Settembre 6th, 2014 Riccardo Fucile
“LEGGE SUL VOTO DI SCAMBIO INCOMPRENSIBILE”….”RIDUZIONE DELLE CORTI D’APPELLO E DEI TRIBUNALI, SPOSTAMENTO DEI MAGISTRATI DALLE SEDI IN SOPRANNUMERO”
Slide e proposte fumose. Ma anche urgenze, tagli e riduzione degli sprechi di un ministero “da non
considerare intoccabile”.
La riforma della giustizia di Matteo Renzi ha ancora pochi punti fermi e molte intenzioni.
“Servono tagli concreti e non lineari per riformare davvero la giustizia” è l’idea Nicola Gratteri, che ha parlato delle sue proposte che dal prossimo autunno arriveranno sul tavolo del presidente del Consiglio.
“Lo sapete che io sono un ministro mancato”, è l’incipit che Gratteri sceglie per il suo intervento, con una battuta che nei fatti rispecchia la realtà .
Dato per favorito come guardasigilli per il governo Renzi, il magistrato è stato sostituito poco prima dell’annuncio dell’esecutivo.
Oggi guida la commissione che deve redigere norme e procedure per combattere la criminalità organizzata e annuncia le proposte che verranno fatte nei prossimi mesi. “Io lo posso dire aboliamo la Dia“, continua Gratteri criticando il soprannumero di dirigenti, uffici e segreterie, mentre gli stessi uomini in surplus potrebbero essere riportati sul territorio.
Sono queste le propose che avrebbe fatto se fosse arrivato al dicastero della giustizia. ”Nessuno ha il coraggio di farlo, i politici mi chiamano e mi dicono: ‘Se lo facciamo ci danno dei mafiosi’. Allora lo dico io. Non possiamo pensare che non si possa chiudere un tribunale inutile. Non possiamo lasciare il 35 per cento di magistrati in più alla procura di Palermo. O si ha il coraggio di mandare a regime il ministero della giustizia oppure non cambierà mai nulla. Tra Marche, Abruzzo e Molise non ci possono essere tre corti d’appello. In Sicilia, ad esempio, non possono essercene quattro. In un distretto con meno di mille detenuti non possiamo avere il tribunale di sorveglianza. Non possiamo sperperare le energie”.
La critica è diretta soprattutto agli interventi poco incisivi del passato: “Io sono d’accordo anche nel fare tagli, ma negli ultimi governi sono stati fatti solo quelli lineari del 5 per cento. Non si è avuto coraggio o la forza di entrare nel merito delle cose. Bisogna avere la forza di entrare nei ministeri e di chiudere le parti inutili. Vi parlo anche del sud e anche in zone di mafia. Non c’è giusta distribuzione delle forze. Io capisco le proteste della polizia per il blocco dei contratti. Ma vogliamo risparmiare davvero? Allora chiudiamo la Dia (Direzione investigativa antimafia). Parlo io: risparmiamo in dirigenti e segreterie e affitti e facciamoli tornare sul territorio. Aboliamo il Dap: sapete quanto guadagna un dirigente? 20mila euro”.
Ed è proprio lì che, secondo Gratteri, bisogna intervenire.
Molti i provvedimenti da adottare per evitare gli sprechi: inviare le notifiche attraverso indirizzi email di posta certificata e processi in videoconferenza non solo per i detenuti al 41bis.
Poi ancora tablet con le ordinanze di custodia cautelare da far tenere al detenuto in carcere: quando esce i documenti potrebbero essere dati su una penna usb. “Tutte queste idee le presenteremo dal prossimo autunno e gireremo l’Italia per farle conoscere agli italiani”.
Gratteri guida la commissione incaricata dal presidente del Consiglio di riscrivere le norme e le procedure per attuare un maggiore contrasto alla criminalità organizzata. “Io ho accettato di lavorare per questo organo perchè si trattava di un impegno gratuito. Ho lavorato tutta estate e in autunno presenteremo le nostre proposte. L’obiettivo è quello di introdurre tante modifiche di modo tale che non sia conveniente delinquere. Importante è pensare a modifiche normative senza preoccuparci di nulla. Siamo dei tecnici e parliamo con tutti i politici: quest’inverno mi vedrete dappertutto, sarò una soubrette, per spiegare le modifiche che noi pensiamo indispensabili per la riforma della giustizia”.
In lavorazione in questo momento c’è il codice antimafia: avvocati e boss in videoconferenza e aumento di pena per il 416 bis.
Un contesto in cui matura una forte critica per la modifica apportata dal Parlamento al 416ter, modifica che ha di fatto depenalizzato il voto di scambio.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 6th, 2014 Riccardo Fucile
IL BLOG DI GRILLO AVEVA PARLATO DI “TRE CASI CONCLAMATI” A CAUSA DEL SERVIZIO ASSISTENZA MIGRANTI… IL DIPARTIMENTO SANITA’ SMENTISCE: “UN SOLO CASO DI POSITIVITA’ AL TEST MA IL SISTEMA IMMUNITARIO HA REAGITO E DEBELLATO LA MALATTIA”
“A Ferrara nessun agente di polizia è affetto da tubercolosi”.
È una smentita quella che arriva dal dipartimento di sanità pubblica dell’Azienda sanitaria estense.
Per voce del suo direttore, il dottor Giuseppe Cosenza, si viene a sapere che uno dei tre casi di “tubercolosi conclamata” denunciati dal sindacato di polizia del Consap, e ripreso dal blog di Beppe Grillo, è in realtà un falso allarme.
La notizia era stata ripresa anche dal sindacato del Sap, secondo il quale l’agente in questione aveva contratto la tbc mentre operava al servizio fotosegnaletica, entrando in contatto con un migrante richiedente asilo mentre era in attesa di giudizio davanti alla Commissione territoriale.
Eppure proprio dalla polizia e dal medico della polizia non è prevenuta alcuna segnalazione in questo senso.
“Non risulta nulla — conferma Cosenza -. La situazione è ferma a quanto abbiamo già avuto modo di spiegare a luglio”.
A luglio i sindacati di polizia annunciarono in una conferenza stampa congiunta la presenza di due casi di tbc tra i colleghi. Anche quella volta l’azienda sanitaria fu costretta a smentire la notizia.
Ad oggi, fa sapere il dipartimento di sanità pubblica, c’è stato nella provincia estense un solo caso di un agente positivo al test Mantoux.
“Il che significa — prosegue il medico — che il soggetto in questione è venuto a contatto con il bacillo di Koch, l’agente responsabile della patologia. E il suo sistema immunitario ha reagito debellandolo. Non significa assolutamente che ci sia una malattia in corso”.
Il direttore del dipartimento chiarisce anche un altro punto, quello dei controlli medici alle frontiere, che forse che ha destato il maggior allarmismo, tanto da far scendere in campo Medici senza frontiere.
“Gli immigrati sono stati sottoposti a controllo clinico-radiologico volto a escludere la presenza della malattia e a Ferrara abbiamo avuto esito negativo per tutti”.
Quanto all’insorgere della fobia da contagio, Cosenza invita a non creare panico inutile: “la Tbc è una malattia con bassa capacità infettiva che si trasmette prevalentemente per via aerea e il contagio avviene in situazioni particolari, come condizioni di igiene non buone, luoghi chiusi, magari affollati e presenza di persone ammalate di tubercolosi, non certo scattando delle fotografie”.
Marco Zavagli
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Settembre 6th, 2014 Riccardo Fucile
DA HOLLANDE A BERTINOTTI, DA PETRUCCIOLI A BASSANINI… SINO A RENZI
Il punto più alto della sinistra italiana che disprezza i poveri, e quindi gli sdentati, e ossequia il capitale fu
certamente l’elezione a senatore dell’aristocratico Mario d’Urso, principe internazionale dei salotti e confidente della Real Casa sabauda degli Agnelli, dotato ovviamente dell’indispensabile e snobistico rotacismo.
Era il 1996 e fu proprio l’Avvocato che con una telefonata ai vertici del centrosinistra chiese e ottenne un seggio per l’amico Mario.
Al quale Mario, in quota Dini, venne dato il collegio sorrentino-stabiese e lui, l’emissario della Fiat, fece base in albergo extra-lusso nel centro di Sorrento.
E ogni mattina, i due poveri militanti del Pds incaricati di portarlo in giro, erano costretti ad aspettarlo dall’ingresso di servizio, come camerieri, mentre il candidato consumava la prima colazione.
Una volta eletto, poi, d’Urso andò in giro per il mondo presentandosi come il senatore di Capri, compreso nel collegio, che faceva tanto chic.
Non è un caso, allora, che Mario d’Urso sia diventato in seguito frequentatore e amico di Lella e Fausto Bertinotti, la coppia icona della sinistra al caviale che col tempo si è trasfigurata in sinistra cafonal grazie alle foto e alle cronache di Umberto Pizzi e Roberto D’Agostino.
Il disprezzo per gli sdentati sibilato dal socialista francese Hollande non è che l’ultimo tic, il peggiore e il più volgare di tutti, della gauche europea e italica che una volta al potere diventa Casta e si scopre banalmente borghese e amante della ricchezza.
La galleria di questi anni è piena di leader ex e postcomunisti che si scappellano coi banchieri e con gli industriali grazie ai voti dei poveri o di quelli che non arrivano a fine mese.
Ecco un altro esempio, che riguarda lo stesso Bertinotti, già leader di Rifondazione comunista che in questi giorni si proclama liberale a tutto tondo.
Anni fa, l’ex presidente della Camera andò a una prima teatrale all’Eliseo di Roma. C’era anche Ciampi, all’epoca capo dello Stato, e Bertinotti arrivò a bordo della sua auto blu. Era sera, verso le nove.
La berlina accostò, il subcomandante Fausto scese e si avviò all’ingresso. Sul marciapiede c’erano due spazzini al lavoro. Lo videro e gli andarono incontro, festanti: “Fausto, Fausto, fatti salutare”. Bertinotti li gelò crudelmente: “Scusate non è il momento”.
C’è poi il vasto, infinito capitolo di Capalbio, laddove la sinistra capitolina trasloca d’estate.
Nel 2005, Enrico Mentana, allora a Matrix, ebbe un’idea geniale. Spedì un ambulante senegalese di nome Matar (il ministro Alfano lo chiamerebbe vu’ cumprà ) sulla spiaggia dei vip a vendere abiti dalla griffe falsa.
Un documento tuttora imperdibile. Gli unici a non respingerlo e a comprare un vestito per 35 euro furono Barbara Palombelli e Francesco Rutelli.
Dense come un saggio sociologico, invece, le risposte di Claudio Petruccioli e Franco Bassanini.
Il primo, steso sul lettino, con quell’indolenza tipica della gauche romana cui tutto è dovuto, sbuffò: “Non voglio niente, non c’ho una lira”. Matar non mollò: “Allora passo domani? ”. E Petruccioli: “No, neanche domani”. Bassanini, infine, si mostrò irritato e spazientito: “No, grazie. Sto leggendo, mi lasci in pace”.
Bertinotti a parte, la sinistra che non ascolta e disprezza il suo popolo, fino a liquidare la Ditta del fu Pci e a scolorire del tutto nell’attuale renzismo, ha celebrato la sua epifania nel cosiddetto riformismo dalemiano.
Fu Claudio Velardi, uno dei Lothar (per la pelata) di D’Alema premier, a rivendicare l’idea di un progressismo aspirante alla ricchezza, nemico giurato del pauperismo e dell’austerità . Sostiene oggi Velardi, dopo l’uscita hollandiana: “La frase sugli sdentati è tipica della sinistra che ha i complessi d’inferiorità e che vuole seppellire le sue origini. È la sinistra che s’innamora dei salotti e che per farsi accettare deve fare battutine contro i poveri. È la parte peggiore, che in Italia frequenta i salotti romani, quella che vuole arricchire solo se stessa. Io ho sempre detestato i salotti”.
Ma la frase di Hollande non è in linea con il dalemismo delle barche a vela e delle scarpe costose e con il velardismo accusato da Marco Travaglio di essere entrato a Palazzo Chigi con le pezze al culo uscendosene senza?
Conclude Velardi, attualmente lobbista: “Non conosco le origini di Hollande, ma io che nasco piccolo-borghese non ho mai disprezzato i poveri. E mai ho sentito D’Alema disprezzarli. Il nostro approccio era diverso, era quello di far diventare ricchi i poveri. Quando siamo andati via da Palazzo Chigi, ho ripreso il mio motorino e sono andato in giro a cercare lavoro”.
In fondo, è lunghissimo il filo che unisce contraddizioni e gaffe nel rapporto tra sinistra e povertà . Un altro ex dalemiano, Gianni Cuperlo, che sfidò invano Renzi alle primarie dello scorso anno, apre la sua biografia, Basta zercar, con il racconto che Giuseppe Prezzolini fece di un’assemblea di operai della Fiat a Torino nel 1921.
Prezzolini era con Antonio Gramsci e Piero Gobetti e annotò: “Perchè non domandate di meglio che di mettervi addosso le mode dei vostri avversari? ”.
Qui l’aspirazione a migliorare le proprie condizioni si sposa con il poco orgoglio, secondo Prezzolini, mostrato dagli operai nel portare la loro blusa o tuta.
In tempi più recenti, il complesso d’inferiorità ha portato Veltroni, nel 2008, a desiderare Veronica Lario nella sua eventuale squadra di governo.
In ultimo, Renzi. Quando venne attaccato per il suo amico finanziatore Davide Serra, incline ai paradisi fiscali, l’attuale premier si difese così: “La sinistra non deve odiare la ricchezza ma la povertà ”.
Ergo, la sinistra deve odiare la povertà .
Frase che suona decisamente ambigua dopo l’outing del presidente francese Hollande sugli sdentati che lo hanno votato.
Fabrizio d’Esposito
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Settembre 6th, 2014 Riccardo Fucile
LA MINORANZA PD PROVA A RICOMPATTARSI E FISSA SEI PUNTI DA DISCUTERE CON IL GOVERNO
“Non c’è nessuna voglia di tendere trappole o di ordire complotti, abbiamo sempre detto che non è nostra intenzione trattare Renzi così come è stato trattato Pier Luigi Bersani. Allo stesso tempo è chiaro che serve un partito in cui si possa discutere”.
Discutere, discutere e ancora discutere.
Al tempo dei primi segnali di crisi del renzismo il verbo della campagna d’autunno della minoranza Pd si chiama “discutere”.
Un verbo che da quando il fiorentino siede a Palazzo Chigi è stato tenuto nei cassetti perchè le decisioni sono sempre state prese dall’alto, in camera caritatis, con il cosiddetto “giglio magico” (Luca Lotti, Francesco Bonifazi, Maria Elena Boschi).
Ma adesso che il governo del “rottamatore” Matteo Renzi guarda con una certa preoccupazione all’autunno caldo che sta per arrivare — con una legge di stabilità da varare e una serie di nodi da sciogliere, come quello sul blocco degli stipendi degli statali — la sinistra del Pd, quella uscita sconfitta dal congresso del 2013, prova a ricompattarsi.
E nelle segrete stanze del Palazzo, tra un’uscita di Bersani e una di D’Alema, studia una strategia d’autunno che scalderà i prossimi mesi in Parlamento.
Lontano, lontanissimo, il giorno in cui l’attuale premier (18 marzo 2014), presentando il libro di Massimo D’Alema al Tempio di Adriano a Roma, lanciava l’ex leader della sinistra come commissario Ue: “Dobbiamo mandare in Europa le persone più forti che abbiamo e mi riferisco ai livelli istituzionali. Il compito del governo è di scegliere per i livelli di guida delle istituzioni europee le persone che siano in grado di dare il migliore contributo in questo senso”.
O ancora: lontano, lontanissimo, quando dalle colonne di Repubblica l’ex viceministro Stefano Fassina ammetteva che “Matteo ha capito più e meglio di noi la fine di una stagione, intuendo che stava avvenendo un passaggio d’epoca. È un grande merito: glielo riconosco”.
E pensare che il “Fassina pensiero” risale soltanto al 29 maggio scorso. Ovvero all’indomani della sfavillante vittoria alle europee, quando il premier trascinò i democratici sopra il 40%.
Ecco, oggi la sinistra Pd — dopo mesi trascorsi a subire la comunicazione e l’annuncite del premier-segretario — rompe gli schemi e riparte dall’attivismo di Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani.
Cui si affianca, però, una vera e propria piattaforma programmatica di sei punti, di fatto alternativa alla proposta dell’esecutivo di Matteo Renzi.
Limata a tavolino in queste ore, la proposta della sinistra Pd (area riformista) verte in prima istanza su un piano che il parlamentare Alfredo D’Attore definisce di “antiausterity”.
La prima arma, infatti, sarà un emendamento al pacchetto riforme per cancellare dalla Costituzione (articolo 81) l’obbligo del pareggio di bilancio introdotto con il fiscal compact.
E non importa che ai tempi del governo Monti (quando quel provvedimento fu approvato) il primo firmatario di quella legge fosse proprio l’ex segretario Pd, Pier Luigi Bersani.
Perchè, sottolinea D’Attore “lo diciamo chiaramente, abbiamo commesso un errore. È una linea che non ha prodotto risultati economici, il debito è persino cresciuto. In questo senso proponiamo la modifica dell’articolo, in questo senso stiamo promuovendo un referendum anti-austerity, in questo senso in Europa non si può avere un atteggiamento che alla fine risulta perdente rispetto alla Merkel”.
E il piano consiglia anche, attraverso una mozione già presentata alla Camera dei deputati, di “utilizzare le risorse delle privatizzazioni di aziende pubbliche per finanziare iniziative di sviluppo industriale delle società interessate o per finanziare un piano straordinario di investimenti produttivi per la riqualificazione delle periferie urbane, la messa in sicurezza delle scuole e dei territori a maggior rischio idrogeologico”.
Una ricetta quella “riformista” che al terzo punto, stando alla versione del parlamentare democratico, dovrà prevedere “l’esclusione degli investimenti dal calcolo del deficit”.
Mentre al quarto una strategia molto più incisiva sull’evasione fiscale: “Anzichè tagliare del 3% le spese dei ministeri (così come ha proposto Renzi in un’intervista al Sole 24 Ore, ndr) — rilancia D’Attorre — si punti ad una lotta più incisiva sull’evasione fiscale, anche per evitare che a pagare siano i soliti noti: pensionati, dipendenti pubblici”.
Ma alle ricette economiche non si potrà non affiancare una forte presa di posizione sul ruolo del partito e sulla gestione della segreteria.
Una segreteria che non è stata più convocata dal giorno in cui Renzi ha varcato l’ingresso di Palazzo Chigi.
Infatti, prosegue D’Attorre, “il primo punto da capire è se la segreteria debba avere un ruolo politico o essere un appendice di Palazzo Chigi. Ancor prima della gestione unitaria dobbiamo capire se la segreteria gestisce qualcosa”.
Infine, al sesto e ultimo punto, la richiesta della minoranza sarebbe quella di apportare una modifica sostanziale alla legge elettorale, l’Italicum, introducendo le preferenze in modo tale da restituire ai cittadini il diritto scelta ai cittadini.
Modifica che il senatore Miguel Gotor, storico e consigliere politico di Bersani, motiva con questo ragionamento: “Non può funzionare una democrazia in cui hai una Camera di secondo grado, il nuovo Senato, e un’altra Camera di nominati. Questa non è una battaglia contro Renzi, magari è una battaglia contro Verdini e Berlusconi che hanno posto il veto sulle preferenze. Per quale ragione il Pd, quanto più appare forte sul piano dei risultati — vedi il risultato delle europee — quanto più appare meno autonomo e più condizionato da Verdini e Berlusconi?”.
Un programma ambizioso che i “sinistri” del Pd contano di presentare alla festa di fine estate di “area riformista”, che si terrà dal 26 al 28 settembre nella Capitale, a Rione Testaccio.
E che potrebbe valicare i confini classici degli ex Ds: ovvero area riformista e i cuperliani. Conquistando anche l’area cattolica-popolare di Rosi Bindi e Beppe Fioroni, pronti con il fucile in mano a sparare un colpo al primo errore commesso dal premier-segretario.
Ieri Rosi ha iniziato a scaldare i motori: “Penso che le ministre di questo governo siano state scelte non solo perchè brave ma anche perchè giovani e belle”.
Ecco perchè, insiste una voce che corre fra i pochi parlamentari presenti alla ripresa dei lavori, “il tasso di casino aumenta al punto che qualcuno arriva a pensare al dopo Renzi. Addirittura i dalemiani si starebbero preparando a un governo a guida Mario Draghi“.
Giuseppe Alberto Falci
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Settembre 6th, 2014 Riccardo Fucile
PER IL DOCENTE DI HAVARD LE TANGENTI SONO LA QUESTIONE PRINCIPALE DA AFFRONTARE… MA IL TEMA FINISCE IN UN PICCOLO RIQUADRO
Secondo l’economista Kenneth Rogoff il problema principale dell’Italia è la corruzione. 
Lo spiega al Corriere della Sera, lo fa con chiarezza, con una risposta secca a chi lo intervista dal forum di Cernobbio.
Ma per scoprirlo bisogna scorrere fino a metà della terza colonna.
Nella titolazione e nell’impaginazione dell’intervista, infatti, non c’è traccia della parola corruzione: non c’è nel titolo, non c’è nell’occhiello, non c’è nel catenaccio. C’è solo in un inciso di una infografica dal titolo “I nodi del sistema” dove si riassume il pensiero dell’economista di Harvard.
“Tra le fragilità dell’Italia — si legge in questo piccolo riquadro — l’economista Kenneth Rogoff ha indicato, oltre alla corruzione, il sistema di governance e l’incapacità di adattarsi a un mondo che cambia: le aziende familiari, ha detto, non riescono ad adeguarsi all’economia globale e per questo hanno bisogno di crescere”.
Eppure le parole di Rogoff erano state chiare.
Alla prima domanda (“Perchè salva l’Italia visto che il suo debito pubblico sfiora il 136% del Pil?”) l’economista risponde che “il problema del debito è legato alla vulnerabilità dell’indebitamento privato: e le famiglie italiane sono poco indebitate”. E su questo si è deciso di titolare l’articolo.
Ma la seconda domanda, quasi chirurgica, (“Qual è il primo problema italiano”) porta Rogoff a rispondere in maniera ancora più chiara: “La corruzione”.
Due parole, senza troppo sviluppare il discorso che poi prosegue sul “sistema di governance e l’incapacità di adattarsi a un mondo che cambia”.
Ma niente, nel resto della titolazione della pagina del Corriere non c’è traccia.
Come se ormai fosse quasi sottinteso.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 6th, 2014 Riccardo Fucile
VERDINI LAVORA A UN RITOCCO DELLA LEGGE GASPARRI PER PERMETTERE L’AFFARE ALL’EX CAVALIERE
Questioni di ditte. E se nella «ditta» del Pd c’è chi si agita, se Bersani arriva a dire che «non possiamo lasciare l’ultima parola a Verdini», non è per la legge elettorale.
No, è perchè l’altra «ditta», quella di Berlusconi, «ha in testa di vedere cosa succede su Telecom», che il Cavaliere vorrebbe dare in sposa al Biscione.
Ma il matrimonio sarebbe impossibile da realizzare senza «un ritocchino» alla legge Gasparri, per superare l’ostacolo – oggi insormontabile – delle posizioni dominanti. Insomma, per il suo sogno l’ex premier ha bisogno del premier. E si capisce quindi come la partita politica sia intrecciata anche alle partite di calcio, al derby tra Sky e Mediaset che si contendono lo scudetto dell’etere.
Il campionato di Palazzo è questo, e il rischio per tutti gli altri è di venire relegati sugli spalti, tifosi e spettatori di uno schema che non è nuovo, che Dc e Pci praticavano d’intesa pur restando avversari.
Il neo-consociativismo ha in Verdini il suo teorico, una sorta di «Trap» che consiglia e supporta senza distinzioni il vecchio Silvio e il giovane Matteo, capitani delle due diverse squadre.
Ed è così calato nella parte che persino alla corte del Cavaliere hanno perso la pazienza, e in Forza Italia hanno preso a chiamarlo «la tessera numero due del Pd».
D’altronde, sono ormai talmente intrecciati i rapporti tra Renzi e Berlusconi da essersi radicati nell’immaginario collettivo. E i protagonisti quasi non ci fanno più caso, se è vero che Lotti – braccio destro del premier a palazzo Chigi – ride quando il ministro Lupi lo chiama al telefono: «Caro il mio Denis Luca, come stai…».
In principio furono le riforme, e solo quelle, a produrre il «patto del Nazareno » nell’interesse del Paese.
Ma visto che gli interessi del Paese sono anche altri, ieri – davanti alle telecamere di Agorà – il forzista Abrignani, di stretto rito verdiniano, ha spiegato che «noi collaboreremo anche sull’economia». Di questo passo gli azzurri si potrebbero trovare nel salone del Consiglio dei ministri, se non fosse che c’è un limite a tutto.
«Entrare nel governo non esiste», ha detto Verdini durante una riunione del suo partito, prima di spiegarne le motivazioni: «Non è utile a Renzi».
Ed è lì che gli hanno affibbiato sottovoce la tessera del Pd. Ingiustamente, a suo giudizio, «perchè qualcuno mi dovrebbe far capire come dovremmo andare oggi al voto, se non abbiamo nè una coalizione nè un candidato».
Vero, ma più va avanti la tattica dell’ «opposizione responsabile» più l’opposizione rischia di diluirsi, di assumere un ruolo ancillare.
Berlusconi appare e scompare dalla scena a seconda se si avvicina o si allontana un incontro con il leader democrat, e quel «patto» viene vissuto da un pezzo consistente di Forza Italia come un blocco al processo di ristrutturazione del centrodestra, come il mantenimento dello status quo, come un modo per garantire la centralità del solo Berlusconi nella sua fase declinante.
Di qui l’interrogativo: a cosa serve garantire Renzi?
La domanda se la sono posta anche nel Pd, e Bersani (ma non solo lui) andreottianamente pensa che tra le questioni di interesse nazionale si possa nascondere qualche interesse personale: la partita di Telecom, la necessità di Berlusconi di ottenere quel «ritocchino» dal governo per costruire un colosso tutto italiano e magari tutto suo.
E mentre si immaginano i tricolore sulle antenne, il «Trap» del neo-consociativismo da un lato continua a scrivere report di analisi politica per il capo forzista, dall’altro inzeppa quotidianamente i sms il cellulare del leader democrat.
Poi, non c’è dubbio che negli staff dei due partiti si discuta su come portare avanti il dialogo, tema che ha impegnato prima dell’estate i dirigenti del Pd. “Bisognerà avere molta fantasia nel gestire il rapporto con Forza Italia», ha argomentato in quell’occasione il vice segretario Guerini.
La legge elettorale, per esempio, che si faticherà a discutere in parlamento entro Natale per via di un calendario zeppo di provvedimenti del governo da varare.
Chissà se il tempo servirà solo a valutare le modifiche all’Italicum, visto che tra i forzisti più autorevoli c’è chi si chiede se quella legge non sia superata dagli eventi, e – dato il clima da larghe intese permanente – non serva piuttosto ripiegare su un sistema proporzionale.
A Bersani l’idea di una fusione di Telecom-Mediaset basta avanza, le «ditte» politiche vorrebbe tenerle separate: «Non è che a forza di innovare, torniamo a dove eravamo venti anni fa?».
Francesco Verderami
(da “il Corriere della Sera”)
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Settembre 6th, 2014 Riccardo Fucile
L’ALLENATORE DI SQUADRA DI SCI ELVETICA SI E’ RIFIUTATO DI PAGARE LA MULTA DI 150 FRANCHI, CONVERTITA IN 48 ORE DI GALERA
Depositare un sacco di spazzatura sotto un albero vicino a casa ma fuori dall’orario di raccolta può costare
due giorni di prigione. Dove? In Svizzera.
Due anni fa Deny Eggimann, di Bienne (Cantone Berna), doveva partire per la località montana di Saas Fee dove avrebbe seguito gli sciatori non vedenti negli allenamenti del team paralimpico svizzero.
Per non lasciare la spazzatura a marcire nell’appartamento, visto che sarebbe stato via per due settimane, la domenica sera ha lasciato un sacco dell’immondizia all’esterno di casa sua, sotto un albero.
Il suo immobile, in centro città , non dispone di un bidone condominiale per la raccolta dei rifiuti.
Identificato
Ma le norme locali impongono di attendere almeno le 6 del mattino del giorno di raccolta (in questo caso, il martedì).
Ai funzionari di Bienne non è sfuggito quel sacco della spazzatura: messo lì, fuori posto e fuori dall’orario consentito. È stato raccolto, aperto, esaminato.
Nelle profondità di quel sacco (quello ufficiale da 17 litri della città ), i funzionari hanno subito trovato il nome e l’indirizzo del trasgressore.
Al suo ritorno, il 44enne ha quindi trovato una multa di 150 franchi (124 euro) nella cassetta delle lettere.
Ciò nonostante, Eggimann quella sanzione non la voleva pagare. «È fuori questione, non sborso nemmeno un centesimo», ha raccontato al quotidiano Le Matin.
Ricorso in ritardo
Ha fatto ricorso. Purtroppo per lui, a causa del soggiorno in montagna, era già troppo tardi. Dopo un lungo tira e molla con le autorità , alla fine ogni suo tentativo è risultato essere vano. «Poteva arrangiarsi con un vicino», gli hanno risposto.
La legge è legge, e non c’è nulla da fare. Alla fine, visto che il 44enne si ostinava a non pagare la multa, questa è stata convertita in due giorni di carcere, che l’uomo ha scontato settimana scorsa, al penitenziario regionale di Bienne.
In una cella, racconta al quotidiano, «prevista per coloro che scontano le pene più pesanti (sembra che le altre fossero tutte occupate, ndr), con solo pane e acqua sporca per colazione.
È stato un incubo», ha raccontato Eggimann. Alcuni detenuti gli avrebbero anche proposto cocaina ed eroina.
La cosa buffa in tutta questa storia è forse un’altra: Eggimann dirige Sky-Zone-Attitude, una società che, tra l’altro, si occupa di sviluppare cestini della spazzatura.
Il suo credo: il recupero. Il suo target: gli organizzatori di eventi. E le amministrazioni comunali.
Elmar Burchia
(da “il Corriere della Sera”)
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Settembre 6th, 2014 Riccardo Fucile
MENTRE GLI AGENTI SONO PRONTI A MARCIARE SU FIRENZE, ALFANO E LA PINOTTI IPOTIZZANO UNA DEROGA…AUMENTI SOLO ALLE FORZE DELL’ORDINE, NIENTE PER GLI ALTRI STATALI
La pro po sta è addi rit tura di bloc care Firenze, la città di Mat teo Renzi, con «una mani fe sta zione nazio nale di più giorni, per aumen tare disagi e dis ser vizi».
Rischiando anche grosso: «Che ci denun cino tutti».
L’idea è venuta al Siulp, sin da cato di poli zia, ma la ten sione tra le forze dell’ordine è ancora altis sima dopo l’annuncio dello scio pero di gio vedì e la replica non certo con ci liante di Renzi («Non accet terò ricatti»).
E che agenti e mili tari siano decisi a non mol lare l’osso, lo testi mo nia una nota del Cocer – l’associazione (non pos sono fare un sin da cato) dei cara bi nieri — che smen tendo alcune voci secondo cui non avrebbe par te ci pato alle pro te ste, ha invece riba dito e sot to li neato di essere anzi «pro mo tore dell’iniziativa».
Non si era mai vista un’alzata di cre sta così decisa dell’Arma, “nei secoli fedele”.
Dall’altro lato, il governo si muove per scon giu rare una pro te sta che potrebbe scon fi nare nel caos.
Si pensi alla sicu rezza negli stadi, o alle mani fe sta zioni: luo ghi dove le forze di poli zia non sono certo amate, e che hanno visto anche gravi epi sodi di abusi nei con fronti di cit ta dini spesso inermi.
Ieri in serata il mini stro dell’Interno Ange lino Alfano ha sen tito la tito lare della Difesa, Roberta Pinotti: i due mini stri, con tutto il governo, stanno lavo rando alla «ricerca di una solu zione» (parole di Roberta Pinotti).
Al governo non sono andati giù i toni usati dalle forze dell’ordine, e soprat tutto il fatto che abbiano anche solo potuto ipo tiz zare di fare scio pero: la legge glielo vieta, e come si mette se i tutori della legge annun ciano che la violeranno?
Di toni ecces sivi ha par lato anche il mini stro Alfano, rico no scendo però che le richie ste, nei con te nuti, sono legit time: «Sono legit time le richie ste dei sin da cati di Poli zia» sullo sblocco dei tetti sala riali, «ma i toni e modi usati sono stati ecces sivi. Sono con vinto comun que che ci sono le con di zioni per affron tare con sere nità il pro blema e risolverlo».
«Agli ope ra tori di poli zia — ha pro se guito Alfano — è rico no sciuta la spe ci fi cità e noi lavo re remo per chè sia assi cu rata nei mesi pros simi».
«Stiamo lavo rando non per il rin novo del con tratto, che non è stato richie sto, ma per eli mi nare i bloc chi sala riali e spe riamo che que sto sforzo non venga com pli cato dai toni ecces sivi del comu ni cato di ieri».
Stessi con cetti li ha espressi la mini stra Pinotti: «Il governo, pur non accet tando i toni e le parole fuori luogo usati dagli organi di rap pre sen tanza mili tare e di poli zia, ritiene prio ri ta rio l’impegno alla ricerca di una solu zione che rico no sca la spe ci fi cità e il valore di chi ogni giorno assi cura la difesa e la sicu rezza degli italiani».
I due mini stri hanno insomma fatto capire, con il ter mine «spe ci fi cità », che il governo sta lavo rando per smi nare il campo dalla pro te sta delle forze dell’ordine, cer cando i soldi solo per loro: divin co lan dole così da tutto il resto degli sta tali, con una deroga spe ciale.
Una sorta di nuovo «lodo Alfano».
Rimar ranno asso ciati agli sta tali, solo per il fatto che non avranno — come tutti gli altri 3 milioni di dipen denti pub blici — lo sblocco del con tratto: ma su altre voci, come ad esem pio la pro gres sione di car riera, gli asse gni di fun zione o gli scatti di anzia nità , tutte bloc cate dal 2011, si può lavorare.
Lo con ferma un’altra dichia ra zione della mini stra Pinotti: «Que sto ese cu tivo — ha detto — sa bene quanto sia forte l’attesa delle Forze Armate e di Poli zia per un ripri stino della retri bu zioni legate alle pro gres sioni di car riera e al trat ta mento eco no mico inte grale. Ad altra cosa, evi den te mente, si rife ri scono le dichia ra zioni rela tive al blocco degli aumenti sti pen diali, da tempo previsto».
Come dire: non aspet ta tevi gli aumenti da con tratto, per chè quelli, come tutti gli altri dipen denti pub blici, non li potrete avere.
Che il blocco fosse «da tempo pre vi sto», però, non è affatto vero: è vero che i con tratti sono con ge lati dal 2009, certo, ma i sin da cati avevano avuto assicurazioni che per il 2015 si sareb bero riav viate le trat ta tive.
Poi è arri vata la doc cia fredda della mini stra Marianna Madia.
Antonio Sciotto
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Settembre 6th, 2014 Riccardo Fucile
IL COCER, SINDACATO UNICO DEI MILITARI, INSISTE: “LA LEGGE LO IMPEDISCE? I GOVERNANTI SONO MOROSI, IL PREMIER È COSTRETTO AD ASCOLTARCI. SENZA RISPOSTE AGIREMO”
“La legge ci impedisce di scioperare? Non ci interessa: questo Stato è il primo a non rispettare le regole.
Questo Stato è moroso”.
Vincenzo Romeo, appuntato scelto dei Carabinieri e rappresentante del Cocer — sindacato unico dei militari — non contiene la frustrazione.
Sono passate meno di 24 ore dall’annuncio del ministro Madia sul mancato sblocco contrattuale per il pubblico impiego nel 2015.
Nessun aumento in busta paga. A caldo la maggior parte dei sindacati di polizia, insieme a vigili del fuoco e militari, aveva firmato un documento aggressivo, che evocava per la prima volta lo sciopero generale delle forze dell’ordine.
Il giorno dopo, nessun passo indietro .
La rabbia è ancora viva: “Continuano a bloccare gli scatti di grado — dice Romeo — e continuano a negarci gli assegni di funzione. Ci tolgono diritti acquisiti e ci fanno andare avanti con 1300 euro al mese. Renzi ci deve pagare lo stipendio. Punto. Si è vantato degli 80 euro, ma alle famiglie di poliziotti e carabinieri ne toglie almeno 250 ogni mese”.
Non basta la promessa del premier, che ha accettato di ricevere gli “uomini in divisa” (“non con questi toni, però”): “È costretto ad ascoltarci, ma non pensi di ripeterci le stesse parole di sempre”.
Altrimenti, appunto, sciopero generale “entro fine settembre”.
La norma che vieta l’interruzione di servizio è nell’articolo 84 della legge numero 121 del 1981: “Al personale di polizia non è riconosciuto il diritto di sciopero” o altre azioni “che possano pregiudicare le esigenze di tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica”.
L’appuntato non ne vuole sentire. Esonda: “Il 60 per cento dei carabinieri è indebitato. Una signora per strada mi ha detto: ‘Almeno voi avete uno stipendio’.
Ai miei colleghi ho suggerito di prendere l’indirizzo di quella donna, perchè quando una sera le verrà svaligiata casa, allora capirà cosa succede se noi lavoriamo in queste condizioni”.
Lo sconforto e la collera sono unanimi.
La sofferenza dei lavoratori in divisa è spiegata nei numeri: 6 euro lordi per un’ora di straordinario, 4 per un’ora di lavoro notturno, 12 per i giorni festivi.
Il blocco dei contratti dal 2010 al 2014 ha prodotto una perdita salariale media di 4500 euro all’anno, più di 300 euro al mese.
Il blocco del turn-over (fermo al 55 per cento) negli ultimi 10 anni ha diminuito il numero di agenti in servizio di oltre 30 mila unità (14 mila solo nella Polizia di Stato).
Negli ultimi cinque anni, i tagli alle spese di polizia hanno prosciugato risorse superiori a 3 miliardi di euro.
Gli effetti sono concreti: ben oltre il ritornello dei poliziotti “che non hanno nemmeno i soldi per mettere benzina”. Figuriamoci per pagare i meccanici in caso di guasti.
“Un terzo delle auto in uso alle forze dell’ordine — spiega Massimo Montebove (Sap) — sono fuori uso perchè ferme da mesi dai meccanici che non vengono pagati. Poi ci sono 40 caserme sotto sfratto, i proiettili che mancano. Per le forze dell’ordine ogni anno si spendono circa 20 miliardi l’anno. Gli ultimi 4 governi hanno fatto tagli per circa 6 miliardi. Ma sono altri i modi per risparmiare”.
E avere le auto sembra quasi un privilegio.
Saro Indelicato, 33 anni di servizio in Sicilia, racconta la situazione “drammatica ” dell’isola. Altro che benzina: “Qui mancano direttamente le macchine. Qualche giorno fa a Catania sono rimasti senza. Questa regione deve affrontare da sola il crimine organizzato e le ondate migratorie, con una carenza d’organico che produce effetti devastanti. Siamo pochi e troppo anziani: il blocco del turn-over ha innalzato l’età media”.
Luigi, maresciallo della mobile di Napoli, racconta un altro territorio sull’orlo del tracollo: “Ci compriamo da soli le divise che indossiamo, ci rattoppiamo i pantaloni, organizziamo i turni per fare le pulizie in caserma. Si finisce quasi per fare a botte per un turno di notte o una trasferta, anche se sono pagati una miseria”.
Un agente romano racconta delle nuove camicie della polizia: “Ora le prendono in poliestere. In pratica, sono di plastica. Immagini cosa vuol dire indossarle d’estate, pensano di risparmiare così”.
Valeria Pacelli e Tommaso Rodano
(da “il Fatto Quotidiano”)
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