Settembre 23rd, 2014 Riccardo Fucile
PRESENTATO EMENDAMENTO IN DIFESA DELL’ART.18 SOTTOSCRITTO DA 40 SENATORI PD… AL SENATO IL MARGINE DELLA MAGGIORANZA E’ SOLI 12 VOTI
“Oltre le più rosee aspettative”. Quando lo zoccolo duro della minoranza del Partito democratico fa circolare fra i colleghi il testo degli emendamenti presentati sul Jobs act, i fogli che gli ritornano in mano sono pieni zeppi di firme. “Vanno dalle trenta alle quaranta”, spiega Miguel Gotor.
Una cifra confermata da Maria Cecilia Guerra. L’ex sottosegretario dei governi Monti e Letta, è la prima firmataria dei sette aggiustamenti richiesti alla delega del lavoro.
Modifiche che vanno dall’altolà alla sospensione dell’articolo 18, all’obbligo per l’esecutivo di emanare i decreti sulla riforma degli ammortizzatori sociali prima, o comunque contemporaneamente, a quelli che modificheranno le tipologie contrattuali. “Non si può tirare dritto su quel che non costa niente – commenta uno dei firmatari – e tirarla per le lunghe laddove le misure di riforma comportano oneri per le casse dello stato”.
Nessuna novità sostanziale nel dibattito interno ai Democratici. Nè si prospetta all’orizzonte un effetto ostruzionismo così come è stato per la riforma del Senato.
Da Sel sono in arrivo circa 300 emendamenti, dal Movimento 5 stelle un centinaio (“Tutti sul merito – spiega Nunzia Catalfo – quel che ci interessa è modificare un testo improponibile, che non è una vera riforma ma un semplice abbassamento delle tutele esistenti”), Forza Italia ne presenterà qualcuno di meno, il Nuovo centrodestra nessuno, “per favorire l’approvazione rapida del testo”.
Siamo lontanissimi dalle oltre settemila modifiche – e il conseguente caos parlamentare – avanzate sulle riforme costituzionali.
Il problema, in questo caso, agli occhi di Palazzo Chigi è tuttavia più grave.
Potendo contare su una dozzina scarsa di voti di maggioranza a Palazzo Madama, al governo basterebbe che la metà dei senatori dissidenti alzassero il semaforo rosso alla delega sul lavoro per andare sotto.
Rendendo così necessari – al jobs act come anche alla sopravvivenza stessa del governo – il soccorso di Forza Italia.
Uno scenario che non piace a Matteo Renzi, ancora meno alla minoranza interna, che nei giorni scorsi ha parlato di “conseguenze politiche” nel caso di maggioranze variabili.
La Guerra, la cui competenza sulla materia è ampiamente riconosciuta a Palazzo Madama, spiega che “l’obiettivo comune è quello di migliorare la delega, con un’ispirazione comune di tutti i firmatari ad un atteggiamento costruttivo”. Parole serafiche, volte a non alzare il livello dello scontro.
Ma i sette emendamenti parlano da soli, e si descrivono come mine inaccettabili nell’impianto immaginato da Renzi e da Giuliano Poletti.
“È sbagliata l’ipotesi che i nuovi assunti non arrivino mai a godere delle stesse tutele che ha chi ha già un contratto”, spiega la Guerra.
Niente modifica dell’articolo 18, dunque, come recita l’emendamento relativo: “Previsione che ai nuovi assunti con contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti le tutele del contratto a tempo indeterminato vigenti alla data di entrata in vigore della presente legge siano riconosciute in relazione all’anzianità di servizio, con il pieno godimento delle stesse a partire dal quarto anno di assunzione”.
Dunque tre anni di apprendistato con tutele di tipo economico, poi entrata a regime dei paracaduti esistenti, inclusa la riassunzione in caso di licenziamento per giusta causa”.
Cruciale anche il passaggio in cui si chiede l’emanazione dei decreti che riformeranno le tipologie di contratto “comunque non prima dell’emanazione dei decreti di cui all’articolo 1, comma 1, e all’articolo 2, comma 1”.
Un linguaggio tecnico che tradotto significa: prima le misure per rinforzare gli ammortizzatori sociali e rendere efficienti i centri per l’impiego, solo poi mettere mano ai contratti dei lavoratori.
L’ex sottosegretario spiega anche che “c’è la necessità di chiarire gli interventi che semplificano i contratti precari. Serve una drastica riduzione, ma nella delega di questo non si parla, si accenna semplicemente a una ‘eventuale semplificazione'”. “Inoltre – prosegue – si vuole ampliare il ricorso ai voucher, ma il rischio è che questa formula sostituisca in questo modo le forme di contratti precari odierni”.
Insomma, solo sette emendamenti, ma che pesano come macigni.
E che hanno riscosso tra gli uomini del Nazareno un tale consenso da poter mettere seriamente in difficoltà la maggioranza a Palazzo Madama.
Anche per questo, Alfredo D’Attorre e Stefano Fassina hanno chiesto un incontro con la maggioranza renziana: “Si arrivi in direzione con un documento di sintesi, non si pensi chiedere un voto a maggioranza e, magari, utilizzare provvedimenti disciplinari per far valere la disciplina di partito”.
Altrimenti, il sottinteso, l’unico anello di congiunzione tra Renzi e il suo Jobs act rimarrà il soccorso azzurro.
Con tutte le conseguenze politiche che ne deriverebbero.
(da “Huffingtonpost“)
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Settembre 23rd, 2014 Riccardo Fucile
INTERVISTA IN CARCERE AL PENTITO GAETANO VASSALLO, “MINISTRO” DEI CASALESI
“Quando aprimmo la cisterna il liquido bruciava ogni cosa, al contatto le plastiche friggevano. Abbiamo
scaricato milioni di tonnellate di rifiuti tossici ovunque possibile. Non ho mai messo un telo di protezione, non ho mai avuto un controllo, pagavamo e vincevamo sempre noi”.
Un racconto freddo, tanto chirurgico quanto inquietante.
Poche parole: la fotografia del disastro di una terra.
A parlare al Fatto Quotidiano è il pentito Gaetano Vassallo, ministro dei rifiuti del clan dei Casalesi, protagonista di quei traffici illeciti che, per anni, hanno trasformato aree della Campania in pattumiera del Paese.
C’è un primo equivoco da chiarire e Vassallo aiuta a farlo: “Quando è arrivato il commissariato di governo per gestire l’emergenza rifiuti, nel 1994, la musica non è cambiata”.
E ricorda: “Venne a parlarmi il boss Feliciano Mallardo e mi disse: ‘Cumpariè dobbiamo fare i lavori presso la discarica di Giugliano, volete lavorare?’; io rifiutai e scelsero un’altra ditta del clan”.
Di imprenditoria criminale in imprenditoria criminale, una linea di continuità anche quando lo Stato si commissaria per escludere la camorra dal ciclo.
Da metà anni 80 al 2005, vent’anni di veleni tossici disseminati ovunque e di gestione criminale del ciclo dei rifiuti urbani e industriali.
Il ventre della terra ha digerito ogni cosa: fanghi industriali, ceneri degli inceneritori, residui farmaceutici, acidi, calce spenta, scarti di bonifica, veleni a milioni di tonnellate.
In due decenni un fiume di pattume si è riversato nel cuore fertile della terra campana.
Ma questa è la storia criminale di un ex agente dello Stato, ritrovatosi imprenditore in una terra senza legge, in un settore senza controllo, dove i soldi tracimavano a valle.
Dal nulla diventato referente dell’imprenditoria affaristica per abbattere i costi di smaltimento degli scarti industriali del nord produttivo.
Vassallo, con le sue dichiarazioni, consegnate ai pm della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, Giovanni Conzo, Maria Cristina Ribera, Alessandro Milita — il pool coordinato dall’aggiunto Giuseppe Borrelli — descrive l’inferno, le coperture politiche, i rapporti con la massoneria di una cricca di imprenditori al soldo della camorra.
Vassallo è il grande accusatore di Nicola Cosentino, l’ex sottosegretario all’Economia di Forza Italia, finito sotto processo per camorra, e di Luigi Cesaro, deputato di Forza Italia, destinatario di una misura cautelare, annullata dal Riesame.
Incontriamo il pentito in carcere, accompagnato dall’avvocato Sabina Esposito.
Il collaboratore sta scontando una condanna per l’affare Ce4, il consorzio di bacino che aveva come braccio imprenditoriale i fratelli Orsi, legati ai Casalesi, e referente politico Nicola Cosentino.
E la politica piaceva tanto anche a Vassallo.
“Io negli anni ottanta ero del partito socialista, facevo le riunioni con Giulio Di Donato, organizzavamo le campagne elettorali. Io, quando potevo finanziavo il Psi. Come imprenditore vicino al partito ho fatto anche incontri a Roma alla presenza di Bettino Craxi. Furono gli anni in cui conobbi Luigi Cesaro, Giggino ‘a purpetta. Eravamo della stessa corrente”.
Finito il sogno socialista, Vassallo cambia bandiera: “Passo a Forza Italia, sono stato anche iscritto al partito, ho fatto tessere, sostenuto campagne elettorali, ma noi facevamo affari con tutti, destra e sinistra”. I partiti a Vassallo son sempre piaciuti, perchè questa storia è anche e soprattutto la fotografia di un intreccio tra clan, impresa, professioni e mondo politico.
Ma è un racconto che inizia da lontano.
L’agente che diventa imprenditore
Vassallo si è deciso a parlare dopo aver ascoltato ex collaboratori e altre figure, raccontare questa storia per sentito dire infarcita di strafalcioni e false piste.
“Io ho visto tutta la schifezza che abbiamo sputato nella terra. Una volta scaricammo fanghi, liquidi che erano scarti di lavorazione di un’industria farmaceutica.
Poco dopo i ratti si sono estinti, sono spariti”. Immagini dall’orrore. Un’organizzazione criminale che ha risolto la crisi rifiuti toscana prima, della provincia di Roma poi e offerto soluzioni economiche alle imprese del nord, agli impianti che dovevano smaltire.
Il capitalismo aveva trovato nell’imprenditoria di camorra lo sbocco per ridurre i costi di smaltimento del pattume industriale.
A prezzo della salute di un popolo, in un’area quella di Giugliano, in provincia di Napoli, dove una perizia consegnata alla Procura, fissa per il 2064 la morte di ogni forma di vita.
“Mi vergogno, avrei dovuto pentirmi prima”. Lo fa nell’aprile del 2008.
“Avevo paura. Quando il killer Giuseppe Setola è uscito su Castel Volturno ha cominciato a fare i morti. Un componente del clan mi disse che non era controllabile. Così mi sono pentito. Non ce la facevo più. Ho cambiato vita, allo Stato ho consegnato tutte le mie ricchezze”.
In quell’anno Setola e il suo gruppo di fuoco hanno ammazzato anche Michele Orsi, imprenditore che aveva iniziato a fare dichiarazioni ai pubblici ministeri, ma non era un pentito. “Sergio e Michele Orsi erano legati al clan. Prima dell’ omicidio di Michele avevo detto agli inquirenti che sia Sergio che Michele erano stati designati perchè non avevano mantenuto gli accordi con la camorra. Il clan gli aveva fatto la cartella (aveva stabilito di doverli ammazzare, ndr). Dovevano morire e il clan mantiene gli impegni. Gli Orsi avevano tanti amici, funzionari, imprenditori, erano in rapporti anche con un magistrato”.
Vassallo ricorda l’inizio di questo horror didistruzione,morteeterrastuprata. “Ha iniziato mio padre, non sapeva neanche scrivere. Le carte le compilavano gli amici sul comune. Teneva la cava di pozzolana, rimanevano grosse buche. Un conoscente gli ha suggerito di buttarci i rifiuti. In quel periodo io facevo l’agente di polizia penitenziaria, l’ausiliare, mi sono congedato nel 1980, l’anno della strage di Bologna. Tornai a casa”.
È l’inizio della grande mattanza
“Dopo due anni fondai la prima società . Fino ad allora, abbiamo gestito appalti con gli enti pubblici per svariati milioni al mese senza partita iva, senza ditta, senza niente”.
Le discariche, non solo la sua, venivano gestite così: “Non abbiamo mai messo un telo di protezione, il percolato finiva in falda, non c’era neanche una vasca di raccolta, bruciavamo i rifiuti per liberare spazio, facevamo quello che volevamo”.
Il percolato, liquido inquinante, risultato della decomposizione dei rifiuti organici, inquina le falde, stupra la carne viva della terra.
“Presto cominciammo anche con gli speciali, la Regione mi autorizzò allo smaltimento anche di quelli”. È l’inizio dell’eldorado quando la consorteria criminale scopre il business dei rifiuti dal nord, prima quelli dei Comuni, poi quelli industriali. La discarica di Vassallo, a Giugliano, Comune in provincia di Napoli, si trasforma in un girone dell’inferno così come gli altri buchi, nei dintorni, sotto l’egida assoluta dei clan.
E i controlli? “Ci davano tutte le autorizzazioni di cui avevamo bisogno, chi doveva controllare era a nostro libro paga”.
L’assenza totale di verifiche e monitoraggi
“In provincia le autorizzazioni le dava l’assessore Raffaele Perrone Capano dei liberali (arrestato nel 1993, condannato in primo grado, poi assolto per falso e prescritto per corruzione e abuso d’ufficio, dal 2001 è stato reintegrato come professore alla Federico II). Ci dava indicazioni che non rispettavamo mai. Io davo i soldi a Perrone Capano, i contributi per il suo partito. A volte li davo a lui, altre volte al suo autista”.
I boss benedicono l’affare
L’ombra della P2 “Io sono stato l’imprenditore dei rifiuti per conto di Francesco Bidognetti”. Gaetano Vassallo era il ministro dei rifiuti dei Casalesi, il responsabile degli scarichi tossici agli ordini di Bidognetti, Cicciotto ‘e mezzanotte, il capo assoluto del clan, oggi rinchiuso al 41 bis. L’ex agente, diventato imprenditore, conosce la camorra in quegli anni di gloria.
“La faccia della camorra l’ho conosciuta con Santo Flagiello, che faceva la latitanza a casa mia. Poi il primo incontro con il boss Francesco Bidognetti. Mi disse: ‘Tu mi rappresenti in questo affare’”.
La struttura organizzativa era molto semplice. “C’erano le società commerciali che si occupavano dell’intermediazione e del trasporto tutte controllate da Gaetano Cerci, camorrista, nipote del boss Francesco Bidognetti, che aveva la società Ecologia 89. Poi c’erano tre imprenditori, io, Luca Avolio e Cipriano Chianese che avevamo le discariche”.
I colletti bianchi dei Casalesi, proprio Gaetano Cerci è stato nuovamente arrestato qualche giorno fa con l’accusa di estorsione.
Vassallo continua: “Utilizzavamo le certificazioni che avevamo, anche se le discariche erano esaurite. I rifiuti ufficialmente venivamo smaltiti nei nostri impianti, ma finivano nei campi, sotto la Nola-Villa Literno, nei terreni incolti, in altre cave. Tutto senza controllo”.
La rete era estesa. Vassallo ricorda un’altra presenza costante in questo affare: la massoneria. “Gaetano Cerci andava a casa di Licio Gelli, mi spiegò che Gelli era un procacciatore di imprenditori del nord che potevano inviarci i rifiuti”.
Nel 2006 la procura di Napoli chiese addirittura l’arresto di Licio Gelli, il gip Umberto Antico negò la misura.
I pm scrivevano: “I rapporti preferenziali tra Gaetano Cerci e Licio Gelli appaiono poi assolutamente certi, essendo riferiti da Schiavone, De Simone, la Torre, Quadrano, Di Dona, sia de relato che per scienza diretta”.
Ora arrivarono anche le parole di Vassallo, ma Gelli da quella indagine ne è uscito pulito.
Un altro che conta era Cipriano Chianese, avvocato, imprenditore, sotto processo per disastro ambientale e collusione con i clan. Chianese, nel 1994, si candidò con Forza Italia, ma non fu eletto.
“Chianese è stato l’ideatore dell’organizzazione. Aveva conoscenze importanti, era amico di un generale dei carabinieri . A Chianese lo stato ha preso solo una parte dei beni, molti soldi li ha macchiati (nascosti, ndr)”.
Il sistema rodato era soldi in cambio dell’appalto.
A Vassallo chiediamo se negli anni di rapporto con i politici, tra mazzette e collusioni, ne ha mai trovato uno che si è opposto. “No, non ho visto nessuno opporsi”.
Milioni e veleni anche dal Nord
E dal nord produttivo, dalle aziende del Paese arrivava di tutto. “Abbiamo scaricato le ceneri degli inceneritori del nord, gli scarti dell’Italsider di Taranto, la calce spenta dell’Enel di Brindisi e di Napoli, i fanghi industriali, gli scarti tossici proveniente dalla bonifica dell’Acna di Cengio, gli acidi, tonnellate di rifiuti dalle aziende del settentrione.
Di certo posso dire: non abbiamo scaricato i rifiuti nucleari”.
E cita le aziende come “i Bruscino che trasportavano gli scarti di lavorazione dell’Enel, la ditta Perna Ecologia”, un lungo elenco di aziende che hanno scaricato veleni per anni. Le imprese produttrici non si preoccupavano di dove andava, a prezzo stracciato, il loro pattume tossico. Contattavano gli intermediari, i trasportatori, e i carichi partivano.
Quando gli chiedi l’ammontare dei rifiuti scaricati, Vassallo allarga le braccia e scuote la testa.
Il principio ispiratore era uno soltanto: non si rischiavano niente in un Paese, l’Italia, dove a distanza di anni la maggior parte dei processi per delitti contro l’ambiente finisce in prescrizione. Basso rischio e palate di soldi. Vassallo spiega: “Io solo per il trasporto dei rifiuti dalla Toscana, andavo a prendere 700 milioni di lire al mese. In Campania guadagnavo 10 miliardi di lire ogni anno solo per l’affare dei rifiuti solidi urbani, raccolti nei comuni dell’hinterland”.
Poi c’era il traffico dei rifiuti tossici, occultati sotto quelli domestici.
“Un pozzo senza fine. Guadagnavo 5 milioni di lire a carico, al clan davo 10 lire al kg, ma li fottevo sul peso e sugli arrivi. Ogni giorno arrivavano anche 30 camion . Una cosa come 150 milioni di lire ogni santo giorno. Si iniziava a scaricare alle 4 del mattino, c’era una fila di camion dalla discarica fino alla strada”.
Fotteva i clan Vassallo e, quando occorreva, usava le buche di Stato grazie a buoni amici. Vassallo ricorda quello che poteva diventare lo spartiacque, il momento di cesura di questo orrendo spartito criminale: il 1993.
“Fummo arrestati tutti nell’inchiesta Adelphi proprio per i traffici di rifiuti . Io fui prosciolto, ma ero colpevole. Se fosse andato diversamente quel processo, la Campania si sarebbe risparmiata altri 15 anni di veleni”.
E ricorda un particolare. “Venne un magistrato per chiedermi di collaborare. Il nostro accusatore era Nunzio Perrella, un boss di Napoli che si era pentito. Io ci pensai, ma poi in carcere ebbi un colloquio con mio padre”.
E il padre gli portò i saluti dei Casalesi. “Mi disse che lo aveva avvicinato Francesco Bidognetti per rassicurarlo sulla copertura economica”. Tutto ricominciò. Dopo gli arresti arrivò lo Stato. “Noi ci dedicammo solo ai traffici di rifiuti industriali. Nel 1994 la gestione dei rifiuti solidi urbani viene affidata al commissariato di governo. Aveva l’obiettivo di avviare un ciclo di gestione ed estromettere la camorra dal pattume”.
Non cambiò nulla, l’imprenditoria dei clan era l’unica a lavorare. “Il commissariato mi ha dato un paio di milioni di euro, loro ci lasciarono una parte della cava, dovevamo fare la messa in sicurezza, ma noi facevamo finta e continuavamo a scaricare”.
Il business era redditizio. “Arrivavano le motrici con i fanghi che fintamente venivano trattati negli impianti di compostaggio dei fratelli Roma. Facemmo un macello, li abbiamo scaricati nei terreni dei contadini . A Lusciano, a Villa Literno, a Parete, a Casal di Principe. Poi dopo aver scaricato passavamo con il trattore per muovere la terra”.
Con l’arrivo del commissariato, la camorra raddoppia. In particolare Vassallo ricorda: “Giuseppe Carandente Tartaglia, era emanazione, prima dei Mallardo e poi del boss Michele Zagaria. Me lo disse Raffaele ‘o puffo, il figlio di Francesco Bidognetti. L’azienda di Carandente Tartaglia ha lavorato prima in sub-appalto per il consorzio Napoli 1 e dopo per Fibe (la società del gruppo Impregilo che aveva vinto l’appalto per la gestione dei rifiuti in Campania, ndr). Carandente Tartaglia si vantava di avere un rapporto da anni anche con un ingegnere importante di Fibe, al quale garantiva la copertura della camorra, ma non ricordo il nome”. Nel 2008 quelle sigle societarie, già operative nel ’95, realizzeranno la discarica di Chiaiano per conto del commissariato di governo.
Cattura di Zagaria e Iovine: l’incontro con gli 007
Sul ruolo nell’emergenza rifiuti di Antonio Iovine e Michele Zagaria, per 15 anni latitanti, e poi catturati, Vassallo non ha dubbi. “I terreni dove sono stoccate le balle di rifiuti (dalla Fibe grazie a un’ordinanza commissariale, ndr), sono di soggetti legati al boss Zagaria”.
In questo cammino criminale, Vassallo è sempre stato in prima linea, prima come protagonista della mattanza ambientale, poi offrendo il supporto quando necessario ai fratelli Orsi nell’affare Ce4. Era nella cabina di regia con i boss di primo ordine.
Così gli chiediamo di eventuali rapporti di Zagaria e Iovine con pezzi dello Stato . E lui racconta un particolare inedito che apre interrogativi. “Ho incontrato agenti dei servizi segreti nel periodo 2006-2007. Mi hanno contattato perchè volevano arrestare Iovine e Zagaria. Un mio amico carabiniere di Roma venne da me insieme a due persone che presentò come agenti dei servizi. Ci sono stati tre incontri, due in un albergo e un altro all’uscita autostradale di Cassino. Potevo incontrare Iovine, ‘o ninno, e Zagaria in qualsiasi momento. Li conoscevo, io ero imprenditore del clan. Il patto era di fargli arrestare i due latitanti in cambio di mezzo milione di euro, 200 mila euro per Iovine, 300 mila per Zagaria. Io chiesi anche la garanzia della libertà per me, ma non accettarono. L’accordo saltò”. Iovine, oggi collaboratore di giustizia, viene arrestato nel 2010, dopo 14 anni di latitanza, e Zagaria nel 2011, dopo 16 anni.
Il racconto del pentito pone una domanda: si potevano arrestare prima? Gaetano Vassallo aspetta di uscire dal carcere per tornare alla sua nuova vita: dipendente di un supermercato. Mentre si alza ripensa alla mattanza ambientale. “Non si può fare niente. Io parlo dell’area dove smaltivamo io e Chianese.
È impossibile bonificare”. È una peste, un inferno senza fine.
Nello Trocchia
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 23rd, 2014 Riccardo Fucile
IL PROCEDIMENTO SI RIFERISCE AL PERIODO IN CUI ERA PRESIDENTE DELLA PROVINCIA
Quattro direttori generali al posto di uno.
Con un rilevante aumento di spesa per la Provincia di Firenze negli anni compresi fra il 2006 e il 2009, quando a guidarla c’era l’attuale presidente del consiglio Matteo Renzi.
La Corte dei Conti vuole capire se l’ex presidente sia corresponsabile del danno erariale contestato dalla procura regionale: un danno rilevante, calcolato in 1 milione e 175 mila euro nella peggiore delle ipotesi e in 287 mila euro nella ipotesi meno grave.
La procura aveva escluso la responsabilità della giunta provinciale, per la distinzione di competenze e di responsabilità prevista dalle norme, non ritenendo presidente e assessori consapevoli dell’aggravio di spesa derivato dalla riorganizzazione della direzione generale.
Ma la Corte ha ritenuto necessario integrare il contraddittorio e ha ordinato l’intervento nella causa di Matteo Renzi, dell’ex assessore provinciale Tiziano Lepri e del dirigente dei servizi finanziari della Provincia Rocco Conte.
Che domani, mercoledì 24 settembre, dovranno personalmente, o tramite i loro avvocati, chiarire in udienza le loro rispettive posizioni.
Renzi è in America e certamente non sarà presente, ma il suo difensore dovrà spiegare perchè l’11 settembre 2006 l’allora presidente della Provincia attribuì le competenze di Direttore generale ai quattro Direttori centrali dell’ente, costituendo un collegio di direzione.
I quattro direttori erano Lucia Bartoli, Luigi Ulivieri, Liuba Ghidotti e Giacomo Parenti, attuale direttore generale del Comune di Firenze.
Secondo le accuse, ognuno di loro venne retribuito come un Direttore generale.
Oggi sono tutti e quattro a giudizio per danno erariale insieme con il segretario generale della Provincia Felice Strocchia.
Visto il rischio di una condanna a un pesante risarcimento, quattro su cinque hanno chiesto l’integrazione del contraddittorio: e cioè hanno sollecitato l’intervento in causa di tutti i soggetti che avevano concorso a cagionare il contestato danno erariale, in specie gli organi politici (presidente, assessore al personale e giunta) e il dirigente dei servizi finanziari, sottolineando che l’indirizzo volto alla riorganizzazione della Direzione generale risaliva alla sfera politica.
L’unico a dissociarsi dalla richiesta di estensione della platea dei convenuti (cioè degli imputati) è stato Giacomo Parenti, vicinissimo a Renzi.
La procura invece non si è opposta. E la Corte dei Conti ha deciso di chiamare in giudizio il presidente Renzi, l’ex assessore Lepri e il dirigente Rocco Conti.
(da “La Repubblica”)
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Settembre 23rd, 2014 Riccardo Fucile
ACCORDO AL RIBASSO PER SALVARE IL PATTO DEL NAZARENO, ANCORA UNA FUMATA NERA: MOLTI DEPUTATI PD SI RIFIUTANO DI VOTARE PER UN INDAGATO
L’accordo Pd-Forza Italia sui nomi di Luciano Violante e Donato Bruno per la Consulta non esiste più. 
A pochi minuti dalla quattordicesima seduta a camere congiunte è arrivata la conferma: in un sms inviato ai parlamentari di Forza Italia, la segreteria chiede di lasciare scheda bianca per la Consulta.
Nelle ultime ore l’ipotesi aveva iniziato a circolare. E veniva dato per scontato il fatto che il rifiuto di parte del Partito democratico a votare l’indagato Bruno (come rivelato venerdì dal Fatto) tra i due giudici costituzionali laici che mancano da giugno facesse naufragare anche la candidatura di Luciano Violante.
La notizia dell’iscrizione nel registro degli indagati per truffa aggravata del candidato forzista da parte della Procura di Isernia — che indaga sul fallimento della società Itierre — ha in effetti portato (almeno nelle dichiarazioni e nelle intenzioni) a un arretramento di consensi di molti esponenti del Pd.
Alcuni parlamentari democratici non erano infatti disposti a votare un indagato che, tra l’altro, finierebbe (con l’immunità di parlamentare e pure di membro della Consulta) a far parte dell’organo di suprema garanzia costituzionale.
Il presidente dell’Antimafia Rosy Bindi lo aveva già fatto sapere: “Non voterò un indagato alla Consulta”.
La fronda democratica avrebbe voluto far saltare la candidatura di Bruno, mantenendo però quella di Violante.
Un tentativo praticamente impossibile, visto che i tentativi del Pd di convincere Forza Italia a cambiare nome sono finiti nel vuoto.
Il partito di Berlusconi non era intenzionato a bruciare Bruno, dopo il pasticcio che ha portato al ritiro del “nome condiviso” Antonio Catricalà .
Ma, preso atto della situazione, i vertici forzisti sono dovuti correre ai ripari lanciando un segnale ai dem.
Lo scenario che si sarebbe profilato oggi (e quindi il motivo per cui Forza Italia ha scelto la via della scheda bianca) era questo: il pallottoliere ipotizzava un calo per l’ex magistrato a 544, una maggioranza che non avrebbe consentito comunque la sua elezione alla Consulta (per la quale servirebbero 570 voti).
Tutti gli scettici dicono in ogni caso di attendere la “prova” dell’iscrizione di Bruno nel registro degli indagati.
Notizia che nessuno ha smentito e che dovrebbe essere lo stesso Bruno a confermare chiedendo alla Procura di Isernia di conoscere il suo status.
A quel punto non ci sarebbero più alibi e anche i magistrati potrebbero ufficializzare l’iscrizione.
Al momento, però, il senatore di Forza Italia non sembra intenzionato a compiere questo passo.
Promette solamente di ritirarsi solo in caso di rinvio a giudizio.
A questo punto — dopo l’ennesima fumata nera di oggi — la pratica per l’elezione dei due giudici laici potrebbe essere rinviata alla prossima settimana.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 23rd, 2014 Riccardo Fucile
ERA SUBENTRATO ALLA POLVERINI ALLA GUIDA DEL SINDACATO DI AREA DI DESTRA… L’ABITAZIONE, POI INTESTATA AL FIGLIO, SAREBBE STATA PAGATA CON FONDI DEL SINDACATO
La Guardia di finanza (Gdf) ha sequestrato l’abitazione dell’ex segretario generale della Ugl, Giovanni Centrella.
Il provvedimento, spiegano le Fiamme gialle in una nota, è stato disposto dal giudice per le indagini preliminari di Roma su richiesta del procuratore aggiunto Nello Rossi e del sostituto procuratore Stefano Pesci.
Gli inquirenti ritengono che Centrella, abusando del suo ruolo di segretario generale, si sia appropriato di ingenti somme di denaro dell’Ugl.
Centrella e la sua segretaria Laura de Rosa, vice-segretario generale dell’Ugl pro tempore – ha spiegato la Gdf – sono indagati per appropriazione indebita aggravata e continuata per diverse centinaia di migliaia di euro e il provvedimento del gip “è stato adottato sul presupposto che Centrella, abusando della sua qualità di segretario generale dell’Ugl e della totale assenza di controlli sul rendiconto delle spese della predetta associazione, si sia appropriato, a più riprese ed in vario modo, di ingenti somme di denaro dell’organizzazione sindacale”.
“In particolare, Centrella ha aperto un conto corrente ‘fantasma’ intestato al sindacato, ma in effetti gestito esclusivamente dallo stesso, all’insaputa dei responsabili amministrativi dell’Ugl”, spiega la nota.
Le fiamme gialle aggiungono che il dirigente sindacale, attraverso questo conto corrente, ha fatto un pagamento di 65.000 euro “a titolo di acconto per l’acquisto dell’immobile sequestrato oggi”, successivamente intestato al figlio.
(da “La Repubblica”)
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Settembre 23rd, 2014 Riccardo Fucile
HA RAGIONE RENZI A NON VOLER RICEVERE BERSANI: E’ ANCORA INCENSURATO
“In Italia c’è una bandiera che sventola forte nel vento: questa bandiera è Matteo Renzi, dobbiamo
riconoscerlo… Poi c’è una bandiera a mezz’asta che si chiama Berlusconi: vediamo di utilizzarla ancora, se è possibile”.
Povero Caimano, va capito. A lui i giudici di sorveglianza, in cambio dei servizi sociali, hanno imposto varie prescrizioni, fra l’altro molto diverse da quelle cui era abituato: coprifuoco alle ore 23, obbligo di dimora ad Arcore o a Palazzo Grazioli, niente attacchi ai magistrati e soprattutto divieto di frequentare pregiudicati.
Il che gli impedisce di andare a trovare Dell’Utri in carcere e di incontrare i tre quarti del suo partito.
Renzi invece, almeno per ora, non ha di questi problemi.
Infatti ha ricevuto il pregiudicato B. una volta al Nazareno e tre volte a Palazzo Chigi, molte meno comunque di Denis Verdini, che ieri ha collezionato l’ennesimo rinvio a giudizio (illecito finanziamento), dopo quello estivo per associazione a delinquere e bancarotta fraudolenta. Un amore.
Ha voglia Bersani a chiedere di essere ascoltato anche lui: ha l’handicap insormontabile di essere incensurato.
“Vecchia guardia” da rottamare. B. & Verdini invece no.
Da quando è salito a Palazzo Chigi, il giovin Matteo s’è fatto un sacco di nemici, sfanculando nell’ordine: i costituzionalisti, i senatori pidini dissidenti, il Parlamento tutto, i giornali italiani critici (praticamente uno), l’Economist, la Rai al gran completo, le autorità europee (ma solo a parole), il Forum di Cernobbio, Confindustria, i ministri Orlando e Giannini, l’Associazione nazionale magistrati, i sindacati, la minoranza del Pd, ovviamente i 5Stelle e molti altri gufi lumache avvoltoi rosiconi conservatori per cui manca lo spazio.
Gli unici con cui va d’amore e d’accordo sono Silvio & Denis.
Il fatto di poter frequentare pregiudicati per lui non è un’opportunità : è un obbligo.
E, già che c’è, lo estende anche agli indagati.
Nel giro di sei mesi quello che si atteggiava a ragazzo pulito, lontano da certi brutti giri, s’è avvolto in una nuvola nera di habituè di procure e tribunali.
Barracciu, Del Basso de Caro, De Filippo e Bubbico al governo. Bonaccini candidato in Emilia Romagna. Rossi ricandidato in Toscana. De Luca candidato in Campania. D’Alfonso eletto in Abruzzo. Soru e Caputo paracadutati al Parlamento europeo. Faraone e poi Carbone in segreteria. Descalzi all’Eni. Papà Tiziano in famiglia. Prossimamente Donato Bruno alla Consulta.
È la famosa “svolta garantista”: chi non ha ancora una condanna definitiva è illibato come giglio di campo.
Eppure lo Statuto del Pd, semprechè Renzi lo conosca (lo Statuto e il Pd), dice tutt’altro: “Condizioni ostative alla candidatura e obbligo di dimissioni. Le donne e gli uomini del Partito democratico si impegnano a non candidare, ad ogni tipo di elezione — anche di carattere interno al partito — coloro nei cui confronti… sia stato: a) emesso decreto che dispone il giudizio; b) emessa misura cautelare personale non annullata in sede di impugnazione; c) emessa sentenza di condanna, ancorchè non definitiva, ovvero a seguito di patteggiamento; per un reato di mafia, di criminalità organizzata o contro la libertà personale e la personalità individuale; per un delitto per cui sia previsto l’arresto obbligatorio in flagranza; per sfruttamento della prostituzione; per omicidio colposo derivante dall’inosservanza della normativa in materia di sicurezza sul lavoro…” o “sia stata emessa sentenza di condanna, ancorchè non definitiva, ovvero patteggiamento, per corruzione e concussione”.
Appena finirono dentro le cricche di Expo & Mose, il renzianissimo sottosegretario Luca Lotti annunciò: “Le parole di Matteo contro la corruzione sono un monito, ora diamoci da fare. La pulizia deve cominciare. Ogni strumento va affinato, corretto, messo a punto: il codice etico e lo Statuto sono da cambiare e soprattutto attuare”. Matteo aveva appena promesso il “Daspo” per i corrotti.
Ma tutti avevano equivocato.
Era solo l’acronimo di uno straziante appello a Silvio: dai sposami.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 23rd, 2014 Riccardo Fucile
LO DIMOSTRA LA GRECIA DOVE A FRONTE DI UN CROLLO DELLE RETRIBUZIONI CRESCE LA DISOCCUPAZIONE E AUMENTA IL DEBITO
Le nuove proposte del governo Renzi sul mercato del lavoro mirano ad accrescere ulteriormente la flessibilità dei contratti, prevedendo in alcuni casi anche l’abolizione delle tutele dell’articolo 18 contro i licenziamenti ingiustificati.
I fautori della riforma sostengono che occorre superare le rigidità e i dualismi del mercato del lavoro italiano per rilanciare l’economia e l’occupazione.
Tuttavia i dati dell’OCSE mostrano una realtà ben diversa da quella che viene solitamente raccontata.
Basti notare che tra il 1999 e il 2013 l’Italia ha già fatto registrare una delle più pesanti cadute degli indici di protezione dei lavoratori, addirittura tripla rispetto alla riduzione che si è registrata nello stesso periodo in Germania.
Questo significa, per intenderci, che le riforme Biagi e Fornero hanno accresciuto la precarizzazione del lavoro molto più della famigerata riforma Hartz realizzata in Germania.
Inoltre, oggi l’Italia si caratterizza per un livello generale di protezione dei lavoratori pressochè in linea con quello di molti paesi europei, come Germania e Belgio, e inferiore al livello generale di protezione dei lavoratori in Francia.
Ed ancora, la protezione dei lavoratori a tempo indeterminato è già inferiore a quella che si registra in Germania.
Riguardo poi al dualismo tra lavoratori a tempo indeterminato e lavoratori temporanei, questo in Germania è oltre tre volte maggiore che in Italia.
Infine, come è noto, per la stessa ammissione dell’attuale capo economista del FMI, vent’anni di ricerche empiriche hanno negato l’esistenza di una relazione tra maggiore precarietà del lavoro e minore disoccupazione.
Di fatto, l’unico effetto plausibile dei contratti precari è che essi riducono il potere rivendicativo dei lavoratori e quindi consentono di ridurre i salari.
Ma l’idea che abbattendo i salari si esca dalla crisi è anch’essa smentita dai fatti.
Lo dimostra la Grecia, che nonostante un vero e proprio crollo delle retribuzioni continua a registrare crescita della disoccupazione e aumenti del debito.
Emiliano Brancaccio
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Settembre 23rd, 2014 Riccardo Fucile
A VARESE LA PROTESTA DI MICHELE CHE HA TRASCORSO SEI GIORNI SU UN ALBERO MOBILITANDO I CITTADINI CONTRO LA SOPPRESSIONE ARBITRARIA DI SEDICI CIPRESSI DA PARTE DI ISTITUZIONI OTTUSE
Mi chiamo Michele Forzinetti. Ho ventisei anni. Sono un insegnante di educazione fisica. Lavoro da quando
ne ho sedici. Ho insegnato ad una generazione di varesine a fare le capriole.
Scrivo poesie, non sono un agronomo, non sono un politico, non ho tesseramenti.
Un giorno di Settembre ho deciso di arrampicarmi su un albero con uno zaino
Silenziosamente vi sono rimasto per sei giorni e cinque notti, con poco per resistere, dell’acqua, un libro e un tablet.
Ne ho fatto la mia dimora, mi sono adeguato ai suoi ritmi, condiviso coni suoi abitanti i silenzi di notte umide, fredde e stellate.
Ho iniziato la mia protesta non per reazione, perchè ciò che fai per reazione va ad esaurisi, ma come semplice atto d’amore e di civile responsabilità nei confronti di sedici cipressi, che seppure vicini al palazzo sono totalmente profughi dalle logiche che da li sono emanate.
Il grido alla vita non ha bisogno di ricorsi o carta bollata, ed i tecnici dovrebbero esserne l’uditorio , non il suo mandante
Sono salito per dimostrare che cosa significa essere individuo e battersi per ciò ti tiene vivo e ti permette di respirare.
Convivo e soffro con i miei ideali, e proprio in virtù del doverli accettare senza compromessi, senza bisogno di dargli una casacca politica, ho calato uno striscione-
Non c’è futuro senza radici.
Perchè senza quelle vere, degli alberi, noi non avremmo modo di respirare, e senza quelle della nostra coscienza noi non avremmo che una vita vuota.
Ho deciso di agire personalmente usando l’esperienza del mio lavoro di istruttore e la tenacia nell’intraprendere una battaglia totalmente pacifica e apolitica.
Col trascorrere dei giorni tra la cima e la terra sotto si è creata una bolla di speranza. Soffiata dai bambini con i loro disegni, dalle mamme, dai nonni….la più compassionevole solidarietà civile si è espressa nei confronti miei e dei sedici cipressi condannati.
I giardini di Varese non sono mai stati così vivi.
Vivi di gente, vivi di parole, vivi di idee e di proposte. Ai piedi di un cipresso si è formata un’agorà continua, colorata e spontanea.
Dalle radici è nato un confronto.
Sono salito senza incatenarmi o urlare, portando avanti un sciopero della fame per i primi tre giorni, dichiarando da subito quando sarei sceso e che non sarebbe stato ad’oltranza proprio per non voler creare attrito col comune, e dimostrare che al clamore ed agli insulti si deve rispondere con grazia e fermezza.
Mercoledì notte sono stato tirato giù dal cipresso dai miei amici per un blocco epigastrico perchè non riuscivo a respirare, e portato all’Ospedale di Circolo di Varese in ambulanza. Ecco la risposta alladomanda che più sembra interessare, rispetto al perchè del mio gesto.
La mattina di giovedì all’alba vi sono risalito, perchè sono un testone, perchè dovevo finire quello che avevo iniziato una settimana prima, e dopo qualche ora di sonno ho raccolto lo zaino e le corde e sono sceso. Ma questo è stato già detto e chirurgicamente analizzato da ogni parte.
Non ho preso nessuna multa.
La sera di giovedì con una folla di cittadini variopinta, estranea, autonoma nel suo pensiero abbiamo intonato un coro in salvezza di sedici alberi e del nostro diritto a difenderli.
Sono entrato in consiglio comunale con mio fratello in carrozzina, un bambino, un padre, due ragazze e una nonna, a rappresentare l’uomo e la sua utile diversità .
Ho fatto portare al sindaco un blocco di disegni fatti da bambini delle elementari nei giorni precedenti.
Ho avuto un incontro col sindaco e non vi è stata alcuna mediazione.
La vita non ha mediazione, non ha bandiere.
La vita urla e loro non la vogliono sentire.
Ho chiesto al sindaco di fare un assemblea cittadina al teatro Apollonio impegnandomi a pagare le spese del teatro, in cui ci fossero i tecnici, il sindaco ed un mediatore esterno.
Un’assemblea in cui tutti potessero avere libertà di domandare e di avere una risposta chiara.
Questo non mi è stato concesso, questo non Vi è stato concesso.
Ora non torno alla mia vita normale di insegnante e di zuppa di cipolle perchè siamo stati offesi personalmente ed umanamente tutti, e andrò avanti a raccogliere firme insieme ai ragazzi e alle donne che naturalmente mi hanno aiutato portandomi tè caldo e spontaneità , spendendo il loro tempo per dei “semplici alberi”.
Così semplici che hanno risvegliato nazionalmente una sentimento che va al di là del puro interesse ambientale, ma che investe tutti noi della dignità di difendere quello in cui crediamo.
Io credo alla vita.
Chiunque voglia aderire ai lavori o sottoscrivere la petizione può contattare l’indirizzo e-mail futurosenzaradici@gmail.com
Michele Forzinetti
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Settembre 23rd, 2014 Riccardo Fucile
“LA RIFORMA SUL LAVORO DI RENZI E’ LA NOSTRA RIFORMA”…MA IL PARTITO NAVIGA SOTTO IL LIVELLO DELLE ELEZIONI EUROPEE E STRASBURGO SMENTISCE L’AMMISSIBILITA’ DEL SUO RICORSO
Il timore improvviso che Renzi possa precipitare, il sondaggio choc, la doccia gelata da Strasburgo.
Il lunedì nero per Silvio Berlusconi si materializza nel giro di poche ore in un’imprevista escalation che segna la giornata trascorsa ad Arcore tra dirigenti d’azienda, figli e avvocati.
Il leader di Forza Italia è disposto a tutto, pur di evitare un tracollo eventuale del governo guidato dal segretario Pd.
«Non se lo può permettere l’Italia, le aziende, non ce lo possiamo permettere noi» ha confidato nelle ultime ore a chi lo ha sentito.
La decisione di sostenere la riforma del lavoro annunciata da Renzi diventa quasi una mossa obbligata, nella strategia dell’ex Cavaliere.
«C’è un corto circuito che rischia di paralizzarli, non me l’aspettavo che avvenisse così presto» è la considerazione preoccupata alla quale si è lasciato andare in privato. La paralisi sui membri laici di Csm e Consulta, i veti interni alla maggioranza sull’Italicum e soprattutto la battaglia della sinistra pd sulla riforma del lavoro sarebbero le tre trappole che, a suo dire, rischiano di imprigionare il presidente del Consiglio.
«Se porta avanti quella riforma del lavoro, noi non possiamo voltarci dall’altra parte, è la nostra – ragiona l’ex premier – Se invece farà retromarcia, ci farà comunque un regalo enorme, per loro saranno guai».
La tesi insomma è che, in ogni caso, su questa partita Forza Italia ne esce vincitrice. Con la prospettiva – sulla quale molto spinge Brunetta, per la verità , tra lo scetticismo di altri – di un ingresso carpiato in maggioranza qualora i loro voti sulla riforma risultassero determinanti.
Sta di fatto che nel partito (con l’eccezione degli oppositori interni, da Fitto a Capezzone) ormai nessuno si scandalizza a sentir parlare perfino di fiducia sul lavoro. «Il soccorso azzurro è in realtà un soccorso al Paese – spiega al Tg5 a sera il consigliere politico Giovanni Toti – a differenza della sinistra noi pensiamo al bene degli italiani, non certo del Pd, perciò se la riforma del lavoro non verrà snaturata siamo pronti a dare un contributo ad approvarla».
Berlusconi rientra oggi a Roma, incupito, raccontano, anche dai numeri di un sondaggio molto riservato e piuttosto disastroso che gli sarebbe stato consegnato nelle ultime ore.
Il responso inchioda il partito a una percentuale inferiore perfino a quella delle Europee (era il 17). Un 15-16 che ha fatto strabuzzare gli occhi, ma che deve restare nei cassetti per evitare di alimentare il coro dell’opposizione interna anti Renzi.
Se i numeri fossero quelli, sarebbe la conferma che la linea pro-governo non paga.
Ma allo stesso tempo, ragiona il leader, un argomento altrettanto valido per dare una mano ed evitare il tracollo dell’esecutivo e le urne a breve.
Ecco perchè il capo di Forza Italia è intenzionato più che mai a portare avanti l’operazione azzeramento e rinnovamento interno, stanco dei vecchi dirigenti. Incontrerà nel pomeriggio i coordinatori regionali dei club “Forza Silvio” coordinati da Marcello Fiori, coinvolti a pieno nel nuovo progetto.
Con Strasburgo e la Corte europea dei diritti dell’Uomo l’entourage berlusconiana ha confezionato invece un pasticcio.
Il ricorso sulla sentenza Mediaset deve ancora cominciare il suo esame, non è stato mai dichiarato ammissibile. La precisazione arriva direttamente dalla Corte europea, che ha smentito (all’ Ansa e poi con un comunicato ufficiale) l’annuncio fatto pochi giorni fa dal legale di Berlusconi Piero Longo.
L’avvocato aveva dato notizia del primo sì di Strasburgo all’ammissibilità del ricorso per violazione delle norme sul giusto processo.
Forza Italia in serata costretta a correre ai ripari a sua volta, «apprezzabili le dichiarazioni della Corte, aiutano a fare chiarezza» si legge.
A consolare Berlusconi, raccontano, solo la notizia che la procura di Trani ha chiesto il rinvio a giudizio di sei manager ed analisti di Standard&Poor’s per il declassamento dell’Italia nel 2011.
L’accusa è quella di «intenzionale manipolazione del mercato finanziario».
Per il leader forzista la conferma del «complotto» ai suoi danni: «Piano piano tutto sta venendo alla luce e si capiscono tante cose».
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
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