Settembre 28th, 2014 Riccardo Fucile
CON LA RIFORMA FORNERO E’ GIA’ POSSIBILE ALLONTANARE I DIPENDENTI PER MOTIVI ECONOMICI.. TRA ACCORDI, RINUNCE E PROCESSI, ALLA FINE LA MAGGIOR PARTE DEI LAVORATORI SCEGLIE L’INDENNITA‘
«L’articolo 18? Stiamo discutendo di un tema che riguarda 3mila persone l’anno in un Paese che ha 60 milioni di abitanti», ha detto nei giorni scorsi il premier Matteo Renzi.
Si sbaglia: secondo i dati ufficiali del ministero del Lavoro, solo nel gennaio-giugno 2014 ha riguardato 8537 persone.
Potrebbero essere 15-16 mila per l’intero anno in corso.
Pochi, tanti? Noi abbiamo cercato di rispondere alla seguente domanda: quante persone vengono effettivamente licenziate per «giustificato motivo oggettivo» (sono i cosiddetti «licenziamenti economici» di cui si sta discutendo) nelle aziende con oltre 15 dipendenti? La risposta esatta a questa domanda è impossibile darla, per una serie di paradossi legislativi, amministrativi e statistici.
Consultando gli unici dati disponibili, quelli del ministero del Lavoro, possiamo dire soltanto che dall’agosto del 2012 (data di entrata in vigore della riforma Fornero del mercato del lavoro) fino al giugno 2014, 39.405 lavoratori sono passati per i meccanismi giudiziari previsti dalla legge.
Tanti sono i lavoratori che hanno ricevuto la comunicazione del loro datore di lavoro di volerli licenziare.
Non siamo in grado di dire esattamente quanti di costoro abbiano perso il posto: ragionevolmente, si può stimare che almeno tre su quattro (dunque 30 mila circa) alla fine abbiano lasciato la vecchia azienda in cambio di una somma di danaro.
Facciamo un passo indietro.
La riforma Fornero del 2012 ha già intaccato in modo significativo l’articolo 18, rendendo possibile (ad alcune condizioni) il licenziamento individuale in una azienda con più di 15 dipendenti.
Ricordiamo anche che il licenziamento senza reintegro è possibile anche per «giusta causa» (se il dipendente ruba) e per «giustificato motivo soggettivo (se non lavora).
E ci sono i licenziamenti collettivi in caso di crisi aziendale.
Quando un datore di lavoro vuole fare un «licenziamento economico», in base alla legge deve avviare una procedura obbligatoria di conciliazione presso la direzione provinciale del Lavoro.
Se l’ufficio non risponde in sette giorni il licenziamento è valido (è successo a 490 persone nel primo semestre 2014).
Questo tentativo di conciliazione può sfociare in una causa giudiziaria se le parti non si mettono d’accordo (2563 su 8047 sempre nel primo semestre).
Oppure in un accordo (4310 situazioni): il lavoratore accetta dei soldi e se ne va (la stragrande maggioranza dei casi) o l’azienda rinuncia al licenziamento (solo 428 casi).
In conclusione, certamente degli 8537 lavoratori «pre-licenziati» nei primi sei mesi dell’anno, 4372 hanno finito per perdere il posto.
A parte 1174 casi indicati misteriosamente come «altro», del destino dei 2563 andati in tribunale non sapremo mai esattamente nulla.
Perchè, come spiegano gli esperti, per una strana dimenticanza non è stato assegnato un «codice amministrativo» a questo tipo di cause.
Che dunque non sono rilevate statisticamente.
Secondo le rilevazioni della Cgil, considerate attendibili, nel 2013 nell’80-90% il giudice avrebbe dato ragione al lavoratore, reintegrandolo nel posto di lavoro.
Ma due terzi dei lavoratori reintegrati avrebbe scelto comunque di lasciare il vecchio posto in cambio di un’indennità , maggiore di quella che avrebbe spuntato inizialmente. Gli scarni dati disponibili consentono di sviluppare alcune considerazioni.
Si conferma che in testa alla classifica delle «comunicazioni obbligatorie» ci sono le Regioni dove maggiore è l’attività economica, come la Lombardia, il Lazio e il Veneto. Come fa notare l’ex sindacalista e parlamentare Giuliano Cazzola – sulla base di un recentissimo documento dell’Isfol – «appena approvata la riforma Fornero c’è stata da parte dei datori di lavoro più fortemente motivati a licenziare una immediata attivazione. Questo, insieme alla forte crisi congiunturale a cavallo tra 2012 e inizio 2013, ha fatto sì che inizialmente i numeri dei licenziamenti economici siano stati più importanti».
Alla fine quasi 40 mila casi di avviato licenziamento nelle imprese con più di 15 dipendenti in 24 mesi (se il trend sarà costante, potrebbero essere 17 mila nel 2014) non sono obiettivamente moltissimi.
Ma neanche così pochi, dicono in casa Cgil.
Primo, perchè non sarà mai possibile misurare (finiranno nell’elenco delle «dimissioni volontarie») tutte le situazioni in cui il lavoratore, informato più o meno garbatamente della volontà del suo datore di lavoro di licenziarlo in cambio di soldi, accetta l’assegno e si licenzia.
Dunque, dicono i sindacalisti, anche con l’articolo 18 riveduto e corretto da Elsa Fornero, i licenziamenti individuali con indennizzo (tra quelli «nascosti» e quelli ufficializzati con la comunicazione) esistono eccome.
Togliere il potere deterrente dell’articolo 18 servirà solo a diminuire l’importo dell’assegno per il lavoratore che perde il suo impiego.
E a favorire la cacciata dalle aziende dei lavoratori che verranno considerati, caso per caso, «problematici».
Roberto Giovannini
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Settembre 28th, 2014 Riccardo Fucile
DOPO AVER PRESO LE DISTANZE DA RENZI, L’IMPRENDITORE HA CONFIDATO AGLI AMICI CHE DECIDERA’ NEI PROSSIMI GIORNI
Fare politica in prima persona? Nei giorni prossimi Diego Della Valle prenderà la decisione. 
Ha confidato che stavolta non si pone limiti. Che serve una squadra di governo più credibile, più adeguata alla situazione.
«Per ora non ha pronto un suo partito», dice un amico caro, che chiede protezione.
Per ora. «Se Diego scendesse in campo – dice l’amico – la competizione sarebbe difficile per Renzi e per tutti. Si creerebbe un quadro nuovo, con lo stesso effetto della discesa in campo di Berlusconi nel ’94. La differenza è che Della Valle non è proprietario di televisioni, anche se lo invitano tutti volentieri in tv…».
Nell’ottobre 2011, dopo aver comprato pagine sui giornali intitolate «Politici ora basta», dichiarò: «Io non farò mai politica nella mia vita».
Ora però il presidente e amministratore delegato del gruppo Tod’s – un miliardo quasi di fatturato, 3.500 dipendenti – non lo ripeterebbe.
Siamo in una vera emergenza, sostiene da qualche tempo, e intorno c’è troppo silenzio. Ci viene detto – ha spiegato alle persone più vicine – che solo questo governo può risolvere i problemi e che l’alternativa sarebbe il baratro.
Secondo Della Valle non è vero. Anzi.
Della Valle vede in atto una presa del potere alle spalle del Paese, chiacchiere sulla scena e un sempre più forte presidio del potere mediatico dietro la scena.
Una prova di questo progressivo rafforzamento del potere del presidente del Consiglio – secondo l’analisi che Della Valle ha esplicitato in varie sedi – è il nuovo sistema che consegna l’elezione del presidente della Repubblica in poche mani.
Ed è proprio al presidente della Repubblica – è l’idea di Della Valle – che le persone più sensibili all’emergenza in atto dovrebbero rivolgersi per una svolta della situazione.
È impressionante la virata di Della Valle nei confronti di Renzi.
Finito il tempo delle partite della Fiorentina gomito a gomito o delle passeggiate assieme per Firenze (l’ultima quando Renzi diventò presidente del Consiglio).
Della Valle ha raccontato che teneva davvero al funzionamento di questo governo e che la delusione è stata forte, tanto da ricordare che si tratta di un governo di non eletti.
Lo ha ripetuto anche venerdì sera a La7. Così come ha elencato i consigli dati a Renzi, inascoltati: lasciar governare Letta, costruirsi con cura la squadra per il governo, conoscere meglio il mondo.
In tv, poi, ha pronunciato la frase: «Se serve sono disponibile a dare una mano, a fare cose, anche domani mattina…».
Ad alimentare la delusione nei confronti di Renzi, molti episodi.
A luglio Della Valle parla di «segrete stanze dove si discutono accordi e accordini» e tutti pensano al patto fra Renzi e Berlusconi e Verdini.
All’inizio di settembre c’è la crisi di Ntv (treni Italo), società di Della Valle, Montezemolo e altri soci.
Secondo loro i governi – compreso quello di Renzi – non hanno permesso la libera concorrenza e hanno favorito Trenitalia.
L’avversario di Italo, Mauro Moretti, amministratore di Trenitalia, è stato «promosso» da Renzi in Finmeccanica, mentre Trenitalia è stata lasciata a un suo fedelissimo.
Venerdì l’incontro fra Marchionne e Renzi a Detroit, ultima goccia.
Per Della Valle trattare Marchionne come un eroe del nostro tempo è stato colmare il lago della delusione. Vada a raccontarlo ai 128 mila cassintegrati Fiat, gli hanno sentito sibilare.
Adesso Della Valle ha sul tavolo il dossier «politica in prima persona». Studia i casi difficili del suo amico Montezemolo e di Corrado Passera.
Decisione da prendere rapida.
Andrea Garibaldi
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Settembre 28th, 2014 Riccardo Fucile
OLTRE LE PAROLE VUOTE DEL GOVERNO, NON CI SONO CERTEZZE DI RISORSE
Si procede alla vecchia maniera, pre-Renzi.
Si promette un finanziamento alla scuola, tre miliardi si era detto, almeno uno necessario per portare in cattedra 148 mila insegnanti precari.
Ci si costruisce sopra, per sei mesi, una riformona ricca e articolata.
Poi ci si accorge che l’Europa non scuce un centesimo, nonostante i proclami del premier. Piuttosto continua, come con Monti e con Letta al timone, a non farti spendere neppure gli euro che tu, Stato, Regione o Comune, hai in cassa.
Si ammette, e al governo sono serviti altri sei mesi per questo, che bisogna trovare venti miliardi nella prossima legge di stabilità .
Quindi, per garantire la riforma e le assunzioni, si fa partire un piano di spending review sui ministeri. Il tre per cento per tutti, lineare, alla Tremonti.
Per il ministero dell’Istruzione fa un miliardo e mezzo secco.
Un po’ di quel miliardo e mezzo si andrà a recuperare, sostiene Il Sole 24 ore, togliendo 400 milioni alla ricerca.
Siamo da capo. Non c’è nulla di diverso dai governi Monti-Profumo e Letta-Carrozza, che pure hanno operato in una fase politica costretta dall’emergenza spread.
In più, ci sono solo le promesse, in alcuni casi vere e proprie iperboli.
Siamo in attesa dell’approvazione del piano universitario del ministro Giannini che dovrà definire – a ottobre – i livelli essenziali delle prestazioni per il diritto allo studio, introdurre i costi standard negli atenei (da Catania a Trento), specificare i finanziamenti sulle singole università .
Le bozze che circolano sul decreto ministeriale dicono, però, che sono previsti nuovi tagli alla ricerca, un inasprimento dei criteri di merito e di quello anagrafico (fuori corso) per ottenere borse di studio.
Gli studenti, nel caso la Link, sostengono che con i nuovi parametri “in tutte le regioni italiane le borse di studio diminuirebbero in modo sostanziale”.
E offrono proiezioni sul taglio della platea degli idonei: “Il governo proverà a far passare l’eliminazione dell’idoneo non beneficiario”.
Ecco, diminuzione degli aventi diritto, aumento dei criteri di merito e anagrafici e ancora tagli delle risorse del fondo integrativo statale per le borse di studio.
Le ipotesi sul piano università si fanno fosche.
Scrive Alberto Campailla di Link: “Così facciamo un enorme passo indietro rispetto a quanto previsto dal cosiddetto decreto “l’Istruzione riparte” firmato nell’autunno 2013 dal ministro Carrozza. Serve un rifinanziamento totale”.
Più in generale: “Pensare di cambiare il sistema formativo italiano continuando a togliere risorse economiche rappresenta lo svelamento degli slogan del presidente Renzi. Tagliare 400 milioni sulla ricerca non è la strategia politica di chi vuole investire sull’innovazione e sul futuro della nostra generazione, è solo il gioco delle tre carte”.
La Cgil scuola, fin qui messa ai margini come tutto il sindacato, attacca: “Se dovessero trovare conferma le notizie che circolano sui tagli pesantissimi a scuola, università , ricerca e Afam saremmo di fronte a decisioni gravissime che metterebbero in soffitta tutte le promesse fatte dal governo Renzi. Nel piano scuola non ci sono certezze di risorse, ma adesso si scopre che addirittura si vogliono fare altri tagli alla scuola pubblica. Università , ricerca e Afam rischiano il collasso finanziario e invece di affrontare le questioni vere la ministra Giannini continua a vendere fumo. Di certo nel piano scuola ci sono la cancellazione degli scatti, un’idea di istruzione piegata alle logiche del mercato, la competizione individuale e l’autoritarismo”.
L’Anief: “Il governo vuole fare la riforma a costo zero. L’Esecutivo vuole attuare una partita di giro tra tagli di spesa e nuove risorse”.
L’Anief illustra quali sono gli altri tagli che porteranno il Miur ad autofinanziare “La buona scuola”: riduzione della pianta organica degli Ata, bidelli, applicati di segreteria, assistenti tecnici dei laboratori, quindi stop alle assunzioni per coprire il turn-over e ai commissari esterni per la maturità , avvio di un piano di dematerializzazione per ridurre il personale di segreteria. Sembra il piano Brunetta”.
Il ministro Giannini nega che le bozze circolanti siano definitive, sostiene che l’ipotesi che la spending review possa colpire la ricerca è “assolutamente in contrasto con questo governo che mette istruzione sì ma anche ricerca al centro dell’agenda politica”, poi ammette che anche nel campo della ricerca si può “ancora agire su costi intermedi”.
La quality spending, è l’ultimo anglismo importato.
Ci prova Francesca Puglisi, neoresponsabile Istruzione del Pd, a fermare l’onda di contestazione: “Rispetto ai “si dice” il governo ha investito grandi risorse in un piano straordinario per l’edilizia scolastica”.
Parole alte, che si frantumano sulla questione finanziamenti. Anche il piano edilizia, fin qui, di nuovi soldi ne ha visti davvero pochi.
La gran parte dei (pochi) fin qui utilizzati li aveva già trovati il penultimo governo.
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Settembre 28th, 2014 Riccardo Fucile
“E’ VENUTO MENO LO SPIRITO UNITARIO CHE AVEVA PORTATO ALLA MIA ELEZIONE”
Non c’è pace per l’Ugl. 
Il segretario nazionale Geremia Mancini, eletto appena due mesi fa, si è dimesso oggi a sorpresa, spiegando che è venuto “lo spirito unitario” e aggiungendo che le sue dimissioni sono irrevocabili.
Mancini è la seconda vittima del caos in cui è piombato il sindacato ‘di centrodestra’ nell’era post-Renata Polverini e non solo a causa della crisi di consenso e rappresentanza dell’area politica di riferimento.
Il predecessore di Mancini, Giovanni Centrella, è stato costretto a dimettersi a luglio per le conseguenze dell’inchiesta della procura di Roma che lo vede indagato per appropriazione indebita di fondi del sindacato, qualcosa come 250 mila euro che secondo l’accusa il dirigente avrebbe utilizzato in parte comprare una casa poi intestata al figlio.
L’Ugl aveva pensato di superare lo scandalo affidandosi a Geremia Mancini, già sindacalista Cisnal, abruzzese della provincia di Pescara, uomo senza grandi ambizioni di potere e dunque senza grandi nemici interni.
Anche per questo la sua elezione, lo scorso 26 luglio, era avvenuta quasi all’unanimità , ma già odorava di soluzione di transizione.
Nella nota odierna che annuncia le dimissioni, l’Ugl non spiega le ragioni della decisione di Mancini.
Contattato dall’Ansa, il segretario uscente ha spiegato: “Sono un uomo dell’unità : così mi ero proposto e così ho lavorato questi due mesi, ma queste condizioni sono venute meno e ho preferito rimettere il mandato. Prima della mia elezione – ricorda Mancini – c’erano due componenti in campo, con diverse vedute, un confronto molto vivace. Poi si si sono ricomposte intorno al mio nome, e sono stato eletto con un solo voto contrario e tre astenuti. Ho accettato con spirito di servizio”.
Ad appena due mesi da quella elezione, Mancini ha constatato però che “non c’è più la possibilità di condurre la segreteria con uno spirito unitario”.
“Si sono rimessi in moto meccanismi che, per carattere, non mi sento di governare”, dice il segretario dimissionario, confermando che, aldilà dei grandi tempi su cui l’Ugl è chiamata a impegnarsi in questo momento (a cominciare dalla riforma del lavoro), a pesare sulla sua scelta sono soprattutto problemi interni all’Ugl, incluse “le riforme statutarie” di “un sindacato che va rivisto”.
Domani si riunirà la segreteria confederale Ugl per fissare la data del Consiglio nazionale che dovrà scegliere il nuovo segretario.
(da “La Repubblica”)
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Settembre 28th, 2014 Riccardo Fucile
RIFORMA VUOTA, TASSA INIQUA: MENTRE NEL RESTO D’EUROPA SI PUNTA SULLA DEFISCALIZZAZIONE DELLE DONAZIONI
Il decreto che ridisegna il welfare rischia di essere una scatola vuota.
Le associazioni continuano la campagna no profit no Iva per ridurre le tasse sulla beneficenza.
Una campagna d’opinione contro l’Iva sulla beneficenza ha riportato il mondo del no profit al centro dell’agenda politica, ma l’imbarazzato silenzio del governo non promette niente di buono per rimuovere questo assurdo balzello su chi fa del bene.
Mentre nel resto d’Europa si punta sulla defiscalizzazione delle donazioni, il decreto legge per ridisegnare il welfare italiano rischia di essere una scatola vuota, con una copertura finanziaria insufficiente e poco coraggio nell’innovazione.
Se questa è la risposta al deficit d’attenzione nei confronti del Terzo settore, la strada da fare è ancora in salita.
Invece di spingere il no profit a un salto di qualità per avviare al meglio l’azione di supplenza nei servizi alla persona, nella ricostruzione di scuole e ospedali, nella salvaguardia dei patrimoni artistici, la politica italiana rimaneggia generiche linee guida e rinuncia a responsabilizzare associazioni e cittadini nel volontariato sociale.
Un percorso che si può agevolare, come avviene in altri Paesi europei e negli Stati Uniti, dove le donazioni sono deducibili dalle tasse e le Onlus non devono pagare gabelle.
L’Iva incassata dallo Stato con l’aliquota al 10 per cento (come nel caso denunciato dal Corriere per il polo scolastico del Comune di Cavezzo, distrutto nel terremoto dell’Emilia) è un’iniquità che scoraggia la generosità .
Per questo la campagna no profit no Iva va avanti.
Per aiutare chi governa a non commettere un altro errore, come la chiusura dell’Agenzia del volontariato (lo fece il premier Monti) che oggi sarebbe utile per verificare la correttezza dei comportamenti di Fondazioni e associazioni.
Eliminare l’Iva, evitando tassazioni penalizzanti a chi fa del bene è un provvedimento semplice e concreto: non è una perdita, ma un’opportunità .
Giangiacomo Schiavi
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Settembre 28th, 2014 Riccardo Fucile
MA FINORA “L’OPERAZIONE LASSIE” PER TOGLIERE AD ALFANO LA GOLDEN SHARE DELLA MAGGIORANZA IN SENATO NON HA SORTITO EFFETTI
Berlusconi vuole allearsi con Ncd per i governi regionali o vuole sostituirsi a Ncd al governo
nazionale?
Ultimamente pensieri parole opere (e omissioni) del Cavaliere – assai contraddittori – hanno alimentato il dubbio sul suo reale intento: cerca Alfano o aspira a Renzi? Vuole ricostruire una coalizione di centrodestra per battere poi Renzi nelle urne o pensa piuttosto di asfaltare il Nuovo centrodestra per poi allearsi con Renzi in Parlamento? È una domanda che ormai si pongono apertamente anche dentro Forza Italia, siccome gli indizi sono numerosi, tanti quante le impronte che Berlusconi ha lasciato sul telefonino nel corso dell’estate, passata a corteggiare i senatori transitati con Alfano: per Schifani e Bonaiuti – visti i rapporti di un tempo – non ha avuto bisogno di intermediari.
Mentre a Verdini, Tajani, Ghedini e Romani ha lasciato il compito di saggiare la disponibilità degli altri a tornare insieme
Il Cavaliere, si sa, è abile nel toccare le corde giuste, e per ogni interlocutore – da Colucci a D’Alì, da Viceconte a Gentile – ha usato il tasto dei ricordi, il tono struggente dell’amarcord.
Peccato che la cordialità (ricambiata) non abbia fatto breccia, per ragioni politiche e interessi personali.
D’altronde quale senso avrebbe avuto – vista l’offerta che veniva avanzata – lasciare Ncd, passare un paio di giorni all’opposizione e poi tornare per una via diversa di nuovo in maggioranza?
E in più, con Forza Italia in «overbooking» e la vecchia guardia azzurra minacciata dal ricambio generazionale, chi mai tornerebbe in Parlamento?
Così l’«operazione Lassie», voluta da Berlusconi per togliere ad Alfano la golden share della maggioranza in Senato, non ha sortito effetti.
E visto che non riusciva a superare l’ostacolo, il Cavaliere – come raccontava ieri Libero – ha provato ad aggirarlo, puntando a costruire un altro gruppo, nel quale far confluire pezzi di Ncd e di centristi, da unire ad altri parlamentari che militano nel gruppo delle Autonomie.
Ma anche questa iniziativa non è decollata, e Schifani – stufo di vedersi tirato in ballo – spiega che «c’è piena sintonia con Alfano» e che «questi malevoli rumors sono finalizzati a ostacolare l’unificazione di Ncd con l’Udc e i Popolari di Mauro».
Strana storia, quella del centrodestra: di giorno si riuniscono per stabilire come andare insieme alle Regionali, e la sera c’è chi si adopera per soffiare l’argenteria in casa altrui. Il «caso Bugaro» – l’ormai ex coordinatore ncd delle Marche – è emblematico. Non è certo un «selfie» che ha indotto Alfano a porsi l’interrogativo: «Berlusconi vuole ricostruire o vuole vendicarsi?».
Domanda retorica, visti gli indizi, disseminati dal leader di Forza Italia.
Dell’offerta di alleanza fatta in agosto a Renzi, per esempio, c’è traccia nei sondaggi che il Cavaliere aveva commissionato prima dell’incontro, e che pare abbia lasciato in copia sulla scrivania del premier.
È un lavorio frenetico, quello di Berlusconi, che continua a ripetere di aver fatto la «cosa giusta» rompendo le larghe intese con il governo Letta.
Però, mentre le sue parole provano a giustificare quella scelta, le sue azioni rivelano che sta tentando di rimediare all’errore.
Non si spiega altrimenti il modo in cui ha argomentato le sue avances ad alcuni alfaniani, l’idea cioè – in prospettiva – di «farmi promotore di un partito popolare. Capisci, così sarebbe più facile avere un rapporto con Renzi, piuttosto che chiamarci Forza Italia».
È un ripensamento strategico che sta dietro il sostegno al Jobs act e che cova sotto la cenere della riforma elettorale.
Sull’Italicum infatti il Cavaliere tentenna, e coltiva intimamente il sogno di tenersi il proporzionale. Renzi ha fiutato puzza di bruciato.
Così si torna alla domanda: Berlusconi vuole allearsi con Ncd alle Regionali o vuole sostituirsi a Ncd al governo?
Tutto non può avere.
Francesco Verderami
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Settembre 28th, 2014 Riccardo Fucile
LA LEGGE NE DELIMITA L’USO, MA DA ALITALIA ALLA SPENDLING LO USANO PER TUTTO
Spesso i Radicali o associazioni come l’Uaar (atei, agnostici e razionalisti) si lamentano dell’opacità con cui la Chiesa spende il miliardo di euro che le frutta l’8 per mille: era stato istituito per pagare lo “stipendio” dei preti, ma è un tale fiume di soldi che finisce per servire a molto altro, comprese le milionarie campagne pubblicitarie della Cei quando si avvicinano le dichiarazioni dei redditi.
Una chiara violazione del rapporto di fiducia tra il contribuente che fa la donazione e chi quella donazione deve amministrare.
Il problema è che lo Stato italiano non ha i requisiti per chiedere il rispetto della norma visto che è il primo a non rispettarla e in maniera assai più radicale dei vescovi: il Fondo dell’8 per mille di competenza statale – 170 milioni circa nel 2013 – è stato infatti sistematicamente svuotato negli ultimi dieci anni per finanziare le spese più varie in aperta violazione della legge
Una norma del 1985, e le modificazioni successive, stabilisce infatti quali sono le destinazioni possibili per l’8 per mille statale: all’ingrosso i beni culturali (che poi spesso sono chiese e conventi), le calamità naturali, l’assistenza ai rifugiati e interventi contro la fame nel mondo.
Da quest’anno – così sancisce il relativo Dpr approvato dal Parlamento la scorsa settimana – si aggiunge anche l’edilizia scolastica.
Funziona così: chi ha i requisiti presenta la domanda e poi palazzo Chigi prevede al riparto dei fondi per assicurare i meritori obiettivi di cui sopra
Questo in teoria, perchè nella pratica lo stesso governo ha l’abitudine di borseggiare il Fondo dell’8 per mille fino a svuotarlo: nel 2011 e nel 2012, si legge in un dossier predisposto dal Servizio Studi della Camera, “non si è proceduto alla predisposizione del decreto di ripartizione della quota dell’8 per mille dell’Irpef a diretta gestione statale per mancanza di disponibilità finanziaria”.
Tradotto: non c’era più un euro.
E perchè? Sono sempre i tecnici di Montecitorio a spiegarcelo: nel 2011 “l’intero stanziamento, pari a oltre 145 milioni di euro, è stato utilizzato a copertura di interventi legislativi approvati nell’ambito delle manovre di consolidamento dei conti pubblici” (una sorta di spending review alla Tremonti) ; mentre “la quota per l’anno 2012 è risultata interamente decurtata per effetto di successivi provvedimenti legislativi, per la gran parte legati a esigenze di Protezione civile”.
Nel 2013, infine, il capolavoro.
I soldi che gli italiani avevano dato allo Stato per le belle cose che sappiamo ammontavano in tutto a 169,899 milioni di euro.
Alla fine, a differenza degli anni precedenti, il decreto di riparto del Fondo c’è stato: peccato che dentro ci fossero rimasti solo 404.771 euro, il che ha consentito di dar corso nientemeno che allo 0,1% delle domande presentate.
E gli altri 169 milioni e spicci?
Ci hanno fatto po’ di tutto: la metà (85 milioni) se li è presi Enrico Letta per la Legge di Stabilità dell’anno scorso; dieci milioni sono finiti a finanziare l’inutile decreto Crescita, cinque milioni sono serviti al Fondo per la Cassa integrazione dei dipendenti Alitalia; 64 milioni alla flotta aerea della Protezione civile; un milione e mezzo per rilanciare l’occupazione giovanile (?) ; un altro paio di milioni e più a riduzioni di spesa.
Ora il M5S, che in questo anno e mezzo di legislatura ha sempre seguito la materia, ha presentato una mozione sul tema (ancora non calendarizzata) a prima firma Francesco Cariello, deputato membro della commissione Bilancio.
L’idea del Movimento 5 Stelle è impegnare formalmente il governo – con la prossima legge di Stabilità – “a reperire risorse finanziarie destinate al ripristino integrale delle somme dell’8 per mille a gestione statale per l’anno 2014 e i successivi” e “a non utilizzare in futuro” quei soldi per coprire spese non previste dalla legge che regola il Fondo.
In realtà , già nel decreto che smistò i 404mila euro dell’anno scorso c’era scritto quanto segue: “C’è la necessità di intervenire al fine di individuare specifiche modalità di reintegrazione delle risorse al fine di contemperare le criticità dovute alla riduzione delle risorse dell’8 per mille a gestione statale con il rispetto delle scelte operate dai contribuenti”.
Tradotto: il governo aveva già detto a se stesso che rubare così soldi destinati ad altro è molto brutto, aveva promesso di non farlo più e riconsegnare il maltolto, il Parlamento s’era detto d’accordo e aveva votato.
La tentazione, però, è evidentemente troppo forte: facendo dei conti all’ingrosso, ad esempio, dal 2004 – l’anno in cui debutta l’autoborseggio dell’8 per mille – a oggi parliamo di più di un miliardo di euro.
E tutti sappiamo quanto fa comodo un miliardo di euro da spendere.
Marco Palombi
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Settembre 28th, 2014 Riccardo Fucile
DALLA MANCANZA DI POTERI DEL PREMIER AL SUPERAMENTO DELL’ART.18 PASSANDO PER LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA: SONO DIVENTATI I TEMI DEL GOVERNO
Pochi giorni fa Silvio Berlusconi, con non scontata lucidità , ha definito sè una bandiera a
mezz’asta.
E però, per paradosso, proprio oggi sventolano in sommità del pennone le battaglie di un ventennio, combattute e mai vinte per colpe varie, del centrodestra e non soltanto. In queste settimane si racconta del milione abbondante di manifestanti radunati al Circo Massimo dalla Cgil di Sergio Cofferati nel marzo del 2002 in difesa dell’articolo 18, ma non sarà inutile ricordare una direzione nazionale dei Democratici di sinistra (4 dicembre 2001, segretario Piero Fassino) che produsse un ordine del giorno per emettere condanna contro «l’attacco condotto dal governo Berlusconi all’articolo 18», e cioè «uno degli architravi del nostro diritto del lavoro e delle moderne relazioni industriali»; evviva, dunque, alla «ritrovata unità dei sindacati confederali». Massimo D’Alema – ora dipinto come un anticipatore della riforma proposta da Matteo Renzi – scrisse una lettera al Corriere della Sera e puntualizzò il suo pensiero: «Proposte confuse, inique, controproducenti». Lui comunque l’articolo 18 non aveva mai inteso sfiorarlo.
Se Berlusconi non la spuntò dipese dai tremori della sua maggioranza, dall’opposizione sdegnata della sinistra, soprattutto dalla forza ora annacquata della Cgil
Eppure Berlusconi non ebbe mai gli atteggiamenti sprezzanti riservati da Renzi ai sindacati: lui li incontrava, talvolta sosteneva la necessità di «un dialogo serrato», magari li accusava di essere «campioni del conservatorismo», esprimeva aperto fastidio per il rito superato e al ribasso della concertazione.
Non è che ora si parli d’altro.
E però Renzi combatte contro un avversario indebolito dalla storia e spiazzato da ceffoni che arrivano da sinistra: il premier si fa riprendere dallo smartphone e replica a Susanna Camusso che lui non ha un bel niente da concertare con chi invece di difendere i lavoratori ha difeso ideologie del secolo passato.
Insomma, siamo ancora lì. Siamo al tema centralissimo e ripetuto a noia da un sempre più prolisso Berlusconi sull’impossibilità di governare: si metteva davanti a pubblico e telespettatori e si prendeva delle mezzore per descrivere l’iter infinito di una legge, fra commissioni, doppia lettura (Camera e Senato), dominio del parlamentarismo, controlli costituzionali: tutte cose eccellenti in tempi in cui la rapidità non era richiesta.
Berlusconi disse nei suoi modi sempre un po’ dozzinali che per guadagnare tempo sarebbe stato utile far votare soltanto i capigruppo (ma aggiunse: «Chi non è d’accordo può votare contro o astenersi»); in confronto quello del Movimento cinque stelle è un capolavoro: si chiama «traditore» chi vota in dissenso e lo si caccia, e il vicesegretario del Pd, Debora Serracchiani, teorizza il dibattito ma poi non sono ammesse defezioni (intanto che Renzi studia il modo di rafforzare i poteri dell’esecutivo, e nel frattempo pure lui comanda tramite i decreti d’urgenza, per i quali l’urgenza non è evidentemente più un requisito).
Quelli di destra, si diceva, avevano la solita tentazione totalitaria, e qualcosa del genere lo si attribuisce a Renzi, ma fra i partiti è poca roba, il più viene da fuori il Parlamento, da giornali, da intellettuali.
Chissà allora se è proprio un paradosso, o se invece è la logica conseguenza che, declinante Berlusconi, dilaghi la sua dottrina, specie a sinistra.
Il nuovo Pd non soltanto abbandona la complicata teoria di Padoa Schioppa sulla bellezza delle tasse, ma le abbassa (gli 80 euro) e promette di abbassarle ulteriormente.
Contrasta tremontianamente il rigore europeista, punta verdinianamente a una legge elettorale che premi il partito e non la coalizione, sfida brunettianamente il tempio della pubblica amministrazione, e si intravede semmai il pericolo che tutte queste riforme berlusconianamente non vengano approvate.
Sarà interessante soprattutto vedere che sarà di quella della giustizia: il concetto di inchieste a orologeria, spuntato di colpo fuori da Forza Italia, e le geremiadi di Luigi De Magistris (prima erano corrotti i politici, ora i giudici), hanno reso evidente – se ce n’era bisogno – che i rapporti fra politica e magistratura sono da ridefinire, dopo un ventennio di parziale e colpevole cessione di sovranità alle procure.
Mattia Feltri
(da “La Stampa”)
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Settembre 28th, 2014 Riccardo Fucile
L’EX ALLEATO DIEGO DELLA VALLE PRONTO ALLA BATTAGLIA
Neanche un anno fa, Matteo Renzi respingeva le telefonate di Sergio Marchionne, lo teneva ai cancelli. Quasi indifferente.
E la domenica, che fosse mattina presto o sera tardi, incontrava di nascosto Diego Della Valle, che illustrava le tattiche per la conquista di Roma, lenta eppure inesorabile
Oggi il signor Tod’s non compone più il numero di Renzi, le comunicazioni sono interrotte, ma il ruvido duello è appena cominciato: “Io non sono incavolato perchè ho interessi da tutelare, ma perchè Renzi — questo è il ragionamento di Della Valle con i suoi amici in queste sere e quello che ripete in tv — ha sbagliato dal principio: squadra di governo, nomine per le società pubbliche, intollerabile e continuo ricatto all’Italia: o siete miei amici o miei nemici”.
A Della Valle non piacciono le riforme di Renzi, i ministri inesperti che le accudiscono su preciso mandato, i compagni che arruola per riscrivere la Carta: “Quelli sono i Pacciani della politica. Matteo vuole soltanto controllare tutto”.
Il marchigiano va oltre le sfuriate televisive contro l’ex amico toscano, un tempo considerato un ragazzo intraprendente persino da consigliare (ruolo che Renzi non affida a nessuno): “Vedrete quel che accadrà nei prossimi mesi. Matteo non è l’unica speranza, non è l’ultima spiaggia, non è l’estrema salvezza, semmai s’è rivelato una condanna”, queste sono le risposte frequenti che Della Valle concede a chi lo interpella su Renzi.
E il significato è semplice da desumere: un pezzo di imprenditoria italiana si sta organizzando.
Ci sono tre uomini, tre “colleghi” che il signor Tod’s non supporta, l’ordine è sparso: John Elkann, Mauro Moretti e Marchionne.
I nuovi oppositori di Renzi credono che l’inattesa sintonia con il capo di Fca dipenda anche dai prossimi assetti nel Corriere della sera, che a breve dovrà sostituire Ferruccio de Bortoli.
Questo Corriere, dopo l’editoriale di de Bortoli con la parola “massoneria” in prima pagina e le pungenti critiche a Renzi, non è considerato un amico di palazzo Chigi.
E non sono amici neppure i soci di Della Valle in Italo: Luca Cordero di Montezemolo e Alberto Bombassei. La società Nuovo Trasporto Viaggiatori ha accumulato un debito di 781 milioni e la tassa per utilizzare le rotaie di proprietà pubblica, di recente elevata dal ministro Federica Guidi dopo che Enrico Letta l’aveva scontata, non è un toccasana.
Della Valle e Montezemolo sono convinti che sia scorretta la concorrenza di Trenitalia, passata dall’odiato Moretti all’epigono Michele Elia, e che sia assecondata da un’inefficiente Autorità di Garanzia
Seppur il rapporto tra Della Valle e Renzi sia inesistente, Dario Nardella, sindaco di Firenze e renziano integerrimo, va molto d’accordo con Andrea Della Valle: non ci sono attriti sul progetto per lo stadio dei Viola; i lavori dovrebbero iniziare entro 18 mesi, e sugli spalti del “Franchi” sono sempre seduti vicino.
Il fattore Renzi ha diviso la Conferenza episcopale italiana.
Il segretario Nunzio Galantino ha invitato il premier a sospendere la politica degli annunci e non ha approvato l’abolizione dell’articolo 18, mentre il presidente Angelo Bagnasco ha replicato con un secco: “Non è un dogma”.
Anche se i vescovi non sono più così determinanti per i palazzi romani come in epoca Camillo Ruini e il governo santo non è governato più dal tentacolare Tarcisio Bertone, le opinioni vanno pesate e non contate, parafrasando Enrico Cuccia: monsignor Galantino è stato nominato lo scorso marzo da papa Francesco; il genovese Bagnasco è un residuato di una stagione finita.
In questa selezione tra renziani e oppositori, i vescovi sono più attigui al secondo gruppo.
Scelte: Renzi è il presidente del Consiglio che ha disertato la festa in Riviera di Comunione e Liberazione.
Quanto siano forti questi poteri è piuttosto superfluo. Quel che è evidente — ormai lampante per Renzi — è il numero di amici che se ne vanno.
Carlo Tecce
(da “il Fatto Quotidiano”)
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