Destra di Popolo.net

LEGA NORD, CHIUDE LA SCUOLA BOSINA: “CLAMORE MEDIATICO” AVREBBE IMPEDITO ISCRIZIONI

Settembre 3rd, 2014 Riccardo Fucile

FINISCE IL SOGNO DI LADY BOSSI: “NOTIZIE IN PARTE FALSE SULLA CRISI DELL’ISTITUTO A CORTO DI FONDI”…FINITI I TEMPI DEI CONTRIBUTI STATALI MILIONARI

I dubbi sollevati sulla chiusura della scuola Bosina (Varese) sono ora una certezza: i cancelli dell’istituto voluto da Lady Bossi non apriranno più.
E’ quanto emerge da un comunicato diffuso dal consiglio di amministrazione della scuola che imputa la responsabilità : “all’eccessiva e ulteriore diminuzione degli alunni iscritti per il nuovo anno scolastico dovute per lo più a voci inizialmente infondate di possibile chiusura della scuola”.
Non solo un calo di iscritti, si aggiungono alla lista: “l’entità  del debito ad oggi esistente, la mancanza di sovvenzioni e il danno d’immagine, il clamore mediatico e le relative conseguenze prodotte dalle comunicazioni sugli organi di stampa di alcuni insegnanti, in parte veritiere, in parte false e pretestuose, il CdA non può che prendere atto di questa situazione e sospendere l’attività  scolastica per l’anno 2014/2015″.
La scuola “padana” era stata aperta nel 2010 contro il parere del consiglio nazionale della Pubblica Istruzione che aveva individuato delle lacune didattiche nella programmazione del liceo linguistico, chiuso a solo due anni dall’inaugurazione.
Della scuola Bosina, dunque, rimaneva solo la scuola primaria, fino alla decisione di oggi di chiudere ad esclusione “delle classi 4° e 5° elementare e della classe 3° media — scrive il Cda- che potranno continuare la loro attività  scolastica solo grazie all’opera volontaria di alcune insegnanti”.
Proprio i docenti, nei giorni scorsi e per evitare di risultare assenti ingiustificati, avevano denunciato ai carabinieri la mancata nomina di un dirigente per l’anno scolastico in apertura.
Non solo il preside, anche il presidente del consiglio d’amministrazione in carica Bruno Specchiarelli ha rassegnato in questi giorni le dimissioni.
Lady Bossi Emanuela Marrone, invece, ci credeva fino alla divulgazione del comunicato.
Dalla moglie del senatùr arrivavano notizie fiduciose: secondo quanto riportato dal quotidiano La Provincia la Marrone stava lavorando per costituire una nuova società  al fine di salvare la scuola, perchè piuttosto che accettarne la chiusura avrebbe preferito andare a raccogliere mirtilli.
Ora potrà  farlo.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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LA VERITÀ? A GRILLO QUESTA RAI VA BENISSIMO

Settembre 3rd, 2014 Riccardo Fucile

SOLLEVA POLEMICHE CHE NON PORTANO AD ALCUN REALE MUTAMENTO… ANCHE PER LUI LA TROUPE DEL TG E’ SEMPRE A DISPOSIZIONE

Quando il M5S in commissione di Vigilanza ha chiesto le dimissioni del direttore del Tg1 Orfeo e di due giornalisti della testata, rei di aver disinformato su Di Battista e il terrorismo, i media lo hanno accostato all’editto bulgaro, dimenticando le conseguenze che l’editto di Berlusconi portò alla libertà  d’informazione nel paese. Paragone assurdo, infatti è trascorsa una settimana e non se ne parla più. Gubitosi e Tarantola non sono Saccà  e Baldassarre, esecutori dell’ordine dell’ex Cavaliere nei confronti di Biagi, Santoro, Luttazzi e delle loro redazioni con la complicità  dei direttori di rete a partire da Del Noce, allora a capo di Rai1.
È stata l’ennesima boutade di Grillo sulla Rai che, come al solito, porta a nulla, come la protesta contro i programmi dati in appalto, sotto la pioggia, di fronte al cavallo di viale Mazzini.
A distanza di mesi cos’è cambiato? Questo è il limite del Movimento nei confronti di un settore che andrebbe completamente riformato per la salute della democrazia.
Nella realtà  questa tv, tanto criticata, va bene a Grillo esattamente come a Renzi, la troupe del tg è sempre garantita e quando uno di loro vuole andare in un programma le porte sono aperte
La riforma del sistema radiotelevisivo, uno dei punti annunciati in campagna elettorale, si è persa per strada.
Per Grillo e Casaleggio esiste solo la Rete, dimenticando che in Italia è a disposizione del 50% delle famiglie. Il Movimento non fa trattative, non vota, lasciando alla maggioranza le decisioni, come sta accadendo sulla riforma tv, il governo in gran segreto ci sta lavorando e le uniche proposte arrivano dalle associazioni.
Il Movimento è critico nei confronti dell’informazione e cosa inventa?
Il giornalista del giorno, poi il giornalista dell’anno, una inutile lista di proscrizione, tanto per fare due risate tra gli amici del Blog di Grillo, scimmiottando quella fatta da Gasparri a Telelombardia ben più efficace: un po’ alla volta dalla Rai sparirono tutti i citati.
Mi spiace scrivere questo, perchè nella squadra di Grillo ci sono persone competenti che, quando decidono di impegnarsi, raggiungono l’obiettivo, come, ad esempio, impedendo alla Rai di siglare un contratto di tre anni con Cl sul Meeting di Rimini, facendo risparmiare 700 mila euro ai cittadini.
Questo è il momento in cui bisogna sporcarsi le mani. Per vincere la lottizzazione e avere direttori indipendenti non basta scriverlo in Rete, bisogna cambiare le regole del gioco e soprattutto dare alla Rai un cda indipendente dai partiti.

Loris Mazzetti

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VOGLIAMO SORA GIORGIA E FRATELLO ‘GNAZIO IN INDIA IN CAMBIO DEI MARO’

Settembre 3rd, 2014 Riccardo Fucile

LA MELONI VUOLE CHE GLI ALTRI “TIRINO FUORI LE PALLE”, LEI SI LIMITA A RACCONTARLE… “SE FOSSI AL POSTO DI NAPOLITANO O RENZI DIREI AGLI INDIANI DI PRENDERE ME IN CAMBIO DEI MARO'”: PUOI FARLO LO STESSO, SORELLA, E PORTATI ANCHE CHI HA VOLUTO CHE MILITARI ITALIANI SCORTASSERO BENI PRIVATI

Alcuni sostenitori di Fratelli d’Italia con Giorgia Meloni si sono ritrovati davanti la Camera dei Deputati, per protestare contro il governo italiano sulla gestione della vicenda dei due fucilieri di Marina da oltre due anni trattenuti in India.
A favore di telecamere, via con la solita demagogia a buon mercato: “L’Italia tiri fuori gli attributi — afferma la Meloni — ci siamo stancati. Giorgio Napolitano e Matteo Renzi si propongano per scambio. Io se fossi presidente della Repubblica o del Consiglio farei così, direi prendete me e lasciate tornare in Italia i due Marò”.
A parte l’improponibilà  giuridica di una affermazione demagogica di tal fatta, nulla vieta alla Meloni di sbarcare all’aeroporto di Delhi e dichiararsi prigioniera politica: è talmente conosciuta che il caso finirebbe sulle prime pagine di tutte le riviste di fotografia del continente.
Nell’occasione potrebbe farsi accompagnare anche dal suo sodale La Russa che, avendo fatto approvare il decreto che prevedeva la scorta dei nostri militari alle navi di armatori privati, ha la responsabilità  morale del “sequestro” dei nostri due marò.
Potrebbe nell’occasione illustrare con cognizione di causa ai giudici della Suprema Corte indiana che i due marò li ha mandati lui e magari li convince a prendere il loro posto.
La Meloni no, più facile che la facciano ripartire con il primo volo per l’Italia in tempo utile per fare l’ospite a Ballarò dove potrà  raccontare il suo blitz rivoluzionario da extracomunitaria in terra straniera.
Espulsa per mancanza di permesso di soggiorno.

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ULTIMATUM DI ALFANO: “SILVIO, UN PATTO INSIEME O ALLE REGIONALI VADO CON RENZI”

Settembre 3rd, 2014 Riccardo Fucile

 NELLA PROSSIMA PRIMAVERA SI RINNOVANO I CONSIGLI REGIONALI E VANNO DECISE LE ALLEANZE

Angelino Alfano vorrebbe ricucire i rapporti con Forza Italia con l’obiettivo di presentarsi in alleanza alle regionali del 2015.
Se questo patto non dovesse essere stretto, avverte il ministro dell’Interno, Ncd potrebbe presentarsi con il Partito democratico.
Gaetano Quagliariello – a Bruxelles per sancire l’ingresso del Ncd nel Ppe – l’ha spiegato ad Avvenire: “Tra ottobre e marzo – ribadisce ora – si vota in nove regioni. Senza intesa, potremmo correre con Renzi”.
“Possibile”, gli fa eco Lorenzo Cesa per l’Udc.
Oggi i due partiti – con schegge Sc – varano una road map per un gruppo parlamentare unico che diventerà  nuova forza politica entro l’anno.
Su tutto però pesa l’incognita Forza Italia.
Il Cavaliere resta cauto, mentre i pontieri Toti, Gelmini, Bergamini e Romani trattano con gli alfaniani Lupi, Casero, Saltamartini e De Girolamo.
Il tempo stringe e nessuno vuole rimanere con il cerino acceso in mano, trattandosi di scadenza elettorale per la primavera dell’anno prossimo.

(da “Huffingtonpost“)

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DELRIO TORMENTATO: ORA MEDITA L’ADDIO E PENSA ALL’EMILIA

Settembre 3rd, 2014 Riccardo Fucile

IL RAPPORTO CON RENZI E’ AI MINIMI STORICI: “ORMAI CONTO MENO DI VERDINI”

La poltrona vacante della Mogherini, e forse non solo quella.
Può accadere che nel governo si liberi a breve un’altra casella, meno prestigiosa nelle gerarchie del Cerimoniale ma sul piano operativo altrettanto importante, perchè di lì transitano tutti i dossier: quella di sottosegretario alla presidenza del Consiglio, occupata da Graziano Delrio. Secondo voci rimbalzate dalla sua terra, Reggio Emilia, il braccio destro del premier non respingerebbe affatto una candidatura alla presidenza della regione, nel posto che fu di Errani, qualora su di lui venisse fatta pressione dall’alto e dal basso. Anzitutto dal suo amico Renzi.
Che nel caso fosse d’accordo non potrebbe limitarsi a una pacca sulle spalle, accompagnata da un simpatico «in bocca al lupo»: Matteo dovrebbe esercitare tutto il peso della sua leadership per spianargli la via.
E in fretta, perchè restano solo 7 giorni per formalizzare l’eventuale candidatura Delrio alle primarie Pd.
Già  la corsa è lanciatissima, con i due principali competitor (5 in totale) che si danno battaglia sulle tivù locali.
Uno è Matteo Richetti, l’altro Stefano Bonaccini. Il primo ha appena accusato l’avversario, che gli ha risposto a tono, di incarnare l’«establishment», il vecchio apparato.
Siamo solo all’inizio. Molti stracci voleranno di qui al 28 settembre, data delle primarie.
Non che il Pd rischi di perdere le elezioni di metà  novembre: in Emilia Romagna è follia pensarlo.
Però lo scontro può causare danni d’immagine, tanto più che entrambi i duellanti sono renziani della prima ora. Una spiacevole guerra fratricida.
Se Delrio scendesse in pista, come invoca un gruppo di sindaci capitanati da Marcello Moretti, primo cittadino di Sant’Ilario, magari riporterebbe la pace tra i «rottamatori».
Però Renzi dovrebbe trovare gli argomenti giusti per far ritirare quei due.
Soprattutto, dovrebbe congedare il suo collaboratore più stretto. Lo farà ?
Se si dà  retta alla pentola di fagioli che bolle ininterrottamente da mesi nulla è da escludere.
I rapporti Renzi-Delrio risultano a un minimo storico.
Il sottosegretario ha perso progressivamente voce in capitolo. Certi suoi amici ne hanno appena raccolto uno sfogo che dice tutto: «Ormai conto meno di Verdini», fidatissimo ambasciatore berlusconiano…
Di qui una certa propensione a cambiare aria (il nome di Delrio ricorre in tutti i «totoministri» dell’ipotetico rimpasto).
Peraltro, fonti autorevoli del Palazzo assicurano che Renzi è in fase di recupero. Prova ne sia la visibilità  concessa a Delrio durante la presentazione del piano «Millegiorni», l’incarico di occuparsene insieme con la Boschi, le pubbliche carezze («voi sapete, è il mio fratello maggiore…»), quasi a stemperare le incomprensioni.
Comunque vada, la vicenda dà  la misura di quanto sia duro contemperare le fatiche da premier con quelle di segretario Pd.
Un doppio incarico contro cui ha sparato a zero D’Alema, dalla Festa dell’Unità  a Bologna.

Ugo Magri
(da “La Stampa”)

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D’ALEMA BOCCIA RENZI: “RISULTATI INSODDISFACENTI, LA POLITICA ESTERA LA FA LA MERKEL”

Settembre 3rd, 2014 Riccardo Fucile

“NON ABBIAMO UNA SEGRETERIA, IL PD NON PUO’ ESSERE IL MOVIMENTO DEL PREMIER”

Il governo? “Insoddisfacente”. Il partito? “Un movimento di Renzi”.
Ci voleva un Massimo D’Alema in forma smagliante, senza niente da perdere e arrabbiatissimo per sferrare un attacco all’arma bianca a Matteo Renzi.
“Diciamocelo, il vero dominus delle nomine europee è stata la Merkel”.
Si arriccia i baffi D’Alema sul palco della Festa nazionale dell’Unità  di Bologna. Si gratta l’orecchio. Non risparmia la pausa ad effetto. Ed elenca: “Vicino a lei è il presidente della Commissione europea, vicino a lei il presidente del Consiglio europeo, vicino a lei anche il presidente dell’Eurogruppo”.
Renzi durante il dibattito pubblico, neanche lo nomina.
Accanto a lui Pier Ferdinando Casini non risparmia la battuta: “Sembri invidioso”. E lui: “No, sono oggettivo”.
Il fu Lìder Maximo arriva in quella che fu casa sua tre giorni dopo che la nomina di Federica Mogherini a ministro degli Esteri europeo ha certificato la fine delle sue ambizioni internazionali.
Per capire quanto gli bruci basta sentire la risposta a chi gli chiede se è vero, come ha scritto Europa (a firma Fabrizio Rondolino, ndr) che è finita la sua carriera politica: “Europa… lei si occupa di stampa clandestina…”.
Poi la classica risposta dall’alto: “Sinceramente io continuo a fare quello che facevo prima. Sono presidente di un’istituzione culturale europea (la Feps, ndr) e faccio parte del gruppo dirigente del Partito socialista europeo”.
Ma intanto, boccia l’esecutivo: “Il governo fa degli sforzi, ma i risultati sono insoddisfacenti”. Adesso, “vediamo la manovra. A quel punto, comprenderemo meglio: i cittadini aspettano risposte sostanziali”. Guerra apta.
Eppure tra il Lìder Maximo e il giovane presidente del Consiglio non è sempre andata così.
Neanche sei mesi fa (era il 18 marzo) D’Alema aveva presentato con Renzi il suo libro sull’Europa al Tempio di Adriano. “Manderemo in Europa le nostre personalità  più forti”, aveva assicurato Matteo.
A molti era sembrata un’investitura in piena regola per D’Alema, che avrebbe fatto carte false per occupare quel posto.
Quel giorno, giocando sulla comune passione calcistica, aveva regalato al premier la maglia di Totti.
L’altro sembrava gradire o almeno fingeva di farlo. Nel nome della necessità  di assicurarsi l’appoggio dei dalemiani.
Ma poi Renzi ha usato tutta la sua autorità  per portare sulla poltrona di Mr Pesc (Politica estera e di sicurezza comune) la Mogherini.
Fatto sta che D’Alema non si sottrae alle telecamere arrivando.
“L’annuncite”? Quel vocabolo “non è un neologismo. Il paragone: “L’Italia ne ha sofferto moltissimo: nel corso dei governi di Berlusconi era un’attività  costante”.
Poi, ancora, sull’opportunità  che Renzi resti segretario del Pd: “Credo che un partito non possa essere il movimento del premier. Il Pd in questo momento non ha una segreteria, ma un gruppo di persone che sono fiduciarie del presidente del Consiglio. In questo modo il partito finisce per avere una vita molto stentata”.
Ma come, gli obiettano ancora, se il Pd non ha mai avuto tanto consenso?
Ed ecco l’affermazione che pare un augurio (meglio, un malaugurio): “Il consenso è importantissimo, ma i partiti sono delle comunità  di persone che durano nel tempo, al di là  del consenso che possono avere in un’elezione e, magari, un po’ meno in quella successiva. Il consenso è un dato fluttuante”.
Assomiglia alla profezia di una Cassandra speranzosa. Poi si va sul palco. Ride e scherza il Lìder Maximo mentre discetta di politica internazionale. Rivendica l’intervento in Kosovo, ricorda che “sui Balcani ci hanno ascoltato”: perchè “gli americani ti ascoltano se hai gli attributi”.
Approfitta dei jeans rossi di Casini per prendere le distanze dal “giovanilismo”: “Va di moda, ma io sono uno che non si adegua”.
La platea (circa 400 persone) ride e applaude. Lui ci prende gusto.
Ecco un altro affondo: “È stato Obama a contestare gli attacchi degli israeliani alle scuole di Gaza. Il nostro governo non l’ha fatto”.
Quando arriva la domanda ufficiale sulla Mogherini si mantiene sobrio: “È una persona competente, è cresciuta nel partito, sono anni che si occupa di politica internazionale”.
Però, “quello che riuscirà  a fare non dipende soltanto da lei”.
Insomma, ininfluente. Perchè “la politica estera non è una competenza europea, ma nazionale. Francia, Regno Unito, Germania la vogliono fare loro”.
Finito il dibattito, stringe le mani, se ne va. Aria rilassata di chi non le ha mandate a dire. I rapporti con Renzi, che per mesi erano stati costanti, sono interrotti da quando è diventato chiaro come sarebbe andata a finire a Bruxelles.
Non è diventato Mr Pesc, ma D’Alema non rinuncia ad essere D’Alema.

Wanda Marra
(da “il Fatto Quotidiano“)

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NORD COREA, DOVE LA DISSIDENZA E’ “GENETICA” E LA FAME RALLENTA LO SVILUPPO DEI BAMBINI, ALTRO CHE LE STRONZATE DI RAZZI E SALVINI

Settembre 3rd, 2014 Riccardo Fucile

ASPETTATIVA DI VITA DI 11 ANNI INFERIORE A QUELLA DEI SUDCOREANI…ALTO TASSO DI MALNUTRIZIONE, 200.000 DETENUTI POLITICI

Corea del Nord: negli ultimi giorni, una serie di visite internazionali hanno portato sulle pagine dei giornali una “Corea del Nord diversa dai soliti clichè”, come se il Paese fosse noto per abusi e povertà  solo per essere vittima di cattiva stampa. Partiamo dai dati più crudi: in Corea del Nord vivono 24 milioni di persone, in tutto e per tutto simili ai 50 milioni di persone che vivono in Corea del Sud.
Solo che al Sud l’aspettativa di vita è di circa 11 anni che al Nord.
Dato che al Nord, dopo più di cinquant’anni di politiche economiche ed agricole che hanno spesso sfiorato il puro delirio autarchico, si muore ancora di fame e si patisce una malnutrizione tale che i Coreani del Nord sono in media 15 cm più bassi dei loro confratelli del Sud.
Ciò nonostante il Paese è in una specie di allerta pre-bellica permanente e mantiene 1.2 milioni di soldati effettivi, con circa 600,000 uomini di riserva.
Alla testa di questa nazione, come sappiamo, è oggi Kim Jong Un, di età  incerta (dovrebbe avere 30 anni, ma la propaganda ufficiale sembra avergli aggiunto un paio di primavere per non farlo apparire troppo giovane).
E’ il terzo nella nuova dinastia dei Kim, iniziata con Kim Il Sung, proseguita con suo figlio Kim Jong Il, ed ora passata a Kim Jong Un.
Non c’è mai stato bisogno di elezioni o di chiedere il parere di nessuno: i Kim regnano come sovrani, e il culto della personalità  creato intorno a loro ha forti sfumature mistiche, che li dipinge come personaggi soprannaturali.
Secondo i calcoli più affidabili vi sono circa 200.000 prigionieri politici al Nord, e come confermato dai racconti di numerosi fuggiti al Sud, essere incarcerati per delitti politici significa che l’intera propria famiglia può essere incarcerata: questo, per una distorsione del principio delle proprietà  genetiche, che fa si che si cerchi di individuare il “gene controrivoluzionario” anche nei parenti di un controrivoluzionario “provato”.
Ma non c’è solo repressione e carestia, certo.
In Corea del Nord, per esempio, per quanto le riforme economiche in stile cinese siano viste con sospetto, c’è stato negli ultimi anni un innegabile rallentamento di alcuni controlli al mercato: in particolar modo, oggi si rischia meno a contrabbandare alcuni beni di consumo dalla Cina, il che fa sì che si siano diffusi tanto o lettori di DVD (particolarmente ambiti per guardare le soap sudcoreane) e anche i telefonini.
Se ne contano infatti 1.5 milioni circa, fra quelli registrati, ma il numero di cellulari contrabbandati dalla Cina potrebbe essere anche il doppio di quelli ufficiali.
Per impedire però che le persone li utilizzino aggrappandosi ai network cinesi o sudcoreani, però, i soldati pattugliano e stanno attualmente costruendo alcune stazioni da cui intercettare e bloccare i segnali di telefonate cellulari internazionali non approvate.
Il PIL del Paese è di 12 miliardi di dollari americani, il che lo rende il 125esimo Paese al mondo per ricchezza.
E malgrado le frequenti minacce di attacchi militari contro il Giappone, la Corea del Sud, e perfino gli Usa, senza gli aiuti alimentari internazionali il Paese sarebbe ancora più povero.

Ilaria Maria Sala
(da “La Stampa”)

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QUANDO LA SALA OPERATORIA DIVENTA UN FILM HORROR

Settembre 3rd, 2014 Riccardo Fucile

I CASI PIÙ DRAMMATICI DA FIRENZE A MODENA, DA BOLOGNA A ROMA E MILANO… IN ITALIA OTTO MEDICI SU DIECI SONO STATI SOTTO INCHIESTA ALMENO UNA VOLTA

Da una parte i medici che si difendono, dall’altra i pazienti che si sentono traditi.
Scorrendo le cronache e i dossier che si occupano di malasanità , accertata o presunta, sembra che sia in corso da molti anni una vera guerra.
Otto medici su dieci con 20 anni di anzianità  professionale — stima il Codici, Centro per i diritti del cittadino — sono stati sottoposti a un’inchiesta per un presunto errore, almeno una volta nella loro carriera.
Sintomo del fatto che i pazienti non si fidano e che, nel momento in cui sopraggiunge una complicazione, la prima tentazione che viene è quella di dare la colpa al sanitario cui ci si è rivolti.
Qualche volta si ha ragione, altre no, o almeno la giustizia penale non riesce ad accertare le reali responsabilità : due cause su tre si concludono, dopo molti anni, con un’assoluzione.
La presunta malpractice è al terzo posto tra le segnalazioni che i cittadini hanno fatto lo scorso anno alle 300 sedi italiane del Tribunale per i diritti del malato.
Il rapporto PiT Salute 2014 — che sarà  presentato alla fine di settembre, ma che il Fatto è in grado di anticipare — evidenzia come su 24.110 segnalazioni, la presunta malasanità  è al 15,5 per cento, rappresenta cioè oltre 3.700 denunce.
Tra queste, i presunti errori terapeutici sono al 58,5 per cento e quelli diagnostici al 41,5.
Le medaglie nere, e questa non è una grande novità  rispetto agli ultimi anni, vanno a ortopedia, chirurgia generale, oculistica, ginecologia, odontoiatria e oncologia.
Errori e orrori in tutta Italia negli ultimi anni    
Numeri che prendono forma quando si raccontano alcuni dei casi più gravi degli ultimi anni.
Nel febbraio 2007 all’ospedale di Careggi, Firenze, per un’errore di trascrizione sono stati impiantati su tre pazienti gli organi espiantati ad una paziente sieropositiva.
Sempre nel 2007, annus horribilis, al Sant’Orsola-Malpighi di Bologna una donna è morta dopo l’asportazione di un rene (le era stata attribuita la Tac di un’altra paziente con lo stesso cognome) e al San Paolo di Milano, durante un aborto terapeutico per eliminare un feto malformato in una gravidanza gemellare, è stato soppresso per errore quello sano.
La magistratura è chiamata ora ad accertare cosa sia accaduto nel luglio scorso al policlinico Tor Vergata di Roma, dove una bimba affetta da anemia falciforme è morta durante un intervento di posizionamento di un catetere, operazione preliminare al trapianto di midollo considerata di routine.
Ed è di pochi mesi fa la notizia che a Modena un uomo si è visto estrarre una garza dall’addome 35 anni dopo essere entrato in sala operatoria.
Il Tribunale     per i diritti del malato    
“Nel caso di Potenza chiediamo non solo che vengano accertare al più presto le responsabilità  e che, nel frattempo, l’equipe venga sospesa — commenta Tonino Aceti, coordinatore nazionale del Tribunale per i diritti del malato —, ma che quanto accaduto apra una riflessione più seria sulla necessità  di dotare le sale operatorie di una sorta di ‘scatola nera’, che rimanga a disposizione di paziente e medico. A tutela di entrambi”. In questa direzione va la decisione del garante della privacy che ha dato ragione a una paziente la quale chiedeva all’ospedale la registrazione del suo intervento.
La difesa dei dottori:     “Avvoltoi e allarmisti”  
Esiste però l’altro fronte, quello dei medici: secondo i rapporti dell’Unione europea, dicono i membri dell’“Associazione Medici accusati di malpractice ingiustamente”, “il 57 per cento degli italiani teme di subire danni in ospedale, nonostante solo il 13 per cento di loro abbia dichiarato di averlo subito”.
Questo perchè, spiegano, esistono gli “avvoltoi della malasanità , pronti a trarre vantaggio dall’allarmismo”.
E in effetti basta navigare su internet e cercare “errori sanità ” per trovarsi di fronte a un lungo elenco di studi legali pronti a difendere cittadini-presunte-vittime.
“Il corporativismo e l’omertà  che abbiamo visto a Potenza — prosegue Aceti — dovrebbero far ripensare la normativa sulla responsabilità  professionale, e non solo nella direzione di abbreviare i termini di prescrizione per la denuncia”.
Il sistema assicurativo fai-da-te    
Ormai le Regioni, da cui dipendono le Asl, non stipulano più contratti assicurativi, troppo onerosi a fronte degli effettivi risarcimenti da erogare.
Secondo l’Ania (l’associazione delle imprese assicuratrici), Liguria, Toscana, Puglia e Basilicata hanno adottato un sistema fai-da-te, con fondi accantonati ad hoc.
Le altre Regioni, e la Provincia autonoma di Trento, restano assicurate per importi superiori a una certa soglia, che va dai 250 ai 500mila euro.
Mentre i privati hanno l’obbligo di assicurarsi, per i medici dipendenti pubblici rispondono appunto le Asl.
E, a maggior ragione allora, in sala operatoria il silenzio diventa d’oro.

Silvia D’Onghia
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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SLOT, L’ORA DELLA RESA DEI CONTI SU MULTE, MAFIA E COMMISSARI

Settembre 3rd, 2014 Riccardo Fucile

LA CONCESSIONARIA BPLUS SFIDA LO STATO IN TRIBUNALE SU TRE PARTITE DECISIVE

Lo Stato gli chiede 820 milioni di euro per danno erariale, loro rispondono facendo causa ad Alfano per 530.
Già  che ci sono, fanno pubblicare un’ordinanza vecchia di tre anni.
È l’ultimo azzardo in casa Corallo, re delle slot machine: il tentativo di influenzare per via mediatica i giudici che scriveranno il destino della loro Bplus, la più grande concessionaria di giochi in Italia, ormai arrivata alla bocca dell’imbuto giudiziario-amministrativo in cui è finita da tre anni tra interdittiva antimafia, obbligo di cessione delle azioni e commissariamento.
È l’ultimo colpo di scena in una battaglia legale che contrappone lo Stato concedente alla società  concessionaria.
Su “La Repubblica” tre giorni fa è apparso, con grande evidenza, un estratto che ha fatto alzare il ciglio ai lettori più attenti.
Riporta parte di un’ordinanza con la quale il Tribunale di Roma ordina al Viminale di rimuovere dal suo sito un passaggio di una relazione nella quale la Dia ipotizza una contiguità  sospetta tra i fratelli Carmelo e Francesco Corallo — figli di Gaetano, personaggio noto alle cronache giudiziarie, tra l’altro, per i suoi affari con il boss Nitto Santapaola — e la mafia.
Privo di una data, l’avviso induce a pensare a una decisione recentissima, anzi “urgente”. Non è così.
Risale a settembre 2011 e nessun giudice, a tre anni di distanza, ne ha disposto la ripubblicazione.
Pochi dubbi sulla paternità  dell’iniziativa. “Non è certo nostra”, scandisce il commissario Vincenzo Suppa, chiamato da Raffaele Cantone ad amministrare la società .
Bocche cucite alla Manzoni, concessionario del Gruppo L’Espresso.
Gli avvocati dei Corallo ben si guardano dal rivendicarla, consapevoli che tentare di creare un clima favorevole al cliente, prima del giudizio, non è pratica che si insegni a giurisprudenza.
Dove “prima” vuol dire tre giorni prima. Perchè proprio oggi si svolgerà  presso il Tar del Lazio l’udienza sul commissariamento disposto dal prefetto di Roma, Giuseppe Pecoraro, su richiesta di Cantone.
Non solo. Tra un mese, l’8 ottobre, è fissata l’udienza di merito sul ricorso contro l’interdittiva antimafia emessa nel 2012, sempre da Pecoraro.
Si tratta del primo atto di rottura tra Stato e Bplus, quello che ha fatto calare un muro su interessi prima convergenti.
L’informativa della prefettura ha notificato ai Monopoli che Francesco Corallo era indagato, insieme all’ex presidente di Bpm Massimo Ponzellini, nell’inchiesta sui presunti finanziamenti irregolari concessi dall’istituto di credito.
L’accusa di associazione a delinquere e corruzione fra privati ha fatto ritenere alla prefettura che non si potesse escludere il coinvolgimento di organizzazioni mafiose.
A lungo però hanno prevalso gli “interessi pubblici in gioco”: circa un miliardo di imposte l’anno e 300 posti di lavoro.
L’interdittiva è stata sospesa più volte e mai revocata, come chiedeva l’azienda (che per questo ha fatto ricorso). In cambio dell’ennesima proroga, nel 2013 la Prefettura ha chiesto ai Corallo l’impegno a separare proprietà  e gestione e a spalancare le porte a un “controllore” di legalità .
La scelta cade su Alfonso Rossi Brigante, ex presidente della Corte dei Conti che in una nota del 29 maggio informa però la Prefettura che “la società  non consente di esercitare le funzioni proprie del mio mandato, presupposto indefettibile della sospensione temporanea del provvedimento interdittivo antimafia”.
Il prefetto di Roma, su sollecitazione di Cantone, dispone allora il commissariamento in forza delle norme varate dal governo Renzi.
Bplus si è subito opposta e domani, su questo, si svolgerà  l’udienza incidentale.
La giustizia amministrativa stringe anche su un altro fronte. Il 15 ottobre è atteso il giudizio sul sequestro cautelativo di 29,5 milioni relativo al procedimento sul mancato collegamento delle slot tra il 2004 e il 2007.
Alcune società  hanno conciliato, non Bplus, gravata da una condanna in primo grado della Corte dei Conti a risarcire lo Stato con 820 milioni.
Puntuale l’appello che sarà  discusso a metà  ottobre. I legali della società , costretti a giocare su più tavoli, mettono in campo altre mosse clamorose.
Citano in giudizio il ministero dell’Interno Alfano e il prefetto Pecoraro , per i presunti danni aziendali subiti dall’interdittiva.
La richiesta supera il mezzo miliardo.
Il Sole24Ore riporta poi che anche lo studio legale londinese Hierons, per conto di Bplus, ha chiesto al prefetto di revocare i provvedimenti. In caso contrario, si rivolgerà  all’Alta Corte di Londra.
La sfida Stato-Bplus assume così i contorni di un le-gal-thriller internazionale, con cifre da capogiro.
Ieri si è conclusa la vicenda della sala slot di Piazza Bolivar a Milano. L’apertura era stata bloccata dal Comune perchè lo stabile si trovava a meno di 500 metri da alcuni luoghi “sensibili”, tra cui un oratorio.
Ieri il Tar ha dato ragione a Palazzo Marino: l’apertura non si farà .

Thomas Mackinson
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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