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SCANDALO RIMBORSI SARDEGNA: PERQUISITE LE CASE DI 19 CONSIGLIERI REGIONALI

Dicembre 16th, 2013 Riccardo Fucile

BLITZ ALLA RICERCA DI DOCUMENTI SULLA DISTRAZIONE DI FONDI… TRA I NUOVI INDAGATI ANCHE ALCUNI ASSESSORI

L’inchiesta è sempre la stessa, ma continua a riservare clamorosi sviluppi.
Sul caso dei rimborsi ai gruppi, la politica sarda trema ancora.
E stamattina diciannove consiglieri regionali, qualcuno ex e qualcuno promosso assessore, si sono ritrovati i carabinieri e i finanzieri in casa e in ufficio.
La polizia giudiziaria cerca documenti e altri indizi che supportino ulteriormente l’accusa mossa dal sostituto procuratore Marco Cocco: i fondi che dovevano servire per l’attività  politica sono stati invece utilizzati per affari personali.
Da qualche giorno sul registro degli indagati ci sono nuovi nomi e le perquisizioni fatte scattare all’alba di oggi confermano che l’attività  della procura di Cagliari non è ancora conclusa. Gli arresti ordinati qualche settimana fa non erano l’ultimo capitolo.   Tra i nomi nuovi compaiono quelli di tre esponenti del Partito sardo d’azione, l’unico che fino a questo momento era rimasto fuori dall’indagine.
Poi c’è Giorgio Oppi, uno degli esponenti politici più influenti dell’Udc della Sardegna, più volte assessore regionale e consigliere regionale per almeno cinque legislature.
A Sassari la polizia giudiziaria si è presentata a casa di Sergio Milia, avvocato e attuale assessore regionale alla Cultura e alla Pubblica istruzione.
Milia, comunque, non è l’unico tra gli esponenti della Giunta a finire sotto inchiesta: oggi è stata perquisita la casa dell’assessore all’Ambiente, Andrea Biancareddu, mentre è già  a un livello avanzato il procedimento contro l’assessore all’Agricoltura, Oscar Cherchi.
Tra gli altri indagati, per il momento, si conoscono i nomi di Chicco Porcu, Antonio Biancu, Mario Bruno e Giuseppe Cuccu del Pd e Tore Amadu del Pdl, ex assessore regionale ai Trasporti.
Per gli altri si attendono ancora le conferme, visto che il lavoro di finanzieri e carabinieri potrebbe andare avanti ancora per diverse ore.
Con questo nuovo filone, la Procura della Repubblica di Cagliari ha praticamente decapitato tutta la politica sarda.
Gli indagati complessivamente sono un’ottantina, più o meno di tutti i partiti, e tra loro c’è anche la vincitrice della primarie del centrosinistra (che aspira a strappare la poltrona a Ugo Cappellacci) Francesca Barracciu.
Ancora in carcere l’ex capogruppo del Pdl Mario Diana, mentre solo due giorni fa era stato scarcerato il suo compagno di partito Carlo Sanjust.
Secondo gli accertamenti dei magistrati i fondi per l’attività  politica, nel corso delle ultime legislatura, sarebbero stati sfruttati per acquistare orologi, penne e libri di grande valore, ma anche per organizzare un matrimonio e finti convegni su temi di ogni genere.

Nicola Pinna

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COSTI DELLA POLITICA, STUDIO UIL: “SPESI 23 MILIARDI, SE NE POSSONO RISPARMIARE 7”

Dicembre 16th, 2013 Riccardo Fucile

“ABBIAMO PERSO UN MILIONE DI POSTI DI LAVORO, MA NEANCHE UN ASSESSORE”

La politica costa agli italiani 23,2 miliardi l’anno tra funzionamento di organi istituzionali, società  pubbliche, consulenze e altri costi e oltre 1 milione di persone vive grazie al sistema di governo e amministrazione, tra esecutivo, regioni e province. “Abbiamo perso un milione di posti di lavoro, ma neanche un assessore”.
L’allarme lo lancia Luigi Angeletti, segretario generale della Uil presentando il III rapporto “I costi della politica” elaborato dal sindacato. “E’ una spesa che non possiamo più permetterci”.
1 MILIONE VIVE DI POLITICA
Sono oltre 1,1 milione le persone che in Italia vivono direttamente o indirettamente di politica, pari al 5% del totale degli occupati nel nostro Paese.
CONSULENZE E INCARICHI COSTANO 2 MILIARDI
Le spese per le consulenze, gli incarichi e le collaborazioni nella politica ammontano a 2,2 miliardi di euro, con un costo medio per contribuente pari a 72 euro.
Nello specifico, 1,3 miliardi di euro per incarichi e consulenze della Pubblica amministrazione, 350 milioni di euro per incarichi retribuiti a dipendenti pubblici, oltre 580 milioni di euro per incarichi e consulenze conferiti da società  pubbliche.
AUTO BLU, 2 MILIARDI L’ANNO
I costi per la mobilità  Della politica (auto blu e grigie, taxi, vetture a noleggio, etc.) ammontano a circa 2 miliardi di euro l’anno.
ENTI LOCALI ‘PESANO’ 3 MILIARDI
I costi per il funzionamento degli organi di Regioni, province e Comuni ammontano a 3,1 miliardi di euro (101 euro medi per contribuente), in diminuzione del 5,1% (170 milioni di euro).
ANGELETTI: RIDURRE COSTI POLITICA DI 7 MILIARDI
“I costi della politica sono ulteriormente aumentati dall’ultima indagine e oggi abbiamo valutato che sono intorno ai 23 miliardi: si possono ridurre di 7 miliardi rendendo le istituzioni più efficaci, senza comprometterne il funzionamento”, ha detto Angeletti in conferenza stampa.
Per il segretario generale della Uil serve un’accelerazione sul taglio dei costi alla politica “al di là  delle belle parole”.

(da “il Fatto Quotidiano“)

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IL “POPOLO DEI BLOCCHI” NON E’ UN FENOMENO DI MASSA: A TORINO NEL GIORNO CLOU NON RAGGIUNGEVANO LE DUEMILA PERSONE

Dicembre 16th, 2013 Riccardo Fucile

QUELLO SPECCHIO DEFORMANTE CHE INGIGANTISCE LE PROTESTE DI POCHI

Che botta di fortuna. L’espressione era più colorita, comunque il concetto è quello. Mentre camminava in una Torino deserta alla ricerca del portone della sede di Equitalia da assediare, non lo trovava e allora decideva di deviare verso il Consiglio regionale ma poi si fermava davanti al palazzo del Comune, Andrea Zunino continuava a ripetere il concetto mentre parlava al telefonino con un altro capo della protesta dei Forconi.
Il leader piemontese avrebbe poi incontrato discreti problemi a spiegare il suo Pantheon personale, nel quale alloggia il primo ministro ungherese Orbà n, non esattamente un sincero democratico, e le sue frasi per nulla originali sui banchieri ebrei che dominano il mondo, eterna premessa che prelude all’antisemitismo, non importa se dichiarato o meno.
Ma in quel momento, su quel punto, fortuna e persino maiuscola, aveva ragione lui. Come ottenere la massima visibilità  con il minimo sforzo, questo potrebbe essere il titolo.
Ci siamo dimenticati, in molti hanno di fatto voluto farlo, dei numeri, che nelle manifestazioni di piazza hanno sempre il loro peso, vedi a ogni corteo il solito minuetto sulle cifre fornite dalla questura.
A Torino, divenuta a sua insaputa capitale della rivolta, nel giorno di massima pressione della protesta, contando anche ultrà  di Juventus e Toro, c’erano al massimo duemila persone.
Non fosse stato per i sassi e i lacrimogeni che volavano, in piazza Castello si sarebbe potuto fare anche una partitella a pallone, che di spazio ce n’era.
Questo non è un dettaglio da poco. Le dimensioni contano.
Nello specchio deformato dell’Italia di oggi, è sembrato che il Paese fosse scosso dall’onda di un movimento di massa, che tale ancora non è.
L’elemento decisivo per l’ascesa alla notorietà  dei Forconi è stato il metodo. Minacciare il barbiere di corso Francia di tagliargli la gola con il rasoio che aveva in mano, circondare e prendere a spintoni il ragazzo del bar di via Alfieri che sta uscendo con il vassoio in mano per portare i cappuccini negli uffici di fronte, impedire insomma alla gente di andare a lavorare, di muoversi liberamente.
Si è trattato di questo. Adesso che la protesta conosce una piccola tregua forse è il caso di dire che non se ne è parlato abbastanza, del metodo.
L’esplosione mediatica dei Forconi ha canonizzato la protesta contro lo Stato sanguisuga, presentando spesso la gente in piazza e i loro portavoce come martiri del sistema.
Il prezzo da pagare a questa narrazione è stato lo scarso rilievo dato ai problemi, eufemismo, provocati alla stragrande maggioranza degli altri cittadini.
Eppure anche il metodo è importante, almeno dovrebbe esserlo, perchè in questi giorni si è assistito a uno spiraglio del Medioevo prossimo venturo, a una sorta di homo homini lupus al ribasso, io sto male quindi anche tu devi soffrire.
«Stiamo diventando sempre più cattivi» diceva sconsolato il barbiere di corso Francia. Aveva ragione anche lui. Sono stati brutti giorni per un paio di principi importanti della nostra convivenza civile, del nostro stare insieme, da comunità , e non da insieme di singoli individui.
«Siamo contro tutti e contro nessuno» gridava un altro dei capi.
Non è casuale che un sondaggio del Tg3 stabilisca che l’ottanta per cento degli italiani non ha capito il senso della protesta.
In questa vaghezza si è colto solo il senso di un individualismo proprietario, antipolitico e antisindacale, una specie di spontaneismo che autorizzava il via libera a ogni pulsione, a ogni rancore.
Il vuoto si riempie sempre, è una legge di natura. Così, sotto parole d’ordine in contrasto tra loro, è stato possibile che pezzi del nostro ceto medio sempre più proletarizzato, titolare ormai solo di un odio generalizzato e senza speranza di futuro, abbiano fornito relativa massa d’urto a una protesta nata e gestita all’interno della destra estrema più residuale, come dimostrano le scoperte e anche gli arresti degli ultimi giorni.
L’asso nella manica di questo casino neppure troppo organizzato è stato proprio l’indeterminatezza, la pura esibizione di un disagio.
C’è un implicito ricatto morale nel protestare perchè si sta male senza una rivendicazione precisa: dissentire o stare dall’altra parte è quasi impossibile.
E poi sono purtroppo tanti quelli che stanno male, che fanno fatica.
Così l’effetto della pesca a strascico è garantito, i media non possono ignorare il fenomeno, che in questo modo si gonfia, occupa più spazio di quanto ne abbia sulla mappa del Paese, genera una empatia quasi d’obbligo.
E così oscura evidenti indizi del fatto che i Forconi, almeno come si sono palesati finora, non sono la soluzione, ma fanno parte del problema.
Che fortuna, davvero. Fino a quando politici irresponsabili, vedi alla voce Beppe Grillo, decideranno di cavalcare questo grumo indistinto, c’è speranza.
In attesa che arrivi davvero un’Alba, magari dorata, a portarci via tutti, noi e loro.

(da “La Stampa“)

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TORINO, LA DENUNCIA DEL SAP: “I VIOLENTI CERCAVANO LO SCONTRO, ASSALTO PROGRAMMATO”

Dicembre 16th, 2013 Riccardo Fucile

I POLIZIOTTI: “ERAVAMO SENZA CASCO, HANNO COLPITO A FREDDO”

«Non indossavamo nemmeno i caschi. È stato un attacco premeditato, per di più arrivato in un momento di assoluta calma».
Giuseppe Corrado, 50 anni, era in piazza con la divisa del Reparto Mobile. Ma è anche vicesegretario provinciale del Sap e insiste sull’«attacco che ha tradito la fiducia» accordata dalle forze dell’ordine agli organizzatori della manifestazione.
Attacco programmato
L’aggressione era programmata. Soltanto da qualcuno, i più erano all’oscuro.
La polizia ha sequestrato due cassette di plastica con 15 palloncini gonfiati con vernice colorata, tre fumogeni e quattro sacchetti di cellophane pieni di scaglie di plastica gialla per «impanare» le divise dopo la scarica di vernice.
Un poliziotto, poi, è riuscito a riparare appena in tempo il viso da un pezzo di muratura preso dal cantiere aperto in piazza Castello e lanciato contro lo schieramento davanti alla Regione.
«I ragazzi non volevano colpire le forze dell’ordine, miravano al palazzo della Regione» si affrettano a dire in piazza Castello genitori, amici, persino consiglieri comunali. Come se il lancio di vernice sui muri fosse legittimo.
«Non è vero, hanno lanciato ad altezza uomo, basta guardare le divise e i “mezzi” parcheggiati qui davanti per capirlo» ribatte il poliziotto in borghese che ha il compito di mantenere i contatti con i manifestanti.
Il «tradimento»
E ancora: «Era andato tutto bene, eravamo tutti tranquilli, non indossavamo nemmeno i caschi. All’improvviso, piovono palloncini pieni di vernice. A freddo, a tradimento, dopo che avevano assicurato di voler fare una manifestazione pacifica. Perchè lo hanno fatto? Perchè hanno voluto tradire la fiducia accordata? Siamo stati costretti ad avanzare per far allontanare i manifestanti. È stata una carica di “alleggerimento”, nulla di esagerato. Secondo voi, che avremmo dovuto fare? Restare lì ad assistere al tiro a segno?».
La polemica
«Abbiamo il dovere di difendere le istituzioni che rappresentiamo. Sempre lo abbiamo fatto e sempre lo faremo» aggiunge Corrado, che si dichiara «dispiaciuto per quanto è avvenuto in questi giorni a Torino».
Il sindacalista esprime lo stesso sentimento di dispiacere anche «per gli attacchi del sindaco ai vertici di questura e prefettura. Forse, sarebbe meglio che il primo cittadino pensasse a risolvere i mille problemi della cittadinanza e lasciasse fare l’ordine pubblico al personale qualificato impegnato ogni giorno in questo compito».

Claudio Laugeri
(da “La Stampa“)

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UN UOMO SOLO AL COMANDO: RENZI RITORNA AL PRIMO PD

Dicembre 16th, 2013 Riccardo Fucile

IL SEGRETARIO NON CONCORDA I DISCORSI E NON ANNUNCIA I CAMBI DI LINEA

L’uomo solo al comando, per dirla alla maniera in cui l’ha detto per mesi Pier Luigi Bersani, ha tagliato ieri il suo traguardo e il Pd – in maniera plasticamente evidente – è già  diventato una cosa diversa da quel che era.
La metamorfosi, cominciata col trionfo di Matteo Renzi alle primarie (8 dicembre), ha compiuto il suo corso in sette giorni, e si è completata nei grandi spazi della struttura di cemento e ferro della Fiera di Milano.
E così, dalla crisalide di un Partito democratico e in divenire, è venuto fuori un organismo sconosciuto ai vecchi dirigenti e ai militanti: una cosa che somiglia assai da vicino a quel che loro stessi definivano, sprezzantemente, un «partito personale».
Nulla a che vedere, naturalmente, con i prototipi classici di cui si è detto e scritto tanto: la prima Forza Italia di Berlusconi (la prima, ma anche quest’ultima riedizione), l’Italia dei Valori di Di Pietro, i partiti di Casini, di Monti e Beppe Grillo.
A differenza degli esempi citati, infatti, Matteo Renzi non è nè il fondatore nè il «padrone» del Pd: ma per formazione, cultura ed età , pare deciso a dirigerlo proprio come ne fosse il «padrone» oppure il fondatore…
E’ una novità  travolgente per gli eredi di partiti (la Dc e il Pci) che furono – volutamente – sempre e precisamente il contrario di un «partito personale»: e i rischi di rigetto, dunque, sono solidissimi, concreti e (forse) attuali.
Ma se leader indiscussi come D’Alema e Marini, oppure Bersani, Bindi e Veltroni, hanno combattuto la metamorfosi ma deciso – alla fine – di non strappare (di non scindersi, cioè) vuol dire che anche a loro, in fondo, è diventato chiaro che il tempo è inesorabilmente mutato: e che partiti senza una leadership visibile e forte sono destinati – in Italia come già  in Europa – al declino ed alla progressiva marginalizzazione.
E’ questo quel che si percepiva ieri, con inedita nettezza, nel giorno del primo discorso di Renzi da segretario proclamato.
Nei corridoi e nelle grandi sale della Fiera, infatti, non uno – nemmeno tra i «fedelissimi» del neo-segretario – aveva idea di cosa potesse riservare la giornata.
Cosa dirà  Renzi? Attaccherà  più Grillo oppure Enrico Letta? Ipotesi, tentativi, pareri un po’ azzardati: nessuno sapeva.
E c’è qualche nome a sorpresa tra i «magnifici venti» che il neo-segretario aggiungerà  di suo ai 120 della Direzione? Braccia larghe e sorrisi di maniera: nessuno sapeva.
E’ un po’ quel che accade alla vigilia di ogni discorso di Berlusconi o quando si prova a ipotizzare lo sberleffo prossimo venturo del leader dei Cinque Stelle.
Le differenze sono tante, naturalmente: ma non, diciamo così, lo stile di direzione.
Questione – forse – di formazione, di cultura e di età . Ma questione anche di efficacia e forse di sopravvivenza: «Molti di quelli che mi hanno votato – ha spiegato Renzi nel suo primo discorso da segretario – l’hanno fatto pensando: “Proviamo anche questo, ma poi basta”. Io sono il destinatario, insomma, di un ultimo appello…».
C’è naturalmente una profonda differenza tra un mero «partito personale» (dizione qui usata per comodità ) ed un partito dotato di una leadership credibile e autorevole.
Secondo molti, per esempio, proprio il Pd – per la genesi, le ambizioni originarie e la dichiarata vocazione maggioritaria – non avrebbe potuto che esser caratterizzato da una leadership visibile, indiscussa e straordinariamente forte.
Fu in qualche modo così (dunque inevitabilmente così) nei primi tempi dell’era Veltroni: e non pochi osservatori spiegano la crisi del Pd proprio con il venir meno di quella leadership ed il riemergere di correnti, gruppi e perfino dei fantasmi di Ds e Margherita.
Con Renzi, insomma, si torna in qualche modo alle origini: uno guida, gli altri a spingere il carro. E chi guida, ha massima autonomia: non concorda i suoi discorsi, non annuncia i cambi di linea, non spiega promozioni, bocciature e inversioni di percorso.
E nemmeno avvisa, naturalmente, se ritiene sia venuto il momento di buttar giù il governo.
Ieri, alla fine del discorso di Renzi – severo e ultimativo con l’esecutivo – Rosy Bindi ha mandato un messaggino a Enrico Letta: «Ti senti rassicurato?» «Tu che dici?», le ha risposto il premier. «Se vuoi ne parliamo»…
Ci sarà  tanto di cui parlare, questo è certo: ma con un Pd che, tra avvertimenti, sfide e diktat non concordati, ha riguadagnato il centro del ring.
Ancora due mesi fa non ci avrebbe scommesso nessuno.

(da “La Stampa”)

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RENZI PARLA AL PD PERCHE’ GRILLO INTENDA

Dicembre 16th, 2013 Riccardo Fucile

PRIMA ASSEMBLEA DEL PARTITO PER IL NUOVO SEGRETARIO, TUTTI I BIG IN PRIMA FILA

“Riconosco che ‘rottamazione’ era una definizione bruta, quasi volgare. Ma ha un senso difendere le nostre storie solo se siamo in grado di cambiare. Casa nostra è sulla frontiera non al museo delle cere”. Vestito blu, cravatta scura, Matteo Renzi sul palco gesticola, scandisce, arringa.
Dà  il senso di come intende interpretare il ruolo di segretario del Pd: si stacca dal passato e si lancia nel futuro.
Milano, prima assemblea del “nuovo” partito. In prima fila ci sono Massimo D’Alema e Walter Veltroni (seduto uno alla destra, uno alla sinistra del palco). Pier Luigi Bersani. Ed Enrico Letta, in stile “partito”, pantaloni sportivi e maglioncino, che parla con Piero Fassino. Poco dietro Rosy Bindi e Franco Marini.
In attesa dell’inizio manca solo il segretario, che non a caso arriva e si intrattiene per qualche minuto con i suoi in una stanza a parte.
La vecchia guardia è lì riunita in attesa di un rito che non le appartiene più e il nuovo padrone di casa è pronto a riempirlo delle sue regole. Freddo gelido fuori, atmosfera di ripartenza dentro, mugugni sotto controllo. Delegati al gran completo.
Renzi entra in orario. Bacia e abbraccia tutti. Poi si va a sedere tra Letta e Marianna Madia.
Partono le note di “Fratelli d’Italia”, con premier e sindaco in piedi, che cantano ognuno a suo modo. “I retroscena tra me e Matteo sono inutili, sarà  tutto trasparente”, dice Letta, aprendo i lavori.
Prima della proclamazione del segretario l’organizzazione distribuisce le bandiere del Pd. Il neo leader fa mandare il suo Inno “Resta ribelle” dei Negrita. Scelta non casuale. Prima di salire sul palco, va ad abbracciare Veltroni (solo lui). Uno sguardo di complicità . E poi, via verso il futuro.
Tira fuori dalla tasca dei foglietti, composti in ordine sparso. Parla per più di un’ora, parte a rilento, all’inizio quasi sembra costretto nel ruolo.
Ma più va avanti, più si cala nel suo nuovo abito, più lo definisce in attacco.
Ringrazia Bersani e Franceschini, Veltroni ed Epifani.
Neanche una parola nemmen di circostanza per Napolitano, che pure vedrà  oggi nella cerimonia degli auguri. Si dà  un orizzonte ampio: niente di meno i prossimi 15 anni. 15 i mesi che dà  al governo se rispetta i patti.
Snocciola obiettivi immediati e a lunga gittata. Un piano “straordinario” per il lavoro da fare in un mese, oltre le ideologie, con nuove regole e idee come il sussidio universale di occupazione, anche “per chi non è protetto”.
Poi, le unioni civili e il superamento della Bossi Fini, con lo ius soli (“che piaccia o no a Giovanardi”).
Gli alleati di governo sono avvertiti. Ribadisce O entro fine gennaio si approva alla Camera la riforma elettorale o la politica perde la faccia” e torna a “il Senato va abolito”. Il “patto di coalizione”.
Commenterà  la Bindi: “O Renzi fallisce al primo colpo o il governo cade”. Mentre lui dal palco enuclea le sue proposte non negoziabili, Letta applaude nei passaggi centrali, D’Alema scrive e ostentatamente evita di guardarlo. Ma Matteo ha una chiave di lettura precisa: “Non bisogna difendere ma creare”. Perchè questa è l’”ultima chiamata”, e “chiarisce mentre ammette “limiti personali e caratteriali”.
I toni li alza mentre si riferisce a Grillo. “Nelle ultime settimane hanno scritto sul loro sito ‘Renzie come Fonzie firma qua’, chiedendoci di rinunciare a 40 milioni di finanziamento ai partiti e allora io dico, Beppe firma qua, se sei serio, io sono disponibile. Se non ci stai, sei per l’ennesima volta un chiacchierone e l’espressione buffone vale per te”.
In cambio dei voti dei grillini per abolizione del Senato e legge elettorale, i Democratici rinunceranno alla rata dei rimborsi. La platea s’infiamma, il segretario ha individuato l’elettorato da conquistare, l’avversario da battere.
Per dirla con Matteo Richetti il maggior “competitor” di Renzi in questo momento è Beppe Grillo e lui prova a stanarlo. In serata riceve un no secco. Ma la sfida, le sfide, sono iniziate.
“Buona strada a tutti”, conclude Renzi.
Il saluto con la formula degli scout, pilastro della sua formazione insieme alla politica.
Il partito è con lui. Almeno per ora.
Lo dice bene Gianni Cuperlo, che ha accettato di fare il presidente (con l’astensione di alcuni civatiani): “Anche se con qualche livido siamo contenti di stare su questo treno”. Persino D’Alema plaude a un “bel discorso”. Vuol dire che ha intenzione di dialogare? “Sta a lui decidere, è lui il segretario”. Ma sarebbe disponibile? “Beh, io sono qui”.
I lettiani sulla tempistica della legge elettorale hanno qualcosa da ridire. “Ardito e temerario”, commenta uno di loro. È noto: prima si fa la riforma, prima diventa possibile votare. Mentre le file per u panino si fanno interminabili (“Alla Leopolda si mangia meglio”, dice un renziano), dentro prosegue il dibattito e nel retropalco si tratta per la direzione.
Trattativa condotta fino all’ultimo, che ricorda qualcosa del vecchio Pd. I minuti scorrono, la lista non è completa. Alla fine, eccola: venti sindaci in quota Renzi. E poi, i membri scelti dai tre finalisti: in tutto 120, 80 del sindaco.
Di diritto ci sono tutti i big, D’Alema come ex premier, Bersani, Veltroni, Franceschini come ex segretari .
Poi, i giovani turchi in quota Cuperlo, Area Dem, i lettiani in ordine sparso. Dentro Fioroni, fuori Bindi e Finocchiaro. Dentro pure De Luca. Presiede la commissione di Garanzia, Marini tallonato dal fedelissimo di Renzi David Ermini.
Dovranno riscrivere anche le regole del Pd. Si vota, fine dei lavori. Renzi schiva i giornalisti che lo aspettano, uscendo da una porta laterale. Di fretta.
La corsa è appena cominciata.

Wanda Marra
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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UN MILIARDO PER GLI AFFITTI: LO SPRECO DELLO STATO INQUILINO

Dicembre 16th, 2013 Riccardo Fucile

IMMOBILI VUOTI MA MINISTERI IN AFFITTO: “SCOPERTO UN MILIARDO DI NUOVO DEBITO”

Una famiglia spende soldi che non ha pur di vivere in affitto, mentre possiede alcuni immobili vuoti poco lontano.
Che consiglio le dareste? Se la risposta sembra ovvia, va detto a difesa di Carlo Cottarelli che si trova di fronte a un dilemma più intrattabile di così: la famiglia dei ministeri italiani, di cui si occupa il nuovo commissario per la spending review, pur di risiedere in immobili in affitto non esita a contrarre debiti fuori bilancio.
Questi ultimi valevano un miliardo di euro nel 2011, l’ultimo anno per il quale esistano dati consultabili e ufficiali.
Nel frattempo, il Demanio dello Stato gestiva immobili inutilizzati di sua proprietà  per un valore di vari miliardi di euro.
Magari tutto ciò suona poco logico, del resto però la definizione della Ragioneria dello Stato su ciò che sono i debiti fuori bilancio lascia pochi dubbi: «Si tratta di debiti di cui, al momento della loro formazione, non vi è alcuna evidenza contabile nel bilancio dello Stato per il fatto che l’amministrazione ha assunto obblighi per una somma superiore alle effettive risorse finanziarie a disposizione», scrivono i tecnici di via XX Settembre.
I quali aggiungono: «Trattandosi di transazioni mai registrate in bilancio, non sono rilevate nelle statistiche sul debito pubblico ma rinviano gli oneri a esercizi successivi».
In altri termini, i debiti vengono nascosti sotto la linea dell’ufficialità  e scaricati sugli anni a venire. Quando magari sarà  qualcun altro a doversene occupare.
I dicasteri italiani ricorrono a questa tecnica in abbondanza.
Solo nel 2011, a dati della Ragioneria, il ministero dell’Interno ha contratto debiti fuori bilancio per 476 milioni di euro, la Difesa per 235, la Giustizia per 119, lo stesso ministero dell’Economia per 94 e il ministero del Lavoro per 21.
Nel suo rapporto, la Ragioneria osserva che accumulare debiti fuori bilancio «incide sulla trasparenza, inficia la programmazione delle risorse e riduce la capacità  di controllo della spesa».
Forse però il passaggio che aiuta meglio a capire è quello sulla genesi di queste pratiche impensabili per qualunque impresa dotata di istinto di sopravvivenza.
I debiti fuori bilancio, spiega la Ragioneria, si fanno quando si elimina un versamento ma non le funzioni che esso finanzia.
Queste procedono inesorabilmente e prima o poi qualcuno dovrà  pagare: è l’eredità  dei tagli lineari spesso praticati negli ultimi anni di governo di Silvio Berlusconi in cui, si legge, «i risparmi sono conseguiti solo nominalmente con la riduzione degli stanziamenti, ma non in modo strutturale».
Alcuni esempi?
Nel 2011, i ministeri italiani hanno contratto debiti fuori bilancio per 26 milioni di euro solo per pagare la Tarsu e altre tasse sui rifiuti urbani. Il Guardasigilli ne ha fatti 48 solo per «intercettazioni e altre spese di giustizia».
Il governo nel suo complesso 31 per «noleggio, leasing e esercizio mezzi di trasporto (incluso carburante)», ovviamente sempre fuori bilancio.
Il caso che però ha più attratto l’attenzione di Cottarelli è probabilmente quello degli affitti.
Da solo il ministero dell’Interno nel 2011 ha creato 176 milioni di debiti fuori bilancio per locazioni di immobili, contro venti milioni di tutti gli altri dicasteri sommati insieme.
Secondo i dati della Ragioneria, circa i quattro quinti della spesa per affitti sostenuto dal Viminale si fa attraverso debiti fuori bilancio.
Per certi versi è del tutto normale che l’Interno abbia bisogno di mura e un tetto sulla testa: deve ospitare le Questure, le articolazioni territoriali delle forze dell’ordine, le carceri, le residenze dei collaboratori di giustizia e molto altro.
Per Cottarelli resta però da capire come sia possibile spendere tanto solo in affitti, e per di più senza che ciò emerga nelle statistiche ufficiali dell’indebitamento.
Il commissario per la spending review su questo dossier sta già  lavorando su due fronti. In primo luogo, grazie all’aiuto di un ufficio ad hoc nel palazzo del ministero dell’Economia, sta verificando i costi standard delle locazioni nelle varie città  d’Italia. Ufficialmente oggi i ministeri nel complesso spendono in affitti di circa 750 milioni di euro l’anno, senza contare gli enti decentrati, la sanità  pubblica e le società  partecipate dallo Stato.
Il sospetto – o la certezza – è che in molti casi i contratti siano stati fatti a prezzi superiori al mercato a favore dei notabili locali che possiedono i palazzi.
Questi contratti sono spesso di durata lunghissima, anche trentennale, ma lo Stato può sempre rescinderli con un breve preavviso.
Poi appunto c’è il capitolo dei palazzi pubblici inutilizzati. Cottarelli ha chiesto a Stefano Scalera, direttore dell’Agenzia del Demanio, un quadro sugli immobili nei quali possano traslocare gli uffici ministeriali.
Ad oggi esistono palazzi vuoti del Demanio per un valore di circa cinque miliardi di euro, benchè non tutti utilizzabili subito.
La ricognizione tecnica comunque procede spedita. Tra non molto, dare un (vero) taglio agli sprechi dello Stato inquilino sarà  una scelta puramente politica.

Federico Fubini

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SALVINI INDOSSA LE MUTANDE DI COTA: “NON C’E’ DA SCUSARSI”

Dicembre 16th, 2013 Riccardo Fucile

AL LINGOTTO L’EX “COMUNISTA PADANO”, FUORICORSO PER 12 ANNI ALL’UNIVERSITA’, ABBANDONA LA RAMAZZA E ASSOLVE GLI INQUISITI… POI ANNUNCIA LOTTA ALLA CASTA: LA CONOSCE BENE VISTO CHE DA DIECI ANNI SI FA MANTENERE DAL PARLAMENTO EUROPEO ED ITALIANO

Altro che ramazze. Il neo segretario della Lega Nord Matteo Salvini chiude un occhio davanti ai rimborsi “facili” dei consiglieri regionali piemontesi: “Ci rompono i coglioni sulle mutande, ci rompe i coglioni uno Stato ladro che senza la Lega sarebbe già  fallito. A qualcuno rode che in Piemonte perchè c’è la Lega, non lavorano gli amici degli amici dei benpesanti”.
Frase che fa pensare a un autogol: in pratica ora lavorano solo gli amici della Lega?
E assolve così il collega di partito e governatore del Piemonte Roberto Cota, che secondo gli inquirenti si sarebbe fatto rimborsare anche un paio di mutande: “Roberto non c’è nulla per cui chiedere scusa”
Contento lui…
Il Carroccio si riunisce al Lingotto di Torino per il congresso federale straordinario della Lega Nord. Gli oltre 500 delegati, provenienti da tutta Italia, hanno sancito l’elezione di Matteo Salvini alla segreteria del partito.
Alle primarie della scorsa settimana, aveva ottenuto l’82% dei voti, contro il 18% di Umberto Bossi.
Salvini prova a cavalcare la protesta anti-euro: “. “Occorre fare fronte comune al centralismo europeo e con gli altri Paesi abbiamo un nemico in comune, l’euro”.
Gelato però dal buon senso di Bossi: “Per sposarsi, come per separarsi, bisogna essere in due e io dubito che ci lasceranno uscire facilmente dall’euro”.
Salvini chiude da gran signore con un attacco ai giornalisti, ritenendo che la Lega sia vittima di “un linciaggio vergognoso e schifoso dei giornalisti italiani e romani”. Cita Grillo e dice: “Senza fare liste di proscrizione dal prossimo congresso chi dimostra obiettività  morale entra, gli altri possono uscire a calci in culo”.
Salvini attacca la magistratura: “attenti ad accusarci senza motivo potremmo venirvi a prendere a casa” (forse in padagna non è reato minacciare i giudici).
Qualcuno in sala ricorda quando nel 1997, Salvini è stato capolista dei “Comunisti padani” alle elezioni per l’autoproclamato Parlamento della Padania, conquistando 5 dei 210 seggi disponibili.
Altri malignano che nel 1992 si è iscritto alla facoltà  di storia dell’Università  degli Studi di Milano, frequentandola fuori corso per 12 anni su 16.
Altri ancora che nel 2004 entra al Parlamento europeo e sceglie come proprio assistente parlamentare a 12.000 euro al mese Franco Bossi, fratello di Umberto,   allora titolare di un negozio di autoricambi a Fagnano Olona, in provincia di Varese.
Ma non obiettò mai nulla.
E ancora la recente denuncia di Belsito su presunti 20.000 euro consegnati a Salvini da Bonomi (Sea).
In ogni caso un “Italia, Italia vaffanculo” pare alla fine metta tutti d’accordo.
Almeno per ora.
C’è chi sostiene che Salvini rischia di durare segretario meno di Maroni (che si è squagliato in tempo).

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DA “TELECAFONE” AD ARCORE, L’ASCESA DELLA FUTURA SIGNORA BERLUSCONI

Dicembre 16th, 2013 Riccardo Fucile

“LE DISSI DI TROVARSI UNO RICCO E POTENTE”… LA ZIA EVA, CHIAMATA “MARESCIALLA”, LA SORELLA KATIUSCIA E L’AMICO DI “TELECAFONE”

“Ma allora non tenete proprio niente da fare voi giornalisti? E sempre qua state. E basta cu stu gossip!”. Via Metastasio, quartiere Fuorigrotta, Napoli.
Qui ebbe i natali ventisette anni fa lady Pascale, Francesca, prossima sposa di Silvio Berlusconi e attuale indiscussa regina di Forza Italia.
E qui, tra questi palazzoni incollati l’uno all’altro immortalati da Francesco Rosi ai tempi de “Le mani sulla città ”, la gente si è scocciata.
“Dovete capirci — ci dice una signora con le buste piene di prelibatezze comprate da “Il ghiottone” — da queste parti è un via vai continuo, il portiere è nervoso, l’altro giorno dice che sono arrivati pure quelli di coso, come si chiama? Santoro. Tutti vogliono sapere di Francesca e della sua famiglia”.
“Ma chi la vede Francesca? — quasi sussurrano alcune clienti di un coiffeur — sono anni che non si fa vedere, almeno dal 2007, quando venne a mancare la madre, la povera signora Giuseppina, che se la portò via un brutto male, pace all’anima sua”. “Francesca — confida un suo vecchio compagno di scuola dei tempi dell’Istituto d’arte Palizzi — ha sempre desiderato fuggire da questo posto, e c’è riuscita, fortunatamente per lei”.
E come darle torto. Fuorigrotta è Fuorigrotta, nè centro, nè periferia, palazzi alveari e negozi, vitalità  e caos, nevrosi tutta partenopea, ma via Metastasio è peggio.
Un budello lunghissimo, uffici della Regione, una palestra di judo, parrucchiere, salumeria e un centro sociale.
“Casa del popolo”, è la scritta pretenziosa e poi foto del Che e manifesti dei 99 Posse. Un covo di comunisti sotto la casa del suocero di Silvio Berlusconi.
Lontana da Napoli Francesca, lontana Katiuscia, sua sorella, che da anni vive a Latina. Qui, dopo una lunga gavetta da barista in un locale nei pressi del Vaticano, avrebbe aperto un ristorante.
Anche lei è “fuiuta” da Napoli, l’altra sorella, Marianna, la maggiore, invece continua a vivere sotto il Vesuvio, nello stesso quartiere ma nella casa della nonna. Fa la segretaria in uno studio legale di Corso Vittorio Emanuele e non ama parlare della famiglia.
Quando i cronisti la avvicinano per chiederle come è cambiata la vita della famiglia Pascale dopo il “fidanzamento”, risponde infastidita. “Francesca è adulta e vaccinata. Mio padre? Lui fa la sua vita, noi la nostra”.
Rosario Pascale, ex dipendente della Kodak ed ex fotografo di matrimoni e cresime, è una sorta di fantasma.
Nel quartiere lo vedono poco, dalle foto opportunity delle new family berlusconiana è stato cancellato.
Le uniche figure ammesse a comparire nelle foto che ritraggono Francesca in giro per Roma a fare shopping sono sua sorella Katiuscia, il cugino Angelo, e sua zia Eva.
Nei mesi scorsi, il settimanale Oggi ha immortalato l’allegra comitiva a passeggio in Piazza di Spagna.
Zia Eva è una donna energica, la chiamano “la marescialla”, che si è assunta il compito di fare da barriera protettiva alla giovane Francesca. La first lady di Arcore, però, apprezza, ringrazia, ma fa da sè.
La ragazza è cresciuta, i tempi del quartiere sono archiviati, il “Calippo” e le performance smutandate su Telecafone, pure, le vacanze a Varcaturo beach solo un brutto ricordo, il look è cambiato e pure la testa.
“Francesca aspira a diventare la regina di Napoli”, scherzano, ma non tanto, nei corridoi politici di Forza Italia. La ragazza vuole decidere.
Nicola Cosentino, suo antico avversario, è fuori gioco, Gigino Cesaro, “a purpetta”, che da presidente della Provincia, dove Francesca era consigliere, la deluse nominando assessore altre papi-girls, ora deve stare attento.
Per le cose che riguardano il partito a Napoli, gli incarichi e le candidature, è a lei che bisogna rivolgersi. Una foto la dice lunga. È quella che ritrae proprio una fedelissima di Cosentino, la senatrice Eva Longo, ex consigliere regionale, ed ex sindaco di Pellezzano, nel Salernitano, ospite a cena a Palazzo Grazioli, immortalata con l’immancabile Dudù, barboncino della fortuna.
L’immagine della senatrice raggiante e del cagnolino accigliato è stata postata su facebook. Dicono che anche la coppia Mastella, Clemente e signora Sandra Lonardo, per essere ammessi nelle file di Forza Italia, si sia dovuta affidare ai buoni uffici di Francesca.
Povero Clemente, ma chi doveva dirgli che un giorno avrebbe dovuto baciare l’anello di quella procace ragazza vista di sfuggita nel 2007 in un albergo di Telese Terme durante una cena di gala offerta dall’Udeur.
Era l’unica cui venne concesso il privilegio di sedere alla destra di Silvio.
“Francesca ha fatto Bingo”, confida a Mariagiovanna Capone, autrice con Nico Pirozzi di una biografia non autorizzata della Pascale, l’attore Oscar Di Maio, leader di Telecafone.
“Ai tempi mi chiese se fosse vero che per fare carriera bisognava andare a letto con un produttore. Una volta, le risposi, ora i tempi sono cambiati, le consigliai di puntare su un obiettivo sicuro: Francesca, le dissi, fai innamorare di te un uomo ricco e potente, fagli perdere la testa e sarà  tuo per sempre”.
Francesca ha capito la lezione del vecchio cabarettista, e ora è la regina di Napoli.

Fierro e Iurillo

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