Febbraio 22nd, 2014 Riccardo Fucile
LA PIAZZA FESTEGGIA IL GRANDE GIORNO
Piange Maidan. Di estasi e rabbia, con confusione e strazio: comincia a brillare di splendore nuovo, questa piazza irriconoscibile senza pioggia di pietre, scintillio di molotov, urla di granate. La conquista e rifondazione della capitale è in atto.
Piange Maidan per il significato stesso della parola Ucraina che cambierà qui e adesso: non più u kraj, al confine, quello che vuol dire in russo, ma finalmente e semplicemente krajina, che nella lingua di questo popolo significa terra.
Piange Maidan e chiede: allora questa è vittoria?
«Benvenuta vecchia nuova costituzione, Maidan è l’Ucraina intera stanotte»: Dimitrij dice che dopo l’indipendenza del 1991, la rivoluzione arancione del 2004 e questo febbraio 2014 sono trascorse tre epoche in meno di un quarto di secolo.
La gente comincia a presentarsi con il suo vero nome, a nominare le reali città d’appartenenza, a togliersi i passamontagna perchè non ha più paura del riconoscimento e dell’arresto dopo l’amnistia.
I cosacchi di Mamai non smettono di suonare i tamburi di guerra a dorso nudo con un ritornello di fuochi d’artificio, inni di gioia dal palco. Il tappeto di proiettili che aveva scritto in due notti la nuova topografia della città è tutto raccolto nei palmi che ognuno porge all’altro: «è successo davvero e siamo sopravvissuti».
«Le sanzioni dell’Ovest hanno funzionato, dopo giorni di continue cattive notizie, sangue che scorreva per le strade stentiamo a credere di aver vinto» dice Dima Pacinko, 40 anni, maestro di turno sulla barricata di via Gruzhevskij.
Che c’è qualcosa di nuovo sul fronte orientale lo trasmettono le urla da una barriera all’altra a sopperire alla mancanza di internet: si diffondono così le notizie per chi è lontano dal teleschermo.
Per la probabile liberazione di Yulia Timoshenko diventa festa di braccia che si congratulano.
Eppure i muzhiki, gli uomini, rimangono sotto il tiro dei cecchini a presidiare il territorio. Sono quelli che quando ritornano dal fronte scorrono tra ruote bruciate e gli applausi della passerella dei prodi: malazi, nashi geroi, bravi i nostri eroi.
Sempre più poliziotti disertano, varcano le barricate per aggiungersi ai manifestanti. Sorte diversa per i titushki, paramilitari al soldo del governo addetti ai rastrellamenti, tenuti chiusi nelle stanze del Comune per paura delle reazioni di massa.
In una fabbrica segreta di Kiev in tributo alla rivoluzione alcuni operai hanno costruito una catapulta di dieci metri in legno, trasportata fino a via Gruzhevskij. Prevale il senso di appartenenza su quello ideologico per la giustizia dei barricaderi adesso che dopo mesi la cerchia dorata dello Stato è violata, spezzata o almeno sembra: “Yanukovic è ancora il presidente ma è abbastanza per oggi, credimi” dice Maria col sorriso bagnato di lacrime.
Dove erano appostati i ribelli con i fucili nel palazzo dei sindacati, andato completamente bruciato dal primo all’ottavo piano, si stanno spostando con le pale le ceneri che rimangono dei corpi.
Feriti dall’esercito, sono morti di fiamme perchè non sono riusciti a scappare: loro come molti, non vedranno la notte per cui sono rimasti a testa alta sotto tiro dei cecchini.
Con l’alloro della conquista si susseguono le bare che la gente si affolla per portare a spalla. “Chiunque fossero, erano nostri e questa è la loro vittoria” dice Andrej.
“La piazza rimarrà qui fino a che non avrà un nuovo presidente”. L’eroe della prima ora Misha, il combattente che era qui dal primo lancio di bytilka cocktail molotov, torna a casa da sua moglie a Rivne adesso che tutta la terra di Stefan Bandera si solleva.
Di molotov ce ne sono ancora scorte e negli occhi di Vovka c’è tutto quello che è il suo paese stanotte: con lo sguardo sbalordito perlustra il vuoto di Berkut in trincea, si prepara a passare la sua prima inspiegabile notte senza fuoco.
“Se abbiamo vinto perchè piangono? Comunque che ce ne facciamo adesso di tutta questa dinamite?” chiedono i suoi 17 anni al presidio Instituzka mentre l’Ucraina cambia nella piazza che lui difende con lo scudo senza dormire da due giorni. Come Vovka, mentre si chiede se questa è vittoria, scioccata dalla sua stessa forza, confusa dalla sua stessa potenza, piange Maidan.
Michela a.g. Iaccarino
(da “La Stampa”)
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Febbraio 22nd, 2014 Riccardo Fucile
TRA INESPERTI E INCOMPETENTI, QUOTE ROSA E MANUALE CENCELLI: IL VECCHIO CHE AVANZA
Al momento, le uniche novità del governo Renzi — a parte i volti — si limitano alla prima volta
di un esecutivo formato per metà da donne, alla prima volta di una donna al ministero della Difesa (Roberta Pinotti, Pd) e all’età media relativamente bassa (48 anni).
PRIMA OSSERVAZIONE
Il sistema delle quote rosa non ci ha mai convinto: conta la qualità .
Potrebbe esservi un esecutivo di 14 donne su 15 come di 14 uomini su 15: fissare percentuali è solo un’operazione da specie in via di estinzione e soprattutto di immagine. Naturale che la faccia un venditore di pentole.
Alcune delle donne indicate (così come degli uomini peraltro) non hanno certo un curriculum adatto al ruolo o sono palesemente inadaguate.
Da genovesi ci permettiamo ricordare che Renzi ha scelto come ministro della Difesa una candidata a sindaco di Genova che alle primarie ha fatto solo terza (tra chi la conosce bene…)
Di 16 ministri 8 sono del Pd, 3 del Nuovo Centrodestra, uno di Scelta Civica, uno dell’Udc e tre “tecnici” (ai ministeri economici: Pier Carlo Padoan all’Economia, Giuliano Poletti al Lavoro e Federica Guidi allo Sviluppo Economico).
Il secondo dato. Ci sono 9 conferme (su 18) rispetto al governo Letta: i tre del Nuovo Centrodestra e tre del Pd (Dario Franceschini, che passa dai Rapporti col Parlamento alla Cultura, lo stesso Orlando e Graziano Delrio, che dagli Affari regionali è il nuovo sottosegretario alla presidenza del Consiglio in pectore).
Vengono promossi dal ruolo di sottosegretario a quello di ministro Roberta Pinotti (Pd), Maurizio Martina (Pd, era allo Sviluppo e va all’Agricoltura) e Gianluca Galletti (Udc, era all’Istruzione e va all’Ambiente).
Le new entry a Palazzo Chigi, se si include anche il presidente del Consiglio, sono nove.
SECONDA OSSERVAZIONE
Renzi aveva promesso un “governo politico” e ci ritroviamo con 3 tecnici, aveva garantito l’abolizione del manuale Cencelli e abbiamo assistito alla lottizzazione tra partiti fino all’ultimo minuto, aveva straparlato di rinnovamento ma la metà esatta sono riciclati.
Per non dire che le new entry sono persone strettamente legate al suo carro e scelte persino tra quelle della sua ristretta segreteria: fosse stato un altro premier senza appoggi della grande stampa lo avrebbero spernacchiato.
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Febbraio 22nd, 2014 Riccardo Fucile
MA I DISTINGUO RISCHIANO DI TROVARE PROSELITI NEL VOTO SEGRETO… IL RUOLO COMPENSATIVO DI GAL
Gli unici numeri che contano ora sono quelli del Senato, dove Renzi — dopo il giuramento al Quirinale alle 11,30 — chiederà il primo voto di fiducia.
Pippo Civati continua a minacciare il voto contrario: “Fanno di tutto per farsi votare di no”. E chiama il capo del governo “Matteo Letta” e l’operazione del segretario democratico “un rimpasto”.
Se si prendono in considerazione le posizioni ufficiali dei diversi gruppi parlamentari, il nuovo esecutivo non dovrebbe avere problemi di sorta; ma al loro interno diversi senatori hanno manifestato dissensi.
L’assemblea di Palazzo Madama conta 320 componenti e cioè i 315 eletti nonchè i cinque senatori a vita (Carlo Azeglio Ciampi, Mario Monti, Renzo Piano, Carlo Rubbia ed Elena Cattaneo).
Quindi la maggioranza assoluta ammonta a 161 voti, anche se per ottenere la fiducia è sufficiente la maggioranza dei votanti.
Renzi ne avrebbe 176: Pd, Ncd, Scelta Civica, Popolari per l’Italia e il gruppo delle Autonomie linguistiche più quelli di Ciampi (che però manca dal Senato da molto tempo per le precarie condizioni di salute) e Piano, che siedono nel gruppo Misto, e forse quelli di tre senatori espulsi da M5s che hanno già votato la fiducia al governo Letta (Fabiola Anitori, Paola De Pin e Marino Mastrangeli).
Ma le cose potrebbero complicarsi per alcuni “mal di pancia” nella sinistra del Pd. Infatti sei senatori “civatiani”, cioè che fanno riferimento a Pippo Civati, hanno minacciato di non votare la fiducia: Corradino Mineo, Walter Tocci, Lorenza Ricchiuti, Donatella Albano, Felice Casson e Sergio Lo Giudice.
Domenica 23 a Bologna Civati ha convocato un’assemblea aperta dove discutere, ma ha egli stesso ha ammesso che un “no” alla fiducia sarebbe un “fatto grave” che porterebbe all’uscita dal Pd.
E non è bastata la nomina di Maria Carmela Lanzetta (nel “pantheon” di riferimento del deputato Pd durante le primarie per la segreteria) a distendere gli animi.
“Non sapevo nulla della nomina del ministro Lanzetta – spiega Civati – Renzi si dimostra molto disinvolto, ma non è una novità . Del resto, è il suo metodo, già sperimentato. Maria Carmela Lanzetta aveva votato contro il governo in direzione nazionale. Ora entra nel nuovo esecutivo come ministro”. Un ragionamento che porta a una conclusione al vetriolo: “Sta facendo di tutto per farsi votare contro”.
In fibrillazione anche la pattuglia di Per l’Italia. Mentre Scelta civica ha portato un uomo di struttura in Cdm (Stefania Giannini all’Istruzione), i popolari ne sono stati del tutto estromessi. Niente riconferma per Mario Mauro, fino ad oggi alla Difesa, nessun esponente tra i magnifici 16. E per di più l’Udc (due/tre senatori a Palazzo Madama dei dodici del gruppo dei Popolari) si è riconfermato con Gian Luca Galletti all’Ambiente. Altri otto/nove voti che potrebbero ballare. “Decideremo lunedì se appoggiare il governo”, tuonano.
Due giorni per trattare sulla rosa di viceministri e sottosegretari.
Normali fibrillazioni di una fase di transizione, si dirà . Ma intanto, ai blocchi di partenza, alla maggioranza di Renzi potrebbero mancare dai dieci ai sedici senatori alla Camera alta.
Un piccolo soccorso, in caso di cedimento di voti a sinistra, potrebbe venire sul lato opposto e dal gruppo Gal (Grandi autonomie e Libertà ): “Decideremo che atteggiamento tenere dopo aver letto e ascoltato l’esposizione del presidente del Consiglio in Aula”, ha detto il capogruppo Mario Ferrara.
L’Italia retta dai nuovi “responsabili”.
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Febbraio 21st, 2014 Riccardo Fucile
META’ PADRE PIO E META’ PELE’: TUTTI IN ADORAZIONE DEL “NULLA DI RIGNANO”
Non è vero che gli italiani adulano il potente di turno solo per necessità . 
A volte lo fanno per propensione naturale.
Il settimanale «Oggi» ha raccolto i pareri dei compaesani di Rignano su Matteo Renzi. Un compagno delle elementari ne rammenta «l’intelligenza superiore» mentre una vicina di banco delle medie si avventura in metafore primaverili: «E’ come i mandorli: sempre il primo a fiorire. Mi creda, tra Papa Francesco e Matteo siamo in buone mani».
Il parroco non conferma nè smentisce, ma perdona: «L’ambizione smisurata è un peccatuccio da cui lo assolvo: anche i padri costituenti erano smisuratamente ambiziosi».
Smisurata è la pagella calcistica stilata dall’allenatore della squadra locale: «L’era un bel mediano, Matteo: aveva i piedi grezzi ma suppliva con il carisma, Un Pogba in miniatura».
E il suocero: «Padre Pio a 5 anni ha visto l’angelo custode, Pelè a 15 giocava in nazionale. Matteo l’ho conosciuto che ne aveva 16 e ho capito subito che aveva quella stoffa lì».
Un po’ padre Pio e un po’ Pelè (per tacere del Papa e di Pogba).
«Quel figliolo è una benedizione». Santo subito, allora.
Il pizzaiolo ostenta già il primo miracolo: «Viene qui anche alle due di notte e si spazzola due Margherite. L’è un prodigio». Infine, immancabile, il mito dell’insonne, coltivato dall’amico scout: «Io se non sto a letto sette ore sono uno zombie, ma a lui ne bastano quattro».
Matteo stai sereno. Se tra un anno dovessi cadere in disgrazia, si dirà che a scuola copiavi dai vicini, che a calcio eri un brocco e che in fondo sei sempre stato solo un debosciato che mangiava alle due di notte senza mai andare a dormire.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa“)
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Febbraio 21st, 2014 Riccardo Fucile
INIZIA CON DUE ORE DI RITARDO “MISSIONE AZZURRA”, INIZIATIVA PER LANCIARE I CLUB, MA I PRESENTI SONO POCHISSIMI E IL CAVALIERE RINUNCIA A PARLARE
Lo hanno atteso (in pochi) quasi tre ore ma alla fine non si è fatto vedere.
Silvio Berlusconi (leader di FI) annulla il suo intervento sul palco di piazza San Lorenzo in Lucina, davanti alla sede romana di Forza Italia.
Salgono con due ore di ritardo Marcello Fiori (responsabile nazionale Club Forza Silvio), Annagrazia Calabria (deputata e responsabile movimento giovanile di FI) e Simone Furlan (Fondatore dell’Esercito di Silvio).
Il Cavaliere doveva lanciare “Missione Azzurra”, iniziativa che punta a creare 4 mila club di Forza Italia, ma sceglie di non parlare davanti a una piazza mezza vuota.
“Siamo così pochi perchè ormai non crediamo più in niente”, si giustifica una signora. “Evidentemente è stata pubblicizzata male”, è l’opinione di un altro.
“Una giornata con tanti impegni istituzionali” è la spiegazione “ufficiale” di Fiori nel brevissimo interventi dal palco.
”. “Sono delusa, volevo ascoltare B. — dice una signora -, ma io sono pronta ad aspettarlo tutta la vita”
Annalisa Ausilio
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Febbraio 21st, 2014 Riccardo Fucile
CON LO ZAMPINO DELLA CASALEGGIO ASSOCIATI
“Espulsioni? L’assemblea dovrà discuterne e prendere una decisione. Non abbiamo anche
deciso il giorno in cui terremo la congiunta, ma ci sarà la prossima settimana, subito dopo il voto di fiducia”.
Il capogruppo del Movimento 5 stelle al Senato, Maurizio Santangelo, parlando con l’Adnkronos, conferma l’avvio della procedura di allontanamento per i quattro senatori “fotosegnalati” sul blog di Beppe Grillo per averne criticato la gestione dell’incontro con Matteo Renzi.
Lorenzo Battista, Fabrizio Bocchino, Francesco Campanella e Luis Orellana hanno mezzo piede fuori dal Movimento.
Sarà il gruppo parlamentare ad esprimersi in prima battuta, poi, in caso di pollice verso, saranno gli attivisti sul blog a certificarne l’allontanamento.
È l’irritazione di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio a spingere i senatori ribelli lontano dal gruppo.
Ma Santangelo si trincera dietro bizantinismi procedurali: “Per avviare la procedura deve arrivare la richiesta di un parlamentare, e me ne sono giunte parecchie”, ergo, ci si dovrà riunire e votare.
Arrivarono sollecitazioni in tal senso anche per i deputati Tommaso Currò e Paola Pinna, ma non ebbero alcun seguito.
Ovvio che la discrezionalità tra le diverse situazioni ha il suo nord magnetico in direzione di Genova e Milano.
Forti dubbi sull’autonomia della scelta del gruppo parlamentare si nascondono tra le righe di un altro passaggio del presidente dei senatori: “L’input è arrivato dal territorio, per cui non si può non prendere in considerazione quanto richiesto dalla base”. Santangelo si riferisce ad un comunicato diramato dai meetup di Pavia e provincia, e ripreso oggi dal blog del leader M5s: “I gruppi del Movimento Cinque Stelle del territorio della Provincia di Pavia prendono ufficialmente e con amarezza le distanze dalle dichiarazioni e dalle azioni a titolo politico o personale di Luis Alberto Orellana, non riconoscendo più in lui un portavoce affidabile e rappresentativo”. Seguono firmeAdesso occorre fare un passo indietro.
Il 19 settembre scorso Orellana chiese un’apertura al dialogo con gli altri partiti. Grillo lo bastonò, ma allora non si parlava di procedura d’espulsione, almeno in prima battuta. La strategia era un’altra
Lo stesso giorno, infatti, Huffpost scriveva:
Partiranno ‘sfiduce’ da parte della base. Era stato messo in allarme il meetup di Pavia, città di Orellana, erano stati mobilitati quelli friulani.
Colpire dal basso per indebolire la posizione dei dissidenti. Un’indiscrezione, raccolta parlando con lo staff M5s, che trovava conferma quattro giorni dopo.
Il 23 settembre furono proprio i meetup friulani a mobilitarsi per chiedere l’allontanamento di Battista:
Messa in atto la nuova strategia: una pressione dal basso, da parte degli eletti locali e dei meetup della zona, per isolare il malcapitato e costringerlo a mollare.
Successe già con la senatrice emiliana, è capitato con Luis Orellana.
Allora ci furono dei contatti informali con il meetup di Pavia, ma è con Battista che il nuovo modus operandi è stato impiegato nella sua interezza.
Il contenuto della mail l’ha scovato il Messaggero: “A seguito intervista [era quella concessa a La Stampa] rilasciata dal nostro cittadino portavoce alla stampa nazionale urge presa di distanza dalle sue dichiarazioni. Vi giro il comunicato da mandare. Se avete contrarietà fatemi sapere entro un’ora”.
L’estensore, a quanto risulta, era Stefano Patuanelli, consigliere comunale triestino con un legame particolare con la Casaleggio&associati.
Così particolare che ai due deputati friulani stellati arrivò una telefonata: “Sottoscrivete entro un’ora o la sfiducia riguarderà anche voi”.
I due resistettero, parte della base del Friuli Venezia Giulia manifestò forti perplessità e tutto si arenò.
Una ricostruzione utile per leggere quanto sta succedendo oggi.
“Il comunicato apodittico dei meetup di Pavia non fa seguito a nessun voto assembleare. È una decisione presa da pochi senza consultare nessuno, di cui si è fatto promotore Maurizio Benzi”. Una telefonata arrivata da un insider che ben conosce le dinamiche locali. E che fa squillare un campanello.
Benzi, infatti, non è un semplice attivista, ma un dipendente di Casaleggio.
Con lui fin dai tempi della Webegg, lo ha seguito nella Casaleggio&associati.
Scrisse di lui Federica Salsi che fu il fondatore del primo meetup italiano degli amici di Beppe Grillo, quello di Milano
Una collaborazione lavorativa certificata sul sito del guru: “È stato web-marketing consultant per Webegg e coordinatore dell’Osservatorio Intranet Files con il Politecnico di Milano. Dall’aprile 2004 si occupa di strategie di Rete in Casaleggio Associati”.
Che Benzi, già candidato non eletto al Parlamento, abbia avuto un ruolo attivo nella scomunica di Orellana non è materia di retroscenisti.
In un’assemblea convocata lo scorso 7 febbraio per “processare” il senatore dissidente, si alzò proclamandosi “tra le persone che hanno chiesto questo incontro”.
Poi scagliò una lunga invettiva contro Orellana: “Il suo chiaro intento è quello di sminuire il Movimento 5 stelle e il gruppo parlamentare con dichiarazioni inopportune. Io avverto un profondo disagio. Luis lo conosco da tempo, non aveva mai avanzato critiche fino allo scorso agosto, ma gli ultimi giorni sono stati assurdi. So che lui riporterà tutto al discorso del portale e della democrazia diretta, ma tutto questo non può essere organizzato in un battibaleno, gli iscritti non sono ancora abituati. Devi parlare prima con noi, poi con i giornalisti, anche se, per quanto mi riguarda, hai già dato per i prossimi anni”.
Parole che danno il polso di come la si pensa dalle parti di Casaleggio. Quel giorno non si arrivò a nessun voto, e il comunicato dei meetup di Pavia è arrivato ieri senza che ci sia stata una consultazione democratica.
Molti degli attivisti lombardi sono sul piede di guerra. Alcuni non hanno dubbi: “Benzi da mesi sta lavorando per far fuori Luis. E non è una sua iniziativa personale, ma viene dall’alto”.
Raccontano che un candidato alle comunali nel capoluogo del pavese si sia sfogato: “Non mi riconosco più nei gruppi che hanno firmato il comunicato contro Luis”.
Con il piccolo dettaglio che è un documento “certificato”, con tanto di simbolo e pubblicazione sul blog. Chi l’ha deciso? Chi l’ha coordinato?
“Benzi”, sostengono con forza molti attivisti locali. Orellana si limita a dire che “non è stata una decisione presa da un’assemblea, e per questo sono amareggiato. Io ero disponibile a incontrarci di nuovo, ci metto sempre la faccia. Ma questo è un comunicato che non è espressione dei nostri meetup. Ne dovrò tenere conto, come devo tenere conto che sono un senatore della Lombardia, non di qualche meetup comunale, che comunque non si è espresso con un voto”.
Qualche giorno fa era stato Francesco Rubiconto, candidato sindaco a Voghera (città di Benzi) a mollare gli ormeggi, accusando gli ex compagni: “C’è stata una chiusura totale. Si è creata una specie di setta. È impossibile dialogare con loro per una persona come me che ha una grande libertà “.
Un segnale di quanto sarebbe successo qualche giorno dopo.
Si chiedeva a ottobre Federica Salsi: “Quale spontaneità ha un movimento creato a tavolino da un’azienda di marketing, da Casaleggio e dai suoi dipendenti? Uno vale uno? Democrazia spontanea?”.
Tancredi Turco, deputato stellato, prende il toro per l’altro corno, parlando di dossieraggio:
D’altronde un comunicato analogo a quello contro Orellana venne diffuso (a nome di tutti i meetup locali) da una decina di attivisti contro Campanella e Bocchino. Prontamente sconfessati da cinquanta loro colleghi.
Un caos organizzato, che porterà i senatori sotto mira a rafforzarsi nella loro convinzione: “Non avremmo mai votato Renzi – spiegano – figurati se lo faremo adesso, servendo sul piatto d’argento il motivo per espellerci. All’assemblea, se mai ci si arriverà , tanti saranno con noi, potrebbe essere la morte del gruppo parlamentare”. Anche perchè, raccontano fonti della Camera, “ci sono richieste di espulsione anche per alcuni deputati, come Ivan Catalano e Paola Pinna”. “E non è escluso che se ne possa discutere nel corso della stessa assemblea”.
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Febbraio 21st, 2014 Riccardo Fucile
PADOAN (D’ALEMIANO) ALL’ECONOMIA, FRANCESCHINI (SEMBRA) ALLA GIUSTIZIA, ALFANO AGLI INTERNI, CONFERMATI LUPI E LORENZIN, ISTRUZIONE A SCELTA CIVICA
Alle 16 Matteo Renzi presenta la lista dei ministri al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
Per quanto riguarda i due nodi principali, ovvero il Viminale e l’Economia, Angelino Alfano dovrebbe essere confermato al ministero dell’Interno mentre a via XX settembre dovrebbe approdare PierCarlo Padoan, indiscrezione confermata anche da fonti Ocse alla Reuters.
LA SQUADRA
I nomi dovrebbero essere 16 di cui metà donne. Ncd dovrebbe confermare la sua attuale delegazione nell’esecutivo con Alfano, Maurizio Lupi e Beatrice Lorenzin, mentre per Scelta civica dovrebbe entrare Stefania Giannini.
Per la Giustizia (altra poltrona chiave) il favorito è Franceschini.
Le trattative tra Renzi e Alfano non sono ancora chiuse, restano aperte questioni legate al lavoro, fisco e legge elettorale.
Sul cambiamento del sistema di voto si sarebbe però sbloccata l’impasse sui tempi della sua approvazione.
LA CLAUSOLA ANTI-VOTO ANTICIPATO
Il premier incaricato avrebbe garantito che l’ok all’Italicum e, quindi, la sua entrata in vigore, è legata alle riforme istituzionali e, in particolare, alla riforma del Senato.
Al momento non si è giunti a definire nel dettaglio lo strumento, potrebbe essere utilizzato l’emendamento presentato da Giuseppe Lauricella (Pd), che prevede l’entrata in vigore della riforma elettorale dopo il superamento del bicameralismo perfetto.
L’incontro al Colle tra Renzi e Napolitano è previsto per le 16.
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Febbraio 21st, 2014 Riccardo Fucile
E, FORSE SU SUGGERIMENTO DI DUDU’, ANCHE CURE VETERINARIE PER TUTTI…DAL VOTO DI SCAMBIO ALLE DENTIERE DI RICAMBIO
Dentiere gratis per tutti. Silvio Berlusconi in vista delle elezioni europee del 25 maggio strizza gli
occhi agli over 60.
È quanto riporta un articolo del quotidiano la Stampa. Dunque gli impianti dentari come propaganda elettorale.
Specie al Sud, argomenta il Cavaliere, tanta gente non se li può permettere.
Dunque, tra le iniziative da mettere in piedi con l’occhio rivolto alle elezioni europee, Berlusconi colloca ai primi posti la battaglia perchè lo Stato se ne faccia integralmente carico. Dentiere gratis per tutti.
Nel frattempo, Forza Italia si adopererà per fornire dentisti su base volontaria tramite accordi con quella categoria: il che spiega come mai qualche settimana fa l’ex premier aveva ricevuto una delegazione di odontoiatri.
La mossa sembrava alquanto estemporanea, invece ieri i parlamentari azzurri hanno appreso allibiti, dalla viva voce del loro leader, che si tratta di una vera e propria strategia finalizzata a mettere radici nella società italiana.
L’idea è che la popolazione invecchia, Silvio stesso ha “il doppio degli anni di Renzi”, giusto pensare ai bisogni concreti della Terza età .
Altro esempio: gli animali domestici.
“Otto milioni di italiani ne posseggono almeno uno”, segnala il leader del centrodestra, “per cui servono veterinari disposti a curare gratis chi non può permettersi di pagare”, l’ottimo sarebbe una visita a settimana per i cagnetti come Dudù e anche “per i mici”, new entry nello zoo berlusconiano.
(da “Huffingtonpost“)
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Febbraio 21st, 2014 Riccardo Fucile
ORA ANCHE RENZI FA I CONTI CON I CESPUGLI
Ai tempi di Mastella, che quando voleva sapeva anche essere signore, a un certo punto le porte della stanza in cui si svolgeva il vertice si aprivano e alcuni muti inservienti servivano ai numerosi convitati fresche mozzarelle di Battipaglia.
E anche piattini, forchettine e tovagliolini che immediatamente guadagnavano spazio a scapito di rassegne stampa, bloc notes e telefonini sul fatidico «tavolo», come si diceva con qualche eufemismo; attorno al quale, estenuati com’erano dalle più accese discussioni su qualche riforma elettorale a doppio o triplo scorporo, i partecipanti s’apprestavano al fiero pasto.
Vennero poi, aprile 2000, tra il dicastero D’Alema e quello Amato, pure colombe pasquali e fragoloni di sospetta derivazione transgenica.
Ai tempi Prodi, qualche anno dopo, fu scelta addirittura la Reggia di Caserta per riunire e rafforzare la maggioranza.
Anche in quel caso si registrarono innumerevoli presenze.
Il clima un po’ da gita scolastica spinse i rappresentanti di una dozzina di partiti a visitare con il presidente e il suo ministro degli Esteri non solo le bellezze, ma pure le curiosità del luogo, tra cui i bidet dei Borboni che negli inventari degli inesperti conquistatori piemontesi vennero più tardi rubricati come «oggetti in forma di chitarra di cui non si conosce l’utilizzo ».
Anche lì ovviamente mozzarelle, come coazione a ripetere, con autisti che se le caricavano negli ampi portabagagli delle berline ministeriali.
Anche lì porte chiuse e giornalisti in fregola.
Sennonchè, su di un Suv nero, venne anche Pannella che entrò in sala, compose il numero di Radio radicale e mise il telefonino acceso sotto il naso di Prodi.
Per ben 29 minuti la voce gracchiante del premier risuonò nell’aere, e quando si venne a sapere era troppo tardi, ma proprio per questo Di Pietro la prese malissimo.
Ah i vertici, i vertici… evidentemente non c’è proclamata allergia o istintiva idiosincrasia cheriesca a farne a meno.
Difficile dire cosa abbia spinto il povero Delrio ad accettare di convocarne uno con un tale densità di invitati e auto-invitati, fra cui diversi in funzione di pedinamento intestino, che tuttora non si riesce a saperne il numero oscillante, nonchè intermittente, fra i 15 e i 25.
In compenso i partiti rappresentati erano nove. Oltre al Pd e all’Ncd, Scelta Civica, i Popolari per l’Italia, l’Udc, il Centro Democratico, il Psi, le Autonomie e un’altra entità , a nome Maie, che ha a che fare con gli italiani all’estero, ma che risulta ancora più misteriosa in quanto coincide l’Api di Rutelli, che qualche sbadatoriteneva sciolta, o chiusa, osuperata.
Ora, la gremitissima rimpatriata pare poco in linea con lo Sturm und Drang renziano. E tuttavia la verticiade o verticeide che sia non è roba da prima Repubblica, essendo semmai fiorita, cresciuta e prosperata nell’ultimo ventennio, figlia com’è dello sfaldamento dei partiti, della proliferazione delle tribù e un po’ anche, si capisce, dei crescenti appetiti — a mostrare i quali i loro più o meno legittimi rappresentanti non hanno più tanto pudore.
E comunque ieri, anche per non sfidare la divinità che sovrintende alla rottamazione, i fotografi e le telecamere non sono potuti entrare nella sala ministeriale dove si è svolto il vertice della pari, stipata e nebulizzatissima dignità .
E se pure l’occasione, pretesa dal prode Alfano, aveva il duplice scopo di prendere un giorno e dare un contentino ai nanetti, il semplice fatto che il vertice si sia tenuto conferma l’ineluttabilità dell’evento.
Chiederne conferma a Berlusconi. Quando era ancora in Finivest, la sua pedagogia aziendale prevedeva la convocazione di riunioni da tenersi in piedi, convocate cioè in sale prive di sedie, per evitare inutili perdite di tempo ed energia.
Ma poi, già nei primi mesi del governo, quando ancora la sua residenza romana era in via dell’Anima, il Cavaliere si rese conto che a casa quasi tutti i giorni gli piombavano, specie all’ora di pranzo, dai venti ai trenta convitati.
Tra i quali, sembra di ricordare, anche un signore, anzi un professore del Cdu con la barba, tutto vestito di nero e sempre con l’ombrello che aveva anticipato l’invenzione del Pdl e che nei suoi piani si proclamava «Il Fiduciario».
Per un ventennio Berlusconi ha tal punto tribolato con questi vertici da averci fatto l’abitudine, se non ci aveva preso gusto.
A Palazzo Grazioli il cuoco Michele si dava parecchio da fare; ogni tanto sulla soglia poteva affacciarsi Apicella; una volta, dinanzi a un’accolita di Responsabili, che certo erano raccogliticci, ma molto simpatici, fu improvvisato un coretto che riadattava le parole di «Se mi lasci non vale» di Julio Iglesias, sempiterno cavallo di battaglia del repertorio canzonettistico berlusconiano, alla vicenda della casa di Montecarlo.
E vabbè. Di vertici, comunque, non è mai morto nessuno.
La loro sostanziale incapacità di nuocere è strettamente, ma inconfessabilmente connessa con l’ambiguità dell’esito che ogni volta determinano: l’intesa c’è, ma la maggioranza rischia. Comunque un passo avanti.
Avanti, del resto, c’è posto, ma forse no.
Filippo Ceccarelli
(da “La Repubblica“)
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