Settembre 27th, 2014 Riccardo Fucile
LA FIDANZATA DI BERLUSCONI HA PARTECIPATO ALLA SERATA DI CHIUSURA DELLA MANIFESTAZIONE: “IN FORZA ITALIA NASCERA’ UN DIPARTIMENTO DEI DIRITTI CIVILI”
Tailleur bianco e capelli raccolti, Francesca Pascale poco dopo le 21.30 ha fatto il suo ingresso
al Gay Village di Roma.
La 29enne fidanzata di Silvio Berlusconi, alla serata di chiusura della storica manifestazione del mondo Glbt di Roma, venerd’ mattina nel corso di un’intervista a Radio Capital aveva annunciato la sua partecipazione.
Accompagnata da Vladimir Luxuria, in abito viola, Francesca Pascale ha risposto anche a qualche domanda dei giornalisti sulle Unioni civili.
“Il consiglio comunale di Roma si appresta a votare la delibera per l’istituzione del registo sulle Unioni civili- ha detto Pascale- è una delibera che voterei. Del resto anche io e Silvio siamo una coppia di fatto”.
E poi ha aggiunto: “Mi auguro che i consiglieri comunali di Roma di Forza Italia cambino idea e votino per la costituzione del registo delle Unioni civili. E’ una delibera che anche Berlusconi voterebbe” .
Poi, ha parlato dei matrimoni tra omosessuali. “Sono favorevole al matrimonio gay- ha detto Pascale- perchè se un giorno dovessi diventare lesbica vorrei vivere la mia scelta liberamente e credo che Silvio sia d’accordo con me”.
Renzi è indietro sulle tematiche dei diritti civili?
“Aspettiamo ancora un pò per vedere: ma il tempo sta per scadere e l’Italia non può continuare ad essere un Paese bigotto”.
Francesca Pascale evita di ‘bacchettare’ il premier per il ritardo con cui si sta muovendo per promuovere i diritti civili e nei confronti del premier riserva battute molto meno ‘velenose’ che nei confronti del Nuovo centrodestra e dei suoi rappresentanti.
“Ncd? Non so cosa sia. So solo che ha un ministro della Sanità che sono contenta non faccia parte di Forza Italia. Renzi? Il mio Silvio è molto meno cattivo di lui. Io preferisco il mio Silvio anche se in politica la cattiveria è una qualità “.
Infine, la fidanzata di Berlusconi ha annunciato che “Forza Italia farà nascere un dipartimento per i diritti civili e mi auguro che possa guidarlo Mara Carfagna”.
Sulla presenza della fidanzata di Berlusconi al Gay Village, l’ex parlamentare Vladimir Luxuria ha voluto sottolineare: “Non la stiamo grolificando, ma abbiamo deciso di invitarla alla serata di chiusura perchè è evidente che in poche parole e in poche frasi è riuscita a guardare più avanti della sinistra, che sui matrimoni gay e le unioni civili finora ha fatto molto poco”.
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Settembre 27th, 2014 Riccardo Fucile
DEMITIANA, POI VELTRONIAN-FRENCESCHINIANA, ORA RENZIANA D’ASSALTO: LA RESISTIBILE ASCESA DI UNA COLLEZIONISTA DI GAFFE
Per riassumere le opere di questa intraprendente europarlamentare, dicono i suoi detrattori, si potrebbe lasciare uno spazio bianco in pagina, non lungo, e poi scrivere una postilla, molto breve: questa è la carriera di Pina Picierno.
Oppure si può riportare un elenco, una summa ideologica e culturale che racchiude lo spessore e il pensiero di Pina da Teano, provincia di Caserta, classe 1981: “Tre litri di latte, cinque baguette, due confezioni di fette sceltissime da 400 grammi l’una, macinato per il ragù, bocconcini di vitello, rucola, saccottini per la colazione. E ancora: tortellini, pane, biscotti, uova, salmone affumicato, parmigiano, pasta sfoglia, zucchine, mele, succhi di frutta, olio, coca cola, polpa di pomodoro, tarallucci”.
Non è finito con il vino, ma la lettura di questo scontrino — per dimostrare l’effetto miracoloso degli 80 euro di Matteo Renzi nei carrelli degli italiani — è il discorso più complesso che la Picierno abbia mai pronunciato in tv, dove si esibisce in sbuffi, smorfie, appelli, giudizi, proiezioni-segrete che persino i tecnici di Bruxelles ignorano.
Con la sicumera di un premio Nobel, l’improvvisata analista ha rivelato un aumento dei consumi del 15%: merito degli 80 euro e di tanta fantasia.
E di una generosa considerazione di sè: ora vuole governare la regione Campania.
In principio, era Pina, la tifosa di Ciriaco De Mita.
L’ambiziosa Pina (nel 2003) firmò una tesi sul linguaggio di Ciriaco De Mita, affabulatore irpino, già allora regnante in decadenza, sempre splendente icona del clientelismo e “salige piancente” (invertite le c con le g) cui aggrapparsi: “Ho scoperto che adopera una struttura argomentativa a catena logica. E che non rinuncia, e questa è la novità , a una componente emotiva”.
A una “componente emotiva”, a una riconoscenza minima, la Picierno ha rinunciato presto.
Scordati nel passato i viaggi a Strasburgo o a Bruxelles con i giovani popolari organizzati anche per omaggiare De Mita, la Picierno ha inaugurato la stagione Dario Franceschini.
Quando ci sono da compilare le liste, la Picierno è il Pier Luigi Pizzaballa, ex portiere di Roma e Milan, l’ultima figurina che mancava ai collezionisti negli anni 70-80.
A Walter Veltroni, usurato dai cacicchi locali, serviva un Pizzaballa, una riserva da schierare titolare, un gregario o uno sconosciuto da convertire in (finto) campione.
Un giovedì sera, erano le Politiche 2008, a pochi giorni da una disastrosa campagna elettorale contro Silvio Berlusconi, Franceschini suggerì a Veltroni di piazzare capolista Giuseppina detta Pina Picierno e di pensionare l’anziano De Mita.
I rischi erano limitati: liste bloccate, seggio blindato. Oltre a cincischiare sulle fossette che le tracciano il viso appena sorride — è una parafrasi degli articoli di quelle settimane — la Picierno fu interpellata su De Mita: “È stato importante nella storia degli anni 80, ma non si va via da un partito perchè il segretario decide di investire sui giovani”.
Qualche mese prima, la medesima Picierno battagliava contro il repulisti anagrafico di Veltroni: “Non si può buttare dalla finestra la storia di chi è stato protagonista delle generazioni precedenti”.
Picierno è una generatrice automatica di polirematiche, frasi fatte, a volte assertive per entusiasmare, a volte dubitative per compiacere. Non ha simpatie o antipatie, piuttosto ha convenienze: “Lo slogan Adesso di Renzi? L’ha lanciato Franceschini nel 2009, ‘mazza che svolta! ”.
Quando c’era Pier Luigi Bersani, era bersaniana. Quando c’era Enrico Letta, era bersaniana e lettiana. Ora che c’è Renzi, è renziana rancorosa con i bersaniani e i reduci lettiani.
Con l’auspicio che Denis Verdini non prenda mai un formale potere al Nazareno, la Picierno è fedele soltanto a Franceschini, uno dei politici più infedeli dei democratici, il ministro che rassicurava Letta mentre spalancava il portone di Palazzo Chigi a Renzi.
Un paio di anni fa, un po’ assente in tv, Picierno s’inventò movimentista, da striscione, da protesta e da corteo.
Era per una causa nobile: liberare Scampia, cacciare la camorra. È una dimensione che sfrutta, da casertana, giovane, dem.
E con lo zio Raffaele Achille Picierno, ex sindaco di Teano, coinvolto in un’inchiesta per associazione a delinquere, abuso d’ufficio e certificazioni illegittime.
La Picierno vuole occupare Scampia, perchè in quel periodo la moda era occupare: Wall Street, Madrid, ovunque. Dove ci sono le orribili case a vele, Picierno voleva piantare le tende. Risultato: una sfilatina di 10 persone.
Riesce a entrare per il secondo giro in Parlamento: ormai una veterana. Quando ha avvertito la debolezza dei bersaniani, si è avvicinata al renzismo.
Pur di punire Rosy Bindi, un pezzo del partito la propose per la presidenza in Commissione Antimafia e tra i meriti citavano il suoi impegni nelle associazioni. Roberto Saviano, con la galanteria di un uomo che fa investiture senza essere troppo esplicito, fece intuire la sua preferenza per la Picierno. Sarà per la prossima.
Pina ha la testa dura, e non s’arrende. Vuole fare “ammuina”.
E urlò con un cinguettio su Twitter: “Il gassificatore di Capua non s’adda fare”. Il fiume Adda non c’entra nulla, semmai c’entra il lago di Como, perchè Giuseppina detta Pina voleva citare Alessandro Manzoni, “non s’ha da fare”.
Sul comodino, a casa, dice di avere sempre le poesie di Neruda e il Pinocchio di Collodi. E forse anche Topolino.
Perchè una volta in radio, interrogata su un’alleanza con l’Udc, rispose giammai: “Solo se smettono con la politica del dolce forno”.
Ma erano i due forni, quelli di Casini. E non il forno elettronico, reclamizzato su Topolino, per scaldare i cornetti, fa notare Lanfranco Palazzolo.
Per le Europee, Renzi voleva una donna per ogni circoscrizione. Solito dilemma Pizzaballa al Sud, Picierno presente: sarà l’unica capolista ad arrivare seconda.
Ma Strasburgo è riduttiva per Pina. Questo fine settimana, dopo che Landini e Sgarbi l’hanno sbertucciata in tv, celebra le “Fonderie” a Bagnoli di Napoli, 72 ore di incontri per ricevere gli omaggi di un gruppo di sottosegretari e ministri (Delrio, Martina, Orlando) capitanati da Franceschini (ovvio) e buttar giù un programma per la regione Campania.
Sarà molto complicato tenere a casa Vincenzo De Luca e poi correre per la Regione, fare ambo con Gennaro Migliore, l’ex di Sel che vuole scalzare De Magistris.
Non è facile rottamare De Luca. Impossibile rottamare Giuseppina detta Pina: non c’è nulla da rottamare.
Ma questo lo dicono i detrattori.
Carlo Tecce
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 27th, 2014 Riccardo Fucile
GLI ISTITUTI DI CREDITO STANNO TEMPOREGGIANDO SUL RINNOVO DEL CONTRATTO COLLETTIVO
Ritrovarsi da un giorno all’altro a svolgere mansioni inferiori e con un salario più basso. 
Per decisione dell’azienda e senza troppe discussioni.
Nel Jobs Act di Matteo Renzi, non c’è solo il “superamento” dell’articolo 18. C’è anche questa novità , caldeggiata dall’Abi, la lobby bancaria, che va a riscrivere l’articolo 13 dello Statuto dei lavoratori, quello che riguarda il divieto di assegnare il dipendente a mansioni inferiori e di ridurne la retribuzione.
L’obiettivo, secondo quanto recita l’emendamento governativo alla legge delega, è di contemperare “l’interesse dell’impresa all’utile impiego del personale in caso di processi di riorganizzazione, ristrutturazione o conversione aziendale con l’interesse del lavoratore alla tutela del posto di lavoro, della professionalità e delle condizioni di vita, prevedendo limiti alla modifica dell’inquadramento”.
Non che il problema di riassegnare i lavoratori a nuovi compiti, anche inferiori, sia nuovo.
Di accordi di questo tipo, nell’ambito di riorganizzazioni e ristrutturazioni seguite a situazioni di crisi o di aggrazioni, ce ne sono stati diversi finora.
Nel mondo bancario in primis. E comunque a parità di salario.
Ma secondo il ministro del Lavoro Giuliano Poletti occorre il “sostegno della norma” introdotta nel Jobs act sennò “dopo ci troviamo di fronte a discussioni e conflitti”. Sebbene il contenuto definitivo della norma sia ancora ignoto e verrà fuori solo quando il governo approverà il testo finale, l’ampiezza della delega lascia presumere un punto di arrivo che mette in discussione tanto la contrattazione quanto il mantenimento del livello salariale.
C’è insomma “il rischio di una torsione autoritaria”, secondo i senatori della minoranza Pd che hanno presentato degli emendamenti per circoscrivere meglio la delega sul punto in questione, mettendo dei paletti sui livelli salariali.
La nuova norma, in ogni caso, potrebbe avere impatti rilevanti sulle banche, che peraltro sono in attesa di conoscere i risultati degli stress test europei e gli eventuali impatti sui bilanci di quest’anno.
Non è un caso, perciò, che dopo aver disdettato con mesi di anticipo il vecchio contratto scaduto a giugno, ora stiano continuando a prendere tempo per il nuovo accordo che riguarda 309mila lavoratori del settore.
Un atteggiamento che sta innervosendo non poco i sindacati, a cominciare dalla Fabi, la sigla più importante della categoria, che martedì 23 settembre ha incontrato il ministro Poletti. Ma anche la Fisac-Cgil, la Uilca e la Fiba Cisl hanno minacciato la mobilitazione.
L’attendismo della lobby bancaria si spiegherebbe, oltre che con gli stress test, anche con la speranza di riuscire a negoziare il nuovo accordo in un contesto nuovo e più favorevole disegnato dal Jobs Act.
La revisione della disciplina sulle mansioni, con l’eventuale possibilità di demansionamento e contestuale riduzione del salario, è un obiettivo che all’Abi sta a cuore molto più che l’articolo 18.
Con la chiusura delle filiali imposta dalle evoluzioni della tecnologia, molti quadri direttivi sono in esubero e un’opzione è di utilizzarli allo sportello, come venditori/consulenti.
Dichiarazioni ufficiali non ve ne sono, ma fonti vicine alla lobby bancaria hanno ammesso che “l’Abi vede con favore una norma che permetta di attenuare la rigidità attuale sulle mansioni”.
Magari senza doversi piegare alla contrattazione di secondo livello. Passaggio, questo, che finora ha permesso di gestire non poche situazioni di esubero in tutti i gruppi del credito.
Da Intesa Sanpaolo a Ubi, via Unicredit fino al Banco Popolare. Qui, l’accordo raggiunto a inizio anno sugli esuberi dell’istituto veronese ha previsto anche 640 demansionamenti facoltativi.
Ogni quadro potenzialmente “demansionabile”, cioè, ha potuto scegliere se rendersi disponibile per una mansione equivalente (accettando quindi l’eventuale trasferimento) oppure rinunciare alle mansioni da quadro e tornare allo sportello: con uno stipendio maggiorato.
Lorenzo Dilena
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Settembre 27th, 2014 Riccardo Fucile
L’IPOTESI INVESTIGATIVA, IL PROCEDIMENTO PENALE, I TESTIMONI CHIAVE, IL CONFLITTO TRA PROCURE, IL COINVOLGIMENTO DI NAPOLITANO: LA TRATTATIVA SPIEGATA IN BREVE
L’IPOTESI INVESTIGATIVA
Secondo l’accusa, all’inizio degli Anni Novanta ci sarebbe stata una trattativa tra Mafia e Stato italiano, per raggiungere un accordo sulla fine degli attentati stragisti, in cambio dell’attenuazione delle misure detentive.
Tutto partirebbe all’indomani della sentenza del Maxi-processo del gennaio 1992, quando Cosa Nostra decide di eliminare gli amici traditori e i grandi nemici.
Nel giro di pochi mesi cadono Salvo Lima, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Ignazio Salvo.
Ma per i magistrati, oltre alla vendetta, nelle intenzioni di Cosa Nostra ci sarebbe anche quella di ricattare lo Stato: una serie di attentati per mettere in ginocchio le istituzioni.
Calogero Mannino, uno dei politici finiti nel mirino dei mafiosi, si rivolge al generale Subranni (comandante dei Ros) per essere protetto.
E qui partirebbe per iniziativa dei Carabinieri una lunga negoziazione.
Borsellino sarebbe stato ammazzato anche per la sua volontà di ostacolare questi contatti.
A detta dell’accusa, la trattativa prosegue anche oltre l’arresto di Totò Riina nel ’93, e vive uno dei suoi momenti più drammatici col fallito attentato dello stadio Olimpico nel novembre dello stesso anno (per cui verranno arrestati i fratelli Graviano).
In quel periodo, la mancata proroga di circa 300 regimi di 41 bis a detenuti mafiosi (ma non a personaggi di spicco) rappresenterebbe una prova del cedimento da parte dello Stato. Stesso discorso per la fuga di Provenzano nel ’95.
IL PROCESSO
Sono dieci gli imputati davanti alla corte d’Assise di Palermo.
Quattro capi mafia: Totò Riina, Bernardo Provenzano (stralciato per motivi di salute), Antonino Cinà e Leoluca Bagarella. Un pentito, Giovanni Brusca. Tre carabinieri: il generale Antonio Subranni, il capitano Giuseppe De Donno, il colonnello Mario Mori. E due politici, Calogero Mannino (processato a parte col rito abbreviato) e Marcello Dell’Utri.
Su di loro pendono vari capi d’accusa, tra cui quello di attentato con violenza o minaccia al corpo dello Stato.
A questi si aggiungono Massimo Ciancimino, uno dei teste principali dell’accusa che risponde anche di concorso esterno in associazione mafiosa e calunnia, e Nicola Mancino, ministro dell’Interno all’epoca dei fatti e accusato di falsa testimonianza.
Il processo si trova attualmente alla fase dibattimentale, e per arrivare a sentenza ci vorranno non meno di due anni.
Si parla di una trattativa fino alle porte degli Anni Duemila, ma il periodo circoscritto nel procedimento è quello tra il 1992 e il 1993.
I TESTIMONI CHIAVE
L’impianto accusatorio si basa per gran parte sulle testimonianze di Massimo Ciancimino (figlio di Vito) e Giovanni Brusca.
Ciancimino ricostruisce tutti gli incontri fra i carabinieri e il padre: secondo i militari solo per ottenere collaborazione nella cattura dei latitanti, secondo l’accusa per mettere in piedi una trattativa a 360 gradi.
Brusca invece è il primo a parlare del cosiddetto «Papello», la lista di richieste di Totò Riina allo Stato; ed è sempre Brusca ad avere indicato il ministro Mancino come terminale ultimo degli accordi.
I limiti di queste testimonianze sono nel fatto che Ciancimino, nell’ambito dello stesso processo, risponde dell’imputazione di calunnia per aver falsificato un documento sull’ex capo della polizia Gianni De Gennaro.
Mentre i ricordi di Brusca sono «progressivi»: la sua storia si è evoluta nel corso degli anni e degli interrogatori.
IL CONFLITTO FRA LE PROCURE
Il processo sulla «Trattativa» è di competenza di Palermo, mentre Caltanissetta indaga sulle stragi di Capaci e via D’Amelio.
Fra le due procure, però, non corre buon sangue e non c’è una linea comune. Proprio da Caltanissetta arrivano alcune delle obiezioni principali all’impianto accusatorio: secondo questa Procura, infatti, i politici non sarebbero stati coinvolti nei contatti, iniziativa personale dei Carabinieri.
E Massimo Ciancimino, teste chiave per i magistrati palermitani, sarebbe invece del tutto inattendibile. Su questo conflitto cercherà di fare leva Nicola Mancino per evitare di essere coinvolto nel procedimento.
IL RUOLO DI NAPOLITANO
Nicola Mancino era all’epoca dei fatti ministro dell’Interno. Preoccupato di essere tirato in ballo nel processo, l’ex Guardasigilli fra il novembre del 2011 e il dicembre del 2012 tempesta di telefonate Loris D’Ambrosio, consigliere giuridico di Napolitano, per cercare di far attivare il coordinamento dell’antimafia nazionale (diretta da Pietro Grasso, oggi presidente del Senato) sulle due procure siciliane. Nell’ambito di questi contatti ci sono anche delle telefonate dirette fra Mancino e il presidente della Repubblica.
La procura chiede di depositare agli atti le intercettazioni, ma trova l’opposizione del Quirinale, che chiede (e ottiene dalla Consulta) il conflitto istituzionale.
I magistrati palermitani tornano però alla carica perchè in una lettera D’Ambrosio (intanto deceduto nel 2012) scrive di aver paura di essere stato «scriba di accordi indicibili».
La Procura vuole sapere se Napolitano ha avuto modo in quei contatti di apprendere qualcosa sulla trattativa.
E nonostante abbia più volte affermato di non essere a conoscenza di nulla, il presidente della Repubblica adesso dovrà testimoniare.
Salvo ulteriori colpi di scena giuridici.
Riccardo Arena
(da “La Stampa“)
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Settembre 27th, 2014 Riccardo Fucile
IL BALLISTA FA LA RIFORMA CON UNA PARTITA DI GIRO: I PIU’ DANNEGGIATI SARANNO I DOCENTI
Con il fucile della spen ding review pun tato die tro la schiena, il governo sta pre pa rando una
gigan te sca par tita di giro ai danni della scuola, dell’università e degli enti di ricerca. Nella pros sima legge di sta bi lità ci potreb bero essere 900 milioni di euro in tagli complessivi per finan ziare la prima tran che dei fondi neces sari per assu mere 148 mila pre cari dalle gra dua to rie ad esau ri mento a set tem bre 2015.
Ne ser vi ranno, a regime, altri 2,7 miliardi, ma al momento l’esecutivo non sem bra avere alcuna idea su dove, come e quando prenderli.
Ma i tagli ci sono dav vero?
Le «indi scre zioni» pub bli cate ieri da Il Sole 24 ore sosten gono che i tagli ver ranno ripartiti in que sta maniera: 400 milioni dalle uni ver sità e dal fondo Foe che finan zia gli enti di ricerca.
Dovrebbe essere col pito anche il fondo Far che il governo Letta aveva desti nato all’assunzione dei ricer ca tori.
Pro prio quelli che ieri il mini stro dell’Istruzione Ste fa nia Gian nini ha detto di volere assumere nei pros simi tempi. Senza spe ci fi care nè il come, nè il quando.
Gli altri 500 milioni di euro, a par tire dalla ridu zione della pianta orga nica del per so nale ammi ni stra tivo Ata, dalle sup plenze di pochi giorni e dal taglio dei com mis sari esterni agli esami di matu rità .
Risparmi risi bili, si dice pari a 30—35 milioni di euro. Tutto il resto è da tro vare.
Ai danni di chi già lavora nella scuola, nell’università e negli enti di ricerca.
«Sono tagli pesan tis simi — afferma allar mato Mimmo Pan ta leo (Flc) – Nel piano scuola non ci sono cer tezze di risorse ma adesso si sco pre che addi rit tura si vogliono fare altri tagli alla scuola pub blica. Uni ver sità , ricerca e Afam rischiano il col lasso finan zia rio. Il piano scuola rischia di tra sfor marsi in un’araba fenice. Ser vono fatti con creti a par tire dal rin novo del con tratto nazionale».
«Il governo vuole fare la riforma a costo zero – sostiene Mar cello Paci fico (Anief-Confedir) – l’idea è attuare una par tita di giro, acce le rando la digi ta liz za zione, ridu cendo il per so nale non docente, in par ti co lare nelle segre te rie, e fare “cassa” eli mi nando i com mis sari esterni alla matu rità ».
«Il governo smen ti sca» rin cara afferma Fran ce sco Scrima, segre ta rio gene rale Cisl Scuola.
«Da anni l’università – spiega Glian luca Scuc ci marra dell’Udu – è con si de rata solo come un bacino da cui tagliare e pren dere soldi». Con tro i tagli Udu e Rete degli stu denti e Uds scen de ranno in piazza venerdì 10 ottobre.
Ma non di soli tagli vive il mirag gio della «riforma» Renzi. Non potendo per dere la fac cia impo nen doli in forma lineare, sullo stile Gelmini-Tremonti, il governo-che-tiene-tanto-alla scuola sce glie di rapi nare le risorse diret ta mente dalle tasche dei docenti.
Il sot to se gre ta rio all’Istruzione Toc ca fondi ieri ha get tato la maschera del «patto educativo»: ha con fer mato che non ci saranno risorse aggiun tive per la scuola. E che quindi i tagli da 8,4 miliardi di euro non ver ranno nem meno in parte recu pe rati.
Saranno dun que i docenti a finan ziare gli annunci di Renzi rinun ciando ad una parte del loro stipendio.
Gli scatti di com pe tenza sono una fin zione per chè il sistema di Renzi pre vede che il 66% dei docenti sia meri te vole e il 34% imme ri te vole. Que sto mec ca ni smo è un taglio.
La spesa per l’istruzione con ti nua a calare anche con Renzi.
Roberto Ciccarelli
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Settembre 27th, 2014 Riccardo Fucile
DI CHI LAVORA QUESTA CLASSE DIRIGENTE NON IMPORTA NULLA
La tragedia di Adria, in cui 4 operai sono morti intossicati da sostanze chimiche, mette in luce una verità banale e scontata.
L’articolo 18 tutela (anche) la sicurezza dei lavoratori.
Del resto lo scrivo da anni: le morti sul lavoro sono quasi tutte da ricercarsi in luoghi dove non c’è questa protezione (e dove non è presente il sindacato).
Quanto successo ad Adria mette in luce i veri aspetti della posta in gioco.
Un’azienda di soli 10 dipendenti, come quella dove si è verificata la tragedia, non ha l’articolo 18 e quindi non ha un rappresentante della sicurezza.
Un’azienda di quel tipo non ha probabilmente nessun iscritto al sindacato, ed è quindi quasi impossibile fare un’assemblea per discutere dei problemi aziendali con un rappresentante dei lavoratori.
Un camionista, che purtroppo è morto, è andato a versare direttamente in una vasca il contenuto della cisterna del camion contenente acido fosforico, mentre l’acido doveva andare in un silos a decantare.
Com’è stato possibile? Di chi è la responsabilità ?
Ma davvero i lavoratori tramano contro la loro vita e volontariamente non rispettano le procedure di sicurezza che possano tutelarli?
Un camionista ha deciso da solo di saltare le procedure, o era una prassi abituale, e perchè non è stato fermato?
La magistratura chiarirà . Ma, mi chiedo: se ci fosse stato presente un sindacato, se ci fosse stato un rappresentante sulla sicurezza, la tragedia ci sarebbe stata ugualmente?
Io credo di no. Ed è per questo che, da cittadino “normale”, da anni mi sto battendo contro queste tragedie.
I lavoratori non hanno nessuna arma di difesa se non hanno protezioni adeguate come l’articolo 18, che evita gli “omicidi sul lavoro”.
I dati raccolti dall’Osservatorio Indipendente di Bologna Morti sul Lavoro lo dimostrano inequivocabilmente.
Le vittime calano in questi anni tra gli iscritti all’Inail ma aumentano complessivamente. Siamo in questo momento a + 6,4% rispetto al 2008, e addirittura + 8,7% rispetto al 23 settembre del 2013 (nonostante in questi anni la crisi abbia fatto perdere tutti quei posti di lavoro).
In questi anni ho tempestato di email le forze politiche e la stampa, ma niente: salvo rare eccezioni a nessuno interessa la vita di chi lavora.
Voi pensate ad un politico, di qualsiasi schieramento, e sappiate che è stato avvertito della situazione dei morti sul lavoro.
Nessuno si è mai degnato di rispondere e di chiedere di vedere “le carte”. E questo vale soprattutto per chi in questo momento ci sta governando.
Il 28 febbraio 2014 ho mandato un’email a Matteo Renzi, Maurizio Martina, Giuliano Poletti avvertendoli dell’imminente strage di agricoltori che entro pochi giorni sarebbe arrivata, per via dei ben noti problemi di sicurezza dei trattori.
Credo che in un paese civile i ministri avrebbero risposto, perlomeno si sarebbero informati. Invece niente, il silenzio più totale.
Da quel giorno sono morti così, atrocemente, 127 agricoltori. Bastava solo fare una campagna informativa e una “leggina” per la protezione delle cabine.
Io credo che qualcuno si dovrebbe vergognare.
Ma tanto hanno dalla loro parte amministratori, stampa e televisione e giornalisti che non sanno neppure cosa vuol dire avere la schiena dritta.
E forse non è neppure questo il motivo dell’indifferenza verso queste tragedie.
La verità è ancora più banale: della vita di chi lavora, a questa classe dirigente, non importa niente.
Mi arrendo, basta sacrifici, basta stare ore ed ore al computer per raccogliere dati e denunciare. Non serve a niente.
Chi lavora ormai è solo merce.
Carlo Soricelli
direttore Osservatorio Indipendente Morti sul Lavoro
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Settembre 27th, 2014 Riccardo Fucile
IL SINDACO, “CASUALMENTE” PRESIDENTE DELLA FEDERCACCIA, DENUNCIATO PER AVER AUTORIZZATO L’ABBATTIMENTO DI SPECIE PROTETTA
C’è solo una coppia di lupi nel Veneto e si trova tra le valli del parco naturale della Lessinia, alle
porte di Verona. Nel cuore del distretto del latte.
Con loro, da pochi mesi, ci sono anche otto cuccioli.
E sono tutti in pericolo.
Il sindaco leghista Flavio Tosi (che è presidente di Federcaccia Veneto) con un’ordinanza, emanata due giorni fa, ha stabilito che i residenti del suo Comune possono “sparare” e “abbattere” i lupi che “danneggiano gli allevamenti” e mettono “in pericolo” la città .
Così il Corpo forestale dello Stato per proteggere Giulietta (lupo italico), Slavc (che arriva dalle Alpi orientali) e la loro prole, ha denunciato il primo cittadino
Alcuni agenti del comando regionale si sono presentati negli uffici della Procura di Verona e hanno depositato una notizia di reato riguardante il sindaco.
Tosi è accusato di aver “autorizzato l’abbattimento di specie protetta”.
È la seconda volta in pochi giorni che il Corpo forestale denuncia un amministratore pubblico.
Quindici giorni fa era toccato al presidente della Provincia di Trento, Ugo Rossi, denunciato per “soppressione di specie rarissima e di bene indisponibile dello Stato”, in seguito alla morte dell’orsa Daniza, uccisa dalle guardie provinciali con una dose eccessiva di narcotico.
E come per Daniza e per l’orso ucciso a fucilate in Abruzzo (il colpevole è stato trovato), anche in questo caso tutto nasce dalla rivolta degli allevatori contro gli animali protetti. Non bastano i risarcimenti regionali per i danneggiamenti subiti. Questa volta è stata la Coldiretti, l’associazione degli agricoltori, a chiedere l’abbattimento della famiglia dei lupi.
Le oppisizioni attaccano il sindaco: “Forse Tosi non sa che nei centri abitati non si può sparare. I lupi in Lessinia sono arrivati da soli, popolando il territorio”.
Giuseppe Caporale
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Settembre 27th, 2014 Riccardo Fucile
FORZA ITALIA, FRONDA DI 18 SENATORI, BERLUSCONI TENTA L’NCD, FITTO NON MOLLA
Dentro o fuori. «Nei prossimi mesi ci giochiamo il futuro – scandisce Silvio Berlusconi in un venerdì trascorso tra i servizi sociali e Milanello – e non c’è tempo per i capricci di Fitto».
Il leader è infuriato. Di più: di fronte alle difficoltà di Renzi, sogna di tornare protagonista e giudica la fronda azzurra un autentico tradimento.
Da Perugia, però, il big pugliese continua a provocare il quartier generale di Arcore: «La classe dirigente non si seleziona a un casting del Grande fratello».
La tensione è così alta che il capo del dissenso è pronto a convocare una nuova riunione dei malpancisti già questa settimana.
Con lui, diciotto senatori e altrettanti deputati.
È una partita a scacchi, giocata con un occhio al pallottoliere.
Per incidere in Parlamento – a partire dal job act – il Cavaliere ha bisogno di forze fresche. Non a caso, flirta con gli alfaniani: «Ogni giorno – giura – ricevo telefonate di senatori del Ncd: sono tutti benvenuti, ma Angelino non può porre condizioni».
E così Forza Italia rischia di diventare una porta girevole: una minoranza ostile a Renzi, nuovi acquisti tra i centristi
A gestire l’operazione di Palazzo Madama è Paolo Romani, mentre a proporsi come interlocutore per il Ncd è Renato Schifani.
«Ho sentito Berlusconi – va ripetendo in privato – e abbiamo ragioniamo del futuro».
La realtà è un po’ diversa. Il leader preferisce trattare con singoli dissidenti, convinto di poterne aggregare almeno dieci. E intanto fa i conti con Fitto.
Nei prossimi giorni l’ex governatore riunirà i suoi parlamentari. Stavolta senza cene carbonare, ma alla luce del sole: una sfida pubblica al pugno di ferro di Arcore.
L’obiettivo è accentuare il tratto antigovernativo: «Noi – sostiene – rischiamo di avere un partito di renzologi. Io sarei molto prudente prima di esprimere un giudizio sul job act».
In un centrodestra tanto caotico, ogni suggestione provoca scompiglio.
E così torna a circolare l’ipotesi di una prossima investitura di un rampollo berlusconiano – toccherebbe a Piersilvio – con tanto di video-messaggio della discesa in campo (registrato mesi fa).
Concreto, concretissimo è invece l’annuncio di Francesca Pascale, fidanzata del leader: «Accetto l’invito di Luxuria – dice a Radio Capital – e parteciperò al Gay village ».
E ancora: «Se avesse potuto, Silvio sarebbe venuto con me perchè è un liberale. In FI nascerà presto un dipartimento per i diritti civili».
Come reagirà la galassia azzurra?
Tommaso Ciriaco
(da “La Repubblica“)
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Settembre 27th, 2014 Riccardo Fucile
QUANDO RENZI VOLEVA MANTENERE L’ART. 18 E LO DIFENDEVA A SPADA TRATTA
Uno specchietto per le allodole, un totem ideologico, una cosa che “non interessa nessun
imprenditore e nessun precario”.
L’articolo 18 è “un falso problema”, un modo per “non parlare dei problemi reali” concentrandosi solo sulle “fisime ideologiche”.
Quanto era combattivo Matteo Renzi quando era lontano da Palazzo Chigi e si candidava alle primarie del Pd.
Oppure quando si preparava alla rivincita mentre Bersani cercava di vincere le elezioni.
Risentire oggi, o rileggere, quelle parole è illuminante oltre che agghiacciante.
Lo scarto tra i “due Renzi” è straordinario e descrive egregiamente la natura del personaggio.
Quello che era vero ieri oggi diventa falso e viceversa.
L’annuncio di allora viene smentito e così via in una girandola di dichiarazioni, frasi a effetto, sortite improntate all’effimero e al giorno per giorno.
Fino a quando sarà possibile, fino a quando potrà durare.
Era così netto nelle sue ipotesi di “Jobs Act” — fatto tutto di tutele crescenti, vere, e di ampliamento dei diritti — che il segretario della Fiom, Maurizio Landini, lo prendeva sul serio e gli chiedeva, addirittura, di allargare l’articolo 18 a tutti.
Si pensi all’intervista a La Stampa rilasciata all’inizio del 2012 quando il governo Monti stava preparando la riforma dello Statuto tramite la legge Fornero: “L’articolo 18 è un gigantesco specchietto per le allodole” spiegava Renzi tutto serio.
“Se ci interessano gli aspetti tecnici sentiamo che hanno da dire Pietro Ichino e Stefano Boeri (in realtà si tratta di Tito, ndr) mentre se ci interessa l’aspetto politico, mi pare che il tema ruoti attorno a un totem ideologico”.
Ancora più forte la dichiarazione del 24 marzo di quell’anno, a margine dell’assemblea nazionale dei giovani di Confartigianato: “L’articolo 18 è ormai soprattutto un simbolo, non una discussione concreta per la vita degli imprenditori. Non ho mai trovato un imprenditore che mi abbia posto il problema dell’articolo 18 come ‘il’ problema della sua azienda. E non ho mai trovato un ragazzo di 20 anni che mi abbia posto il tema dell’articolo 18 come fondamentale per la sua carriera”.
La frase, identica, fu poi ripetuta a giugno dello stesso anno, durante una puntata di Servizio Pubblico di fronte a un attento Michele Santoro.
Non si trattava di battute “dal sen fuggite”, perchè Renzi, in quei giorni, spiegava a tutti che per la crescita il governo Monti avrebbe dovuto “snellire la burocrazia, dare tempi certi alla giustizia, abbassare la pressione fiscale”.
“È su questo che Bersani dovrebbe incalzare molto di più il governo e che si gioca il futuro del centrosinistra, non sull’articolo 18” affermava in una intervista al Mattino. Il 31 marzo, alla conferenza programmatica del Pd di Firenze, ribadiva il concetto: “L’articolo 18 è un falso problema”.
“L’articolo 18 — aggiungeva — è una importante legge del 1970, ma a me interessa dire che se vogliamo aiutare le imprese e l’occupazione di questo territorio bisogna fare cose concrete e creare posti di lavoro”.
Dopo la riforma Fornero, Renzi decideva di omaggiare il ruolo di Pier Luigi Bersani: “Il fatto che sia stato reintrodotto il principio del reintegro nella riforma dell’articolo 18 segna una vittoria del Pd e del suo segretario Pier Luigi Bersani”.
A Lucia Annunziata che lo intervistava il 17 giugno 2012 diceva invece che l’articolo 18 è “un totem, un falso problema”.
Poi, lanciando ufficialmente la sua campagna per le primarie del Pd, al Palazzo della Gran Guardia di Verona, ripeteva queste ispirate parole: “Il problema del diritto del lavoro non è l’articolo 18, non c’è collegamento fra quello e la precarietà . Il nostro obiettivo è ridurre le norme sul lavoro e semplificarle”.
Anno nuovo, il 2013, stessa musica.
Il 7 gennaio, durante l’inaugurazione di Pitti Immagine Uomo, si cimentava in una citazione classica: “Sull’articolo 18 c’è la dimostrazione plastica di guardare il dito mentre il mondo ci chiede di guardare la luna”.
Quando diventa segretario del Pd, dopo una campagna per le primarie in cui dell’articolo 18 non dice nulla, riunisce la direzione del suo partito per presentare il Jobs Act come una “prospettiva per l’Italia” perchè, dice di nuovo senza ridere, “con le riforme istituzionali non si mangia”.
“Se rimettiamo il paese a discutere dell’articolo 18 facciamo la solita grande manfrina mediatica che entusiasma gli addetti ai lavori e non riusciamo a essere credibili innanzitutto con i nostri”.
Meglio di come lo diceva lui non saprebbe dirlo nessuno.
Salvatore Cannavo’
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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