Maggio 23rd, 2014 Riccardo Fucile
I MAGISTRATI E LA GRANDE ATTESA PER LA CONFESSIONE
“Se Antonio Iovine parla dei rapporti tra la camorra e la politica potrebbe arrivare fino a Roma.
Potrebbe non fermarsi ai politici del Casertano. Aveva appoggi forti nella capitale e interessi personali negli affari del gioco d’azzardo, attraverso il cugino Mario, nelle società che hanno bisogno di concessioni dai monopoli di Stato”
La notizia che il boss dei Casalesi ha iniziato a collaborare con la giustizia è ancora fresca di stampa mentre Rosaria Capacchione ce ne offre una prima analisi.
La Capacchione, giornalista de Il Mattino in aspettativa da quando è stata eletta senatore nel Pd, vive sotto scorta da sei anni per le minacce del clan.
Ma già nel 1996 il pentito Dario De Simone raccontò ai magistrati di un progetto per ucciderla.
Fu incaricato il cugino di Iovine, Michele, capozona di Casagiove. Doveva procurarsi la foto e fare gli appostamenti. Il piano fu accantonato.
Michele Iovine è stato poi assassinato nel 2008, due mesi prima del proclama in aula dell’avvocato del boss, Michele Santonastaso, in seguito al quale furono decise le misure di protezione per la giornalista.
O Ninno (il Bimbo) canta, i pm della Dda di Napoli Antonello Ardituro e Cesare Sirignano lo ascoltano, l’indiscrezione finisce su Il Mattino e Repubblica, ed ora in molti tremano.
A cominciare da quel grumo oscuro di intrecci tra politica, camorra e imprenditoria intorno al business dell’emergenza rifiuti in Campania.
In atti all’inchiesta su Cipriano Chianese, l’imprenditore leader del traffico illecito della spazzatura in Campania, si trovano le dichiarazioni sulla nascita di Ecologia89, la prima società che tratta l’affare della monnezza: Antonio Iovine ne era di fatto uno dei tre proprietari.
Fu l’atto di nascita dell’ecomafia come ‘sistema’. Un modus operandi creato da Iovine e Francesco Bidognetti, il ‘ministro dei rifiuti’ della camorra, insieme alla parte bidognettiana del clan che aveva i contatti con Licio Gelli tramite Gaetano Cerci, un cugino di Bidognetti, che entrava e usciva da Villa Wanda.
Iovine è nato a San Cipriano d’Aversa 50 anni fa. Insieme a Michele Zagaria si è trovato a reggere le sorti del clan dei Casalesi dopo gli arresti di Francesco Bidognetti e Francesco Schiavone, avvenuti tra il 1993 e il 1998.
Legatissimo alla famiglia Schiavone, ha finito per acquisirne il controllo delle truppe. Condannato all’ergastolo al termine del processo Spartacus, O Ninno è stato catturato il 17 novembre 2010 dopo 14 anni di latitanza.
Durante i quali ha curato affari e strategie della cosca, il traffico di droga, il racket, le infiltrazioni negli appalti pubblici, il modo di riciclare i proventi nel centronord. Trovando però il tempo di viaggiare, conoscere il mondo, fare un po’ di bella vita. Esistono sue foto a Parigi e in Costa Azzurra.
“E’ l’unico dei grandi boss che non è stato catturato in un bunker sottoterra — ricorda la Capacchione — e quindi era l’unico che verosimilmente poteva pentirsi, non avendo legami viscerali col territorio”.
“I pentimenti sinceri — sottolinea il ministro degli Interni Angelino Alfano — giovano al contrasto alle mafie, lo abbiamo scoperto grazie alle intuizioni di grandi magistrati come Giovanni Falcone e abbiamo inferto colpi durissimi alla mafia ed alla ‘ndrangheta. Se la stessa cosa avverrà per la camorra si potrebbero aprire scenari investigativi interessanti e potremmo arrivare alla sconfitta della camorra”.
Il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti ritiene la collaborazione di Iovine “di grande aiuto per le inchieste contro la camorra”.
L’inizio della collaborazione sarebbe avvenuta una decina di giorni fa. Preceduta da un paio di segnali: il cambio degli avvocati e il trasferimento di tutti i parenti a rischio in località segrete: la moglie, Enrichetta Avallone, 45 anni, finita in carcere nel 2008 per una vicenda di estorsione e tornata in libertà nel luglio del 2011; e il figlio, Oreste, 25 anni, che invece è tuttora detenuto: fu fermato il 19 ottobre del 2013, insieme ad altre quattro persone vicine alla fazione del clan guidata dal padre, con l’accusa di associazione mafiosa, estorsione e traffico di droga.
Vincenzo Iurillo
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Maggio 23rd, 2014 Riccardo Fucile
DA PRIMO MINISTRO DEL VATICANO SINO ALLE CENE A CASA DI BRUNO VESPA E ALLA RETE DI RAPPORTI COI POTENTI
Tarcisio Bertone e il modello della Chiesa trionfante e mondana, sedotta dal potere temporale e dal colore dei soldi.
Scena prima. Roma, piazza di Spagna, nel luglio di quattro anni fa. Il cardinale Bertone esce dalla casa spettacolare di Bruno Vespa e sale a bordo di una Mercedes nera che ha la targa del Vaticano.
Il segretario di Stato della Santa Sede ha partecipato a una cena per le nozze d’oro di Vespa con il giornalismo. Spaghetti alle vongole, filetto di spigola, torta caprese .
Il convivio raduna due banchieri, Cesare Geronzi e Mario Draghi, l’allora premier Silvio Berlusconi e il suo fedele gran visir Gianni Letta, il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini.
Per Berlusconi è un’estate di fuoco. Fini sta preparando la scissione di Fli e B. vuole sostituirlo con Casini. Arrivati quasi alla fine, Berlusconi mette una mano sulla spalla di “Pier” e lo incita: “Dai Pier, ascoltami, saremo noi due, io e te, la nuova Dc”.
Bertone annuisce con evidente soddisfazione, come il vero padrone di casa. Del resto, la reggia di Vespa è di proprietà di Propaganda Fide, controllata dal segretario di Stato.
Al recalcitrante Casini, “Silvio” offre pure una doppia poltrona: vicepremier e ministro degli Esteri.
Andrà diversamente.
Quello scippo alla Cei
Tarcisio Bertone viene nominato segretario di Stato il 15 settembre 2006 da papa Ratzinger. In quel momento è arcivescovo di Genova. Ma i due, il cardinale e Benedetto XVI, vantano un rapporto strettissimo sin dal 1995, quando Bertone va a fare il segretario della Congregazione per la Dottrina per la Fede, l’ex Santa Inquisizione, presieduta proprio da Ratzinger.
Ed è qui che “Tarcisio” inizia a costruire la sua fama di pasticcione con la pubblicazione lacunosa del terzo segreto di Fatima.
Salesiano e juventino, l’inclinazione all’intrigo di Bertone viene fuori con la successione di Camillo Ruini alla Cei, la conferenza dei vescovi italiani. Il segretario di Stato vuole scippare la delega politica alla Cei e così manda questo messaggio, nel 2007, al nuovo presidente Angelo Bagnasco: “I vescovi pensino alla catechesi e alla pastorale, sarà la Santa Sede a occuparsi delle relazioni con le istituzioni politiche”.
Gianni Letta, faccendieri, P4 e massoni
Per gran parte dei sette anni trascorsi alla segreteria di Stato, la rete politica di Bertone coincide con il cerchio magico andreottian-romano di Berlusconi.
Quello di Gianni Letta, ambasciatore di faccendieri pregiudicati e massoni che gestiscono affari, nomine e ministre (Luigi Bisignani della P4) e di gentiluomini di Sua Santità appassionati di incontri gay e appalti (Angelo Balducci della cricca di Anemone e il giovane Marco Simeon). Anche i cardinali fedeli a Bertone orbitano nel centrodestra.
Nei verbali dell’inchiesta Expo, il famigerato Gianstefano Frigerio ostenta rapporti familiari con Giuseppe Versaldi, già agli Affari economici.
Negli atti di un’altra indagine, quella su Scajola e lady Matacena, è invece Francesco Coccopalmerio, altro principe bertoniano della Chiesa, a incoraggiare “Sciaboletta” per la corsa alle prossime Europee.
Un ulteriore link con Scajola è Luciano Zocchi, caposegreteria dell’ex ministro e intimo di Bertone. È tutto quell’universo della Curia bersagliato dai corvi vaticani e finito sotto accusa nella congregazioni segrete tenute prima del conclave che ha eletto papa Francesco.
Il G8 de L’Aquila e il metodo Boffo
Nell’estate del 2009, a Bertone sfugge la mano su una vicenda destinata a segnare la storia del centrodestra. All’Aquila c’è il G8 e Berlusconi è minacciato dagli scandali sessuali che rivelano la sua satiriasi.
Pure il moderato Avvenire, quotidiano della Cei diretto da Dino Boffo, vacilla. Così qualcuno passa al Giornale di Vittorio Feltri la notizia che Boffo è stato condannato per una storia di molestie omosessuali.
La campagna va avanti, con il nome di metodo Boffo, e il direttore di Avvenire si dimette. Tempo dopo, Bertone e un giornalista di primissimo livello verranno indicati come i mandanti delle carte arrivate al Giornale.
La strategia del segretario di Stato si dimostra però autolesionista. La campagna di Feltri fa saltare infatti la cena della pace tra Berlusconi e lo stesso Bertone organizzata da Gianni Letta in occasione della festa della Perdonanza, all’Aquila, alla fine di agosto.
Il primo ministro vaticano avrebbe voluto perdonare pubblicamente il suo omologo italiano per gli scandali a luce rosse ma le nuove tensioni scoppiate con le dimissioni di Boffo azzerano tutto. Un pasticcio da capolavoro.
Quando poi, nel novembre del 2011, Mario Monti sostituisce B. a Palazzo Chigi, a Palazzo Chigi va anche Federico Toniato, pupillo di Bertone.
Uno spettacolo mostruoso e il mistero Simeon
L’inventore della Chiesa trionfante, potenza armata e temporale, è stato Giulio II. Da poco, Einaudi ha pubblicato il bellissimo Giulio di Erasmo da Rotterdam.
Un dialogo tra un papa descritto come ubriacone e omosessuale, e Pietro, il primo pontefice, che non vuole farlo entrare in Paradiso. Giulio si lamenta dell’accoglienza e Pietro risponde: “Quello che vedo è uno spettacolo incredibile, senza precedenti, per non dire mostruoso”. Ecco, Bertone ha fatto vedere uno spettacolo incredibile e mostruoso, senza precedenti.
Al punto che per abbattere il suo potere, i corvi hanno rubato documenti nell’appartamento del papa.
Accanto al potere, Bertone ha coltivato il lusso, tuttora vive in attico di 700 mq, e gli affari finanziari (le mire sul San Raffaele e sull’Istituto Toniolo, la cacciata di Gotti Tedeschi dallo Ior) e l’ombra più incredibile sul suo settennato proviene da Marco Simeon, sconosciuto omosessuale ligure che d’improvviso rimbalzò nel mondo di Geronzi e della Rai.
Protetto di Bertone, Simeon, amico del massone Bisignani, è persino socio di un centro di benessere nel centro di Roma, di proprietà della solita Propaganda Fide.
Il nome del centro è quello di un’icona gay e trans, Priscilla.
Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 23rd, 2014 Riccardo Fucile
IL DUELLO TRA RENZI E GRILLO PUO’ ESSERE DETERMINATO DA NEZZO MILIONE DI VOTI
Prima che una legge assurda impedisse agli istituti di ricerca di pubblicare i propri sondaggi – e ai
cittadini non privilegiati di conoscere la realtà che li circonda – la percentuale di votanti stimata alle prossime elezioni europee si aggirava tra il 52 e il 58 per cento. Gli elettori che andranno a votare domenica 25 maggio, insomma, dovrebbero essere circa 28-30 milioni.
Se a questa cifra si sottraggono le schede bianche e nulle, che di solito raggiungono una cifra intorno ai 3 milioni, il rischio è che soltanto venticinque milioni di italiani esprimano un voto valido per l’elezione del prossimo Parlamento europeo.
Questo, con ogni probabilità , sarà il dato più vistoso di questa tornata elettorale, su cui i nostri partiti dovranno sforzarsi in una riflessione profonda.
Se queste stime sono corrette, però, guardare ai risultati percentuali dei singoli partiti può essere estremamente fuorviante.
Un vantaggio del Partito democratico nei confronti del Movimento Cinque Stelle valutato intorno al 5 per cento, per esempio, potrebbe essere considerato rassicurante per il partito di Matteo Renzi. In realtà non è esattamente così.
Un punto percentuale, in termini assoluti, dovrebbe valere circa 250mila voti, molti meno di quanti ne servivano quando l’astensione era ridotta ai minimi termini.
Cinque punti, dunque, che erano più o meno la media del vantaggio del Pd prima del black-out sui sondaggi, dovrebbero equivalere a un milione e mezzo di voti.
Ma un milione e mezzo di voti non sono tanti, soprattutto in una tornata elettorale poco ideologizzata e in cui il voto «clientelare» pesa meno che al solito.
Il fatto, poi, che alle Europee si voterà soltanto di domenica inciderà ancora di più sull’astensione, anche se forse le Amministrative potrebbero essere un leggero elemento di sostegno all’affluenza.
E con un astensione così alta potrebbe bastare lo spostamento di mezzo milione di elettori per provocare smottamenti, in un senso o nell’altro, che soltanto qualche settimana fa erano praticamente impossibili da pronosticare.
Mezzo milione di voti, sui venticinque stimati per l’intero corpo elettorale, sono davvero un’inezia in una situazione caratterizzata da un elettorato molto «liquido». Questo dato di fatto ci restituisce uno scenario instabile che, oggettivamente, i sondaggi fanno fatica a fotografare.
Molto dipenderà dall’emotività , cioè dalla capacità che avranno i singoli partiti di mobilitare in modo efficace il proprio elettorato.
Ecco perchè i leader politici, negli ultimi giorni, sembrano fare a gara nell’alzare i toni dello scontro.
Il nodo principale da sciogliere non è più, come in passato, quello di allargare i propri confini, cercando di convincere gli indecisi o di strappare frange marginali di voto ai propri concorrenti.
A vincere, in uno scenario del genere, sarà chi riuscirà a giocare meglio in difesa e a perdere meno voti degli altri.
Chi, insomma, sarà più bravo ad eccitare, motivare e dunque portare alle urne i propri tifosi. Una campagna elettorale da ultras.
Luigi Crespi
(da “il Tempo“)
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Maggio 23rd, 2014 Riccardo Fucile
OLTRE LA SOGLIA NCD TRA IL 5-6% E LA LEGA 4-5%… TSIPRAS E FDI A RISCHIO SUL FILO DEL 4%, SCELTA EUROPEA 2,5%
Alla vigilia del voto per le Europee, sono ancora molti gli indecisi: si parla di circa 4 milioni di elettori che potrebbero spostare gli equilibri a favore di un partito piuttosto che di un altro.
Si tratterebbe, secondo gli esperti, di una fascia d’eta divisa tra i più giovani e i più anziani, poco informati e poco interessati alle vicende politiche.
Diciamo fasce generazionali normalmente orientate su poli differenti e che quindi potrebbero annullarsi a vicenda.
La pubblicazione di sondaggi come sapete è vietata, anche se poi di fatto i partiti li tengono costantemente aggiornati.
Ovviamente ci siamo fatti un’opinione motivata di quale potrebbe essere il risultato, al netto dell’orientamento degli indecisi che però potrebbero risultare poco influenti.
La nostra previsione è che il distacco tra Pd e Cinquestelle sarà di circa il 6%, azzardiamo un 32% a 26%.
Rispetto alle politiche il Pd aumenterebbe quindi del 6,5% , i Cinquestelle dello 0,5%.
L’opinione degli addetti ai lavori è che lo scandalo Expo abbia inciso relativamente sull’umore degli elettori democrat, al massimo si potrebbe registrare una perdita dell’1%, rispetto a 15 giorni fa, che finirebbe per favorire la lista Tsipras, portandola oltre la soglia del 4%.
Altro elemento che vede concordi gli addetti ai lavori: Grillo non ha sfondato in Tv da Vespa, anzi si è bloccata la crescita ed è ormai fermo.
Sicuramente vediamo i Cinquestelle primo partito nelle Isole e al Sud.
Berlusconi non riuscirà a rimontare, ma si sta difendendo come sempre con grande forza e presenza sui media: l’obiettivo di arrivare a un passo del 20% dovrebbe raggiungerlo, grazie a una crescita nel nordest.
Cosi come Ncd dovrebbe stabilizzarsi tra il 5% e il 6% grazie al forte radicamento nel Meridione.
Le Lega che alle politiche aveva raccolto il 4,3% dovrebbe leggermente aumentare i consensi con la svolta mediatica anti-euro, ma solo di qualche decimale.
Fratelli d’Italia è a rischio: perennemente aggrappata al 4% se la giocherà ai decimali ma è stretta tra il recupero di Forza Italia e la stabilità di Lega e Ncd e non trova agibilità di manovra pescando nello stesso bacino di voti.
Per Scelta europea confermare il 2,5% che gli veniva attribuito non è certo un successo, considerando che la somma dei partiti che la compongono alle politiche era andato oltre il 10%.
Queste nostre previsioni, se confermate dalle urne, porterebbero ad alcune considerazioni: Renzi ne uscirebbe alla grande, Grillo sconfitto, Berlusconi salvo in corner.
Perchè vorrebbe dire che il 6% perso dai centristi rispetto alle politiche se lo è accaparrato totalmente il premier. Infatti la somma tra Forza Italia e Ncd corrisponderebbe al risultato che fu del Pdl.
Per Grillo una sconfitta perchè la forbice tra Europee (dove uno vota liberamente) e politiche nazionali per lui è del 2-3%.
Ovvero equivarrebbe a un 23-24% alle politiche: troppo poco per non creare malesseri interni di fronte a un obiettivo mancato clamorosamente.
Ancora 48 ore e vedremo come avranno votato gli italiani.
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Maggio 22nd, 2014 Riccardo Fucile
IL 18 APRILE RENZI ANNUNCIO’ IL “TUTTI A PIEDI”: AD OGGI I 44 SOTTOSEGRETARI MARCIANO ANCORA IN AUTO BLU
Vie d’uscita sbarrate. Fu un assalto, feroce, contro il potere periferico dove alloggiano i privilegi
non tanto periferici.
Era il 18 aprile, conferenza stampa in 140 caratteri in onore di Twitter: “Massimo cinque auto di servizio a ministero. Lo dico male: i sottosegretari vanno a piedi”, e lo disse, euforico, Matteo Renzi.
Oltre un mese e trascorso, ma i sottosegretari non vanno a piedi: “Non ci sono arrivate comunicazioni — spiega Ilaria Borletti Buitoni, Beni Culturali — e io viaggio sempre con il mio autista e sempre con una vecchia Alfa Romeo: ripeto, una vecchia Alfa Romeo. Questi sono benefici?”.
Quando l’ex sindaco di Firenze, fruitore di biciclette e intollerante al codazzo di scorta, pronunciò il tremendo anatema per i 44 viceministri e sottosegretari, il palazzo fu costretto a una svolta salutista.
Le reazioni non riuscivano a trattenere l’entusiasmo.
C’era Gioacchino Alfano (Difesa) che invocava un sentimento di sacrificio collettivo per affrontare con dignita l’allora passione pasquale.
C’era Roberto Reggi (Istruzione) che ragionava sui percorsi pedonali di Roma, che non sono comodi per le due ruote, ma per le due gambe si.
C’era Cosimo Ferri (Giustizia) che rammentava le sue traversate in treno verso la Calabria e lo stupore dei cittadini che l’accolsero in stazione.
Le repliche a Renzi furono splendide, e (forse) un po’ ipocrite.
Ma i 44 reduci, ancora combattenti, sono attori non protagonisti, e immobili.
Non sono responsabili (diretti). Perche il pasticcio e l’ennesima conseguenza di una burocrazia pesante e di una sindrome da annunci troppo leggera.
Per evitare noiose ricostruzioni filologiche, la faccenda va riassunta cosi: le regole per il taglio saranno contenute dal pacchetto di Carlo Cottarelli, il signor spending review; il testo spedito da palazzo Chigi e transitato al ministero per la Funzione Pubblica, in queste ore langue al Tesoro.
Il governo ha soltanto una speranza (esatto, una speranza), alimentata da una fiducia illimitata, per non perdere tempo: che i ministeri, dotati di buona volonta, anticipino le riduzioni previste.
Escluse le telefonate a Borletti e colleghi, chiunque puo notare l’andirivieni di auto blu agli ingressi dei dicasteri.
Eppure il proposito di Renzi, che lanciava una campagna elettorale ancora lontana, non era astruso, impossibile.
Perche in epoca di Renato Brunetta, si, esecutivo di Silvio Berlusconi, al ministero per la Funzione Pubblica c’erano sette berline, comprese l’ammiraglia per il ministro e la coppia per i sottosegretari.
E davvero un’opera titanica scendere da 7 a 5?
Quando fu interpellato, il viceministro Enrico Costa (Giustizia) pronostico un’agevole riabilitazione da auto blu: “Ho un mese all’attivo, non sara difficile disintossicarmi”. A palazzo Chigi sono comprensivi. Non c’e fretta.
Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 22nd, 2014 Riccardo Fucile
IL MAXI-PROCESSO DEL GIUDICE GRILLO
Muore miseramente nel blog-cestino di Grillo la carriera di una delle più valorose metafore italiane, il Processo, sia quello politico di Pasolini contro il Palazzo, sia quello sportivo di Sergio Zavoli alla tappa del Giro.
Mescolando Alcatraz con lo sputo in faccia, Grillo annette a sè anche il “Processo del Lunedì” di Biscardi, che fu il primo festival nazionale del libero insulto e divenne l’anello di congiunzione tra il bar e il tribunale.
E ricorrendo sia agli anonimi accusatori incappucciati del web sia alle celle segrete del castello di Lerici già destinate a Napolitano, a Renzi e al giornalista Tal dei Tali, Grillo riproduce pure il Tribunale del popolo delle Brigate rosse che uccisero Aldo Moro.
Ebbene, l’esito comico della metafora pasoliniana, che riassume gli ultimi quarant’anni della cultura e della sottocultura italiane, gioiose, catartiche, popolaresche e sanguinarie, rende grottesco ma non divertente il Processo che ora Grillo ci promette.
E’ vero che, chino sul plastico dove ha imprigionato i pupazzetti che riproducono in effigie i suoi nemici, più che ai terroristi che spararono alla nuca di Moro, Grillo fa pensare a certi bambini sadici che catturano e torturano le mosche e le lucertole.
Ma è altrettanto vero che nella sua idea di processo non c’è traccia, neppure sotto forma di orecchiata parodia, del confronto civile e solenne che, regolato dalla legge penale, in democrazia accerta la verità : «Alla fine gli iscritti certificati al M5S potranno votare per la colpevolezza o l’innocenza» scrive travestendo di procedura il suo ghigno.
Insomma questo processo-burla di Grillo non è il cerchio di fuoco di Di Pietro che sognava il governo dei giudici, ma la goliardia del sorvegliare e punire, non il feticcio della legalità del giustizialismo ma il manifesto sciocco del tagliatore di teste da videogioco, la promessa di sostituire la civiltà del Diritto con l’allegra inciviltà dello scaracchio e del dileggio: «Il processo durerà il tempo necessario, almeno un anno, le liste saranno rese pubbliche quanto prima e l’ordine in cui saranno processati gli inquilini del castello sarà deciso in Rete».
È dunque garantito almeno un anno di bip, chip, play, pause, score, leaderboard, winner, loser, tie e si capisce che questa Procedura Penale è opera del Cordero di Settimo Vittone, il famoso giureconsulto informatico Gianroberto Casaleggio: cliccate, accusate, sparate, condannate, arrestate e vaffanculo.
Così il blog di Grillo somiglia a quel sinistro appartamento immaginato da Friedrich Dà¼rrenmatt e messo in scena da Ettore Scola dove ogni sera una banda di pensionati frustrati processava qualcuno, e l’imputato innocente Alberto Sordi era convinto che fosse un divertente gioco, «la più bella serata della mia vita», fino a quando una risata epica di tre minuti non lo accompagnò… alla condanna.
Ammesso che quella di Grillo sia davvero arte comica diventata scienza politica, che ci siano dietro uno stile e una composizione da spettacolo iperbolico, di sicuro il contenuto delle sue immaginazioni è morale, e i commenti che le accompagnano traboccano indignazione etica contro i distruttori d’Italia, la casta, i giornalisti che disinformano, i ladri di Stato, i colpevoli di ogni genere: Grillo stana le serpi, scova le colpe e garantisce che il Processo «sarà uno sputo popolare».
È infatti lui il giudice di specchiata moralità che, come è noto, deve avere la fedina pulita, altrimenti non si è ammessi nella categoria, e Dio sa quanto ci piacerebbe applicare stesso principio ai politici.
Una volta al giudice era richiesto anche il certificato di buona condotta, ma Grillo ne sarebbe comunque esentato per meriti rivoluzionari.
Pure Robespierre e Danton non tennero una buona condotta, ma tutto si può dire tranne che non fossero all’altezza morale dell’appuntamento che la storia aveva preso con loro. Non è così per Grillo.
Come si sa è stato condannato per l’omicidio colposo di tre persone che viaggiavano in auto con lui: Renzo Giberti, 45 anni, la moglie Rossana Quartapelle, 34, il figlio Francesco, 9.
La Corte di Cassazione individuò «la colpa del Grillo nell’avere proseguito nella marcia, malgrado l’avvistamento della zona ghiacciata, mentre avrebbe avuto tutto lo spazio per arrestare la marcia, scendere, controllare o, quanto meno, proseguire da solo».
Nessuno pretende che a distanza di tanti anni Grillo si volti e si rivolti su quella colpa come su un letto di chiodi, ma la morte di tre persone causata da un comportamento colpevole può restare remota e vaga solo se l’omicida colposo non si avventa con furia sulle (presunte) colpe degli altri con annunzi squillanti e gloriosi di processi sommari.
Come si sa, Grillo riuscì ad aprire la portiera e a lanciarsi fuori mentre la Chevrolet precipitava in un burrone. È un omicida colposo ma non un assassino, come dice invece Silvio Berlusconi che non si dà pace perchè si specchia in Grillo e lo vede uguale a sè: un pregiudicato che diventa suo giudice dimenticando che la via dei processi è stretta, buia e sporca.
E non è finita.
Secondo Lello Liguori, l’ottantenne ex proprietario del Covo di Nord Est di Santa Margherita Ligure, il comico, negli anni in cui si esibiva a pagamento, «si faceva dare 70 milioni: dieci in assegno e 60 in nero».
E Pippo Baudo ha aggiunto a Daria Bignardi che faceva la cresta anche alla Rai. Calunnie? Di sicuro farsi pagare in nero è una pratica diffusa nel mondo dello spettacolo: «così fan tutti» diceva Craxi.
Ma solo Grillo promette «verifiche fiscali per tutti prima di mandarli affanculo» con tanti bei processi popolari, come se fossimo nell’Egitto di Mubarak, come se fossimo nella Romania di Ceaucescu.
Siamo invece in Italia dove abbiamo rispettato con discrezione la colpa di Grillo perchè la sensibilità è, come la giustizia, una bilancia che pesa anche i colori e la luce. Ma in democrazia anche colpe molto più piccole dovrebbero gravare come sassi nella coscienza e nella carriera di un “giudice” che manda gli altri a Processo.
Francesco Merlo
(da “La Repubblica“)
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Maggio 22nd, 2014 Riccardo Fucile
LA FILOSOFIA DELL’ISTRUZIONE RIDOTTA A “I CONTI DEVONO TORNARE”.. L’IDEA AZIENDALISTA DI UTILI E BILANCI
Nelle mense scolastiche menu differenziati in base al prezzo: il dolce solo ai bambini le cui famiglie
possono spendere 40 centesimi al giorno in più.
L’idea è del sindaco di Pomezia, Fabio Fucci (Cinquestelle).
Nella Scuola Spa i conti devono tornare. I piccoli italiani nel futuro saranno più vincenti. Ma, di certo, più soli e più cupi. Non è la prima volta che succede.
E, siccome siamo agli sgoccioli di una mefitica campagna elettorale, togliamo di mezzo subito un equivoco peloso (e penoso). Il fatto che Fabio Fucci, sindaco di Pomezia (due passi dalla Capitale), sia un militante del Movimento Cinque Stelle è, per quanto attiene alla storia che segue, del tutto irrilevante a nostro avviso.
Qui si discute dell’idea stessa di scuola che si è ormai impadronita non dei fedelissimi dell’ex comico ma di una fetta notevole dell’Italia: ossia un’idea aziendale, fatta di utili e di bilanci, che tralascia quasi in premessa quello che uno splendido film ci raccontava come il «capitale umano».
Accade dunque che, in questa scuola italiana gestita con cuore da manager, i bambini meno ricchi abbiano una refezione più scarsa.
Era già capitato ad Adro, per opera di quel sindaco leghista Lancini (poi arrestato per irregolarità sugli appalti e reintegrato in carica dal prefetto) che negava la mensa ai figli di genitori morosi, a quelli che insomma non pagavano in tempo la retta.
La sua iniziativa venne presto emulata da altri primi cittadini del Carroccio. E, storia di adesso, è arrivata infine alle porte di Roma, in quella Pomezia che è di fatto industriosa periferia e dormitorio della metropoli.
Negli asili e nelle elementari della cittadina, i genitori poveri devono scegliere se lasciare i loro bambini senza dolce o spendere quaranta centesimi in più a pasto: l’efficientissimo Fucci ha infatti avuto la trovata della doppia mensa.
Non volendo tagliare (bontà sua) quantità e qualità del pranzo ai bambini, ha deciso di concedere il dolce per merenda solo ai ricchi: gli altri, se lo portino da casa, se vogliono.
Il ministro Giannini, a Radio Capital, ha dichiarato di non conoscere bene il caso ma di essere «comunque per l’autonomia scolastica»: «Non mi sembra una situazione di discriminazione», ha aggiunto.
Sul suo profilo Facebook, Fucci ha ovviamente estratto l’argomento della polemica elettorale, sostenendo che lui questo provvedimento lo aveva varato addirittura il 27 dicembre 2013.
E soprattutto ha spiegato che l’idea gli è venuta parlando coi genitori che, s’intende, volevano provvedimenti più incisivi, «menù con quantità differenziate di cibo ».
Noi, francamente, ce ne infischiamo della tempistica. La sostanza ci appare più importante. E la sostanza che Fucci rivela è di grande interesse: perchè la scuola, in fondo, riflette un modo d’essere della società .
Questa è una società nella quale un buon numero di famiglie «benestanti» di Pomezia (o di Adro o di vattelapesca dove capiterà la prossima volta) trova legittimo e persino educativo che, nella sfera dei pubblici servizi, chi ha meno riceva meno a partire dalla più tenera età .
Conosciamo le obiezioni e ci pare di sentirle: ci sono i furbi, i finti poveri, quelli che non pagano la retta e si comprano il Ferrarino. Sarà .
Ma ci sono sicuramente i bambini – ricchi o poveri che siano, bambini – che attingono da episodi così una lezione di ferinità che si porteranno appresso per la vita: i conti devono tornare, dal primo banco all’ultimo, come se i banchi fossero una catena di montaggio.
Forse i piccoli italiani, così montati nella nostra Scuola Spa, domani cammineranno nel mondo più vincenti: di certo, più soli e più cupi.
Goffredo Buccini
(da “il Corriere della Sera“)
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Maggio 22nd, 2014 Riccardo Fucile
IL GOVERNO RECLAMA AIUTI DALL’EUROPA, MA DIMENTICA DI AIUTARE I COMUNI SOTTO PRESSIONE
E’ ora di cena nella scuola primaria di via Dessiè, ad Augusta, enorme porto commerciale in provincia di Siracusa. Dalla guardiola del bidello, esce un volontario della Protezione civile con la casacca gialla fosforescente: in mano ha una bacinella carica di scatolette di lasagne.
Attorno decine di ragazzi scuri, alcuni scurissimi, una babele di lingue e di razze che si accalcano per le nostre lasagne. La maggioranza sono teenager, ma ci sono anche bambini di 11-12 anni. Probabilmente anche diversi «finti» minorenni.
Non è un centro di accoglienza accreditato, non è neppure un centro di accoglienza. Nelle classi con gli abbecedari alle pareti ci sono le brande per dormire. I disegni dei bambini sono appesi accanto ai vestiti dei migranti.
Si mangia seduti sulle coperte appoggiando il cibo sulla seggiola delle elementari. Fuori da ogni norma, quando la norma non c’è.
Dall’inizio dell’operazione Mare Nostrum la Marina Militare – le cui enormi navi non possono attraccare ovunque – ha fatto sbarcare ad Augusta 52 carichi di migranti, oltre 24 mila persone, tra le quali 2.400 bambini o ragazzini.
La legge prevede che i «minori non accompagnati» vengano affidati ai Servizi Sociali del Comune in cui vengono trovati.
Di certo nessuno poteva immaginare che un Comune in dissesto finanziario come Augusta, guidato da un commissario prefettizio perchè l’amministrazione è stata sciolta più di un anno fa per infiltrazioni mafiose si trovasse a gestire questa enormità di minori non accompagnati.
«L’unica soluzione che possiamo adottare – spiega il commissario prefettizio Maria Carmela Librizzi – è quella che si usa nel caso delle calamità : scuole e palestre per far in qualche modo dormire questi ragazzi evitando che rimangano al porto per mesi. Perchè nessuno, proprio nessuno li vuole».
Nelle aule della scuola di via Dessiè ce ne sono 160. Ne sono arrivati di 40 etnie diverse. Al momento ci sono soprattutto ragazzi siriani, del Ghana, del Gambia e del Bangladesh.
Di loro si occupano i volontari della Protezione civile di Augusta, ricevono ogni giorno le visite dei mediatori culturali, ma pare che non abbiano mai visto una donna bianca: «Perchè siamo qui? Ci hanno detto che ci portavano a scuola. E siamo in una scuola, ma non ci insegnano niente, non facciamo niente tutto il giorno!».
Nella scuola di via Dessiè, Yerry, 16 anni, è il più intraprendente. E’ partito dal Gambia a fine gennaio ed è ad Augusta da un mese. Fa la guida per la scuola. Ti mostra che è pulita, perchè qui vige il principio che prima riordini e poi mangi, e poi chiede: «Portami con te, a casa tua. Voglio solo stare con una famiglia italiana e andare a scuola. Education is important».
Ibraihim ha 13 anni e parla un inglese quasi incomprensibile. Mostra i vestiti, si alza la maglietta, si tocca i pantaloni. Traducono i compagni di stanza: è qui da 15 giorni, è arrivato che non aveva nulla e non ha abiti per cambiarsi. Solo la maglietta blu e jeans che gli hanno dato i volontari allo sbarco.
Con Wheed 17 anni del Pakistan e Mamun, 16, del Bangladesh il dialogo è una triangolazione tra arabo e inglese.
Sono tutte diverse e tutte simili queste storie, se non c’è posto per farsi carico di ogni dramma.
Il Comune di Augusta può fare proprio poco per questi ragazzi. Le palestre sono un doppio problema: i ragazzi mangiano e dormono sulle loro brandine nel campo da gioco sotto gli spalti, tutti assieme. I ragazzi di Augusta invece hanno perso le uniche due strutture che avevano per fare sport al coperto.
Man mano che si liberano letti, i ragazzi vengono spostati in strutture di prima accoglienza. Trenta ragazzi di Gambia, Mali e Senegal possono lasciare la palestra del Palajonio per il centro Papa Francesco di Priolo Gargallo, pochi chilometri da Augusta.
Salgono su un pulmino con le ciabatte ai piedi e un sacchetto della spesa che contiene tutte le loro cose. All’arrivo, prima dell’assegnazione della stanza, c’è la seconda identificazione. E foto per il tesserino con un cartello con la data dello sbarco. «In questo centro – racconta il responsabile Daniele Carrozza – dovrebbero stare un massimo di 72 ore, e invece ci stanno dei mesi».
Perchè per i minori non accompagnati nessuno paga e quindi nessuno li vuole.
«E’ un’emergenza – afferma Carrozza – che il governo non sta proprio gestendo. C’è una palese differenza tra il trattamento per i migranti adulti o minori accompagnati da genitori per i quali il ministero dell’Interno stanzia 35 euro al giorno, e i minori stranieri non accompagnati che sono di competenza del ministero del Welfare e per i quali vengono stanziati 20 euro al giorno per ragazzo. In teoria Regioni e Comuni dovrebbero integrare questa cifra, ma è chiaro che nessuno vuole farsene carico. E’ una sperequazione seria e grave».
Con i 20 euro al giorno un centro di prima accoglienza può garantire cibo, un letto, e qualche genere di prima necessità . Già le visite mediche per chi sta male sono un problema. «Ma come facciamo a non farle?».
Tra i 30 arrivati dal Palajonio c’è un ragazzo con una grande escrescenza su un orecchio. Dice che gli è venuta qualche mese fa e sta crescendo. Si può negare una visita dermatologica perchè i venti euro non bastano?
Le storie che raccoglie la psicologa di Terre del Hommes che si occupa di loro sono terribili.
«Un ragazzino di 16 anni – ricorda Carrozza – è stato 18 giorni in ospedale con una rabdomiolisi. Abbiamo scoperto che quella malattia era un conseguenza delle 50 elettrocuzioni che gli avevano fatto in una prigione libica, prima di attraversare il canale di Sicilia».
Alcuni ragazzi giocano a calcio nel cortile, altri dormono o stanno seduti sul letto tutto il giorno.
«Perchè la gente per strada quando ci vede scappa?» chiede uno dei ragazzini della scuola di via Dessiè.
Paura di questi adolescenti vestiti con gli abiti smessi dai nostri figli? O piuttosto la difficoltà di guardare? Di farsi carico di un problema?
L’Europa non aiuta abbastanza l’Italia nell’accoglienza dei disperati che attraversano il Canale di Sicilia, ma forse anche l’Italia non aiuta abbastanza le varie Augusta, Pozzallo, Porto Empedocle che si trovano sole nell’emergenza.
Questa mattina al porto di Augusta ci saranno altre due navi della Marina Militare, la Grecale e la Foscari. A bordo ci sono altri 500 migranti, tra i quali un centinaio di bambini piccoli e mamme.
Silvia Giralucci
(da “La Stampa”)
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Maggio 22nd, 2014 Riccardo Fucile
DOPO MESI IN CUI ERA DATO IN TESTA, IL PVV ACCREDITATO SOLO DEL 12,7%… L’AFFLUENZA CROLLA AL 35%, IN TESTA CDA E LIBERALI
In Olanda, dove per le Europee si è votato oggi anche se lo spoglio non inizierà fino a domenica
sera, gli exit poll danno il partito euroscettico di Geert Wilders al terzo posto, dopo mesi in cui aveva condotto i sondaggi.
Gli exit poll, diffusi dalla tv Nos, danno testa a testa i Cristiano-democratici del Cda e i liberali del D66: al Cda andrebbero 5 seggi, al D66 4, al PVV solo 3.
Al Pvv andrebbe il 12,7% dei consensi (meno 4,3%) dietro ai cristianodemogratici e alla sinistra liberale, entrambi in calo ma attorno al 15%.
Colpisce molto il flop dell’affluenza: si è presentato al voto solo il 35% degli aventi diritto.
Il Ppv, Partito per la Libertà , è nato nel 2004 da un gruppo di fuoriusciti del partito Liberale.
Obiettivo del movimento è l’uscita del Paesi Bassi dall’euro e un ritorno a una più forte sovranità nazionale.
Le sue posizioni sono di estrema destra, anti-Europa e anti-Islam.
Ha stretto un patto con il Front National di Marine Le Pen.
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