Febbraio 26th, 2014 Riccardo Fucile
O RENZI E’ UN GENIO INCOMPRESO CHE SA MIMETIZZARE BENE LE SUE VIRTU’ O E’ IL PIU’ GRANDE BLUFF MAI ESISTITO NELLA POLITICA ITALIANA
È straordinaria la capacità della politica e della stampa al seguito di concentrarsi sulle
scemenze per non affrontare le cose serie.
Ora, per esempio, pare che i peccati mortali di Renzi davanti alle Camere siano la prolissità dei discorsi, le mani in tasca, l’omesso Mezzogiorno e soprattutto i mancati salamelecchi a Sua Maestà re Giorgio I e II.
In realtà — visti i danni o il nulla combinati dai suoi predecessori nel pieno rispetto del galateo formale, delle promesse parolaie al Sud, ma anche al Nord, ai giovani, agli anziani, le donne, i bambini e i signori di mezza età , con scappellamenti continui all’indirizzo del Colle — di questi stantii rituali possiamo tranquillamente infischiarci.
Le questioni che restano aperte dopo il doppio passaggio del premier alle Camere sono ben altre e ben più serie, tanto da suscitare un dilemma inquietante: o Renzi è un genio incompreso che dissimula abilmente le sue virtù salvifiche, oppure è il più grande bluff mai visto nella pur ricca tradizione italiana.
Cerchiamo di spiegare il perchè.
1) Il famoso “foglio excel” con il cronoprogramma dettagliato del suo governo che aspira a durare quattro anni e con le relative cifre di copertura finanziaria per le sue promesse da 100 miliardi di euro mal contati, dov’è?
2) È senz’altro nobile che Renzi ripeta “se falliremo sarà colpa mia”, “mi gioco la faccia” e così via: siccome però, se fallirà , a pagarne le conseguenze sarà soprattutto, per l’ennesima volta, il popolo italiano, non sarebbe più onesto e prudente evitare di prendere mille impegni da megalomane su ogni settore dello scibile umano e concentrarsi su poche cose, concrete e fattibili in tempi brevi, tanto per cominciare con il piede giusto e darci qualche assaggio di novità ?
3) Nei suoi brevi, anzi lunghi cenni sull’Universo, detratte le appropriazioni indebite di stanziamenti fatti da chi l’ha preceduto, gli unici impegni precisi riguardano le riforme costituzionali (Senato e Titolo V) e quella elettorale. Ma queste sono materie squisitamente parlamentari: nessun governo si è mai occupato di Costituzione e legge elettorale. Per il resto, il programma di governo somiglia pericolosamente a quello di Letta, da cui lui ha ereditato la stessa maggioranza e 6 elementi su 16. Diciamo pure che l’unica vera novità è il premier: davvero Renzi pensa che un paese complesso come l’Italia possa essere salvato grazie all’ennesimo “uomo solo al comando”? Davvero vuol farci credere che l’improvviso e improvvido cambio della guardia a Palazzo Chigi mirava a sostituire il lumacone Letta col pie’ veloce Renzi, o c’è qualcosa in più che ancora ci sfugge?
4) Regnante Letta, Renzi polemizzò con i partiti che facevano melina sulla legge elettorale per tenere in vita artificialmente un governo morto con la scusa che non si poteva votare. Ora, con Renzi, rischia di riprodursi la stessa situazione: come il premier ripete, il peraltro pessimo Italicum è indissolubilmente vincolato all’approvazione delle riforme costituzionali, che non vedranno la luce prima di due anni. Gli pare corretto comprarsi la fiducia dei parlamentari (specie senatori) che vogliono tenersi la poltrona fino al 2018 per conservare la sua per quattro anni?
5) Fra conflitti d’interessi reali e potenziali, diversi neoministri rappresentano una serie impressionante di lobby private: da Cl alle coop rosse, dalle banche alla partitocrazia, da Confindustria al partito trasversale degli inquisiti. Davvero pensa che basti la sua personale “vigilanza” a evitare marchette e automarchette? E questi interessi c’entrano qualcosa col fatto che nei suoi discorsi al Parlamento non c’è traccia di proposte contro mafie, evasione fiscale, corruzione, riciclaggio, criminalità finanziaria? Davvero un premier che aspira a “cambiare verso” deve omaggiare come eroi nazionali i due marò imputati in India per aver accoppato due pescatori anzichè i magistrati come Nino Di Matteo che rischiano ogni giorno la pelle nelle trincee dell’antimafia?
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 26th, 2014 Riccardo Fucile
ORELLARA, CAMPANELLA, BOCCHINO E BATTISTA SARANNO ESPULSI PER AVER DETTO LA VERITA’, NEI REGIMI MILITARI NON E’ PERMESSO… MA SI OPPONGONO IN 35, UN TERZO DEI GRUPPI, META’ AL SENATO
L’assemblea congiunta dei gruppi parlamentari del Movimento 5 stelle ha votato a favore della procedura di espulsione dei se
natori Luis Alberto Orellana, Francesco Campanella, Fabrizio Bocchino e Lorenzo Battista. La decisione sulla permanenza, o no, dei quattro “dissidenti” tra i parlamentari Cinque Stelle sarà ora stabilita dal voto dei militanti M5S sul Web.
LA VOTAZIONE
I “sì” alla decisione di ricorrere alla consultazione online dei militanti, per decidere su un’eventuale espulsione, sono stati 73 per Battista (35 i no e 11 gli astenuti); 67 per Bocchino (30 i “no” e 13 gli astenuti); 77 per Campanella ( 33 i “no” e 11 gli astenuti); 70 per Orellana ( 35 i “no” e 9 le astensioni).
IN STREAMING
L’assemblea congiunta dei parlamentari M5S che doveva decidere – e alla fine ha stabilito di passare la parola definitiva ai militanti – sulla cacciata dei quattro senatori si è svolta fino a notte inoltrata.
TENSIONI E PROBLEMI TECNICI
Durante l’incontro non sono mancati momenti di tensione, oltre che numerosi problemi tecnici a causa dei quali lo streaming è saltato più volte.
Orellana, uno dei quattro sotto processo, aveva chiesto di sospendere la riunione appellandosi al regolamento del gruppo M5S al Senato che prevede che prima della congiunta ci sia una riunione dei senatori. Ma la proposta era stata respinta.
I quattro senatori avevano lasciato l’assemblea in polemica con gli interventi, salvo poi rientrare. «Ho chiesto l’aggiornamento dell’assemblea perchè lo streaming funziona a intermittenza e perchè non c’è più tempo per far tutti gli interventi. D’Incà , dal tavolo della presidenza, mi ha assicurato che potrò intervenire. Mi sento rassicurato», aveva scritto su Facebook Campanella.
IL CODICE DI COMPORTAMENTO
Nei giorni scorsi Grillo aveva pubblicato un post di “scomunica” nei confronti del dissidente Orellana. Non è la prima volta che vengono espulsi senatori del Movimento. Tra questi la senatrice Adele Gambaro e la senatrice Paola De Pin passate al Gruppo Misto.
Ancora una volta i dissidenti vengono accusati di aver violato il regolamento dei Cinque Stelle che affida la comunicazione del Movimento a Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio.
Come da procedura interna al Movimento – il cosiddetto codice di comportamento parlamentare , l’espulsione viene decisa dall’Assemblea dei parlamentari che per essere effettiva deve essere ratificata dal voto online degli iscritti.
GRUPPO PARALLELO
E c’è anche chi come Alessio Tacconi, deputato critico del M5S ha chiesto di essere aggiunto alla lista di quelli da espellere. «Se dovete votare» sull’espulsione «considerate anche il mio nome, quindi se ci sarà un voto consideratemi nel gruppo».
E poi ha aggiunto: «Chiedo non si arrivi a una votazione – aggiunge – su capi d’accusa che non esistono. Non è stata violata alcuna regola, se si votasse trasformeremmo questa assemblea in un tribunale che giudica su lesa maestà e reato d’opinione .
Durante l’assemblea si è discusso anche dell’esistenza di un gruppo di comunicazione parallelo creato dai senatori dissidenti, ipotesi confermata dallo stesso Orellana.
Nei giorni scorsi erano anche circolate indiscrezioni sulla volontà di alcuni grillini di dar vita a un gruppo parallelo insieme a Pippo Civati del Pd.
La tensione, insomma, è salita anche in relazione alla decisione del Movimento di non partecipare alle consultazioni per la formazione del governo Renzi e per il voto di fiducia al nuovo Esecutivo.
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Febbraio 26th, 2014 Riccardo Fucile
COSTRETTO A PARLARE DELLE COPERTURE AL SUO LIBRO DEI SOGNI, DIMOSTRA DI NON SAPERE NEANCHE DI COSA PARLA
Dopo aver incassato la fiducia anche alla Camera Matteo Renzi concede a Ballarò su RaiTre
la prima intervista da premier in carica.
Le telecamere entrano così a Palazzo Chigi: “Entro un mese – risponde alla domanda sulle coperture per le promesse fatte – diamo percorso preciso con quanto prendiamo da dove. Per esempio la riduzione della spesa pubblica, recupero denari da patti internazionali”.
Commento: è evidente da questa risposta che Renzi non ha ancora alcuna precisa idea sulle coperture per realizzare il “mondo dei sogni” che ha annunciato.
Non solo, ci deve pensare un mese, segno che nessuna concreta verifica è stata fatta.
Inoltre se i soldi servono cash non si attingono certo dalla riduzione della spesa pubblica che necessita di ammortamenti nel tempo. Fermo restando che essa spesso si tramuta in tagli ai lavoratori precari.
“La Cassa Depositi – continua Renzi – e Prestiti ci può aiutare a fare quello che ha fatto la Spagna, per circa 60 miliardi di euro, con un effetto benefico immediato. Aiuterà i fondi per lotta al credit crunch, e in 15 giorni permetterà di sbloccare i fondi che sono bloccati per i debiti della P.A”.
Commento: già in passato era stato ipotizzato un prestito forzoso dalla Cassa Depositi e Prestiti, ma l’ipotesi era stata accantonata in quanto sarebbe illeggittima come operazione.
Piccolo dettaglio: la Cassa raccoglie i risparmi postali degli Italiani, il 70 % dei depositi verrebbero usati per pagare le imprese?
E chi ce li rimette poi al loro posto? Con che entrate?
Se gli italiani ritirassero le somme agli uffici postali all’improvviso chi paga? Ma non diciamo cazzate…
Senza contare che entro giugno il governo Letta ha già stanziato un altro 25% di pagamenti, quindi eviti di prendersi meriti altrui.
L’ex sindaco di Firenze ha poi voluto sottolineare il suo rapporto con il neoministro dell’Economia: “Con Padoan decidiamo insieme”, assicura Matteo Renzi sottolineando che “questo è un punto importantissimo, il fatto che non ci sia contrapposizione o un ‘ragioniere’ che dica se una cosa si può fare o non si può fare”.
Commento: a lui serve uno che non lo avverta che una cosa “non si può fare”‘? Bravo, faccia quello che il buon senso finanziario vieta, così invece che a Firenze ci ritroviamo ad Atene…
Affermazione incredibile, neanche l’ultimo consigliere di circoscrizione sparerebbe cazzate del genere.
“Nella discussione verificheremo se c’è spazio per aumentare, non sui Bot ma sulle rendite finanziarie pure, e abbassare invece il costo del lavoro”. Il presidente del Consiglio ha ricordato che “l’Italia ha una tassazione sul lavoro più alta d’Europa e una sulle rendite finanziarie sostanzialmente delle più basse, anche se aumentata di recente”.
Dunque un intervento, ha detto ancora, “può essere sui capital gain o sulle transazioni classiche o sui Bot. L’ipotesi emersa dalle parole di Delrio era sui 100mila che non cambiano se si pagano 15 invece di 10 euro di tasse ma io dico di attendere la riforma complessiva sistema del fiscale. C’è la delega ancora aperta”.
Commento: quindi Renzi non ha le idee chiare e non esclude la tassazione dei Bot. Prende tempo: se aspettiamo la riforma del sistema fiscale finisce la legislatura…
Renzi parla del gelo con Enrico Letta e non nasconde che “mi piacerebbe discuterne. Avrei preferito – ribadisce – un’altra soluzione ma questa accelerazione – sottolinea il presidente del Consiglio – mi è stata chiesta”. Da chi? “Prima di tutto – risponde il Premier – dal Pd e poi dagli altri alleati. E’ vero o no – rincara – che il governo era fermo e impantanato”.
Commento: Giuda avrebbe almeno ammesso di essere il colpevole del tradimento, Renzi scarica le colpe su Pd e alleati che in realtà non avevano alcuna intenzione di cambiare cavallo se non fosse stato per le sue rotture di palle quotidiane al governo in carica.
Finirà che presto gli italiani rimpiangeranno pure Letta: al suo confronto è uno statista.
E’ detto tutto…
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Febbraio 25th, 2014 Riccardo Fucile
“PARLAVO DI MILIARDI, NON DI PERCENTUALI”. COSI’ DA 30 MILIARDI ORA I TAGLI PASSANO SOLO A 10″… PADOAN: “COPERTURA PIANO? NO COMMENT”
Parola d’ordine: silenzio. All’indomani del discorso programmatico di Matteo Renzi per la fiducia al Senato, dove il premier ha presentato un ambizioso programma economico senza però parlare delle coperture finanziarie, anche il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan risponde con un “no comment” secco ai giornalisti che gli chiedevano dove il governo intenda recuperare il denaro per finanziare il piano.
Il ministro preferisce quindi non sbilanciarsi, mentre lo stesso premier, che ieri ha promesso un “taglio a doppia cifra del cuneo fiscale“, fa ora sapere che parlava di miliardi e non di punti percentuali, come ha interpretato la stampa.
Il costo del provvedimento scende così a 10 miliardi dai 27-30 miliardi che, secondo gli esperti, sono necessari per abbattere le tasse sul lavoro di almeno il 10 per cento.
“Se se si riduce di 10 miliardi non credo sia giusto fare sorrisi ironici”, ha aggiunto parlando alla Camera, sottolineando che “se arriveranno contributi anche su questo tema da opposizioni vi saremo grati”.
L’Europa, intanto, incalza. Il commissario agli affari economici Olli Rehn ha ribadito che all’Italia serve “un aggiustamento maggiore” per abbattere “l’elevato debito pubblico“, dicendosi “fiducioso che il nuovo governo rispetterà gli impegni presi”.
Resta però il nodo delle coperture per poter avviare il piano di Renzi.
E non sarà una missione facile, considerando che il programma economico — secondo Giuliano Cazzola (Ncd), ex parlamentare del Pdl passato nella lista Monti per l’Italia — costa almeno 100 miliardi di euro.
Padoan, tuttavia, non si è limitato a schivare le domande sulle promesse di Renzi. “Assolutamente, non vedo perchè”, ha detto a chi gli domandava se il governo potrebbe porre la fiducia sul dl enti locali, dopo aver partecipato per oltre un’ora a una seduta della commissione Bilancio della Camera che ha all’esame il provvedimento, che ha assorbito il Salva Roma. “Ero in commissione per un provvedimento che deve essere approvato”.
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Febbraio 25th, 2014 Riccardo Fucile
LA SOCIETA’ DI FAMIGLIA HA COMMESSE CON POSTE ITALIANE, FS, DITTE DI TRASPORTI PUBBLICI DI DIVERSE CITTA’
Dai mezzi elettrici per Poste italiane e i vigili urbani in decine di Comuni, agli impianti di
segnalazione e ai distributori di biglietti per il gruppo Fs, sono molti i rapporti tra lo Stato italiano e le amministrazioni pubbliche e la Ducati Energia, l’azienda di famiglia di Federica Guidi, ex numero uno dei giovani di Confindustria e neoministra per lo Sviluppo economico del governo Renzi
L’imprenditrice, come primo atto dopo il giuramento, ha correttamente lasciato tutte le cariche apicali nell’impresa di cui era vicepresidente e direttore generale.
E lo stesso premier ha assicurato che si occuperà personalmente di eventuali dossier che dovessero presentare rischi di conflitto di interessi.
Ma il legame è strettissimo, non c’è dubbio: Guidalberto Guidi, padre di Federica, resta il titolare del gruppo (controllato da una finanziaria di cui detiene la maggioranza) e, a scorrere le commesse che Ducati Energia ha evaso e sta portando avanti con “pezzi” del settore pubblico, sembra davvero difficile, per la neoministra, dribblare tutte le possibili contaminazioni tra il ruolo pubblico e l’azienda di famiglia.
UNA MULTINAZIONALE ITALIANA
Ducati Energia – da non confondersi con la Ducati Motor, dove vengono fabbricate le celebri moto – è un marchio all’avanguardia, che ha scelto di delocalizzare la produzione all’estero.
Una propensione mai nascosta da Guidi padre, “falco” di Confindustria già sostenitore di Alberto Bombassei nella corsa al vertice dell’associazione: degli oltre 700 dipendenti attuali, sotto le Due Torri ne sono rimasti circa 250 (più altri 17 al Centro ricerche di Rovereto), in pratica la “testa” del gruppo con una minima parte di operai. In Romania, Croazia, India, Argentina – con possibili sviluppi futuri in Cina e Russia – è stato spostato il grosso della produzione.
Naturalmente anche il fatturato – 115 milioni di euro -, dipende in gran parte dall’estero.
Da qui, le ironie del deputato di Sel, Giorgio Ariaudo, che, parlando della neoministra, si è chiesto «che esempio possa dare alle aziende italiane».
La stroncatura di Stefano Fassina, espressa dalle colonne de l’Unità , poggia poi, oltre che sul versante strettamente politico (la vicinanza a Berlusconi), sui rapporti tra Ducati Energia e la pubblica amministrazione, in varie forme.
Uno dei prodotti di punta dell’azienda è il Free Duck, un quadriciclo elettrico che dal 2008 viene utilizzato da Posteitaliane (spa di proprietà del Ministero dell’Economia) per il recapito “verde” della corrispondenza.
Si tratta di un veicolo biposto che ha un’autonomia di 60 chilometri (o 150 per la versione ibrida) che è già in servizio in molti territori italiani: da Perugia (dove la sperimentazione è partita 6 anni fa con 57 mezzi) a Bologna, da Milano a Brescia, a Padova e Pisa, tra gli altri.
Il battesimo mediatico del Free Duck avvenne nel 2009, al G8 dell’Aquila, con la consegna di 50 veicoli, ma i piccoli mezzi sono in dotazione dalla Polizia municipale di Genova e ne sta valutando l’acquisto anche la Polizia di Stato.
Al progetto partecipa anche Enel (al 31% di proprietà del Mef), per la quale la ditta di famiglia della Guidi realizza già una serie di complesse apparecchiature per il controllo e la distribuzione dell’energia: le colonnine di ricarica elettrica, per i Free Duck ma non solo, sono targate Ducati Energia.
Se ne trovano, ad esempio, a Milano, dove sono state sviluppate, in collaborazione con l’amministrazione, Telecom e A2A, anche “isole” wi-fi, in via di installazione, che danno informazioni su eventi e viabilità e permettono la connessione internet.
C’è poi il capitolo trasporti. Per Ferrovie dello Stato, società di proprietà del Tesoro, nonchè per le collegate Italferr e Rfi, la Ducati Energia divisione Railway realizza impianti di segnalamento ferroviario, “chiavi in mano”, dalla progettazione all’assemblaggio e al collaudo. In Emilia-Romagna, poi, sono diffuse sui bus le macchinette emettitrici di biglietti, commissionate negli anni passati dalle aziende di mobilità pubbliche, come l’Atc bolognese (ora Tper), e Seta (che serve Modena, Reggio e Piacenza)
LO STATO (CON SIMEST) IN AZIENDA.
E se La Repubblica ha ricordato l’intesa Anci-Ducati Energia, con l’ok del ministero dell’Ambiente, alla sperimentazione di mille biciclette a pedalata assistita (nel 2011, numero uno dei Comuni italiani era Graziano Delrio), si segnala anche una partecipazione indiretta dello Stato nell’azienda bolognese.
Si tratta di Simest, la società per le imprese all’estero controllata dalla Cassa depositi e prestiti (di cui il Ministero dell’Economia possiede l’80%), che nel dicembre 2012 ha acquisito il 15% delle azioni del gruppo di Guidi, con un investimento di cinque anni.
Un ingresso che la stessa Federica Guidi aveva salutato allora con favore, sottolineando come la Simest, fosse già stata «un’importante supporto in Croazia e Romania».
Un percorso indubbiamente a ostacoli, per la neoministra.
E cosa succederebbe se, ad esempio, suo papà decidesse di procedere all’acquisto di Bredamenarinibus, storica impresa costruttrice di mezzi pubblici messa in vendita dalla proprietà Finmeccanica (a maggioranza statale), per la quale in passato ha mostrato interesse?
Sarà necessario muoversi, come minimo, con i piedi di piombo.
Andrea Bonzi
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Febbraio 25th, 2014 Riccardo Fucile
BERSANI TORNA A CAPO DELLA MINORANZA PD…LETTA VOTA E RITORNA A LONDRA
L’abbraccio è politico, come il dissenso, come le cicatrici.
Pier Luigi Bersani arriva, col passo felpato del capo comunista: “Sono qui per fare il mio doppio dovere: votare la fiducia e abbracciare Enrico Letta”.
Cicatrice che si intravede sotto il capello più corto, magro e sorridente si va a sedere al suo posto, stringe una quantità infinita di mani, coperto dall’affetto dei suoi.
Enrico Letta, entra cinque minuti prima che Renzi inizi a parlare, sale le scale lentamente, dirigendosi verso il segretario di cui fu vice.
La cicatrice è dentro, non ancora rimarginata.
Un’ovazione accompagna il lungo abbraccio tra “Enrico” e “Pier Luigi”. Lunghissima, interminabile, sotto lo sguardo imperturbabile di Matteo Renzi, che a sua volta applaude.
Applauso liberatorio, applauso di affetto, calore, dissenso, applauso di tante cose se, tra i fedelissimi di Letta, serpeggiano giudizi impietosi: “Ipocriti gli applausi di chi cerca di normalizzare l’accaduto”.
La cicatrice sanguina ancora e certo Letta non ha assolto il Pd per quel che ha fatto.
E così, forse, l’abbraccio diventa anche saluto.
Pier Luigi resta seduto tra i banchi del Pd. Enrico no, va a sedersi lontano dal suo partito, in un posto proprio di fronte a Renzi, sguardo imperturbabile come quello della sfinge.
Poco dopo la fiducia, di corsa all’aeroporto.
L’affetto per Pier Luigi è profondo: “Dal 5 gennaio speravo di vivere questo momento. Bentornato Pier Luigi!” twitta l’ex premier mentre lascia la Camera.
Destinazione Londra, per rimettere in fila i pensieri e capire il da farsi.
Per ora Letta non ha deciso nulla, nè sul come farà politica nè sul suo partito da cui si sente emotivamente lontano.
L’ex premier, racconta chi è vicino a lui in queste ore, non ha intenzione di riaprire i suoi think tank, nè ha intenzione di prendere decisioni affrettate. Si vedrà .
Per ora ha rinunciato all’ufficio che spetta agli ex presidenti del Consiglio, così come ha rinunciato sia agli emolumenti sia alla segreteria che potrebbe avere a disposizione. Tornerà , da “deputato semplice” appena la cicatrice sarà cauterizzata. E chissà se il Pd sarà il suo partito.
L’abbraccio è saluto. Ma è anche un segnale a quella minoranza del Pd che per Bersani avrebbe potuto gestire la fase senza lasciare le impronte digitali sul letticidio. Magari astenendosi alla famosa direzione.
Vecchio capo comunista, Pier Luigi vuole dare un doppio segnale. Ai giovani della sua “minoranza” che, insomma, le maniere contano.
A Renzi che la cambiale non è in bianco: “Il governo Renzi — dice sorseggiando un caffè – tra le sue qualità migliori non ha l’umiltà ma ha bisogno d’aiuto e, quando saranno chiari alcuni obiettivi che sono ancora da chiarire, io starò qui a fare il mio dovere per aiutarlo”.
Dare una mano, vecchio slogan bersaniano. In nome dell’unità del partito: “Reggerà , reggerà ” sorride sornione.
Approccio che segna un solco con Letta. Il grande ritorno di Bersani, nel giorno della “fiducia”, ha il significato di una mano tesa a Matteo, in nome dell’unità del Pd, nella consapevolezza che se fallisce Renzi è finita per tutti: “Per come si è svolta questa vicenda — spiega – e per come il presidente del Consiglio ha interpretato questo voto di fiducia, da domani gli italiani vorranno misurare lo spread tra parole e fatti”.
Matteo coglie al volo, twitta il suo grazie a Bersani, in Aula lo nomina calorosamente nel discorso.
Con Letta neanche un saluto o uno sguardo veloce come un tweet.
(da “Huffingtonpost“)
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Febbraio 25th, 2014 Riccardo Fucile
PROPOSTA PER ALZARE LA SOGLIA DEL PREMIO AL 40% E ADDIO ALLE LISTE BLOCCATE
Al Senato si sta muovendo un’operazione che, se portata fino in fondo, potrebbe scombinare
i piani della riforma elettorale e del bicameralismo.
Un’iniziativa di una trentina di senatori del Pd che ha tutte le caratteristiche per essere condivisa da altri colleghi della maggioranza (c’è da scommettere che interesserà pure l’opposizione).
Si tratta di evitare la trasformazione di Palazzo Madama in una Camera delle autonomie composta da esponenti degli enti locali, sindaci innanzitutto, e rappresentanti del mondo culturale.
«Via i senatori eletti, via i loro stipendi» è il mantra del premier che ieri nel suo discorso per la fiducia si è augurato di essere «l’ultimo presidente del Consiglio a chiedere a quest’aula la fiducia».
«Sono consapevole del rischio di fare questa affermazione di fronte a senatori che non meritano il ruolo di ultimi senatori, ma lo sta chiedendo il Paese, lo sta chiedendo l’Italia», ha detto Renzi. Sembrava avvertire i capponi di tenersi pronti alla loro cottura nel forno. Le resistenze si faranno sentire, ma l’iniziativa di un gruppo di senatori Democratici, che verrà alla luce nei prossimi giorni, «vuole essere propositiva, non un’ostacolo al superamento sacrosanto del bicameralismo perfetto», spiega il senatore Francesco Russo, un lettiano doc.
«Siamo d’accordo che il nuovo Senato non sia composto da eletti e non esprime la fiducia al governo – precisa Russo – ma ci vuole più consapevolezza nella trasformazione di un tassello così importante delle nostre istituzioni. Il nostro modello è quello del Bundesrat tedesco: i componenti non sono eletti ma vengono designati dai i governi federali che in Italia sarebbero le Regioni»
Russo parla anche di modifiche alla riforma elettorale, a quell’Italicum concordato da Renzi e Berlusconi.
«Modifiche necessarie a eliminare profili di incostituzionalità come la soglia del 37% per ottenere il premio di maggioranza. Dovrebbe essere portato al 40%.
Un altro problema sono le liste bloccate. Stiamo pensando a varie ipotesi per evitare che a decidere siano le segreterie dei partiti: le preferenze, i piccoli collegi o le primarie obbligatorie». Il lettiano Russo racconta di un malumore diffuso e trasversale nel gruppo del Pd che si è riunito ieri mattina prima che iniziasse la discussione sulla fiducia.
Si dirà che gli amici di Letta come quelli di Bersani e di D’Alema hanno il dente avvelenato.
Sta di fatto che rimangono molte incognite. Ad esempio non è sembrato chiaro se reggerà l’intesa Renzi-Berlusconi o se invece verrà scavalcata dall’accordo di maggioranza, con Alfano in particolare.
Ovvero che la nuova legge elettorale verrà applicata solo per la Camera. La conseguenza sarebbe che dovrà necessariamente essere approvata la riforma del Senato e superato il bicameralismo.
Verdini ieri a Palazzo Madama assicurava i senatori di Forza Italia che l’intesa con il premier regge, eccome: la nuova legge elettorale verrà approvata e sarà pronta in caso di elezioni, di interruzione anticipata della legislatura.
Con buona pace di Alfano, secondo Berlusconi e Verdini, che invece pensa di avere firmato una polizza sulla vita.
Per la verità le parole in aula di Renzi sembrano andare verso l’intesa con il Nuovo Centrodestra. Ha detto che «politicamente esiste un legame netto» tra riforme costituzionali (Senato e titolo V) ed elettorale. «Sono 3 parti della stessa cosa».
Per Renzi «l’Italicum è pronto per essere discusso alla Camera. Venga approvata la prossima settimana. Non si perda tempo. Se avessimo avuto l’Italicum alle scorse elezioni ci sarebbe stato il ballottaggio tra Bersani e Berlusconi e avremmo avuto un vincitore sicuro».
Ecco, il premier è una priorità , «una prima parziale risposta all’esigenza di evitare che la politica perda ulteriormente la faccia».
Berlusconi attraverso Verdini ha chiesto al premier di chiarire in sede di replica, di confermare che la legge elettorale non deve essere pensata solo per la Camera, in attesa delle riforme costituzionali. Renzi non l’ha fatto. Ha ribadito che il pacchetto delle riforme è unico.
«E’ l’unico vero modo per rispettare la straordinaria figura di Napolitano».
Amedeo La Mattina
(da “La Stampa”)
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Febbraio 25th, 2014 Riccardo Fucile
L’ OPINIONE DEL CORRISPONDENTE DA ROMA
L’Italia, vista con gli occhi di uno statunitense, sembra più piccola.
Christopher Emsden è il corrispondente da Roma per il Wall Street Journal, il giornale Usa che ha dedicato più attenzione e fiducia al nuovo governo.
Il discorso di ieri però non sembra essergli piaciuto: “vago”, “fazioso” e “senza una parola di esteri”.
Fatto da un premier che “ha già iniziato la campagna elettorale”.
Le è piaciuto il discorso del giuramento
No, è stato molto meno entusiasmante di quanto mi aspettassi. Renzi si è limitato a riepilogare l’agenda già sentita, senza però dare nessuna scadenza o dettaglio. Strano per uno come lui che vuole presentarsi come una svolta radicale: poteva farlo ieri e invece ha perso l’occasione. Facile dire “taglio il cuneo fiscale”, il problema è quando, con che velocità .
Oltre ai dettagli, cos’altro è mancato?
Non ha detto una sola parola sul resto del mondo. E mi ha stupito come ha trattato grillini, dicendo che vuole prendersi cura di loro. Mai sentita una cosa così faziosa in un discorso per la fiducia. Probabilmente ha già iniziato la campagna elettorale per le europee.
È ipotizzabile un discorso così negli States?
Il corrispettivo Usa potrebbe essere lo State of the Union address, ma da noi si presta più attenzione alla concretezza. Quando il presidente Obama ha parlato di reddito minimo, è stato molto preciso. Qui non ho colto cosa chiedesse di fare al Parlamento.
Quale impressione le ha fatto il nuovo governo?
Renzi vuole essere il dominus assoluto. L’ha detto ieri (“se falliamo è colpa mia”, ndr) e l’ha dimostrato nella scelta dei ministri: pochi e non molto conosciuti. Chiederà loro di fare quello che lui decide. Non mi sembra molto collegiale. Ed è per questo che sta dando fastidio a molti.
Chi rappresenta l’insidia maggiore per la stabilità del governo?
Renzi ha una carta vincente da giocare sia con Berlusconi (la riforma costituzionale) che con Alfano (la legge elettorale). Il problema è che deve scegliere quale giocare. Sono convinto che alla fine la sua diventerà una maggioranza variabile. Solo un genio potrebbe tenere in piedi il rapporto con entrambi, ma geni non ce ne sono. Un po’ si è visto già oggi, con gli alfaniani che non hanno applaudito.
Gli osservatori esteri hanno fiducia in Renzi?
Credo di sì. Ha detto che l’Italia deve smetterla di essere subalterna all’Europa. Io credo che anche gli altri Paesi la pensino così. È meglio negoziare con un governo politico che con uno di intese larghissime o tecnico. La Spagna grazie a un esecutivo politico ha risolto più problemi che l’Italia. L’unica differenza è che qui manca un mandato elettorale chiaro. Però gli economisti sono fiduciosi, anche perchè se fallisce Renzi non c’è un piano B.
Chi potrà trarre il maggiore vantaggio da questa nuova situazione?
Io credo che i sondaggi sottostimino almeno il Movimento 5 Stelle, che secondo me è almeno al 30 per cento. E le elezioni europee sono perfette per un voto di protesta.
Alessio Schiesari
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Febbraio 25th, 2014 Riccardo Fucile
L’ABBRACCIO CON LETTA CHE NON SI SIEDE NEI BANCHI DEL PD
Quasi un triangolo: lui, l’ex, l’altro. 
Lui, Pier Luigi Bersani, riappare alla Camera dopo la malattia.
L’altro, Matteo Renzi, lo abbraccia (e poi twitta), mentre lui con lo sguardo cerca l’ex, Enrico Letta, ma invano.
Tutt’intorno riecheggia il lungo applauso per celebrare il suo ritorno – quasi una standing ovation – dei deputati democratici, ma anche di quelli appartenenti ad altri gruppi parlamentari (tutti tranne i Cinque Stelle, che rimangono seduti negli scranni senza scomporsi: l’educazione è un optional)
Dopo il malore avuto a inizio gennaio e la lunga convalescenza, Bersani torna dunque a prendere posto nel suo seggio per votare la fiducia al governo Renzi.
Il neopremier lo saluta con affetto e poi, come nel suo stile, lo ringrazia pubblicamente con un tweet:
Durante la replica, il presidente del Consiglio ne loda lo stile: “Il fatto che Pier Luigi Bersani sia qui – dice rivolto ai deputati- avendo idee molto diverse, è un segno di uno stile e di un rispetto non semplicemente personale, ma di un rispetto politico. Siamo il Pd”.
Ma Bersani non è andato alla Camera per lui: “Sono venuto ad abbracciare Enrico (Letta, ndr). Ma ancora non è arrivato?”, chiede, regalando visibilmente commosso sorrisi e battute, ai colleghi parlamentari di maggioranza e opposizione, dal capogruppo di Fi Renato Brunetta al portavoce del Pd Lorenzo Guerini, che si accalcano per salutarlo e chiedergli come sta.
Enrico Letta però ancora non c’è. L’ex premier, infatti, giunge a Montecitorio solo intorno alle 16.30, senza partecipare al precedente dibattito sulla fiducia al governo. L’ultimo suo messaggio è stato lo scorso 22 febbraio, quando dopo la gelida cerimonia della Campanella a palazzo Chigi aveva scritto su Twitter: “Grazie Napolitano e tutti quelli che mi hanno sostenuto! Ora uno stacco via da Roma per prendere le migliori decisioni”.
Finalmente Enrico fa la sua entrata in Aula, non degna di uno sguardo Renzi e va dritto incontro a Pier Luigi.
I due si abbracciano con calore, gli applausi continuano scroscianti. Un momento emozionante e al tempo stesso drammatico.
Poi Letta si va a sedere, ma non nei banchi del Pd: prende posto al tavolo del comitato dei Nove, al centro dell’Emiciclo.
Dagli altoparlanti risuona intanto la voce della presidente Laura Boldrini, che dà il bentornato ufficiale all’onorevole Bersani.
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