Settembre 25th, 2014 Riccardo Fucile
NON E’ VERO CHE IN ITALIA CI SONO PIU’ TUTELE E RIGIDITA’ CHE IN GERMANIA, LUOGO COMUNE NATO DA UN ERRORE OCSE
Tutta colpa del Tfr. E di un errore dei ricercatori dell’Ocse.
Perchè la diffusa convinzione che il mercato del lavoro italiano sia più rigido tra quelli dei paesi più sviluppati nasce da lì.
Dal fatto che all’inizio degli anni Novanta l’Ocse, l’organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico con sede a Parigi, considerò il Tfr, il trattamento di fine rapporto, istituto sconosciuto in tutti gli altri ordinamenti, come una sorta di indennizzo per il licenziamento.
Cosa che invece non è.
Il peso (e il costo) del Tfr condizionò però tutti i dati con il seguente, stranoto risultato: in Italia ci sono troppi vincoli al licenziamento; il mercato del lavoro è troppo rigido.
Poi, quasi dieci anni dopo, l’Ocse ritornò sui suoi passi, senza alcun clamore però, dopo che l’errore era stato denunciato dalla Banca d’Italia e anche da un giovane studioso del diritto del lavoro della Bocconi di Milano, Maurizio Del Conte.
L’Ocse ricalcolò l’indice di rigidità del mercato del lavoro italiano.
Per scoprire, fin da allora, che il livello di protezione, articolo 18 dello Statuto dei lavoratori compreso, non è affatto superiore a quello di molti nostri concorrenti.
Non lo è di certo rispetto alla Germania, al cui modello ora tutti dicono di ispirarsi. Ma anche all’Olanda e alla Svezia.
Mentre può fare poco testo il Portogallo che comunque ha maggiori rigidità di noi.
«Il luogo comune, però, è rimasto. Noi continuiamo ad essere il paese dei luoghi comuni sul mercato del lavoro», commenta Emilio Reyneri, sociologo del lavoro all’Università di Milano Bicocca
Torniamo all’Ocse, alle tabelle dell’organizzazione parigina.
Nel 2013 l’Ocse assegna un indice 2,51 all’Italia relativamente alla protezione che viene accordata a un lavoratore con contratto a tempo indeterminato.
Protezione che riguarda soprattutto le tutele di fronte al licenziamento. Più l’indice è alto, più rigido è il mercato.
Bene, la Germania ha un indice pari a 2,87, superiore al nostro. E superiori a quello italiano sono pure gli indici dell’Olanda (2,82), uno dei paesi della cosiddetta flexsecurity, e della Svezia (2,61), classico paese nordico dal welfare pesante.
Ed è interessante osservare che tra il 2012 e il 2013 l’indice è rimasto invariato in Germania, Olanda e Svezia, mentre è calato proprio da noi (era stabile a 2,76 fin dal 1985) per effetto della legge Fornero sul lavoro che ha modificato non poco, e per la prima volta, la vecchia versione dell’articolo 18, lasciando la possibilità del reintegro automatico nel posto di lavoro solo nel caso di licenziamento discriminatorio e affidando al giudice l’eventualità di decidere il reintegro anzichè l’indennizzo monetario nel caso di licenziamento motivato con ragioni economiche evidentemente fasulle.
Ma ad incrinarsi nelle tabelle dell’Ocse è anche un altro luogo comune: quello sulla scarsa flessibilità , rispetto agli altri paesi, dei nostri contratti per entrare nel mercato del lavoro.
In particolare l’Ocse ha preso in considerazione i vincoli che un datore di lavoro si trova davanti quando intende ricorrere al contratto a tempo determinato.
L’Italia – prima però dell’ultimo intervento legislativo del ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, che ha liberalizzato i contratti a tempo, abolendo le causalità e consentendo tre proroghe in cinque anni – è (era, probabilmente) poco sopra la media Ocse: 2 contro 1,75.
Ma ben più rigida è ancora la Francia (3,63), mentre la Germania si colloca esattamente un punto sotto l’Italia. La Norvegia è a 3 come la Spagna. Quella dell’Italia è stata una discesa ripida verso la flessibilità se si pensa che prima del pacchetto Treu (1997) il relativo indice Ocse era 4,75.
«Il problema cruciale è dunque un altro», spiega Reyneri. Ed è evidenziato anche questo in uno studio dell’Ocse del 2009 dove si analizzano i tempi di durata dei processi nelle cause di lavoro.
In Italia durano in media circa 24 mesi, 12 mesi in più circa che in Francia o in Svezia.
Sopra l’asticella dei 20 mesi siamo insieme a Slovacchia e Repubblica Ceca. In Germania durano intorno ai quattro mesi.
In Italia si va in appello in più del 60 per cento dei casi, in Germania in meno del 5 per cento.
E se fossero queste le vere anomalie italiane?
E se fosse per queste ragioni che gli investimenti esteri arrivano con il contagocce in Italia e la colpa non fosse dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori?
Roberto Mania
(da “La Repubblica”)
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Settembre 25th, 2014 Riccardo Fucile
ALLA CONFERENZA SUI CAMBIAMENTI CLIMATICI FA L’ECOLOGISTA, AL GOVERNO IN ITALIA PENSA SOLO AD AUTORIZZARE ATTIVITA’ ESTRATTIVE E A BLOCCARE LE RINNOVABILI
“Bellezza è la parola che voglio introdurre nel dibattito sul climate change“. 
La stessa bellezza che in Italia non vogliamo tutelare, trivellando i nostri mari.
“Il cambiamento climatico è la sfida del nostro tempo. Lo dice la scienza: non c’è tempo da perdere, la politica deve fare la propria parte“.
È per questo che abbiamo deciso di snellire, con il decreto “Sblocca Italia“, i processi di autorizzazione di nuove attività estrattive a mare, prevedendo per molti progetti l’irrilevanza della valutazione di impatto ambientale e impedendo a cittadini, “comitatini” e governi regionali di esprimere la propria opinione.
“L’impegno dell’Italia continua sui numeri: ad agosto 2014, il 45% delle elettricità in Italia proveniva da fonti rinnovabili“.
Per questa ragione abbiamo deciso di bloccare lo sviluppo delle rinnovabili, attaccandole addirittura retroattivamente, con il decreto “spalma-incentivi”, scoraggiando così qualsiasi investimento nel settore.
E infine: “È fondamentale raggiungere a Parigi nel 2015 un accordo globale e vincolante in difesa del clima. I nostri figli si attendono che questo accordo sia vincolante“.
Ed è per questo che l’Italia, Presidente di turno dell’Unione Europea, non si è ancora espressa in favore di tre obiettivi ambiziosi e vincolanti per l’Ue al 2030; tutto questo alla vigilia del decisivo Consiglio Europeo del 23-24 Ottobre.
Queste contraddizioni in libertà — ai limiti della commedia dell’assurdo — non sono altro che lo specchio del panorama energetico italiano.
A pronunciarle, il capo del governo Matteo Renzi, ieri a New York per la conferenza Onu sui cambiamenti climatici.
Evento durante cui si è vantato del ruolo delle rinnovabili in Italia, affermando che la lotta ai cambiamenti climatici è urgente e fondamentale, e che i nostri figli si aspettano che si faccia qualcosa subito.
Ha però omesso di spiegare quello che si sta facendo realmente in Italia: attaccare retroattivamente le rinnovabili, allontanando così dal nostro Paese qualsiasi investimento in tecnologia verde e innovazione, per puntare dritti sulle trivellazioni — in particolare in mare — per tirare fuori quelle poche gocce di petrolio che, secondo i dati dello stesso Ministero dello Sviluppo, non coprirebbero neppure due mesi dei consumi nazionali di petrolio.
Sono forse queste le azioni che i nostri figli si auspicano per mantenere il riscaldamento globale sotto i 2 gradi centigradi?
Sono questi i provvedimenti che oltre un milione di persone, scese solo tre giorni fa in strada in tutto il mondo, hanno chiesto per difendere il Pianeta su cui viviamo?
È definendo “comitatini” le popolazioni locali che si oppongono alle fonti fossili, poichè ne vivono ogni giorno sulla propria pelle gli effetti, che si vuole dare un futuro migliore ai cittadini?
Non sappiamo se il Presidente del Consiglio sia stato fulminato sulla via di New York, e abbia davvero compreso la delicatezza del momento, come tristemente suggerito anche dalle ultime alluvioni nel Gargano e a Firenze.
Noi ci limitiamo a giudicare i fatti — che per ora testimoniano solo la svolta fossile del governo Renzi — e a opporci con tutte le nostre forze all’uso del carbone e del petrolio. Perchè, come dice il premier, “la lotta al cambiamento climatico è un segno di responsabilità verso il futuro“.
E, aggiungiamo noi, il futuro non è fossile.
Il futuro è rinnovabile.
Greenpeace
Organizzazione internazionale no profit
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Settembre 25th, 2014 Riccardo Fucile
IL CAPITANO DEL “TORNI A BORDO CAZZO” RIMOSSO DAL SETTORE OPERATIVO DELLA CAPITANERIA: “PAGO PER TUTTO QUELLO CHE HO FATTO LA NOTTE DELLA CONCORDIA”
«Sono amareggiato e sto riflettendo su molte cose, comprese le stellette che porto addosso».
Stacca le parole, le intervalla ai silenzi, il capitano Gregorio De Falco, l’eroe della notte della Concordia, quello che ordinò a Francesco Schettino il celebre e rabbioso «torni a bordo cazzo».
Lo stesso che dalla sala operativa della capitaneria di Livorno sospettò prima di tutti gli altri, assieme al collega Alberto Tosi, che il black out a bordo della grande nave da crociera fuori rotta, fosse una colossale bugia.
Il capitano di fregata è stato informato ieri che dovrà lasciare il settore operativo della Capitaneria di Livorno: a fine settembre infatti sarà trasferito in altri uffici, sempre della Direzione marittima di Livorno. Uffici amministrativi.
Lui non ci sta e sta meditando in queste ore anche di abbandonare la divisa.
Cosa è accaduto?
«Il comandante Faraone mi ha chiamato nel suo ufficio per comunicarmi che devo lasciare il servizio operazioni perchè vengo destinato a un ufficio di carattere amministrativo ».
È stato lei a chiederlo?
«No di certo, da dieci anni la mia ragione professionale è nel settore operativo, credo di aver maturato lì una professionalità … ma sono un militare».
Quindi obbedirà ?
«Il 28 settembre mi presenterò al nuovo ufficio che deve ancora probabilmente essere individuato dal comando. Sono molto amareggiato, sto riflettendo su tante cose… ».
Anche di lasciare la divisa?
«Sono molto turbato. Questo cambio di incarico non mi era neppure stato prospettato».
Schettino va in cattedra alla Sapienza, rilascia interviste, si fa fotografare sui rotocalchi, lei invece…
«Io no». Silenzio.
Schettino in vetrina, lei levato dal servizio operativo. Qualcosa penserà di questo?
«Mi fa riflettere sulla circostanza che questo Paese è storto, privo di riferimenti corretti in cui le persone rispondano per il ruolo e la responsabilità che hanno».
Pensa che ci sia un collegamento fra il suo spostamento di incarico e quello che accadde la notte di Concordia?
«Penso di sì, mi sono fatto questa idea: che ci possa essere un collegamento col lavoro che ho fatto per il soccorso e forse nelle indagini».
In che senso?
«Preferisco non rispondere».
Le hanno rimproverato un’esposizione mediatica o qualcos’altro?
«Formalmente nessuno mi ha rimproverato mai niente».
Eppure…
«Eppure queste conseguenze non sono coerenti con i riconoscimenti formali. Lo Stato su di me ha speso soldi per formarmi come responsabile del soccorso marittimo, responsabilità di cui mi sono fatto carico anche quando non mi competeva, come per esempio nella notte di Concordia».
Può spiegare perchè non le competeva?
«Ero a capo dell’unità costiera di guardia a Livorno che ha un ambito geografico coincidente con le acque antistanti la provincia. Il naufragio avvenne a Grosseto e io sono stato chiamato dalla sala operativa della direzione marittima regionale: ho risposto subito salendo in sala e assumendo ogni decisione operativa».
Ripensando al 13 gennaio 2012 ha qualcosa da rimproverarsi?
«Proprio niente. Le faccio un esempio: al comandante della guardia costiera americana, chiesero se gli Stati Uniti fossero pronti a intervenire in caso di evacuazione di navi molto grandi e lui rispose che avevano fatto 37 esercitazioni, quando gli chiesero se avesse avuto qualcosa da suggerire alla guardia costiera italiana, disse: nulla, tutto era stato fatto correttamente».
Ad un certo punto è sembrato che lei stesse per scendere in politica…
«Lo scrisse un giornale, io non fui contattato. Era lontano da me. Ma sto cercando di valutare tante cose per capire se ci possano essere relazioni tra i fatti e le conseguenze di oggi».
Comandante, a lei nemmeno una promozione.
«Non era nel profilo di carriera, mi dovevano valutare quest’anno semmai. Il punto non è la promozione… ».
Quale è il punto?
«Per esempio il fatto che un anno fa non fui destinato ad alcun incarico di comando come invece è successo a tutti gli altri miei colleghi. Io non mi sono lamentato, ma ora il trasferimento è un’altra cosa».
Chi sono i suoi nemici?
«Non ho nemici. Probabilmente c’è qualcuno che non vede il servizio come lo vedo io. Mi viene in mente un’espressione di Zagrebelsky, “l’eterogenesi dei sì”, camminiamo nella stessa direzione, ma ciascuno ha finalità differenti. Quella notte io la ricordo bene, non sapevamo nemmeno esattamente quante persone ci fossero sulla nave e i vertici di Costa alla domanda di un giornalista tre giorni dopo il naufragio su quante persone fossero sulla Concordia risposero di chiedere alla Protezione civile… il filmato è su youtube, tutti lo possono vedere. Quando ho fatto scendere le persone dalla biscaggina, ordinai di mettere sotto le zattere gonfiabili e in questo modo salvammo due bambini che caddero dalla scaletta».
Comandante torniamo alle indagini.
«Preferisco di no. Le posso dire soltanto che nei giorni immediatamente successivi mi chiamò il procuratore capo di Grosseto e io ebbi difficoltà a distaccarmi dal mio comando per raggiungere la procura perchè mancava un atto di richiesta formale… ma non so se c’è una relazione… Forse no, farò i miei accertamenti ».
Se lasciasse la divisa ha pensato a cosa farà ?
«Se dovessi lasciare sarebbe una brutta, brutta giornata»
Però a quel punto potrebbe accettare un incarico dalla politica se arrivasse…
«Io sono un militare».
Laura Montanari
(da “La Repubblica”)
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Settembre 25th, 2014 Riccardo Fucile
L’AD DI FIAT E CHRYSLER DAGLI USA AIUTA IL PREMIER: TROPPE TUTELE CREANO ”DISAGI SOCIALI”. .. INTANTO LA CGIL PROVA A TRATTARE SULLE TUTELE CRESCENTI
“L’articolo 18 crea disagi e disuguaglianze”. È Sergio Marchionne a schierarsi senza se e senza ma al fianco
di Matteo Renzi.
“Lasciatelo lavorare non ci sono alternative”, dice a New York dove il presidente del Consiglio ha appena tenuto un discorso davanti al Council on Foreign Relations.
Un’altra occasione e un’altra vetrina per chiarire il suo punto sulla riforma del lavoro. Che è “irrimandabile”.
Dice Renzi: “Lunedì presenterò in direzione le mie idee” che “sono condivise”, poi “ci sarà un dibattito, si discute e alla fine si decide, si vota e si fa tutti nello stesso modo, si va tutti insieme”. Per chi non se lo ricordasse, in direzione i renziani sono la maggioranza schiacciante.
Il voto dunque, è piuttosto pleonastico.
E ancora un attacco alla sinistra che vuole lo status quo: “Le persone della sinistra, leader della mia parte politica e non della destra, pensano che va a ogni costo mantenuto lo Statuto dei lavoratori e che questo è l’unico modo per essere uomini di sinistra”.
Che Renzi, al di là delle parole, non abbia alcuna intenzione di mediare più del minimo indispensabile, lo dicono un po’ tutti, renziani e non.
A Roma fervono le riunioni tra le minoranze e le ricerche di trattativa con la maggioranza.
Ma l’impressione è che fino a quando il premier torna dagli Stati Uniti non si andrà lontano. Nel frattempo, le posizioni a sinistra diventano meno granitiche: il segretario della Cgil Susanna Camusso, mentre tuona contro la volontà di Renzi di non trattare, indica il terreno possibile per la mediazione: “Se si vuole discutere delle tutele crescenti lo possiamo fare. Sono mesi che lo diciamo”.
Gli emendamenti presentati dalle minoranze in Senato chiedono che l’articolo 18 entri in vigore dopo tre anni, il governo era pronto a discutere di inserirlo dopo i 12 o 13, potrebbe arrivare a 10. Alla sinistra interna potrebbero bastare sei anni, ma lui in realtà non è tanto di quest’idea.
E così ci sono i pontieri in azione.
Riunione informale ieri in Transatlantico tra Guglielmo Epifani (piuttosto moderato), Alfredo D’Attorre (duro e puro, per ora) Davide Faraone (renziano).
E poi, tra lo stesso Epifani, Roberto Speranza (pontiere), Matteo Orfini (Giovane Turco, tessitore), Enzo Amendola (dialogante) e Francesco Verducci (anche lui Turco, tessitore). Speranza sta lavorando per portare almeno tutta la sua componente, Area riformista sulla linea del dialogo.
E la maggior parte dei dem ribelli comunque sono pronti a seguirlo.
Orfini insieme a Verducci stanno cercando un punto di mediazione concreto.
In Senato hanno presentato tre emendamenti, che riguardano la semplificazione delle forme contrattuali per disboscare la selva di lavori atipici, la prevalenza del contratto a tempo indeterminato e il demansionamento legato alla concertazione con sindacati e imprese.
Il punto resta sempre l’articolo 18. Difficile anche per i Giovani Turchi votare una legge che lo abolisce del tutto.
Ma se si riescono a ottenere altre cose, diventa più digeribile. Il punto di caduta potrebbe essere anche diverso, con un po’ di soldi per le politiche del lavoro e gli ammortizzatori sociali. Non a caso l’appello di Beppe Grillo alla sinistra del Pd per “mandare definitivamente a casa Renzi” è caduto nel vuoto.
Con un post del giurista a Cinque Stelle, Aldo Giannuli, i 5s hanno invitato la minoranza ribelle dei democrat a reagire contro “l’infame riforma” del lavoro “con l’azione parlamentare e con l’azione di piazza, con gli scioperi”.
Coro di no da parte di tutte le sotto correnti dem.
Su tutti, ecco il muro di Bersani (e lui lo sa bene, che con i Cinque Stelle cercò di formare il suo governo mai nato): “Beppe Grillo lasci stare le provocazioni. Credo all’autonomia del Pd, che deve trovare le soluzioni senza dare la parola, tantomeno l’ultima parola, nè alla destra nè a Grillo. Questo è il punto”.
La battaglia interna continua, le tentazioni di andare al muro contro muro diminuiscono di giorno in giorno.
Wanda Marra
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 25th, 2014 Riccardo Fucile
APPLICABILE SOLO PER REATI SOPRA I 5 ANNI DI CONDANNA: “FATTA COSI’ NON SERVE A NULLA”
Tutto in poche ore: stop all’autoriciclaggio e via libera alla responsabilità civile dei giudici.
Sconfitti coloro che nel Pd avevano lavorato per varare più efficaci norme contro la corruzione (il deputato Pippo Civati, la senatrice Lucrezia Ricchiuti, il capogruppo in commissione Finanze della Camera Marco Causi).
A vincere è la strana coppia Maria Elena Boschi, ministro per le Riforme, e Niccolò Ghedini, avvocato-parlamentare di Silvio Berlusconi.
Ieri, mercoledì, era annunciato come il giorno cruciale per la riforma della giustizia: in commissione Finanze si sarebbe dovuto approvare definitivamente il testo che introduceva il reato di autoriciclaggio e varava la “voluntary disclosure”, cioè le norme per favorire il rientro dei capitali nascosti all’estero. Invece l’appuntamento è stato rimandato di una settimana, a mercoledì 1 ottobre.
In compenso, ieri pomeriggio il ministro Boschi ha presentato in Senato il disegno di legge sulla responsabilità civile dei magistrati: chi sbaglia paga, anche se questo renderà le toghe psicologicamente più deboli di fronte agli imputati potenti che hanno mezzi per rivalersi contro i loro giudici.
È un segnale chiaro: mentre si frena il varo di norme più efficaci per combattere corruzione ed evasione fiscale, si accelera nelle misure punitive nei confronti dei magistrati.
Resta la responsabilità indiretta, cioè sarà lo Stato a pagare le spese per gli errori giudiziari, ma cambiano le modalità : non ci sarà più il filtro iniziale di ammissibilità delle cause, con il probabile esito di moltiplicare i procedimenti contro i giudici; e aumenterà la quota di rivalsa dello Stato nei confronti delle toghe, che in caso di errore, pur senza dolo, dovranno ripagare la pubblica amministrazione con i loro soldi, rinunciando fino al 50 per cento dello stipendio.
Nelle linee guida presentate dal ministro della giustizia Andrea Orlando già si leggeva che “uno degli obiettivi del progetto è il superamento di ogni ostacolo frapposto all’azione di rivalsa, nei confronti del magistrato, che lo Stato dovrà esercitare a seguito dell’avvenuta riparazione del pregiudizio subito in conseguenza dello svolgimento dell’attività giudiziaria”.
Inoltre “l’azione di rivalsa nei confronti del magistrato, esercitabile quando la violazione risulti essere stata determinata da negligenza inescusabile, diverrà obbligatoria”.
E “sarà innalzata la soglia dell’azione di rivalsa, attualmente fissata, fuori dei casi di dolo, a un terzo dell’annualità dello stipendio del magistrato: il limite verrà incrementato fino alla metà della medesima annualità ”.
“Resterà ferma l’assenza di limite all’azione di rivalsa nell’ipotesi di dolo”.
Intanto è sparito di scena l’autoriciclaggio (cioè il reato che punisce chi ripulisce e mette in circolo i soldi incassati commettendo un reato). Se ne parlerà mercoledì prossimo.
Ma già ieri era comparso un testo del governo, diverso e peggiorativo rispetto a quello discusso dalla commissione Finanze della Camera sulla base di un progetto proposto dalla commissione di studio presieduta dal magistrato di Milano Francesco Greco.
Il nuovo testo introduce il “comma del godimento”: “L’autore del reato non è punibile quando il denaro, i beni o le altre utilità vengono destinate alla utilizzazione o al godimento personale” .
Ma soprattutto alza la soglia di applicabilità : non c’è autoriciclaggio quando il reato presupposto (quello che ha prodotto i soldi sporchi) è punibile con una pena inferiore a 5 anni.
Vuol dire che resteranno fuori reati come la truffa, l’appropriazione indebita, la dichiarazione fiscale infedele, l’elusione fiscale.
“Tutti i casi concreti che noi incontriamo nel nostro lavoro quotidiano”, constata un magistrato della procura di Milano.
“Fatta così, la norma sull’autoriciclaggio non serve a niente”.
Gianni Barbacetto
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 25th, 2014 Riccardo Fucile
LE REAZIONI ALL’EDITORIALE DEL DIRETTORE DE BORTOLI CHE DENUNCIA L’ARROGANZA DEL PREMIER E LA DEBOLEZZA DEI MINISTRI… ARRIVA IN SOCCORSO MARCHIONNE, AZIONISTA DI RCS
Perchè il direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli attacca così frontalmente il premier Matteo
Renzi?
Perchè evoca la troika, i segreti del patto del Nazareno e, a questo proposito, sente lo “stantio odore della massoneria”?
Spiegazione giornalistica: ieri il Corriere ha cambiato formato e grafica, ci voleva un editoriale del direttore e De Bortoli è riuscito a scriverne uno che ha reso imperdibile la lettura del giornale.
Ma il Corriere è anche il giornale dei poteri (un tempo) forti, quello che la loggia P2 comprò con i soldi del banco Ambrosiano di Roberto Calvi e nel cui azionariato tormentato tuttora si scontrano gli ultimi frequentatori dei salotti della finanza, Diego Della Valle contro Giovanni Bazoli di Intesa e la Fiat di Sergio Marchionne e John Elkann.
E se il Corriere sfiducia il governo — a cui non ha mai riconosciuto grandi meriti — nei palazzi romani si passa la giornata a cercare il mandante o almeno un’interpretazione.
De Bortoli parla di “muscolarità che tradisce debolezza”e di una squadra di ministri “di una debolezza disarmante” (tranne Pier Carlo Padoan all’Economia), uomini e donne scelti in base alla fedeltà invece che alla competenza.
Osservazioni molto condivise in quei settori di impresa e finanza che hanno accolto con entusiasmo Renzi ma ora non vedono alcun miracolo.
Basta leggere il Sole 24 Ore di Confindustria o gli editoriali di Wolfgang Munchau sul Financial Times.
Soltanto Sergio Marchionne, che si prepara ad accogliere Renzi alla Chrysler a Detroit e invoca la riforma dell’articolo 18, rimane decisamente renziano: “L’editoriale del Corriere? Normalmente non lo leggo”.
Parole che evocano quelle che usò Silvio Berlusconi nel 2008 quando suggerì a Giulio Anselmi della Stampa e a Paolo Mieli del Corriere di “cambiare mestiere”.
I due direttori furono cacciati.
De Bortoli non corre lo stesso rischio perchè è già stato licenziato, se ne andrà in primavera come da accordi con l’azienda, dopo ripetuti scontri con l’amministratore delegato Pietro Scott Jovane.
Per lunghi mesi, quindi, De Bortoli sarà al comando ma libero — più del solito — di dire quello che vuole.
E allora avanti con le suggestioni, a metà tra fantapolitica e analisi.
Renzi aveva attaccato in Parlamento, con toni intimidatori, proprio il Corriere, reo di aver dato notizia dell’indagine per corruzione internazionale su Claudio Descalzi, il manager scelto dal governo per la guida dell’Eni.
E il premier, il 16 settembre, alla Camera attacca: “Non permettiamo a un avviso di garanzia citofonato sui giornali o a uno scoop di cambiare la politica industriale nazionale”.
E allora, zac, De Bortoli risponde alle minacce con l’editoriale “Il nemico allo specchio”.
Il sito Dagospia riferisce anche che il premier avrebbe protestato perchè da via Solferino avevano mandato un inviato nell’albergo delle vacanze presidenziali a Forte dei Marmi.
Ma queste sono minuzie che non appassionano chi preferisce vedere disegni più vasti dietro l’attacco del Corriere.
Tipo: Mario Draghi ha ormai deciso di lasciare la Bce l’anno prossimo per andare al Quirinale, dove Renzi non lo vuole perchè si troverebbe commissariato, De Bortoli supporta Draghi e asseconda quei poteri che sarebbero rassicurati dal vedere il banchiere centrale al vertice della politica italiana (peccato che non è affatto detto che Draghi voglia e possa andarsene da Francoforte senza destabilizzare i mercati mondiali).
Infine l’ipotesi più ardita: il direttore del Corriere pensa alla politica, ma non come sindaco di Milano (ipotesi di cui si discute da anni), bensì come portabandiera di uno schieramento alternativo al Pd renziano.
I salotti non hanno più un loro uomo, visto che l’ambizioso Corrado Passera convince poco.
Fantapolitica a parte, resta quel riferimento sorprendente alla massoneria.
Forse De Bortoli ha indiscrezioni su indagini fiorentine?
Siti e personaggi dalla discutibile attendibilità sostengono che ci siano legami tra Tiziano Renzi, il papà , Denis Verdini (Forza Italia) e logge toscane.
Illazioni mai dimostrate.
Dall’America Renzi commenta solo così: “Auguri al Corriere per la nuova grafica”.
In privato si limita a dire: “Se c’è una cosa che è lontana da me e da mio padre è la massoneria”.
Vedremo se De Bortoli e i suoi cronisti produrranno elementi per smentirlo.
Stefano Feltri
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 25th, 2014 Riccardo Fucile
CAMBIA IL METODO PER RICALCOLARE I CANONI DELLE CONCESSIONI TELEVISIVE: IL BISCIONE RISPARMIERà€ 80 MILIONI, LA TV DI STATO UN CENTINAIO… CHI PAGA? LA7 E LE PICCOLE EMITTENTI
Ecco il cambio di verso per la televisione: i ricchi pagano di meno, i poveri pagano di più. Oppure: mercato sempre più comodo per i ricchi e sempre più scomodo per i poveri. Anzi, impossibile per i poveri.
Questo clamoroso cambio di verso, nonostante i rimproveri dell’Unione europea e la ribellione dei piccoli editori, verrà ratificato la settimana prossima dall’Autorità di garanzia (Agcom) che applicherà uno sconto milionario a Mediaset e Rai sul canone per la concessione delle frequenze televisive, un bene pubblico: in sette anni, il Biscione potrebbe risparmiare almeno 80 milioni di euro, la Rai addirittura più di 100 (quasi 126).
In totale: 200 per due.
Il cambio di verso funziona così: Cologno Monzese e Viale Mazzini non dovranno versare più l’uno per cento del fatturato aziendale, ma un obolo (meno di 10 milioni ciascuno) estratto dai conti di quelle società controllate che gestiscono le antenne, cioè Elettronica Industriale e Rai-Way (che sarà pure quotata in Borsa e ceduta ai privati per il 40%).
Con questa mossa masochista, lo Stato rinuncia a 131,7 milioni di euro nei 7 anni, a essere ottimisti.
Perchè l’Agcom crede di poter recuperare un po’ di denaro caricando i costi su La7, Persidera (Telecom-Espresso), H3G e, soprattutto, su quegli imprenditori locali che di certo non raggiungono i miliardi registrati dal duopolio.
In media, in questi anni, il Biscione e Viale Mazzini garantivano assieme tra i 50-55 milioni di euro: in futuro non supereranno i 20, se va male.
I dati qui riportati sono quelli che circolano all’Agcom per le proiezioni sul periodo 2014-2021. Oltre a un imperituro impegno politico per salvaguardare il patrimonio di Silvio Berlusconi il gran riformatore, non ci sono spiegazioni plausibili al provvedimento che l’Agcom si appresta a emanare.
I dissidenti, su cinque componenti, sono la coppia Angelo Cardani (presidente) e Antonio Nicita (commissario).
Agguerriti, più che favorevoli: Antonio Martusciello, ex dirigente di Publitalia, cioè Mediaset e sottosegretario nel governo di Berlusconi; Antonio Preto, ex collaboratore di Renato Brunetta e Antonio Tajani di Forza Italia e Francesco Posteraro, eletto in quota Udc.
I numeri non danno scampo.
Il governo, tramite il sottosegretario Antonello Giacomelli, è intervenuto formalmente (in passato) per ottenere un rinvio.
I giorni che restano sono una manciata, e neppure una lettera spedita a metà luglio da Bruxelles è riuscita a far desistere Martusciello e colleghi.
I burocrati europei Linsley McCallum e Anthony Whelan ordinarono all’Agcom di rispettare “le pari opportunità tra i vari operatori economici” e notarono che “l’importo dei diritti non può ostacolare l’accesso al mercato”.
Bruxelles aveva perfettamente inteso gli effetti di questi inediti criteri di tassazione sul canone per l’utilizzo delle frequenze: i ricchi pagano di meno, i poveri pagano di più (se riescono a pagare). L’ex commissario Nicola D’Angelo, che già all’epoca del suo mandato s’era trovato a fronteggiare il problema, frantuma le eventuali giustificazioni di Agcom: “Non sono costretti a vidimare questo grave errore. La norma che viene richiamata per ridurre il canone, poteva essere interpretata diversamente, perchè la revisione è sì obbligatoria, ma deve essere proporzionale e ragionevole per salvaguardare il pluralismo. E non devono copiare il sistema in vigore per le telecomunicazioni o avvantaggiare i soliti”.
Il governo, se ne avesse intenzione, ha un paio di giorni di tempo per contrastare l’Agcom, non è sufficiente promettere un ostruzionismo postumo.
Perchè una volta decretato lo sconto, non si potrà tornare indietro.
A Palazzo Chigi, così disponibile con l’amico di Arcore, conviene evitare l’aiutino a Mediaset? Non conviene.
Anche se i saldi Agcom non sono convenienti nè per le casse statali nè per la “figuraccia” con Viale Mazzini: prima Matteo Renzi impone un prelievo di 150 milioni di euro e poi li restituisce a rate.
E tra una rata e l’altra, ci scappano (almeno) 80 milioni per Mediaset.
Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 25th, 2014 Riccardo Fucile
UNA BELLA UNIFICAZIONE DEI PARTITI E SILVIO RISOLVE UFFICIALMENTE IL PROBLEMA DEL SUCCESSORE
Non si può più fare una battuta, che viene subito presa per un suggerimento e si avvera. 
Da tempo scherziamo sul Partito Unico Renzusconi, fra patti e ripatti del Nazareno, tàªte-à -tàªte a Palazzo Chigi fra lo spregiudicato e il pregiudicato, controriforme della Costituzione, della giustizia e dell’articolo 18, grattini della Boschi a caval Donato Bruno, smancerie, toccatine, pizzini, baci e bacetti.
Bene: pare che l’ultima volta che si sono visti, B. abbia proposto a Renzi di unificare i rispettivi partiti, magari dopo aver depurato il Pd di ciò che resta dell’anima di centrosinistra con l’apposita devastazione dei diritti dei lavoratori.
Ciò gli consentirebbe di risolvere l’annoso problema della successione: perchè baloccarsi ancora tra Alfano, che ormai sfugge ai radar, e Fitto, che non è mai sfuggito ai tribunali, quando c’è Matteo, il figlio adottivo prediletto?
Ora ha pure il padre inquisito per bancarotta: è la sua prova d’amore, che si vuole di più dalla vita?
Potrebbe chiamarsi Forza Pd, o Partito Demo-forzista: qualche elettore gufo, ancorato ai vecchi steccati ideologici del passato, storcerebbe il naso per un po’.
Ma poi la gran parte se ne farebbe una ragione. L’operazione garantirebbe anzitutto la governabilità : stando ai sondaggi, Forza Pd assommerebbe il 40% del Pd e il 16-17 di FI, avvicinandosi al 60.
A quel punto, anche le estenuanti discussioni sulla legge elettorale sarebbero superate: il Renzusconi governerebbe sereno, senza bisogno di premi di maggioranza, sbarramenti e altre rotture di palle.
In fondo, è quel che succede già oggi sotto mentite spoglie di una maggioranza finta (Pd, Ncd e centrini sparsi) che nasconde quella vera (i Nazareni).
Il Renzusconi finalmente depositato dal notaio avrebbe pure il pregio della chiarezza, a beneficio degli smemorati e degli sbadati.
Tutto, ormai, in Italia è figlio di babbo Silvio e del giovin Matteo.
Il rieletto presidente Napolitano, che infatti non perde occasione di ringraziare. Il governo, che vanta due berlusconiani doc come la ministra Guidi (Sviluppo) e il sottosegretario Ferri (Giustizia). Il nuovo Senato e l’Italicum.
Ma anche il nuovo Csm, dove gli 8 laici eletti dal Parlamento rappresentano tutti i partiti tranne il più votato in Italia alle ultime Politiche: i 5Stelle.
Ecco dunque 3 pidini (il sottosegretario Legnini, Fanfani e Bene) e 2 forzisti (Casellati e Zanettin, genero di Coppi e nipote del card. Parolin), col contorno dell’Ncd Leone, del montiano Balduzzi e della vendoliana Balducci (la famosa sinistra radicale). Presto avremo anche due renzusconiani alla Consulta: Violante e un forzista non indagato al posto di Bruno, semprechè ne trovino uno.
A giugno l’anticorruzione era pronta per il voto in commissione Giustizia, ma poi Renzi incontrò B.&Verdini e il governo la bloccò annunciandone una nuova di zecca, che naturalmente non è mai arrivata: Silvio non vuole.
L’autoriciclaggio era pronto l’altro giorno in commissione Finanze, ma il governo l’ha bloccato per farlo riscrivere da Boschi&Ghedini.
Il risultato, contrariamente a quel che era parso in un primo tempo, è il colpo di spugna dell’altroieri firmato dal ministro Orlando: Silvio non vuole.
Invece vuole salvare Mediaset dai guai, e dunque ecco pronto Antonio Pilati, già consulente della legge Gasparri, alla presidenza della Rai, nel frattempo rapinata dal governo di 150 milioni.
Ed ecco i saldi di fine stagione targati Agcom per far risparmiare 25 milioni a Mediaset sull’affitto delle frequenze.
Sfido io che l’Unità ed Europa chiudono: a che servono a Renzi altri due giornali di partito, quando ha già — gratis — gli house organ di Arcore, dal Foglio al Giornale, che lo turibolano e lo leccano manco fosse il loro padrone.
Del resto Ferrara e Sallusti vanno capiti: quando gli ricapita un premier che fa ciò che nemmeno B. era riuscito a fare contro i magistrati, i sindacati e i lavoratori, e per giunta tiene buona la piazza perchè lui è “di sinistra”, o almeno così credono i gonzi. Vale sempre la legge di Corrado Guzzanti, nella parodia di Rutelli con la voce di Sordi: “L’Italia non è nè di destra nè di sinistra. L’Italia è di Berlusconi”.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 25th, 2014 Riccardo Fucile
DI RITORNO DA CARDIFF CON RENZI, IL 5 SETTEMBRE SCALA A ROMA E POI SALE SU UN FALCON CHE “CASUALMENTE” ERA DIRETTO “IN VOLO DI ADDESTRAMENTO” A GENOVA
Il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, ha usato un Falcon 50 dell’Aeronautica militare italiana per farsi accompagnare a casa a Genova, il 5 settembre scorso, approfittando di un volo di addestramento programmato dal 31esimo stormo dell’Aeronautica proprio in coincidenza con le sue necessità .
Il volo incriminato è quello del ritorno dal vertice Nato di Newport, vicino a Cardiff in Galles, organizzato dopo la crisi ucraina.
Il 4 settembre l’airbus A319 della Presidenza del Consiglio decolla da Roma con a bordo Matteo Renzi, Roberta Pinotti, Federica Mogherini e i rispettivi staff.
L’airbus A319 dotato di salottini al ritorno si è fermato a Firenze con uno scalo ad hoc per il premier e relativo costo di atterraggio e decollo per Roma.
Anche se dispone di un vero appartamento presidenziale con divano letto matrimoniale e due poltrone letto, più le 40 poltrone per gli ospiti, il presidente del Consiglio preferiva la sua casa per il week end e così l’airbus ha fatto scalo a Peretola alle 20, giusto in tempo per una cena a Pontassieve con Agnese e figli.
L’Airbus è ripartito subito per Roma.
Alle 21 e 30 Mogherini è scesa a Ciampino e si è diretta verso la sua casa nel centro di Roma mentre Roberta Pinotti, che abita a Genova, rischiava di restare bloccata nel caldo della Capitale.
L’ultimo volo da Fiumicino decollava alle 21 e 20 proprio quando l’Airbus atterrava a Ciampino.
Che fare? Il 31esimo stormo è abituato a portare in giro i politici e sa come farli felici. L’aeronautica dipende dal ministro della Difesa ed è sempre ben contenta di fare bella figura. Così all’improvviso è spuntato un volo di addestramento diretto, guarda le coincidenze, proprio a Genova.
La ministra non ha potuto dire di no e così, appena scesa dalla scaletta dell’Airbus, è risalita sul Falcon 50, un piccolo jet executive usato per i politici e le missioni umanitarie e sanitarie, da nove posti, simile a quelli amati per i loro spostamenti dai ricchi imprenditori. che apprezzano il piacere di distena quanto sia bello il volo esclusivo.
A bordo quella sera c’era un solo passeggero civile: Roberta Pinotti.
Alle 22 e 30 la ministra è scesa per godersi un sabato di riposo prima di ripartire domenica per la Festa dell’Unità di Bologna dove ha ritrovato Matteo Renzi.
Una “soffiata” ha raggiunto il gruppo parlamentare dei Cinquestelle che hanno presentato una interrogazione che cita la legge del 2011 la quale regolamenta all’articolo 3 gli ‘Aerei blu’.
I deputati enunciano la norma: “I voli di Stato devono essere limitati al presidente della Repubblica, ai presidenti di Camera e Senato, al presidente del Consiglio dei ministri, al presidente della Corte costituzionale” e “eccezioni rispetto a questa regola devono essere specificamente autorizzata. Una volta autorizzato il volo si procede alla pubblicazione, con cadenza mensile, sul sito internet della Presidenza del Consiglio dei ministri”.
Peccato che in questo caso il volo della ministra non finirà sul sito. A dimostrazione di quanto sia semplice aggirare le norme emanate da Berlusconi, Monti e Letta in materia.
Ricordiamo che i requisiti richiesti per far decollare quella sera un volo di Stato dovevano essere per legge solo “comprovate, imprevedibili ed urgenti esigenze di trasferimento connesse all’efficace esercizio delle funzioni istituzionali e l’impossibilità di provvedere ai trasferimenti con voli di linea”.
La replica di Roberta Pinotti.
“Il ministro — spiega il suo portavoce — aveva prenotato il 2 settembre, due giorni prima di partire per Cardiff, un volo di linea da Roma a Genova per il sabato 6 settembre alle 10 e 20 di mattina (come da mail dell’agenzia di viaggi, ndr). Nei giorni successivi ha scoperto che c’era un volo addestrativo programmato dal 31esimo stormo dell’Aeronautica da Roma a Genova in notturna con istruttore e due piloti”. Anche la scelta di Genova non sarebbe dovuta a un favore al ministro. “Quello scalo — prosegue il portavoce — come Reggio Calabria e Bolzano, è considerato particolarmente adatto per i voli di addestramento a causa dell’orografia del terreno e del frequente vento di traverso e di caduta”.
Pinotti fortunella, insomma: perde l’ultimo aereo di linea che aveva prenotato e zac, passa un volo di addestramento per casa sua…
Marco Lillo
(da “Il Fatto Quotidiano“)
argomento: la casta | Commenta »