Aprile 25th, 2013 Riccardo Fucile
IL LORO RIFERIMENTO E’ CIVATI, ARRIVA LA DIFFIDA DEL PARTITO A USARE IL SIMBOLO… LA RIBELLIONE: “IO NON POSSO USARE IL SIMBOLO E VOI POTETE USARE IL MIO VOTO PER UN GOVERNO CONTRARIO A QUELLO PER CUI VI HO VOTATO?
Non ci stavano, e non ci stanno. 
La rivolta dei Giovani Democratici contro il governissimo, ormai nota come #occupypd, continua, con sedi occupate in decine di città e una valanga di invettive (“bruciamo le tessere”), appelli e idee a riempire il web.
Una febbre che ha contagiato iscritti e simpatizzanti di ogni età e luogo.
Il nume tutelare di tanti ‘insorti’ pare Giuseppe Civati, parlamentare giovane (37 anni) e informatizzato.
I suoi tweet contro l’accordo con il Pdl ieri sono rimbalzati su centinaia di profili web. Ma la rete brulica di proposte.
Daniele Viotti, 39 anni, militante democratico a Torino, ha diffuso su Facebook un appello ai parlamentari del suo collegio: “Non votate il governissimo, ve lo chiedo, vi scongiuro, per noi e per l’Italia”.
E un “alto dirigente” del partito torinese gli ha subito telefonato: “Mi ha detto che non posso usare il simbolo del Pd sull’appello, perchè serviva l’autorizzazione del partito. E dire che per mesi avevo cercato di parlargli, inutilmente. La verità è che questi dirigenti si sentono accerchiati: ma io non voglio accerchiare nessuno, voglio confrontarmi”.
Intanto l’appello è rimasto sul web, assieme alla risposta di Viotti: “Io non posso usare il simbolo, e voi potete usare il mio voto per un governo contrario a quello per cui vi ho votato?”.
Il giornalista Daniele Bianchessi propone una manifestazione nazionale a Roma di tutti gli elettori del Pd, “con — tro il governo delle larghe intese”.
Mentre su Twitter semina consensi l’hashtag #lettanonèilmiopresidente.
Ma a dominare la scena sono sempre i Gd, che vogliono cambiare la rotta del partito. Come i ragazzi di Palermo, che da cinque giorni occupano la sede provinciale.
“Siamo contrari a questo governo e a questi dirigenti, che non rappresentano più il mandato per cui sono stati eletti” spiegavano ieri ad Agorà , su Rai3.
Alternative? “Volevamo un governo di scopo”.
Occupazioni in serie in Abruzzo, con i Gd de L’Aquila che esortano: “Non bruciate le tessere, rifondiamo assieme il partito”.
Niente occupazione ma un’affollata direzione provinciale ieri sera a Milano, aperta a tutti.
Perchè c’è tanta voglia di ritrovarsi, nonostante tutto.
Luca De Carolis
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 25th, 2013 Riccardo Fucile
IL PDL CHIEDE GLI INTERNI E LA GIUSTIZIA… L’ALTERNATIVA: IN CAMPO SOLO LE SECONDE FILE
Il nuovo inciucio nasce sotto il segno di Letta nipote e dello schifo. Parola del parlamentare prodiano del Pd Sandro Gozi, che dice: “A me un governissimo iperpolitico con dentro la Gelmini e Quagliariello farebbe molto schifo”.
Risponde Maurizio Gasparri del Pdl: “A me farebbe schifo Gozi se sapessi chi è”.
Battute a parte, il nodo dello schifo, più unilaterale che reciproco, cioè del Pd verso il Pdl, è destinato a rendere abbastanza stretto il sentiero del premier incaricato con riserva Enrico Letta.
Il quale, non a caso, rispetto ai tempi previsti farà un po’ più tardi: la lista dei ministri, che saranno diciotto, arriverà entro domenica al Colle.
Di conseguenza la fiducia slitta a inizio della prossima settimana, tra lunedì e martedì.
Ad alzare la fatidica asticella nelle trattative partite ieri è stato il Cavaliere dagli Stati Uniti, in collegamento telefonico con lo stato maggiore del Pdl: Angelino Alfano, Denis Verdini, Fabrizio Cicchitto, Maurizio Gasparri, pure Daniela Santanchè.
La paura del centrodestra, che già sente odore di trappolone, è un governo di seconde file, “un governicchio balneare” secondo la definizione di Alfano, che di fatto disimpegnerebbe il Pd.
Berlusconi invece vuole un impegno ai massimi livelli, di qui l’ordine impartito ai suoi fedelissimi: “Abbiamo già rinunciato ad Amato premier, a questo punto il centrosinistra ha premier, presidente del Senato e presidente della Camera, ci vuole un fortissimo riequilibrio”.
Ed è per questo che la rosa dei ministri del Pdl vede in primissima fila il segretario Alfano, vicepremier in pectore, i capigruppo Schifani e Brunetta, alias i due Renati, Mariastella Gelmini, il saggio Gaetano Quagliariello.
Per Schifani sarebbe stata già avanzata la richiesta di due ministeri chiave: l’Interno (da cui gestire le prossime elezioni politiche, quasi sicuramente anticipate) oppure la Giustizia, inutile dire perchè alla luce dei guai del Cavaliere.
Poi c’è la questione dell’Economia , il vero contrappeso alla premiership di Enrico Letta.
Una sorta di premier ombra per la destra, visto che per B. il primo punto del programma dovrà essere l’arrembaggio all’Imu, ossia restituzione e abrogazione dell’odioso balzello sulla casa.
In merito si segnala il clamoroso pressing dei falchi del Pdl su Berlusconi, che va ben oltre la provocazione.
Un’ipotesi che renderebbe già morto e sepolto il governo di Letta nipote: “Caro Silvio, per evitare trappole e non trovarci di fronte fra tre mesi a un ribaltone tra Pd e grillini contro di te e contro di noi, fai tu il ministro dell’Economia”.
Una condizione per rompere più che per trattare, ma che dà alla perfezione il clima di sospetto e di diffidenza che circola nel Pdl.
Il nodo dello schifo, cioè dei ministri impresentabili del Pdl, impossibili da far digerire, potrebbe essere aggirato dai democratici con la proposta di seconde file e di personalità della società civile, modello saggi di Napolitano.
Sotto lo scudo della novità , con esponenti mai stati al governo, il Pd risponderebbe alle richieste di Napolitano e B. sul governo politico con una massiccia iniezione di cosiddette seconde file, non di big: Sergio Chiamparino e Graziano Delrio per i renziani; Davide Zoggia per i bersaniani; persino qualche giovane turco come Andrea Orlando.
Letta ha anche in testa nomi da pescare all’esterno, in grado di parlare al mondo grillino, per esempio Salvatore Settis alla Cultura.
Ma nel Pd la discussione è animata: Massimo D’Alema e Anna Finocchiaro sono per adeguarsi al Pdl e non fornire un contributo di serie B.
La partita è complessa e “rischia di incartarsi”, per dirla con una fonte democrat.
Il totoministri contempla anche l’ipotesi che il Pdl accetti le richieste del Pd e indichi esponenti mai stati ministri, a eccezione del segretario Alfano.
In questo caso, oltre a Quagliariello, entrerebbero in ballo Maurizio Lupi e Donato Bruno.
Per i centristi di Scelta Civica molto probabili sono i nomi di Mario Mauro e Lorenzo Dellai mentre a Mario Monti potrebbe andare la guida della nuova Bicamerale, ossia la Convenzione per le riforme.
L’attuale premier sconta il veto del Pdl: “Non vogliamo nel governo l’uomo dell’Imu”.
Per la serie, c’è sempre qualcuno più impresentabile di te.
In questa trattativa in cui iniziano a dominare richieste impossibili, tutti, compre Letta, dovranno fare i conti con il vero dominus dell’esecutivo: Giorgio Napolitano.
A lui spetterà l’ultima parola sui ministeri chiave: Economia, Interno, Difesa, Esteri, Giustizia.
Impensabile, quindi, che in Europa ci vada a parlare Brunetta, come numero uno di via XX Settembre.
Meglio piuttosto Fabrizio Saccomanni, dg di Bankitalia.
Così come la Giustizia, snodo delicatissimo: Luciano Violante o Franco Gallo, presidente della Consulta.
Il nuovo inciucio si farà ma non si sa ancora come.
Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 25th, 2013 Riccardo Fucile
DALLA VITTORIA NELLE PRIMARIE AL GOVERNO DELL’INCIUCIO
Benchè i colpi di scena, veri o apparenti, incalzino, vorrei ricapitolare che cosa (mi pare) è successo. 
Vinte nettamente le primarie, Bersani ha fatto una campagna attendista. Era convinto che il successo fosse già nel sacco.
Ci teneva come all’occasione culminante della sua vicenda militante, e si proponeva di usare la vittoria per rinnovare fortemente la composizione del Pd e per cimentarsi con un governo che rompesse col feticcio dell’austerità .
Dopo la delusione elettorale, ha investito sulla propria debolezza per stanare la demagogia grillista: ottenerne una collaborazione, o svelarne il nullismo.
Bersani aveva un punto fermo: nessun accordo di governo con il Pdl.
Attorno a lui si moltiplicavano i dissensi, malcelati e via via più trasparenti.
Avrebbe potuto rinunciare alla candidatura al governo: ci si può chiedere se ci fossero altri accreditati e risoluti altrettanto a non trattare del governo con Berlusconi.
La resistenza di Bersani (tenace oltre ogni previsione, e non spiegabile con una disperata ambizione personale) aveva una sola prospettiva: che Napolitano lo mandasse alle Camere.
Lì, se non un calcolo politico, il dolore sentitissimo di tanta parte, e trasversale, dei nuovi eletti per l’eventualità di tornarsene a casa, avrebbe potuto dargli una striminzita e caduca fiducia, di cui però avrebbe potuto approfittare per prendere tre o quattro iniziative radicali, a cominciare dalla legge elettorale.
Se fosse stato sfiduciato, avrebbe potuto guidare un governo provvisorio per l’elezione al Quirinale e la successiva campagna elettorale anticipata.
Napolitano non ne ha voluto sapere: aveva le sue ragioni, ma sia lui che i numerosi esponenti del Pd che mordevano il freno e davano segni di impazienza crescente nei confronti di Bersani e della “perdita di tempo”, rivendicavano di fatto (guardandosi dal dirlo, nella maggior parte dei casi) un accordo di governo con il Pdl.
Bersani ha tenuto duro a oltranza, posponendo la questione del governo alla rielezione al Quirinale, così da ammorbidire l’esclusione del Pdl grazie alla distinzione fra governo e Presidenza della Repubblica, quest’ultima costituzionalmente orientata alla più vasta condivisione.
Ha qui fatto due o tre errori fatali: ha creduto che quella distinzione fosse chiara; ha ritenuto che fosse convincente per la base e l’elettorato di sinistra; si è illuso che il notabilato del Pd lo seguisse.
Soprattutto, non ha formulato pubblicamente il nome o i nomi dei candidati che il Pd avrebbe proposto a tutte le altre forze politiche.
Così, mentre un nome degno come quello di Marini passava per scelto da Berlusconi, Grillo candidava Rodotà , persona esemplare per uno schieramento di sinistra dei diritti civili e dei movimenti.
I 5Stelle erano fino a quel punto piuttosto nell’angolo, essendo evidente come il loro compiaciuto infantilismo settario (oltre che l’insipienza dei loro portavoce) facesse dissipare un’inverosimile opportunità di riforme e regalasse al centrodestra una forza di ricatto insperata.
Del disastro della notte e del giorno di Marini (che non lo meritava) inutile ripetere: Bersani ne è uscito, dopo 50 giorni di resistenza catoniana, come un inciucista finalmente smascherato. (Ve li ricordate, dal primo giorno, i titoli “da sinistra” sull’inciucio avvenuto?).
Avrebbe potuto il Pd aderire alla candidatura di Rodotà , come tanti hanno auspicato? Forse: sarebbe stata una capitolazione nei confronti dei 5Stelle, che in Rodotà avevano visto soprattutto una ghiotta occasione per imbarazzare il Pd, ma cedere a una pretesa strumentale e arrogante può non essere un errore.
Lo considererei più nettamente tale se Rodotà avesse risposto all’offerta della candidatura dichiarando che l’avrebbe accettata solo nel caso che fosse di tutta la sinistra: Scalfari ha fatto un’osservazione simile.
I 5Stelle hanno sventolato il nome di Rodotà come una loro stretta bandiera, e al tempo stesso l’hanno proclamato come il candidato di tutti gli italiani contro quelli del Palazzo.
Gli italiani avevano moltissimi altri candidati degni, per fortuna, e le stesse consultazioni varie lo mostravano (com’è noto, Emma Bonino era la preferita: è diventato un tic, gli italiani ce l’hanno, i politici non ci fanno più caso).
La postuma pubblicazione di voti e preferenze delle cosiddette (pessimamente) quirinarie, hanno aggiunto un tocco di ridicolo al tono grillista.
Bene: quando si sbaglia, specialmente se in buonissima fede, è buona norma di lasciar perdere, pena la valanga.
La candidatura brusca di Prodi — meritevolissima — è stata la toppa peggiore del buco. E ha mostrato come il Pd non abbia, come si dice, “due anime”, ma forse nemmeno una, e invece una quantità di cordate e bande, tenute assieme da altro che le divergenze politiche.
Le convinzioni politiche sono la cosa più importante in un partito che aspira, come si dice, a cambiare il mondo, tranne un’altra: l’amicizia fra i suoi membri e i suoi militanti.
Per questo la scissione è forse un pericolo, ma non una cosa seria: la frantumazione sì. Sarebbe bene che ne tenesse conto chiunque si proponga davvero di “rifondare” (verbo inquietante) il Pd, e sia tentato da escursioni minoritarie.
Eravamo al punto in cui il Pd, in stato del tutto confusionario, era a rimorchio della demagogia a 5Stelle da una parte — e di sue piazze scandalizzate e scandalose — della furbizia di Berlusconi dall’altra.
L’elezione di Napolitano (una pazzia, in un mondo normale: un uomo molto vecchio che si era finalmente preparato uno scampolo di esistenza privata) è stata un escamotage provvidenziale: il suo effetto, quel governo delle “larghe intese” che si voleva escludere a priori, è il boccone più indigesto.
È, amara ironia, il rovescio della distinzione cui Bersani aveva confidato la sua ostinazione, fra governo mai col Pdl e Quirinale condiviso: Quirinale confermato, e governo condiviso, a capo chino.
I 5Stelle? Le mosse furbe hanno gambe corte.
I portavoce hanno spiegato che i voti in Friuli-Venezia Giulia sono quelli normali nelle regioni.
Però il capo aveva annunciato che sarebbe stata la prima regione in loro mani.
Credo che le persone che li avevano votati e hanno sentito sprecato il loro voto siano molte.
Il bilancio provvisorio, con 5Stelle e Pd in caduta, e il Pdl in ascesa, è un capolavoro.
Vorrei aggiungere una cosa.
Ci sono molti aspetti della situazione attuale che ricordano, ben più del precedente di Mani Pulite, quello remoto del primo dopoguerra, quasi cent’anni fa.
Non c’era una distinzione così netta di sinistra e destra.
Le file del fascismo movimento erano piene di ex-socialisti, interventisti rivoluzionari, sindacalisti soreliani, massimalisti di ogni genere.
Non era così chiaro, e a distanza di tanti anni fu penoso per tanti chiedersi da che parte erano stati, e perchè, e come fosse stato possibile.
A suo modo, e con una gran dose di autoindulgenza, Grillo evoca questa ambiguità quando ripete che il suo movimento è l’argine italiano all’Alba dorata greca o al lepenismo e alle altre insorgenze neonaziste in Europa.
Il programma dei 5Stelle contiene molti obiettivi buoni per una sinistra della conversione ecologica, e anzi da quest’ultima pensati e proposti da lungo tempo.
La differenza sta altrove, nel Vaffanculo, nei Morti che camminano, nel Tutti a casa. La differenza fra il federalismo verde e aperto di Alex Langer e il razzista federalismo leghista passava dalle imprecazioni di Bossi e dei suoi.
I buoni programmi smettono di essere minoritari e vincono quando vengono distorti e incattiviti dalla demagogia.
“La gente” non ha infinite ragioni alla sua ribellione contro i privilegi e l’impudenza dei potenti? Certo.
Ma che i parlamentari escano da Montecitorio da una porta secondaria — se è andata così — è un episodio di violenza e di viltà vergognose.
A proposito del 25 aprile.
Adriano Sofri
(da “La Repubblica”)
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Aprile 25th, 2013 Riccardo Fucile
IL PDL PROPONE SCHIFANI MA PUNTA SUL MINISTERO DELLA GIUSTIZIA
Il ’94 è lontano, ma l’improvviso blitz del Pdl per stoppare la riconferma al Viminale del ministro Cancellieri e imporre al suo posto l’ex presidente del Senato Schifani, ricorda molto la perentoria richiesta di vent’anni fa di piazzare Cesare Previti alla Giustizia, subito stoppata da Scalfaro, con il suo dirottamento alla Difesa.
Il Cavaliere ci riprova, si sparge la voce del suo personale sgradimento per Anna Maria Cancellieri, l’ex prefetto cui verrebbe addebitata soprattutto la “colpa” di aver sciolto troppi comuni per mafia.
Ben 33, per l’esattezza, di cui due pure ieri, Montebello Jonico e Giugliano, durante l’ultimo consiglio dei ministri.
Lei era in missione a Tunisi, ma le sue richieste sono state ugualmente approvate.
Lo sgarbo più grave che Cancellieri avrebbe inferto ai berlusconiani sarebbe stato quello di aver sciolto il Comune di Reggio Calabria, retto da un sindaco Pdl, erede del governatore in carica Scopelliti.
«Buttano in aria il tavolo dell’Interno, ma in realtà puntano alla Giustizia» dicono buone fonti del Pd.
E in effetti proprio l’ex presidente del Senato Renato Schifani, oggi nel ruolo di capogruppo, smentisce seccamente una sua possibile destinazione all’Interno – «Non c’è nessun veto sulla Cancellieri, non abbiamo parlato di ministri» – ma fa la voce grossa sulla giustizia.
Eccolo annunciare: «Non faremo la guerra ai magistrati, ma occorre fare delle riforme della giustizia che riconducano i poteri dei pm nell’ambito del rapporto con la difesa e altre riforme come le intercettazioni ».
Misure praticamente tombali, visto che con la prima si ripropone quel “processo lungo” che si è arenato con la fine dell’ultimo governo Berlusconi, e con la seconda si mette il bavaglio ai magistrati e alla stampa.
Il solito Pdl, insomma.
Circola perfino il nome di un possibile ministro, Maria Stella Gelmini.
Che se dovesse sedersi in via Arenula come seconda donna nella storia del ministero, per certo obbedirebbe a bacchetta al Cavaliere.
Sia o non sia un diversivo, un falso scopo, fatto sta che la candidatura di Schifani balla per tutto il pomeriggio.
Fonti vicine a Cancellieri dicono che il ministro, appena atterrata a Roma da Tunisi, lo avrebbe appreso dal sito web di Repubblica.
Quanto basta per rifiutare un replica diretta e far dire ai suoi che «lei non ne sapeva niente». Intorno alle 18, mentre visita al Vittoriano la mostra su Machiavelli, Cancellieri apprende i dettagli dell’ipotetica candidatura di Schifani, compreso quello che Napolitano gli avrebbe subito sbarrato la strada.
Ma lei, sempre riservata, non fa commenti. I suoi non nascondono una certa meraviglia per il comportamento del Pdl che, fino a una settimana fa, pareva pronto ad appoggiare la sua candidatura al Quirinale sponsorizzata da Scelta civica di Monti.
Resta l’ipotesi di Schifani sia per l’Interno che per la Giustizia.
A Palermo l’inchiesta che lo riguarda non è stata ancora chiusa, anche se l’ultimo atto dell’ex procuratore aggiunto Antonio Ingroia, con i pm Nino Di Matteo e Lia Sava, prima di lasciare Palermo per il Guatemala, è stato quello di depositare al gip una richiesta di archiviazione per concorso esterno in associazione mafiosa.
A decidere sarà Pier Giorgio Morosini, il magistrato che ha rinviato a giudizio gli imputati del processo sulla trattativa Stato-mafia.
L’inchiesta su Schifani era stata riaperta due anni fa dopo le dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza che disse di aver visto l’allora avvocato Schifani in un deposito a Brancaccio abitualmente frequentato dai fratelli Graviano.
La procura ha monitorato la sua attività di civilista e ha concluso per l’archiviazione. Ma è fin troppo evidente che, nell’incertezza di quali saranno le conclusioni di Morosini, Schifani ovunque può andare tranne che a dirigere il Viminale.
Liana Milella
(da “La Repubblica“)
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Aprile 25th, 2013 Riccardo Fucile
NAPOLITANO DECIDE SU TUTTO E PER TUTTI
In ossequio alle nuove disposizioni impartite dal Minculnap alla stampa nazionale affinchè cooperi
con il nuovo governo evitando notizie e atteggiamenti disfattisti per il bene supremo della Patria, e a parziale rettifica di quanto affermato in questa sede, teniamo a precisare che, nonostante le apparenze, l’Italia non s’è trasformata in una monarchia assoluta.
Nelle monarchie assolute, infatti, la corona e il trono si tramandano di padre in figlio, mentre in Italia si procede per imbalsamazione (presidenza della Repubblica) o per una particolare forma di partenogenesi modello Paperopoli, da zio a nipote (presidenza del Consiglio).
Entrambe le discendenze denotano comunque una ristrettissima varietà di cognomi (da Napolitano a Napolitano, da Letta a Letta), onde evitare il disorientamento delle masse e assicurare la dentizione e nutrizione dei branchi (il cosiddetto “familismo molare”).
Per il resto, il quadro è chiarissimo. In ossequio ai principi della più squisita democrazia parlamentare e della più rigorosa separazione dei poteri, il Presidente della Repubblica si presenta alle Camere genuflesse per chiedere la fiducia sotto la minaccia di sganciare l’arma letale: le sue dimissioni.
E così confessa di aver accettato il secondo mandato a una precisa condizione: che il Parlamento gli consenta di fare il governo che vuole lui, altrimenti se ne va.
I vecchi partiti obbediscono per acclamazione, ben lieti di prendersi qualche finta scudisciata in cambio del salvataggio delle rispettive poltrone e prebende.
Sistemato il potere legislativo, il Presidente risale sull’ermo Colle e si occupa dell’esecutivo: finge di consultare i partiti per mezza giornata (il tempo di una genuflessione per uno), poi finge di pensarci su un’intera notte, infine incarica un suo clone, che appena nato era già vecchio, ma giusto perchè non può fare tutto lui ed è bene che, almeno formalmente, le cariche di presidente della Repubblica e del Consiglio siano affidate a due persone diverse.
Però tiene a precisare che Lettino l’ha scelto lui, mica il Parlamento.
Tanto il Nipote, a parte rimangiarsi quel che ha detto per anni su B., non ha molto da fare: il programma gliel’ha già scritto Napolitano, tramite gli appositi saggi, saggiamente nominati quando ancora si pensava che avrebbe lasciato il Quirinale. Idem per la lista dei ministri, una pura formalità : il capo dello Stato la passa al premier che l’indomani, cioè oggi, gliela riporta su al Colle, dove lui fingerà sommo stupore come se non fosse sua e poi la firmerà ; seguiranno giuramento, brindisi e molte autocongratulazioni.
Così sistemati il legislativo e l’esecutivo, cosa resta? Ah sì, i poteri di controllo.
Ma anche lì il più è fatto.
La Corte costituzionale, che ha nelle mani il processo Mediaset per un conflitto di attribuzioni, doveva sbloccarlo ieri con una sentenza: ma ha fatto sapere che non è il momento, se ne occuperà un’altra volta, ci farà sapere, non c’è fretta.
Il tutto per bocca del relatore Sabino Cassese, giurista insigne, già consigliere del Colle e candidato del Colle al Colle, nonchè accompagnatore e tutor della brillante carriera universitaria di Giulio Napolitano (da non confondersi con Giorgio: è il figlio).
Viene così rinviata sine die, e forse avviata a prescrizione, sentenza che potrebbe trasformare un padre della Patria in un pregiudicato per frode fiscale, altrimenti poi la gente si ricorda i processi (peraltro tutti sospesi da giudici servizievoli fino a data da destinarsi) e torna in piazza.
Resta qualcosa?
Ah, già , la libera stampa: il Presidente assume su due piedi la guida dell’Ordine dei Giornalisti e della Federazione della stampa e lancia il monito più superfluo della storia dei moniti, quello a “favorire, cooperare e non rinfocolare”.
I cooperanti annuiscono quasi all’unisono, solo un po’ offesi dal sospetto di voler rinfocolare: ma quando mai, Sire.
Com’è umano lei.
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 25th, 2013 Riccardo Fucile
NEL PD LA PAURA DEL GOVERNISSIMO… L’ALTOLA’ DI PRODIANI E GIOVANI TURCHI… DEMOCRATICI DIVISI, RESA DEI CONTI ALL’ASSEMBLEA NAZIONALE
L’incubo peggiore del Pd prende forma nel pomeriggio. Ha le sembianze di un ministero di peso affidato a Renato Schifani e di una poltrona dell’esecutivo a disposizione di Renato Brunetta.
«Che vi aspettavate? — si infuria Pippo Civati — Non è che se noi mettiamo a Palazzo Chigi il vicesegretario, il Pdl sceglie come ministri le scamorze… ».
Perchè un conto è il governissimo, un altro l’abbraccio mortale con le incarnazioni più autentiche di vent’anni di berlusconismo.
In pochi minuti le correnti si riuniscono e i dubbi si moltiplicano, ma la balcanizzazione delle ultime settimane resta per qualche ora sullo sfondo.
Per molti dirigenti lo schema prospettato dal Pdl risulta semplicemente indigeribile.
Il primo a pensarla così è Enrico Letta.
Consapevole delle difficoltà , il premier incaricato riunisce i big del partito alla Camera.
Ci sono Franceschini e Bersani (D’Alema smentisce di aver partecipato).
Il nodo politico, però, quello resta tutto.
Letta ascolta tutti i dubbi del composito puzzle democratico.
I dalemiani non sono contrari per principio a un coinvolgimento diretto di alcuni pezzi da novanta nell’esecutivo. I nomi che circolano sono quelli di sempre, da D’Alema a Finocchiaro.
Le controindicazioni pure, perchè a quel punto difficilmente il giovane premier riuscirebbe a stoppare la presenza di berlusconiani di stretta osservanza nell’esecutivo.
A sera tocca proprio a Letta tirare le somme: «Per il momento si tratta di dialettica fisiologica». Non senza difficoltà , ma al momento il premier può contare su una fetta rilevante della classe dirigente dem.
E lo spettro di un Cavaliere pronto a dettare condizioni inaccettabili fa il resto.
Certo, i maldipancia non mancano.
I Giovani turchi, ad esempio, preferiscono non anticipare il giudizio sull’operazione: «Prima — spiegano — vediamo la composizione dell’esecutivo». Matteo Ofini, però, intercettato al Nazareno non si sottrae: «Noi la fiducia la votiamo».
Come faranno i veltroniani, assicura Andrea Martella.
Chi invece manifesta dubbi che superano il livello di guardia sono i prodiani.
Sandro Gozi, ad esempio, non si nasconde: «Il governo duri sei mesi».
E comunque con dentro Gelmini o Quagliariello «mi farebbe molto schifo».
Corradino Mineo, l’unico ad aver contestato la soluzione del Napolitano bis, propone una via d’uscita: «Voto la fiducia ma se mettono Schifani alla giustizia mi risolvono il problema.. ».
E Civati non sembra da meno: «Per ora voto no alla fiducia. Adesso basta! Serve un dibattito aperto».
La resa dei conti è fissata all’Assemblea nazionale del 4 maggio.
Per stoppare tentazioni scissioniste, il capogruppo Roberto Speranza ha inviato un sms promettendo un’assemblea appena saranno disponibili «novità ».
La riunione dei senatori, invece, è stata sconvocata. La segreteria, pur dimissionaria, marca ad uomo i dissidenti.
Bersani non rinuncia a togliersi qualche sassolino: «Cosa mi rimprovero? Di non aver detto prima qualcosa ai nostri».
Il segretario, comunque, dà una mano.
E ieri, prima di un pranzo accompagnato da un calice di Montepulciano alla “Scalinata”, ha confidato con un sorriso a un amico: «Io tengo duro, ma a volte mi sembrano tutti matti…».
Tommaso Ciriaco
(da “La Repubblica”)
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Aprile 24th, 2013 Riccardo Fucile
HANNO DRENATO TUTTO IL RISPARMIO OTTENUTO CON IL PASSAGGIO ON LINE… TRA GLI EX ANCHE MOFFA E DI LELLO… SCRIVONO DA CASA E QUANDO GLI PARE
A volte ritornano.
Stephen King lo sapeva già anni fa e ora lo sanno pure al Secolo d’Italia, dove però non l’hanno presa bene.
Giornalisti e poligrafici del quotidiano che fu del Msi, fondato nel 1952 e pubblicato solo online dal dicembre scorso, sono infatti in fibrillazione sindacale per il ritorno a carico del giornale di quattro ex parlamentari di lungo corso (in aspettativa da anni) e, forse, di un membro dello staff di Gianfranco Fini.
Perchè si agitano? Il Secolo è in crisi ormai da anni: nel 2011 — per dire — chiuse con un rosso da 2,1 milioni di euro nonostante un contributo statale (all’epoca) di quasi 2,5 milioni.
Ai bei tempi, ci pensava il partito a ripianare le perdite, ma le cose sono cambiate: per questo negli ultimi due anni — da quando all’ingrosso Marcello De Angelis è subentrato, senza stipendio, a Flavia Perina nella direzione — sono cominciati i risparmi per fermare l’emorragia senza toccare, fino a quando possibile, i posti di lavoro.
Taglia che ti ritaglia le perdite alla fine cominciavano a scendere fino alla (dolorosa) arma “fine del mondo”: la rinuncia all’edizione cartacea che ha comportato quasi mezzo milione all’anno di spese in meno.
Gli oltre venti lavoratori (tra cui una decina di poligrafici), dopo quattro mesi senza stipendio in estate, ricominciavano a respirare, anche perchè nel frattempo la proprietà del quotidiano era passata alla Fondazione in cui è confluito il ricco patrimonio della fu Alleanza nazionale, gonfia di soldi e proprietà immobiliari.
Solo che a volte ritornano e, tornando, si mangiano quasi tutti i risparmi del passaggio online.
Questo mese, infatti, hanno ricominciato a prendere lo stipendio in quattro e sono nomi che stanno scatenando la rabbia di lavoratori e lettori (30 mila contatti unici giornalieri, giurano a via della Scrofa).
Si parte, per peso economico, con Gennaro Malgieri, che del Secolo fu direttore: il nostro si porta a casa, dicono fonti interne, quasi seimila euro netti al mese (per 14 mensilità ).
Parlamentare dal 1996, con una breve parentesi nel cda della Rai tra il 2005 e il 2008, Malgieri compirà a luglio sessant’anni e comincerà dunque a incassare il ricco vitalizio da ex parlamentare (poco gli dovrebbe mancare pure per raggiungere il tetto di contributi per la pensione da giornalista): potrà godersi il frutto del suo lavoro nella casa parigina in cui ama andare a rilassarsi, continuando a scrivere s’intende.
Secondo, ma con uno stipendio che ammonta alla metà di quello dell’ex direttore, viene il 46enne Italo Bocchino, onorevole dal 1996 e che al Secolo non ha praticamente mai lavorato: ironicamente, ha la qualifica di “inviato parlamentare”.
Il terzo — per compenso siamo in zona Bocchino — è un ex ministro della Repubblica (delle Comunicazioni, addirittura): Mario Landolfi, classe 1959, deputato addirittura dal 1994, giusto un anno fa rinviato a giudizio per corruzione e truffa aggravate dal favoreggiamento della camorra.
L’ultimo onorevole di ritorno è Silvano Moffa, 62enne e dunque vitalizio-munito, parlamentare solo dal 2006, ma precedentemente sindaco di Colleferro, presidente della Provincia di Roma e pure sottosegretario alle Infrastrutture.
È il più povero, visto che ha solo un contratto da collaboratore.
L’ultimo rientro, ancora incerto, è un caso diverso e non riguarda un ex parlamentare: si tratta di Aldo Di Lello, che negli ultimi anni ha fatto parte dello staff alla Camera di Gianfranco Fini.
I primi quattro, comunque, già incassano lo stipendio e, autorizzati dall’amministrazione, non devono nemmeno presentarsi in redazione: scrivono da casa, quando gli pare, di quello che gli pare (ieri, in apertura, figuravano tanto Malgieri quanto Landolfi con due ponderosi editoriali).
La storia di quelli che a volte ritornano, peraltro, fa curioso cortocircuito con quella di un altro ex deputato del Pdl: Marcello De Angelis, che il giornale lo dirige da maggio 2011 e ogni giorno si presenta in redazione per metterlo in pagina.
Ebbene lui, che aveva rinunciato allo stipendio perchè due anni fa era parlamentare, ancora non lo pagano.
Marco Palombi
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 24th, 2013 Riccardo Fucile
MEMBRO DELLA TRILATERAL HA PARTECIPATO NEL 2012 ALLA RIUNIONE A CHANTILLY DEL GRUPPO BILDELBERG… LA FUNZIONE DEL SUO THINK TANK “VEDRO'”
La scelta di Enrico Letta per il governo delle ‘larghe intese’ è dovuta a un incrocio di motivi diversi tra loro.
Prima di tutto – e questa è cronaca delle scorse ore – per il veto su Matteo Renzi.
Veto dovuto a sua volta a due concause.
La prima si chiama Silvio Berlusconi: il Cavaliere ha avuto paura che, una volta diventato premier, il sindaco fiorentino conquistasse una visibilità mediatica troppo alta.
In altre parole, che riuscisse a far smottare verso di lui una parte dell’elettorato Pdl. Sondaggi alla mano, Berlusconi è tranquillo sul presente: il Pdl è in testa, il Pd in calo. Ma con Renzi premier, la tendenza si sarebbe potuta invertire presto.
Di qui il suo ‘no’, dopo qualche incertezza.
La seconda concausa è il gruppo dirigente del vecchio Pd, ormai orfano di Bersani.
I vari Fioroni, Finocchiaro, Bindi, D’Alema e così via.
Tre mesi fa questi erano abbastanza sicuri di tornare nella stanza dei bottoni – cioè al governo o su altre poltrone, magari europee – con la vittoria elettorale.
Poi le cose sono andate diversamente. Hanno sperato comunque in un governo Bersani, poi si sono spostati verso le ‘larghe intese’.
Ma sapevano benissimo che in un eventuale esecutivo guidato da Renzi non avrebbero trovato posto.
Troppo deciso, il sindaco di Firenze, nel volerli ‘rottamare.’ E troppo bisognoso di una acquistare credibilità come uomo nuovo.
Loro, i vecchi capi del Pd, sanno benissimo di essere all’ultimo giro.
Dopo questa legislatura per loro c’è il nulla. Appoggiare Renzi significava quindi il prepensionamento.
Dunque, niente Renzi.
Ma Amato, perchè no?
Il nome dell’ex presidente del Consiglio è girato moltissimo nella serata di ieri. Uomo gradito alla Ue, già ben conosciuto in tutti gli ambienti internazionali.
Ma pur sempre un reperto della Prima Repubblica. Un uomo di 75 anni entrato in Parlamento trent’anni fa esatti, sul carro di Bettino Craxi di cui era suggeritore e stretto collaboratore.
Uno che è stato (Palazzo Chigi a parte), sottosegretario, ministro del Tesoro e ministro degli Interni.
Uno di cui gli italiani non più ragazzini hanno memoria per il raid notturno sui conti in banca.
Uno che i più giovani invece conoscono per la mostruosa sommatoria di pensioni e vitalizi di cui gode.
Insomma, oltre ogni ”accettabilità mediatica” perfino per l’attuale Pd.
Toppo lontano, per immagine e passato, da quel «governo di rinnovamento» che i democratici hanno tanto sbandierato, indipendentemente dalle alleanze.
Tra l’altro Amato a questo giro non è stato eletto da nessuno – nemmeno in un listino bloccato.
Di qui la convergenza sul ‘giovane’ Enrico Letta, 47 anni ad agosto.
Altrettanto gradito ai ‘poteri forti’ nazionali e internazionali – dal Vaticano e da Washington – per non parlare di quelli economici, mediatici e finanziari.
Una rete di rapporti molto vasta e articolata che il vicesegretario piddino ha intessuto soprattutto attraverso VeDrò, il ‘think tank’ da lui fondato che mette insieme personalità di diversa provenienza politica e che si ritrova ogni estate, in salsa pop.
L’evento prende il nome dal paesino di Drò, appunto, sul lago di Garda.
Qui negli ultimi giorni d’agosto si riuniscono in plenaria per tre giorni di presentazioni, feste e dibattiti, i «”vedroidi”», come dice il sito dell’evento: «Gente originale, creativa, intraprendente e animata da un po’ di sana incoscienza». Bipartisan.
Esattamente come richiesto per il governo dal presidente Napolitano.
A VeDrò si parla, si lavora, si tessono relazioni e si gioca a calcetto.
Sono assidui frequentatori e pronti ad indossare i calzoncini per allegre partitelle i giornalisti Antonello Piroso, Antonio Polito, Oscar Giannino e Andrea Vianello, il direttore di Raitre.
Poi ci sono Myrta Merlino e Gaia Tortora di La7, tra gli altri.
Sono «vedroidi» anche Mauro Moretti, numero uno delle Ferrovie, Corrado Passera, poi diventato Ministro dello sviluppo, Chicco Testa, e Nicola Maccanico, direttore generale della Warner Bross.
Tra gli imprenditori, Luisa Todini, Gian Luca Rana e Domenico Procacci
Due anni fa, in una memorabile esibizione, Fedele Confalonieri allietò i presenti suonando il pianoforte.
VeDrò però è inevitabilmente anche il luogo dei direttori delle relazioni esterne.
Ne trovi per ogni gusto: Gianluca Comin, dell’Enel, Andrea Prandi, dell’Edison ed Enrica Minozzi, dell’Eni. Impossibili, insomma, cali d’energia.
Poi, ovviamente, ci sono i politici.
Sul sito della fondazione sono presentati come «parte del nostro network» Angelino Alfano, Giulia Bongiorno, Ivan Scalfarotto, Paola De Micheli, Benedetto Della Vedova, Mariastella Gelmini, Giancarlo Giorgetti, Roberto Gualtieri, Maurizio Lupi, Marco Meloni, Alessia Mosca, Andrea Orlando, Renata Polverini, Laura Ravetto, Flavio Tosi e Matteo Renzi.
Poi ci sono Francesco Boccia (un lettiano di ferro, onorevole Pd) e Nunzia De Girolamo (onorevole Pdl), marito e moglie: il simbolo più chiacchierato delle larghe intese.
Lo schema è quello insegnato dal maestro Nino Andreatta che già nel 1976 mise insieme – sempre con spirito bipartisan – politici e imprenditori (Umberto Agnelli e Urbano Aletti, tra gli altri), nell’Arel, l’Agenzia Ricerche e Legislazione: una VeDrò per nulla pop, ancora in attività , e di cui Enrico Letta è oggi Segretario generale.
Le larghe intese, sia chiaro, sono anche internazionali.
Rapporti tenuti alla luce del sole rivendicando tutto – con appositi eventi, “Visti da fuori”, a cui partecipano uomini e donne delle ambasciate, delle università e degli istituti di cultura esteri, soprattutto di Francia e Stati Uniti.
Enrico Letta è anche membro della Trilateral e nel 2012 ha partecipato alla riunione del gruppo Bildelberg a Chantilly, in Virginia.
Letta junior, disse al ‘Corriere’ il suo amico Lapo Pistelli, nel lontano 2006, «è l’Amato del Duemila» perchè «al pari di Giuliano è dentro tutti i giochi. In quelli di Prodi e in quelli di Walter Veltroni, in quelli di Massimo D’Alema e in quelli di Pierferdinando Casini. Addirittura in quelli di Giulio Tremonti».
Mai ritratto fu più azzeccato.
Sponsor dell’ultima convention “vedroide” sono stati Enel, Eni e Telecom. Nonostante questo, il prezzo rende molto esclusiva la festa: per partecipare si paga caro.
La rete in cui ci si tuffa, però, è buona per ogni occasione, che vinca la destra o la sinistra.
Se vincono entrambe, figurarsi.
Alessandro Gilioli e Luca Sappino
(da “Espresso”)
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Aprile 24th, 2013 Riccardo Fucile
TEODORO AVEVA SENSE OF HUMOR: PAGO’ PER MANTENERE UN OVINO DI NOME TEODORA (IN FOTO)
Tanti ricordano la sua onestà e il senso delle istituzioni, la passione politica e il suo impegno mai
scemato nel consigli dei Municipi e in consiglio comunale.
Pochi hanno sottolineato con il dovuto rilievo l’ironia e il senso dell’umorismo di Teodoro Buontempo.
Ci ha pensato – dall’Abruzzo, sua terra natia – una coppia di studiosi che da molti anni si occupa di pastorizia tra le montagne di Anversa degli Abruzzi: «Buontempo era così capace di autoironia che un giorno, nel 2011, in omaggio al soprannome di “er Pecora” decise di adottare, su proposta di un nipote, una pecora in carne ed ossa», racconta Nunzio Marcelli, del bioagriturismo La Porta dei Parchi.
E per completare lo scherzo, il nipote suggerì di chiamare il quadrupede «Teodora».
L’animale – che oggi ha 7 anni – gode di buona salute, come le altre 850 pecore adottate con il programma «Adotta una pecora difendi la natura» (con tanto di pagina Facebook), che è stato lanciato da Marcelli e Manuela Cozzi nel 2000.
Un programma di tutela ambientale che ha guadagnato perfino le pagine del New York Times.
Il «contratto», che dura un anno ed è rinnovabile, garantisce ai genitori adottivi la fornitura di lana extravergine (o calzettoni fatti a mano), 5 chili di pecorino e 4 di ricotta, oltre naturalmente alla fotografia e «carta di identità » della bestiola.
Luca Zanini
(da “il Corriere della Sera”)
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