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IL CORRIERE AFFONDA RENZI: PUZZA DI MASSONI DIETRO IL PATTO CON BERLUSCONI

Settembre 25th, 2014 Riccardo Fucile

LE REAZIONI ALL’EDITORIALE DEL DIRETTORE DE BORTOLI CHE DENUNCIA L’ARROGANZA DEL PREMIER E LA DEBOLEZZA DEI MINISTRI… ARRIVA IN SOCCORSO MARCHIONNE, AZIONISTA DI RCS

Perchè il direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli attacca così frontalmente il premier Matteo Renzi?
Perchè evoca la troika, i segreti del patto del Nazareno e, a questo proposito, sente lo “stantio odore della massoneria”?
Spiegazione giornalistica: ieri il Corriere ha cambiato formato e grafica, ci voleva un editoriale del direttore e De Bortoli è riuscito a scriverne uno che ha reso imperdibile la lettura del giornale.
Ma il Corriere è anche il giornale dei poteri (un tempo) forti, quello che la loggia P2 comprò con i soldi del banco Ambrosiano di Roberto Calvi e nel cui azionariato tormentato tuttora si scontrano gli ultimi frequentatori dei salotti     della finanza,     Diego Della Valle     contro Giovanni     Bazoli di Intesa e la     Fiat di Sergio Marchionne e John Elkann.
E se il Corriere     sfiducia il governo —     a cui non ha mai riconosciuto grandi meriti — nei palazzi romani si passa la giornata a cercare il mandante o almeno un’interpretazione.
De Bortoli parla di “muscolarità  che tradisce debolezza”e di una squadra di ministri “di una debolezza disarmante” (tranne Pier Carlo Padoan all’Economia), uomini e donne scelti in base alla fedeltà  invece che alla competenza.
Osservazioni molto condivise in quei settori di impresa e finanza che hanno accolto con entusiasmo Renzi ma ora non vedono alcun miracolo.
Basta leggere il Sole 24 Ore di Confindustria o gli editoriali di Wolfgang Munchau sul Financial Times.
Soltanto Sergio Marchionne, che si prepara ad accogliere Renzi alla Chrysler a Detroit e invoca la riforma dell’articolo 18, rimane decisamente renziano: “L’editoriale del Corriere? Normalmente non lo leggo”.
Parole che evocano quelle che usò Silvio Berlusconi nel 2008 quando suggerì a Giulio Anselmi della Stampa e a Paolo Mieli del Corriere di “cambiare mestiere”.
I due direttori furono cacciati.
De Bortoli non corre lo stesso rischio perchè è già  stato licenziato, se ne andrà  in primavera come da accordi con l’azienda, dopo ripetuti scontri con l’amministratore delegato Pietro Scott Jovane.
Per lunghi mesi, quindi, De Bortoli sarà  al comando ma libero — più del solito — di dire quello che vuole.
E allora avanti con le suggestioni, a metà  tra fantapolitica e analisi.
Renzi aveva attaccato in Parlamento, con toni intimidatori, proprio il Corriere, reo di aver dato notizia dell’indagine per corruzione internazionale su Claudio Descalzi, il manager scelto dal governo per la guida dell’Eni.
E il premier, il 16 settembre, alla Camera attacca: “Non permettiamo a un avviso di garanzia citofonato sui giornali o a uno scoop di cambiare la politica industriale nazionale”.
E allora, zac, De Bortoli risponde alle minacce con l’editoriale “Il nemico allo specchio”.
Il sito Dagospia riferisce anche che il premier avrebbe protestato perchè da via Solferino avevano mandato un inviato nell’albergo delle vacanze presidenziali a Forte dei Marmi.
Ma queste sono minuzie che non appassionano chi preferisce vedere disegni più vasti dietro l’attacco del Corriere.
Tipo: Mario Draghi ha ormai deciso di lasciare la Bce l’anno prossimo per andare al Quirinale, dove Renzi non lo vuole perchè si troverebbe commissariato, De Bortoli supporta Draghi e asseconda quei poteri che sarebbero rassicurati dal vedere il banchiere centrale al vertice della politica italiana (peccato che non è affatto detto che Draghi voglia e possa andarsene da Francoforte senza destabilizzare i mercati mondiali).
Infine l’ipotesi più ardita: il direttore del Corriere pensa alla politica, ma non come sindaco di Milano (ipotesi di cui si discute da anni), bensì come portabandiera di uno schieramento alternativo al Pd renziano.
I salotti non hanno più un loro uomo, visto che l’ambizioso Corrado Passera convince poco.
Fantapolitica a parte, resta quel riferimento sorprendente alla massoneria.
Forse De Bortoli ha indiscrezioni su indagini fiorentine?
Siti e personaggi dalla discutibile attendibilità  sostengono che ci siano legami tra Tiziano Renzi, il papà , Denis Verdini (Forza Italia) e logge toscane.
Illazioni mai dimostrate.
Dall’America Renzi commenta solo così: “Auguri al Corriere per la nuova grafica”.
In privato si limita a dire: “Se c’è una cosa che è lontana da me e da mio padre è la massoneria”.
Vedremo se De Bortoli e i suoi cronisti produrranno elementi per smentirlo.

Stefano Feltri
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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L’AGCOM FA LO “SCONTONE” A MEDIASET: REGALO DA 80 MILIONI

Settembre 25th, 2014 Riccardo Fucile

CAMBIA IL METODO PER RICALCOLARE I CANONI DELLE CONCESSIONI TELEVISIVE: IL BISCIONE RISPARMIERà€ 80 MILIONI, LA TV DI STATO UN CENTINAIO… CHI PAGA? LA7 E LE PICCOLE EMITTENTI

Ecco il cambio di verso per la televisione: i ricchi pagano di meno, i poveri pagano di più. Oppure: mercato sempre più comodo per i ricchi e sempre più scomodo per i poveri. Anzi, impossibile per i poveri.
Questo clamoroso cambio di verso, nonostante i rimproveri dell’Unione europea e la ribellione dei piccoli editori, verrà  ratificato la settimana prossima dall’Autorità  di garanzia (Agcom) che applicherà  uno sconto milionario a Mediaset e Rai sul canone per la concessione delle frequenze televisive, un bene pubblico: in sette anni, il Biscione potrebbe risparmiare almeno 80 milioni di euro, la Rai addirittura più di 100 (quasi 126).
In totale: 200 per due.
Il cambio di verso funziona così: Cologno Monzese e Viale Mazzini non dovranno versare più l’uno per cento del fatturato aziendale, ma un obolo (meno di 10 milioni ciascuno) estratto dai conti di quelle società  controllate che gestiscono le antenne, cioè Elettronica Industriale e Rai-Way (che sarà  pure quotata in Borsa e ceduta ai privati per il 40%).
Con questa mossa masochista, lo Stato rinuncia a 131,7 milioni di euro nei 7 anni, a essere ottimisti.
Perchè l’Agcom crede di poter recuperare un po’ di denaro caricando i costi su La7, Persidera (Telecom-Espresso), H3G e, soprattutto, su quegli imprenditori locali che di certo non raggiungono i miliardi registrati dal duopolio.
In media, in questi anni, il Biscione e Viale Mazzini garantivano assieme tra i 50-55 milioni di euro: in futuro non supereranno i 20, se va male.
I dati qui riportati sono quelli che circolano all’Agcom per le proiezioni sul periodo 2014-2021. Oltre a un imperituro impegno politico per salvaguardare il patrimonio di Silvio Berlusconi il gran riformatore, non ci sono spiegazioni plausibili al provvedimento che l’Agcom si appresta a emanare.
I dissidenti, su cinque componenti, sono la coppia Angelo Cardani (presidente) e Antonio Nicita (commissario).
Agguerriti, più che favorevoli: Antonio Martusciello, ex dirigente di Publitalia, cioè Mediaset e sottosegretario nel governo di Berlusconi; Antonio Preto, ex collaboratore di Renato Brunetta e Antonio Tajani di Forza Italia e Francesco Posteraro, eletto in quota Udc.
I numeri non danno scampo.
Il governo, tramite il sottosegretario Antonello Giacomelli, è intervenuto formalmente (in passato) per ottenere un rinvio.
I giorni che restano sono una manciata, e neppure una lettera spedita a metà  luglio da Bruxelles è riuscita a far desistere Martusciello e colleghi.
I burocrati europei Linsley McCallum e Anthony Whelan ordinarono all’Agcom di rispettare “le pari opportunità  tra i vari operatori economici” e notarono che “l’importo dei diritti non può ostacolare l’accesso al mercato”.
Bruxelles aveva perfettamente inteso gli effetti di questi inediti criteri di tassazione sul canone per l’utilizzo delle frequenze: i ricchi pagano di meno, i poveri pagano di più (se riescono a pagare).     L’ex commissario Nicola D’Angelo, che già  all’epoca del suo mandato s’era trovato a fronteggiare il problema, frantuma le eventuali giustificazioni di Agcom: “Non sono costretti a vidimare questo grave errore. La norma che viene richiamata per ridurre il canone, poteva essere interpretata diversamente, perchè la revisione è sì obbligatoria, ma deve essere proporzionale e ragionevole per salvaguardare il pluralismo. E non devono copiare il sistema in vigore per le telecomunicazioni o avvantaggiare i soliti”.
Il governo, se ne avesse intenzione, ha un paio di giorni di tempo per contrastare l’Agcom, non è sufficiente promettere un ostruzionismo postumo.
Perchè una volta decretato lo sconto, non si potrà  tornare indietro.
A Palazzo Chigi, così disponibile con l’amico di Arcore, conviene evitare l’aiutino a Mediaset? Non conviene.
Anche se i saldi Agcom non sono convenienti nè per le casse statali nè per la “figuraccia” con Viale Mazzini: prima Matteo Renzi impone un prelievo di 150 milioni di euro e poi li restituisce a rate.
E tra una rata e l’altra, ci scappano (almeno) 80 milioni per Mediaset.

Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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RENZUSCONI, QUESTO MATRIMONIO S’HA DA FARE

Settembre 25th, 2014 Riccardo Fucile

UNA BELLA UNIFICAZIONE DEI PARTITI E SILVIO RISOLVE UFFICIALMENTE IL PROBLEMA DEL SUCCESSORE

Non si può più fare una battuta, che viene subito presa per un suggerimento e si avvera.
Da tempo scherziamo sul Partito Unico Renzusconi, fra patti e ripatti del Nazareno, tàªte-à -tàªte a Palazzo Chigi fra lo spregiudicato e il pregiudicato, controriforme della Costituzione, della giustizia e dell’articolo 18, grattini della Boschi a caval Donato Bruno, smancerie, toccatine, pizzini, baci e bacetti.
Bene: pare che l’ultima volta che si sono visti, B. abbia proposto a Renzi di unificare i rispettivi partiti, magari dopo aver depurato il Pd di ciò che resta dell’anima di centrosinistra con l’apposita devastazione dei diritti dei lavoratori.
Ciò gli consentirebbe di risolvere l’annoso problema della successione: perchè baloccarsi ancora tra Alfano, che ormai sfugge ai radar, e Fitto, che non è mai sfuggito ai tribunali, quando c’è Matteo, il figlio adottivo prediletto?
Ora ha pure il padre inquisito per bancarotta: è la sua prova d’amore, che si vuole di più dalla vita?
Potrebbe chiamarsi Forza Pd, o Partito Demo-forzista: qualche elettore gufo, ancorato ai vecchi steccati ideologici del passato, storcerebbe il naso per un po’.
Ma poi la gran parte se ne farebbe una ragione. L’operazione garantirebbe anzitutto la governabilità : stando ai sondaggi, Forza Pd assommerebbe il 40% del Pd e il 16-17 di FI, avvicinandosi al 60.
A quel punto, anche le estenuanti discussioni sulla legge elettorale sarebbero superate: il Renzusconi governerebbe sereno, senza bisogno di premi di maggioranza, sbarramenti e altre rotture di palle.
In fondo, è quel che succede già  oggi sotto mentite spoglie di una maggioranza finta (Pd, Ncd e centrini sparsi) che nasconde quella vera (i Nazareni).
Il Renzusconi finalmente depositato dal notaio avrebbe pure il pregio della chiarezza, a beneficio degli smemorati e degli sbadati.
Tutto, ormai, in Italia è figlio di babbo Silvio e del giovin Matteo.
Il rieletto presidente Napolitano, che infatti non perde occasione di ringraziare. Il governo, che vanta due berlusconiani doc come la ministra Guidi (Sviluppo) e il sottosegretario Ferri (Giustizia). Il nuovo Senato e l’Italicum.
Ma anche il nuovo Csm, dove gli 8 laici eletti dal Parlamento rappresentano tutti i partiti tranne il più votato in Italia alle ultime Politiche: i 5Stelle.
Ecco dunque 3 pidini (il sottosegretario Legnini, Fanfani e Bene) e 2 forzisti (Casellati e Zanettin, genero di Coppi e nipote del card. Parolin), col contorno dell’Ncd Leone, del montiano Balduzzi e della vendoliana Balducci (la famosa sinistra radicale). Presto avremo anche due renzusconiani alla Consulta: Violante e un forzista non indagato al posto di Bruno, semprechè ne trovino uno.
A giugno l’anticorruzione era pronta per il voto in commissione Giustizia, ma poi Renzi incontrò B.&Verdini e il governo la bloccò annunciandone una nuova di zecca, che naturalmente non è mai arrivata: Silvio non vuole.
L’autoriciclaggio era pronto l’altro giorno in commissione Finanze, ma il governo l’ha bloccato per farlo riscrivere da Boschi&Ghedini.
Il risultato, contrariamente a quel che era parso in un primo tempo, è il colpo di spugna dell’altroieri firmato dal ministro Orlando: Silvio non vuole.
Invece vuole salvare Mediaset dai guai, e dunque ecco pronto Antonio Pilati, già  consulente della legge Gasparri, alla presidenza della Rai, nel frattempo rapinata dal governo di 150 milioni.
Ed ecco i saldi di fine stagione targati Agcom per far risparmiare 25 milioni a Mediaset sull’affitto delle frequenze.
Sfido io che l’Unità  ed Europa chiudono: a che servono a Renzi altri due giornali di partito, quando ha già  — gratis — gli house organ di Arcore, dal Foglio al Giornale, che lo turibolano e lo leccano manco fosse il loro padrone.
Del resto Ferrara e Sallusti vanno capiti: quando gli ricapita un premier che fa ciò che nemmeno B. era riuscito a fare contro i magistrati, i sindacati e i lavoratori, e per giunta tiene buona la piazza perchè lui è “di sinistra”, o almeno così credono i gonzi. Vale sempre la legge di Corrado Guzzanti, nella parodia di Rutelli con la voce di Sordi: “L’Italia non è nè di destra nè di sinistra. L’Italia è di Berlusconi”.

Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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LA PINOTTI USA UN VOLO MILITARE COME UN TAXI PER TORNARE A CASA

Settembre 25th, 2014 Riccardo Fucile

DI RITORNO DA CARDIFF CON RENZI, IL 5 SETTEMBRE SCALA A ROMA E POI SALE SU UN FALCON CHE “CASUALMENTE” ERA DIRETTO “IN VOLO DI ADDESTRAMENTO” A GENOVA

Il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, ha usato un Falcon 50 dell’Aeronautica militare italiana per farsi accompagnare a casa a Genova, il 5 settembre scorso, approfittando di un volo di addestramento programmato dal 31esimo stormo dell’Aeronautica proprio in coincidenza con le sue necessità .
Il volo incriminato è quello del ritorno dal vertice Nato di Newport, vicino a Cardiff in Galles, organizzato dopo la crisi ucraina.
Il 4 settembre l’airbus A319 della Presidenza del Consiglio decolla da Roma con a bordo Matteo Renzi, Roberta Pinotti, Federica Mogherini e i rispettivi staff.
L’airbus A319 dotato di salottini al ritorno si è fermato a Firenze con uno scalo ad hoc per il premier e relativo costo di atterraggio e decollo per Roma.
Anche se dispone di un vero appartamento presidenziale con divano letto matrimoniale e due poltrone letto, più le 40 poltrone per gli ospiti, il presidente del Consiglio preferiva la sua casa per il week end e così l’airbus ha fatto scalo a Peretola alle 20, giusto in tempo per una cena a Pontassieve con Agnese e figli.
L’Airbus è ripartito subito per Roma.
Alle 21 e 30 Mogherini è scesa a Ciampino e si è diretta verso la sua casa nel centro di Roma mentre Roberta Pinotti, che abita a Genova, rischiava di restare bloccata nel caldo della Capitale.
L’ultimo volo da Fiumicino decollava alle 21 e 20 proprio quando l’Airbus atterrava a Ciampino.
Che fare?     Il 31esimo stormo è abituato a portare in giro i politici e sa come farli felici. L’aeronautica dipende dal ministro della Difesa ed è sempre ben contenta di fare bella figura. Così all’improvviso è spuntato un volo di addestramento diretto, guarda le coincidenze, proprio a Genova.
La ministra non ha potuto dire di no e così, appena scesa dalla scaletta dell’Airbus, è risalita sul Falcon 50, un piccolo jet executive usato per i politici e le missioni umanitarie e sanitarie, da nove posti, simile a quelli amati per i loro spostamenti dai ricchi imprenditori. che apprezzano il piacere di distena quanto sia bello il volo esclusivo.
A bordo quella sera c’era un solo passeggero civile: Roberta Pinotti.
Alle 22 e 30 la ministra è scesa per godersi un sabato di riposo prima di ripartire domenica per la Festa dell’Unità  di Bologna dove ha ritrovato Matteo Renzi.
Una “soffiata” ha raggiunto il gruppo parlamentare dei Cinquestelle che hanno presentato una interrogazione che cita la legge del 2011 la quale regolamenta all’articolo 3 gli ‘Aerei blu’.
I deputati enunciano la norma: “I voli di Stato devono essere limitati al presidente della Repubblica, ai presidenti di Camera e Senato, al presidente del Consiglio dei ministri, al presidente della Corte costituzionale” e “eccezioni rispetto a questa regola devono essere specificamente autorizzata.   Una volta autorizzato il volo si procede alla pubblicazione, con cadenza mensile, sul sito internet della Presidenza del Consiglio dei ministri”.
Peccato che in questo caso il volo della ministra non finirà  sul sito. A dimostrazione di quanto sia semplice aggirare le norme emanate da Berlusconi, Monti e Letta in materia.
Ricordiamo che i requisiti richiesti per far decollare quella sera un volo di Stato dovevano essere per legge solo “comprovate, imprevedibili ed urgenti esigenze di trasferimento connesse all’efficace esercizio delle funzioni istituzionali e l’impossibilità  di provvedere ai trasferimenti con voli di linea”.
La replica di Roberta Pinotti.
“Il ministro — spiega il suo portavoce — aveva prenotato il 2 settembre, due giorni prima di partire per Cardiff, un volo di linea da Roma a Genova per il sabato 6 settembre alle 10 e 20 di mattina (come da mail dell’agenzia di viaggi, ndr). Nei giorni successivi ha scoperto che c’era un volo addestrativo programmato dal 31esimo stormo dell’Aeronautica da Roma a Genova in notturna con istruttore e due piloti”. Anche la scelta di Genova non sarebbe dovuta a un favore al ministro. “Quello scalo — prosegue il portavoce — come Reggio Calabria e Bolzano, è considerato particolarmente adatto per i voli di addestramento a causa dell’orografia del terreno e del frequente vento di traverso e di caduta”.
Pinotti fortunella, insomma: perde l’ultimo aereo di linea che aveva prenotato e zac, passa un volo di addestramento per casa sua…

Marco Lillo
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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I RENZIANI TEMONO PRODI E BAZOLI DIETRO DE BORTOLI

Settembre 24th, 2014 Riccardo Fucile

RENZI FURIOSO PER L’EDITORIALE DEL DIRETTORE DEL CORRIERE DELLA SERA…E’ CACCIA AL NEMICO: TRA I SOSPETTI ANCHE BAZOLI-PRODI

In Parlamento non si parla d’altro.
Il feroce editoriale del Corriere della Sera Ferruccio De Bortoli contro Matteo Renzi è una ‘bomba’ la cui deflagrazione arriva a New York, dove – guarda caso proprio oggi — il premier incontra Sergio Marchionne, l’ad Fiat, ovvero dell’azionista di maggioranza relativa del Corsera.
Renzi è inviperito, a dir poco. Con i giornalisti, commenta lapidario: “Auguri e in bocca al lupo al Corriere per la nuova grafica”.
Nel Pd renziano e non-renziano, si scatenano dubbi e interpretazioni, sospetti e indiscrezioni sulle opinioni di un giornalista, ancorchè direttore uscente di uno dei maggiori quotidiani italiani.
Quasi che quell’editoriale in prima pagina, crudele fin dal titolo “Il nemico allo specchio”, funzioni da specchio delle difficoltà  che sta attraversando il governo e, a ricasco, il Pd.
Uno specchio rotto in cui ognuno, a seconda dell’area di appartenenza, ritrova una sua risposta, un sospetto, un dubbio che rimbalza riga dopo riga dello stringato editoriale. E tra le varie interpretazioni c’è anche quella che si sofferma su una riga dell’ultimo paragrafo, dove viene posto “l’interrogativo più spinoso”.
Vale a dire: “Il Patto del Nazareno finirà  per eleggere anche il nuovo presidente della Repubblica, forse a inizio 2015. Sarebbe opportuno conoscerne tutti i reali contenuti. Liberandolo dai vari sospetti (riguarda anche la Rai?) e, non ultimo, dallo stantio odore di massoneria”.
Soprattutto l’ultima parola incuriosisce i più.
Nelle aree più vicine al premier c’è chi dietro De Bortoli vede il duo composto da Giovanni Bazoli (altro azionista del Corsera) e Romano Prodi.
Perchè, sarebbe la spiegazione, il professore avrebbe capito che il suo nome non è contemplato dal Patto del Nazareno tra Renzi e Berlusconi per l’elezione del prossimo inquilino del Colle.
Secondo questa chiave di lettura, l’attacco di oggi sarebbe un modo per indebolire il premier e il Patto che ha stretto con Berlusconi, in modo da influenzare l’elezione del prossimo capo dello Stato.
E poi c’è chi ricorda le critiche dell’ex amico Diego Della Valle, altro azionista del Corriere, abbastanza piccato con il governo dall’estate scorsa. “Ma il suo rapporto con Renzi è sempre stato altalenante”, dice un renziano doc.
C’è di più. Nel Pd, i renziani cercano la reazione ma non nascondono la preoccupazione. Lo specchio rotto rende anche l’immagine delle fratture che sono evidentemente intervenute tra un pezzo dell’imprenditoria-editoria italiana e il governo nato a febbraio.
Per non parlare della minoranza Pd, che si ritrova stretta tra la propria battaglia contro il Jobs Act e il rischio di essere usata inconsapevolmente per manovre anti-Renzi che scorrono al di sopra delle loro teste, almeno la maggior parte di loro.
Sullo sfondo, il terrore che dietro l’attacco di De Bortoli ci siano manovre per sostituire Renzi con un governo tecnico telecomandato dalla Troika.
Un incubo che i renziani tendono a scacciare “perchè, una volta caduto Renzi, non ci sarebbe un’altra maggioranza per un altro governo”, ti dicono, sapendo che sul Jobs Act Renzi potrebbe davvero far saltare il banco e puntare al voto anticipato, alle brutte anche con il Consultellum .
E infatti, le sue dichiarazioni da New York non lasciano intravedere grandi mediazioni con le minoranze: “Il primo obiettivo è cambiare il mercato del lavoro perchè è focalizzato sul passato e quindi ci sono troppi disoccupati. Lunedì presenterò in direzione le mie idee che sono condivise, ci sarà  un dibattito, si discute e alla fine si decide, si vota e si fa tutti nello stesso modo, si va tutti insieme”.
Tra l’altro, a Roma, già  da ora i suoi stanno lavorando per “fare il pieno” in direzione, per fare in modo che ci siano tutti, anche gli eurodeputati e puntare ad un mandato pieno che isoli le minoranze.
L’affondo di De Bortoli piomba in questo clima già  surriscaldato.
Tra i non renziani, il primo a commentare è Massimo Mucchetti, ex del Corriere della Sera, ora senatore del Pd.
Quella di De Bortoli “è una quasi sfiducia a Renzi. Renzi si trova nelle stesse condizioni del primo Berlusconi: padrone delle urne, ma poco credibile tra coloro che hanno le responsabilità  maggiori in Italia e all`estero. E come Berlusconi può essere tentato di reagire alla reprimenda attaccando i giornaloni cinici e bari, strumento cieco d`occhiuta rapina di innominati ‘salotti buoni’ ai danni del Paese. Se ascoltasse i più sofisticati tra i suoi consiglieri, Renzi potrebbe anche liquidare l’early warning del “Corriere” come l’estremo tentativo di battere un colpo da parte di un direttore in uscita (la Rcs Mediagroup ha annunciato il cambio di direzione per l’aprile 2015). Se poi ascoltasse anche i consiglieri più spregiudicati, potrebbe brigare per anticipare la sostituzione di De Bortoli da parte dell’azionista di maggioranza relativa della Rcs, che è poi la Fiat: quella Fiat marchionnesca non confindustriale e tanto, tanto filo governativa, forse in attesa di qualche supporto all’esportazione (probabilmente giusto), certo grata per il silenzio del premier (certamente sbagliato) sulla migrazione della sede a Londra e Amsterdam”.
Il segnale al governo è arrivato.

(da “Huffingtonpost”)

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BERLUSCONI SENTE ARIA DI PATATRAC: “RENZI PUNTA AL VOTO PER EVITARE LA TROIKA”

Settembre 24th, 2014 Riccardo Fucile

E FORZA ITALIA FRENA SULLA LEGGE ELETTORALE

“Patatrac” è la parola che usa Berlusconi per descrivere la manovra spericolata di Renzi.
Parola che, nel ragionamento dell’ex premier, porta a un’eventualità  che negli ultimi giorni a palazzo Grazioli viene considerato il vero obiettivo di Renzi: il voto anticipato.
E c’è qualcosa di più di una suggestione nella battuta che il Cavaliere ha consegnato ad amici fidati: “Se succede il patatrac, Renzi va al voto senza la sua vecchia guardia di ex Pci. Noi andiamo con una lista Berlusconi e poi… poi governiamo assieme”.
Nella battuta c’è la convinzione che “Matteo” ormai sia alla ricerca di un incidente, proprio sul jobs act, per andare a elezioni anticipate prima di essere imbullonato a palazzo Chigi da una crisi che non aveva previsto.
Si spiegherebbe così la sua sfida all’ok Corral con la vecchia guardia e i sindacati sull’articolo 18.
Un “non tratto” che neanche Berlusconi ai bei tempi. Pronunciato ovunque. In Italia e nel corso del suo viaggio negli Usa.
È “una via d’uscita”, ragiona a voce alta chi raccoglie i pensieri del Cavaliere. Una via d’uscita diventata obiettivo politico.
Perchè la scommessa del giovane Matteo di agganciare la ripresa può considerarsi fallita visti i dati del Pil e tutti gli indicatori economici che annunciano mesi di lacrime.
E c’è il fantasma della Troika. Un fantasma che si è materializzato già  nell’incontro a palazzo Chigi, nel corso del quale Renzi è apparso particolarmente preoccupato in relazione alla prossima legge di stabilità .
Già , la Troika. A uno abituato a riconoscere le pressioni dei poteri forti come Berlusconi non è sfuggito il crescendo delle ultime settimane: le frequenti esternazioni di Draghi, l’ultima intervista, allarmata, del governatore di Bankitalia Ignazio Visco. E il fondo del direttore del Corriere Ferruccio De Bortoli, indicatore della ormai palese sfiducia verso il governo di quell’establishment che “tifa” per una “soluzione tecnica modello Troika”.
È uno scenario ben presente nella testa del premier, che non a caso ha chiesto un’accelerazione sull’Italicum: “Renzi — dice un azzurro di rango — sta usando il jobs act per far precipitare la situazione verso il voto ed evitare la Troika. Così può dire: io ci ho provato, ma me lo hanno impedito. Datemi il consenso per cambiare l’Italia”.
A questo si lega la grande frenata di Forza Italia sulla legge elettorale.
Con Berlusconi che tira il freno a mano proprio quando Verdini, il “vicepremier”, voleva spingere sull’acceleratore”.
Non è un caso che l’Italicum al Senato sia slittato almeno di una settimana. E che Berlusconi, sulle modifiche chieste da Renzi nell’ultimo incontro, si è mostrato freddino.
Al momento è il Consultellum la legge attorno l’ex premier articola la sua manovra: “Se Renzi vuole andare al voto, andiamo al voto col Consultellum e poi…”.
In una trama complessa in cui si intrecciano i fili della realtà  e quelli della fantasia, un punto è fisso nella strategia berlusconiana.
E riguarda l’elezione del prossimo capo dello Stato, tema fulcro del “patto del Nazareno”. Non è un mistero che Napolitano vorrebbe mollare al più presto.
E negli ultimi giorni le voci di una crescente “stanchezza” dell’inquilino del Quirinale si sono intensificate. Guarda caso, proprio il Quirinale è il cuore del ragionamento di De Bortoli.
È chiaro, sussurrano a palazzo Grazioli, che il “partito della Troika” vuole pesare nella successione di Napolitano.
Si spiega così la durezza del Corriere attorno al patto del Nazareno: “Hanno paura — dice un azzurro di peso – che il nuovo mondo si impossessi del Quirinale”.
Già , il nuovo mondo, ovvero il mondo del “patto del Nazareno”.
I numeri delle travagliate elezioni della Corte, dove il quorum è altissimo, dicono che — in questo Parlamento — Renzi e Berlusconi sono perfettamente in grado di eleggere un capo dello Stato condiviso.
Nel prossimo, invece, la garanzia per Berlusconi è il cosiddetto Consultellum, non una legge col premio di maggioranza.
Che fatalmente induce chi vince alla tentazione di mettersi il suo capo dello Stato.

(da “Huffingtonpost”)

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ALLARME FONDI CINQUESTELLE: MANCANO I SOLDI PER LA FESTA NAZIONALE AL CIRCO MASSIMO

Settembre 24th, 2014 Riccardo Fucile

RACCOLTI SOLO 69.700 EURO, PER L’EVENTO NE SERVONO 500.000

Soltanto dodici giorni fa avevano avuto finalmente ilvia libera per la loro festa al Circo Massimo dal 10 al 12 ottobre, ma adesso – secondo quanto rileva l’agenzia Adnkronos – i dirigenti del Movimento 5 Stelle sarebbero preoccupati: la raccolta fondi per la kermesse politica nell’area archeologica di Roma non decolla.
Sarebbe ferma a poco più di 69.700 euro, appena il 14% del traguardo prefissato. In media, sul blog di Beppe Grillo le donazioni si aggirano attorno ai 5.300 euro al giorno
Lontani i 436 mila euro per l’Europa
Lontani i tempi delle politiche, quando il M5S raccolse ben 750 mila euro.
E lontano l’obiettivo da raggiungere per il raduno di tre giorni al Circo Massimo: M5s dovrebbe mettere insieme 500mila euro in pochi giorni.
E’ vero che per le europee il Movimento di Grillo raggiunse quota 436mila euro e poco più, ma c’era più tempo e l’obiettivo era più significativo: la rappresentanza a Bruxelles, non una semplice festa, seppure di popolo, dei grillini.
Sottoscrizioni al via l’11 settembre
La raccolta è partita l’11 settembre, il giorno prima del via libera giunto dal tavolo tecnico del ministero per i Beni e le attività  culturalialla festa del Circo Massimo.
Una decisione che aveva chiuso la polemica innescata da Beppe Grillo quando, attaccando il sindaco di Roma Ignazio Marino, aveva minacciato: «La nostra festa nazionale si farà  al Circo Massimo anche senza permesso».
Adesso, a meno di un mese dal mega evento nell’antico circo romano, la raccolta fondi diventa una corsa contro il tempo.
Sull’asse Roma-Milano si ragiona a come «accelerare» e incentivare le donazioni.
Alla Casaleggio associati si studiano iniziative ad hoc e si confida in Grillo e nella sua capacità  di parlare alla pancia della galassia grillina.
Per i due cofondatori del Movimento, la tre giorni al Circo Massimo deve essere un successo senza precedenti, vietati i passi falsi.
Roberta Lombardi, in prima linea nell’organizzazione dell’evento, si mostra tranquilla: «Noi siamo bravi a usare bene i nostri soldi – dice – faremo il passo proporzionale alla gamba – dice ad Adnkronos -. Ciò vuol dire che struttureremo tutto in base alle disponibilità  economiche che avremo».

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L’EX SINDACO SCERIFFO DELLA LEGA COSTA 15.000 EURO AI CONTRIBUENTI

Settembre 24th, 2014 Riccardo Fucile

NEGO’ IL MATRIMONIO TRA UNA ITALIANA E UN ALBANESE E IMPEDI’ L’APERTURA DI UN SEXY SHOP:.. HA PERSO LA CAUSA E ADESSO DEVE PAGARE IL COMUNE DI TRADATE

Sindaco sceriffo, con i quattrini degli altri.
Alle casse pubbliche costeranno più o meno 15mila euro le crociate dell’ex primo cittadino leghista di Tradate (Varese).
A tanto ammontano infatti i risarcimenti riconosciuti in due distinti episodi, come effetto dei ricorsi effettuati contro degli atti compiuti da Stefano Candiani, ex primo cittadino della Lega Nord oggi senatore della Repubblica.
Il primo caso risale all’estate del 2008, le bandiere del Carroccio sventolano alte sui pennoni di gran parte dei comuni del nord, il ministro dell’Interno si chiama Roberto Maroni e il tema delle unioni di comodo è parecchio dibattuto.
Sulla bacheca del comune di Tradate viene affisso un annuncio di matrimonio destinato a fare parecchio rumore.
Lei è una ragazza italiana al sesto mese di gravidanza, lui un venticinquenne albanese che ha in tasca un permesso di soggiorno scaduto.
Quando arriva il giorno del fatidico ‘Sì’, giunti nella sala delle cerimonie in abiti eleganti e con i parenti al seguito, la coppia si vede negare le nozze dal sindaco Candiani per via della mancanza dei documenti di soggiorno (che, ricordiamo, non sono necessari per contrarre matrimonio). L’atto viene rinviato in attesa di chiarire la posizione del giovane “clandestino”.
La settimana successiva i ragazzi ci riprovano. Al secondo tentativo i due non riescono nemmeno ad accedere al municipio, a sbarrare la strada c’è la polizia locale che chiede al ragazzo albanese di esibire i documenti che ancora non ha.
Il ragazzo viene prima accompagnato in questura, poi al Cie di Bologna, da dove viene espulso in tempo record.
Per la promessa sposa sono giorni angoscianti. Dopo mille peripezie vola in Albania per raggiungere il giovane (padre del bebè che porta in grembo), lì contraggono matrimonio all’ambasciata Italiana.
Espletate le formalità  e passati i tempi di legge rientrano finalmente a casa.
La vicenda chiaramente non si chiude, anzi.
I novelli ‘Renzo e Lucia’, assistiti da un legale, iniziano una battaglia giudiziaria, prima nei confronti del Comune, poi dello Stato.
La battaglia si è conclusa alcuni giorni fa con la proposta risarcitoria formulata dalla Prefettura di Varese e accettata dal ministero dell’Interno e dall’Avvocatura di Stato.
La coppia riceverà  8mila euro, spese legali regolate a parte.
Toccherà  allo Stato decidere se rivalersi sull’ex sindaco di Tradate.
Come dicevamo non è l’unico atto dell’ex sindaco leghista che viene contestato in questi giorni. Nel gennaio del 2011 l’amministrazione di Stefano Candiani (giunta Lega+Pdl) nega l’apertura di un sexy shop, motivando la scelta con ragioni di opportunità , vista la vicinanza alla chiesa della cittadina.
Il sindaco emana in fretta e furia una specifica ordinanza (sostituita alcuni mesi dopo da una seconda ordinanza a carattere temporaneo in attesa dell’approvazione del nuovo regolamento comunale).
La commerciante in questione, vistasi negare l’apertura del negozio, ha denunciato l’amministrazione e ieri è arrivata la sentenza del Tar della Lombardia che ha condannato il Comune a pagare 5mila euro di risarcimento, oltre ad interessi e alle spese legali (2500 euro).
Anche in questo caso il senatore leghista conferma la propria decisione: “Era una questione di decoro urbano, io ho fatto una scelta politica che rifarei anche oggi, non arretro di un passo”, peccato che, anche in questo caso, a pagare siano i cittadini (oggi governati da una giunta di segno opposto).
L’attuale sindaco, Laura Cavalotti, non ci sta: “Un sindaco quando emette ordinanze e atti deve agire nell’ambito della normativa, principio che deve prevalere su tutto, sia come capo dell’amministrazione che come ufficiale di governo. Ognuno deve essere consapevole fino a dove si può muovere la propria azione. Chiaramente sulle conseguenze finanziarie faremo una rivalsa sui responsabili dell’atto, non è giusto che a pagare siano cittadini di Tradate”.
Il primo cittadino poi continua: “E non sono gli unici problemi di carattere finanziario di cui ci siamo trovati a rispondere. Le scelleratezze compiute in passato ci sono costate negli ultimi due anni 700mila euro solo per le sanzioni del mancato rispetto del patto di stabilità  così oggi siamo costretti ad applicare la Tasi, cosa che avrei evitato volentieri”.

(da “il Fatto Quotidiano“)

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SULL’ADDIO DI BONANNI ALLA CISL VELENI E DOSSIER SUI 4.800 EURO DI PENSIONE

Settembre 24th, 2014 Riccardo Fucile

NELLA SEDE ROMANA DEL SINDACATO GIRAVANO LETTERE ANONIME CHE CONTESTAVANO IL SUO OPERATO

Necessità  di un rinnovamento, secondo il diretto interessato.
Veleni su una pensione lievitata a 4.800 euro netti, secondo voci e dossier che circolano da tempo in via Po.
In piena bufera sull’articolo 18 e alla vigilia   Raffaele Bonanni lascia la guida della Cisl dopo 8 anni e attorno alle sue improvvise dimissioni si scatena una ridda di voci. ”Non è una decisione presa all’improvviso. Avevo già  indicato Furlan come mio successore. Quando si fa così vuol dire che il tempo per il segretario generale è scaduto. Era assolutamente necessario un segno di rinnovamento”, spiegava ieri sera l’ormai ex segretario generale ai microfoni del Tg1.
Ma dalle cronache che diversi giornali fanno della vicenda emergerebbe che le motivazioni alla base della decisione sarebbero altre.
“Dalla società  sale una richiesta di rinnovamento e io ho deciso di raccoglierla accelerando il rinnovamento”, spiega Bonanni in un’intervista ad Avvenire.
Ma secondo La Repubblica, nelle ultime settimane nei corridoi della sede romana del sindacato avrebbero ricominciato a girare “vecchi veleni, dossier e lettere anonime. Al leader si sono fatti i conti in tasca. Sono sembrati troppi i 4.800 euro netti di pensione (circa 7.000 euro lordi) maturati nel retributivo poco prima che entrasse in vigore la riforma Fornero“.
Accuse cui si aggiunge quella “di essersi aumentato lo stipendio per aumentare l’importo dell’assegno”, accusa respinta “facendo notare che gli anni di contributi sono 47″.
Anche Il Messaggero parla di uno “scontro” alla base delle dimissioni di Bonanni.
Il quotidiano romano parla di “un documento interno che mette in discussione anche in termini pesanti l’operato del segretario generale (alludendo anche al suo trattamento previdenziale), documento che avrebbe convinto la dirigenza Cisl a premere per le dimissioni anticipate di almeno otto-nove mesi rispetto alla scadenza attesa”.
Quel che pare certo è che dietro la decisione di lasciare c’è un forte malcontento diffuso nella base, che non apprezza e non capisce più la linea del sindacato.
Alla vigilia della trattativa sull’articolo 18 con il governo (che tuttavia non ha ancora convocato le sigle sindacali), la strategia di Bonanni fatta di contrattazioni separate (specie con i governi di centrodestra), strappi con la Cgil e aperture alla posizioni del governo Renzi proprio sull’articolo 18 non convince più le categorie, nemmeno tra le file del pubblico impiego che rappresentano lo zoccolo duro dei 4,7 milioni di tesserati della Cisl.
Il 30 settembre anche i metalmeccanici dell Fim protesteranno davanti a Palazzo Chigi con tutte le rappresentanze dell’azienda in sofferenza.
“Con la scelta di Annamaria Furlan diamo un segnale di discontinuità  nella gestione organizzativa, pur nella continuità  della cultura sindacale Cisl”, spiega ad Avvenire Bonanni, secondo cui ”oggi indicare alla guida del sindacato una donna è una scelta che ha un valore aggiuntivo”.
Sul suo possibile futuro in politica, “non ho mai avuto una grande passione per l’attività  politica, soprattutto nelle sue forme attuali”, dichiara Bonanni.
“Questo non significa disinteresse, soprattutto riguardo all’organizzazione delle espressioni culturali a me più vicine”.
Tutto lascia pensare che, come per i suoi predecessori Marini, D’Antoni e Pezzotta, anche per Bonanni si aprano le porte di un futuro in politica.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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