Settembre 3rd, 2014 Riccardo Fucile
100 MILA PRECARI DA ASSUMERE, SENZA SCATTI DI STIPENDIO, COME FECE IL PDL, COPRONO CHI VA IN PENSIONE O POCO PIÙ
La riforma della scuola non sarà una riforma.
Questa è la prima certezza che si ricava dalla pubblicazione, prevista per questa mattina alle ore 10 sul sito passodopopas  so.it  , del Rapporto sulla scuola pubblica più volte annunciato da Matteo Renzi.
Si chiamerà la “Buona scuola” e, appunto, invece di una riforma rappresenta le “Linee guida” che saranno messe a disposizione del mondo degli insegnanti, degli studenti, delle famiglie per l’ennesima consultazione popolare che dovrebbe tenersi dal 15 settembre al 15 novembre.
Poi, con calma, si tracceranno i vari provvedimenti. Qualsiasi novità , comunque, non potrà che vedere la luce con il prossimo anno scolastico, quello che prenderà il via a settembre del 2015.
In attesa del piano governativo, le indiscrezioni dei giorni scorsi si sono accumulate l’una sull’altra.
Un po’ più di chiarezza, però, l’ha fatta lo stesso Renzi, proprio ieri, pubblicando la sua E-news mensile in cui un passaggio è dedicato proprio alla scuola.
Fra vent’anni, scrive Renzi, “l’Italia sarà come l’avranno fatta le maestre elementari, gli insegnanti di scuola superiore, le famiglie che sono innanzitutto comunità educanti”.
Per questo, dice il premier, “noi non facciamo l’ennesima riforma della scuola” ma proponiamo “un nuovo patto educativo”.
Saranno “proposte” e non dei “diktat prendere o lasciare” scrive ancora Renzi.
E qui arrivano i punti salienti: “Proporremo agli insegnanti di superare il meccanismo atroce del precariato permanente e della ‘supplentite’, ma chiederemo loro di accettare che gli scatti di carriera siano basati sul merito e non semplicemente sull’anzianità : sarebbe, sarà , una svolta enorme”.
La frase, incomprensibile per i più, può voler dire una cosa già circolata nelle bozze allo studio.
Si tratta di rivedere le piante organiche della scuola pubblica, adeguando l’organico di diritto (più basso) a quello di fatto o funzionale (più alto) in modo da dotare le scuole del personale necessario a svolgere le lezioni.
Quindi, sulla carta , fine delle supplenze.
Non significa però che tutti i precari oggi in circolazione verranno assunti, come ha più volte sottolineato Renzi.
Anzi, è probabile che sfruttando un ampio turn-over offerto dall’andata in pensione di molti insegnanti entrati in servizio negli “anni d’oro” dei 70, si arrivi a una stabilizzazione più o meno consistente — 100 mila? — nel giro di tre anni.
Un modo per stare dentro i margini finanziari rispettando in questo modo i tagli mai più recuperati della riforma Gelmini.
In cambio, dice Renzi, gli insegnanti devono rinunciare agli scatti automatici progressivi e accettare scatti di stipendio basati sul merito.
Problema spinoso perchè nella scuola italiana è difficile capire cosa sia e chi possa stabilire il merito.
In ogni caso, una soluzione del genere è stata già applicata nel 2011 con il ministro Gelmini, quando i sindacati, tranne la Cgil, accettarono la soppressione dello scatto nei primi tre anni per portarlo a otto.
Ne derivò un risparmio che permise la stabilizzazione di circa 67 mila precari.
Oggi si potrebbe produrre uno scambio analogo.
L’obiettivo di Renzi in ogni caso è di parlare direttamente a “famiglie e studenti” per chiedere loro se “condividono le nostre proposte sui temi oggetto di insegnamento: dalla storia dell’arte alla musica, dall’inglese all’informatica”.
L’aspetto mediatico dell’iniziativa consiste anche nella volontà di scavalcare gli insegnanti per parlare direttamente a tutto il resto, famiglie in primis.
In questa logica si spiega l’intenzione di ridare centralità alle scuole private con l’ipotesi della defiscalizzazione della spesa per le rette.
Misura che potrebbe valere anche diverse centinaia di milioni. Ma anche l’idea di paragonare i presidi ai sindaci, dando loro più ruolo, responsabilità e autonomia. Infine, la centralità , ribadita più volte, della “alleanza scuola-lavoro” anche con l’enfasi posta sulla riforma dello Statuto dei Lavoratori per tendere a quel “modello tedesco” riscoperto ormai come strategico.
Ieri, non a caso, Renzi ha visto a lungo anche il ministro Poletti per mettere a punto il piano sulla delega-lavoro la cui discussione riprende domani al Senato.
E che al premier non dispiacerebbe appaiare al dibattito sulla scuola pubblica.
La consultazione popolare, dunque, scatta dal 15 settembre al 15 novembre, poi, nella legge di stabilità , “ci saranno le prime risorse e da gennaio gli atti normativi conseguenti”.
Come si vede, non si va più di corsa ma “passo dopo passo” perchè, dice lo stesso Renzi, “la scuola non si cambia con un decreto”.
Forse nemmeno con due.
Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano“)
argomento: scuola | Commenta »
Settembre 3rd, 2014 Riccardo Fucile
“FARE IL SIMPATICO FA PRESTO A STUFARE, PIU’ CONCRETEZZA E STILE”
«Ma cosa significa riforma della scuola? Come deve essere la scuola per Matteo Renzi? Francamente non si capisce. Una riforma si annuncia quando hai nero su bianco un disegno complessivo, un programma di sistema. Altrimenti rischi di fare annunci a vanvera… »
Massimo Cacciari non vuole accusare Matteo Renzi di «annuncite acuta», come fanno in molti.
Sottolinea che il Presidente del Consiglio «è pieno di buona volontà , ha molte energie e idee». Solo gli consiglia di «mettere un po’ di ordine tra i suoi vari fini. Essere meno generico e più concreto. E avere uno stile un po’ più da statista. Altro che secchiate d’acqua in testa e gelati in mano… Essere simpatico fa presto a stufare ».
Professor Cacciari, la scuola è una cosa molto seria, che tocca da vicino la vita delle famiglie. Cosa si aspetta lei dal Governo in questo campo?
«Bisogna ridurre drasticamente i tempi dello studio. Arrivare alla fine della scuola a 18 anni, non un secondo dopo. Per l’università puntare tutto sull’autonomia, abbandonando ogni mentalità centralistica. E eliminare il valore legale del titolo di studio».
Cercando di andare piano con gli annunci
«L’uomo politico si trova spesso per necessità a dover fare annunci. Questo può anche essere un fenomeno positivo. Un modo per indicare i programmi che si hanno in testa. Se ho un fine e lo indico non sono affetto da annuncite».
Quando si scivola, invece, nell’annuncite?
«Quando non esprimo coerenza. E faccio fuochi d’artificio. Se un giorno parlo di Jobs Act, quello dopo di riforma del Senato, l’altro ancora di riforma della scuola, senza un programma di sistema… »
Un po’ quello che sta facendo Renzi?
«Ma no, il suo problema è decidere da che parte cominciare a srotolare il gomitolo. Mettere un po’ di ordine. Avere metodo. Visto che di soldi non ce ne sono molti dovrebbe cominciare col semplificare le procedure. Per esempio semplificare la giustizia amministrativa, il pagamento delle tasse ».
Invece Renzi è partito dalle riforme istituzionali.
«Sì, mi è sembrata un po’ una mentalità alla Berlusconi. Come dire «non mi permettono di decidere ».
Professore è decisamente severo con Renzi. Finita anche per lei la luna di miele?
«Renzi va bene. Anche perchè, non dimentichiamolo, a lui sembra andare a pennello il soprannome “Tina” che davano al primo ministro inglese Margaret Thatcher ».
L’acronimo di «There is no alternative »(non ci sono alternative).
«Esatto. Ci piaccia a no».
Dica la verità non va matto per lo stile renziano?
«Prima di gettarsi il secchio di acqua gelata in testa avrebbe fatto bene a informarsi se lo avrebbero fatto anche gli altri capi di Stato, come Obama o la Merkel. Cominci ad avere anche lui un po’ di stile da statista».
Carlo Brambilla
(da “La Repubblica“)
argomento: Renzi | Commenta »
Settembre 3rd, 2014 Riccardo Fucile
SOLIDARIETA’ DELLE MASSIME CARICHE DELLO STATO A DON CIOTTI, MA DI MATTEO ASPETTA ANCORA UNA TELEFONATA
Tecnicamente si chiama “eterogenesi dei fini”: quando un’azione produce l’effetto opposto a quello sperato dal
suo autore.
È quel che accade ai nostri politici che tentano di negare o sminuire la trattativa Stato-mafia, e più ci provano più ne confermano l’esistenza e l’importanza.
L’altro giorno sono state depositate e rese note alcune conversazioni fra Totò Riina e il suo compare di 41-bis, in cui il boss delle stragi augura la morte a don Luigi Ciotti. Il presidente Napolitano e il premier Renzi hanno subito telefonato al sacerdote per dargli la solidarietà delle istituzioni, com’è giusto, doveroso e normale che sia. Purtroppo non hanno fatto altrettanto nove mesi fa, quando furono divulgate le frasi di Riina che non si limitava a voler morto il pm Nino Di Matteo, ma aggiungeva ripetutamente, ossessivamente che va eliminato con una strage tipo Capaci e via D’Amelio, e che “dobbiamo farla subito”.
Da allora, era la fine del 2013, si attende che Napolitano e Renzi chiamino Di Matteo o almeno pronuncino il suo nome e cognome accanto alla parola solidarietà , ma in quasi 300 giorni non han trovato un minuto per farlo.
Perchè? Non è un’illazione dedurre dal loro silenzio che Di Matteo è un condannato a morte di serie B, anzi di serie C perchè ha il grave torto di indagare sulla trattativa, ha osato ascoltare Napolitano a colloquio con Mancino (nelle quattro bobine poi fatte distruggere nel giorno del suo reinsediamento al Colle), addirittura di convocarlo come testimone al processo in Corte d’Assise.
Chissà la soddisfazione di Riina nell’apprendere che il suo nemico pubblico numero uno è anche il nemico pubblico numero uno dei vertici dello Stato.
Per fortuna, là dove non arriva la politica, osa il cinema.
Al Festival di Venezia sono due i film che parlano di trattativa: due gioiellini firmati da Franco Maresco (Belluscone) e da Sabina Guzzanti (La trattativa).
Prima ancora che venissero proiettati, avevano già attirato un mare di critiche: non dal punto di vista artistico o storico (nessuno li aveva ancora visti), ma da quello politico. E qui l’aggettivo “politico” è sinonimo di “omertoso”: di mafia, peggio se associata allo Stato, è meglio non parlare.
È quel che sostiene anche il vero protagonista del film di Maresco, che non è Berlusconi (il titolo col cognome storpiato è pura satira), ma un palermitano piccolo piccolo: Ciccio Mira, impresario di cantanti neomelodici e di feste popolari nei quartieri più mafiosi di Palermo, come Brancaccio, feudo dei fratelli Graviano e base di partenza delle stragi di via D’Amelio nel ’92 e di Firenze, Milano e Roma nel ’93.
I palchi dei concerti sono posizionati dinanzi alle case dei boss, a mo’ di inchino. E al termine il cantante rivolge un commosso e deferente saluto “agli amici ospiti dello Stato”, i mafiosi detenuti al 41-bis, augurando loro “un presto (sic) ritorno a casa”.
La storia è quella del sottoproletariato palermitano, rigorosamente filomafioso e berlusconiano (ma chissà che non stia diventando renziano).
Peraltro speculare ai figli della buona borghesia che, intervistati in discoteca, parlano di mafia esattamente come i figli di Brancaccio: “Il 23 maggio? Un giorno come un altro”, “Il 19 luglio? Si sposò mia sorella”, “La trattativa Stato-mafia? Niente so, ma non penso ci sia stata”, e comunque “meglio la mafia che lo Stato, no?”.
Il film di Maresco non è un film su Brancaccio, e nemmeno su Palermo, e neppure sulla Sicilia: ma sull’Italia.
Al di là delle declamazioni retoriche, quelle risposte in discoteca corrispondono perfettamente al pensiero di gran parte della nostra classe politica, della Prima e della Seconda e della Terza Repubblica (si fa per dire, ovvio).
Infatti ieri, per non farci mancare nulla, il forzista Lucio Malan — valoroso esponente della maggioranza che sta riscrivendo, cioè devastando la Costituzione — ha chiesto il sequestro del film per l’“immagine negativa” che dà di Berlusconi (forse quando mostra la faccia di Dell’Utri, o la foto di Mangano, o la tomba di Bontate) e dell’Italia. Testuale: “Il cinema può essere un veicolo eccezionale di promozione non solo turistica, ma anche economica” e non dovrebbe “indulgere sulla mafia”.
Bravo Malan, e grazie.
Sei tutti loro.
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”)
argomento: mafia | Commenta »
Settembre 2nd, 2014 Riccardo Fucile
IL PAROLIERE DI IGLESIAS NON AVEVA DI MEGLIO DA FARE CHE DEDICARE UNA CANZONE ALLA MARIA ELENA… IL TUTTO IN MANIERA RISERVATA SU “CHI”….LEI E’ “LUSINGATA”, LUI APPREZZA “IL SUO CARISMA”, GLI ITALIANI SE NE FOTTONO
“Ringrazio Gianni Belfiore, lo storico paroliere di Julio Iglesias per avermi dedicato una canzone. Anzi mi meraviglio che abbia scelto proprio me. Io amo la melodia italiana e nonostante non appartengano alla mia generazione, conosco le canzoni più celebri di Julio Iglesias da “Se mi lasci non vale” a “Manuela””.
Così il ministro Maria Elena Boschi, commenta in esclusiva con “Chi”, nel numero in edicola mercoledì 3 settembre, il testo della canzone scritta in suo onore da Gianni Belfiore, storico paroliere di Julio Iglesias ma anche di Raffaella Carrà e Fred Bongusto.
Belfiore ha scritto per il ministro Boschi il brano intitolato “Immagine” e ha rivelato in anteprima il testo al settimanale diretto da Alfonso Signorini.
La prima strofa della canzone recita: “A prima vista fai innamorare per quel tuo fascino vellutato che non si lascia decifrare, sei come la compagna di scuola del liceo, il simbolo dell’amore dove il sesso si fa reo”.
“Ho scritto una canzone per lei perchè la Boschi emana un carisma che nemmeno lei sa di avere”, spiega a “Chi” Gianni Belfiore.
“Ha un alone di mistero e sensualità non comune. E’ giovane e tosta ma poi, alla sera si ritrova triste e sola davanti alla tv. Tutto ciò è molto umano”.
“Dalle parole di Belfiore”, commenta a “Chi” il ministro Boschi “arriva un augurio a me e a tutte le donne della mia età a trovare la persona adatta con la quale condividere la vita. Certo io l’ho sempre dichiarato che sarei felice di trovarla e di avere dei figli. Non sono assolutamente alla spasmodica ricerca di un fidanzato, ma è normale che avverta una simile esigenza in questo momento della vita, anche se il mio impegno principale resta quello istituzionale”.
E su chi vedrebbe come interprete della canzone a lei dedicata Maria Elena Boschi dice: “Cremonini è bravissimo e a me piacerebbe sentirlo cantare, ma credo che scriva da solo le sue canzoni. E poi chissà se si trova qualcuno disposto a cantare una canzone scritta per un ministro”.
(da “Huffingtonpost”)
argomento: Costume | Commenta »
Settembre 2nd, 2014 Riccardo Fucile
ALTRO CHE VITTORIA DELL’ITALIA… I TRE COSTI CHE HA DOVUTO PAGARE IL NOSTRO PAESE
Alea iacta est! Il dado è tratto e il nuovo commissario per la Politica Estera è stato scelto dai Capi di Stato e/o
di governo europei. Anzi, “è stata scelta”, visto che si tratta di una donna.
“Lady Pesc” succede così a ” Lady Pesc”, in una continuità che speriamo si limiti solo al sesso, considerato il livello bassissimo delle prestazioni fornite da Lady Ashton nel corso del precedente mandato.
La prescelta, ancora in attesa dell’indispensabile conferma da parte del Parlamento Europeo, è il ministro degli Esteri italiano Federica Mogherini, candidata dal nostro presidente del Consiglio e accettata dagli altri responsabili soltanto dopo dure e prolungate polemiche imperniate sul fatto che la Mogherini veniva considerata priva della necessaria esperienza nel settore della politica estera, nonchè troppo filorussa per i gusti dei paesi del Nord e soprattutto dell’Est europeo
Si è così generato un vero e proprio stallo che ha finito col ritardare di circa un mese la definizione dei nuovi titolari delle cariche europee in rinnovo ed è stato superato soltanto dopo lunghe trattative, centrate sul do ut des, che hanno coinvolto tutti i responsabili.
Alla fine, comunque, la Mogherini ha prevalso. Un fatto che a prima vista costituisce un’indubbia vittoria dell’Italia che si trova ora ad avere due suoi funzionari, il governatore della Bce Mario Draghi e la neo-eletta Lady Pesc, al vertice delle istituzioni europee.
La sensazione di “vittoria nazionale ” è stata accresciuta dal modo in cui la nomina è stata accolta e salutata dalla nostra stampa, pronta a osannare il successo raggiunto, se non addirittura ad indicarlo come un trionfo personale del nostro giovane e iperattivo presidente del Consiglio.
In questo clima nessuno si è posto il problema di impostare un corretto bilancio, valutando quanto la nomina della Mogherini sia costata alla Italia e decidendo soltanto dopo un confronto fra profitti e perdite se l’elezione della nostra candidata possa essere considerata una vera vittoria o non sia invece, se non una sconfitta, perlomeno una vittoria di Pirro.
La scelta del ministro degli Esteri per la carica di Commissario ha infatti comportato per il nostro Paese costi in tre settori che, pur essendo ben diversi l’uno dall’altro, hanno finito con l’addizionarsi, configurando un totale negativo di tutto rispetto.
Il primo è il costo di ciò che avremmo potuto avere e a cui abbiamo rinunciato ostinandoci a mantenere sul tavolo la nostra proposta iniziale.
In parecchi momenti della trattativa è apparso chiaro che i nostri interlocutori erano disposti a offrirci, qualora avessimo rinunciato alla carica Pesc, il posto di presidente dell’Unione – fino a ieri occupato da Van Rompuy – per Enrico Letta.
Veniva inoltre fatta balenare la possibilità di concedere all’Italia anche quello di Commissario alle politiche agricole, per cui avevamo una potenziale candidatura considerata tecnicamente fortissima: quella di Paolo de Castro, ex ministro della Agricoltura e attuale presidente della Commissione Agricoltura del Parlamento Europeo.
La scelta Mogherini ci è quindi costata, ed è questo il primo punto, il posto di presidente del Consiglio Europeo e quello di commissario alle Politiche Agricole, un posto di tutto rilievo in quanto comporta la gestione di circa il 50% del bilancio dell’Unione.
Il secondo costo è quanto abbiamo pagato nel do ut des derivante dalla necessità di acquisire il supporto – soprattutto dei paesi maggiori – per l’elezione della Mogherini.
È un costo difficile se non impossibile da valutare nel dettaglio, visto che i particolari delle trattative sono – e resteranno – noti soltanto al presidente del Consiglio, al ministro degli Esteri e ai loro “sherpa”, cioè proprio alle persone che meno hanno interesse a pubblicizzarli
Di sicuro però possiamo riscontrare come, alla fine del valzer delle nomine, la Germania si sia garantita – attraverso la scelta già avvenuta di Juncker e Tusk e quella, per ora solo probabile, dello spagnolo de Guindos – il pieno rispetto di quella politica dell’austerity che le è cara e che l’Italia invece vorrebbe modificare in molti dei suoi aspetti.
Un secondo costo quindi per il nostro paese; un costo che può rivelarsi particolarmente pesante.
Il terzo costo infine è quello che la nostra politica e la nostra economia dovranno pagare allorchè la Mogherini e di conseguenza il nostro governo saranno costretti ad allinearsi su posizioni che avremmo rifiutato per evitare di dare nuova voce alle accuse di essere eccessivamente filo-russi.
Nella complessa partita a scacchi che si gioca attualmente fra Russia e Unione Europea, e che ha come posta il futuro dell’Ucraina, i nostri interessi coincidono infatti solo in parte con quelli dei consoci europei del Nord e dell’Est.
Se li seguiamo senza temperarne l’iniziativa rischiamo quindi di trovarci in situazioni di cui subiremmo tutti gli svantaggi senza condividerne i guadagni.
Un terzo costo di cui potremo riparlare questo inverno, magari in presenza di forti difficoltà nel rifornimento del gas indispensabile al nostro paese.
Tre costi che si sommano l’uno all’altro, per un totale che si intravede già come considerevole.
Giuseppe Cucchi
(da “Limes”)
argomento: Europa | Commenta »
Settembre 2nd, 2014 Riccardo Fucile
L’ARTIFICIO DI DIVIDERE GLI ITALIANI TRA CHI VUOLE IL CAMBIAMENTO E CHI NO… COME SE NON ESISTESSE UN CAMBIAMENTO BUONO, UNO CATTIVO E UN ALTRO UTILE SOLO AL POTERE DI UNO, OVVERO LUI
Piccoli gufi crescono, si direbbe, con l’autunno che incombe. I dubbi sulla capacità di Matteo Renzi di trasformare in provvedimenti utili e concreti gli annunci altisonanti di radicali miglioramenti della vita mostrano che è sempre più evidente il carattere demagogico della sostanza: illudere e dare speranza a chi ha perso tutte o quasi le speranze.
Tutto questo non è una novità per chi dall’inizio ha criticato e denunciato chi con abilità da prestigiatore ha trovato compagni di strada impresentabili in qualunque Parlamento democratico, alleandosi con la destra di Silvio Berlusconi e convincendo nel nome del “potere” che lui soltanto è ancora in grado di assicurare e distribuire, potere e briciole di potere, a quasi tutti quelli che si dicevano “di sinistra”.
Nella natura di Renzi c’è infatti questa certezza: di essere un “predestinato”, uno caro agli dei sin dalla prima giovinezza.
Un destino già scritto, in nome del quale sacrificare e spegnere ogni voce critica: operazione non difficile in un Paese ancora tanto distante dalla idea di democrazia della libertà .
Chi lo sostiene ancora senza tentennamenti recita un copione abbastanza omogeneo: le riforme che vuole questo presidente del Consiglio sono quelle che servono all’Italia: velocità nelle decisioni del governo, fine delle ostilità contro Berlusconi.
Le due cose si sorreggono l’una con l’altra. E’ stato proprio Berlusconi l’inventore della linea decisionista, sollecitata da Bettino Craxi e da B. ereditata.
Renzi non ha fatto altro che sposarla, in un’epoca in cui la politica aveva pochissimo se non niente da offrire tranne gli eredi dei vecchi capipartito e lo spettro di Grillo.
Paese corrotto, nazione infetta. Renzi ha cominciato presto a misurare le distanze dall’uomo di Arcore e si sono piaciuti. Si sono intesi.
Cosa avevano, cosa hanno in comune? E cosa invece li distingue?
Sono domande interessanti, che mi sento rivolgere più volte. Ma che non intaccano il cuore del problema.
Certamente Renzi sapeva fin dall’inizio che, una volta conquistata la presidenza del Consiglio, non avrebbe potuto contare da subito su due Camere totalmente allineate, dal momento che erano state nominate in altri tempi.
Dunque l’alleanza con Berlusconi gli era e gli è tuttora essenziale almeno fino a quando la sua abilità e l’assenza di altre prospettive non gli avranno consegnato il potere assoluto sull’unica Camera rimasta, comunque non eletta ma nominata attraverso una legge elettorale quale che sia.
Perchè anche questa sarà concordata con Berlusconi e, come si sa, all’ex cavaliere serve di poter scegliere lui i suoi uomini in Parlamento (si fa per dire, dovremo presto abituarci a scriverlo tra virgolette).
La conferma ci viene dalla Toscana, dove nonostante i dubbi espressi da un giurista come Enzo Cheli si sta per votare un pasticcio con listini facoltativi imposto da Forza Italia che metterà la regione al primo posto tra gli esempi negativi come lo è stata in questi anni.
Dunque, non si muove foglia che Berlusconi non voglia, o a cui sia veramente (e non per finta) contrario.
Ora la strategia mediatica è quella di dividere gli italiani in due categorie: chi vuole il cambiamento di tutto ciò che non va nel nostro Paese e chi invece vuole “arroccarsi” nel vecchio.
Tra chi vuole che ci sia qualcuno che decide, e invece chi vuole che nulla si decida e tutto possa essere oggetto di trattativa e discussione.
Messa in questi termini la questione, è facile dire da che parte uno sta.
Ma si tratta di semplificazione, di espediente ottimo per dibattiti televisivi. Di un artificio.
E’ abbastanza ovvio infatti che c’è cambiamento buono e c’è cambiamento cattivo. C’è cambiamento inevitabile, non rinviabile per il bene di tutti i cittadini. E c’è cambiamento utile solo al potere di uno o di pochissimi.
Qui passa il discrimine. Si chiama: difficoltà e responsabilità del governare.
Governare per tutti e non per acquisire potere personale. I vecchi democristiani sapevano benissimo di che si tratta. Renzi anche lo sa, ma ci sparge sopra il cono del gelato e le sue battute che, come le barzellette di Berlusconi, cominciano finalmente a non far ridere nessuno.
Ha scritto recentemente Walter Veltroni che “la democrazia imbelle genera bisogno di autoritarismo. Per questo si deve andare avanti, in Italia come in Europa, con riforme che rendano veloce, nitido e tracciabile il processo democratico a tutti i livelli”.
Per ora la democrazia del partito unico renziano si orienta esclusivamente verso il primo dei tre aggettivi; “veloce”.
Di “nitido” e di “tracciabile” c’è molto poco.
O forse nulla.
Sandra Bonsanti
argomento: Renzi | Commenta »
Settembre 2nd, 2014 Riccardo Fucile
“NON E’ IL MIO MODELLO MA LE NOSTRE IMPRESE POSSONO TRARNE BENEFICI”…E TRA POCO IN RUSSIA A OMAGGIARE L’IMPERIALISMO SOVIETICO
Matteo Salvini, appena sbarcato all’aereoporto di Milano, è tempestato di telefonate per sapere cosa ci è
andato a fare in Nord Corea con il senatore Antonio Razzi.
“Da parte mia c’era grande curiosità verso il 38mo parallelo e ho accolto di buon grado l’invito che mi hanno rivolto Razzi e l’associazione parlamentare Amicizia Italia-Corea. Certo è che il mio modello di libertà è ben distante da quello di Kim Jong-Un e del partito comunista nordcoreano.”
Salvini ci tiene a precisare subito che preferisce non condannare nè giudicare: “Finiremmo per emarginare milioni di cittadini che pagano il dazio di un embargo ingiusto e fuori dal tempo. Ma ovviamente non posso considerare la Repubblica nordcoreana come la Svizzera, come invece ama ripetere Razzi. Di sicuro però non è il regno di Satana”.
Durante la visita si è discusso anche di questioni commerciali ed economiche in vista di futuri accordi bilaterali.
Insieme a Salvini e Razzi anche alcuni imprenditori italiani che già lavorano sul territorio di Pyonyang: “Hanno bisogno di know how per quanto riguarda l’agricoltura, il turismo e le energie alternative — spiega Salvini — e le imprese italiane possono trarre grandi benefici da tutto questo. Ci sono già due milioni di piante di mele del Trentino in Nord Corea e molto ancora è possibile per esportare i nostri modelli di agricoltura biologica. La Nord Corea è una sfida che dobbiamo saper cogliere”.
Il leader della Lega nega di essere a conoscenza del contenuto della lettera che Silvio Berlusconi ha indirizzato al dittatore Kim Jong-Un (“Non ho la più pallida idea di cosa ci fosse scritto, è una questione di cui dovete parlare con Razzi”), mentre conferma la storia dell’allenatore di calcio di cui il suo compagno di viaggio ha raccontato a Repubblica: “Si tratta di un progetto per portare alcune centinaia di ragazzini nordcoreani a fare degli stage presso le giovanili di alcune squadre di serie A e B italiane.”
E visto che Antonio Razzi ha portato in dono a Kim Yong-Nam, presidente dell’Assemblea suprema del Popolo della Corea del Nord, un sacchetto di confetti abruzzesi, anche il segretario della Lega Nord ha fatto il suo regalo: una scultura del Trentino portata da alcuni amici imprenditori di Trento.
“Sono stati cinque giorni particolari — prosegue Salvini — senza internet e senza cellulari con notti stellate senza alcuna luce nelle case. Un mondo a parte che ci è lontano. Ma con note speciali laddove i bambini nei pomeriggi si riversano nelle strade a giocare tutti insieme senza problemi di sicurezza. Un po’ come tornare ai tempi dei nostri nonni e al loro spirito di comunità ”.
Archiviato il viaggio in Nord Corea, Salvini si prepara a quello del prossimo mese in Russia. Decisamente più politico visti gli ottimi rapporti che il Carroccio mantiene da alcuni mesi con Vladimir Putin e la presa di posizione filorussi in occasione della crisi in Ucraina.
Con Salvini i vertici dell’Associazione Lombardia-Russia e gli europarlamentari del Carroccio a Strasburgo.
Marzio Brusini
(da “L’Espresso”)
argomento: LegaNord | Commenta »
Settembre 2nd, 2014 Riccardo Fucile
UN PREMIER SEMPRE AFFACCENDATO TRA FACEBOOK, TWITTER, WHATSAPP E INSTAGRAM MA UNO DEI PAESI PIU’ ARRETRATI AL MONDO SUL DIGITALE
Ci ha spezzato le reni, per dirla ironicamente, anche la Grecia.
Da ieri, sentenzia il sito netindex.com che misura la velocità di download domestica sulla base di cinque milioni di test al giorno, siamo novantottesimi al mondo.
Dopo l’amata e malmessa Ellade e davanti al Kenya.
Nel dicembre 2010 eravamo al 70 º posto. Nel dicembre 2012 all’84 º. Sempre più giù, giù, giù.
Coi nostri mediocri 8,51 megabyte mediamente scaricabili al secondo siamo ultimi tra i Paesi del G8 (penultimo è il Canada che svetta dal 23,09: il triplo), penultimi tra quelli europei davanti alla Croazia e ultimissimi tra i 34 dell’Ocse.
Abissalmente lontani dalla velocità con cui scaricano dal Web i cinesi di Hong Kong, quasi undici volte la nostra, ma anche i sudcoreani, gli svedesi, gli svizzeri.
C’è chi dirà : si tratta di realtà disomogenee e in qualche modo eccentriche rispetto alle realtà economiche, tanto da vedere ai primi posti per eccellenza della Rete la Romania, dove però i cittadini dialogano ancor peggio di noi con gli sportelli informatici pubblici. Vero.
Resta il fatto che in classifica siamo staccati di 58 gradini dalla Cina, 65 dalla Spagna, 69 dalla Germania, 71 dalla Gran Bretagna, 76 dalla Francia con la quale fino a una dozzina di anni fa eravamo sostanzialmente alla pari.
Per non dire della velocità di upload, cioè del tempo che si impiega per caricare un documento in Rete: quattro anni fa eravamo ottantaseiesimi. Oggi siamo al 157 º posto. Molto ma molto più distanti dalla Francia che dal Congo o dal Burkina Faso.
Ora, se il Web servisse solo ai ragazzini per dibattere dei tatuaggi preferiti o alle amanti della tisana per consigliare la menta piperita, poco male.
Il nodo, come dimostra un’analisi di MMOne Group su dati Eurostat, è che la Rete è sempre più un volano per l’economia.
Il fatturato delle imprese europee ricavato dal Web nel 2013 è stato in media del 14%. Ma la Gran Bretagna e la Slovacchia sono già al 18, la Repubblica ceca al 26, l’Irlanda al 31%: quasi un euro su tre, a Dublino e dintorni, arriva via Internet.
Noi siamo al 7%: la metà o meno delle altre europotenze.
Per non dire del turismo, che vive un boom spropositato a livello planetario ma che solo parzialmente ci sfiora nonostante il nostro immenso patrimonio culturale, paesaggistico ed enogastronomico.
Il business vacanziero europeo dipende per un quarto dal Web ma la quota si impenna fino al 39% nel Regno Unito.
Noi siamo al 17%: nettamente sotto la Francia e la Spagna, le concorrenti dirette.
Quanto al rapporto fra cittadini e pubblici sportelli, un’altra ricerca MM-One sui Paesi che sfruttano meglio le potenzialità della Rete dice che, se la Danimarca sta a 100, noi siamo a 9. Umiliante.
Come se mancasse la consapevolezza, al centro e in periferia, di quanto il settore sia centrale. Come se nessuno si fosse accorto che perfino qui da noi, negli ultimi anni, come spiega l’Agenda digitale italiana, il Web ha creato 700 mila posti di lavoro: sei volte più degli addetti di un settore storico quale la chimica.
Eppure, davanti a un quadro così, lo stesso governo del primo premier incessantemente affaccendato tra Facebook e Twitter, WhatsApp ed Instagram pare aver deciso, stando alle bozze dello Sblocca Italia, di limitare gli aiuti per l’estensione della banda larga, sulla quale siamo in angoscioso ritardo sulla tabella di marcia europea, agli sgravi fiscali (sostanziosi o meno non si sa) per chi investirà sulle «aree a fallimento di mercato», quelle dove gli operatori non mettono soldi per paura di perderci.
Che dire? #inboccaallupo.
Gian Antonio Stella
(da “il Corriere della Sera“)
argomento: Renzi | Commenta »
Settembre 2nd, 2014 Riccardo Fucile
ECCO COME E PERCHà‰ LA “PROROGA DELLE CONCESSIONI” DELLO “SBLOCCA ITALIA” FA FELICI BENETTON, GAVIO, COOP, BANCHE… SODDISFATTO PURE VITO BONSIGNORE CON LA SUA ORTE-MESTRE
Che pacchia lo Stato in bolletta per i signori delle autostrade. Siccome di soldi pubblici per finanziare la
costruzione di nuove tratte non ce ne sono più, i concessionari si travestono da Babbi Natale, promettono investimenti per oltre 12 miliardi di euro e in cambio ottengono dal governo di Matteo Renzi, con il decreto Sblocca Italia, una cosetta di appena tre parole, «allungamento delle concessioni», che detta così sembra acqua fresca, ma è una miniera d’oro.
Le autostrade sono come bancomat e per chi le gestisce non c’è rischio di impresa o quasi, i pedaggi aumentano sempre e automaticamente, collegati come sono all’inflazione e ai piani di investimento finanziario calcolati con complicatissimi algoritmi.
“Allungamento delle concessioni” significa dilatare nel tempo l’accesso dei signori del casello al bancomat, con un altro bel regalo incorporato: siccome l’Unione Europea pretendeva che, al momento della scadenza, le concessioni fossero riaffidate tramite gare a cui avrebbero potuto partecipare altri soggetti, privati e pubblici, italiani e stranieri, molti dei concessionari attuali stavano tremando all’idea di dover rinunciare alla pacchia. Il governo Renzi ora li fa dormire tra due guanciali.
Sempre che la norma approvata dal Consiglio dei ministri ottenga alla fine anche l’ok della Commissione europea, assenso che non è affatto scontato.
Il ministro delle Infrastrutture, Maurizio Lupi, ha presentato la proposta all’Europa forse confidando anche sul fatto che è in corso il rinnovo delle cariche e i nuovi responsabili devono ancora prendere visione dei problemi e orientarsi di conseguenza.
Il comportamento del governo italiano, a proposito delle autostrade, da un bel pezzo è sotto osservazione attenta da parte dell’Europa, parecchio contrariata dall’atteggiamento incredibilmente prodigo usato nei confronti dei concessionari.
Il precedente più clamoroso risale alla fine del secolo scorso, governo D’Alema imperante, quando fu deciso un allungamento monstre della concessione a favore dell’Autostrada del Sole e di tutte quelle autostrade pubbliche, già dell’Iri, la cui gestione diventava privata e affidata ai Benetton.
I tempi già lunghi della concessione fissati per il 2018 furono spostati in avanti di altri 20 anni, fino al 2038.
In pratica tra mille polemiche la concessione fu trasformata in un diritto di sfruttamento autostradale a vita.
Il governo Renzi si pone in quella scia. I signori omaggiati sono un bel gruppetto: di nuovo le Autostrade dei Benetton e poi quelle del gruppo Gavio, le Cooperative di costruzione, il gruppo Astaldi, Banca Intesa, i costruttori Mattiona di Torino.
Tutti questi soggetti hanno più o meno il loro tornaconto, anche se ci sono concessionarie che nella giungla autostradale appaiono più intensamente coinvolte di altre, avendo la concessione già scaduta o in scadenza o anche potendo essere “unificate a tratte interconnesse o contigue ad altre o complementari”, così come prevede l’articolo 4.
Tra i più avvantaggiati dalla novità c’è il gruppo Gavio che, unificando la Torino-Alessandria-Piacenza (la concessione scade nel 2017) alla Torino-Milano e all’Asti-Cuneo potrebbe ottenere l’allungamento della concessione fino oltre il 2040.
Le Autostrade per l’Italia (gruppo Benetton) sono interessate per la Napoli-Salerno, la cui concessione è scaduta, ma che tramite l’accorpamento con la tangenziale di Napoli sarebbe prorogata fino al 2038.
Il provvedimento potrebbe riguardare anche l’Autostrada Tirrenica della Sat (Gavio-Autostrade-Cooperative) tra Civitavecchia e Rosignano, quella in costruzione nella Maremma laziale e toscana, contestata sia dalle popolazioni interessate sia da gran parte dei sindaci dei comuni attraversati.
Una volta realizzato, quel tracciato potrebbe essere considerato un prolungamento della A12 Roma-Civitavecchia di Autostrade e accorpato ad esso, ottenendo automaticamente un prolungamento della concessione dal 2028 attuale al 2038.
Il decreto Renzi porterà benefici anche alla Brescia-Padova del gruppo BancaIntesa e del costruttore romano Astaldi (la concessione finisce tra nove mesi).
O alla Torino-Ivrea (gruppo Gavio e Mattiona costruzioni) che scade esattamente tra un anno e all’Autostrada del Brennero, posseduta da comuni, province e Camere di commercio emiliane, venete e lombarde, più la holding finanziaria Cis e banche popolari, gestita dall’Anas sulla base di una concessione scaduta alla fine di aprile.
Il decreto si occupa anche della Orte-Mestre (costo oltre 10 miliardi) per cui è prevista una defiscalizzazione, cioè potrà essere costruita senza pagare tasse.
Il dominus dell’operazione è Vito Bonsignore, una condanna definitiva a due anni per corruzione e svariati procedimenti in corso, passato di recente con il Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano.
Daniele Martini
(da “Il Fatto Quotidiano”)
argomento: denuncia | Commenta »