Maggio 27th, 2014 Riccardo Fucile
RITRATTO DI FAMIGLIA NELLA NOTTE IN CUI TUTTI INNEGGIAVANO A RENZI
1. Roberto Speranza 
È il giovane capogruppo del Pd alla Camera. Inventato da Bersani, è stato il pugnalatore principe del governo Letta.
Renzi non si riferiva a lui nel derby tra rabbia e speranza.
2. Nico Stumpo
È l’intruso più surreale della compagnia. Per Bersani ha costruito le primarie più astruse della storia con il solo obiettivo di fermare Renzi.
Almeno ha il buon gusto di nascondersi.
3. Roberto Gualtieri
Dalemiano d’apparato, milita nella corrente che è stata più ostica alla stella blairiana di Firenze. Sorride anche lui nella notte galattica del 25 maggio.
4. Alfredo D’Attorre
Ha incarnato il bersanismo nella fase buia del governo Letta. Ha criticato ogni mossa di Renzi e detesta l’Italicum.
Come Stumpo, si mimetizza in seconda fila.
5. Matteo Orsini
Ha propugnato svolte socialdemocratiche e laburiste, minacciando scioperi al fianco dei sindacati. Dalemiano, bersaniano, giovane turco in proprio. La sua barba ora è renziana.
6. Stefano Fassina
Coperto da Orfini, è l’economista più antirenziano del mondo. Negli ultimi mesi è andato per conto suo alla ricerca di una nuova luce.
Ha trovato il sole renziano.
7. Francesco Verducci
Ex giovane turco che chiude la fila degli intrusi.
Nella fase confusa e autistica del preincarico a Bersani si è esibito in interviste antirenziane, altrettanto confuse.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 27th, 2014 Riccardo Fucile
ESPLODE LO SCONTRO NEL CENTRODESTRA…. ALFANO: “NON CI SONO LE CONDIZIONI PER UNA RIUNIFICAZIONE CON FORZA ITALIA”
Il giorno dopo il voto delle Europee, che hanno visto il trionfo di Renzi, nel centrodestra è tempo di interrogarsi su come rimettere in sesto una coalizione frammentata e divisa che, anche volendo unire le diverse sigle che la compongono, arriva appena al 30% dei consensi.
Una ricomposizione che appare tutt’altro che scontata, viste le dichiarazioni dei leader in questo dopo elezioni.
Forte del suo successo personale con 284.547 preferenze nella circoscrizione sud, è tornato a far sentire la sua voce Raffaele Fitto che, pur ribadendo la leadership di Berlusconi, rilancia l’idea delle primarie in un’intervista su Repubblica: “Rispetto al futuro, qualsiasi scelta da assumere non potrà che essere legittimata. Le formule possono essere le più varie. Ma quella legittimazione dovrà esserci”.
Ospite della trasmissione Agorà , l’ex ministro traccia la strategia del partito per i prossimi mesi. In linea con quanto affermato da Silvio Berlusconi ieri, ribadisce la validità del patto del Nazareno: “Le riforme istituzionali, cioè le regole, al di là dei contenuti, meritano un ampio confronto e una condivisione. Dobbiamo quindi essere all’opposizione del governo Renzi, ma sulle riforme il tavolo di confronto deve proseguire”.
L’ex ministro dedica anche un passaggio al futuro del centrodestra e sulla frammentazione dello schieramento emersa da quest’ultima tornata elettorale: “Durante la campagna elettorale abbiamo sostenuto tesi diverse da Lega Nord e Fratelli d’Italia. Ora, più che sommare sigle, dobbiamo cercare di capire quali possono essere i punti di convergenza per essere credibili nei confronti degli elettori”.
Intanto il coordinatore regionale ligure di Forza Italia, Sandro Biasotti, ha rassegna le sue dimissioni nelle mani di Silvio Berlusconi come “atto dovuto a seguito del deludente risultato elettorale”.
Anche il leader del Nuovo centrodestra Angelino Alfano, parlando a ‘La telefonata’ su Canale 5, è intervenuto sul futuro del suo partito e della coalizione di centrodestra.
E dà un altolà ai forzisti: “A giudicare dalle prime reazioni di Forza Italia ho molte difficoltà a pensare a una riunificazione tra Ncd e Fi, perchè da esponenti di Forza Italia sono arrivate posizioni che spiegano come non hanno capito quanto è successo”. Alfano si è detto soddisfatto del risultato elettorale: “Il nostro obiettivo era superare la soglia di sbarramento”, ha affermato il ministro, che aggiunge: “Non casca il mondo se non abbiamo preso un punticino in piu”.
E su twitter delinea le prossime battaglie: “Ampliamento bonus Irpef tenendo conto numero figli, rivoluzione nella burocrazia, preferenze nell’Italicum”.
(da “La Repubblica”)
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Maggio 27th, 2014 Riccardo Fucile
SI DICHIARA “RAMMARICATA” PER IL VOTO EUROPEO: HA RASCHIATO IL FONDO DEL BARILE DI OPPORTUNISTI EX AN CON CLIENTELE ELETTORALI LOCALI, RECUPERANDO IMPRESENTABILI E ZOMBIE, PER POI FALLIRE L’OBIETTIVO…MA DI TORNARSENE A CASA NON NE PARLA
In conferenza stampa con la solita cantilena blo-blo-blo afferma: «Non nascondo il
rammarico per il risultato di queste elezioni Europee in cui il nostro obiettivo era quello di superare la soglia di sbarramento che invece abbiamo “lisciato” per uno 0,3%».
Poi continua in politichese alla Casini : «Non nego la delusione ma non posso non tener conto che in numeri assoluti è un buon risultato “.
Contenta lei…
Inevitabile arriva l’autogol: “Prendere più di un milione di voti in un momento in cui il centrodestra non va bene è un risultato di tutto rispetto». Semmai logica direbbe l’opposto: se non aumenti i voti quando gli altri partiti di centrodestra li perdono, quando speri di prenderli? Mah…
«Questo farà mancare anche la voce della destra italiana al prossimo Parlamento europeo, dove la destra scompare per la prima volta”: ma non era lei che si era arrogata il diritto a rappresentarla?
Semmai ci penserà il suo amico Salvini a stendere un rotolo di carta igienica tricolore sui banchi di Bruxelles, vista la simbiosi tra la sua concezione di destra e quella padagna.
Infatti il magnanimo Salvini ha già fatto pervenire a Giorgia la “proposta di collaborare”.
Da rinascita della “destra identitaria” a ruota di scorta della Lega: il grande riscatto della destra italiana…che mirabile progetto.
Qualche autocritica? “Il richiamo alla stagione di Alleanza Nazionale non sembra aver avuto l’effetto sperato” dice qualcuno sottovoce. Ci voleva tanto a capirlo?
Nessuna parola sull’assalto alla diligenza per un posto in lista da parte di vecchi tromboni ex An e piccoli ras locali portatori di pacchetti di voti personali.
Non sono serviti a nulla, se non a dare l’immagine di accettare qualsiasi compromesso.
La Meloni infine garantisce: “Ci arrivano dei messaggi in cui ci si esorta a non mollare, voglio rassicurare tutti, questo risultato è uno stimolo ad andare avanti”. Pronta ovviamente ad allearsi come sempre con quello che resterà di Forza Italia, Lega e Ncd e assicurarsi in coalizione la mancetta di un drappello di deputati ovviamente “identitari”.
Per loro le anticamere di palazzo Grazioli sono sempre aperte.
Tornarsene a casa per manifesto fallimento? Da quelle parti è una parola sconosciuta.
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Maggio 27th, 2014 Riccardo Fucile
FACCIA A FACCIA DI NOVE ORE… PRIMA MOSSA: ADDIO AI TALK SHOW, NON HANNO PREMIATO
Nove ore. Drammatiche, a tratti. Gianroberto Casaleggio e Beppe Grillo, faccia a faccia nel chiuso di un ufficio a Milano.
Con un’unica certezza: «Abbiamo perso. Non è una sconfitta, siamo andati oltre la sconfitta». Serve tempo per metabolizzare lo sfregio elettorale. E la tentazione di mollare assale il leader.
Lo frena però il guru: «Non te lo consentirò — si infiamma — tu sei il Movimento. Altrimenti salta tutto».
«Io ho bisogno di una vacanza — ripete amarissimo il comico — ho bisogno di stare con mia moglie. Sono due mesi che vivo in un camper…».
Continueranno a braccetto, ma la botta è stata così devastante che mille dubbi accompagnano il futuro del Movimento.
Gli errori, innanzitutto. Perchè Casaleggio è infuriato con gli elettori che l’hanno «tradito », con gli italiani che «non vogliono rinunciare ai privilegi e inseguono le promesse».
Pure Grillo se la prende con «l’Italia di pensionati che forse non hanno voglia di cambiare».
Ma non basta prendersela con loro, nè imprecare. Occorre cambiare.
E a dare retta alle perplessità emerse sull’efficacia della partecipazione ai talk show, l’effetto determinerà il congelamento delle incursioni grilline sul piccolo schermo.
Si può cambiare rotta, fare autocritica e individuare un nuovo orizzonte. I toni, però, quelli davvero Beppe non può nè intende cambiarli.
Faccia a faccia con Casaleggio, alza le mani in segno di resa: «Io mi esprimo così, non so parlare in altro modo». Sarà il guru a bilanciare almeno un po’ le urla di Grillo, cercando di mostrarsi più presente e rassicurante.
Al comico, intanto, spetta la prima controffensiva sul blog senza scomode domande dei cronisti tra i piedi: «Abbiamo il tempo dalla nostra, è ancora presto — sorride indossando una camicia a scacchi e una sahariana grigia — Sono dei numeri che non si aspettava nessuno, abbiamo preso il 21-22% come l’Iva. Però noi siamo il secondo partito. Io sarei anche ottimista. Andiamo avanti? Certo».
Scherza, il Capo del Movimento. È così che ha conquistato un posto fisso sul podio della politica italiana.
E siccome aveva ironizzato sul Maalox, gli tocca ingerire una pasticca in diretta web e offrirne una pure al guru.
Aveva promesso «vinciamo noi», ora è costretto ad accettare lo sfottò dei social con l’hashtag “vinciamo poi”. «Ci state prendendo in giro e vi capisco — sorride — mettete proprio il coltello nella piaga».
C’è spazio pure per uno sketch, serve a rincuorare truppe ancora sotto choc: «Ora Casaleggio è in analisi per capire perchè si è messo il cappellino. State tranquilli, dai, vin… vinciam… Vincono loro». Anche la Rete grillina, traumatizzata dalla batosta, apprezza.
Eppure Beppe non dice mai esplicitamente «resto», preferisce un più generico «resteremo ». Forse per non smentire in modo troppo brutale quanto dichiarato anche su Repubblica lo scorso 3 aprile — “O vinciamo, o stavolta davvero me ne vado a casa. E non scherzo” — di certo perchè il Fondatore ha bisogno di una vacanza.
Vuole volare in Sardegna, chiede solo di staccare la spina girovagando per la splendida costiera ligure. Non adesso, però. Non subito.
C’è da organizzare un viaggio a Bruxelles con Casaleggio, c’è da pianificare l’avventura europea. Non a caso già ieri, nella sede della Casaleggio associati, i cronisti hanno intravisto l’ambasciatore di un partito continentale — qualcuno ipotizza i Verdi, altri gli euroscettici britannici — accompagnato dal capo della comunicazione del Senato Claudio Messora, in pole per trasferirsi nella capitale belga.
L’obiettivo è siglare un’intesa con altre forze e dare vita a un gruppo all’Europarlamento.
Per adesso c’è da fare i conti con quel senso di frustrazione che deprime pure i grillini più ortodossi. Dolore quasi fisico «mi sento come se mi avessero strappato la carne», giura Alessandro Di Battista — oppure sconforto puro: «Nessun commento », allarga le braccia Luigi Di Maio.
Tutti insieme, deputati e senatori, si ritroveranno in un’assemblea congiunta slittata alla prossima settimana per ordine dei vertici pentastellati. Meglio far decantare.
La stessa prudenza che ha consigliato di annullare l’evento che i parlamentari avevano organizzato per ieri davanti Montecitorio.
Non per questo mancheranno i problemi.
I grillini espulsi dal gruppo del Senato, sotto la regia di Francesco Campanella, sono pronti al varo di un nuovo gruppo. E le colombe rimaste nel Movimento sono pronte a tornare alla carica.
Da tempo, anche alla Camera, c’è chi è a un passo dall’addio. Non oggi, però: «Adesso facciamo quadrato attorno a Beppe — premette Walter Rizzetto — sarebbe da villani fare diversamente. Poi ci sarà il tempo per confrontarci. Una riflessione, comunque, dovrà esserci».
Tommaso Ciriaco
(da “La Repubblica“)
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Maggio 27th, 2014 Riccardo Fucile
IL RISCHIO CHE LA RESA DEI CONTI SCATTI IN ANTICIPO, PROBABILE RINVIO DELL’UFFICIO DI PRESIDENZA… FITTO SEMPRE PIU’ IN VETRINA
La resa dei conti è appena iniziata. E sotto accusa, per la prima volta, assieme al suo
“cerchio magico”, finisce proprio il leader.
Fughe sono date per imminenti al Senato, Berlusconi non sa come venirne fuori e tra i fedelissimi è forte il timore per una sorta di “opa” che il trionfatore Raffaele Fitto, tra i pochi di questa campagna, potrebbe lanciare nell’ufficio di presidenza di domani. Che infatti potrebbe slittare.
«Complimenti Matteo, ma dovresti pur ringraziarmi: hai visto come sono stato bravo? In questi ultimi giorni ti ho fatto campagna elettorale» dice Berlusconi chiamando al telefono il premier e alludendo al suo «argine anti-Grillo», a suo dire vincente.
Poi il discorso si fa serio. E il leader forzista garantisce che su legge elettorale e riforma del Senato loro ci saranno, eccome.
A quel tavolo il partito di opposizione resta aggrappato quasi con la forza della disperazione. Non a caso, prima dell’ex Cavaliere, era stato già Denis Verdini a contattare il vicesegretario Pd Lorenzo Guerini per ribadire che la «strada delle riforme è spianata».
Solo che le condizioni, ora più di prima, le detterà Matteo Renzi.
A Silvio Berlusconi la portata del disastro era chiara già da un pezzo, quando in mattinata proprio Verdini, il “re dei numeri”, lo ha chiamato inviandogli i report sulla Waterloo forzista.
Il leader è già uno straccio, smarrito, ma la reazione è rabbiosa. «Provino pure a rottamarmi, se hanno la forza e i numeri. Qualcuno pensa davvero di poter guidare Forza Italia senza di me?» si è sfogato l’ex Cavaliere quando a ora di pranzo ad Arcore siedono tutti i figli, Piersilvio e Marina, Barbara, Eleonora e Luigi.
Con loro anche Giovanni Toti, capolista neo eletto nel Nordovest, e Niccolò Ghedini.
Forza Italia è un partito allo sbando e lui non ha stavolta una soluzione da proporre. Ricominciano così a circolare voci su fughe imminenti al Senato, trattative ripartite di un gruppetto di forzisti con l’Ncd di Alfano, che ha superato per un pelo lo sbarramento.
È proprio quel che teme l’ex premier: il fuggi-fuggi post disastro.
Nei colloqui privati alza il tiro anzichè giocare in difesa. Fa sapere di sentirsi «offeso» da quel 16 e passa per cento: «Ancora una volta ho dovuto fare tutto da solo, sono stato lasciato a combattere senza alcun aiuto, senza poter parlare, col divieto di andare in giro».
Ma la vera incognita riguarda il futuro. «Non posso consegnare a Marina un cumulo di macerie» è stata una delle considerazioni del day after.
La stessa primogenita, raccontano, ha rafforzato in queste ore la convinzione che sia meglio lasciar perdere la politica, almeno per ora.
In realtà Berlusconi non ha alcuna voglia di mollare la presa. La nota diffusa nel pomeriggio è un segnale soprattutto interno, con cui prende atto della sconfitta ma avverte che i conti vanno fatti con lui.
Scrive di un «risultato inferiore alle attese», ma che dipende dalla sua condizione di «uomo non libero». Come tante altre volte però garantisce che ripartirà dal risultato «negativo». Per concludere: «La mia stella polare resta l’unità dei moderati ».
La prima vittima sacrificale sembra sia predestinata: il responsabile dei “club” Marcello Fiori, additato come uno degli ingranaggi della macchina che hanno toppato.
La scheda inviata dalla sede di San Lorenzo in Lucina ad Arcore ha rassicurato fino a un certo punto: i tre milioni di voti persi da Forza Italia in un anno – nella lettura di Verdini – sarebbero finiti per metà nel mare dell’astensionismo, il restante milione e mezzo così distribuito: 900 mila voti al Ncd, 300 mila ai Fratelli d’Italia e 300 mila alla Lega. Solo una manciata attratti da Renzi.
Il Transatlantico è semideserto e tra i pochi forzisti che si aggirano c’è allarme.
Solo Luca D’Alessandro ironizza: «Quaranta per cento Renzi, sedici noi, il partito dei moderati e delle riforme insomma ha il 56 per cento».
Ma non è aria. Verdini chiama Fitto e lo prega di non alzare i toni, ora che ha stravinto. Ma i fedelissimi sono entrati in fibrillazione quando “Mr. 284 mila voti” si è presentato in sede a Roma nel pomeriggio e da lì ha rilasciato decine di interviste tv.
Maria Rosaria Rossi e Francesca Pascale vengono ritenute da molti tra le principali responsabili della dèbacle, loro la scelta di chiudere la campagna in una sala da 500 posti a Milano, di evitare le piazze.
«Berlusconi si faccia da parte» lo invita un vecchio conoscente come Giuliano Urbani.
«Il partito ormai è governato dai porta-Dudù» attacca l’uscente non rieletta Susy De Martini. «Sbagliate le liste, servivano i big» conclude la fedelissima Michaela Biancofiore.
Come Giancarlo Galan: «Abbiamo perso consensi e molta fiducia del nostro elettorato». Il rischio è che la resa dei conti scatti subito.
Non a caso, non sono ancora partite le convocazioni ufficiali per l’ufficio di presidenza di domani.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)
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Maggio 27th, 2014 Riccardo Fucile
ORMAI IL 40% DEGLI ELETTORI CAMBIA PARTITO E MOLTI DECIDONO ALL’ULTIMO MOMENTO
Confessa il direttore della Swg, Maurizio Pessato: «Quando ho visto le proiezioni che stavo per consegnare a Sky, ho pensato: vabbè, allora io emigro in Australia ».
Già , perchè dopo quello di Grillo, il principale sconfitto delle europee è il partito dei sondaggisti. Quelli che non avevano previsto neanche lontanamente che Renzi sfondasse la barriera del 40 per cento, e fino ai primi di maggio lo davano appena 5-6 punti sopra Grillo (Euromedia, Ipr, Ixè), o addirittura sotto il 30 per cento (Tecnè).
Quelli che fino agli exit poll hanno continuato ad avvistare Pd e Cinque Stelle a pochi punti l’uno dall’altro, e che hanno fatto un salto sulla sedia quando hanno visto i primi dati reali che si materializzavano nelle tabelle delle proiezioni.
Come il direttore della Swg, che adesso, a mente fredda, si difende così: «Noi abbiamo fatto le domande giuste, ma molti italiani ci hanno dato le risposte sbagliate. Un milione di elettori sono passati da Grillo al Pd: evidentemente erano riluttanti ad ammettere il tradimento. E un altro mezzo milione ha lasciato Berlusconi per Renzi: capisco che non avessero voglia di confessarlo. Potevamo essere più cauti? Sì, potevamo. Col senno del poi…».
Una domenica nera, elezioni da dimenticare per un’intera categoria che ci eravamo abituati ad ascoltare come sapienti misuratori dei flussi politici, e di cui oggi persino i conduttori televisivi cominciano a diffidare.
Ieri si facevano tutti la stessa domanda: dove diavolo abbiamo sbagliato?
«Non è vero che nessuno si aspettava questi risultati – dice Roberto Weber (Ixè) – direi piuttosto che nessuno si è arrischiato a darli. Sapevamo che la fiducia in Renzi era altissima, e quella in Grillo calava, e nelle ultime rilevazioni avevamo anche noi il Pd al 40 per cento, ma l’errore delle politiche ci ha spinto a essere prudenti, temendo di sovrastimarlo come l’anno scorso».
Lui però è l’unico a dire che l’aveva previsto (anche se non ce l’aveva rivelato: ha sbagliato per il timore di sbagliare).
Gli altri ammettono che se potessero tornare indietro ci consegnerebbero le stesse cifre. Alessandra Ghisleri (Euromedia Research), la sondaggista preferita da Berlusconi che a marzo dava Forza Italia a quattro punti dal Pd e in un sondaggio “riservato” alla vigilia del voto calcolava un distacco di appena un punto (30,5 contro 29,5) tra Renzi e Grillo, riconosce l’errore: «È vero, noi non abbiamo centrato il distacco tra Pd e Cinque Stelle, nè quello tra Renzi e Berlusconi. Perchè? Ma perchè ormai c’è una quota di voto mobile, un elettorato non ancora fidelizzato che non riusciamo ancora a fotografare con i sondaggi».
Però intanto quel fotofinish che non c’è stato ce l’aveva consegnato, e senza avvertenze.
«Ciascuno di noi può sbagliare, ma quando sbagliamo tutti insieme vuol dire che il problema non siamo noi» argomenta Carlo Buttaroni, di Tecnè.
E allora qual è il problema? «È che la politica oggi vive di legami deboli e scelte estemporanee, compiute magari nell’ultimo miglio, mentre l’elettore va da casa al seggio. È una rivoluzione copernicana ».
Più che una rivoluzione, «un terremoto», dice Ilvo Diamanti (Demos & Pi). «Fino all’anno scorso la quota di elettori che cambiava partito era inferiore al 10 per cento, ma nel 2013 ha cambiato partito il 40 per cento. Siamo passati dalla fase della fedeltà a quella della scelta last minute ».
È così, conferma Antonio Noto, il direttore di Ipr che ha dovuto rispondere in diretta alla contestazione di Vespa su quel boom del Pd non avvistato. «La quota degli indecisi c’è sempre stata – spiega adesso – sono che prima si spalmava un po’ su tutti i partiti, mentre adesso per due volte di seguito si sono spostati tutti insieme, come un branco, prima su Grillo e poi su Renzi».
Elettori reticenti. Elettori che cambiano idea velocissimamente. Elettori che decidono nell’ultimo miglio. Elettori in branco che sfuggono ai radar.
È colpa loro, se i sondaggi non sono più quelli di una volta? «Anche noi abbiamo sbagliato – ammette Pessato – e certo a chi pronosticava un testa a testa Grillo-Renzi andrebbe ritirata la licenza. Ma adesso non crocifiggeteci. Finchè la politica italiana rimarrà così magmatica sarà meglio limitarsi a indicare le tendenze, e prendere tutti i sondaggi con le pinze, a cominciare da noi che li facciamo ».
Saggio consiglio.
Sebastiano Messina
(da “La Repubblica”)
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Maggio 27th, 2014 Riccardo Fucile
FLUSSI ELETTORALI: RENZI HA DRENATO ELETTORI DA SCELTA CIVICA, FORZA ITALIA, CINQUESTELLE E ASTENSIONISTI
L’effetto Renzi ha trascinato il Pd ad una vittoria travolgente. Con il segretario del Pd
capace di allargare la base elettorale del partito, drenando voti da aree tradizionalmente lontane.
Come dimostra una prima analisi dei flussi elettorali elaborata da Swg per Sky Tg24. Il Pd, infatti, avrebbe conservato ben 6,6 milioni degli 8 milioni di voti conquistati da Bersani nel 2013.
E ne ha aggiunto 4. 570 mila di nuovi.
In particolare avrebbe avuto 1.270 mila consensi da Scelta civica, 750 mila riconquistati ai grillini e 450 mila dal Pdl.
Il resto sarebbe stato pescato nell’astensione, compensando i due milioni di voti persi. Con solo 230 mila voti migrati verso la lista Tsipras.
Il salasso di Forza Italia ha invece regalato 1.750 mila elettori all’astensionismo, mentre 430 mila hanno scelto Alfano.
Berlusconi ha ceduto anche 410 mila elettori a Grillo e 340 mila alla Lega.
La maggior parte dei voti persi dai grillini, oltre due milioni, finiscono nell’area dell’astensione.
Una ricerca dell’Istituto Cattaneo mostra invece il ruolo di Renzi nella vittoria e come il Pd sia andato avanti in tutto il paese: rispetto a quattro anni fa cresce di 3 milioni 183 mila 262 voti, cioè del 40 per cento.
Il saldo è positivo anche rispetto al 2013. Il partito di Renzi incassa 2 milioni 513 mila 716 voti, che rappresentano un incremento del 29 per cento.
Il Cattaneo spiega che il Pd, rispetto al 2013, è cresciuto del 35 per cento nel Nord Ovest e del 30 nel Nord Est.
L’incremento è minore nel Centro, il 25,8, zone dove il partito era già molto forte.
Un po’ a sorpresa arriva anche una crescita del 28,6 nel Sud e del 13,3 per cento nelle Isole.
Frutto di un’avanzata del 22 per cento in Sicilia e di un meno 6,1 per cento in Sardegna. E questo è l’unico dato negativo.
Per completare il quadro del trionfo, i ricercatori del Cattaneo ricordano come il Pd sia in testa in tutte le province italiane: con la sola eccezione di Bolzano, Sondrio e Isernia.
Il successo del Pd si riflette nel tracollo dei grillini.
Il movimento lascia sul terreno 2 milioni 909 mila 996 voti: questo vuol dire che Grillo e Casaleggio perdono il 33,4 per cento del bottino del 2013.
Silvio Buzzanca
(da “La Repubblica”)
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