia. Ma quando parlo di riduzione degli orari di lavoro, ci credo. Serviranno 25, forse 30 anni, ma ci arriveremo.
Emiliano Liuzzi
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 16th, 2013 Riccardo Fucile
ACCOLTE SOLO 5 DELLE 17 RICHIESTE DI TOSI, LE ALTRE 12 SONO STATE ANNULLATE O CONVERTITE IN RICHIAMI SCRITTI.. ERA PRESENTE ANCHE BOSSI
Via Bellerio ha deciso: via alle espulsioni. 
Una nota di Roberto Calderoli, responsabile Territorio del partito, ha annunciato che il Comitato di Disciplina e Garanzia della Lega, integrato dai Segretari nazionali di Lombardia, Veneto, Piemonte, Marche e Toscana, ha accolto 5 richieste di espulsione avanzate dalle segreterie nazionali.
Sono state respinte, però, 12 delle 17 proposte avanzate.
“La discussione si è svolta in un clima di massima collaborazione e serenità e tutte le deliberazioni sono state assunte all’unanimità ”, ha assicurato Calderoli.
L’incontro, a cui erano presenti anche il segretario federale Roberto Maroni, il segretario della Liga Veneta Flavio Tosi e il segretario del Piemonte Roberto Cota, è stato presieduto dal presidente della Lega Umberto Bossi.
“Le 12 richieste di espulsioni respinte sono state annullate oppure convertite in richiami scritti o sospensioni temporanee” ha fatto sapere il responsabile organizzativo del Carroccio.
Tra i nomi degli espulsi c’è anche quello del consigliere regionale veneto Santino Bozza, padovano, figura presente nell’elenco dei 35 leghisti per i quali il segretario veneto Flavio Tosi aveva chiesto l’espulsione sabato scorso in relazione alle proteste avvenute a Pontida.
Il consigliere veneto alle scorse elezioni aveva annunciato di aver votato Pd come protesta contro la gestione Maroni-Tosi del Carroccio.
Santino Bozza ha replicato: “Il problema non è Roberto Maroni o Umberto Bossi, l’unico problema è Flavio Tosi e quanti non hanno a cuore il Veneto”.
Il neo-espulso ha inoltre annunciato che parlerà con il governatore del Veneto Luca Zaia “assieme, agli altri puniti — dice — e faremo un gruppo autonomo”.
Il consigliere sottolinea la “solitudine di Tosi”, definendolo “unico vero artefice della sconfitta elettorale della Lega in Veneto”.
“Fascista” è l’accusa che il consigliere regionale lancia al sindaco di Verona e annuncia che contro di lui c’è ”un asse tra Treviso, Venezia e Vicenza”.
C’è anche un altro veneto tra gli espulsi. E’il consigliere comunale Claudio Viviani, eletto nelle liste del Carroccio a Negrar.
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Aprile 16th, 2013 Riccardo Fucile
BINDI: “GIA’ SAREBBE TANTO TROVARE UNA FIGURA CONDIVISA TRA NOI”
I bersaniani, i mariniani, i dalemiani, i fioroniani, i prodiani, i renziani, i «giovani turchi», gli ulivisti, i lettiani, i veltroniani, i bindiani, i franceschiniani…
E non è detto che l’elenco sia completo, perchè il partito che nacque da due partiti per fonderli in uno, è omai null’altro che un’affollata e confusa somma di tribù, guidate da capi rancorosi, assetati di rivincita e in guerra tra loro.
È il peggiore dei declini: e va in scena nel momento peggiore.
Tanto che, dopo che l’aveva già fatto Franceschini, stavolta tocca al vicesegretario – a Enrico Letta – dire «c’è un rischio di spaccatura del partito… io sono preoccupato, non possiamo spaccarci in questo momento».
In questo momento no, ma dopo si potrà : e forse si dovrà .
Ed è un dopo che non potrà esser comunque spostato troppo in là , a giudicare dalla micidiale giornata di ieri, filata via tra accuse e offese senza precedenti.
Del resto, la brace ardeva sotto la cenere fin dalle durissime primarie combattute nell’autunno scorso tra Bersani e Renzi: poi, le elezioni andate male, le tensioni nel partito e la necessità di formare un governo e rinnovare contemporaneamente tutte le più alte cariche dello Stato, hanno letteralmente trasformato il Pd in un vulcano. Giovani contro vecchi, laici contro cattolici (e da ieri anche cattolici contro cattolici…), ex diessini contro ex popolari, liberal contro radicali…
È un durissimo tutti contro tutti, con un continuo giro di mosse di interdizione per stoppare l’avversario interno che hanno prodotto un risultato certo (la paralisi del partito e dell’intero quadro politico) ed uno imminente: l’addio, perfino, alla possibilità di eleggere da soli un «presidente di parte».
L’aria è pessima praticamente su ogni fronte.
Ieri, per esempio, Franco Marini e Anna Finocchiaro hanno duramente risposto a Renzi (che li aveva giudicati inadeguati come candidati al Quirinale) nascondendo però a fatica la rabbia per il mancato intervento di Bersani: «Un segretario che non ha mai difeso nessuno dagli attacchi di Renzi accusava uno dei più stretti collaboratori della Finocchiaro -. Uno che da due mesi pensa soltanto al suo governo, mandando alla malora il partito e tutto il resto»
E le cose non migliorano per nulla se ci si sposta sul fronte-Quirinale.
Non a caso, uno dei primi «bersagli» del sindaco di Firenze – e cioè Rosy Bindi, Presidente dell’Assemblea nazionale del Pd va ripetendo da giorni ai compagni di partito un suggerimento che ancora fino a ieri pochi intendevano: «Cominciamo con l’individuare un nome che sia condiviso almeno da noi, all’interno del Pd. Già questo, vista l’aria che tira, sarebbe da considerare un successo… ».
D’altra parte, la «pasionaria» al tempo del rinnovamento della Dc sa bene cosa voglia dire la paralisi e la spaccatura del partito di maggioranza relativa, e che effetti possa produrre quando c’è da eleggere un Capo dello Stato.
Primavera 1992, lei era europarlamentare e in Italia bisognava eleggere il successore di Francesco Cossiga: Forlani e Andreotti si contrastarono per settimane, col risultato che il nuovo Presidente (Oscar Luigi Scalfaro) fu eletto il 25 maggio alla sedicesima votazione.
E forse il braccio di ferro sarebbe andato avanti chissà quanto, se non ci fosse stato il terribile attentato di Capaci (23 maggio).
Quella situazione – cioè quelle divisioni – rischiano di riproporsi oggi in maniera perfino più paralizzante, considerata la varietà (e la rigidità ) delle posizioni in campo nel Pd.
Ci sono i giovani che non vogliono un presidente sul profilo Amato-D’Alema-Marini perchè «occorre dare un segno di cambiamento»; ci sono i renziani – e naturalmente non solo – che puntano su Prodi, convinti che con quel nome «si torna alle elezioni in autunno»; ci sono i cattolici che vogliono un cattolico al Quirinale, ma poi si dividono su chi (Marini? Prodi?) ; e infine i bersaniani, che guardano con un occhio al Quirinale e con l’altro a Palazzo Chigi, sperando possa essere conquistato dal proprio leader: aggiungendo, così facendo, confusione a confusione.
In questo lunedì di fine aprile, il pessimismo su un’intesa per il Quirinale e sul futuro del Pd sembra dunque più che giustificato, anche se nei corridoi si sussurra di incontri risolutori e patti già stretti.
Gli incontri ci sono, naturalmente: solo che da una settimana quel che viene costruito nel primo viene poi demolito nel secondo…
Federico Geremicca
(da “La Stampa“)
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Aprile 16th, 2013 Riccardo Fucile
QUIRINALE: DECISIVI IL SECONDO E TERZO VOTO
Fuori i secondi, trattano solo i leader. 
Non è più tempo ormai di sherpa e messaggeri, per chiudere l’intesa sul Quirinale Berlusconi aspetta di incontrare nuovamente Bersani e di sentirsi proporre una rosa di «candidati presentabili», o forse un solo nome, purchè – appunto – sia «presentabile». L’ironia con cui aggettiva la richiesta, testimonia come il Cavaliere si approssimi alla corsa per il Colle sapendo di avere un ruolo centrale nel negoziato.
È vero che la storia delle elezioni per la presidenza della Repubblica è piena di colpi di scena, perciò il leader del Pdl fa mostra di prudenza.
Tuttavia le difficoltà in cui versa il Pd gli garantiscono al momento una posizione di vantaggio.
Allora non resta che attendere il rendez vous tra Bersani e Berlusconi, che sancirà l’accordo o la rottura.
Era scontato che si sarebbero visti a ridosso del momento decisivo, perciò è presumibile che l’appuntamento sia stato fissato.
Comunque ci sarà , se lo sono ripromessi, se è vero che ieri ci sarebbe stato un contatto telefonico tra i due.
D’altronde la cartina di tornasole per intuire che il dialogo intrapreso da Bersani e Berlusconi – pur tra mille difficoltà – non si sia interrotto, è dato dall’atteggiamento di Renzi, dal modo in cui il sindaco di Firenze ha posto rumorosamente il veto su alcuni candidati al Quirinale, così da sbarrare il passo al segretario.
L’affondo avrà anche portato il Pd sull’orlo di una scissione, ma per quanto possa apparire paradossale ha agevolato il lavoro di mediazione di Bersani.
Con il «niet» a Marini e alla Finocchiaro, infatti, Renzi ha scremato la lista dei pretendenti al Colle, spianando la strada ad una possibile intesa sul nome di Amato, su cui sarebbero già pronti a convergere i centristi.
E dato che sul nome dell’ex sottosegretario di Craxi il «rottamatore» sa di non poter opporre resistenza, Bersani avrebbe ora la possibilità di fare a Berlusconi il nome di una personalità che il Cavaliere considera «presentabile».
Il leader del Pdl d’altronde – pur dichiarandosi pronto a votare per un esponente del Pd – in realtà non avrebbe accettato candidati che agli occhi dei suoi elettori farebbero lo stesso effetto di una patrimoniale. E con l’opzione delle urne in campo…
Il primo a capirlo è stato D’Alema, che pure nei giorni scorsi stava giocando per sè la partita del Colle e ora avrebbe dirottato le proprie ambizioni sulla presidenza del Parlamento europeo, al posto di Schulz.
Quanto a Prodi, la sua eventuale candidatura entrerebbe in scena dalla quarta votazione, ma sulle macerie del Pd, perchè vorrebbe dire che la mediazione di Bersani è fallita.
Sarebbe un evento traumatico per i democratici, che oggi nemmeno Berlusconi vuole si verifichi.
Al Cavaliere interessa il patto, perciò aspetta.
Resta da capire quando l’intesa sul Quirinale si potrebbe realizzare.
E c’è un motivo se ieri il leader del Pd non ha fissato il timing: «Giovedì, forse venerdì».
È probabile che alla prima votazione i partiti decideranno di misurare le proprie forze, per mostrare la capacità di tenere unito l’esercito dei grandi elettori.
Sarà un test decisivo per capire se il patto potrà essere onorato alla votazione successiva.
Perciò alla prima chiama il Pdl è pronto a far convergere i propri voti sul candidato di bandiera: e la «bandiera» del Pdl è Berlusconi.
Francesco Verderami
(da “il Corriere della Sera”)
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Aprile 16th, 2013 Riccardo Fucile
L’INCHIESTA DI REPORT: AFFARI E CRESTE, CRIMINE ORGANIZZATO E APPALTI… ALEMANNO QUERELA: “MENZOGNE”
È Massimo Carminati, il “nero” di Romanza criminale (che racconta la Banda della Magliana), il nome che tuona nell’inchiesta di Report “Romanzo Capitale”.
Domenica la trasmissione di Milena Gabanelli ha raccontato la collisione tra l’amministrazione comunale e mafie romane.
Che adesso entrano negli appalti pubblici, anche nell’affare metro C.
Si tratta di una torta dal costo totale di 3,5 miliardi di euro, troppo appetitosa per non attrarre interessi.
Ed è in questo ambito che un imprenditore, rimasto anonimo, racconta a Report i rapporti tra Riccardo Mancini (ex Avanguardia Nazionale), braccio destro di Alemanno, ora in carcere, e Carminati, ritenuto il capo più rispettato della criminalità organizzata a Roma.
Carminati all’età di 55 anni non ha conti in sospeso con la giustizia.
Accusato dell’omicidio Pecorelli (poi assolto) e arrestato per decide di rapine e omicidi, del passato porta un segno indelebile: un colpo di pistola esploso a distanza ravvicinata da un carabiniere, che gli è valso il soprannome di “Cecato”.
“Nel 2008 — racconta la fonte a Report- Mancini si mette al tavolo con le imprese e spartisce subappalti per realizzare la metro C. In cambio chiedeva dal 5 al 7%”.
E ancora: “ Ci sono tanti giri di criminalità intorno alla metro C. Anche se Carminati lo si trova di più nel ramo “dimissioni del patrimonio del Comune”, che vuol dire anche le rimesse nell’Atac e alcune caserme che 3 anni fa sono tornate di proprietà del campidoglio”.
Nel 2006 a vincere il bando per la metro C è il consorzio costituito da Astaldi, Vianini Lavori (del gruppo Caltagirone), Ansaldo Sts e il consorzio cooperative costruzioni. Poi Mancini avrebbe spartito i subappalti tra diverse aziende.
Tra queste il Consorzio Stabile Roma Duemila che, in Ati con la Marcantonio Spa, ha ottenuto appalti per 16 milioni di euro.
Presidente del Consorzio è Maurizio Marronaro, della stessa famiglia di Lorenzo Marronaro, (ex calciatore della Lazio e del Bologna), socio in affari con Marco Iannilli, commercialista di Lorenzo Cola, indagato per le tangenti dell’appalto romano sui filobus affidato a Finmeccanica.
“Il gruppo -continua l’imprenditore- subaffitta poi forniture alle società Fravesa, La Palma, Tripodi Trasporti. Tutte escluse per mafia ma solo dopo aver preso i lavori”. La Fravesa è di proprietà dell’imprenditore calabrese Giovanni Tripodi di Melito Porto Salvo. Nel 2010, a lavoro già affidato, riceve un’informativa interdittiva della Prefettura di Roma.
La Palma srl invece dall’Ati Marcantonio-Consorzio ottiene tre appalti. Poi riceverà anche questa una misura interdittiva.
Ma c’è di più. Perchè nell’affare della metro C in totale ci sono state 5.265 richieste di informative antimafia, 12 interventi per bloccare gli appalti, 11 informative atipiche su aziende vicine ad ambienti criminali.
Ora si apre il capitolo Carminati, che con Alemanno condivide il passato nelle file dei Nar.
Proprio come molti che il sindaco ha portato nella propria amministrazione.
Da Antonio Lucarelli, portavoce di Forza Nuova, diventato poi capo della segreteria del sindaco. A Stefano Andrini, condannato nel 1989 a 3 anni e mezzo, finito a dirigere l’azienda pubblica dei rifiuti.
O anche Lattarulo, ex banda della Magliana, ora consulente per le politiche sociali. Intanto il sindaco ha già annunciato querela contro Report e sul suo blog ha aggiunto: “La Gabanelli se vuole, si candidi. In un documento confuteremo tutte le menzogne”. La giornalista risponde: “Nella sua replica Alemanno ha espresso una critica, ma non è entrato nel merito di nessuna questione
Valeria Pacelli
(da “La Repubblica”)
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