Destra di Popolo.net

L’AUDACE COLPO DEI SOLITI NOTI

Maggio 9th, 2014 Riccardo Fucile

PREOCCUPA LA MANCANZA DI RICAMBIO DELLA CLASSE DIRIGENTE TANGENTIZIA

A dispetto dei disfattisti, dei rosiconi e dei gufi sempre pronti a denigrare l’Italia, la doppia retata di ieri ha portato un sacco di buone notizie.
1) Il Paese è più unito che mai, da Milano a Reggio Calabria, attorno all’unica industria che ancora tira: il crimine, più o meno organizzato.
2) Con buona pace delle malelingue, sempre pronte a denunciare i gravi ritardi di Expo 2015, le tangenti e gli appalti truccati sono addirittura in anticipo, quindi tutto bene: prima o poi si faranno anche i lavori, anche perchè chi ha sganciato le mazzette ha il sacrosanto diritto di essere pagato.
3) Non era vero, come sostenevano i giudici calunniatori, che Scajola fosse innocente: semplicemente, era sbagliato il reato. Mentre tutti si lasciavano distrarre da quei quattro spicci pagati a sua insaputa per la casa con vista Colosseo, lui faceva scappare all’estero un amico condannato per ‘ndrangheta.
E pensare che B., appena saputo dell’assoluzione, ci era rimasto male e l’aveva levato dalle liste di Forza Italia, in quanto incensurato e dunque impresentabile, per non perdere voti.
Neppure Alfano l’aveva voluto nel Ncd, il che è tutto dire.
Ora che Sciaboletta è tornato al gabbio, al prossimo giro lo ricandidano di sicuro.
A meno che non si faccia di nuovo assolvere, si capisce, rovinandosi irrimediabilmente l’immagine: ci mancherebbe pure che fosse un’altra volta innocente.
A tante buone notizie fa purtroppo da contrappunto una nota stonata: l’endemica mancanza di ricambio nelle classi tangentizie.
La solita gerontocrazia non si rassegna alla pensione e continua a monopolizzare il mercato della mazzetta, tarpando le ali a tanti giovani che non vedono l’ora di farsi valere, con tecniche ben più avanzate e innovative.
Possibile che, all’alba del 2014, sia ancora tutto in mano agli attempati Scajola, Matacena, Berlusconi, Greganti, Previti, Gianni Letta, Frigerio, Guarischi, Bisignani, Danesi e Grillo (nel senso di Luigi), per citare soltanto alcuni dei nomi usciti dalle carte delle due retate?
Questa puzza di dèjà  vu, questo sferragliare di cateteri, dentiere e cinti erniari, questo eterno ritorno dei revenants non fa bene all’immagine della nuova Italia.
Più che la rottamazione e la rivoluzione, viene in mente il triste Vent’anni dopo di Alexandre Dumas, con D’Artagnan e i tre moschettieri invecchiati, imbolsiti e divisi alle prese con Mazarino al posto di Richelieu e di Luigi XIV al posto di Luigi XIII.
O, più credibilmente, L’audace colpo dei soliti ignoti, sequel del mitico film di Monicelli, con la banda del buco che torna a colpire con gli stessi, catastrofici risultati.
Scajola era finito in galera per la prima volta nel 1983, alla tenera età  di 35 anni, per lo scandalo del casinò di Sanremo, e anche allora c’entrava la mafia.
Ma nemmeno allora era riuscito a farsi condannare: e ora indovina chi viene a Matacena? Sempre lui, a 66 anni.
Attorno a Expo 2015 si udiva un gran fragore di ganasce fin dal primo giorno, quando Formigoni garantì “massima trasparenza” e piazzò a vigilare sugli appalti il generale Mori e il capitano De Donno, quelli della trattativa con Vito Ciancimino.
L’arrivo di Lupi (Compagnia delle opere) e Poletti (coop rosse) nel governo Renzi, ministri rispettivamente delle Infrastrutture e del Lavoro, aiutò a comprendere meglio il tutto.
Massimo Guarischi è nato appena nel 1963, ma è un enfant prodige: conobbe per la prima volta le patrie galere già  nel 2000. Poi ci tornò nel 2013. Ora non c’è il due senza il tre.
Previti doveva finire dentro nel 1999, ma lo salvò il centrosinistra. Però fu solo un rinvio: nel 2006 raggiunse Rebibbia per scontare 7 anni e mezzo per corruzione giudiziaria, ma uscì tre giorni dopo grazie al solito centrosinistra (indulto). Gianstefano Frigerio lo fece arrestare Di Pietro nel ’92 e poi nel ’93.
Prendeva tangenti su tutto, anche da Paolo Berlusconi, infatti scriveva sul Giornale. Fu condannato a 6 anni e la sentenza lo colse nel 2001 alla Camera, dov’era stato appena eletto deputato con FI, candidato in Puglia e col nome cambiato (“Carlo”) per non dare troppo nell’occhio.
Poi ottenne un ricalcolo della pena e i servizi sociali, da scontare a Montecitorio. Ultimamente lavorava al Ppe, a Bruxelles, e guidava un centro studi sull’arte del furto con scasso, dedicato all’incolpevole Tommaso Moro.
Ieri è tornato nel suo habitat naturale, così come Primo Greganti.
Il faccendiere del Pci-Pds torinese (il partito dei Fassino e dei Chiamparino) fu arrestato la prima volta nel ’93: era già  molto trasversale, pappa e ciccia col faccendiere Fininvest Brancher.
Tre volte pregiudicato, dopo i servizi sociali ottenne la tessera del Pd. E rieccolo attivissimo alla festa nazionale del Pd nel 2010 e nell’attuale campagna elettorale per il Chiampa governatore del Piemonte.
Bisignani e Danesi furono beccati la prima volta nel 1981, nelle liste della P2, assieme a B. e a tanti altri.
Bisi tornò nei guai nel ’93 per la maxi-tangente Enimont, Danesi nel ’96 per i malaffari delle Ffss, ri-Bisi nel 2012 per la P4.
Gianni Letta lo scoprì Gherardo Colombo nel 1982 con in tasca un miliardo di fondi neri dell’Iri in tasca e lo riscoprì Di Pietro nel ’92 con in bocca una mazzetta al socialdemocratico Cariglia.
Luigi Grillo fu indagato nel ’94, poi assolto, poi reindagato nel 2009 con gli amici Fazio & furbetti del quartierino, poi riassolto: chissà  se stavolta ce la fa. Enrico Maltauro, costruttore veneto, patteggiò per tangenti nel ’94, poi tornò in pista.
Come tutti, come sempre.
Ha ragione Napolitano: è giunta l’ora di sanare una volta per tutte la piaga del sovraffollamento delle carceri.

Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”)

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INTERVISTA ALLA PASCALE: “MARINA SIMILE AL PADRE, E’ LA LEADER GIUSTA CON LE PRIMARIE”

Maggio 9th, 2014 Riccardo Fucile

BREVE TAPPA NAPOLETANA DELLA FIDANZATA DI   BERLUSCONI

Chissà  com’è la campagna elettorale di un condannato in via definitiva, vista dalla fidanzata.
Francesca Pascale lancia uno sguardo saettante. “La campagna di Berlusconi condannato? Guardi, non accetto nessuna provocazione. La sua campagna è brillante ed efficace, come sempre: nonostante le significative limitazioni ai suoi spostamenti, ai suoi comizi, alle sue parole. Certo, ci sono tante cose che potrebbe dire e non può. Comunque ancora una volta è evidente che Forza Italia non esiste senza di lui. E questa è l’unica cosa che tutti, amici e nemici, hanno visto per l’ennesima volta”.
Alla fine di un’altra giornata trascorsa “a casa”, nella sua città , lady Francesca, la ventottenne fidanzata napoletana di Silvio Berlusconi, si concede a un caffè e a qualche domanda prima del decollo serale con Silvio verso Arcore, dove il Cavaliere ha l’obbligo di rincasare entro le 23 del giovedì sera. In mattinata, la Pascale ha assistito al teatrino di corte di Palazzo Reale all’opera “Il piccolo Spazzacamino” con coro di voci bianche in cui cantava la cuginetta di Francesca.
Poi, il pranzo in un noto ristorante della Riviera a un tavolo per dodici: con una delle due sorelle, alcune cugine ed amiche, tra cui Marietta, la consigliera regionale Mafalda Amente e l’imprenditrice dei confetti Daniela Garofalo.
In piazza del Plebiscito, la fermano alcuni giovani, c’è chi le chiede un selfie, chi la bacia. Qualcuno le chiede se ha visto la serie tv “Gomorra”.
E lei risponde:   “Gomorra in tv? Non ho visto la serie di Sky ma probabilmente lo farò, per curiosità . Anche se credo non mi piacerà . Ma forse è un pregiudizio dettato dal libro. Lo lessi tutto   d’un fiato – ricorda la fidanzata di Berlusconi – e non mi è piaciuto perchè non mi piace che si parli sempre di Napoli in questo modo. Anni fa per esempio ho visto “Il camorrista” (di Giuseppe Tornatore da un libro di Giò Marrazzo sulla storia di Raffaele Cutolo, ndr) e mi è piaciuto molto, ovviamente il film, non la storia”.
Energica, sorridente e ovviamente di inscalfibile fede berlusconiana, la Pascale, in total look avorio con abitino corto e scialle, parla di tutto: dell’insolita campagna di Silvio, della condanna ai Servizi sociali, dell’auspicio di incoronare la figlia Marina come successore, di Nicola Cosentino. E della Napoli di de Magistris.
È chiaro che a lei non piace l’idea di un Berlusconi condannato ai Servizi sociali. Ma c’è una sentenza, peraltro considerata mite.
“Io ovviamente rispetto le sentenze. Ma devo poter dire quello che penso: e cioè che Berlusconi ha subito questa condanna essendo innocente, e questa cosa non può far piacere. Difatti ne sono amareggiata e addolorata, come lo sarebbe qualsiasi compagna. Ciò detto, non è affatto una posizione disonorevole quella di chi aiuta gli anziani in un centro sociale. Anzi, devo dire che lui, in tutta la sua vita, ha cercato di dare una mano a chi ne aveva bisogno”.
Più a donne giovani che a maschi vecchi …
“Posso capire la battuta ma io invece dico seriamente che Berlusconi è un uomo generoso che ha sempre cercato di assistere, anche in silenzio, chi si trovava in difficoltà  o coloro che ne avevano bisogno”.
Francesca, lei è a Napoli e qui è divampata la faida politica tra Forza Italia e i cosentiniani. Si ha l’impressione che anche se la questione politica sembra formalmente rientrata, tra lei e l’ex sottosegretario Pdl la frattura non si ricomporrà .
“Io penso che siamo certamente diversi e abbiamo forse diverse concezioni della politica….”.
Cosentino non le perdona di avere, con Luigi Cesaro, determinato la scelta di De Siano come coordinatore regionale: colui che il senatore cosentiniano D’Anna definisce in una intercettazione, con metafora irriferibile, un’assoluta jattura piantata alle loro spalle.
“Non mi interessano le definizioni altrui. Intanto ho rispetto per un uomo che è stato leader regionale, in cui Berlusconi ha avuto fiducia; e rispetto anche per la sofferenza umana di una persona che oggi è in carcere, gravato da varie vicende processuali. Sul resto e su polemiche ormai vuote di senso: ho già  detto e ridetto che nella scelta del coordinatore campano, come per gli altri leader regionali, la decisione è stata del presidente Berlusconi, che ha ascoltato anche i rappresentanti locali com’è ovvio. E poi di cosa stiamo parlando? Cosentino aveva sempre detto, anche più volte in pubblico, che doveva occuparsi delle sue vicende processuali e che non voleva candidarsi assolutamente alle europee nè in altre competizioni. Quindi? Lasciamo che si dedichi alle vicende sue. Invece è giusto dire che su De Siano c’è stata un’ampia convergenza da parte di deputati senatori e rappresentanti locali”.
Un pronostico per queste elezioni europee?
“Penso che Berlusconi sarà  bravissimo a tenere ancora in alto, oltre il 20 per cento, un partito che si riconosce ancora nei moderati italiani ed europei, nonostante i tradimenti che ha subito, le pugnalate ricevute e anche le scelte sbagliate di alcuni comunicatori del passato. Ma c’è un bel futuro per Forza Italia, ne sono sicura”.
A proposito di futuro, lei fu la prima a parlare di Marina Berlusconi come unico successore. Ora la primogenita e presidente di Mondadori ha aperto un varco, si dice disponibile “un domani”. Ne è contenta?
“Certo. Ne sono contenta non solo perchè le doti di intelligenza politica, di prontezza e acume di Marina la rendono simile e molto vicina al padre. Ma anche perchè Marina mi sembra abbia detto una cosa molto importante: e cioè che la leadership si costruisce nel tempo, e deve essere legittimata. Difatti la mia semplice opinione è che sia giusto andare alle primarie. E sono sicura che Marina Berlusconi sia, non per il suo cognome soltanto, la leader di cui il movimento ha bisogno”.
Lei il 25 maggio torna a Napoli a votare per le europee, come in passato? E voterà  per il capolista Fitto, che pure ha avuto una fibrillazione forte con Berlusconi?
“Ora ho la residenza a Roma. Diciamo che se fossi rimasta a Napoli, senza nulla togliere a Fitto, avrei preferito votare un campano”.
Visto che ormai fa tappa nella sua città  d’origine con cadenza settimanale, come trova Napoli?
“Per me resta la città  più bella del mondo. Però soffro a vederla così: è sciupata, maltrattata e disordinata. E mi indigna che i problemi restino irrisolti, mentre chi dovrebbe provare a scioglierli si gira spesso dall’altra parte, pensando ad altro”.
Lei è stata militante e consigliere in Provincia, qui a Napoli. Che ne dice del fatto che proprio un ex suo collega Pdl, Marco Nonno, oggi in Fratelli d’Italia, sia ancora vicepresidente del Consiglio nonostante una condanna a 8 anni e mezzo per devastazione, nella rivolta dei rifiuti di Pianura?
“Penso che sia più opportuno, come dicevamo prima, che chi ha vicende processuali si dedichi a quelle, anche per concentrarsi meglio e dimostrare la propria innocenza”.

Conchita Sannino
(fa “La Repubblica”)

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NEI SONDAGGI RENZI SBANCA ANCHE AL NORD, PD STACCA DI 10 PUNTI IL M5S, FORZA ITALIA SOTTO IL 20%

Maggio 9th, 2014 Riccardo Fucile

SONDAGGISTI CONCORDI: PD AL 33-34%, CINQUESTELLE AL 22-23%, FORZA ITALIA AL 18-19%… TRA I PARTITI MINORI OLTRE IL 4%   NCD, LEGA E FDI,VICINI ALLA SOGLIA ANCHE TSIPRAS

Ultima grande infornata di sondaggi prima del silenzio obbligato, 15 giorni prima del voto infatti non è consentito divulgare le percentuali sulle intenzioni di voto.
E così oggi i principali quotidiani italiani danno ampio spazio ai numeri, provando a prevedere quello che sarà  il risultato finale il 25 maggio.
Ecco dunque le rilevazioni fatte da tre dei principali sondaggisti italiani: D’Alimonte sul Sole 24, Pagnoncelli sul Corriere e Diamanti su Repubblica.
Tutti e tre concordano, seppur con alcune differenze percentuali, su un aspetto: il vincitore delle prossime elezioni europee ha un nome e un cognome, Matteo Renzi.
Effetto Renzi al Nord, Pd primo nel Nord-Est
D’Alimonte su il Sole24 Ore spiega quanto piaccia il Premier agli italiani e quanto il suo effetto sia benefico soprattutto sul Pd che senza di lui non raggiungerebbe percentuali ben oltre il 30% (33,8).
A oggi il partito democratico vincerebbe ovunque anche il quel nordest fortino, in questi venti anni, di Berlusconi e della Lega e alle ultime elezioni politiche bacino elettorale dei cinque stelle.
Come spiega D’Alimonte in Lombardia, Veneto, e Friuli Venezia Giulia il risultato dei dem sarebbe identico a quello nazionale (34,2%).
Il successo di Renzi corrisponderebbe di fatto a una frenata di Grillo (M5s si fermerebbe al 22,2%) e a un forte arretramento di Forza Italia con Berlusconi che non riuscirebbe a toccare la tanto desiderata quota 20 (Fi sarebbe al 17,8%).
Sopra la soglia del 4 secondo il Sole arriverebbero quattro partiti minori: (Ncd 6,5%), Fratelli D’Italia (4,1%), la Lega (4,4%) e Tsipras (4,5%).
Il crollo di Berlusconi
Anche Ilvo Diamanti su Repubblica conferma l’avanzata renziana, attestando il Pd su percentuali simili a quelle di D’Alimonte (32,8%) aggiungendo a questo anche la crescita della fiducia degli italiani nel Premier.
Sei su dieci si fidano del nuovo Presidente del Consiglio. Dietro il Pd, secondo Atlante Politico, ci sarebbe poi il vuoto. Per trovare M5s, bisogna scendere di oltre 10 punti. Grillo e il suo M5s infatti si attesterebbero al 22.0%.
Ciò che impressione è il dato su Forza Italia. L’ex Cavaliere va ripetendo da giorni che l’obiettivo del suo partito è il 20%. Ebbene se le cose fossero davvero come ipotizzate da Diamanti quell’obiettivo sarebbe ben lontano dall’essere raggiunto.
Oltre due punti e mezzo sotto (17,5%).
Per quanto riguarda gli altri partiti anche i sondaggi di Repubblica confermano il trend positivo per Ncd (al 7%), Lega (al 4,5%), Fratelli D’Italia (4,3%) e Tsipras (4,5%).
Indecisi e astenuti primo partito
Anche Nando Pagnoncelli sul Corriere conferma le percentuali degli altri due colleghi sondaggisti. Pd primo (33,8%), M5s secondo (23%) e Forza Italia sotto, seppur di poco, il 20% (19,5).
Ciò che però colpisce di più dei rilevamenti pubblicati sul Corriere è il numero di indecisi e astenuti. Se sommati a oggi rappresenterebbero il primo partito (43,7%), in aumento rispetto di 5 punti rispetto a una settimana fa.
“Solo un italiano su due – si legge – sarebbe interessato al voto”.
Per quanto riguarda i partiti minori invece unica differenza rispetto agli altri rilevamenti riguarda la lista Altra Europa per Tsipras; secondo Pagnoncelli non arriverebbe alla soglia del 4.
Obiettivo invece raggiunto da Ncd (6,4%), Lega (5,2%) e Fratelli D’Italia (4%).

(da “Huffingtonpost“)

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IL PRIMO GIORNO DI BERLUSCONI AI SERVIZI SOCIALI, L’EX PREMIER CONTESTATO ALL’ARRIVO

Maggio 9th, 2014 Riccardo Fucile

NESSUN SALUTO AGLI OLTRE CENTO GIORNALISTI IN ATTESA… UN CONTESTATORE: “LO VOGLIAMO A SAN VITTORE”

Silvio Berlusconi è arrivato alle 9.30 – un quarto d’ora in anticipo rispetto all’orario previsto – all’istituto Sacra Famiglia a Cesano Boscone, nel Milanese, la struttura cui è stato assegnato per l’affidamento in prova ai servizi sociali dopo la condanna nel processo Mediaset.
Il leader di Forza Italia non ha rivolto neppure un saluto ai tanti giornalisti che lo aspettavano.
Attimi di agitazione oltre le transenne quando un contestatore, subito bloccato, ha cercato di superare le transenne. L’uomo continuava a gridare: “Noi italiani abbiamo un sogno nel cuore, Berlusconi a San Vittore”.
L’ex premier ha cominciato l’attività  di sostegno ai malati di Alzheimer nel nucleo uno della residenza sanitaria assistenziale San Pietro.
Fra le testate giornalistiche accreditate c’erano il New York Times, la tv giapponese FujiTv, diverse testate francesi e tedesche e Al Jazeera International.
Gli ingressi della Sacra Famiglia sono sorvegliati da alcuni agenti delle forze dell’ordine e per garantire la sicurezza è stato predisposto anche un servizio d’ordine ad hoc per filtrare gli ingressi.
I pazienti che avranno la necessità  di raggiungere l’ambulatorio dovranno mostrare l’impegnativa, i giornalisti il cartellino dell’accredito e i dipendenti il loro badge. L’edificio San Pietro, il reparto per i malati di Alzheimer, si trova proprio al centro della struttura che conta 20 grandi reparti, un campo da calcio, una chiesa, un teatro e perfino un cimitero
Nei giorni scorsi, attraverso diversi incontri con i responsabili della struttura, sono state date alcune indicazioni di massima a infermieri, educatori e medici che si troveranno nella struttura con Berlusconi: prima su tutte quella di non fare riprese o fotografie con i propri cellulari durante le quattro ore in cui l’ex premier girerà  per i corridoi di San Pietro. E poi “mantenere un profilo basso”.
Con Berlusconi, per aiutarlo nell’inserimento, due donne: Giuliana Mura, la responsabile della struttura, e Maria Giovanna Sambiase, l’educatrice del reparto che, secondo le parole del direttore generale Paolo Pigni, “diventerà  il suo punto di riferimento”.

(da “La Repubblica“)

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MA QUANTO VALGONO CGIL, CISL E UIL? 1,2 MILIARDI

Maggio 8th, 2014 Riccardo Fucile

DAI 12,3 MILIONI DI ISCRITTI ARRIVA UN CONTRIBUTO DI CIRCA L’1% SU PENSIONE O STIPENDIO

Cgil, Cisl e Uil vantano insieme 12,3 milioni di iscritti e sono per definizione una potenza economica.
Ogni iscritto paga infatti una tessera e una quota mensile, trattenuta sullo stipendio o sulla pensione, all’incirca l’1%. Trattenuta a vita, salvo disdetta per iscritto.
Un lavoratore, insomma, si può stimare prudentemente che versi al sindacato in media circa 130 euro all’anno e un pensionato 60.
Considerando che i lavoratori iscritti alle tre confederazioni sono 6,3 milioni si tratta di circa 828 milioni, ai quali si sommano altri 360 milioni che arrivano da pensionati e altri iscritti (disoccupati, per esempio).
In tutto quasi un miliardo e duecento milioni l’anno che arrivano dai tesserati. Che rappresenta certamente la quota maggiore delle entrate del sindacato
Ma ci sono anche risorse che vengono da finanziamento pubblico, «diretto e indiretto», come scrisse Giuliano Amato nella relazione consegnata al governo Monti nel 2012, che lo aveva incaricato di far luce sul tema per vedere se era possibile tagliare qualcosa.
Amato si soffermò su tre voci: i distacchi sindacali nel pubblico impiego, cioè lavoratori che fanno i sindacalisti ma continuano a prendere lo stipendio dall’amministrazione pubblica; i fondi ai patronati, che assistono gratuitamente lavoratori e pensionati in particolare nelle pratiche previdenziali; i fondi ai Caf che si occupano invece di compilare e trasmettere le dichiarazioni dei redditi.
L’ex premier concluse che ci sono margini solo sui distacchi nel pubblico impiego, che causano assenze retribuite dal lavoro corrispondenti a 3.655 dipendenti l’anno (uno su 550) per un costo di 113,3 milioni di euro.
E guarda caso una delle 44 proposte di riforma della pubblica amministrazione lanciate dal governo Renzi prevede il dimezzamento dei distacchi.
Per il resto, Amato suggeriva di non tagliare, nè sui patronati nè sui Caf, perchè svolgono funzioni essenziali (riconosciute da sentenze della Corte costituzionale quelle dei patronati, che inoltre sono finanziati con i contributi versati dalle aziende all’Inps) sia perchè entrambi hanno già  subito pesanti tagli dei contributi.
Ogni anno ai patronati vanno circa 430 milioni di euro. Una somma che si dividono una trentina di sigle, in base all’attività  svolta.
Certo la parte del leone la fanno i patronati di Cgil, Cisl e Uil, ma ci sono anche gli istituti promossi dai sindacati minori e dalle associazioni delle imprese.
Ai Caf vanno invece circa 170 milioni. In questo caso le sigle sono addirittura 80.
Il 45% dell’attività  viene svolto dai centri di Cgil, Cisl e Uil e degli altri sindacati, il resto dai Caf delle altre associazioni (datori di lavoro, professionisti, organizzazioni cattoliche)
Distacchi, fondi pubblici ai patronati e ai Caf, sono forme indirette di finanziamento, di cui non si trova traccia nei bilanci dei sindacati.
Caf e patronati hanno infatti bilanci separati. Ma anche restringendo il campo di osservazione ai sindacati non si troverà  altro sui rispettivi siti che i bilanci delle confederazioni nazionali.
Non esiste insomma il bilancio consolidato, che tiene insieme tutte le strutture sindacali, di categoria (metalmeccanici, chimici, pubblico impiego, ecc.) e territoriali (regioni, province, ecc.).
E parliamo di Cgil, Cisl e Uil, perchè se passiamo ai sindacati minori talvolta non esistono nemmeno i bilanci o meglio sono segreti.
Basti pensare all’Ugl e forse non è un caso, vista l’inchiesta della magistratura che ha travolto il segretario Giovanni Centrella accusato di appropriazione indebita aggravata.
Del resto i sindacati sono associazioni di fatto e in quanto tali non hanno obblighi particolari. Ogni sigla si comporta come meglio crede.
Fino a poco tempo anche la Fiom-Cgil, che adesso con il segretario Maurizio Landini chiede trasparenza, teneva nascosto il proprio bilancio. Poi, dopo l’arrivo di Renzi e il pressing su «tutte le spese online», la svolta. Sul sito Landini ha fatto pubblicare non solo il bilancio ma anche le sue buste paga e le retribuzioni medie dei dipendenti della struttura nazionale.
Apprendiamo così che Landini guadagna 2.250 euro al mese.
Per i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil dobbiamo attenerci invece a dichiarazioni e notizie filtrate sui media negli ultimi anni: circa 3.500 euro al mese disse di ricevere l’ex segretario della Cgil, Guglielmo Epifani, 4 mila euro quello della Uil, Luigi Angeletti, 4.500 Raffaele Bonanni.
Infine, Cgil, Cisl e Uil hanno una grande ricchezza patrimoniale: circa 3 mila immobili la Cgil, 5 mila la Cisl e un numero imprecisato la Uil.
Tutto grazie a una legge (la 902 del 1977) che attribuì loro gratuitamente il patrimonio dei disciolti sindacati fascisti.

Enrico Marro
(da “il Corriere della Sera”)

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BEIRUT CONNECTION: COME DELL’UTRI, ANCHE MATACENA VERSO IL LIBANO

Maggio 8th, 2014 Riccardo Fucile

TUTTE LE STRADE   PORTANO A BEIRUT: PER EVITARE IL CARCERE DOPO LA CONDANNA PER MAFIA

È Beirut la terra promessa per chi, come gli ex parlamentari di Forza Italia Marcello Dell’Utri e Amedeo Matacena, è stato condannato per concorso esterno in associazione mafiosa.
Il primo, amico da una vita di Silvio Berlusconi, si trova nella capitale libanese da quasi un mese e il ministero della Giustizia ha già  spedito le carte per chiederne l’estradizione.
Infatti sull’ex senatore siciliano pende un mandato d’arresto. Inoltre a breve la Cassazione dovrà  esprimersi sulla condanna a 7 anni inflitta a Dell’Utri dalla corte d’Appello.
Anche Matacena, che è stato condannato in via definitiva per lo stesso reato a 5 anni di carcere, ha cercato di raggiungere Beirut, ma senza successo.
Infatti l’ex parlamentare, dopo essere fuggito dall’Italia ha girato alcuni Paesi fino ad arrivare negli Emirati Arabi Uniti dove era stato arrestato dalla polizia locale al suo arrivo all’aeroporto di Dubai su segnalazione delle autorità  italiane.
Pochi giorni dopo, però, Matacena è tornato in libertà  in quanto non è stata completata la procedura di estradizione in Italia.
La giurisdizione degli Emirati arabi, dove non esiste il reato di criminalità  organizzata e con i quali l’Italia non ha accordi bilaterali, prevede che i cittadini stranieri in attesa di estradizione non possano essere privati della libertà  oltre un certo limite di tempo.
Matacena non poteva però lasciare il Paese arabo in quanto privato del passaporto.
Per la giustizia italiana è rimasto un latitante. È in questa fase, secondo l’accusa, che sarebbe intervenuto Claudio Scajola – arrestato per procurata inosservanza di pena- che avrebbe cercato di aiutare Matacena a trasferirsi in Libano.
Nella sua ordinanza, il gip scrive che le investigazioni “vedono Scajola in pole position nell’impegno volto all’individuazione di uno Stato estero che evitasse per quanto possibile l’estradizione di Matacena o la rendesse quantomeno molto difficile e laboriosa. Tale Stato Scajola lo individuava nel Libano, impegnandosi con personaggi esteri di rango istituzionale per ottenere tale appoggio per tramite di importanti amicizie “. Come ad esempio Vincenzo Speziali, nipote e omonimo dell’ex senatore del Pdl.
Ma perchè proprio Beirut?
E qui torna in ballo il reato per cui sono stati condannati i due ex compagni di partito.
Difatti in Libano il concorso esterno in associazione mafiosa non sanno nemmeno cosa sia. Eccolo, dunque, l’inghippo. La contemplazione da parte dell’ordinamento giuridico libanese del tipo di reato in questione risulta determinante.
E su questo punto i tempi per il caso Dell’Utri potrebbero allungarsi. Per Matacena forse potevano.
“Stiamo parlando della capitale, giusto? Che inizia con la L, no, che inizia con la B”.
A dirlo è la moglie di Amedeo Matacena, Chiara Rizzo, in una delle tante telefonate intercettate con l’ex ministro Claudio Scajola.
Una telefonata che secondo gli investigatori testimonia come Scajola si sia impegnato per fare in modo che Matacena potesse proseguire la sua latitanza in Libano, ed in particolare nella capitale Beirut. La moglie di Matacena, infatti, si corregge con le iniziali dopo che Scajola le dice “Beh, il paese con…”.
Ma non c’è solo questo passaggio, scrive il gip nella sua ordinanza di custodia cautelare, a fare “comprendere che la città  individuata da Scajola sia Beirut”.
In un’altra telefonata, infatti, l’ex ministro, sempre parlando con la Rizzo, le dice: “ti ricordi di Beirut? Prova a concentrarti perchè passa così… questi miei amici, quando sono andato a Beirut, poi sono venuti su… amici miei, l’ex presidente, hai presente?”.
Nella stessa telefonata Scajola poi prosegue: “ieri ho visto questo tizio e il discorso è venuto lì. Mi dice ‘noi siamo amici di la, poi ho capito perchè, perchè Beirut è una grande Montecarlo e Dubai è una grande Montecarlo, tanto per essere chiari. Io vado a Roma prima perchè domenica questo qui viene su, suo zio. Viene su lo zio e mi dice ‘stiamo a cena insieme’ e devo trovare… va beh, basta, hai capito più o meno… devo dirti delle cose e devo sapere delle cose, se tu lo desideri, in modo che io possa trasmettere giusto, punto.”

(da “il Fatto Quotidiano“)

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ALTRO CHE GENNY LA CAROGNA, IL PERICOLO E’ IL MIO ACCENDINO

Maggio 8th, 2014 Riccardo Fucile

PERCHE’ HO SMESSO DI ANDARE ALLO STADIO

Smetto quando voglio, smetto quando voglio, smetto quando voglio.
E poi — colpo di scena — ho smesso.
E il motivo per cui ho smesso di andare allo stadio non è esattamente la presenza di giovani hegeliani tipo Genny a’ Carogna e consimili intellettuali organici. O non solo.
Piuttosto una somma di motivi intrecciati che riguardano me — innegabile — ma pure lo stadio.
E dunque. Ci andavo, da quando ero bambino, con mio padre, il che ammetterete fa di quel sedersi scomodo — freddo, caldo, vento, pioggia, tempesta — una bella èducation sentimentale. E se volete anche un po’ di romanticismo ragazzino, eccolo: un gol di Boninsegna contro il Foggia in rovesciata plastica che io — undicenne — cercai poi di imitare ogni giorno fino all’età  della ragione, più o meno.
Ma poi. Ma poi mio padre si è spiaggiato davanti a Sky, gli anni passavano, e io ci andavo con gli amici.
Ma poi. Ma poi diventava un inferno. Lentamente. Inesorabilmente. Perchè per un’ora e mezza di partita ti partiva via un pomeriggio intero, perchè il parcheggio costava come una cena in pizzeria, perchè nella città  moderna di Milano la metropolitana allo stadio non arriva e ti devi fare un paio di chilometri in una navetta stracolma; navetta che al ritorno, per un mistero doloroso che nessuno sa spiegare, non c’è.
E allora c’è una specie di ritirata di Russia di chilometri per raggiungere il metrò.
Poi, certo, c’entrano anche i Gerry a’ Carogna. Non solo loro.
Perchè arrivi e, pur dirigendoti pacifico verso il tuo posto di tecnici da bar e pensionati e cittadini normali rispettosi della legge, vieni perquisito e immancabilmente ti sequestrano l’accendino bic.
E allora nel tuo settore di stadio il grido che si sente non è più “Passala, cazzo!” o “Tira!”, ma “Chi mi fa accendere?”, nella speranza che qualche fumatore vicino di posto sia sfuggito alla perquisa.
E dopo esserti fatto sequestrare un accendino alla settimana (o una bottiglietta d’acqua), scopri che qualcuno ha fatto entrare bombe carta, mortai della prima guerra mondiale, razzi, fumogeni, testate nucleari.
E poi il fastidio, quasi fisico per un sincero democratico, di sentirsi per un’ora e mezza nelle orecchie qualche centinaio di pirla che urlano a quegli altri (l’altro centinaio di pirla che gli sta di fronte) che sono “ebrei”, oppure “zingari”, o “pezzi di merda” e naturalmente (cosa irritantissima) “Se veniamo di lì \ Se veniamo di lì \ Vi facciamo un culo così”.
Andiamo, chi passerebbe una domenica pomeriggio in una prima media di ragazzi difficili, disadattati, un po’ scemi e pure violenti?
Ricordo una partita in cui gli ultras presero di mira un giocatore nero, per cui lo scenario era: ultras contro mezz’ala di colore (buu, buu), e pubblico normale contro ultras (scemi, scemi). Della partita non ricordo nulla, ma ricordo bene che uscii dallo stadio con una domanda in mano: “Che cazzo ci faccio io qui?”
Ora, senza nulla togliere a Genny a’ Carogna e al suo quarto d’ora di notorietà , vorrei rassicurarlo: non è lui il problema.
Anzi, lui ne è la tragicomica, esilarante, lombrosiana caricatura.
Il problema è un po’ più complicato: è quanto tu, cittadino “normale” ti puoi sentire ancora normale in una situazione che di normale non ha niente, che è lontana mille miglia da quello che pensi, dici, fai e sei ogni giorno della tua vita quando sei fuori di lì.
Dunque, non riuscendo a lasciare a casa il cervello e cercando di portartelo pure allo stadio, la cosa diventava difficile, impraticabile.
E così, smetto quando voglio.
E ho smesso.

Alessandro Robecchi

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GLI IPOCRITI DELL’ “AIUTIAMOLI A CASA LORO”, SALVO POI TROVARE L’ITALIA AL 60° POSTO PER RENDICONDAZIONE DEGLI INTERVENTI

Maggio 8th, 2014 Riccardo Fucile

E’ LA STESSA ITALIA CHE HA VOLUTO TASSARE DEL 2% LE RIMESSE DEGLI IMMIGRATI VERSO I LORO PAESI DI ORIGINE

Qualche giorno fa la Fondazione Leone Moressa ha reso noto che nel 2013 è stato registrato un calo del 20% delle rimesse degli immigrati.
Ciò significa che in quei dodici mesi sono stati spediti nei paesi di origine 5,5 miliardi di euro, ovvero 1,3 miliardi di euro in meno rispetto agli anni precedenti.
Nel 2007, ad esempio, erano stati versati da ogni migrante quasi 800 euro in più, l’equivalente di circa duemila euro.
Nel dettaglio, il Paese che più ha risentito di questa diminuzione è stata la Cina che ha perso oltre 1,5 miliardi di euro (-59%) ma rimane comunque tra i principali destinatari insieme a Filippine, Messico e Bangladesh.
A livello regionale è il Lazio ad aver subito il calo più forte (-48%), seguito dalla Campania (-0,20%), dalla Sicilia (-0,33%) e dalla Lombardia (- 19%).
Secondo la Banca Mondiale i tassi di cambio giocano un ruolo cruciale nella determinazione dei flussi delle rimesse.
Un costo basso della valuta locale fa aumentare i trasferimenti di denaro e, viceversa, una forte moneta nazionale può far posticipare l’invio, in attesa di tassi favorevoli.
Le rimesse hanno in parte sostituito, o comunque sono andate ad affiancare, i contributi inviati da organismi internazionali e da altri stati verso i paesi più poveri.
Contribuiscono, dunque, alla crescita economica di paesi più arretrati e il loro impatto è più immediato rispetto a quello degli aiuti umanitari.
Esse, infatti, arrivano direttamente alle famiglie dei migranti che possono decidere autonomamente come investire quei capitali.
I paesi in via di sviluppo sono poi quelli in cui le rimesse giocano un ruolo cruciale dal momento che, almeno per quanto riguarda l’Italia, nell’arco di tempo 2008-2012 il fondo per la cooperazione internazionale era stato letteralmente svuotato. E non solo. Ad aggravare la situazione nel 2011 era stata introdotta una tassa del 2% su ogni rimessa inviata al paese d’origine.
Al tempo del governo Pdl-Lega, dunque, non solo si è investito poco nella cooperazione ma si è cercato anche di ostacolare l’invio di capitali in patria da parte dei risparmiatori migranti.
Viene quasi da pensare che quelle espressioni come «fora da i ball» e «aiutiamoli a casa loro», perdano di senso in assenza di gesti concreti, come appunto l’incremento del fondo per la cooperazione internazionale.
Con la nuova legge di stabilità  quel contributo è stato aumentato ma bisognerà  aspettare un po’ di tempo prima di vedere come saranno impiegati quei fondi.
A questo proposito l’Italia si è posizionata al 60° posto del rapporto annuale «Aid Transparency Index 2013» per quanto riguarda la trasparenza nella comunicazione e rendicontazione degli interventi
Insomma, pare che finora si sia fatto poco e male su questo fronte.
Una sottovalutazione ai cui effetti nei prossimi anni bisognerà  trovare rimedio, ad esempio rispettando l’incremento del 10% delle risorse complessivamente stanziate per il 2013, corrispondente a 250 milioni di euro.

Valenia Brinis e Valentina Calderone

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DA PRODI A RENZI: LO STRANO AMORE DELLA SINISTRA PER I POTERI FORTI

Maggio 8th, 2014 Riccardo Fucile

‘LE CATENE DELLA SINISTRA'” IL NUOVO LIBRO DI CLAUDIO CERASA

Il matrimonio fra sinistra italiana e poteri forti pare ormai un luogo comune, ma non è sempre stato così.
Il colpo di fulmine (o il peccato originale) lo descrive Claudio Cerasa ne “Le catene della sinistra – Non solo Renzi. Lobby, interessi, azionisti occulti di un potere immobile”, un libro pubblicato da Rizzoli.
Cerasa guarda indietro nella storia del paese (un lavoro da giornalista, ma ormai quasi da storico) e sfoglia quelle che paiono le foto della cerimonia, così nitide che potrebbero essere state scattate oggi.
“Il primo momento storico da prendere in considerazione per osservare in modo nitido la progressiva sovrapposizione tra il pianeta dell’establishment e il mondo della sinistra — sovrapposizione che in parte riguarda non solo i vecchi leader del centrosinistra, i vari Massimo D’Alema, i vari Walter Veltroni, i vari Pier Luigi Bersani, ma anche […] lo stesso Matteo Renzi — risale al 1992. E più in generale agli anni di Tangentopoli”.
Alla fine di Mani Pulite, argomenta Cerasa, il panorama politico italiano era infatti perlopiù desertificato, e il “vecchio establishment” (guidato da Fiat, Eni e Mediobanca) si trovava a corto di cavalli su cui puntare, con la solitaria eccezione del sopravvissuto ex-Partito comunista, il Pds.
Inizia così quel flirt un po’ incestuoso coi cosiddetti poteri forti che l’autore imputa alla sinistra italiana, “soprattutto democristiana”.
“Nasce in quegli anni la classe dirigente ibrida, un po’ tecnica e un po’ progressista, che vede in Beniamino Andreatta (ex dirigente Eni, futuro ministro dell’Industria, padre dell’Ulivo, molto legato al mondo Fiat), in Romano Prodi (all’epoca presidente dell’Iri), in Giovanni Bazoli (all’epoca capo del Banco Ambrosiano), in Luigi Abete (all’epoca capo di Confindustria, oggi capo della Bnl) e in Giovanni Guzzetti (all’epoca uomo di collegamento tra il centrosinistra e il mondo delle fondazioni e delle casse di risparmio) i suoi veri, solidi e affidabili punti di riferimento”.
Ma la vera luna di miele, come da immaginario, si fa in crociera. Mentre la classe politica della Prima Repubblica sta affondando – una manetta dopo l’altra – al largo fra Civitavecchia e l’Argentario il 2 giugno 1992 salpa una nave, la Britannia.
Ed è proprio a bordo di questa nave che il matrimonio sinistra-poteri forti – così come lo racconta Cerasa – si consuma.
“Sulla fregata ci sono tutti: il direttore generale del ministero del Tesoro, Mario Draghi, il presidente di Bankitalia, Carlo Azeglio Ciampi, il futuro ministro del Bilancio e allora dirigente dell’Eni, Beniamino Andreatta, il vicepresidente dell’Iri, Riccardo Gallo, il presidente del Banco Ambrosiano Veneto, Giovanni Bazoli, il presidente dell’Imi, Rainer Masera, il capo della Comit, Mario Arcari, il presidente dell’Ina, Lorenzo Pallesi, il direttore generale della Confindustria, Innocenzo Cipolletta, e naturalmente George Soros, uno dei più grandi finanzieri e speculatori del mondo”.
Il dono di nozze? Qui Cerasa procede cauto, con un’avvertenza: il tema solitamente attrae “i sostenitori della teoria del complotto”, cioè della presunta svendita dei “gioielli italiani” agli speculatori internazionali da parte dei politici italiani.
La particolarità  fu che la stagione delle privatizzazioni [del governo di Giuliano Amato] avvenne a ridosso di un attacco speculativo che cambiò per sempre il rapporto tra le èlite italiane, la sinistra e il mondo dell’establishment: quello con cui George Soros, nel settembre del 1992, sferrò un clamoroso assalto alla lira costringendo l’allora capo di Bankitalia, e prossimo presidente del Consiglio, Carlo Azeglio Ciampi, a prosciugare le riserve auree della Banca d’Italia, a spendere 48 miliardi di dollari per difendere la lira, a svalutare la moneta del 30% e a non avere sufficienti armi a disposizione per evitare che i pacchetti azionari degli enti statali messi in vendita dal presidente Amato (con il decreto 333/1992 che trasformò in società  per azioni aziende come Iri, Enel, Ina) finissero nelle mani degli speculatori a un prezzo molto basso.
Ma aldilà  di “curiose coincidenze”, il dato di fatto che resta, secondo l’autore, è che fu proprio quello il momento in cui gli elettori italiani avrebbero avvertito una sensazione “precisa e mai del tutto chiarita”: cioè che “la sinistra e l’establishment sono due facce di una stessa medaglia: quella del potere”.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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