Dicembre 7th, 2013 Riccardo Fucile
“GLI ATTI COMPIUTI NON DECADONO”
«La sentenza non provoca uno sfascio istituzionale, ma il Parlamento dovrebbe legiferare prima dell’arrivo delle motivazioni».
Riccardo Chieppa, presidente emerito della Consulta, si dice «lieto che sia caduta una legge tanto illegittima », ma esclude che si aprano «voragini che facciano precipitare nel caos le istituzioni».
È dunque d’accordo con la bocciatura del Porcellum?
«Ho sempre sostenuto che ci fosse un grave dubbio di costituzionalità sul difetto assoluto di esprimere preferenze. Sarei addirittura favorevole che si tornasse all’antico sistema elettorale dei piccoli comuni. Quando da giovane facevo il presidente di seggio, l’elettore poteva cancellare un candidato dalla lista. Era una bocciatura esplicita, un voto di preferenza negativo»
Cosa succede ora dopo la sentenza della Consulta?
«Allo stato attuale, in attesa delle motivazioni, si possono fare solo congetture. I giudici della Corte non travolgono tutto. Le norme di legge non sono più applicabili per il futuro, ma non decadono atti e nomine compiuti dal Parlamento. La dichiarazione di illegittimità può travolgere solo nomine e atti ancora suscettibili di contestazione. Del resto la Consulta si è sempre preoccupata di non creare vuoti nell’ordinamento».
Un Parlamento eletto con legge incostituzionale è illegittimo?
«Dal punto di vista giuridico lo escludo. La questione eventualmente è politica: il Parlamento non è delegittimato dalla pronuncia della Corte, ma semmai dalla sua inerzia».
Le Camere dovrebbero correre ai ripari?
«Il Parlamento ha tutti i poteri e per evitare il rischio che riviva il Mattarellum dovrebbe intervenire prima delle motivazioni».
Quando usciranno le motivazioni della sentenza?
«Dipende dalla discussione: i giudici devono trovare l’accordo non solo sul dispositivo, ma anche sulle motivazioni. Sarebbe auspicabile pure in Italia il sistema tedesco, dove la Corte dichiara l’illegittimità a scoppio ritardato: dà un termine al Parlamento per permettergli di intervenire prima della sentenza».
Che ne sarà dei 148 deputati eletti, ma non ancora convalidati dalla Giunta per le elezioni?
«Su questo la sentenza non influisce, resta indifferente. Se non ci sono altri elementi ostativi, la Camera può convalidarli».
Per Calderoli diventano illegittimi anche i consigli regionali eletti con liste bloccate e premi di maggioranza.
«Non credo. Le regionali hanno norme che prevedono diverse proporzioni nei premi e non sono toccate dalla sentenza».
Vladimiro Polchi
(da “La Repubblica“)
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Dicembre 7th, 2013 Riccardo Fucile
L’EX PRESIDENTE DELLA CORTE COSTITUZIONALE: “DOPO LE MOTIVAZIONI IL PARLAMENTO DECADE”
«La sentenza della Corte costituzionale è retroattiva, dunque annulla la legge elettorale da
quando è stata emanata. Non si tratta di una mera abrogazione, come potrebbe essere nel caso di un referendum».
Piero Alberto Capotosti, professore emerito di Diritto costituzionale alla Sapienza ed ex presidente della Consulta, considera la sentenza sul Porcellum «un fatto di enorme portata, che non si era mai verificato nelle altre grandi democrazie».
Secondo lei sono a rischio di illegittimità tutti i governi dal 2006, le leggi approvate e anche la doppia elezione di Napolitano al Quirinale?
«Sicuramente no, tutte queste sono situazioni giuridicamente chiuse e dunque non più riesaminabili. Esistono nell’ordinamento alcuni principi, in particolare il principio della certezza giuridica, che mitigano la portata retroattiva della sentenza. Dunque i Parlamenti eletti dal 2006, le leggi e il Capo dello Stato sono situazioni che non si possono cancellare, “irretrattabili”. Discorso opposto per tutti gli atti che questo Parlamento dovesse esaminare dopo la pubblicazione della sentenza sul Porcellum, che avverrà tra qualche settimana. A mio avviso dopo la pubblicazione l’ombra dell’illegittimità costituzionale potrebbe estendersi a tutto il Parlamento, anche se in proposito ci sono diverse scuole di pensiero».
Questo vuol dire che i parlamentari non ancora convalidati rischiano?
«Se non saranno convalidati prima, rischiano di essere illegittimi».
Sta dicendo che anche le norme che il Parlamento approverà dopo saranno illegittime?
«A mio avviso c’è lo stesso rischio, perchè provengono da un organo eletto attraverso una procedura illegittima»
Significa che il Parlamento ha tempo solo fino alla pubblicazione per modificare la legge elettorale?
«Questa è la mia opinione. Sempre che la Corte, nelle motivazioni, non chiarisca esplicitamente che gli effetti della sentenza decorrono solo dall’elezione del prossimo Parlamento. Ma questo differimento degli effetti di una sentenza secondo il modello tedesco -sarebbe un caso eccezionale. Nel passato è successo pochissime volte».
Dunque questo Parlamento ha vita breve e rischiamo di tornare alle urne a breve?
«La mia opinione è che, se non ci sarà un differimento esplicito degli effetti, la Corte abbia dato un ultimatum alle forze politiche: se il Parlamento non dovesse procedere ad approvare una nuova legge, in caso di elezioni anticipate si dovrà votare con quello spezzone di Porcellum che è rimasto in piedi, dunque senza premio di maggioranza e con le preferenze».
Il Parlamento dovrebbe scrivere la nuova legge prima delle motivazioni della Consulta?
«Secondo me per stare dalla parte del sicuro è necessario muoversi prima».
In assenza di una crisi di governo, come si può arrivare allo scioglimento delle Camere?
«Il potere di scioglimento spetta esclusivamente al Capo dello Stato. E tuttavia ricordo che nel 1993, dopo il referendum Segni che abrogava la legge elettorale per il Senato, si arrivò rapidamente a nuove elezioni, dopo aver approvato la legge Mattarella. L’allora presidente Scalfaro disse che il Parlamento non corrispondeva più alla volontà popolare, c’era un vizio di rappresentanza. È una situazione per certi versi analoga a quella attuale: la rappresentanza è viziata dal fatto che i parlamentari sono stati immessi nel loro ufficio in base a una legge incostituzionale».
Ritiene che si possa votare con quello che resta del Porcellum?
«Serve una ricognizione norma per norma. Di certo la Corte, annullando le liste bloccate, non ha introdotto le preferenze. Non è una sentenza autoapplicativa su questo punto. Dunque un passaggio parlamentare per introdurre le preferenze, a mio parere, andrebbe fatto».
Dunque sbaglia chi dice che questa sentenza allunga la vita della legislatura almeno fino al 2015?
«Salvo sorprese nelle motivazioni della sentenza, io vedo una grande urgenza di modificare la legge elettorale per poi tornare al voto».
In che modo andrà modificata la legge?
«Un premio di maggioranza si potrà reintrodurre solo con una soglia minima di accesso. E non ci potranno più essere liste bloccate. L’elettore potrà scegliere il parlamentare con le preferenze oppure con i collegi uninominali. Su questo resta una amplissima discrezionalità del Parlamento».
Un sistema maggioritario con i collegi è ancora possibile?
«Certamente sì. Come è possibile un nuovo premio con una soglia e preferenze».
La legge che esce dalla Consulta è un proporzionale puro. Non è anche questo in contraddizione con la volontà popolare espressa nel referendum del 1993?
«Esiste questo rischio di un ritorno al passato. E tuttavia le sentenze della Corte, pur criticabili, non sono modificabili. La sentenza indubbiamente reca un vulnus per tutto il sistema istituzionale. Non si può fare finta di niente e continuare come se non fosse successo nulla».
Come si può ragionare di un percorso di riforme costituzionali nel 2014 da parte di questo Parlamento? Il ministro Quagliariello ha proposto proprio questo percorso per rispondere alla pronuncia della Consulta.
«Sono consapevole che esiste questa interpretazione, che è diversa dalla mia. Io ritengo che questo Parlamento debba sicuramente fare una legge elettorale quanto prima. Sarebbe opportuno che la legge fosse approvata almeno da un ramo del Parlamento prima delle motivazioni della Consulta. A quel punto si potrebbe sperare in un rinvio della pubblicazione della decisione per consentire l’approvazione definitiva».
Lei disegna uno scenario da tsunami politico-istituzionale…
«È una sentenza di enorme portata, un precedente di peso anche allargando lo sguardo ad altri paesi. È tuttavia sempre possibile che la Corte, nelle motivazioni, mitighi la portata di questa sentenza. Ma non è scontato che ciò accada».
Andrea Carugati
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Dicembre 6th, 2013 Riccardo Fucile
LA PRIMA VITTIMA OVVIAMENTE E’ UNA GIORNALISTA DE “L’UNITA'”, MARIA NOVELLA OPPO
Beppe Grillo torna a prendersela con i giornalisti, invitando i militanti di M5S a indicare gli articoli di stampa in cui movimento viene criticato.
Una sorta di “caccia all’uomo” quotidiana, con tanto di immagine a mo’di foto segnaletica.
La prima “segnalata” dallo stesso comico sul suo blog è la giornalista dell’Unità , Maria Novella Oppo.
Ecco cosa scrive il capocomico genovese:
Maria Novella Oppo si vanta di lavorare all’Unità dalla fine del ’73. Da allora non ha mai avuto un altro lavoro ed è mantenuta dai contribuenti da 40 anni grazie ai finanziamenti pubblici all’editoria che il MoVimento 5 Stelle vuole abolire subito. La Oppo appena può diffama pubblicamente il M5S. Per esempio sulla protesta di ieri alla Camera: “Ogni giorno una pagliacciata dei grillini […] fanno casino […] dimostrano di non saper fare e di non aver fatto niente per il popolo italiano […] inscenano gazzarre […] sono succubi di Berlusconi”. Qualche giorno fa: “Casaleggio va elucubrando ai danni dell’Italia”. E ancora: “Grillo vuole tutto, soprattutto il casino totale […] un brulichio di piccoli fan [sono] divenuti per miracolo parlamentari e tenuti al guinzaglio perchè non si prendano troppe libertà “. Il M5S abolirà il finanziamento pubblico all’editoria e la Oppo dovrà cercarsi un lavoro. Non è mai troppo tardi, o forse sì.
PS: segnalate gli articoli dei “giornalisti” stile Oppo per la nuova rubrica del blog: “Giornalista del giorno”.
Non ci stupiamo: la democrazia di Grillo è quella di intestare per Statuto il simbolo a se stesso, a suo nipote e al suo commercialista.
Il dissenso non è ammesso, meglio prenderla in ridere.
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Dicembre 6th, 2013 Riccardo Fucile
IL GIOVANE LAUREATO AL POLITECNICO HA RICEVUTO DAL SINDACO DI TORINO L’ATTESTATO CHE LO RENDE UFFICIALMENTE CITTADINO ITALIANO: “DOPO TRE ANNI FINALMENTE CORONO UN SOGNO”
Questa mattina il sindaco Piero Fassino ha consegnato al giovane marocchino, laureato al
Politecnico in ingegneria civile lo scorso ottobre, l’attestato di cittadinanza, la pergamena della città di Torino e la Costituzione.
Accompagnato da due dei suoi tre fratelli il ragazzo era molto felice: “I primi dieci articoli li conosco — ha detto — Li ho studiati a scuola nelle ore di educazione civica”, mentre dopo la parte ufficiale il sindaco ha espresso il suo ringraziamento per “quanto ha fatto in questi suoi primi anni in Italia. A Torino ci sono 150 mila cittadini di origine straniera e la sua esperienza è un esempio che può aiutare tutti gli altri”.
Fassino aveva incontrato già in precedenza il ragazzo: “So come ha vissuto l’esperienza di cittadino italiano anche prima di esserlo ufficialmente. Ha sempre studiato e lavorato con dedizione e questo è il punto di finale di un percorso d’integrazione riuscito”.
Il riconoscimento è arrivato a 3 anni dalla richiesta: “Ho espletato tutte le trafile burocratiche — ha continuato Rachid — Il mio è stato il percorso normale per la richiesta di cittadinanza. Lo aspettavo da tempo e sono molto felice”.
All’uscita dalla sala Matrimoni della città ha detto di essere “più emozionato che alla laurea. È una conferma importante della mia esperienza in Italia, anche se già prima di oggi mi sentivo perfettamente integrato. La maggior parte dei miei amici sono italiani e sono compagni di studi”. Da 14 anni è in Italia e si sente italiano: “Ho 26 anni e più della metà li ho passati qui. La cosa strana è che conosco la nostra costituzione e non quella del Marocco e un po’ mi dispiace”
Più emozionata di lui è “la sua seconda mamma”, la signora Cie Wada, che da sempre vive nell’alloggio vicino alla famiglia Khadiri, al momento delle foto con il sindaco si è sciolta in un pianto: “Pensavo sarebbe successo alla laurea e invece sono riuscita a trattenermi — ha confessato — Qui ho rivisto tutti gli anni passati con lui, quando da ragazzino non voleva andare a scuola e io e mio marito cercavamo di convincerlo. Vederlo con il sindaco è il coronamento di un sogno”.
E anche Rachid la pensa così, dopo averla abbracciata infatti le ha sussurrato: “Questo è merito anche tuo”.
(da “La Stampa”)
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Dicembre 6th, 2013 Riccardo Fucile
PRIMA LA PUBBLICA POI E’ COSTRETTO DALLE PROTESTE A RITIRARLA
Anche Nelson Mandela finisce nel tritacarne del congresso pd.
Dopo Matteo Renzi è Pippo Civati a intervenire polemicamente sul tema.
Dopo la notizia della morte, il sindaco di Firenze ha pubblicato su Facebook la foto che lo ritrae insieme al politico sudafricano, al quale nell’aprile del 2012 ha consegnato un’onoreficenza della città di Firenze.
Ma in molti tra quelli che si sono affacciati sul profilo di Renzi non hanno apprezzato la decisione di postare la foto in occasione della morte di Mandela.
Così Renzi l’ha tolta.
A richiamare il tema è ora un altro candidato, Pippo Civati, che a radio città futura dice: “non ho una foto con Mandela e comunque non l’avrei pubblicata. La sua scomparsa mi da l’occasione invece di dire che abbiamo avuto dei grandissimi leader nella storia e noi siamo uomini piccoli: quindi senso della misura e passione per la politica vanno tenuti insieme, perchè oggi c’è molta superficialità e troppo gossip”.
(da “Huffingtonpost“)
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Dicembre 6th, 2013 Riccardo Fucile
PER LA PROCURA DI BOLOGNA AVREBBE LAVORATO AL PARTITO PER L’EX CANDIDATO PREMIER PAGATA PERO’ CON I SOLDI DELLA REGIONE
Potrebbe andare a processo la storica segretaria di Pierluigi Bersani, Zoia Veronesi, da quasi
20 anni a fianco dell’ex segretario del Partito democratico.
La procura di Bologna ha infatti chiesto per lei e per l’ex capo di gabinetto della giunta regionale dell’Emilia Romagna, Bruno Solaroli, il rinvio a giudizio. L’assistente dell’ex candidato premier è accusata dal pubblico ministero Giuseppe Di Giorgio di truffa aggravata.
Per l’accusa, grazie a una firma di Solaroli, la funzionaria avrebbe lavorato per Bersani al partito, pagata però con i soldi della Regione, per un totale di circa 140 mila euro dal 2008 al 2010.
In quell’anno, allo scoppiare dello scandalo sulla stampa, era stata assunta direttamente a lavorare al partito.
L’inchiesta che ha visto coinvolti Veronesi e Solaroli, e che non ha risparmiato la sede nazionale del Pd che fu sottoposta a un blitz della Guardia di finanza, era infatti partita proprio nel 2010 da un esposto dall’allora senatore di Futuro e Libertà , Enzo Raisi, e dal consigliere comunale Michele Facci del Popolo della libertà .
Veronesi, che era dipendente della Regione fino al 28 gennaio 2010, era stata distaccata con un provvedimento dello stesso ente a Roma, dove avrebbe dovuto intrattenere i rapporti con le “istituzioni centrali e con il Parlamento”.
Ma prove di quel lavoro non se ne erano trovate.
Per l’accusa dunque Veronesi avrebbe lavorato per altri, ma a spese dell’Emilia Romagna.
La posizione contrattuale con la quale la donna fu inviata nella capitale venne istituita dalla Regione (a firma del capo di gabinetto Solaroli) nel maggio 2008, poco dopo la caduta del governo Prodi 2.
Durante l’esperienza del Professore a Palazzo Chigi tra il 2006 e il 2008, Veronesi prese una aspettativa dalla Regione e a Roma fu segretaria di Bersani, ministro dello Sviluppo economico.
Nell’esposto di Raisi che ha dato il via all’inchiesta si chiedeva se “è solo una coincidenza il fatto che la Regione abbia istituito una nuova posizione dirigenziale nel maggio 2008, cioè subito dopo la formazione e il cambio del nuovo governo nazionale per permettere alla signora Veronesi di rimanere a Roma, anche dopo il venire meno dell’incarico al ministero?”.
Un’accusa pesante: quella cioè di aver creato un posto da dirigente professional, peraltro strapagato, per fare in modo che Veronesi continuasse a rimanere a Roma e a svolgere l’attività di segretaria dell’ex ministro Bersani.
Non solo. Quando Zoia Veronesi si dimise dall’incarico in Regione per andare alle dipendenze del nuovo segretario Pd Bersani nel 2010, lei non venne mai sostituita in quel ruolo, che rimase scoperto.
Uno stralcio della stessa inchiesta intanto è al vaglio della Procura di Roma e lambisce lo stesso Pierluigi Bersani.
I magistrati bolognesi si erano infatti imbattuti in un conto corrente co-intestato a Veronesi e all’ex segretario Pd che aveva registrato degli strani movimenti di denaro. Per questo motivo a settembre il fascicolo (senza indagati) era partito dall’Emilia alla Capitale, per competenza territoriale.
David Marceddu
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Dicembre 6th, 2013 Riccardo Fucile
AL RADUNO DEI CLUB DI FORZA ITALIA PRIMA FILA SOLTANTO PER FIORI, EX VICE DI BERTOLASO
Lo chiama “il Cervello”. Silvio Berlusconi ha deciso che si chiamerà così il think tank della nuova Forza Italia.
Ne farà parte già dai prossimi giorni un gruppo assai ristretto, parlamentari e non, col compito di «elaborare i contenuti» che poi il partito ma soprattutto i club Forza Silvio rilanceranno in una campagna elettorale che per lui è già partita
È una delle novità emerse dalla lunga riunione operativa tenuta ieri nella sede di San Lorenzo in Lucina in vista della kermesse di domenica per il battesimo degli «oltre mille club già nati in tutta Italia».
Dentro, Capezzone, la Repetti, il tesoriere Crimi, l’uomo internet Palmieri e soprattutto il responsabile dei club, Marcello Fiori. Perfino Verdini si è visto per poco.
Fuori dalla sede forzista, il partito è in rivolta.
Nei capannelli in Transatlantico è panico da “repulisti”. Soprattutto perchè, fino a ieri sera, nessun deputato e nessun senatore aveva ricevuto formale invito per l’appuntamento di domenica.
Un malumore, per usare un eufemismo, che si somma a quello maturato una settimana fa, quando il leader ha congelato la nomina dei coordinatori, evitando di distribuire deleghe.
Alle tante aspettative personali non soddisfatte nonostante la «lealtà » mostrata, si affianca il panico da emarginazione e futura esclusione dalle liste.
I club saranno veicolo di accesso di centinaia di volti nuovi.
Proprio quelli che pretende il Cavaliere in prima fila, all’Auditorium della Conciliazione, nel giorno in cui il Pd darà il segnale della svolta con l’affermazione di Renzi.
«Le telecamere dovranno inquadrare solo ragazzi, non voglio le solite facce» ha ripetuto nella riunione operativa di ieri.
Proprio il segnale che ha fatto scattare la fobia da esclusione tra i suoi, a Montecitorio e a Palazzo Madama.
A Marcello Fiori un ruolo di primo piano. Anche lui farà parte del “cervello”, ma soprattutto sarà a capo della struttura dei club, che nell’ottica berlusconiana garantiranno il radicamento territoriale che a Grillo ha assicurato la rete.
Ecco, una «rete» più fisica e meno virtuale, per la nuova Forza Italia: sul web la battaglia sarebbe perdente.
Il modello ripreso è quello del ’94. Un ruolo di peso è riservato a Simone Furlan e al suo Esercito di Silvio. Molte delle cellule già nate in varie regioni sono state convertite appunto in club.
Domenica Berlusconi pensa per sè a un ruolo da animatore-mattatore sul palco, ha spiegato, piuttosto che da segretario che trarrà le conclusioni in un «vecchio rito di partito».
Il leader dovrebbe aprire e chiudere la kermesse, con Fiori chiamato anche lui sul palco.
Tra le invidie e i veleni dei parlamentari nei confronti dell’ex numero due di Bertolaso alla Protezione civile: «Capirai che volto nuovo, scriveva i discorsi di Rutelli contro Berlusconi» è una delle cattiverie che si raccoglievano ieri in Transatlantico.
Verdini quasi non si è fatto vedere alla riunione di ieri. Non c’era nemmeno Fitto, big di rilievo, che apprezza i club solo nell’ottica delle «due gambe», purchè non in contrasto.
Alla mezza rivolta in corso il Cavaliere proverà a mettere una pezza oggi, se non altro per evitare altre fughe.
Ci sarà un invito aperto a dirigenti e parlamentari sul sito di Forza Italia, ma niente più di quello. E per gli onorevoli che verranno, ecco, non saranno riservate le prime file.
«I club non li creiamo per escludere, ma per aprire a tutti coloro che si sono allontanati dalla politica e dal centrodestra» spiegava ieri il leader, assai galvanizzato dall’iniziativa, ai più scettici. Spera di poter superare al più presto le resistenze di un altro neo-big dell’inner circle (e forse del futuro “Cervello”), il direttore del Tg4 Giovanni Toti.
Ma difficile che ci sia già domenica. A ciascun giovane responsabile dei club sarà distribuito il kit del “bravo presidente”. Spillette, gadget e sette compiti per la loro mission.
Per un perfetto ritorno al futuro.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
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Dicembre 6th, 2013 Riccardo Fucile
RENZI: “DECIDONO I PARTITI, IO TRATTERO’ CON TUTTI”
Il governo ha deciso di muoversi, avanti tutta sulla legge elettorale. Prima che il partito delle
urne unifichi le sue forze e trascini il paese al voto anticipato con il Mattarellum.
A spiegare la svolta è Dario Franceschini che, insieme al premier Enrico Letta e al ministro Quagliariello, fa parte dell’unità di crisi al lavoro per attutire gli effetti dirompenti della sentenza della Consulta
La premessa di Franceschini, contro chi pensa a una nuova legge elettorale approvata con una maggioranza à la carte, è che «serve un accordo tra i partiti che sostengono il governo».
Dalla constatazione del fallimento del progetto delle grandi riforme, per cui «non sussistono più le condizioni politiche e numeriche», il ministro dei rapporti con il Parlamento fa discendere la conseguenza che potrebbe imprimere una torsione imprevista al dibattito sulla morte del Porcellum: «Ci vogliamo concentrare su due capitoli, il monocameralismo e la legge per l’elezione della Camera. Su questi due punti potrebbe esserci un’iniziativa del governo, ovviamente concordata con la maggioranza e aperta, in Parlamento al contributo delle forze d’opposizione».
Il piano è questo, far lavorare il parlamento per tutto il 2014 e tornare al voto nel 2015. Senza accelerazioni. Un disegno che trova assolutamente d’accordo i due “junior partner” della maggioranza, Nuovo centrodestra e Scelta Civica.
Non a caso entrambi contrari a spostare – come invece vorrebbe i renziani – la materia elettorale dal Senato alla Camera
Franceschini non lo dice ma è un altro ministro, Maurizio Lupi, ad alzare il velo su quali potrebbero essere i contenuti di questa proposta governativa: «Noi proponiamo un patto tra Alfano, Renzi e Letta basato sul doppio turno e l’elezione diretta del premier. È il modello che si usa nei comuni: liste con le preferenze al primo turno e ballottaggio tra i primi due candidati premier. Renzi non diceva sempre di volere il sindaco d’Italia?».
Ma se a palazzo Chigi lavorano a un’intesa nel perimetro della maggioranza, da formalizzare con un disegno di legge governativo, sembra che il piano di Renzi vada in un’altra direzione.
«Le riforme – avverte l’uomo che domenica sera potrebbe guidare il Pd – spettano alle forze politiche, non al governo». Un avviso importante in vista dell’incontro tra Renzi e Letta che si terrà prima del dibattito sulla fiducia.
Un faccia a faccia nel quale, se eletto segretario, Renzi intende rivendicare la gestione diretta della partita delle riforme. Togliendola al governo.
«A quel punto – ha confidato ai suoi – io busso alla porta di tutti, pure a quella di Grillo ». Tra le porte a cui bussare ci potrebbe essere anche quella di Silvio Berlusconi, che in realtà non aspetta altro.
Anzi, il Cavaliere ha individuato proprio in Renzi l’interlocutore obbligato per realizzare il disegno di interrompere la legislatura il prima possibile.
Nelle conversazioni di queste ore il leader di Forza Italia si sarebbe infatti convinto che, se vuole tentare il tutto per tutto e andare a votare prima dell’affidamento ai servizi sociali, l’unica è puntare dritto sul Mattarellum d’intesa con Renzi.
«In questo modo – ha detto – facciamo fuori il partito di Alfano». Non è un caso se ieri la proposta di “scippare” la legge elettorale al Senato e trasferirla alla Camera, dove esiste una maggioranza teorica a favore del Mattarellum, è stata sostenuta anche dal capogruppo forzista Renato Brunetta.
L’operazione è chiara. E anche le potenziali vittime hanno fiutato il pericolo, come dimostra il colloquio “intercettato” dall’agenzia Dire dietro una colonna del teatro di Adriano, alla presentazione del simbolo di Ncd.
Fabrizio Cicchitto, rivolgendosi a Lupi e Quagliariello, li ha aggiornati sulla situazione a Montecitorio: «In aula sono due giorni che assistiamo a un modello eversivo, su cui convergono Forza Italia e 5Stelle. In capigruppo invece Speranza si è trovato d’accordo con Brunetta e poi col M5S e hanno deciso di andare avanti tutta con la legge elettorale in commissione affari costituzionali. Una cosa bruttissima». Lupi: «Che ci siano delle spinte sul Mattarellum è evidente». Cicchitto: «Capite o no che possono fare una legge elettorale contro di noi senza che ci possiamo fare nulla?». Lupi: «Vabbe’, ma se fanno così allora viene meno ogni accordo». Cicchitto: «Una volta che ti hanno fregato, sai che ci fai dell’accordo ».
Un avviso ai naviganti lo manda anche Stefania Giannini, neo segretaria di Scelta Civica: «A noi può anche andare bene discutere di Mattarellum, ma non per andare a votare. La stabilità politica, in questo momento, è un valore».
Franceco Bei
(da “La Repubblica”)
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Dicembre 6th, 2013 Riccardo Fucile
“TUTTA COLPA DELLA MIA SEGRETARIA”: SONO TANTI I PRECEDENTI ILLUSTRI
Fra le spese istituzionali per 25.410,66 euro che lo sgovernatore leghista piemontese Roberto Cota s’è fatto rimborsare in due anni e mezzo dalla Regione, c’è un paio di boxer di color padano verde-kiwi, modello “Chappytrunk”, taglia L, costo 40 euro, acquistati il 6 agosto 2011 a Boston dove lo statista novarese era in missione istituzionale per “corso di formazione e visita al Mit”.
Pareva brutto, vista anche la calura, indossare dei normali pantaloni, consumandoli a spese proprie.
Molto meglio i pratici mutandoni padani, anch’essi istituzionali.
Per la Procura, che ha chiuso le indagini a carico del Cota e di 42 consiglieri regionali in vista del processo, questo si chiama peculato.
Per l’erede di Cattaneo (che Dio lo perdoni), “è solo fango dei feticisti della penna” che la Procura dovrebbe ignorare e anzi — chissà perchè — “sostenermi”.
Sì, ma le mutande verdi? “Colpa della mia segretaria: le ha inserite per errore in nota spese”.
La malcapitata si chiama Michela Carossa ed è figlia del capogruppo leghista: i valori della famiglia.
Resta da capire perchè, se non voleva il rimborso, lo statista padano le abbia passato il relativo scontrino.
Ma quella di scaricare tutto sulla signorina dell’ufficio accanto è un vecchio refrain dei politici: il Cha cha cha della segretaria di arboriana memoria. La penultima è quella di Bersani.
Ma chi non ricorda Enza Tomaselli, segretaria tuttofare di Craxi? O Barbara Ceolin e Nadia Bolgan, quelle di De Michelis, che — confidò la prima ai pm — “aveva una segreteria di 50 persone, quasi tutte donne incontrate di passaggio e senz’alcuna preparazione professionale: eran lì solo perchè gli piacevano, ciascuna pensava di esser la favorita dell’harem”.
Però si resero utilissime nella stesura del suo opus magnum “Dove andiamo a ballare stasera”, guida alle discoteche d’Italia.
Poi la mitica Eliana Pensieroso, segretaria del banchiere Pacini Battaglia, addetta alla fascettatura delle mazzette il cui fruscio fu captato dalle cimici ipersensibili degli inquirenti.
Ma il precedente più illustre risale al 1986. Un giorno il professor Luigi Firpo, glorioso storico torinese, si imbattè in Silvio Berlusconi che, intervistato da una delle sue tv, sfoggiava cultura declamando brani scelti dalla sua prefazione all’Utopia di Tommaso Moro.
“Ma quel testo è il mio!”, balzò sulla sedia Firpo.
Si procurò la preziosa edizione numerata by Silvio Berlusconi Editore e scoprì che l’erudito palazzinaro aveva copiato interi brani della sua introduzione a Thomas More e la sua traduzione integrale dal latino, limitandosi a metterci la firma.
Allora prese carta e penna, gli intimò di ritirare subito tutte le copie dal mercato e annunciò querela per plagio.
Pochi giorni dopo lo chiamò un Cavaliere piagnucolante: “La prego, non mi rovini con uno scandalo, è stata tutta colpa della mia segretaria”.
Cioè tentò di far credere che la segretaria potesse aver copiato prefazione e traduzione dell’Utopia a sua insaputa, anzi contro la sua volontà .
Firpo capì subito con che razza di cazzaro stava parlando e decise di prendersene gioco, seguitando a minacciare di mettere in piazza lo scandalo e rifiutando le scuse e le offerte di riparazione che il pover’ometto, ormai ridotto a stalker, gli faceva in telefonate quotidiane, accompagnate da regali sempre più costosi.
A Natale un corriere da Segrate scaricò in casa Firpo un gigantesco bouquet di orchidee e un pacco dono con una valigetta in coccodrillo con le cifre ‘LF’ in oro.
Sul biglietto era scritto: “Natale 1986. Molti cordiali auguri ed a presto… Spero! Per carità , non mi rovini!!! Silvio Berlusconi”.
Firpo, vecchio burlone, rispedì tutto al mittente con un biglietto beffardo: “Gentile dottore, la ringrazio della sua generosità , ma sono un vecchio professore abituato alla sua borsa sdrucita. Quanto ai fiori, la prego anche a nome di mia moglie Laura di non inviarcene più: per noi, i fiori tagliati sono organi sessuali recisi”.
“Da quel giorno — ricorda Laura — non lo sentimmo mai più”.
Ma ora c’è Cota il mutandiere, e ho detto tutto.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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