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CHIESE A USO PRIVATO, CENA DI LUSSO A SANTA MARIA NOVELLA: E’ IL NUOVO CORSO RENZIANO

Maggio 17th, 2014 Riccardo Fucile

E FARINETTI SI PORTA IL DUOMO IN USA… CANONI RIDICOLI PER INGRAZIARSI LA FINANZA INTERNAZIONALE

La banca d’affari newyorchese Morgan Stanley ha accolto   i suoi danarosissimi ospiti per una cena ultraesclusiva (organizzata dall’albergo di lusso Four Seasons) nel Cappellone degli Spagnoli, che è la sala capitolare trecentesca di Santa Maria Novella a Firenze.
Si chiama così perchè, a metà  del Cinquecento, divenne la cappella dove si riunivano gli spagnoli del seguito di Eleonora di Toledo, moglie del granduca Cosimo I.
È, insomma, una chiesa – con tanto di grande crocifisso marmoreo sull’altare – completamente coperta di affreschi che raccontano la spiritualità  e le opere dell’ordine mendicante fondato da San Domenico.
La brillante idea di usarla come location al servizio della grande finanza responsabile della crisi è del vicesindaco e candidato a sindaco Dario Nardella: la cappella è, infatti, compresa nel circuito museale comunale.
Rispettando più il desiderio di discrezione del gruppetto di super-ricchi che non il diritto dei cittadini a essere informati dell’uso del loro patrimonio monumentale, il Comune ha tenuto finora segreto l’evento.
Ma si apprende che il beneficio economico sarà  minimo: meno di 20 mila euro, che dovrebbero essere destinati al restauro di un’opera d’arte.
La precipitosa e silenziosa organizzazione della serata – gestita direttamente da Lucia De Siervo, responsabile della Direzione cultura di Palazzo Vecchio e membro del cerchio magico renziano – comporta la temporanea chiusura della chiesa di Santa Maria Novella (eventualità  che ha fatto infuriare il Fondo Edifici di Culto del ministero dell’Interno, proprietario del tempio), e obbliga collocare le cucine in un chiostro del convento ancora di proprietà  dei frati, all’oscuro di tutto.
Nardella, evidentemente, non cambia verso rispetto a Renzi: l’unico uso del patrimonio pubblico è ancora quello commerciale.
Ma vista la grottesca esiguità  del canone, è evidente che il vero movente è piuttosto quello di disporre di queste location per costruire e consolidare la rete dei rapporti politici ed economici del gruppo dirigente renziano, assai proclive a frequentare la più spregiudicata finanza internazionale.
Colpisce che il connubio chiesa-lusso-affari non turbi i sonni di politici che non perdono occasione per esibire il proprio cattolicesimo.
Negli affreschi del Cappellone i milionari hanno visto San Domenico, ardente di amore per la povertà , che converte e confessa coloro che vivono nel lusso: ci si riconoscono?
Poco più in là  hanno visto rappresentato il trionfo di San Tommaso d’Aquino, il grande filosofo medioevale che scrisse che “il lucro non può essere un fine, ma solo una ricompensa proporzionata alla fatica”, e che “nessuno deve ritenere i beni della terra come propri, ma come comuni, e dunque deve impiegarli per sovvenire alle necessità  degli altri”.
Chissà  cosa avrebbe pensato se avesse saputo che la sua immagine dipinta avrebbe un giorno decorato la location di un banchetto per i super squali che hanno costruito la più grande disuguaglianza della storia umana.
Il prossimo passo quale sarà ? Far sfilare modelle in biancheria intima su un altare? Ma si è già  fatto, e proprio a Firenze: in Santo Stefano al Ponte, con la benedizione della Curia.
Si arriverà  a prestare pezzi di chiese gotiche a centri commerciali? Già  fatto anche questo: Oscar Farinetti ha appena annunziato che porterà  un pezzo del Duomo di Milano nel suo supermercato sulla Fifth Avenue, a New York, per la precisione “due guglie”.
E sì, la Veneranda Fabbrica del Duomo (quella che voleva mettere un ascensore per fare una terrazza da aperitivi sul tetto della Cattedrale) gli presta due guglie da tempo musealizzate, con relative statue di santi.
Non per un progetto scientifico, ma come attrazione: insieme a quattro di quelle che Farinetti ha chiamato “grondaie” (le gronde gotiche), e a quella che ha definito “una statua di Santa Lucia incinta”.
Ora, Santa Lucia era vergine e finì martire: ma incinta non risulta, e probabilmente l’esuberante Farinetti ha frainteso la veste goticamente cinta sotto il seno della bellissima Santa Lucia del Maestro del San Paolo Eremita, che verrebbe strappata al circuito del Museo del Duomo.
Ma il punto non è la gravidanza della statua, nè la cultura del patron di Eataly: il punto è chiedersi se abbia senso portare pezzi di una grande chiesa medioevale in un supermercato di cibo a New York, o far banchettare i banchieri in una chiesa del Trecento
Il Vangelo dice che non si può servire a due padroni, e che si deve scegliere tra Dio e il denaro: bisogna riconoscere che sia la Veneranda Fabbrica sia Nardella hanno scelto.
Ma anche chi non ha scrupoli religiosi dovrebbe preoccuparsi per la distruzione della funzione civile del patrimonio culturale.
Chi crede nel marketing dovrebbe interrogarsi sulla ridicola entità  degli utili, e chi immagina che questa privatizzazione sia la via del futuro dovrebbe farsi qualche domanda sulla mancanza di trasparenza.
Gli unici che in nessun caso avranno dubbi sono i pochissimi che ci guadagnano: questo è certo.

Tomaso Montanari

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RENZI E L’INCUBO DI CADERE NELLA PALUDE: SPUNTA L’EXIT STRATEGY DEL VOTO A OTTOBRE

Maggio 17th, 2014 Riccardo Fucile

IPOTESI VOTO ANTICIPATO CONSIDERATA UNA CARTA DA GIOCARE…SE FORZA ITALIA DIVENTA IL TERZO PARTITO, BERLUSCONI NON HA INTERESSE A VOTARE CON L’ITALICUM… E SALTEREBBERO LE RIFORME

Una piccola scala d’emergenza per tirare fuori il collo dalla eventuale palude che rischia di allagare la politica e le istituzioni dopo le elezioni europee di domenica prossima.
Una porta con una scritta ben chiara: elezioni anticipate. Appunto in autunno.
Ormai sono in tanti a parlarne. A considerarla la carta da giocare se tutto dovesse andare per il verso sbagliato. Nel centrosinistra e nel centrodestra. Nel governo e nel Partito democratico.
Certo quel “se” è ancora molto grande. Eppure per molti, nel corso di questa campagna elettorale, sta diventando via via sempre più piccolo. Mentre crescono le probabilità  di votare a ottobre «per dare una svolta».
«Per quanto mi riguarda — ripete Matteo Renzi ad ogni occasione — le elezioni sono fissate per il 2018».
Ma a Palazzo Chigi alcuni dei suoi collaboratori hanno iniziato a prendere in considerazione proprio la “rivoluzione d’ottobre”.
Dopo l’inchiesta Expo, l’arresto di Scajola e il voto su Genovese, i calcoli sono diventati sempre più serrati.
Illustrano i vantaggi e gli svantaggi di una soluzione di questo tipo. Vagliano le condizioni che a partire dal 26 maggio potrebbero modificare e sbilanciare l’attuale assetto. E il tutto si basa su questo interrogativo: una ipotetica avanzata del Movimento 5 Stelle è in grado di mettere in crisi l’attuale equilibrio?
Dipende dalla quota che i grillini raggiungeranno e dal loro distacco rispetto al Pd e a Forza Italia.
Tra i democratici e forzisti infatti sta avanzando una sorta di “demone”. Una paura per certi aspetti incontrollata che i pentastellati si avvicinino a insidiare la soglia di successo del Pd e che il distacco da Berlusconi riduca Forza Italia definitivamente al ruolo di terzo partito.
Ieri, nel Transatlantico di Montecitorio, era scattato l’allarme tra deputati di prima nomina e veterani raggiungendo i massimi livelli.
Un turbinio di bigliettini passava di mano in mano con i dati degli ultimi sondaggi. E ogni volta tutti sgranavano gli occhi. Scuotevano la testa e se ne andavano.
Se quei numeri venissero confermati — è il ragionamento che molti fanno nel governo e nelle Istituzioni — il primo effetto sarebbe il disconoscimento da parte del Cavaliere del cosiddetto “patto del Nazareno”. La vittima istantanea sarebbe dunque l’Italicum. L’ex premier non potrebbe più accettare una legge elettorale che prevede il ballottaggio tra i primi due partiti e quindi la sua ininfluenza.
La riforma costituzionale — l’abolizione del Senato — salterebbe un minuto dopo. Senza contare che diventerebbe più complicato cambiare il sistema di voto e il quadro istituzionale senza o addirittura contro il M5S eventualmente irrobustito dalle urne europee.
«Per quanto mi riguarda — dice proprio Berlusconi in queste ore — quell’impianto di riforme già  non esiste più». Il leader forzista è già  passato ad una sorta di “fase due”. Quella della «difesa a oltranza».
Prova a ricucire con l’ex delfino Alfano nella speranza di poter unire i voti di tutti i “satelliti” del suo schieramento (in primo luogo la Lega e Fratelli d’Italia) e sommarli a quelli del Nuovo centrodestra. Per provare a dire dopo il 26 maggio che la sua coalizione è ancora competitiva. Ma lo stesso Cavaliere non nasconde il suo pessimismo: «Sarà  inutile».
Al punto che già  non esclude con i suoi fedelissimi la strada della disperazione: «Un governo di unità  nazionale».
Ma ci sarebbe anche un secondo effetto. Ed è quello che alcuni degli uomini che frequentano Palazzo Chigi stanno valutando con più attenzione.
Far saltare le riforme significa far precipitare il governo nella «palude». Una delle «ragioni sociali» di questo esecutivo verrebbe di fatto meno.
Come scrive l’”Economist” nel suo ultimo numero riferendosi a tutta l’Europa e alla carica del fronte populista e “no-euro”, «la disillusione degli elettori può provocare una nuova crisi».
Renzi più di una volta ha spiegato che sulle riforme «ci metteva la faccia».
Paralizzare il percorso di modifica della Carta equivale allora ad elidere la sua “mission” fondamentale.
«Ma se Forza Italia dovesse andare male è il suo ragionamento — ancora di più sarà  costretta a blindare la legislatura».
Ma a questo discorso viene spesso chiosato dai suoi collaboratori: «E se non fosse così?». Il suo incubo peggiore prenderebbe forma: l’impossibilità  di agire e l’esposizione al ricatto di un governo insieme a Forza Italia. «Inaccettabile».
Ma c’è di più. In autunno, quando entrerà  in gioco la legge di Stabilità , il governo dovrà  — così prevedono i programmi — procedere con un’altra gigantesca opera di “Spending review”: circa 19 miliardi.
Allora in tanti si domandano: è possibile incidere sulla spesa in maniera così pesante senza un mandato elettorale e con le urla dell’opposizione ingigantite dal megafono elettorale del 25 maggio?
È possibile tenere il passo di 400 miliardi ogni anno di roll over nel debito pubblico (emissione di titoli di Stato) in queste condizioni?
«Forse — è la soluzione che alcuni dei collaboratori di Renzi stanno prospettando — bisogna chiedere un parere agli elettori. Non ci possiamo assumere certe responsabilità  da soli, lo devono fare gli italiani».
Chiedere insomma un incarico pieno, suffragato dalle urne.
Eccola dunque la “exit strategy”. Ma si tratta comunque di un percorso pieno di incognite. Due delle quali gigantesche.
La prima riguarda proprio la legge elettorale. Il rischio del voto a ottobre sarebbe quello di presentarsi agli italiani con il cosiddetto “Consultellum”, un sistema completamente proporzionale corretto solo dalle soglie di sbarramento.
La possibilità  che si riprecipiti nell’ingovernabilità  sarebbe assai consistente. Non a caso sia nel Pd, sia in Forza Italia sta rispuntando l’idea di una sorta di «riforma transitoria»: il ritorno al Mattarellum.
La seconda incognita è il Quirinale. Napolitano ha più volte fatto sapere che non intende sciogliere le Camere senza una nuova legge elettorale.
Piuttosto sarebbe pronto a dimettersi. Ma se tutto dovesse precipitare, le sue dimissioni risponderebbero anche ad un’altra esigenza: quella di far eleggere dall’attuale Parlamento il nuovo capo dello Stato.
Quello che gli ha rinnovato il mandato e che offre le maggiori garanzie dal punto di vista della “successione democratica”.
Tutto però, prima di ogni cosa, dovrà  essere misurato dal dato reale dei risultati elettorali di domenica prossima e non dalla emotività  dei sondaggi. «Per quanto mi riguarda io voglio andare avanti fino al 2018», ripete ad ogni piè sospinto il presidente del consiglio.
Ma molti a questo punto vogliono capire se le elezioni di domenica prossima saranno davvero un viatico per la fine della legislatura.

Claudio Tito
(da “La Repubblica”)

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DELL’UTRI IN ITALIA GIOVEDÃŒ. BEIRUT: “PRENDETEVELO PURE, NOI ABBIAMO GUAI PIÙ GROSSI”

Maggio 17th, 2014 Riccardo Fucile

TRA UNA SETTIMANA IN   LIBANO SI VOTA PER LA PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA E NESSUN PRESUNTO AMICO DI DELL’UTRI HA VOLUTO ESPORSI A POLEMICHE INTERNE

«Prendetevelo, prendetevelo e portatevelo in Italia». Il dossier sull’ex senatore Marcello Dell’Utri, non è un caso politico in Libano e «giovedì prossimo sarà  estradato in Italia, in ottemperanza al trattato di estradizione che esiste tra Italia e Libano».
Lo dice senza tanti giri di parole il Ministro delle Giustizia libanese, Ashraf Rifi, appena uscito – ieri sera – dal lungo Consiglio dei ministri dove erano in corso trattative per la designazione del nuovo Presidente della Repubblica che dovrebbe essere eletto il 25 maggio.
«Ho trasmesso il rapporto del Procuratore generale al primo ministro», aggiunge. «Non c’è alcun motivo giudiziario per non estradare Dell’Utri: ho preparato un progetto di decreto in cui adotto la posizione del Procuratore e verrà  firmato anche dal ministro delle Finanze e dal Presidente della Repubblica. Questa procedura si concluderà  entro qualche giorno, probabilmente giovedì, quando il signor Dell’Utri potrà  essere mandato in Italia. Non c’è nessun ostacolo, la procedura non verrà  interrotta».
Accanto a lui il ministro del Lavoro Sejaan Azzi che, visibilmente infastidito quando gli chiediamo se il Consiglio ha affrontato il “caso Dell’Utri” risponde: «Non è un affare libanese, ma un problema italiano, prendetevelo e portatevelo in Italia, qui abbiamo problemi e guai più gravi da affrontare».
Nel governo Azzi rappresenta il partito di Gemayel (Kataeb), ex presidente del Libano: significa che l’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri è stato “scaricato” anche da quelli che erano i suoi presunti amici politici libanesi.
L’estradizione è dunque ormai una questione di formalità  burocratiche. Dopo i pareri positivi del Procuratore generale, Hammud e quello del ministro della Giustizia, si attendono solo le firme scontate del premier e del Presidente della Repubblica.
Dell’Utri, ancora agli “arresti ospedalieri” nella clinica Al Hayat di Beirut è un uomo rassegnato: ha saputo delle evoluzioni del suo caso attraverso la moglie Miranda Ratti e il suo avvocato libanese Azoury che inutilmente in questi giorni ha presentato una serie di ricorsi alla Procura generale per tentare di evitare l’inevitabile.
Ora il passaggio successivo sarà  quello della “consegna” del condannato Dell’Utri da parte della polizia libanese, che lo scorterà  fino all’aeroporto di Beirut.
Lì sarà  prelevato da agenti dell’Interpol che lo imbarcheranno su un volo di linea della compagnia italiana diretto a Fiumicino, da dove sarà  trasferito in carcere.
La decisione libanese di “liberarsi” dell’imbarazzante caso Dell’Utri ha provocato un intervento di Silvio Berlusconi, grande amico di Dell’Utri con cui fondò Forza Italia: «Il sì all’estradizione di Marcello dimostra che sbagliava chi diceva che l’ex senatore era andato in Libano per evitare il carcere – afferma Berlusconi intervistato da Rai News – . Essendo persona intelligente non avrebbe scelto un Paese che ha un trattato di estradizione con l’Italia».
L’avvocato palermitano Giuseppe Di Peri, storico difensore di Dell’Utri, raggiunto telefonicamente da Repubblica, reputa invece «strano» il fatto che il Libano abbia fatto così in fretta.
«Trovo davvero strano che il Governo libanese abbia preso una decisione tanto importante in così poco tempo. Appare difficile che i ministri abbiano potuto leggere ben quattro sentenze, migliaia e migliaia di pagine, in poco tempo».
Soddisfazione è stata invece espressa dai pm di Palermo: «Ero pessimista, ma per qualche alchimia politica che non conosco l’estradizione è stata possibile», ha detto il procuratore aggiunto Vittorio Teresi: «È una notizia bellissima e un segnale importante, perchè altrimenti avremmo fatto tutti una pessima figura».
Gli investigatori della Dia di Palermo hanno intanto potuto ricostruire nei dettagli la permanenza di Marcello Dell’Utri in Libano.
Partito il 24 marzo scorso dall’aeroporto di Parigi e diretto a Beirut con il figlio Marco (in attesa della sentenza della Corte di Cassazione che il 9 maggio scorso ha poi confermato la sua condanna definitiva a 7 anni), l’ex senatore avrebbe sempre alloggiato all’Hotel Phoenicia dov’è poi stato intercettato dalla Dia e dall’Interpol italiana il 3 aprile.

Stabile e Viviano

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SCAJOLA SI DIFENDE COI PM: “FACEVO SOLO POLITICA”

Maggio 17th, 2014 Riccardo Fucile

“VI ASPETTAVO, HO LETTO GLI ATTI E PENSO DI POTER CHIARIRE TUTTO”… ATTI SEGRETATI, SCAJOLA HA RISPOSTO A TUTTE LE CONTESTAZIONI

È la sua versione. Ma stavolta ha risposto eccome, Claudio Scajola. Senza sottrarsi ad alcuna delle contestazioni poste dai pubblici ministeri: nè sui passaggi societari e gli amici pericolosi, come l’ex deputato Pdl latitante per una condanna definitiva di mafia, Amedeo Matacena; nè sui rapporti intrattenuti con eccellenti alleati internazionali come l’ex presidente libanese Gemayel e il mediatore Vincenzo Speziali, l’uomo che “salvava” gli impresentabili; nè sugli acerrimi avversari di Forza Italia che gli avrebbero stroncato la candidatura alle europee, fino a spingere Scajola a sfogare la propria ira al telefono con presunti ricatti, e la minaccia di «far succedere un casino» ai vertici del partito.
Sette ore interrogatorio, nel carcere di Regina Coeli, per il due volte ministro berlusconiano travolto dall’inchiesta del procuratore capo di Reggio Calabria, Federico Cafiero de Raho, con il sostituto Giuseppe Lombardo e il pm della Dna Francesco Curcio.
Nessuna nuova contestazione, precisano i suoi legali.
Di certo il detenuto Scajola – accusato di aver favorito la latitanza di Matacena (prima a Dubai, poi organizzandogli con provviste di denaro un trasferimento a Beirut) e indagato anche per concorso esterno in associazione mafiosa – respinge qualunque legame con i colletti bianchi delle cosche e sembra rileggere tutto in chiave politica: di rapporti, di informazioni, di contatti internazionali che appartengono alla consuetudine, in estrema sintesi, «di chi è stato nelle istituzioni e occupa un ruolo nella vita pubblica, da anni»
Si difende e ribatte, l’ex ministro dell’Interno che sembrava pronto a resurrezione politica, dopo la clamorosa assoluzione dall’accusa di aver acquistato parte della casa al Colosseo «a sua insaputa».
Poi il blitz che punta al patto tra esponenti politico- istituzionali e le vaste articolazioni economiche e finanziarie della ‘ndrangheta reggina, l’organizzazione con filiali in tutto il mondo, quella che già  negli anni Settanta faceva società  a Milano e shopping in via Montenapoleone.
Tra gli inquirenti e l’ex ministro si consuma così il primo duello di quella che si annuncia come una lunga e complessa partita giudiziaria. «Vi aspettavo. Ora ho letto gli atti e credo di poter chiarire ogni aspetto», avrebbe esordito Scajola, assistito dagli avvocati Giorgio Perroni ed Elisabetta Busuito. Che sottolineano il «clima sereno» in cui si è svolto il faccia a faccia e rispettano il silenzio imposto dalla magistratura.
Atti secretati, dunque. E comunque, a parte il sintetico verbale, ci vorranno alcuni giorni perchè accusa e difesa vedano trascritta su foglio la lunghissima registrazione dell’interrogatorio.
«C’è molto da lavorare. Punto », confermano i pm all’uscita dal carcere. Più o meno alla stessa ora, a margine di un incontro con gli allievi di una scuola di Macerata Campania, il procuratore Cafiero de Raho mette il dito nella piaga delle collusioni – senza ovviamente riferirsi ad alcuna delle numerose indagini da lui coordinate, prima a Napoli, ora a Reggio.
«Il contrasto alla corruzione va fatto non solo con l’introduzione di nuove norme, ma mediante controlli che sono già  possibili e devono essere rigorosi all’interno delle amministrazioni, nelle banche dati e sui cartelli di queste società  colluse che puntualmente si presentano alle gare d’appalto ».
Parole durissime sull’inquinamento del Palazzo.
«C’è un problema di etica della politica che ormai esige risposte che arrivino dall’alto – scandisce de Raho – Chi corrompe o è corrotto deve restare perennemente fuori dal sistema della politica, e fuori degli appalti, deve essere isolato. Mentre ora è il contrario: chi non partecipa alla corruzione, si sente isolato».
Bordata finale: «à‰ inimmaginabile che chi è stato condannato per un reato sia ancora sulla scena pubblica».

Conchita Sannino
(da “La Repubblica“)

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CONTRORDINE, I GIUDICI SONO GRILLINI, NON PIÙ ROSSI

Maggio 17th, 2014 Riccardo Fucile

SE LE INCHIESTE SONO BIPARTISAN I GIORNALI BERLUSCONIANI CAMBIANO STRATEGIA

All’indomani degli arresti per lo scandalo dell’Expo e di Claudio Scajola, i giornalisti berlusconiani e i berlusconiani doc sono riusciti a dare il meglio di sè.
“Manette grilline” titolava Libero di Belpietro, l’insolvente (perchè non paga i debiti e nemmeno se ne scusa, il gentiluomo).
E Sallusti di rincalzo: “Pareva strano che il partito dei giudici si astenesse dal partecipare a questa campagna elettorale”.
E Toti, questo fantasma inventato da Berlusconi: “Giustizia a orologeria”.
Insomma poichè le inchieste hanno colpito bipartisan, i giudici non sono più comunisti: sono diventati grillini. Una cosa talmente comica che non meriterebbe nemmeno un commento, ma uno di quegli irridenti billet di dieci righe che scriveva Indro Montanelli sul Giornale quando era ancora un giornale.
Alcuni berluscones sostengono che le inchieste sono state attivate ad arte per coprire le fratture all’interno della Procura milanese.
È stato facile per Ilda Boccassini replicare: “Le richieste risalgono a quattro mesi fa”.
Sarebbe più convincente sostenere che il grande risalto dato alle fratture nella Procura milanese serve per coprire l’enormità  dello scandalo Expo.
Ma poi è così pretestuosa l’inchiesta che alcuni dei principali indagati, da Paris, direttore della pianificazione acquisti (ora ex) all’imprenditore Maltauro, stanno già  confessando.
L’insolvente Belpietro irride Mani Pulite. “Eh sì, sembra proprio di essere ritornati ai bei tempi di Mani Pulite, quando le retate preventive a ridosso delle elezioni erano la regola”. E
h sì, peccato che a quelle ‘retate preventive’ Belpietro e il suo direttore, Vittorio Feltri, inneggiassero con gioia e summo cum gaudio trasformando delle inchieste giudiziarie in una caccia sadica (Carra sbattuto in prima pagina in manette, “il cinghialone”, eccetera).
Se c’è stato un giornale forcaiolo è L’Indipendente di Feltri e Belpietro. Io c’ero, a L’Indipendente, e quei due non possono prendermi in giro.
Divennero ultragarantisti quando passarono alla corte di Berlusconi, sempre per ‘lor-signori’ s’intende, per i delinquentelli da strada vale ciò che dice un’altra di quel giro Daniela Santanchè, detta familiarmente ‘la Santa’: “In galera subito e buttare via le chiavi”.
Quanto a Feltri, si occupa più modestamente di Scajola, si duole che questo bel giglio di campo sia stato messo in carcere. Che ragione c’era? “Il pericolo di fuga si presenta nel momento in cui scatta la sentenza definitiva”.
Ah sì, e Dell’Utri che se n’è ito in Libano con prudente anticipo? Pericolo di inquinamento delle prove? “Ma i Pm le hanno già  attraverso le intercettazioni telefoniche”.
Feltri dimentica, anzi non sa, perchè in materia è ignorante come pochi, che gli elementi d’accusa dei Pm devono essere vagliati dai tribunali, altrimenti non ci sarebbe bisogno di una magistratura giudicante, basterebbe quella requirente, com’è negli Stati totalitari.
Il neogarantista Feltri è in contraddizione con se stesso e per tirar fuori Scajola dal gabbio lo dà  già  per condannato.
Basta. Con costoro è inutile discutere. Diceva un mio amico, grande pokerista: “Gioco contro chiunque tranne che contro la sfiga”. Si potrebbe tradurre in: discuto con chiunque tranne che con chi è in malafede. Comunque, visto che la magistratura ci costa un mucchio di soldi e non serve a nulla perchè ci sono esegeti molto più preparati, propongo di istituire un Tribunale Speciale composto da Feltri, Belpietro, Sallusti, Ferrara, Santanchè (costei con particolare delega per i reati da strada).
Benchè Feltri sia parecchio esoso e Belpietro insolvente, risparmieremmo un bel po’.

Massimo Fini
(da “il Fatto Quotidiano“)

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GUADAGNANO MILIONI SULLA PELLE DEI RIFUGIATI

Maggio 16th, 2014 Riccardo Fucile

UN DOSSIER SEGRETO COMMISSIONATO DAL VIMINALE SVELA IL MECCANISMO ATTRAVERSO IL QUALE I SOLDI DEL POCKET MONEY, DESTINATI AGLI OSPITI DEI CIE, SPARISCONO NEL NULLA

Illeciti e irregolarità  nell’erogazione del “pocket money”, la paga giornaliera ai richiedenti asilo, nell’impiego di mediatori culturali, interpreti e psicologi.
E poi mancato rispetto delle procedure legali da parte di molte questure, come nel caso di quelle di Roma, Caltanissetta e Crotone che non rilasciano il permesso di soggiorno per richiesta d’asilo allo scadere dei 35 giorni di permanenza nel centro.
E ancora, un quadro impietoso e desolante degli alloggi in cui i migranti, in particolare i richiedenti asilo, sono costretti a vivere, da Gorizia a Trapani.
È quanto emerge da un rapporto riservato rimasto nei cassetti, o meglio, nei computer perchè si tratta di file Excel, del ministero dell’Interno, mai reso pubblico, di cui Repubblica è entrata in possesso.
Presenza di armi bianche, di scarafaggi nei container, mancanza di docce e di acqua calda, servizi igienici in comune per uomini e donne, lavandini otturati, rubinetti e vetri rotti, pulizia scarsa, bambini senza assistenza pediatrica.
Sono alcuni degli esiti di un doppio monitoraggio che le organizzazioni del progetto Praesidium, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, l’Unhcr (Alto commissariato Onu per i rifugiati), Save The Children e la Croce Rossa hanno realizzato nel corso del 2013 su 18 centri italiani, nove Centri di accoglienza per richiedenti asilo (Cara) e nove Centri di identificazione e di espulsione (Cie), su mandato ispettivo del Viminale.
Migliaia di persone costrette a vivere anche per due anni dentro un Centro di accoglienza – il tempo effettivo per l’esame della richiesta d’asilo contro i 35 giorni previsti dalla legge – senza poter avere neanche una bacinella e il sapone per fare il bucato.
Perchè il capitolato d’appalto del ministero prevede una serie di servizi come la lavanderia e la barberia, che spesso sono disattesi dagli enti gestori.
Profughi segregati a chilometri di distanza dalle città , senza mezzi di trasporto, e dunque costretti a fare anche cinque chilometri a piedi su strade pericolose per raggiungere il primo centro abitato.
Giovani rifugiati che alla fine del lungo periodo passato nei Cara, ne escono senza possibilità  di inclusione sociale perchè non hanno neanche imparato l’italiano.
I corsi di lingua, quando ci sono, sono scarsi o mal strutturati.
Sotto il profilo della gestione, merita attenzione quanto è scritto sul centro di accoglienza di Sant’Anna di Isola Capo Rizzuto, vicino a Crotone, dove gli operatori del progetto Praesidium presenti all’interno del Cara hanno rilevato lo scorso settembre che “l’erogazione del pocket money avviene tramite la distribuzione di due pacchetti di 10 sigarette a settimana. Il migrante non ha la possibilità  di acquistare nessun altro bene nè gli viene fornita una chiavetta elettronica o una carta moneta per poter spendere l’importo rimanente. Da settembre 2011 a maggio 2013, gli ospiti riferiscono che il buono economico non è stato erogato”.
La denuncia dei migranti è stata presa sul serio da chi ha scritto il rapporto che, nella parte riservata alle raccomandazioni, chiede in caratteri maiuscoli di “riattivare immediatamente l’erogazione del pocket money” e di “costituire un sistema informatizzato che permetta di rilevare l’effettiva tracciabilità  dell’erogazione del buono economico”.
Il pocket money è la quota di due euro e cinquanta centesimi che spetta al migrante sull’importo giornaliero pagato per ogni ospite dallo Stato ai gestori del centro.
Nel caso di Isola Capo Rizzuto, la cifra complessiva erogata è pari a circa 21 euro, con i quali devono essere garantiti tutti i servizi.
Il centro ha una capienza ufficiale di 729 posti, ma come gli altri Cara è solitamente sovraffollato. Al momento del monitoraggio erano presenti 1497 persone, oltre il doppio dei posti disponibili.
Gli ospiti erano 1600 quando Repubblica ha visitato il Cara lo scorso 3 settembre (il rapporto porta la data del 25 settembre 2013 ma non è mai stato reso pubblico). Facendo un calcolo approssimativo di 2,50 euro per una media di 1500 persone, si arriva alla somma di 3.750 euro al giorno che moltiplicato per 21 mesi, cioè 630 giorni, fa oltre due milioni di euro.
Anche con un numero di ospiti pari alla capienza, si raggiunge una cifra a sei zeri che, leggendo questo documento, sembra non sia stata erogata ai suoi legittimi destinatari, cioè i profughi fuggiti da guerre e persecuzioni ospitati nel Cara calabrese.
Nel rapporto c’è scritto che andrebbe predisposto un paniere di beni da poter acquistare all’interno del centro o previste soluzioni alternative, come la possibilità  di accumulare l’importo mensile del buono per pagare le marche da bollo necessarie al rilascio del primo permesso di soggiorno e del documento di viaggio.
Nel file si sottolinea che quando il pocket money è stato erogato, ai migranti sarebbero stati consegnati solo due pacchetti di sigarette da 10 a settimana come equivalente di tutto l’importo settimanale pari a 17 euro e cinquanta centesimi.
Il centro è gestito da dieci anni dalla confraternita della Misericordia fondata dal parroco di Isola Capo Rizzuto, il rosminiano don Edoardo Scordio, e dal suo uomo di fiducia Leonardo Sacco, attuale vicepresidente delle Misericordie d’Italia.
L’ultima gara d’appalto triennale vinta dalle Misericordie (nel 2012 contratto valido fino al   2015) è stata di 28.021.050 euro iva esclusa.
Nello stesso periodo in cui le organizzazioni di Praesidium realizzavano il rapporto, Repubblica aveva chiesto al direttore del Cara, Francesco Tipaldi, come venisse distribuito il pocket money.
“Diamo l’equivalente dei 2 euro e cinquanta centesimi giornalieri in beni”, è stata la risposta. “Dividiamo i 1600 ospiti in diversi giorni per poter accedere al pocket money, non lo diamo con cadenza quotidiana perchè questa attività  durerebbe 24 ore, ma lo suddividiamo in maniera settimanale”.
I disservizi riscontrati nel centro crotonese sono anche altri. “La distribuzione dei beni consumabili avviene ogni 20-30 giorni circa, fatto salvo per i nuclei familiari”, si   legge nel rapporto.
“Il personale del servizio socio-psicologico non sembra essere proporzionale al numero degli ospiti presenti nel centro: ci sono tre psicologhe per circa 1400 ospiti. Il servizio di mediazione culturale non garantisce la copertura delle principali lingue parlate dagli ospiti presenti nel centro. Ad esempio non vi sono mediatori per gli ospiti provenienti dalla Somalia e dal Bangladesh. L’ente gestore ha fornito un organigramma assolutamente inadeguato perchè troppo generico”.
Ma sono state riscontrate anche carenze sanitarie: “Non è garantita l’assistenza pediatrica ed è difficile eseguire vaccinazioni; le condizioni dei servizi igienici del centro d’accoglienza sono assolutamente inadeguate a causa della mancanza di pulizia e del danneggiamento dei sanitari”. Infine, gli alloggi nei container sovraffollati e l’impianto di condizionamento non funziona.
Il rapporto evidenzia problemi nella gestione del pocket money anche nel Cara di Restinco, a Brindisi, gestito dal consorzio Connecting People di Castelvetrano. I vertici del Consorzio sono stati coinvolti in un’inchiesta della magistratura su fatture gonfiate in un altro Cara, quello di Gradisca d’Isonzo. Tredici i rinviati a giudizio dal tribunale di Gorizia, di cui 11 del consorzio trapanese, fra cui Giuseppe Scozzari, ex presidente del consiglio di amministrazione, per associazione per delinquere, truffa e frode in pubbliche forniture, e due funzionari della prefettura tra cui un vice prefetto, per falso in atti pubblici. Il consorzio si è difeso affermando che esiste una relazione della prefettura di Gorizia che attesta la correttezza delle fatturazioni. L’inizio del processo è previsto per giugno.
A Restinco, rileva il dossier, “l’ammontare giornaliero di 2,50 euro del pocket money può essere speso dagli ospiti nell’acquisto di beni presenti al corner shop o nell’acquisto di bibite/snack/bevande calde nei distributori automatici presenti nel centro. Gli ospiti non possono accumulare l’importo giornaliero del pocket money e devono consumarlo nel giro di due giorni, pena la cancellazione dell’importo residuo non speso”.
Non è specificato però che fine fanno le somme cancellate.
Nel Cara brindisino: “Non sono presenti mediatori che coprano tutte le lingue parlate dagli ospiti. L’ente gestore non organizza nessuna attività  ludico-ricreativa ad eccezione di partite di calcio. L’ambulatorio medico del centro presenta gravi condizioni di precarietà  igienica”.
A Bari, in un centro che ospita 1400 richiedenti asilo, pari al doppio della capienza, gestito dalla cooperativa Auxilium “è stata riscontrata la presenza di scarafaggi in tutti i moduli visitati” e anche qui “l’ente gestore non organizza nessuna attività  ludico-ricreativa ad eccezione di partite di calcio. L’attesa per l’inserimento dei migranti nei corsi è molto lunga e la durata degli stessi è scarsa”.
Nel cara di Borgo Mezzanone (Fg) gestito in quel momento dalla Croce Rossa, è stata rilevata “insicurezza per la presenza di ospiti senza titolo e il possesso di armi rudimentali quali coltelli da cucina e barre in legno o ferro”.
I migranti hanno riferito che gli alloggi non vengono mai puliti e l’igiene è insufficiente. Non c’è il servizio di lavanderia e non vengono distribuite bacinelle nè stenditoi.
Anche a Gradisca d’Isonzo, nel centro ancora gestito da Connecting People, “le condizioni igieniche dei servizi igienico sanitari sono piuttosto scarse. La qualità  dei vestiti forniti è molto bassa e il cambio di vestiario avviene ogni 3 mesi. L’ente gestore ha attivato un corso di lingua italiana solo qualche settimana prima della visita di monitoraggio. Il corso risulta, però, inadeguato poichè i posti disponibili sono pochi e i tempi di attesa per l’acceso troppo lunghi (anche fino a due mesi)”.
A Caltanissetta, un Cara da 500 persone è fatto di container vecchi “in cattivo stato, e in condizione di evidente sovraffollamento”, con i bagni in condizioni igieniche “estremamente carenti, soprattutto a causa della ruggine e dell’allagamento continuo del pavimento provocato dalle frequenti otturazioni dei lavandini che vengono condivisi da un elevato numero di persone”.
A questo contribuisce la mancanza di un servizio di lavanderia, per cui “gli ospiti lavano i vestiti nei lavabi dei bagni, con lo stesso sapone che usano per l’igiene personale”.
L’ente gestore era in quel momento la cooperativa Albatros (a cui è poi subentrata Auxilium dal primo ottobre) che “si è rifiutata di fornire l’organigramma dettagliato del personale”.
Ma, secondo il documento, “i servizi di supporto socio-psicologico e legale sono apparsi insufficienti per il numero complessivo di stranieri presenti. I corsi di lingua italiana vengono erogati dai mediatori culturali e non da personale qualificato. Nessuno degli ospiti intervistati era in grado di parlare la lingua italiana nonostante fossero ospiti del centro già  da diversi mesi”.
Inoltre, “i migranti intervistati hanno riferito di non aver ricevuto tutti i beni che spettavano loro e che gli asciugamani non sono mai stati sostituiti durante tutta la loro permanenza al Cara”.
Il monitoraggio evidenzia anche alcuni elementi positivi che sono un po’ ovunque la buona disponibilità  degli operatori, l’adeguatezza dei pasti e l’iscrizione a scuola dei bambini.

Raffaella Cosentino e Alessandro Mezzaroma

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DELL’UTRI ESTRADATO E SCAJOLA INTERROGATO: L’ULTIMA SETTIMANA ELETTORALE DI SILVIO DIVENTA UN INCUBO

Maggio 16th, 2014 Riccardo Fucile

BERLUSCONI IN DIFFICOLTA’, LA RIMONTA E’ COMPROMESSA

Marcello Dell’Utri provato in volto, che scende dalla scaletta dell’aereo, forse con le manette. L’interpol che lo avvolge. Gli interminabili passi prima di salire in macchina, immortalati dai fotografi di mezzo mondo.
I tg che aprono con la notizia che l’ex ombra di Silvio Berlusconi, condannato a sette anni per mafia è appena rientrato dal Libano in Italia, dove sconterà  la pena in carcere. È una scena da incubo quella che si è materializzata di fronte a Berlusconi quando le agenzie hanno battuto la notizia che il consiglio dei ministri libanesi ha deciso per l’estradizione.
O meglio, il cdm non ne ha neanche discusso. Basterà  il decreto amministrativo che firmeranno lunedì il premier e il presidente della Repubblica.
Soprattutto perchè questa scena potrebbe andare in onda giovedì o venerdì prossimo. Proprio in chiusura di una campagna elettorale devastata da un ciclone giudiziario: “Ci mancava pure questa, sarà  esibito come uno scalpo” è il commento che trapela da fonti molto informate.
Ormai l’esito della storia è segnato. Negli ultimi giorni la pratica ha subito una notevole accelerazione. Il procuratore generale Samir Hammud ha già  detto sì all’estradizione e ha passato la pratica al ministro, il generale Ashraf Rifi che l’ha subito rigirata al Governo. Ora l’ultima tappa. Ma fonti del governo libanese lasciano trapelare agli organi di informazione, anche italiani, che il via libera è scontato. Perchè non è più una questione giuridica. È una questione tutta politica. Il governo libanese ha fretta di liberarsi della vicenda che sta danneggiando l’immagine del Libano, facendolo apparire come un covo di latitanti.
E adesso la grande paura avvolge la campagna elettorale dell’ex premier.
Perchè Dell’Utri, l’amico fraterno, ex numero due di Publitalia e fondatore di Forza Italia, non è nè Scajola nè Frigerio.
Anche se non è stato candidato alle scorse politiche viene comunque identificato dall’opinione pubblica con Berlusconi. È davvero un brutto colpo.
Che si aggiunge alla raffica di queste settimane dall’Expo al caso Scajola.
E in molti, all’interno dello stato maggiore di Forza Italia, si chiedono come andrà  a finire. Proprio l’ex ministro dell’Interno di Forza Italia è stato interrogato per sei ore nel carcere di Regina Coeli sui suoi collegamenti con il latitante Amedeo Matacena e sua moglie Claudia Rizzo.
E stavolta Scajola non si è avvalso della facoltà  di non rispondere. Così come alimenta ansia e apprensione il contenuto del famoso “archivio segreto” di Scajola, messo sotto sequestro dagli investigatori della Dia.
Si tratta pur sempre di carte di un ex ministro dell’Interno. Le vecchie volpi di Forza Italia temono che possano accendere la fantasia degli inquirenti. Accadde così con Tangentopoli: ogni filone crea più rivoli.
Per ora Berlusconi si è attestato su una linea cauta e misurata nelle parole. E, intervistato da Rainews24, ha mantenuto le distanze rispetto all’amico Marcello: “Una cosa che non riesco a commentare, dico solo che sono smentiti tutti coloro che pensavano che dell’Utri fosse andato là  per evadere, per diventare un latitante. Essendo persona intelligente non avrebbe scelto un paese che ha un trattato di estradizione con l’Italia”.
Come nel caso di Scajola, per opportunità  elettorale l’ex premier vuole evitare che l’immagine di Forza Italia venga associata agli scandali più di quanto non lo sia già . Ma nessuno tra chi gli sta attorno è in grado di prevedere se riuscirà  a trattenersi o no, quando andrà  in onda la scena che gli si è materializzata di fronte.
Lo scalpo di Dell’Utri che vive come se fosse il suo.

(da “Huffingtonpost”)

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INTERVISTA ALL’ECONOMISTA BOERI: “QUESTO DECRETO LAVORO AGGIUNGE ANCORA PIU’ PRECARIETA'”

Maggio 16th, 2014 Riccardo Fucile

IL DOCENTE DELLA BOCCONI: “IN LINEA CON LE POLITICHE DEL LAVORO DI SACCONI: SCARSA FORMAZIONE E MODESTI SALARI”

«È un decreto in continuità  con le politiche del lavoro degli ultimi anni che portano la firma dell’ex ministro Maurizio Sacconi: lavoro con scarsa formazione, produttività  e remunerazione piuttosto basse».
Tito Boeri, economista alla Bocconi, fondatore del sito lavoce.info, commenta il decreto Lavoro approvato con voto di fiducia a Montecitorio, che modifica l’attuale normativa sull’apprendistato e sui contratti a termine.
Decreto rispetto al quale non ha mai nascosto il suo dissenso, immutato anche dopo le modifiche parlamentari
Un decreto che risponde alle esigenze di chi, secondo lei?
«È chiaro che l’idea di base è condivisibile, ed è quella di stimolare la creazione di posti di lavoro, contando sul fatto che la ripresa sia alle porte. Il punto è che ci sarebbero state altre strade, a mio avviso più utili, per raggiungere l’obiettivo: un contratto a tutele progressive avrebbe avuto il senso, pur a fronte di una maggiore flessibilità  in ingresso, di puntare effettivamente alla stabilizzazione. I contratti a termine e di apprendistato così come ci vengono proposti, invece, finiranno per rafforzare il dualismo contrattuale già  in essere. Si sarebbe dovuto spingere le imprese a ridurre le distinzioni, invece che ad accentuarle».
Secondo lei, dunque, i passaggi parlamentari, con relative modifiche, non hanno cambiato granchè del decreto.
«Non è cambiato molto, in effetti. La riduzione del numero di proroghe (da 8 a 5, ndr) è positiva, ma la previsione di una sanzione pecuniaria al posto dell’obbligo di assunzione nel caso di sforamento del tetto del 20%nel ricorso a contratti a termine è una sostanziale ipocrisia. Ora si pagherà  di più, ma non è comunque molto e, peraltro, non si tratta nemmeno di soldi dovuti ai lavoratori. Aggiungo che questo tetto del 20% rischia anche di aprire controversie giuridiche, perchè già  oggi esistono settori, come ad esempio quello del legno, in cui la soglia è fissata al 35%. Credo che, abbastanza rapidamente, il peso dei contratti a termine nel panorama complessivo salirà  dal 12-13% attuale al 20%, e per quanto riguarda le nuove assunzioni arriverà  pressochè al 100%, eccezion fatta per qualche figura particolarmente specializzata. Il problema è anche che la trasformazione in contratti a tempo indeterminato sarà  più difficile, perchè è aumentata la distanza tra le due tipologie».
Il governo potrebbe replicare: meglio essere assunti a tempo determinato che non essere assunti affatto.
«Certamente. Ma ancora meglio sarebbe avere un contratto a tutele progressive, che vada nella direzione di ridurre l’attuale dicotomia del mercato del lavoro».
Questo dovrebbe essere solo un primo intervento in materia.
«Intervento che però si pone in aperto conflitto con una possibile seconda fase. Per la quale, comunque, non mi pare ci sia l’intenzione di procedere. Aver liberalizzato così tanto il contratto a termine con il decreto approvato, mi sembra ponga di fatto, al di là  delle formalità , la parola fine all’ipotesi di contratto a tutele progressive».
Lei prima ha accennato alla ripresa, ma sembra che il suo ritmo in Europa continui a divaricarsi: nel primo trimestre dell’anno il Pil italiano ha ripreso a scendere.
«Non è un dato sorprendente, visto che già  quello sulla produzione industriale era stato negativo. È chiaro che la ripresa italiana si preannuncia asfittica. Puntare sulla crescita oggi significa anzitutto, oltre a ridurre le tasse sul lavoro come in effetti è stato fatto, anche se si sarebbe potuto operare sui contributi sociali, accelerare davvero i pagamenti dei debiti della pubblica amministrazione».

(da “La Repubblica”)

argomento: Lavoro | Commenta »

LA BRUTTA FIGURA DEL GRILLINO DI MAIO: PRIMA ACCUSA IN TV RENATO SORU DI RICICLAGGIO, POI RITRATTA DI FRONTE ALL’ANNUNCIATA QUERELA

Maggio 16th, 2014 Riccardo Fucile

L’ACCUSA ERA INFONDATA E DI MAIO OGGI CHIEDE SCUSA PER LETTERA NELLA SPERANZA DI   EVITARE GUAI GIUDIZIARI, MA ORMAI IL DANNO E’ FATTO

Luigi Di Maio, uno dei maggiori parlamentari del Movimento 5 Stelle, accusa di riciclaggio Renato Soru che risponde immediatamente con una querela.
Di Maio, vice presidente della Camera dei deputati, parlando a Otto e mezzo, su La7, del caso Genovese (parlamentare Pd per cui è stato chiesto l’arresto) ha detto: «Tutti sapevano che Genovese era impresentabile, perchè rubava tra l’altro i fondi per l’istruzione dei giovani siciliani». «Una lezione che il Pd non ha imparato visto che hanno candidato alle europee imputati e indagati, personaggi come Soru, indagato per riciclaggio».
La risposta dell’ex presidente della Regione, candidato del pd alle Europee, è arrivata a stretto giro di posta: «Ho dato mandato ai miei legali di sporgere querela per diffamazione nei confronti del vice presidente della Camera Luigi Di Maio che durante la trasmissione “8 e 1/2” ha detto che sarei indagato per aver trasferito capitali in paradisi fiscali», si legge in una nota del patron di Tiscali e candidato per la circoscrizione Isole.
«Quanto detto dall’esponente grillino è totalmente falso e privo di ogni fondamento – spiega Soru – l’indagine in corso ha riguardato un’errata interpretazione sull’imponibilità  fiscale di una mia partecipazione all’aumento capitale di Tiscali nel 2009, eseguito a sostegno della società  e a tutela dei posti di lavoro».
«Denuncio Di Maio perchè non è accettabile e va posto un freno a questa modalità  dei grillini di fare politica: la calunnia, la superficialità , la scarsa informazione che evidentemente riguarda anche la loro cifra politica».
«Non so cosa Di Maio abbia fatto fino ad ora — conclude Soru —: io so che ho sempre lavorato tanto, innovando, creando posti di lavoro e rispettando le leggi. Come già  accaduto in passato, sono sicuro che la magistratura farà  piena luce».
Oggi Luigi Di Maio, vicepresidente dalla Camera, fa marcia indietro e chiede scusa a Renato Soru per l’accusa di riciclaggio lanciata all’ex presidente della Regione durante la trasmissione televisiva “Otto e mezzo”.
«Nel corso della trasmissione televisiva 8 e mezzo, condotta da Lilli Gruber su La7 del 15 maggio 2014 _ — si legge in una lettera — ho discusso animatamente con la collega Alessandra Moretti del Partito Democratico. Il confronto avveniva al termine di una giornata intensa, nella quale la Camera dei Deputati ha infine deciso di mettere all’ordine del giorno e di deliberare sull’arresto del deputato Genovese. Si è trattato di un passaggio parlamentare che tutti hanno riconosciuto come delicato e impegnativo. Ho commesso un errore nell’attribuire a Renato Soru, già  Presidente della giunta regionale della Sardegna e attuale candidato alle elezioni europee, un’accusa di riciclaggio anzichè del diverso reato di aggiotaggio e me ne scuso. Si tratta di due illeciti diversi e ne sono consapevole».
Qualche maligno ha insinuato che la brutta figura derivi dalla sua scarsa conoscenza giuridica, alla luce del fatto che a 28 anni non è ancora laureato in giurisprudenza.

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