Settembre 29th, 2014 Riccardo Fucile
CERCANO UNA DESTRA CHE GIA C’E’, SI VERGOGNANO SOLO A DIRE CHE RENZI LI RAPPRESENTA
Siamo uno dei pochi blog a destra schierato in difesa del mantenimento del reintegro del lavoratore
ingiustamente licenziato.
Ma siamo in buona compagnia: quella del 65% del popolo italiano.
Lo diciamo perchè, al netto di chi non si esprime o non ha maturato un’idea al riguardo della proposta renziana di abolizione dell’art 18, solo il 30% degli italiani la pensa diversamente da noi.
Aggiungiamo: per fortuna esiste un blog, largamente diffuso e seguito dai media, che non è su posizioni liberiste perchè una buona parte dell’elettorato di centrodestra, quando esprime il proprio voto, non mette la crocetta sulla Fiat di Marchionne, sul simbolo di Confindustria o sul logo del boy scout che si perdeva nel bosco.
L’Italia è governata da un grande truffatore senza patria che per scalare il potere ha nell’ordine: vinto le primarie del Pd facendo votare chi non aveva titolo (ci voleva Bersani per permettere agli elettori di centrodestra di decidere chi dovesse essere il segretario del Pd), pugnalato alle spalle Enrico Letta dopo avergli giurato fedeltà , fatto un accordo con un pregiudicato e poi concordato tutte le riforme con un ex macellaio divenuto banchiere plurinquisito, coopato come ministri una corte di figuranti e madonnine votive sciatte per non fargli ombra, imposto una legge truffa che toglie spazi di democrazia, venduto alla Troika, pur di non vedersi commissariato per inettitudine, i diritti dei lavoratori sanciti dalla Costituzioni, praticato il voto di scambio con l’elargizione di 80 euro a chi ne guadagna 1480 senza nulla dare a pensionati al minimo e a disoccupati.
Senza contare le balle stratosferiche che questo soggetto continua a raccontare ogni giorno per trovare scusanti a ogni sua promessa mancata.
E che fa la destra politica?
Gongola per l’abolizione dell’art. 18, esprime il livore rancoroso verso il “sindacato” in generale, inneggia al libero mercato senza controlli, quello che ha permesso a pochi delinquenti di distruggere le economie di intere nazioni.
“Le riforme di Renzi sono le nostre” squittisce qualcuno: ha ragione, i poteri forti hanno giocato la carta Renzi per continuare a speculare sulla pelle degli onesti, infatti avete mai sentito Renzi promettere misure draconiane contro gli evasori fiscali?
Renzi con gli 80 euro non ha aiutato i deboli, ma solo chi poteva votarlo alle Europee.
Il reintegro dei lavoratori da parte del giudice di merito è previsto in tutta Europa, a parte la Spagna, la battaglia del governo è solo una marchetta che Renzi deve fare alla Ue per meritarsi di sforare il 3% .
E non serve a nulla perchè già la legge Fornero prevedeva i casi di licenziamento per giusta causa.
E arriviamo a sentir dire da Renzi che “deve essere l’imprenditore a decidere se un lavoratore va tenuto o meno, non un magistrato” e qui siamo al ridicolo.
Allora perchè non facciamo decidere ai capimandamento se un picciotto ha sgarrato o meno?
O alla cupola della ‘ndrangheta a chi deve essere assegnato un appalto?
Sono anche loro parti in causa, a che serve la magistratura, a che serve la legge, la norma, l’accertamento dei fatti contestati?
L’imprenditore ha ragione a prescindere, dicono Renzi e i liberisti nostrani.
Noi stiamo con chi, meno di un secolo fa, certi capitalisti senza scrupoli li attaccava al muro e magari imponeva loro di costruire un ospedale per bambini come il Gaslini, se volevano evitare la galera.
Punti di vista, certo.
Ma anche cronica mancanza di conoscenza di norme e regolamenti, di analisi politica e approfondimento da parte di tanti che vedono la destra come modo di sfogare rancori, perennemente con la bava alla bocca.
Senza capire che sono liberi certamente di rappresentare quel 10% di italiani che detengono il 70% delle ricchezze nostrane, ma fino a che non faranno una legge per cui può votare solo chi possiede qualche milione di euro in beni patrimoniali, al massimo governeranno l’esclusivo circolo nautico in compagnia di Previti.
Perchè il mondo vero sta fuori da questa logica aberrante per fortuna.
La Costituzione parla di funzione sociale dell’impresa, non di rinuncia ai diritti.
E i diritti li difende, in caso di contestazione, la legge, non il libero arbitrio.
Come la sicurezza la difendono le forze dell’ordine, non i giustizieri della notte.
Se poi qualcuno ha scambiato il pataccaro di Firenze per lo sceriffo di Nottingham o Marchionne per un contribuente dello Stato italiano sarà opportuno che vada da un buon oculista.
In regime di libero mercato troverà sicuramente chi fa al caso suo.
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Settembre 29th, 2014 Riccardo Fucile
DURI INTERVENTI DI D’ALEMA “NON CI SONO SOLDI PER QUESTA RIFORMA” E BERSANI “QUI METODO BOFFO PER CHI NON LA PENSA COME TE”
La resa dei conti nel Partito democratico sul tema del lavoro va in scena alla direzione nazionale. Dopo i dibattiti sui giornali e a cavallo di Italia e Stati Uniti (dove Matteo Renzi era in viaggio nei giorni scorsi), è il tempo del faccia a faccia sul Jobs Act (qui il contenuto della riforma punto per punto).
Apre il presidente del Consiglio e lancia la sfida ai sindacati, senza escludere la possibilità di confronto.
La mozione della segreteria viene approvata con 130 voti favorevoli, 11 astenuti, 20 contrari. Un esito che il premier indica come il nuovo corso del Pd: “Noi oggi abbiamo detto con serenità che gli imprenditori sono dei lavoratori e non dei padroni e che la sinistra si candida a rappresentarli”.
E dà mandato al vicesegretario Lorenzo Guerini di trattare con la minoranza per un documento finale comune.
La mediazione alla fine salta, le minoranze votano in ordine sparso ma per il premier nulla cambia: a questo punto, intesa o meno, la direzione ha deciso e “da oggi tutti dovranno adeguarsi”.
Quindi, per quanto riguarda le discussioni interne al partito “sono belle anche quando non siamo d’accordo” però poi “alla fine si vota allo stesso modo in Parlamento. Scontro D’Alema-Renzi
Durante la direzione risponde dura la minoranza Pd, guidata da Massimo D’Alema che fa i conti in tasca all’esecutivo: ”Ho sentito frasi che hanno scarsa attinenza con la realtà . Non è vero che l’articolo 18 è un tabù da 44 anni perchè è stato cambiato 2 anni fa. Questa riforma costa più di 2 miliardi e mezzo e non bastano i soldi annunciati”.
Nel corso della direzione, oltre a D’Alema, interviene duramente anche l’ex presidente dem Gianni Cuperlo: “Non c’è un dominus nel Pd, si cerchi la sintesi”.
Il presidente del Consiglio nel suo discorso iniziale dimostra di non voler cambiare obiettivo, ma si dice disposto a modificare (seppur di poco) la strada individuata per ottenerlo.
E per questo si dice disposto ad un dialogo, anche con la minoranza democratica. La prima, importante novità è l’apertura di Renzi alle parti sociali: “Sono disponibile a riaprire la sala verde di palazzo Chigi per un confronto con Cgil, Cisl e Uil e tutti gli altri sindacati. Li sfido su tre punti: una legge sulla rappresentanza sindacale, il collegamento con la contrattazione di secondo livello e il salario minimo”.
La minoranza democratica, che resta almeno nei numeri una piccola parte di quelli che poi voteranno contro (o si asterranno) spara però a zero sul segretario Pd.
Se non fosse bastato il riscontro della “fattibilità degli annunci” di Massimo D’Alema (“Basta slogan”), arriva l’ex segretario Pd Pier Luigi Bersani: “Noi non andiamo nel baratro per l’articolo 18, ma per il metodo Boffo. Qui se qualcuno vuole deve poter dire la sua senza problemi”.
Non è da meno Pippo Civati: “Su Rai 3 domenica sera ho visto un premier che diceva cose di destra, simili a quello che diceva la destra dieci anni fa”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 29th, 2014 Riccardo Fucile
DA RETE IMPRESE UN SECCO NO AL TENTATIVO DEL PREMIER DI INGROSSARE I SALARI CON SOLDI NON SUOI: “SAREBBE IL COLPO DI GRAZIA”
Per le piccole imprese impensabile anticipare il tfr in busta paga. 
Lo sottolinea Rete imprese Italia secondo cui “in questa fase di perduranti difficoltà per il nostro sistema produttivo, è impensabile che le piccole imprese possano sostenere ulteriori sforzi finanziari, come quello di anticipare mensilmente parte del Tfr ai dipendenti”.
E’ stato il premier Matteo Renzi ad annunciare che il governo lavora perchè “il Tfr possa essere inserito dal primo gennaio 2015 nelle buste paga, attraverso un protocollo tra Abi, Confindustria e governo per consentire un ulteriore scatto del potere di acquisto”.
La risposta non si è fatta attendere.
“Dopo aver subito, soltanto nell’ultimo anno, una contrazione del credito erogato dal sistema bancario del 5,2% – ha osservato Giorgio Merletti, presidente di Rete imprese Italia e di Confartigianato – pari a oltre 8 miliardi di euro, ora alle piccole imprese verrebbe chiesto di erogare diversi miliardi in anticipazione del Tfr. Siamo di fronte alla ‘misura perfetta’, se si vuol dare una mano a far chiudere decine di migliaia di piccole imprese che stanno resistendo stremate da 6 anni di crisi e difendono in tal modo migliaia di posti di lavoro”.
Secondo il presidente Merletti “per i lavoratori il Tfr è salario differito, per le imprese un debito a lunga scadenza. Non si possono chiamare le imprese ad indebitarsi per sostenere i consumi dei propri dipendenti”.
“Va sottolineato infine – conclude Merletti – che il trasferimento di tutto il Tfr, o di una parte di esso, nelle buste paga significa azzerare la possibilità , per moltissimi lavoratori, di costruire una previdenza integrativa dignitosa”.
(da “La Repubblica”)
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Settembre 29th, 2014 Riccardo Fucile
LE INDISCREZIONI SULLA “SQUADRA DI GOVERNO” ALTERNATIVA A QUELLA DI RENZI PROVOCANO UNA LEVATA DI SCUDI… PER ILLY “NON E’ ABBASTANZA DIPLOMATICO”
Tutti contro Diego.
Le indiscrezioni su una prossima discesa in campo di Diego Della Valle, patron di Tod’s e grande socio della Nuovo Trasporto Viaggiatori al fianco di Luca di Montezemolo oltre che di Rcs, con una “squadra di governo” alternativa a quella di Matteo Renzi, composta da manager e guidata (ammesso che accetti) dal governatore di Bankitalia Ignazio Visco, provocano una levata di scudi quasi unanime da parte dei maggiori quotidiani.
A partire proprio dal Corriere della Sera, di cui l’imprenditore marchigiano, che tre giorni fa ha bollato come “incontro tra due grandissimi sòla” la conferenza stampa congiunta del premier e del numero uno di Fca Sergio Marchionne, è appunto uno dei principali azionisti.
Ma, come è noto, in rotta con l’amministratore delegato Pietro Scott Jovane e con il primo socio (attraverso Fiat) John Elkann.
Il quotidiano di via Solferino, in un editoriale firmato da Pierluigi Battista e titolato “Della Valle faccia solo l’imprenditore”, evoca le “velleità politiche del magnate dell’industria Arnheim” ne L’uomo senza qualità di Robert Musil per concludere: “Finì male. Facile profezia”.
In parallelo, un articolo di Andrea Garibaldi ricorda come, quando l’amico Montezemolo progettava a sua volta l’ingresso in politica, Della Valle gli consigliasse di “restarne fuori”.
E sostiene che lo stesso, a parti invertite, sta accadendo oggi: “Gli amici più cari stanno sconsigliando Della Valle: “Perchè rovinarti la vita con la politica?””.
Repubblica, che domenica ha dato la notizia di una prossima “salita al Quirinale” di Della Valle per presentare la lista di ministri al capo dello Stato Giorgio Napolitano, scrive invece che “la politica boccia la discesa in campo” di mister Tod’s.
Il quotidiano di Largo Fochetti cita il “diluvio di critiche” che arrivano dal ministro dell’Interno Angelino Alfano, dal governatore della Toscana Enrico Rossi, dall’Ncd Fabrizio Cicchitto e dal deputato di Forza Italia Maurizio Bianconi.
E intervista l’imprenditore Riccardo Illy, ex sindaco di Firenze e presidente della Regione Friuli, che a sua volta dà l’altolà : “Non mi pare abbia la diplomazia necessaria per fare il politico…”.
In effetti “Diego” è noto per l’abitudine agli attacchi trasversali: dall’“arzillo vecchietto” Giovanni Bazoli al presidente di Fiat Elkann (“Imbecille”), passando per il “furbetto cosmopolita” Marchionne (“Prima di offendere inizi a pagare le tasse in Italia) e il vicepresidente del Senato Maurizio Gasparri (che aveva criticato su Twitter la società del treno Italo dandola per vicina alla chiusura) ”mantenuto da noi italiani per decenni con stipendi principeschi”.
Per non parlare dei ministri dell’esecutivo Renzi, di cui ha avuto modo di dire di averne incontrati cinque di cui “due bravi e tre emeriti deficienti“.
Quanto al Giornale, il quotidiano della famiglia Berlusconi dedica a “I segreti di Della Valle” l’apertura della prima pagina e un articolo dedicato al “partito degli snob”, in cui il patron della Fiorentina viene accomunato agli altri “ricchi, carini, vincenti e glamour” (il primo della lista, secondo il Giornale, è Montezemolo, seguito da Mario Monti e Corrado Passera) che “ci hanno già provato ma gli è andata male”.
Non solo: il quotidiano diretto da Alessandro Sallusti ricorda che Giulia D’Alema, figlia dell’ex premier e ministro che domenica dalla prima pagina del Corriere ha attaccato Renzi (“Istruito da Verdini sulle riforme”), lavora come Marketing and event specialist nella sede newyorkese di Tod’s.
E ipotizza addirittura un “debito di riconoscenza (di D’Alema, ndr) nei confronti del fustigatore numero uno di Renzi.
L’unico che apre all’ipotesi di un “intervento” di Della Valle?
L’amico Clemente Mastella. L’ex Guardasigilli, ex leader dell’Udeur, ex europarlamentare ed ex sindaco di Ceppaloni confida infatti a Repubblica che “dal punto di vista politico la situazione lo richiederebbe”.
Ma “sul piano personale gli direi di pensarci bene”.
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Settembre 29th, 2014 Riccardo Fucile
L’IMPRENDITORE HA PRONTO IL SUO PREMIER: VISCO
Sta lì, assiso, e osserva l’effetto che fa. 
Il sasso che rotola o, meglio, la scarpa Tod’s che irrompe in politica. Diego Della Valle non vuole costituire partiti, assemblare movimenti o scaldare un gruppo di saggi per le riforme: scardinare il governo di Matteo Renzi, questa la prerogativa.
È convinto che sia un valido portavoce per far sentire lo scontento di un pezzo di Parlamento, di un agglomerato di imprenditori, finanzieri, investitori e di semplici cittadini delusi dal fiorentino.
E questi preliminari, consumati con le invettive televisive e le indiscrezioni sui giornali, sono il metodo per decifrare le reazioni.
Il nome per sostituire Renzi ce l’ha, e lo utilizza per interrogare i suoi (eventuali) sostenitori: Ignazio Visco, numero uno di Bankitalia, una figura tecnica, evocato giorni fa, guarda caso, proprio dal Corriere della Sera di cui il signor Tod’s è azionista.
Questo di Della Valle non è il piano per il ritorno a una tecnocrazia già fallita e mai rimpianta, Mario Monti è un senatore esule, ormai: no, il signor Tod’s vuole dimostrare che le alleanze si possono fare anche senza quelli che considera “i Pacciani della politica” e che oltre Renzi non c’è il deserto: “Non è Matteo l’ultima speranza”. Non ci sono scadenze precise e gerarchie definite, ma Della Valle lavora sottotraccia per allestire un esecutivo ombra per poi conquistare la luce (e il consenso?): il governatore Visco; e anche l’ex ministro omonimo Vincenzo Visco; il deputato Alberto Bombassei (Scelta Civica), socio con Luca Cordero di Montezemolo in Italo e la sempre più nutrita truppa di oppositori al renzismo.
Al rientro da Parigi, dopo aver scagliato l’offensiva, Della Valle finge una frenata, pura tattica: “Nelle prossime ore vi farò conoscere in pubblico le mie intenzioni. Ma un fatto è evidente: l’Italia non può continuare — dice ai suoi interlocutori più fidati — con le Boschi e i Verdini e un uomo solo al comando che vuole aumentare il suo potere e se ne frega di un paese sfasciato”.
Il marchigiano sta per compilare una lista di governo per proporre l’alternativa a Renzi.
A chi? Ai partiti, agli elettori, a chiunque possa cacciare l’ex amico Matteo da palazzo Chigi: “Il mio tempo massimo sono uno o due mesi”, ripete.
E Renzi ha ammesso di conoscere l’attivismo di Diego; ora sono più chiare le ambizioni o le velleit�
La politica ha sempre affascinato Della Valle, l’impegno diretto non l’ha mai convinto: neanche l’associazione Italia Futura di Luca Cordero di Montezemolo l’ha coinvolto, all’epoca.
Ci sono tre episodi che hanno allontanato il signor Tod’s da Renzi: la scelta di arruolare Federica Guidi al ministero per lo Sviluppo Economico (e i provvedimenti sfavorevoli a Italo) ; il trasferimento di Mauro Moretti (ex Ferrovie, odiato da Ntv) a Finmeccanica e la conseguente promozione di Michele Elia ai vertice dei treni di Stato.
In contemporanea, Renzi ha smesso di ascoltare i consigli di Della Valle e s’è gettato in braccio a Denis Verdini, tra gli emissari meno presentabili di Silvio Berlusconi.
Con l’ex Cavaliere sempre più debole, una sinistra pronta a implodere, un centro inesistente e le fugaci apparizioni di Corrado Passera, Della Valle pensa di poter rappresentare un blocco, un estratto di Italia tra uomini in giacca e cravatta e anime smarrite in Parlamento.
C’è una caratteristica che unisce ancora Matteo e Diego: la vanità .
Al signor Tod’s piace pontificare in televisione, scoprire ammiratori, fare “ammuina”, confusione.
In queste battaglie tra sistemi non più comunicanti e non più intersecati, i sentimenti di orgoglio (o di vendetta) prevalgono.
Un esempio: non sopporta la plateale sintonia tra Sergio Marchionne e il presidente del Consiglio.
Carlo Tecce
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Settembre 29th, 2014 Riccardo Fucile
PERCHE’ RENZI NON RIDIMENSIONA QUESTI A COSTO ZERO?
Matteo Renzi ha dichiarato guerra ai “poteri forti”.
Alla domanda di un giornalista che gli chiedeva in cosa consistessero i poteri forti, e cosa intendesse fare, il nostro premier ha preferito glissare.
Non sappiamo perciò cosa abbia in mente, oltre forse il sindacato e la battaglia sull’articolo 18.
Vorremmo allora suggerirgli due poteri davvero forti che può fortemente ridimensionare senza bisogno di alcun passaggio parlamentare.
Gli basterà utilizzare la forza datagli dal voto delle primarie e dal voto europeo.
Il primo è rappresentato dalla lobby delle concessioni autostradali. Oggi costituiscono una barriera importante alla mobilità del lavoro: milioni di italiani pagano i pedaggi autostradali ogni giorno per recarsi dove lavorano.
E i pedaggi continuano ad aumentare (4 per cento quest’anno e l’anno scorso a fronte di un’inflazione vicina allo zero), nonostante il traffico sia in forte riduzione, un caso tipico di abuso del potere di monopolio che viene loro concesso dallo Stato.
Aumentano i profitti delle concessionarie, che registrano redditi lordi (prima di imposte e interessi) del 60%, mentre calano gli investimenti nella rete, che intervengono comunque sempre in ritardo rispetto ai piani concordati.
Come spiega molto bene Giorgio Ragazzi su lavoce. info, nonostante tutto questo le concessionarie continuano ad ottenere proroghe e l’art. 5 dello sblocca-Italia estenderà le concessioni del gruppo Gavio addirittura fino al 2038.
Insomma, mentre si decide giustamente di abolire i senatori a vita, si istituiscono le concessionarie autostradali a vita
Una seconda potente lobby che blocca il nostro Paese è rappresentata dalle fondazioni bancarie, vero e proprio cavallo di Troia della politica nel nostro sistema bancario e finanziario.
Continuano a tenere sotto controllo le banche con quote importanti e nominando i consiglieri d’amministrazione: il 50% delle fondazioni ha quote superiori al 5% nelle banche conferitarie, il 31% detiene più di un quinto delle quote, il 15% addirittura più del 50%.
Le due banche più grandi – San Paolo e Unicredit – sono dominate dalle fondazioni. Ridurre l’ingerenza della politica nelle banche, impedire che si passi dalla politica alle banche per tornare alla politica come se si stesse salendo su un tram (il caso di Sergio Chiamparino) o che un legislatore di fondazioni entri con disinvoltura in un consiglio (è il caso di Roberto Pinza) è fondamentale per almeno tre motivi.
Primo, perchè una buona struttura proprietaria rende più efficiente il sistema finanziario facendo sì che i soldi vadano a chi li merita maggiormente perchè ha idee migliori anzichè a chi è più connesso con i politici.
Di riflesso, il sistema bancario è più stabile rendendo il Paese meno vulnerabile alle crisi. È la ragione che ha portato l’Fmi e la Banca d’Italia nell’ultima relazione a riproporre questo tema.
Secondo, perchè staccandole dalle banche si salvano le fondazioni da morte certa e si proteggono quelle funzioni di utilità sociale che questi enti dovrebbero perseguire (hanno in media calato le loro erogazioni del 30% negli ultimi 3 anni).
Terzo, perchè si riconducono i partiti alle loro funzioni primarie. Se vogliono occuparsi di credito, lo facciano in Parlamento.
Sia nel primo caso, che nel secondo non c’è bisogno di alcuna legge. Per le autostrade basta semplicemente mettere a gara le concessioni, rimettendo mano allo sblocca-Italia. Anche per le fondazioni nessuna legge è richiesta: la legge c’è già e prevede la separazione tra fondazioni e banche.
Viene sistematicamente disattesa come documentano, tra gli altri, i casi macroscopici di Siena, Genova, Ferrara, Teramo, Pesaro, Macerata, Saluzzo e Bra.
Manca un atto di volontà di chi oggi gestisce le fondazioni di fare quello che, oltre alla legge, suggerisce anche il buon senso: vendere le partecipazioni nelle banche e investire nel settore del credito tanto quanto investono nell’alimentare.
Basterebbe che Renzi, come segretario del Pd, impegnasse il suo partito a far uscire le fondazioni dalle banche liquidando le partecipazioni nelle banche conferitarie, chiedendo ai membri del suo partito che occupano posizioni di rilievo nelle fondazioni di procedere in tal senso.
Gli esempi non mancano: il presidente della Fondazione Banco di Sardegna è un ex senatore del Pd e la fondazione controlla il 49% del Banco di Sardegna; le fondazioni, secondo la ricostruzione del Fondo monetario internazionale, esprimono oltre i due terzi dei boards di Unicredit e Intesa San Paolo; il caso della Fondazione Monte Paschi è sotto gli occhi di tutti
Il premier Renzi ha giustificato il capitale politico da lui investito nella riforma del senato, paragonando questa riforma al pin che serve per poter fare le telefonate da un cellulare: fatta quella riforma, ha sostenuto il nostro presidente del Consiglio, si potrà iniziare a riformare pezzo per pezzo il Paese dove è necessario.
Varare le leggi però è laborioso, soprattutto quando, usando la sua stessa metafora, non si possiede ancora il pin.
I due interventi che suggeriamo su autostrade e fondazioni sono molto importanti, molto utili e “scrostanti” e possono essere attuati fin da subito senza approvare leggi, senza decreti e senza bisogno di formare altre maggioranze, ma usando il potere che gli è proprio e quel consenso enorme che ha ottenuto alle primarie del suo partito e poi alle elezioni Europee.
Servirà per favorire la mobilità e la miglior allocazione delle persone e dei capitali, due cose di cui il Paese ha immenso bisogno per uscire dalla stagnazione.
Tito Boeri e Luigi Guiso
(da “La Repubblica”)
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Settembre 29th, 2014 Riccardo Fucile
IL PUNTO DI VISTA DELLA DESTRA LIBERALE
La discussione sull’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori ha riacceso gli animi, riaperto i confronti,
reso ancora più “ardenti” gli scontri e fatto consumare i soliti luoghi comuni.
E’ vero che in una fase di crisi come quella attuale, discutere dell’articolo 18 potrebbe sembrare “il non problema”.
Anzi, probabilmente lo è per certi versi, perchè se tante aziende hanno chiuso i battenti e continuano ancora a farlo, se tanti disoccupati ci sono in giro e sembrano destinati ad aumentare, se nessuna speranza concreta di ripresa si intravede all’orizzonte, oggettivamente, parlarne potrebbe rappresentare una mera speculazione filosofica o di sistema in generale.
Ma “potrebbe”, non è detto che lo sia. La verità è che l’esistenza di una situazione così drammatica come quella che vive il nostro Paese, impone tante riflessioni, anche quando potrebbero sembrare “di secondo piano”.
E’ una questione di corretta impostazione delle discussioni, delle analisi e delle sintesi, anche operative.
L’articolo 18 è la solita bandiera di un sistema che non tutela realmente il sistema competitivo e che tende solo ad omologare verso il basso.
E’ vero che la stabilità di tanti posti di lavoro può determinare una stabilità dei flussi di mercato agendo direttamente sul rapporto tra “domanda” ed “offerta”.
E’ vero che se c’è stabilità è più facile avere un mutuo, ad esempio, o un piccolo finanziamento per altre necessità .
Ma nulla potrà mai mettere seriamente in discussione l’antefatto logico della “stabilità “.
Un sistema è stabile quando la sua economia è florida, quando produce ricchezza, quando riesce a stimolare la competitività e la sana competizione tra gli attori sociali. Un sistema è stabile quando la passione e la sfida non trovano ostacoli negli eccessivi gravami di sistema perchè, tra la stabilità e l’artata imposizione di privilegi ne passa. Se un dipendente, pubblico o privato che sia, non è all’altezza del proprio compito deve poter essere rimosso senza se e senza ma.
E’ assurdo che esista ancora il “ricatto” della “tutela reale”.
E’ assurdo che si debba ancora pagare “dazio” al sistema sindacale, perchè quello sì che “compra e vende” come se nulla fosse!
E’ assurdo che tanti oneri di gestione siano così assorbenti e devastanti da determinare una lievitazione dei nostri prezzi in misura tale da rendere le nostre aziende incapaci di competere sul mercato, soprattutto internazionale.
Ancora più assurdo è non vedere la verità .
Senza lavoro l’uomo non è niente. E senza le imprese il lavoro non si crea.
La “mediazione meritocratica” tra i due momenti è “necessariamente necessaria”, proprio come la riflessione profonda e sulla definzione di contesto sui nuovi lavori, perchè un Paese riesce ad avere una storia vera e seria solo se riesce ad immaginarsi nel corso del tempo dandosi una dimensione in profondità e larghezza.
Sterili e fuorvianti, poi, le varie coloriture della solita cultura “populare” e populista; le varie discettazioni, del tutto infondate, di possibili rapporti tra l’articolo 18 e la sicurezza sui luoghi di lavoro.
La salute dei lavoratori sul luogo di lavoro non si tutela col famigerato articolo 18 ma con gli adempienti previsti dal D. Lgs. 81/2008 e s.m.i.
La sintesi va quindi da sè. L’articolo 18 va abolito. Le misure per la sicurezza dei lavoratori vanno migliorate. Il lavoro si acquisisce e si conserva per merito.
La salute si tutela con la specifica normativa di settore. Semplice.
Concettualente scontato, anche se una “certa sinistra” se ne scorda…
Salvatore Castello
Right BLU — La Destra Liberale
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Settembre 29th, 2014 Riccardo Fucile
HA TROVATO LA SOLUZIONE: PER RIDURRE LA DISOCCUPAZIONE, BASTA ELIMINARE I LAVORATORI: 489 MORTI … E LUI PENSA AD ABOLIRE L’ART 18 PER FAR CONTENTI I SALOTTI BUONI DELLA SINISTRA IN AFFARI CON LA FINANZA INTERNAZIONALE
29 settembre: sono 489 i morti per infortuni sui luoghi di lavoro dall’inizio dell’anno +7,1 % rispetto allo stesso giorno del 2013.
Se si aggiungono i “diversamente assicurati” che non appaiono mai nelle statistiche delle morti sul lavoro, tra questi i morti sulle strade, in itinere e di categorie con assicurazioni proprie, diverse dall’INAIL, pensiamo si superano complessivamente i 1.000 morti (stima minima), ma per molte ragioni è impossibile avere un numero certo di vittime sulle strade, soprattutto di lavoratori con partita IVA individuale che muoiono sulle strade e che sono classificati come “morti per incidenti stradali“, mentre invece stavano lavorando o erano in itinere.
Ma le morti sui luoghi di lavoro che segnaliamo sono tutte documentate.
MORTI SUI LUOGHI DI LAVORO NELLE PROVINCE ITALIANE (vanno almeno raddoppiati se si aggiungono i morti sulle strade e in itinere)
Valle d’Aosta (1 morto) Aosta 1. Piemonte (40 morti) Torino 16, Alessandria 8, Asti 2, Biella 0, Cuneo 10, Novara 3, Verbano-Cusio-Ossola 1, Vercelli. Liguria (8 morti) Genova 5, Imperia 0, La Spezia 1, Savona 1. Lombardia (52 morti) Milano 6, Bergamo 5, Brescia 8, Como 0, Cremona 6, Lecco 0, Lodi 2, Mantova 8, Monza 2, Brianza 1, Pavia 8, Sondrio 2, Varese 4. Trentino-Alto Adige (16 morti) Trento 4, Bolzano 12. Veneto (46 morti) Venezia 9, Belluno 3, Padova‎ 3, Rovigo 4, Treviso 5, Verona 12, Vicenza 7. Friuli-Venezia Giulia (6 morti) Trieste 1, Gorizia 0, Pordenone 2, Udine 3. Emilia-Romagna (43 morti)Bologna 4. Forlì-Cesena 6, Ferrara 6, Modena 5, Parma 7, Piacenza 4, Ravenna 8, Reggio Emilia 2, Rimini 1.Toscana (21 morti) Firenze 2, Arezzo 6, Grosseto 1, Livorno 1, Lucca 2, Massa Carrara 1, Pisa 6, Pistoia 1, Prato 0, Siena 0. Umbria (13 morti) Perugia 8, Terni 5.Marche (15 morti)Ancona 1, Ascoli Piceno 5 (compresi i 4 piloti del Tornado), Fermo 3, Macerata 2, Pesaro-Urbino 3. Lazio (36 morti) Roma 15, Frosinone 3, Latina 4, Rieti 6, Viterbo 8. Abruzzo (22 morti) L’Aquila 7, Chieti 8, Pescara 1, Teramo 6. Molise (7 morti) Campobasso 3, Isernia 4. Campania (31 morti) Napoli 9, Avellino 5, Benevento 4, Caserta 4, Salerno 9. Puglia (30 morti) Bari 13, Brindisi 0, Foggia 3, Lecce 8, Taranto 4. Basilicata (5 morti) Potenza 4, Matera 1. Calabria(14 morti) Catanzaro 3, Cosenza 4, Crotone 1, Reggio Calabria 1, Vibo Valentia 5.Sicilia (36 morti) Palermo 11, Agrigento 4, Caltanissetta 5, Catania 3, Enna 2, Messina 3, Ragusa 1, Siracusa 4, Trapani 3. Sardegna (11 morti) Cagliari 2, Carbonia-Iglesias 2, Medio Campidano 1, Nuoro 2, Ogliastra 1, Olbia-Tempio 0, Oristano 3, Sassari 0.
Quando leggete questa terribile sequenza ricordatevi sempre che se si aggiungono anche i morti sulle strade e in itinere i morti sul lavoro sono almeno il doppio e tante vittime sulle strade muoiono per turni dove si dovrebbe dormire, per orari prolungati e stanchezza accumulata, per lunghi percorsi per andare e tornare dal lavoro.
Non sono segnalati a carico delle province le morti di autotrasportatori sulle autostrade.
Categorie con più morti sul lavoro: Agricoltura 42% sul totale, con il 68% di queste morti causate dal trattore . Edilizia 23,6%. Industria 9,2. Autotrasporto6,2%.
Il 29% di tutti i morti sui luoghi di lavoro ha oltre 60 anni. l’11,25% sono stranieri. Il 50% di tutte le morti sui luoghi di lavoro sono concentrate in 5 regioni: Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Lazio.
(da “cadutisullavoro.blogspot.it“)
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Settembre 29th, 2014 Riccardo Fucile
ANGELETTI: “RENZI NON CONOSCE NEANCHE LA COSTITUZIONE, SIAMO UN’ORGANIZZAZION DI TENDENZA, NON UN’AZIENDA”
La minoranza del Partito democratico è agguerrita. 
Pier Luigi Bersani concentra in una battuta i “ragionamenti stravaganti” del premier Matteo Renzi, secondo il quale “siccome abbiamo pochi occupati e molti disoccupati, togliamo l’art.18”: “In Germania hanno più occupati, e hanno l’articolo 18. Forse viene il dubbio che non c’entri un tubo l’articolo 18”, dice l’ex segretario ai microfoni di Fabio Volo a Radio DJ.
Per Bersani alla direzione del Partito democratico, in programma oggi alle 17, non ci sarà “alcuna spallata da parte della minoranza” ma la spallata “verrà dai fatti che hanno la testa dura”.
Grande opposizione al premier proviene anche da Matteo Orfini, presidente del partito, che su Twitter scrive: “Non correte, servono robuste correzioni” (al Jobs act, ndr).
Prima della riunione del pomeriggio, durante la quale Renzi presenterà ufficialmente il contenuto del Jobs Act, la minoranza Pd ha convocato una assemblea per fare il punto della situazione.
Attorno a un tavolo si vedranno i leader delle varie correnti, da Cesare Damiano a Pippo Civati, da Rosy Bindi a Gianni Cuperlo.
Prima dell’appuntamento al Nazareno si annunciano anche ulteriori riunioni dei membri della direzione che fanno capo alle diverse componenti, da Area riformista ai Giovani turchi. Tutti in fermento per quello che ha anticipato il premier alla stampa nei giorni scorsi: “Abolirò i contratti precari e l’art. 18”.
Cgil, Cisl e Uil, nell’incontro sui temi del lavoro hanno poi preparato la riunione del 6 ottobre a Roma, alla quale parteciperanno la Ces e tutti i sindacati europei, in vista del vertice dei governi europei sull’occupazione programmato a milano per l’8 ottobre.
“Siamo pronti all’estensione” dell’articolo 18 ai sindacati”. Così il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, arrivando alla sede della Cisl per partecipare all’incontro con i leader di Cisl e Uil sul Jobs act, replica al premier Matteo Renzi, che ieri aveva detto che i sindacati sono l’unica organizzazione con più di 15 dipendenti a non avere l’articolo 18.
“Ora siamo come tutti i partiti, la Chiesa e le organizzazioni di tendenza”, ha aggiunto Camusso.
Secondo la leader Cgil, il premier “ha detto ieri sera una cosa che non era mai stata detta in questo Paese: il punto è la garanzia alle imprese della libertà di licenziare. Questo mi sembra il punto su cui bisogna concentrarci”.
“Si può fare propaganda o fare un ragionamento serio ma – dice ancora Susanna Camusso – non mi pare che ci sia nè nella legge delega nè nelle parole del presidente del Consiglio l’intenzione seria di ridurre il precariato”.
Per Camusso, Renzi “non sa neanche che i co.co.co non esistono più, esistono altre forme di contratto come i voucher, i contratti a progetto, le associazioni in partecipazione”.
Attacchi al premier anche dal leader della Uil, Luigi Angeletti. “Renzi non conosce neanche la Costituzione, noi siamo una organizzazione di tendenza”.
Arrivando all’incontro con gli altri leader sindacali, Angeletti ha poi commentato l’intenzione del premier di ridurre il precariato e di abolire l’articolo 18 per i neoassunti: bisogna agire “senza togliere niente a nessuno ma dando le protezioni a chi non ha niente”.
Quanto all’intenzione di Renzi di parlare della questione articolo 18 direttamente con i lavoratori, il leader della Uil ha liquidato la cosa con una battuta: “Mi immagino voglia parlare con 17 milioni di lavoratori dipendenti, ci vorrà un po’ di tempo visto che non vuole parlare con chi li rappresenta”.
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