Settembre 14th, 2014 Riccardo Fucile
RENZI A PALERMO, MA ANCHE GIANNINI, BOSCHI E DELRIO: TUTTI A FARE PASSERELLA TRA I BANCHI
Ministri in classe, lunedì mattina, per il primo giorno di scuola.
I titolari dei dicasteri del governo Renzi hanno risposto all’appello del premier e per il primo suono della campanelle andranno ciascuno in un istituto, per lo più quello dove hanno studiato, per confermare, con la loro presenza, che l’esecutivo in carica “ritiene davvero la scuola una priorità ”.
“Esigo che la riforma della scuola non si faccia sulla testa degli insegnanti, ignorandone la dignità , nè sulla testa dei genitori”, ha detto il premier nel suo discorso inaugurale alla Fiera del Levante a Bari.
“Andremo di casa in casa – ha aggiunto – andremo scuola per scuola e solo ripartendo da qui riusciremo a restituire un po’ di speranza all’Italia”.
Se il presidente del Consiglio ha subito annunciato che lunedì (primo giorno dell’anno scolastico nella gran parte delle regioni) sarà a Palermo nell’istituto scolastico intitolato a don Peppino Puglisi, il ministro Giannini resterà , invece, il 15 nella Capitale e visiterà una scuola della periferia romana, un istituto tecnico agricolo particolarmente attivo nell’innovazione didattica e nell’alternanza scuola-lavoro. Giannini inizierà da lì l’annunciato tour per parlare della “Buona scuola” che toccherà anche il suo liceo di Lucca
Via via si apprendono anche le “destinazioni” degli altri inviati speciali tra i banchi. Gian Luca Galletti (Ambiente) è atteso alla scuola Marconi di Bologna, Carmela Lanzetta (Affari regionali) sarà al liceo Olivetti di Locri, Maurizio Lupi (Trasporti) alla Cabrini di Milano, Giuliano Poletti (Lavoro) all’istituto tecnico Scarabelli di Imola.
Maria Elena Boschi (Rapporti con il Parlamento) andrà a Laterina (Arezzo) dove è cresciuta, in visita alla scuola elementare Goffredo Mameli mentre nella sua Genova dovrebbe approdare Roberta Pinotti: la responsabile della Difesa sarà presente, salvo imprevisti dell’ultimo minuto, al liceo scientifico “Enrico Fermi”, la scuola che ha frequentato e dove ha pure insegnato per alcuni anni, dopo la laurea in Lettere.
Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Graziano Delrio, sarà alle 8.15 alla primaria Matilde di Canossa di Reggio Emilia per l’inizio dell’anno scolastico laddove ha studiato da bambino.
Non è chiaro se inizia l’anno scolastico o viene girato il solito spottone di un governo che annaspa.
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Settembre 14th, 2014 Riccardo Fucile
IL LAGO ARTIFICIALE DI MONTAGNOLI GARANTIRA’ INNEVAMENTO A 70 KM DI PISTE: APPROVATO DAL PARCO ADAMELLO BRENTA, QUELLO CHE DOVREBBE TUTELARE GLI ORSI
Non si può capire il fallimento del progetto Life Ursus se non si parte dalle sue motivazioni, da chi lo ha
promosso e da chi ne ha tratto vantaggio.
Se non si comprendono le contraddizioni tra l’immagine sbandierata dell’orso “Signore della Foresta” (come era presentato dallo stesso Servizio Foreste del Trentino) e realtà come la mela Melinda, proveniente da quella val di Non che è sì una culla dell’orso ma anche la culla di una delle peggiori monocolture intensive e chimiche che si conoscano o come le nuove devastanti piste da sci e impianti per l’innevamento artificiale realizzati nel Parco Adamello Brenta, il Parco dell’orso, con il consenso e la benedizione del Parco stesso.
Le contraddizioni esplosive che caratterizzano Life Ursus e il suo proseguimento hanno prodotto una situazione del tutto sfuggita di controllo.
Da anni la Provincia autonoma di Trento, dopo averlo fatto proprio, ha “rinnegato” Life Ursus ma lasciando che la linea politica di Life Ursus continuasse ad improntare la comunicazione.
Questo marketing dell’orso faceva molto comodo a molti; a un “blocco sociale” localmente potente: agli esperti e ai consulenti, a chi – grazie all’orso – ha ottenuto ottimi posti di lavoro garantiti nell’apparato pubblico, a chi era incaricato di “vendere” il Trentino (le varie agenzie come Trentino s.p.a), agli albergatori delle più grosse località sciistiche, agli immobiliaristi, alle società degli impianti sciistici, a Melinda (la mela dei 40 trattamenti con pesticidi).
Se presenti l’orso come un peluche vivente non puoi aspettarti che il pubblico possa accettare che si abbattano animali così simpatici, così teneri e inoffensivi.
Se il Parco Naturale Adamello Brenta mette in commercio il peluche di Daniza (firmato Trudy) non puoi pretendere che in città capiscano che il peluche, la mamma orsa, vada rimosso.
Se lo tocchi si incazzano di brutto.
La Provincia di Trento si è ampiamente tirata la zappa sui piedi perchè ha fatto di tutto per convincere la gente che gli orsi sono una manna turistica, una risorsa di marketing fenomenale.
Tutto questa la Provincia furbastra lo sta pagando con gli interessi.
Per capire perchè le cose siano finite male (ma Daniza è solo l’inizio…) è sufficiente constatare che chi contribuisce al danno ambientale (nuove piste da sci che devastano aree di elevato valore naturalistico, agricoltura chimica con l’uso di pesticidi più elevato d’Italia) ha usato l’orso per un marketing territoriale che premiava le sue iniziative e i suoi prodotti.
Chi – come i pastori, i malghesi, la gente di montagna che sfalcia i masi e tiene qualche capo di bestiame – contribuisce, invece, a conservare l’ambiente di montagna, ha avuto gravi danni tanto da abbandonare malghe, cessare l’attività di allevamento.
Ma più di tutti hanno pagato i poveri orsi.
Poteva reggere l’equivoco? Il business dell’orso così impostato con quell’assimmetria di ripartizione sociale tra costi e benefici poteva continuare?
Chi vive in Trentino ha potuto toccare con mano che l’orso è stato usato come foglia di fico da interessi economici forti .
Per capire l’affaire orsi trentininon c’è nulla di meglio di constatare cosa succede in questi giorni nel cuore del Parco dell’orso, di verificare come stia tutelando l’ambiente il soggetto che ha dato il la a Life Usus: il Parco Naturale Adamello Brenta.
Alla radice di tutti i guai c’è Life Ursus, c’è il PNAB.
Il PNAB è larga parte del problema e del disastro perchè ha usato sfacciatamente gli orsi per promuoversi (abbiamo visto i peluche venduti dal Parco).
Il Parco dovrebbe tutelare l’ambiente e invece, approva e benedice la sua devastazione.
Nell’area del Parco è stato realizzato il collegamento funiviario tra Pinzolo e Madonna di Campiglio.
Per ottenere finanziamenti pubblici che, in Trentino -grazie l’escamotage di Trentino sviluppo S.p.A.- aggirano le norme europee sugli aiuti di Stato e arrivano all’80-100%, i furbi amministratori pubblici (locali e provinciali) hanno motivato gli investimenti con la “mobilità sostenibile” (la gente lascia la macchina e va in cabinovia, cosa che poi non è accaduta).
In sede progettuale la realizzazione degli impianti a fune (60 milioni di €, ovvero più del capitale di Pinzolo funivie, gravata peraltro da forte deficit) veniva presentata come un intervento virtuoso e si escludeva categoricamente la realizzazione di nuove piste.
Come era facile prevedere, però, la richiesta di autorizzazione di nuovi impianti è arrivata puntuale e il Piano territoriale della comunità delle Giudiciarie ha prontamente preso atto, prima in una bozza e poi nel piano definitivo, di questi desiderata delle società degli impianti.
Alcuni sono già stati realizzati (zona cinque laghi) per la stagione sciistica nel 2013/2014, altri – oggetto di pesante contestazione – sonostati approvati nel 2014 dopo il parere positivo (figuriamoci se non lo era) della società pubblica di consulenza Agenda 21.
Pesanti impatti ambientali
Con queste nuove piste, che interessano l’area di Serodoli, si crea un collegamento, sci ai piedi, Pinzolo- Madonna -Marilleva (val di Sole).
Ma il prezzo da pagare è elevato in termini di immagine e di impatti concreti sull’ambiente. Di fronte a piste che vanno a incidere su un sito di interesse comunitario (SIC) e su una riserva integrale e comunque con riconosciuti ambiti di grande valenza naturalistica, paesaggistica, etnografica, affettiva per tanti escursionisti trentini, gli ambientalisti e, soprattutto, la SAT (società alpinistica trentina) hanno manifestato una forte contrarietà e anche il Parco ha espresso un parere negativo.
Su altre piste già realizzate o approvate, però, il Parco ha espresso parere favorevole.
Esse hanno comportato estesi disboscamenti facendo a fette i boschi.
Si tratta di interventi che nella loro realizzazione (ruspe, cantieri, rumori) disturbano pesantemente la fauna selvatica, però si fa finta di nulla.
Ma agli amministratori e alla burocrazia del parco interessa qualcosa dell’orso? Crediamo di no. Di certo non si curano per nulla di un’altra splendida specie, emblema dell’avifauna alpina: il Gallo cedrone. Il Gallo cedrone è specie vulnerabile, in regressione sull’arco alpino.
Ovviamente esperti ben pagati, come nel caso di tantissimi progetti che devastano il territorio, sono pronti a giurare che non vi sarà nessun danno, nessun disturbo per la fauna selvatica.
Chi ha presente cosa significhi un cantiere in alta montagna, i boschi fatti a fette dalle piste da sci e la presenza degli sciatori (che vanno sempre più spesso anche fuori pista), dei gatti delle nevi battipista può ben immaginarsi che non è vero.
Ma ciò che è particolarmente scandaloso è il parere favorevole del Parco alla realizzazione del lago artificiale di Montagnoli.
Un lago artificiale per innevare 70 km di piste da sci industriale
Per battere la concorrenza di altre località , specie al Nord delle Alpi e in sud Tirolo, dalle parti di Madonna di Campiglio hanno ritenuto, dopo la realizzazione delle nuove piste, che fosse venuto il momento opportuno di realizzare un mega invaso in località Montagnoli per l’accumulo dell’acqua da utilizzare per la produzione di neve artificiale.
Mica si sono fatte le funivie e le cabinovie per la “mobilità sostenibile”. Non c’è nulla di sostenibile nella realizzazione di questo enorme invaso, nella produzione della neve artificiale (in termini energetici), nelle conseguenze della neve artificiale sulle caratteristiche ideologiche del terreno.
Ma, come sappiamo bene, la “sostenibilità ” è solo un imbroglio con il quale gli interessi economici forti riescono a realizzare tutto quello che vogliono con, in sopramercato, il vantaggio non trascurabile che possono mettere i bastoni tra le ruote a quegli interessi deboli che non hanno la capacità e le risorse per fruire dei trucchi di cui si possono avvalere loro, le forze che si propongono di sfruttare e devastare senza scrupoli i territori.
Se hai i soldi puoi dimostrare che non c’è mai nessun impatto, anzi tutto migliora l’ambiente: le autostrade, la TAV, le centrali nucleari, le biomasse ecc.
Sono le magie moderne. Abracadabra.
Qualche formula scientifica usata più o meno a proposito. Esteso taglia e incolla e paroloni altisonanti. E la magia è servita: la merda diviene oro.
La montagna usata senza scrupoli
Il bacino artificiale avrà una capacità di 204.000 m ³ che consentirà di innevare artificialmente 70 km di piste in pochi giorni.
La società delle Funivie di Madonna è orgogliosissima di questa realizzazione e se andate sul sito mette in evidenza la fotogallery convinta che i suoi clienti siano entusiasti.
Per realizzare il lago artificiale questa estate sono stati effettuati scavi per 100.000 m ³ di materiale.
Il Parco ragiona nello stesso modo con cui ragionano gli altri enti del territorio, tutti condizionati dall’intreccio di interessi costituito dall’edilizia e dalle società delle funivie (e dalla politica).
La società Funivie Pinzolo in sede di discussione sulle nuove piste esponeva con chiarezza il suo pensiero: “Lo sci è l’unica possibilità per garantire reddito ed occupazione in Val Rendena”.
Il presidente del Parco, per giustificare la devastazione a Montagnoli diceva: “Il Parco deve essere assolutamente attento a quello che è la conservazione del territorio ma deve essere anche attento agli interessi economici della valle. Questo è un intervento di utilità pubblica condiviso con il comune di Ragoli, con la comunità delle Regole Spinale Manez, con la Provincia, e con tutti gli altri enti interessati”.
Tutti i compari sono d’accordo e quindi anch’io Parco mi allineo.
La decisione del parco di dare il suo consenso alla devastazione veniva annunciata il 30 novembre 2013.
“Deroga” è la parolina magica. Al contadino che chiede una deroga per interventi microscopici si risponde picche citando i sacri principi di tutela ambientale. Lo si sevizia costringendolo a portare chili di documentazione firmata da professionisti.
Ma se l’intervento è grosso allora c’è la deroga. La decisione è stata approvata con 5 favorevoli (Presidente Caola Antonio e Assessori Masè Gilberto, Gusmerotti Roberto, Ghezzi Giovanni, Rambaldini Ivano) e 3 contrari (Vice Presidente Pezzi Ivano e Assessori Pozza Rodolfo, Scrosati Giuseppe).
Una spirale perversa
La logica perversa dei nuovi impianti, avallata dal Parco, non farà che portare a richieste di ulteriori potenziamenti e alla costruzione o ristrutturazione di nuovi locali, rifugi, bar, sempre più grandi.
Finchè c’è la droga dei soldi pubblici facili di Mamma Provincia il ciclo perverso continuerà .
E adesso gli orsi sono diventati un ostacolo da eliminare
Ruralpini
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Settembre 14th, 2014 Riccardo Fucile
PER IL CSM IL BRINDISINO SOTTO PROCESSO PER ABUSO D’UFFICIO…L’ALTRO HA IL FIGLIO INDAGATO PER PROSTITUZIONE MINORILE CON LE BABY SQUILLO DEI PARIOLI
Nella sua fulgida doppia veste di imputato e di avvocato esperto di leggi ad personam, il brindisino Luigi
Vitali ha il profilo berlusconiano perfetto per entrare nel nuovo Consiglio superiore della magistratura.
Vitali è infatti uno dei due nomi forzisti per il Csm.
L’altro è quello di Elisabetta Casellati, che come Vitali è stato sottosegretario alla Giustizia. Sinora non hanno raggiunto il quorum in Parlamento, ma da domani pomeriggio si ricomincerà a votare anche per loro due, tra i cinque componenti laici del Csm che ancora mancano.
La questione del candidato-imputato è stata posta al capo dello Stato dal grillino Luigi Di Maio, vicepresidente della Camera: “E’ una cosa che sta passando sotto silenzio. Napolitano non ha detto una parola sul fatto che Vitali è un imputato e che Pd e Fi lo stiano votando”.
La cronista spacciata come assistent
In realtà , Vitali ha due procedimenti penali in corso. L’ultimo, quello più recente, risale a qualche giorno fa.
A Napoli, l’avvocato che peggiorò la Cirielli sulla prescrizione a favore di Berlusconi (di qui l’etichetta di ex Cirielli) è accusato di falso ideologico “commesso da pubblico ufficiale in atti pubblici e di falsa attestazione o dichiarazione di un pubblico ufficiale sulla identità o su qualità professionali proprie o di altri”.
Vitali spacciò come propria assistente un’aspirante cronista, di nome Annalisa Chirico, per una visita in carcere a un deputato berlusconiano: Alfonso Papa, arrestato per lo scandalo della P4. Era il 24 ottobre 2011.
Per Vitali la richiesta di rinvio a giudizio è stata firmata da Vincenzo Piscitelli, procuratore aggiunto di Napoli, e l’udienza preliminare si terrà il 10 ottobre.
Per lo stesso reato, nel luglio del 2012, un altro parlamentare di destra, Renato Farina, fu condannato a 2 anni e 8 mesi perchè portò nel carcere milanese di Opera, da Lele Mora, un finto collaboratore.
Dal falso ideologico all’abuso d’ufficio
Secondo la legge numero 195 del 1958, che regola il funzionamento del Csm, “i componenti del Consiglio superiore possono essere sospesi dalla carica se sottoposti a procedimento penale per delitto non colposo” (articolo 37). E il falso ideologico che sarebbe stato commesso da Vitali rientra in questa categoria .
Così come ci rientra anche il reato di abuso d’ufficio.
Qui, il processo per Vitali, è iniziato da poco, nell’aprile scorso, davanti al tribunale di Brindisi. Vitali e altri sedici imputati devono rispondere delle irregolarità del piano farmacie del comune di Francavilla Fontana, in provincia di Brindisi.
Le accuse risalgono al 2012, quando l’avvocato berlusconiano era consigliere comunale nel suo paese natìo.
In base alla ricostruzione dei magistrati, Vitali e gli altri impedirono l’apertura di una farmacia nella zona popolare della 167 per evitare di fare concorrenza agli affari del presidente dell’ordine dei farmacisti di Brindisi.
La prossima udienza si terrà il 4 novembre.
Una curiosa archiviazione per l’appalto del carcere
Dunque: una richiesta di rinvio a giudizio, un processo e finanche una curiosa archiviazione.
Due anni fa, Vitali fu indagato per corruzione. Al centro della storia la costruzione di un carcere in Calabria, da cui far discendere una serie di favori e di assunzioni in cambio. Ma il pm di Brindisi rinunciò a intercettare Vitali, all’epoca parlamentare del Pdl, e chiese l’archiviazione. Per il magistrato, con la richiesta alla Camera di appartenenza della relativa autorizzazione, sarebbero venute meno la segretezza e il fattore sorpresa.
Le ambizioni di “Donato” e i guai del figlio
Donato Bruno è pugliese come Luigi Vitali. Ed è un berlusconiano della gens previtiana, la prima corrente forzista ad avere il proprio leader di riferimento, l’arrogante Cesare, con una condanna definitiva.
Dopo, solo dopo, è toccato a Marcello Dell’Utri, ambasciatore con la mafia, e allo stesso Berlusconi.
Bruno è in corsa per la Consulta, almeno dal 2008. Allora il centrodestra gli preferì Giuseppe Frigo. Stavolta, potrebbe andare diversamente.
Il previtiano pugliese è stato il volto della rivolta e dei doppi giochi che si sono consumati sul candidato scelto da B. e Gianni Letta, Antonio Catricalà .
Il mandarino lettiano si è poi ritirato e così in queste ore ad Arcore è in corso una lunga riflessione su chi candidare. A caldo, B. non ha mandato giù i ribelli che hanno votato Bruno la scorsa settimana.
Ma il punto è che dietro l’avvocato pugliese non ci sono solo i mal di pancia dei dissidenti di Raffaele Fitto. Il nome di Bruno è stato accolto con favore da Niccolò Ghedini, da sempre ostile al giannilettismo, e soprattutto non è stato ostacolato, anzi, dallo sherpa berlusconiano del patto del Nazareno, il plurinquisito Denis Verdini.
Salvo sorprese, domani in Parlamento, per i due giudici costituzionali si ricomincerà dal ticket Violante-Bruno.
E se il previtiano dovesse farcela avremo un componente della Consulta con il figlio indagato per prostituzione minorile. Una specialità dalle parti di Forza Italia.
Nicola Bruno, questo il nome del figliolo, avrebbe avuto almeno un rapporto sessuale certo con una delle due minorenni dello scandalo romano delle baby-squillo dei Parioli.
Fabrizio Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 14th, 2014 Riccardo Fucile
APPELLO A GRILLO; “VIA LA NORMA”… IL CONS. REG. DEFRANCESCHI INDAGATO PER PECULATO NELLA VICENDA RIMBORSI, VUOLE CANDIDARSI LO STESSO
Eliminare la norma “anti-inquisiti” dal regolamento per le consultazioni online del Movimento 5 Stelle in vista delle elezioni regionali che in Emilia Romagna stabiliranno il successore dell’ex governatore Vasco Errani, dimessosi in seguito a una condanna penale nell’ambito della vicenda Terremerse.
L’opzione, cioè, che escluderebbe dalla campagna elettorale (che si concluderà il 23 novembre prossimo) il capogruppo pentastellato di viale Aldo Moro Andrea Defranceschi.
Che pure, nonostante il parametro introdotto da Beppe Grillo proprio in occasione della tornata elettorale in Emilia Romagna come in Calabria, ha deciso di candidarsi comunque alla presidenza della Regione.
“Sì, mi sono candidato — spiega Defranceschi — Per la precisione, ho cliccato in automatico appena aperte le liste, prima di far caso all’introduzione del nuovo parametro di selezione. Quello di inquisito. Il mio casellario giudiziale è pulito, vi vengono iscritti solo procedimenti penali in corso, cosa che io non ho”.
E’ partito dal Movimento 5 Stelle di Monzuno, in provincia di Bologna, ma sta già raccogliendo consensi a livello nazionale, l’appello rivolto a Beppe Grillo per cancellare, dal regolamento della selezione online dei candidati alla presidenza dell’Emilia Romagna (iniziate il 10 settembre scorso) e della Calabria, la voce che esplicita “che al momento della candidatura e durante l’intero mandato il candidato non dovrà avere riportato condanne in sede penale, nè essere inquisito”.
E che, quindi, estrometterebbe dalla competizione Defranceschi, indagato dalla Procura della Repubblica di Bologna, assieme ai capigruppo di tutti i partiti eletti in Regione (in carica tra la metà del 2010 e la fine del 2011), con l’ipotesi di reato di peculato, nell’ambito dell’inchiesta ‘spese pazze’, ormai alle battute finali.
L’introduzione della condizione di ‘inquisito’ fra i criteri che sbarrano l’accesso alle candidature, interpretata da molti, dentro il Movimento, come ‘ad personam’ proprio per escludere Defranceschi, “non ci trova d’accordo — spiegano gli attivisti di Monzuno — perchè è discrezionale e mai applicata in precedenza. Si è sempre parlato di fedina penale pulita e di non avere carichi pendenti. Come sarebbe possibile, da parte dello staff, garantire che venga rispettata tale regola nel momento in cui sul casellario giudiziale non sono riportati eventuali procedimenti ancora nella fase delle indagini preliminari?”.
Tale condizione, poi, prosegue la nota, “non è stata sottoposta a voto fra gli iscritti. Chiediamo quindi che venga introdotta, eventualmente, solo a seguito di una votazione generale, e che fino a quel momento vengano bloccate le candidature o mantenute con i medesimi requisiti delle precedenti votazioni”.
L’appello circola tra gli attivisti emiliano romagnoli già da qualche giorno, e a lettera inviata sono arrivate le prime adesioni da parte di eletti e parlamentari
Annalisa Dall’Oca
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Settembre 14th, 2014 Riccardo Fucile
BANCHE CHE SPOSTEREBBERO LA SEDE A LONDRA, MONETA DIVERSA DALLA STERLINA, PIU’ CARA MATERIA PRIMA IMPORTATA: PESANTI CONSEGUENZE PER L’ECONOMIA IN CASO PREVALGANO I SI’
A pochi giorni dal referendum definito “storico” dai movimenti indipendentisti di tutto il mondo e in una fase
di grande incertezza, con sondaggi altalenanti, non è affatto chiaro che cosa succederà nelle urne degli scozzesi giovedì 18 settembre.
Una cosa, però, è certa: nelle ultime settimane l’intero establishment britannico (anzi, inglese) si è sgolato per convincere gli abitanti a nord del Vallo di Adriano a restare con Londra.
“Ne va del vostro futuro”, hanno detto, più o meno all’unisono, il partito dei Tory capitanati dal premier David Cameron, il partito laburista con il suo leader, Ed Miliband, e persino i liberaldemocratici, guidati da quel Nick Clegg che è anche vice premier e che raramente prende una posizione su temi nazionali, preferendo discorsi e temi europeisti. Per il premier scozzese Alex Salmond (la Scozia già da anni ha un suo parlamento e uno suo governo, pur all’interno del Regno Unito) e per il suo Scottish National Party è una questione di vita o di morte, la battaglia di una vita, la conclusione di un lungo percorso partito decenni fa e che si conclude anche per “gentile concessione” di Londra.
Che avrebbe comunque potuto escogitare un modo per impedire il referendum, non facendolo.
Ma a Holyrood, la collina di Edimburgo dove ha sede la politica scozzese, ne sono convinti: questa non è la conclusione, ma è solo l’inizio di una nuova stagione di indipendenza, in cui il popolo più fiero della Gran Bretagna potrà finalmente correre sulle sue gambe.
A quali condizioni, però, nel caso dovesse passare il referendum?
Salmond pochi giorni fa ha detto: “Saremo orgogliosi di avere la regina Elisabetta II come nostra sovrana”. Esclusa quindi, nonostante in passato se ne sia parlato più di una volta, la costituzione di una repubblica.
I temi sono anche altri, chiaramente. Dal futuro della sterlina al petrolio, dai rapporti con l’Ue fino al whisky, vanto e ricchezza nazionale.
Il settore finanziario e la moneta
Al momento, Edimburgo è la seconda capitale finanziaria del Regno Unito, per un settore che vale circa il 9% del valore economico prodotto in Scozia.
Certo, il comparto manufatturiero continua a farla da padrone, ma solo nel 2009, poco prima che gli effetti dell’ultima crisi cominciassero a sentirsi, si arrivò a prevedere un imminente sorpasso su tutte le altre voci dell’economia scozzese proprio da parte della finanza.
In Scozia hanno sede la Royal Bank of Scotland (Rbs), forte di 300 anni di storia, e anche la Lloyds, nazionalizzata al 25%, ha qui gran parte delle sue attività .
Eppure, con la “minaccia” dell’indipendenza sul collo, molte realtà finanziarie hanno promesso, in caso di vittoria dei “Sì”, di spostare la loro sede a Londra.
Compresa quella Rbs ora all’81% in mano allo Stato. I motivi sono chiari: troppa incertezza per la moneta, mancata chiarezza su quali regole governeranno banche e attività finanziarie, il peso del governo centrale di Londra (anche in termini di azionariato) e soprattutto il timore di entrare a far parte di una nazione di soli 5 milioni di abitanti.
Certo, molto più ricca rispetto ad altri Paesi europei di simile grandezza e popolazione. Ma pur sempre ininfluente sui mercati europei e mondiali.
Il capitale prenderebbe il volo e quei 466 miliardi di sterline di valori in mano a banche e attività finanziarie scozzesi (circa 590 miliardi di euro) si ridurrebbero di molto, visto che solo 46 miliardi provengono da investitori, correntisti, risparmiatori e aziende scozzesi. Poi, la sterlina. Tenerla oppure no? E, in caso negativo, adottare l’euro?
Salmond vorrebbe mantenere il pound, Londra risponde che non avrebbe senso ma alterna secchi “no” a più teneri “vedremo”.
Di sicuro, un’unione monetaria sarebbe “difficilmente realizzabile”, come ha detto il governatore della Banca d’Inghilterra, Mark Carney.
La Scozia dovrebbe infatti accantonare enormi riserve monetarie per poter continuare a usare la sterlina britannica.
Soldi che non saprebbe dove trovare, visto che gran parte dei proventi del petrolio non rientra nell’economia scozzese, andando invece a ingrassare le società energetiche.
Il whisky, a rischio una manna per le esportazioni
Un’industria che dà lavoro, direttamente, a 35mila dipendenti, dando da vivere alle loro famiglie (circa 100mila persone in totale) e in più va considerato l’indotto.
Il whisky scozzese, che fece le sue fortune grazie ai film di Hollywood, rappresenta l’85% delle esportazioni agroalimentari scozzesi, in un’area poco fortunata dal punto di vista climatico e dove, comunque, anche il cereale per la produzione di questa bevanda alcolica deve essere importato dall’Europa del sud.
Il whisky porta alla Scozia 4,3 miliardi di sterline all’anno (circa 5,5 miliardi di euro), ma nelle ultime settimane le aziende produttrici si sono ribellate all’idea dell’indipendenza. Centinaia di produttori di whisky hanno lanciato petizioni e raccolte firme, per scongiurare il rischio di un affossamento dell’industria.
E non è detto che, giovedì prossimo, sia proprio il loro voto (e quello dei loro dipendenti e famiglie) a condizionare l’esito del referendum.
Il mercato del whisky è al 90% internazionale: soprattutto India, Stati Uniti e altri paesi che hanno avuto legami con l’impero britannico.
Il problema è che, con una Scozia almeno temporaneamente al di fuori dell’Unione europea, verrebbero meno quelle agevolazioni fiscali fra paesi importatori di whisky e Ue che finora hanno fatto ricca l’industria.
Ancora, si teme che l’uscita dalla sterlina possa far aumentare il prezzo alla produzione, anche perchè, appunto, gran parte dei cereali arrivano proprio dall’Unione europea. Infine, questione di non poco conto, verrebbe meno quella grande opera di promozione svolta dalle ambasciate britanniche in tutto il mondo.
Il petrolio, oro nero o maledizione?
Il Mare del Nord è ricco, ricchissimo di petrolio. Ma quanto durerà ?
Nelle ultime settimane, la lotta attorno al petrolio è stata anche una guerra di previsioni. C’è chi dice che durerà al massimo fino al 2040, chi, ancora, sostiene che — con grande gioia degli indipendentisti — circa cento nuovi giacimenti debbano essere ancora scoperti. British Petroleum (Bp), che in questi mari la fa da padrona, ha detto che l’indipendenza sarebbe una follia.
I già alti costi per l’estrazione del petrolio scozzese non farebbero altro che crescere, questa la tesi delle aziende del settore.
Mettendo a rischio una parte di economia di Edimburgo che si basa proprio sull’oro nero. Per esempio Aberdeen, città nel nord della Scozia seduta su un mare di petrolio, è al momento il centro urbano britannico con il più alto Pil pro capite.
Un report di pochi mesi fa la definiva come il miglior luogo per avere fortuna, dopo Londra chiaramente, nel Regno Unito.
Ma le aziende, appunto, temono che tutta questa manna possa finire.
Il problema principale per gli scozzesi — ed è anche su questo che puntano gli indipendentisti — è che solo una minima parte dei proventi dal petrolio va a finanziare il welfare e lo stato sociale di quest’area.
Non per niente Aberdeen registra anche la più grande sproporzione e la minore redistribuzione di reddito fra lavoratori. E redistribuire i proventi, di questi tempi, è l’ultima preoccupazione di Londra. Così la battaglia del petrolio potrebbe essere una maledizione per gli “unionisti”.
Anni di politiche sbagliate potrebbero portare gli scozzesi a votare per l’indipendenza.
Le ragioni degli scozzesi
Le ragioni degli indipendentisti sono riassumibili in una semplice dichiarazione, quella che John Swinney, uno dei pezzi grossi dello Scottish National Party, ha fatto al Guardian pochi giorni fa: “Penso che faremo un lavoro migliore governandoci da soli invece che subire decisioni prese dal governo britannico”.
Un discorso che non fa una piega ma che si basa anche su convinzioni più forti. Innanzitutto, la Scozia vuole uscire dai fantasmi della deindustrializzazione degli anni Ottanta, voluta anche e soprattutto da Margaret Thatcher, ancora odiatissima a nord.
C’è la convinzione, fra Glasgow ed Edimburgo, che dopo di lei nessuno degli esecutivi di Londra abbia mai fatto abbastanza.
Poi c’è il discorso del petrolio. I proventi non sono mai stati utilizzati per alleviare il disagio dei fuoriusciti dalle miniere e dalle industrie pesanti.
Anche qui Londra avrebbe le sue colpe, secondo gli indipendentisti, che sono convinti di poter porre rimedio quando, finalmente, avranno in mano le industrie dell’oro nero. Infine, c’è anche una questione di orgoglio: a Westminster, sotto il Big Ben, dove comunque la Scozia a detta di tutti gli inglesi è sovra-rappresentata, vengono prese troppe decisioni sugli scozzesi, spesso penalizzandoli.
La mancanza di una vera copertura di rete Internet superveloce nelle aree rurali, la carenza di infrastrutture come strade e ferrovie (Aberdeen non ha nemmeno una tangenziale degna di questo nome che possa alleviare il carico sull’autostrada) e il senso di trovarsi “ai confini dell’impero” che pervade gli animi degli scozzesi, soprattutto nelle Highlands e nelle isole, remano contro il potere di “Londra ladrona”.
Ogni discorso riconduce a una sindrome da figlio reietto che ora cerca di trovare la sua rivincita.
Infine, e non è cosa di poco conto, visto che è una logica comune a molti altri movimenti di opposizione europei, è in campo la questione dell’austerity.
A Edimburgo le politiche di taglio della spesa sono state molto più forti e “impattanti” che non nel resto del Regno Unito.
Il welfare è sempre stato un pozzo senza fondo nelle aree più povere della Scozia. E Londra, chiaramente, ha iniziato a tagliare proprio da lì. Il Paese ora vuole riprendere in mano il suo presente e cercare di costruirsi un futuro.
Fuori o dentro l’Unione europea, alla fine, non importa più di tanto. Chiaramente, Salmond vorrebbe entrare nel recinto comunitario il prima possibile, anche se Paesi come Spagna e Belgio, alle prese con movimenti indipendentisti molto forti e arrabbiati, potrebbero porre il loro veto e, nel caso, servirebbero molti anni a Edimburgo per potersi associare a Bruxelles.
Ma, appunto, anche senza l’Unione europea la Scozia aspira a diventare “un mix fra Norvegia e Arabia Saudita”, come diversi esponenti dello Scottish National Party hanno detto più volte.
Ricchezza e welfare norvegese (Paese fuori dall’Ue), rigore e controllo saudita. Insomma, una nuova nazione di sinistra ma anche con regole ferree e stringenti.
Ora, si attende solo il risultato delle urne
Daniele Guido Gessa
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 14th, 2014 Riccardo Fucile
“ALFANO DICE TUTTO E NIENTE, NON CI FIDIAMO PIU’, LA PROTESTA CONTINUA”
Non sono bastate le parole del ministro dell’Interno, Angelino Alfano, che ieri aveva detto che il problema del blocco degli stipendi sarà risolto per tranquillizzare i sindacati autonomi di polizia, che annunciano che la protesta non si ferma.
“Il ministro Alfano ha annunciato che il blocco degli stipendi sarà risolto, ma le sue parole dicono tutto e niente. Anzi, considerate le mancate promesse del recente passato, a cominciare dalle analoghe dichiarazioni fatte queste estate assieme alla sua collega Pinotti, noi restiamo guardinghi e soprattutto mobilitati”, affermano i rappresentanti di Sap, Sappe, Sapaf e Conago che confermano il presidio permanente a Piazza Montecitorio e l’astensione dal lavoro per tre ore il 23 settembre.
I sindacati autonomi di polizia di Stato, polizia penitenziaria, corpo forestale e vigili del fuoco, riuniti nella Consulta Sicurezza, continueranno dunque la mobilitazione, anche con il camper che sta girando l’Italia per raccogliere firme e riformare l’apparato della sicurezza e del soccorso pubblico.
E dopo l’astensione dal lavoro del 23 settembre, il giorno dopo saranno in piazza SS. Apostoli a Roma “per manifestare assieme ai tantissimi operatori che hanno organizzato una protesta tramite la Rete”.
Incontro con Renzi promesso e mai fissato.
Per i rappresentanti sindacali è urgente un faccia a faccia con il presidente del Consiglio: “Aspettiamo con urgenza e senza ulteriori indugi la convocazione del premier Renzi – affermano in una nota congiunta – al quale non dobbiamo chiedere scusa e che invitiamo a fare gli opportuni distinguo tra sindacati, perchè la Consulta Sicurezza, che rappresenta circa il 43% del personale sindacalizzato, non ha mai annunciato azioni di protesta illegali e incostituzionali, ma solo forme di mobilitazione forti, eclatanti e legittime, seppur a oltranza”.
Niente compromessi.
“La Consulta Sicurezza – spiegano i segretari generali Gianni Tonelli, Donato Capece, Marco Moroni e Antonio Brizzi – è mobilitata da mesi, non da dieci giorni come altri e non si fida di vane parole e promesse, troppe volte i poliziotti e vigili del fuoco sono stati traditi. Anche perchè il ministro Alfano, dopo aver detto che il problema dello sblocco stipendiale sarà risolto, ha precisato che ora occorre individuare lo strumento tecnico e il veicolo di legge più veloce per risolverlo. Che cosa vuol dire? I soldi necessari, circa un miliardo di euro, sono stati trovati per tutto il personale oppure si pensa di risolvere il problema solo per alcuni operatori e rinviare per altri tutto alle calende greche? Contrariamente ad altre organizzazioni, prontissime a firmare qualsiasi intesa, noi non accetteremo compromessi e sblocchi parziali”.
Riforme urgenti.
La Consulta Sicurezza, però, non vuole che lo sblocco delle retribuzioni pesi sulle tasche dei cittadini, ma chiede che “sia accompagnato da concomitanti riforme delle sette forze di polizia e dei vigili del fuoco, per razionalizzare e meglio coordinare i servizi di sicurezza pubblica ed eliminare le duplicazioni e gli sprechi oggi esistenti. Una riforma che consentirebbe risparmi 4 volte superiori ai soldi necessari allo sblocco delle retribuzioni, reimpiegabili in potenziamento della sicurezza e detassazione delle famiglie”, concludono.
(da “La Repubblica“)
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Settembre 14th, 2014 Riccardo Fucile
IL SOTTOSEGRETARIO GIRO FA CAPIRE CHE L’ITALIA CONTINUERA’ A TRATTARE: “UTILIZZANDO MEZZI LECITI E POSSIBILI NEL MASSIMO RISERBO”…NOI PREFERIAMO SEMPRE PAGARE TANGENTI A QUALCUNO
“Gli Stati Uniti condananno con forza il barbaro assassinio del cittadino britannico David Haines da parte dei
terroristi dell’Is”.
Con queste parole il presidente Usa Barack Obama commenta l’uccisione del cooperante britannico, decapitato in un video diffuso ieri dai jihadisti dello stato islamico.
Nella sua dichiarazione Obama esprime solidarietà alla famiglia di Haines e al Regno Unito, rinnovando l’impegno per la creazione di una “vasta coalizione di nazioni” per assicurare alla giustizia “gli esecutori di questo atto oltraggioso” e per “degradare e distruggere” l’Is.
Intanto il premier David Cameron ha convocato una riunione del comitato di emergenza ‘Cobra’.
Alla riunione, riportano i media britannici, partecipano i vertici militari e della sicurezza.
Il premier britannico ha definito l’uccisione di Haines “spregevole e sconvolgente”. Si è trattato, ha detto, di “un atto di pura barbarie”, contro un “eroe nazionale”.
Il premier ha promesso di “fare tutto quanto è in nostro potere per catturare gli assassini e assicurarli alla giustizia”, “non importa quanto tempo ci vorrà “.
E poi ha dichiarato: “Quelli dello Stato islamico non sono musulmani, ma mostri”.
Il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha scritto a Cameron per porgergli il cordoglio italiano, invocando “l’unità ” della comunità internazionale. “Contro la ferocia del terrore – scrive Renzi – è determinante che sia unita la risposta della comunità internazionale, dell’Europa, impegnata in prima linea nella lotta contro questa odiosa, folle minaccia”.
Però il sottosegretario agli Esteri Mario Giro fa capire che l’Italia continuerà a trattare per liberare gli ostaggi italiani in mano ai terroristi.
“La politica dell’Italia – ha detto Giro – è di riportare a casa tutti gli ostaggi, non importa come. Ogni paese è sovrano per quanto riguarda la scelta se trattare o meno” con i rapitori, ha aggiunto.
Una posizione che sarebbe stata assai controversa, e infatti la correzione di tiro arriva poco dopo: “La politica dell’Italia è di non abbandonare nessuno” ma utilizzando “mezzi leciti e possibili” nell’ambito del “massimo riserbo”. Giro precisa di non aver mai detto “non importa come” nè di aver parlato di “trattative” per liberarli.
Tradotto dal politichese: l’Italia è abituata a pagare tangenti anche ai tagliagole.
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Settembre 14th, 2014 Riccardo Fucile
BRUNO IN POLE POSITION, MA SILVIO NON VUOL CEDERE ALLA FRONDA… COPPI AVREBBE RIFIUTATO L’OFFERTA
Se i presidenti delle due Camere non avessero deciso di votare a oltranza, forse l’impotenza del Parlamento sarebbe rimasta pudicamente in ombra.
Viceversa Grasso e la Boldrini hanno convenuto che Consulta e Csm non possono attendere i comodi della politica.
Per cui domani alle 14,30 riprenderanno le votazioni sui 2 giudici costituzionali (decimo tentativo) e sui 3 membri «laici» del Csm rimasti in sospeso.
Il guaio è che il lunedì non è un giorno qualsiasi. Deputati e senatori di regola lo trascorrono nel proprio collegio per fare riunioni, ricevere gente o comunque quello che più gli aggrada.
Rinunceranno alle abitudini per votare come bravi soldatini? Qualche dubbio c’è. Anzi, molti danno per scontato che neppure domani avremo fumata bianca.
Speranza, capogruppo Pd, mette saggiamente le mani avanti: nessuno scandalo, «è sempre accaduto che ci sia bisogno di più votazioni».
Sottoscrive il suo dirimpettaio «azzurro» Brunetta: «I Parlamenti hanno le loro dinamiche e con queste dinamiche occorre fare i conti», procedere a strattoni non ci porta da nessuna parte.
Questo è vero in particolare per Forza Italia. Dove Berlusconi deve vedersela con la rivolta dei suoi «peones», stufi di adeguarsi alle decisioni calate dall’alto e insofferenti nei confronti dei candidati «tecnici», estranei al Parlamento, ancorchè di caratura superiore.
Ne sa qualcosa Catricalà , costretto a ritirarsi venerdì, dopo aver constatato che mai ce l’avrebbe fatta.
Addirittura si stima che, dei 128 «grandi elettori» berlusconiani, oltre la metà voglia decidere di testa propria a costo di provocare una grande frittata.
E la figura potenzialmente in grado di raccogliere più consensi appare Donato Bruno, senatore pugliese, proprio in quanto uno di loro.
Il Pd non solleverebbe obiezioni, fa intendere il vicesegretario Guerini. Se oggi il Cavaliere convocasse Bruno, e gli impartisse la propria benedizione, forse nemmeno le assenze del lunedì impedirebbero di eleggere tanto lui quanto Luciano Violante, al quale mancano un centinaio di voti per toccare il quorum.
Ma Berlusconi per ora non dà segni di vita. Lo raccontano furibondo per lo smacco. Disgustato per lo spettacolo di insubordinazione offerto dai suoi.
Sa perfettamente che nel mirino c’è proprio lui, una parte dei dissidenti mira a rendere Silvio inutile o addirittura dannoso agli occhi di Renzi, incapace di mantenere gli accordi passati e soprattutto quelli futuri.
Dunque il Cav non vuole darla vinta. Sta battendo il terreno alla ricerca di un terzo nome, non più Catricalà ma nemmeno Bruno.
Qualcuno da molto in alto pare abbia sondato l’avvocato Coppi, che però di trasferirsi alla Consulta non ci pensa nemmeno.
Identica risposta negativa da Ghedini. Qualcuno mette in circolo nomi autorevoli, come il consigliere Csm Zanon o come il referendario professor Guzzetta.
Ma poi chi garantisce che non verrebbero impallinati come Catricalà ?
Insomma, Berlusconi è atteso a una scelta difficile.
Se punta su Bruno magari vince la scommessa, ma al prezzo di mostrarsi in balia della fronda di cui l’odiato Fitto è il santo protettore.
Oppure intigna su un «tecnico», rischiando nuove batoste.
E trascinando nella polvere anche il candidato Pd, che rimane a tutti gli effetti Violante.
Tanto che Casini, forte della sua lunga esperienza, invita tutti a non scherzare col fuoco: «Se non si completano gli organi costituzionali, questo è un caso di scuola tipico per sciogliere il Parlamento».
Un monito, precisa, «agli smemorati».
Ugo Magri
(da “La Stampa”)
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Settembre 14th, 2014 Riccardo Fucile
LA SEGRETERIA AL COMPLETO COSTERA’ 1,3 MILIONI DI EURO
Dal segretario particolare Franco Bellacci, una specie di «sono Wolf, risolvo problemi» mutuato dal
personaggio del film Pulp Fiction , al «risponditore» Pilade Cantini, già dipendente di Palazzo Vecchio, che gestirà la corrispondenza con le migliaia di cittadini che scrivono al premier.
Sono due delle ultime sette assunzioni che completano la segreteria di Matteo Renzi, che con quest’ultima tranche di fedelissimi conta di far viaggiare a dovere la sua «macchina» sei mesi dopo essere arrivato a Palazzo Chigi.
Quasi tutti fiorentini e di fiducia, anche per chiudere gli spifferi nei corridoi, dove le informazioni corrono troppo ogni volta che qualche compito delicato viene delegato a qualcuno fuori dal cerchio più stretto.
A regime, la segreteria al completo costerà circa 1,3 milioni l’anno, 2-300 mila euro in meno rispetto a quella di Enrico Letta.
Il decreto con le ultime assunzioni a tempo determinato è alla firma del presidente, che ha formalizzato anche la collaborazione con il governo di 15 consiglieri giuridico-economici (tra cui anche l’ex assessore alla Cultura di Palazzo Vecchio, Giuliano da Empoli), tutti consulenti, a differenza della segreteria, a titolo gratuito che percepiranno solo rimborsi spese.
Da Palazzo Vecchio arriverà nei prossimi giorni Franco Bellacci, detto «Franchino», uno dei pochi abituato all’attivismo del premier e pronto a risolvere i suoi piccoli-grandi problemi pratici: dal computer che si blocca all’alba alle slide da preparare a notte fonda.
C’è un segreto per riuscire a sopportare i ritmi di Renzi? «Tanta voglia di lavorare e altrettanto sacrificio. Poi è chiaro: bisogna fare rinunce, ma le soddisfazioni non sono mai mancate – raccontò Bellacci al Corriere Fiorentino –. Semmai il vero segreto è che ci vuole l’umiltà di affrontare con la stessa attenzione i problemi semplici e quelli complessi. E poi, per stare dietro a Matteo ci vuole il fisico: io, ad esempio, ho dovuto perdere 20 chili».
A Roma si trasferirà anche Pilade Cantini, che prima di arrivare a Palazzo Vecchio era stato assessore in un Comune del Pisano per Rifondazione Comunista.
Un curriculum politico opposto a quello del moderato Renzi, che di Cantini apprezza le capacità letterarie, tanto da chiamarlo per rispondere alle migliaia di mail che ogni giorno arrivano a matteo@governo.it.
Il decreto prevede anche l’assunzione di Elena Ulivieri, moglie di Cantini.
A capo della segreteria tecnica arriverà a Palazzo Chigi Giovanni Palumbo, già dirigente a chiamata del Comune di Firenze.
Dal Pd si sposterà invece Francesco Nicodemo, che lascerà il suo posto al Nazareno pochi giorni prima che Renzi nomini la nuova segreteria.
Nicodemo, napoletano, laureato in Lettere ed esperto di social network e social media, gestirà la comunicazione del governo via Facebook, Twitter e altre piattaforme di dibattito virtuale.
Infine, anche se al di fuori dalle nomine di questo decreto, il ministro per le Riforme Maria Elena Boschi avrà un portavoce ufficiale: Luca Di Bonaventura, ex giornalista dell’Ansa, che finora aveva seguito il sottosegretario Luca Lotti, braccio destro del premier.
Claudio Bozza
(da “il Corriere della Sera“)
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