Settembre 24th, 2014 Riccardo Fucile
CHI HA CREATO IMPRESA ALL’ESTERO NON CI PENSA PROPRIO A TORNARE IN ITALIA E NON CERTO PER L’ART 18
Domenica ho comprato online una macchina usata. Lunedì sera era già sotto casa. Ho fatto tutto online, compreso il permesso di parcheggio e l’assicurazione (tagliando spedito via email e stampato a casa). Non ho pagato tasse, marche da bollo, passaggi di proprietà o altro.
Non ho avuto bisogno di Aci, nè di notaio.
È bastato andare a casa del tizio che vendeva l’auto, un tipico inglese che mi ha anche offerto il thè, dargli l’assegno, scambiarsi i dati, firmare un tagliando con la variazione dei dati e spedirlo alla motorizzazione. Fine.
Entro un mese arriverà per posta il nuovo certificato. Forse ho comprato un bidone, ma almeno non ci ho pagato sopra il salasso del passaggio di proprietà italico.
Se volessi aprire un’attività a Londra, stasera potrei comprare online una società .
Come ho fatto con l’auto. I prezzi vanno dalle 25 alle 250 sterline, a seconda della tipologia e di quello che devo fare.
Domattina potrei iniziare a lavorare.
Le prime tasse le pagherei tra un anno e mezzo. E l’Iva, se il mio business ha un giro inferiore alle 85 mila sterline, non la pagherei proprio.
Leggendo i resoconti della visita del premier italiano a San Francisco pensavo proprio alla mia macchina usata.
I 150 giovani imprenditori italiani della Silicon Valley hanno detto a Renzi le stesse cose. Vittorio Viarengo, uno dei maghi dell’hitech italico all’estero, gli ha chiesto: “Possibile non si possa fare come qui, dove con 200 dollari crei la partita Iva online e puoi pagare le tasse via Internet?”.
Per far ripartire l’economia italiana il problema non è certo il reintegro di un lavoratore licenziato, perchè c’è poco da reintegrare quando una fabbrica chiude.
In una lista di problemi, l’articolo 18 viene all’ultimo posto, dopo burocrazia, tasse, criminalità e mancata certezza del diritto (e non è detto che vadano prese nell’ordine in cui le ho messe).
Chiedetelo a qualsiasi imprenditore in fuga, se tornerebbe in Italia.
Io ho parlato con tanti italiani a Londra. Imprenditori e no.
E ho fatto la fatidica domanda in varie occasioni: Italia Yes o Italia No? Il verdetto è sempre unanime: “No, non tornerei in Italia a lavorare”. “Yes, per vacanze e per ritirarsi in pensione”.
Ha ragione Renzi: il problema non è farli tornare. Non torneranno comunque.
Il problema è non farli partire. Rendiamogli la vita più semplice.
Ma con questo l’articolo 18 non c’entra proprio nulla.
Però Renzi va all’attacco del sindacato proprio sull’articolo 18 e dice: “Arriva il momento in cui bisogna far arrabbiare qualcuno per cambiare le cose che non vanno”.
Ha sicuramente ragione. Almeno dal punto di vista mediatico, avere un nemico è più facile che fare le cose stando zitti, senza annunci e senza straparlare. Ma ci sono tante cose che si possono fare prima, senza far arrabbiare nessuno.
Per esempio fare in modo che uno come Vittorio Viarengo possa aprire una società su Internet. O possa pagare le tasse online. O possa comprare una macchina usata in 12 ore, senza spendere una lira.
“Dobbiamo far arrabbiare qualcuno per far andare avanti tutti”, sostiene Renzi.
Perfetto. Allora perchè non comincia a far arrabbiare qualcun altro?
Gli suggerisco i notai. In Inghilterra non esistono neppure.
E non credo neppure nella Silicon Valley.
Se ha bisogno di far fuori un simbolo di vecchio, di corporazione e di staticità , cominci da loro.
Ci sarà tempo per mettere mano all’articolo 18.
Caterina Soffici
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Settembre 24th, 2014 Riccardo Fucile
“NON SI FA UNA RIFORMA CONTRO I MAGISTRATI: GLI ARBITRATI NON FUNZIONANO, MEGLIO LIMARE APPELLO E RICORSI IN CASSAZIONE”
Presidente Grasso, quand’era magistrato quanti giorni di ferie faceva?
«Ha trovato la persona sbagliata. Al maxiprocesso non ho preso un giorno di ferie per tre anni, sono stato 35 giorni in camera di consiglio senza uscire dall’aula bunker e senza comunicare con nessuno, neppure con la famiglia. Mia moglie sapeva che ero vivo perchè arrivava la biancheria sporca. Poi sono stato 8 mesi chiuso in casa a scrivere la sentenza. Un isolamento che all’epoca mi costò il rapporto con mio figlio. Si tratta di un caso eccezionale; ma è evidente che il vero problema della giustizia italiana non sono le ferie»
Certo, però 45 giorni sono tanti, o no?
«I giorni sono 30, come per tutti gli statali; se ne aggiungono 15 per la stesura delle motivazioni delle sentenze. Si possono togliere, purchè si sospendano i termini di deposito dei provvedimenti. Ma non mi sembra il punto centrale…»
Le ferie dei magistrati come i permessi dei sindacalisti?
«C’è la tendenza a concentrare il dibattito su elementi di consenso popolare immediato, perdendo di vista la complessità delle riforme. Il consenso è importante; ma poi i testi vanno discussi e votati dalle Camere».
Resta il fatto che ogni corporazione è impopolare. Lo è anche la magistratura?
«La magistratura viene raffigurata come una classe che ha potere e privilegi; ma ci sono giudici che non hanno neppure l’ufficio, lavorano a casa. In realtà , la magistratura non può avere consenso, perchè è destinata a scontentare sempre qualcuno: l’imputato, i suoi familiari, i suoi avvocati. Anche nel civile, c’è sempre una parte che perde. La prova sono i regali di Natale. I burocrati li ricevono, i politici pure. I magistrati, almeno quelli che conosco io, no».
Ma la riforma della giustizia è urgente, non crede?
«Sono 15 anni che ne discuto. Quand’ero magistrato andavo ai convegni sempre con lo stesso testo. È ancora valido».
La riforma della giustizia civile punta sulle composizioni extragiudiziali, in particolare sui collegi arbitrali formati da avvocati. Lei che ne pensa?
«Non posso entrare nel merito: il presidente del Senato non deve soltanto essere imparziale, deve anche apparire imparziale. Faccio solo notare che si è già tentato di ridurre il contenzioso attraverso il giudice di pace o forme di soluzione extra-giudiziale, come la conciliazione; che però non hanno eliminato i milioni di processi arretrati. Si può anche mettere un termine entro cui decidere: ma se non lo si rispetta, cosa succede? Chi vince la causa, chi la perde? Chi è disposto a cedere alle ragioni dell’altro?»
In Italia ci sono troppi avvocati?
«Temo di sì. Di sicuro ce ne sono molti più che negli altri Paesi. Ricordo un avvocato che mi diceva: “Causa che pende, causa che rende”. Si potrebbe porre un limite, introducendo il numero chiuso agli esami di abilitazione. Ma la riforma della giustizia non può essere punitiva nei confronti delle varie categorie. Non si può fare contro gli avvocati, e tanto meno contro i magistrati».
Come si fa allora ad abbreviare le cause?
«È fondamentale riformare i motivi del ricorso in Cassazione, che troppo spesso oggi viene fatto per ritardare i tempi. Si possono poi semplificare le motivazioni, che altri Paesi non hanno o sintetizzano in forme estremamente concise; mentre in Italia il difetto di motivazione è una delle cause del ricorso in Cassazione, che così diventa un terzo grado di giudizio di merito».
È possibile riformare o anche abolire l’appello?
«Da tempo sostengo che è assurdo consentire di impugnare le sentenze di patteggiamento. Si può pensare di escludere l’appello anche in altri casi. L’importante è che accusa e difesa restino ad armi pari. In passato si tentò di abolire l’appello solo per i pm nel caso di assoluzione, ma la Corte Costituzionale annullò quella legge».
Non pensa a quante condanne di primo grado vengono ribaltate in appello?
«Dobbiamo creare un sistema di pesi e contrappesi che limiti gli errori giudiziari. Nei Paesi anglosassoni la giuria composta da cittadini stabilisce con un verdetto solo se l’imputato è colpevole o no. Ma appena una piccola percentuale dei casi sfocia in un processo e in una sentenza. Soltanto da noi i processi si fanno tutti, perchè abbiamo l’obbligatorietà dell’azione penale”.
Va eliminata anche quella?
«No, ma la si può rivedere ad esempio per tenuità dei fatti».
Altri punti importanti?
«Interventi seri per colpire la corruzione, l’economia sommersa, l’evasione, i delitti societari e finanziari, il riciclaggio; per rafforzare le indagini finanziarie sui patrimoni illegali; per moralizzare la gestione delle risorse pubbliche; per ostacolare con la presenza dello Stato il radicarsi socio-economico del potere criminale. Il mio primo giorno da senatore avevo presentato un disegno di legge su questi temi: credo sia un modo per dimostrare che la politica interpreta il suo servizio per il bene comune e dei più deboli, non per interessi di parte».
Al Senato Renzi ha espresso l’intenzione di chiudere vent’anni di scontro tra giustizia e politica.
«Concordo. Ma vedo che nelle reazioni popolari e mediatiche, fortunatamente non in quelle politiche, si continua a parlare di giustizia a orologeria…».
Si riferisce all’avviso di garanzia al padre del premier?
«No, al caso Eni. Bisogna considerare che c’è anche un orologio della giustizia, tempi da rispettare, e convenzioni internazionali sulla corruzione cui l’Italia ha aderito».
Sulla Consulta lo stallo continua. Le candidature di Bruno e Violante sono bruciate, non crede?
«Vedremo. Ma non si possono bloccare all’infinito i lavori parlamentari. Ci sono provvedimenti indifferibili e urgenti da esaminare».
Il primo è la riforma del lavoro. Qual è la sua posizione sull’articolo 18? La reintegra deve restare o può essere abolita?
«Mi limito a ricordare che l’articolo 18 di cui si discute oggi non è quello dei tempi di Cofferati; la riforma Fornero l’ha già reso più flessibile. In ogni caso, credo sia essenziale proteggere tutti i lavoratori nei loro diritti, anche quelli che oggi non ne hanno, ma senza ideologismi; a cominciare proprio dal diritto al lavoro che non coincide con il diritto a uno specifico posto di lavoro».
Il secondo provvedimento che arriverà al Senato è la legge elettorale. Cosa pensa del ritorno delle preferenze?
«Le preferenze richiamano tempi segnati dai rapporti clientelari. Nel mondo dei miei sogni ci sono primarie regolamentate per legge e collegi uninominali, con i cittadini che scelgono il loro rappresentante tra candidati che risiedono nel collegio da almeno dieci anni. E che sono candidati solo lì, non altrove».
Nel mondo dei suoi sogni c’è ancora spazio per cambiare la riforma del Senato?
«Molto è già cambiato, e in meglio, rispetto al progetto iniziale del governo. Resto convinto che, per garantire in parte la rappresentanza, sarebbe meglio consentire agli elettori di indicare i consiglieri regionali che andranno a Palazzo Madama, magari con una semplice preferenza».
I dipendenti delle Camere, con le loro decine di sigle sindacali, protestano contro i tagli. Come se ne esce?
«Decideranno gli uffici di presidenza. La proposta mia e della presidente Boldrini è ampia e tocca tutti i dipendenti: se si mette un tetto allo stipendio massimo, è equo prevedere “sotto-tetti”, un meccanismo di gradualità che impedisca ai dipendenti di guadagnare più dei vertici. Penso poi che arriveremo presto, d’intesa con la presidente della Camera, ad unificare organici e servizi, oltre a provvedimenti sugli ex parlamentari».
Quali provvedimenti?
«Togliere i vitalizi ai condannati per mafia, corruzione e altri reati».
Com’è il suo rapporto con i 5 Stelle?
«Gli scontri con loro contribuiscono molto al mio corso di formazione alla politica…C’è in molti una passione autentica. Spero che la usino anche per costruire. Nelle discussioni sul lavoro e sulla legge elettorale garantirò la libertà di espressione di tutti; ma farò rispettare tempi certi. Il Paese non può aspettare sine die».
Il suo rapporto con Renzi?
«Quello istituzionale è ottimo. Per il resto, uso poco sms e twitter. Abbiamo ancora una sfida a calcetto in sospeso».
E com’è oggi il rapporto con suo figlio?
«L’ho recuperato dopo l’assassinio di Falcone. Giovanni non aveva figli e amava stare con i figli degli amici, con Maurilio giocavano a ping-pong. Nel ’92 lui capì che si può anche morire facendo il magistrato antimafia, ma senza la ricerca della verità la vita non è degna di essere vissuta. Oggi fa il funzionario di polizia».
Aldo Cazzullo
(da “il Corriere della Sera”)
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Settembre 24th, 2014 Riccardo Fucile
GIUDICATA ILLEGITTIMA LA RICHIESTA DELL’ELENCO DELLE TELEFONATE DI MASTELLA, RUTELLI E ALTRI PARLAMENTARI
Il rinvio a giudizio per l’affaire Why not e l’acquisizione di tabulati telefonici di politici e parlamentari, tra il 2006 e il 2007, era arrivato il 21 gennaio 2012.
L’ex pm, oggi sindaco di Napoli Luigi de Magistris è stato condannato, a Roma, ad un anno e tre mesi di reclusione a conclusione del processo.
Stessa condanna per il consulente informatico Gioacchino Genchi. Tra i numeri analizzati da quest’ultimo finirono l’allora ministro di Giustizia Clemente Mastella (indagato in Why Not e prosciolto dopo la sottrazione del fascicolo a de Magistris), il deputato Francesco Rutelli, il senatore Giancarlo Pittella, i deputati Beppe Pisanu (ex ministro dell’Interno di un governo Berlusconi), Marco Minniti, Antonio Gentile, Sandro Gozi.
Per un breve periodo fu indagato, come atto dovuto, anche l’ex premier Romano Prodi, poi archiviato.
Il pm aveva chiesto l’assoluzione per l’ex magistrato.
Il pm di Roma Roberto Felici — il 23 maggio 2014 — aveva chiesto l’assoluzione per l’ex magistrato: ”Chiedo l’assoluzione per Luigi de Magistris perchè il processo ha dimostrato che non era a conoscenza che stesse compiendo atti illeciti”.
Per Genchi invece era stata sollecitata una condanna ad un anno e sei mesi di reclusione. Cuore del processo l’acquisizione di utenze di alcuni parlamentari. Una vicenda che risale al 2006 quando l’attuale primo cittadino era pubblico ministero a Catanzaro, titolare dell’inchiesta Why Not.
I due imputati sono accusati di abuso d’ufficio per aver acquisito le utenze senza le necessarie autorizzazioni parlamentari, di Prodi, Rutelli, Mastella, Minniti e Gentile.
Nel corso della requisitoria, il pm Roberto Felici aveva spiegato come pur essendo stato de Magistris a dare “carta bianca ” al suo consulente tecnico, indagando sui contatti trovati nell’agenda di Antonio Saladino (un imprenditore indagato) fu Genchi a trasformarsi in “dominus” dell’inchiesta e a disporre non solo i decreti di acquisizione degli atti, poi firmati dal magistrato.
Per l’accusa Genchi arrivò a scegliere i nominativi, con le utenze telefoniche, di chi doveva entrare a far parte dell’inchiesta.
La difesa, invece, sosteneva che i tabulati erano stati acquisiti ignorando chi utilizzasse quei telefoni visto che le utenze, in molti casi, erano intestate a società e terze persone. Di fatto si indagava su utenze delle quali non potevano sapere a priori le intestazioni.
Scoperte, per l’appunto, soltanto dopo l’acquisizione dei tabulati e delle notizie richieste alle compagnie telefoniche.
Disposto il risarcimento per gli onorevoli di cui erano stati acquisiti i tabulati. Un modus operandi che, secondo il pubblico ministero, rappresentava “una violazione e una indebita intrusione nella vita privata” dei parlamentari.
Per il pm capitolino, in sostanza, il sindaco di Napoli ebbe un ruolo secondario nella gestione dell’indagine e dagli esiti processuali emerge che non fosse a conoscenze che quelle utenze si riferivano a parlamentari in carica.
Nel chiedere l’assoluzione il pm, riferendosi a de Magistris, ha affermato di “non apprezzare quelli che erano i suoi metodi, la sua ansia ed euforia investigativa e l’uso eccessivo di strumenti come le perquisizioni. Non ho trovato elementi, però, — aveva detto Felici — per dire che lui fosse a conoscenza che si stava commettendo un illecito acquisendo quei tabulati”.
Il Tribunale, presieduto da Rosanna Ianniello, però non ha accolto la richiesta della Procura e ha emesso un verdetto di condanna per entrambi gli imputati.
Il giudice, pur concedendo le attenuanti generiche ha inflitto anche l’interdizione per un anno dai pubblici uffici.
La pena comunque è stata sospesa ed è stata disposta la non menzione nel casellario giudiziario. È stato anche disposto il risarcimento danni materiali e morali dei parlamentari che si videro sequestrare i tabulati telefonici. Si tratta degli onorevoli Sandro Gozi, Romano Prodi, Marco Minniti, Clemente Mastella e Giancarlo Pittelli, dei senatori Francesco Rutelli e Antonio Gentile. In via provvisionale il Tribunale ha stabilito un risarcimento danni di 20mila euro ciascuno per questi personaggi presenti nel processo come parte civile.
Luigi de Magistris: “Ho subito la peggiore delle ingiustizie”.
“La mia vita è sconvolta, ho subito la peggiore delle ingiustizie. Sono profondamente addolorato per aver ricevuto una condanna per fatti insussistenti. Ma rifarei tutto, e non cederò alla tentazione di perdere completamente la fiducia nello Stato” dice Luigi de Magistris dopo la condanna.
”In Italia, credo, non esistano condanne per abuso di ufficio non patrimoniale. Sono stato condannato per avere acquisito tabulati di alcuni parlamentari, pur non essendoci alcuna prova che potessi sapere che si trattasse di utenze a loro riconducibili. Prima mi hanno strappato la toga, con un processo disciplinare assurdo e clamoroso, perchè ho fatto esclusivamente il mio dovere, dedicando la mia vita alla magistratura, ed ora mi condannano, a distanza di anni, per aver svolto indagini doverose su fatti gravissimi riconducibili anche ad esponenti politici. Non avendo commesso alcun reato, ho la speranza che si possa riformare, in appello, questo gravissimo e inaccettabile errore giudiziario“, sottolinea ancora de Magistris.
“Vado avanti con onestà e rettitudine, principi che hanno sempre animato la mia vita e che una sentenza così ingiusta non può minimamente minare. La Giustizia è più forte della legalità formale intrisa di ingiustizia profonda”, conclude il sindaco di Napoli.
“La sentenza emessa oggi dal tribunale di Roma rende piena giustizia agli uomini politici tra i quali Francesco Rutelli e Clemente Mastella” dicono i legali dei due esponenti politici, gli avvocati Titta e Nicola Madia oltre a Cristina Calamari. “La grave violazione delle prerogative dei parlamentari in questione determinò una violentissima campagna di stampa contro il governo all’epoca in carica”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 24th, 2014 Riccardo Fucile
LAURA BOVOLI POTREBBE ESSERE CONVOLTA NELLA BANCAROTTA FRAUDOLENTA
Anche la madre del presidente del Consiglio Matteo Renzi, Laura Bovoli, potrebbe essere coinvolta
nell’inchiesta per bancarotta fraudolenta in cui è indagato Tiziano Renzi.
Secondo il Messaggero, al centro delle verifiche che la Procura di Genova, guidata da Michele Di Lecce, sta portando avanti per fare luce sul fallimento della Chil Post, ci sarebbe il passaggio di proprietà dell’azienda indebitata.
Per il quotidiano romano, il procuratore aggiunto Nicola Piacente e il pm Marco Airoldi stanno investigando sul ruolo della Bovoli e delle sorelle del premier Matilde e Benedetta, “non solo perchè in quanto membri della famiglia potevano conoscere le intenzioni di babbo Tiziano e l’effettivo stato di salute della Chil Post che tre anni dopo la vendita ha fatto bancarotta con debiti che arrivano a circa un milione e trecentomila euro”.
Anche se, il 2 agosto 2007, fondano la società Eventi 6, fino a metù 2009, quindi un anno prima della vendita, Laura Bovoli e le due figliole possiedono la totalità del capitale sociale della Chil Post.
Mamma Laura è socio di maggioranza con 30.200 euro in tutto.
Nella seconda parte dell’anno, le tre vendono tutte le loro quote a babbo Tiziano che l’8 ottobre deciderà di cedere il ramo principale della ditta, La Chil Promozioni, proprio alla moglie.
Di lì a sei giorni il 14 ottobre 2010 c’è il passaggio di consegne incriminato: per soli 2000 euro Renzi passa quel che resta della Chil a Gian Franco Massone, anche se a gestire l’affare sarebbe stato il figlio di quest’ultimo, Mariano Massone.
Difficile dire cosa sapessero moglie e figlie di babbo Renzi al momento del passaggio cruciale, ma è su questo che stanno cercando di far luce i magistrati genovesi.
L’altro punto dell’inchiesta è capire quando il buco di un milione e trecentomila euro sia stato creato.
“Si sa – scrive ancora il Messaggero – che il mutuo della Banca di credito cooperativo di Pontassieve è precedente alla vendita ed era stato intestato a mamma Laura dall’istituto di credito che vedeva tra i soci un fedelissimo dell’attuale premier, Matteo Spanò.
(da “Huffingtonpost“)
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Settembre 24th, 2014 Riccardo Fucile
ALLEGGERITO ANCHE IL FALSO IN BILANCIO, SPARITA LA NORMA INTERCETTAZIONI
E adesso arriva l’autoriclaggio soft.
Quasi un mese dopo la presentazione del pacchetto giustizia nel consiglio dei ministri, diversi quotidiani anticipano l’atteso testo sull’introduzione del nuovo reato, che punisce chi reimpiega in attività economiche i profitti di un reato che lui stesso ha commesso (oggi il codice penale punisce solo che ricicla soldi altrui).
Ma, appunto, il risultato della consueta mediazione con Ncd e Forza Italia è una norma più morbida del previsto.
E’ pronto un altro testo molto atteso, quello sul falso in bilancio, anche questo però edulcorato e ispirato a grande cautela.
Il testo uscito dal ministero della Giustizia — solo pochi giorni fa il titolare Andrea Orlando smentiva “marce indietro” sul tema — stabilisce che possa essere accusato di autoriciclaggio solo chi investe soldi provenienti da reati che prevedono una pena massima di almeno cinque anni di reclusione.
Di conseguenza, non saranno chiamati a rispondere, se il testo dovesse diventare legge, per esempio i colpevoli di truffa, appropriazione indebita, infedele o omessa dichiarazione dei redditi.
Sono state recepite, insomma, le istanze di chi — non solo dal mondo politico — temeva che il reato di autoriciclaggio potesse diventare una sorta di “seconda punizione” per reati “diffusi” tra imprenditori e colletti bianchi, non necessariamente legati alla criminalità organizzata.
A sollevare la questione, tra gli altri, era stato proprio un magistrato, il procuratore aggiunto di Roma Nello Rossi, responsabile del pool per i reati economico finanziari, intervistato da Il Sole 24 Ore, che aveva paventato il pericolo che “il self laundering diventi il corollario di ogni reato economico”.
Ma non tutte le toghe la pensano allo stesso modo, anzi.
Il testo uscito dagli uffici del ministro Orlando di fatto affossa quello studiato per mesi da Francesco Greco, omologo di Rossi alla Procura di Milano, nonchè a suo tempo membro del pool Mani pulite.
Nel suo testo acquisito dalla Commissione finanze della Camera, il limite dei cinque anni non c’è.
Per di più, secondo i retroscena politici, i berluconiani avrebbero premuto su Orlando perchè anche l’autoriciclaggio da corruzione restasse escluso dalla punibilità .
Secondo il Corriere della Sera, anche “i tecnici del ministero dello sviluppo economico” avrebbero costribuito ad ammorbidire il testo.
Cala anche la pena prevista, da due a otto anni di reclusione (e una multa da 5 a 25mila euro), mentre l’ipotesi inizale fissava un minimo di tre anni.
Nell’autoriclaggio soft entra anche un’altra limitazione richiesta nelle ultime settimane dai critici del provvedimento.
La punibilità riguarda solo il reimpiego di “denaro o altre utilità ” in “attività economico-finanziarie“, “in modo da ostacolare l’identificazione della provenienza delittuosa”.
E non i fondi destinati a “all’utilizzazione e al godimento personale“.
In altre parole, chi per esempio utilizza i proventi di una tangente per comprare una villa o un’auto di lusso non incorre nel reato, perchè, così come è concepita, la legga va a punire l’inquinamento dell’economia sana, quindi per esempio l’apertura di un ristorante o l’acquisto di una quota societaria.
Dal punto di vista pratico, però, c’è chi teme che una distinzione del genere possa diventare oggetto di complicate disquisizioni in tribunale, rendendo più difficile l’applicazione della legge.
Per quanto riguarda il falso in bilancio, da un lato il testo del governo reintroduce la procedibilità d’ufficio eliminata dal governo Berlusconi nel 2001 con la madre di tutte le leggi ad personam.
Ma restano “salvate” le imprese non quotate in Borsa: anche qui vince il principio di lasciare tranquilla la vasta area grigia dell’economia nostrana.
Per queste ultime, per avviare un’indagine serve una querela da parte “della società , dei soci e dei creditori”.
Per le società quotate le pene vanno dai due ai sei anni , per le quotate da tre a otto. Ma c’è un’altra rilevante eccezione per i (relativamente) piccoli: se l’entità del falso in bilancio non supera il 5% dell’utile o non comporta una variazione di patrimonio netto superiore all’1%, la punibiità è del tutto esclusa.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 24th, 2014 Riccardo Fucile
MANSIONI FLESSIBILI, CONTROLLO DEI LAVORATORI E TUTELE CRESCENTE, SALARIO MINIMO PER I CO.CO.PRO. E REVISIONE DEL NUMERO DEI CONTRATTI
La premessa è d’obbligo. L’emendamento alla legge delega sulla riforma del mercato del lavoro, che
sintetizza l’accordo della maggioranza e le intenzioni del governo, è vago, come solo le leggi delega sanno essere.
E così, dell’annunciato contratto a tutele crescenti, che per i nuovi assunti sostituirà il contratto a tempo indeterminato, non si sa molto, se non che il governo dovrà normarlo, riscrivendo – su delega del parlamento, appunto – lo Statuto dei Lavoratori.
Sì conoscono però i testi di riferimento del premier, in materia, a cominciare dal lavoro del senatore Pietro Ichino.
Lo stesso vale per il tema delle mansioni, cioè per quello che sarà dell’art. 13 dello Statuto dei Lavoratori, dove però si lascia immaginare che le imprese avranno più possibilità di demansionare, e potranno contare su mansioni più flessibili.
L’iter, comunque, è questo: il Senato dovrà approvare la legge delega, che ha incassato per ora solo il via libera della commissione Bilancio, con i democratici che hanno votato compatti, nonostante i malumori espressi a mezzo stampa.
Poi la legge dovrà essere approvata dalla Camera. Solo dopo, il governo, entro sei mesi dall’approvazione, la riempirà di contenuti, sciogliendo definitivamente tutti i nodi, compresa l’entità della sospensione dell’art. 18 per i nuovi assunti.
Le deleghe che il governo si farà assegnare dal parlamento, al netto dei dettagli, annunciano però alcune importanti novità .
Ecco uno schema in costante aggiornamento.
ARTICOLO 18
Maurizio Sacconi è contento. Stefano Fassina dice che quella che ha in mente Renzi è una cosa «di destra». I sindacati pensano allo sciopero generale. Elsa Fornero dice che a lei il Pd ne ha dette di tutti i colori per molto meno. Anche se l’emendamento non cita espressamente l’art.18, in sostanza, il governo avrà mandato di riformare il contratto a tempo indeterminato, che per ogni nuovo assunto diventerà il «contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti in relazione all’anzianità di servizio».
Il principio, su cui dovrà applicarsi il governo è cioè questo: ogni nuovo assunto, sia alla prima esperienza lavorativa o sia un disoccupato che rientra nel mercato del lavoro, non avrà da subito diritto alle stesse tutele garantite dal precedente contratto a tempo indeterminato, ma le otterrà gradualmente. Quanto gradualmente, appunto (e cioè per quando durerà la sospensione dei diritti) lo dovrà stabilire il governo.
La sospensione, stando alle dichiarazioni pubbliche dei dirigenti vicino al premier, e alle proposte già depositate da alcuni deputati del Pd, e dal senatore PIetro Ichino (oggi in Scelta Civica), dovrebbe riguardare anche l’art.18.
DEMANSIONAMENTO
Oggi l’art. 13 dello Statuto dei lavoratori sancisce che «il prestatore di lavoro deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto o a quelle corrispondenti alla categoria superiore che abbia successivamente acquisito».
In sostanza, se fai un lavoro per quel lavoro devi esser contrattualizzato e pagato. Il resto è un illecito, sia se si svolge una mansione superiore alla propria qualifica, sia se con una determinata qualifica si viene messi a svolgere una mansione inferiore, vedendo così ugualmente lesi i propri diritti, tra cui quello alla crescita professionale.
Il governo chiede di poter rivedere la «disciplina delle mansioni, contemperando l’interesse dell’impresa all’utile impiego del personale in caso di processi di riorganizzazione, ristrutturazione o conversione aziendale con l’interesse del lavoratore alla tutela del posto di lavoro, della professionalità e delle condizioni di vita, prevedendo limiti alla modifica dell’inquadramento».
SALARIO MINIMO
Rispetto al testo precedente, con il suo emendamento il governo prevede di introdurre «anche in via sperimentale» il compenso orario minimo per le prestazioni di lavoro subordinato, estendendolo però anche «ai rapporti di lavoro co.co.co., nei settori non regolati da contratti collettivi sottoscritti dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro più rappresentativi».
È questo l’unico punto non oggetto di contesa con i sindacati, anche se bisognerà capire l’entità del salario minimo, per evitare che possa rappresentare un autogol come è stato nel caso del contratto nazionale giornalistico, che ha visto sì stabilire delle tariffe minime che però, a detta dei precari, hanno solo reso legali paghe troppo basse.
RIORDINO
Anche per garantire l’efficacia del contratto a tutele crescenti, il governo avrà poi mandato per l’«abrogazione di tutte le disposizioni che disciplinano le singole forme contrattuali, incompatibili con le disposizioni del testo organico semplificato».
Si deve sfoltire le numerose forme contrattuali, «al fine di eliminare duplicazioni normative e difficoltà interpretative e applicative». Il governo dovrebbe predisporre «un testo organico semplificato delle discipline delle tipologie contrattuali e dei rapporti di lavoro»
TELECAMERE SUL POSTO DI LAVORO
Il governo, si legge nell’emendamento, «tenendo conto dell’evoluzione tecnologica e contemperando le esigenze produttive ed organizzative dell’impresa con la tutela della dignità e della riservatezza del lavoratore», avrà mandato di revisionare la «disciplina dei controlli a distanza» dell’attività dei lavoratori. Il governo, in sostanza, dovrà aprire all’uso delle telecamere sui luoghi di lavoro, ad oggi espressamente vietato dallo Statuto, e concessa «previo accordo con le rappresentanze sindacali» solo per garantire la sicurezza o per esigenze produttive.
Luca Sappino
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Settembre 24th, 2014 Riccardo Fucile
DECISA LA FUSIONE TRA I CLUB E IL PARTITO
Silvio Berlusconi rade al suolo Forza Italia. L’aveva ricostruita dieci mesi fa. Dell’attuale gruppo dirigente resterà poco o nulla.
Dalle minacce si passa alla fase operativa.
Marcello Fiori dal primo ottobre diventerà coordinatore del partito, ieri pomeriggio al termine del vertice di Palazzo Grazioli con i responsabili regionali dei club “Forza Silvio”, il leader lo ha incaricato di coordinare la fusione degli stessi club con il partito. Dei parlamentari il capo non vuole più sentir parlare. Tanto meno li vuole vedere. Dall’agenda è sparita la prevista assemblea con i gruppi di Camera e Senato, onorevoli spariti dai radar.
È solo l’inizio. Entro la fine di ottobre a Villa Gernetto saranno presentati i cento giovani sui quali Berlusconi scommette per il rilancio.
Tutti rigorosamente under 35, amministratori, professionisti, giovani imprenditori, comunque «non professionisti della politica».
Sono stati selezionati in gran segreto in queste settimane dal consigliere politico Giovanni Toti, dall’ex sindaco di Pavia (under anche lui) Alessandro Cattaneo, da Deborah Bergamini.
Intanto, da oggi i seimila club Forza Silvio diventeranno altrettanti presidi del partito sul territorio e i venti responsabili locali incontrati ieri da Berlusconi affiancheranno da vice i coordinatori regionali forzisti.
«Inutile, il partito dà segni di stanchezza, dopo vent’anni aveva bisogno di rinnovarsi » ha spiegato l’ex Cavaliere piuttosto motivato al pranzo nella residenza romana con Giovanni Toti, lo stesso Marcello Fiori, la responsabile comunicazione Bergamini.
La missione, come ripeterà poi nel pomeriggio ai giovani e sconosciuti responsabili dei club, è semplice: «La gente non ne può più della vecchia politica, se vogliamo riconquistarla dobbiamo aiutarla, fornire servizi».
È la politica dei club, appunto.
Appuntamento a breve a Villa Gernetto.
Ma chi sono? Che fanno? Da dove vengono questi ragazzi?
I talent scout giurano che nella selezione l’aspetto estetico non ha influito, ma certo vanta una presenza destinata a bucare il video Andrea Romizi, 35 anni, neo sindaco di Perugia, come Mariachiara Fornasari, avvocato, trentenne, coordinatrice forzista di Brescia. Federica De Benedetto, a dispetto dei suoi 29 anni ha conquistato 20 mila preferenze alle Europee nella circoscrizione Sud, dove Maria Tripodi, anni 32, di preferenze ne ha raggranellati quasi 16 mila.
Carlo Bagnasco, classe ’77, è sindaco di Rapallo, il suo collega Giacomo Massa primo cittadino di Gottolengo, provincia di Brescia, di anni ne ha addirittura 28, professione: studente.
Ma è un trentenne anche Pietro Tatarella, neo capogruppo al Comune di Milano e Giorgio Silli, assessore a Prato e già responsabile nazionale Immigrazione.
Ma l’elenco è lungo. Ha 35 anni il sindaco di Avola in Sicilia, Luca Cannata, Christian Leccese, imprenditore e vicesindaco di Gaeta ha 33 anni, è coordinatore dei club Forza Silvio del Lazio.
Lo è della Campania il trentenne Pietro Smarrazzo, 38 invece Stefano Balloch sindaco di Cividale del Friuli, a capo dei club di quella regione, e poi Pietro Spizzirri, 32 anni calabrese.
Nella magic list com- paiono anche gli intraprendenti fratelli Luca e Andrea Zappacosta con la loro Azzurra libertà (1200 giovani iscritti) promotori di una manifestazione di partito giovedì a Perugia.
Tutto è in movimento. Atmosfera tetra tra i deputati forzisti ieri in Transatlantico. Tanto più che Berlusconi lancia segnali sempre più concilianti verso Renzi: «Per lui il momento è delicato, il Pd rischia di implodere, D’Alema e Bersani sono tornati, se la riforma del lavoro ci convince, la votiamo» raccontava preoccupato all’incontro coi club.
Francesca Pascale, a La7, ieri sera non era da meno: «Di Renzi non diciamo, speriamo…».
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
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Settembre 24th, 2014 Riccardo Fucile
FUMATA NERA NUMERO 14…. FORZA ITALIA RINUNCERà€ ALL’INDAGATO, PRONTO PANIZ
Ennesima porta in faccia. Nuova una fumata nera. La quattordicesima. Questa volta tramite scheda
bianca.
Così ieri Partito democratico, Forza Italia, Nuovo centrodestra e Scelta civica hanno votato nella seduta comune del Parlamento per eleggere i due giudici mancanti della Corte costituzionale.
Un modo per prendere tempo e per preservare ancora i due candidati, Donato Bruno e Luciano Violante.
Ma se il primo viene dato già per morto, il secondo invece potrebbe ancora farcela. “In questi giorni continuo a parlare solo del tempo, sono diventato un grande meteorologo. Ma se volete che parli d’altro, posso dirvi qualcosa anche sul Toro”, osserva Violante, senza sbilanciarsi in nessun modo, tranne che sulla sua fede granata. La partita, però, si è complicata parecchio.
E la luce in fondo al tunnel sembra ancora lontana.
Dopo la notizia dell’iscrizione nel registro degli indagati a Isernia del senatore azzurro, infatti, l’intenzione del Pd è quella di salvare il soldato Violante, ovvero fare in modo che l’ex magistrato non finisca inghiottito nel gorgo che sta sommergendo Bruno.
Fino a ieri i due viaggiavano a braccetto. Con il destino dell’uno legato a quello dell’altro. E Forza Italia a mandare chiari segnali che, se fosse caduto Bruno, anche il Pd avrebbe dovuto indicare un altro candidato.
Ora però la situazione è cambiata. Violante potrebbe farcela anche senza Bruno.
Il prossimo voto è previsto per martedì 30. Dal partito berlusconiano fanno sapere che in questi giorni Bruno, o per lui l’avvocato Franco Coppi, andrà a Isernia per avere conferma dell’indagine.
E a quel punto potrebbe essere lo stesso forzista a fare un passo indietro.
Nel frattempo, per facilitare le cose, sono stati eletti i due giudici mancanti del Csm. Sono Pierantonio Zanettin, area Forza Italia, con 525 voti, e Paola Balducci, area Sel, con 521.
In questo modo la partita del Csm è stata sganciata da quella della Consulta. Sulla quale si è deciso di prendere tempo.
La scusa è perfetta: oggi 25 parlamentari saranno a New York per una missione Onu. Quindi meglio soprassedere per una settimana.
E dare tempo ai partiti di trovare la quadra. “Auspichiamo un esito positivo per martedì prossimo”, recita la nota congiunta di Pietro Grasso e Laura Boldrini.
La sensazione è che, se il Pd è intenzionato a fare le barricate su Violante, Forza Italia sembra meno disposta a immolarsi per Bruno.
“Siamo soddisfatti per l’elezione dei due giudici del Csm, recependo così l’invito di Napolitano. Ora il Csm può lavorare”, afferma Paolo Romani, che ieri, insieme a Denis Verdini, ha incontrato Lorenzo Guerini, Luigi Zanda e Roberto Speranza. “Nelle prossime ore Bruno verificherà l’esistenza o meno dell’indagine nei suoi confronti. Se non c’è nulla, come credo, si va avanti con questo ticket e il Pd non avrà più scuse per mettere veti sul nostro candidato. In caso contrario, sarà lo stesso Bruno a fare un passo indietro”, spiega Romani.
Insomma, il caso Bruno verrà risolto da Bruno stesso.
Romani, però, non chiarisce se in tal caso Violante potrà essere eletto lo stesso insieme a un altro candidato di Forza Italia.
Dunque, mentre Violante continua a galleggiare, Bruno sembra già affondato. Resta solo da vedere se il senatore azzurro si trascinerà dietro l’ex magistrato. “Violante è sopravvissuto al passo indietro di Catricalà e resisterà anche a quello di Bruno, ma oggi (ieri, ndr) abbiamo fatto bene a proteggerli votando scheda bianca.
Vedremo martedì, anche se su questa partita sembra giochino altre vicende”, osserva il deputato democratico Giacomo Portas.
La pensa così anche Augusto Minzolini. “Ormai questa elezione è diventata la cartina di tornasole su cui si riverberano altre fibrillazioni, a partire da quella della minoranza del Pd contro il Job act. E il rinvio di una settimana indebolisce entrambe le candidature”, afferma il senatore azzurro.
Bruno, da parte sua, ostenta sicurezza. “Sono ancora in campo”, dice ai colleghi a Palazzo Madama.
Mentre Speranza a Montecitorio blinda Violante. “Il nostro candidato è e continuerà a essere lui”.
Da ieri, però, si è aperta una settimana di trattative febbrili. E se sul caso Consulta si scaricano altre tensioni, è anche vero che il braccio di ferro sulla Corte potrebbe complicare la vita al cammino del governo Renzi.
In panchina, intanto, si scaldano anche altri giocatori.
Su quella azzurra è tornato in pista Maurizio Paniz, su cui potrebbero convergere i voti della Lega.
Mentre su quella democrat ci sono Augusto Barbera e Stefano Ceccanti.
Su Violante, intanto, il Pd incassa il via libera di Sel, dopo che i voti democratici sono stati decisivi per l’elezione al Csm dell’ex verde Balducci.
Gianluca Roselli
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Settembre 24th, 2014 Riccardo Fucile
FERRUCCIO DE BORTOLI ESPRIME UN GIUDIZIO NETTO SUL PREMIER E SULLA “DISARMANTE” SQUADRA DI GOVERNO
Una squadra di governo “in qualche caso di una debolezza disarmante“, in cui “la competenza appare un criterio secondario“, composta da ministri “scelti per non fare ombra al premier”.
Ma sopratutto un patto del Nazareno che eleggerà il nuovo capo dello Stato e che è in “odore di massoneria“.
Nel giorno in cui il Corriere della Sera lancia il restyling della versione cartacea, il direttore Ferruccio De Bortoli esprime un giudizio netto sul premier, sul suo operato e sull’accordo alla base delle riforme istituzionali stretto con Silvio Berlusconi.
Il direttore affida il proprio pensiero all’editoriale che inaugura il nuovo corso grafico, un editoriale in cui l’eleganza delle espressioni non nasconde un giudizio negativo sulla scelta dei ministri e il modo in cui Matteo Renzi concepisce e affronta il proprio mandato.
La sentenza è contenuta nelle prime battute dell’articolo: “Devo essere sincero: Renzi non mi convince“, esordisce De Bortoli che ha avverte il premier: “Se vorrà veramente cambiare verso a questo Paese dovrà guardarsi dal più temibile dei suoi nemici: se stesso”.
Perchè se è vero che “una personalità egocentrica è irrinunciabile per un leader”, quella del presidente del Consiglio “è ipertrofica”.
E non tanto questione di personalità , quanto di contenuti: la sua “muscolarità tradisce a volte la debolezza delle idee, la superficialità degli slogan”.
Perchè “l’oratoria del premier è straordinaria, nondimeno il fascino che emana stinge facilmente nel fastidio se la comunicazione, pur brillante, è fine a se stessa” e “un profluvio di tweet non annulla la fatica di scrivere un buon decreto”.
”In Europa — avverte il direttore del Corriere — meno inclini di noi a scambiare la simpatia e la parlantina per strumenti di governo, se ne sono già accorti”.
I tratti della personalità del presidente del Consiglio non sono il suo unico limite. Secondo il direttore del quotidiano di via Solferino, a pesare negativamente è la composizione della squadra di governo, infarcita di fedelissimi e composta in base al criterio della toscanità : “Renzi ha energia leonina, tuttavia non può pensare di far tutto da solo. La sua squadra di governo è in qualche caso di una debolezza disarmante. Si faranno, si dice. Il sospetto diffuso è che alcuni ministri siano stati scelti per non far ombra al premier. La competenza appare un criterio secondario.
Circondarsi di forze giovanili è un grande merito — continua De Bortoli — lo è meno se la fedeltà (diversa dalla lealtà ) fa premio sulla preparazione, sulla conoscenza dei dossier. E se addirittura a prevalere è la toscanità , il dubbio è fondato“.
Una gestione applicata anche al Partito Democratico: “Le controfigure renziane abbondano anche nella nuova segreteria del Pd, quasi un partito personale, simile a quello del suo antico rivale, l’ex Cavaliere”.
Ma “l’interrogativo più spinoso”, come lo chiama De Bortoli, sorge qualche riga dopo: “Il patto del Nazareno finirà per eleggere anche il nuovo presidente della Repubblica, forse a inizio 2015. Sarebbe opportuno conoscerne tutti i reali contenuti. Liberandolo da vari sospetti (riguarda anche la Rai?) e, non ultimo, dallo stantio odore di massoneria”.
De Bortoli parla di “sospetti”, ma l’accusa è netta e il giudizio impietoso: alla vigilia dei decisivi passaggi parlamentari delle riforme costituzionali e della legge elettorale che costituiranno il nuovo architrave istituzionale dello Stato, il direttore del Corriere punta i fari contro le molte contraddizioni alla base dell’accordo tra il Partito Democratico e Forza Italia.
Un termine forte “massoneria”, difficilmente usato da De Bortoli soltanto per indicare la natura segreta dell’accordo.
Un patto che, è il secondo interrogativo sollevato, riguarderebbe anche la televisione pubblica, primo produttore culturale del Paese, storicamente al centro degli interessi della politica e ora oggetto di un’intesa dai contenuto opachi tra il capo del governo e quel Silvio Berlusconi già padrone incontrastato dell’offerta televisiva privata.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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