Settembre 4th, 2014 Riccardo Fucile
LA MADIA SMENTISCE SE STESSA: “BLOCCO DEGLI STIPENDI PUBBLICI ANCHE NEL 2015”… E I PROF SI PAGANO IL COSTO DELLA RIFORMA DA SOLI
Anche nell’era renziana l’avvicinarsi dell’autunno impone una revisione delle promesse: “I contratti del
pubblico impiego verranno sbloccati con la riforma della Pa”.
Eravamo a maggio, e Marianna Madia rassicurava i sindacati inferociti. Ironia della sorte, ieri è toccato proprio al ministro della Funzione Pubblica smentire se stessa, Matteo Renzi e il governo: il blocco ci sarà anche il prossimo anno.
“C’è la crisi”, “le risorse non ci sono”, e per questo “tutti, governo e parti sociali, devono lavorare per il Paese”, ha spiegato ieri Madia in commissione Affari Costituzionali del Senato: “Pensiamo a chi più ne ha bisogno, quindi confermiamo gli 80 euro, che vanno anche a molti dipendenti pubblici”.
I sindacati annunciano mobilitazioni. Secondo il segretario della Fiom, Maurizio Landini, un nuovo blocco vorrebbe dire che “i contratti nazionali non esistono più”. Coincidenza ha voluto che il triste annuncio per 3,3 milioni di statali — che dal 2010 aspettano di vedere rivalutato il loro stipendio — arrivasse nelle stesse ore dell’annuncio dei “150 mila precari della scuola assunti da settembre 2015”.
Tra le pieghe delle slide, però, si fa strada un sospetto.
Per gli insegnanti, infatti, è previsto il blocco degli scatti di anzianità per il periodo 2015-2018: verranno sostituiti da quelli “di competenza” basati sul merito, che però partiranno solo dal 2018“perchè così ne potranno beneficiare anche i precari neoassunti”.
E fino ad allora? Nessun aumento per tutti.
In questo modo si ricaveranno risorse per gli incentivi al merito togliendole per tre anni dagli stipendi dei docenti.
Il comngelamento dei contratti è storia che va avanti ormai da una decade — dalle manovre “lacrime e sangue” di Giulio Tremonti (anno 2010) – e ha permesso finora allo Stato di risparmiare circa 12 miliardi di euro (stime della Ragioneria) grazie alle proroghe di volta in volta approvate.
Quella annunciata ieri per il 2015 ne vale altri 2-3. A dicembre scorso, la legge di stabilità targata Letta-Saccomanni aveva confermato anche per il 2014 il blocco dei rinnovi contrattuali e degli stipendi individuali compreso il comparto sanitario.
A queste si aggiungeva un’ulteriore diluizione dei tempi per incassare le buonuscite (il Tfr), con importi erogati in più tranche e più piccole.
Cosa cambia? Che nel frattempo i soldi tenuti in caldo dallo Stato non si rivalutano, e questo comporta una perdita per il dipendente fino al 6-7 per cento del totale, e che solo la deflazione (i prezzi che scendono) può rendere meno dolorosa .
Il risparmio dello Stato fa da contraltare al salasso pagato dagli statali.
A fronte di una retribuzione pro capite di 34.576 euro, secondo la Cgil il mancato adeguamento dei contratti è costato in media ai lavoratori pubblici 4.800 euro, 600 dei quali solo per il 2015.
Calcoli generosi se si considera che la Uil e il sindacato di base stimano una perdita media di 3000 euro l’anno.
Secondo il Sole 24 Ore , gli insegnanti hanno perso 3.300 euro, i docenti universitari 9.500 (4.598 i ricercatori) e i medici 7.500.
Questo se si parla di impiegati. Ma l’austerità è costata anche ai dirigenti, da quelli di prima fascia della presidenza del Consiglio (11.661 euro) a quelli degli Enti non economici (21.203 euro).
Soldi che non torneranno mai più, e che ovviamente avranno un riflesso negativo anche sulla condizione previdenziale (con minori contributi versati e quindi, pensioni più basse).
Negli ultimi cinque anni le buste paga sono rimaste praticamente ferme grazie al congelamento delle retribuzioni individuali, con alcune eccezioni (Regioni autonome e magistratura).
Il primo campanello d’allarme per il 2015 era arrivato ad aprile: nel Documento di economia e finanza non erano previsti soldi per il rinnovo, ma veniva assicurata solo – fino al 2017 — “l’indennità di vacanza contrattuale”, basata però sui valori in vigore al 2013.
Entro la fine dell’anno potrebbe essere fissata la prima udienza della Consulta per valutare i ricorsi avanzati nell’ultimo anno dai sindacati.
Lo scenario che si aprirebbe per il governo Renzi in caso di sentenza positiva sarebbe catastrofico.
Carlo Di Foggia
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 4th, 2014 Riccardo Fucile
IL PREMIER AMMETTE IL FLOP DELLA SPENDING REVIEW: IN ARRIVO SFORBICIATE LINEARI DEL 3% AI MINISTERI
Per una volta la notizia non sono gli annunci ma un’ammissione, quasi una confessione di insuccesso: in una lunga intervista al Sole 24 Ore, il premier Matteo Renzi ammette che dovrà fare ricorso ai tagli lineari per oltre 20 miliardi.
Soltanto così, tagliando le risorse invece che i fantomatici “sprechi” potrà sopravvivere alla legge di stabilità .
E la politica economica torna indietro di anni, ai tempi delle forbici orizzontali di Giulio Tremonti (che poi incidevano assai poco, perchè tagliare senza specificare dove di rado porta risultati). “Ho qui il bilancio dello Stato, questa estate me lo sono studiato bene, sono più di 800 miliardi di spesa pubblica e credo sia arrivato il momento di cambiare metodo”, dice Renzi al direttore del Sole Roberto Napoltano.
È lo stesso argomento sempre usato a suo tempo da Silvio Berlusconi: che volete che siano 20 miliardi su 800?
E poi il premier annuncia: “Lunedì incontrerò i ministri con il ministro dell’Economia Padoan e valuterò con loro tagli del 3 per cento per ciascun ministero”.
Lo scopo: trovare 20 miliardi di coperture per la legge di Stabilità , 3 in più dei 17 già previsti a bilancio.
A fare i conti ci pensa Stefano Fassina, da qualche giorno tornato a fare opposizione interna dentro al Pd al renzismo egemonico: tolta la spesa per gli interessi sul debito pubblico, degli 800 miliardi di cui parla Renzi ne restano 660.
Tagliare il 3 per cento in modo orizzontale permette di recuperare giusto 20 miliardi ma, avverte Fassina, “vuol dire tagliare di circa 10 miliardi la spesa per pensioni, di quasi 5 miliardi la spesa per il personale, di oltre 3 miliardi la spesa sanitaria”.
Il ministro della Salute Beatrice Lorenzin, sempre abile a presidiare il suo ministero, una settimana fa aveva lasciato intuire cosa stava arrivando: “Addio sanità per tutti se ci saranno altri tagli”, era il titolo di una sua intervista al Messaggero che era sembrata un po’ fuori contesto. In teoria il lavoro del commissario per la revisione della spesa Carlo Cottarelli doveva servire proprio a evitare tagli lineari, eliminando le voci di spesa meno prioritarie invece di una riduzione indiscriminata di risorse che colpisce allo stesso modo ministeri virtuosi e spreconi e che, soprattutto, indica la rinuncia della politica a stabilire come si spendono i denari pubblici. Saranno le singole strutture ministeriali a prendere le decisioni.
A Renzi Cottarelli non è mai piaciuto: un po’ perchè è stato scelto da Enrico Letta, un po’ perchè sosteneva che doveva essere il governo e non un commissario a decidere interventi da miliardi di euro.
Risultato: le proposte di Cottarelli vengono snobbate (inclusa la richiesta di chiudere molte aziende partecipate dal pubblico in perdita fissa, le norme c’erano nel decreto Sblocca Italia, ma sono sparite).
Ma Renzi non ha idee migliori e quindi ricorre ai tagli lineari.
Ma sarebbe sbagliato stupirsi: in fondo anche il bonus fiscale degli 80 euro per il 2014 era stato finanziato in parte con tagli lineari (700 milioni di euro in meno sia allo Stato che agli enti locali, riducendo in modo orizzontale la spesa per beni e servizi).
Idem per la Rai: nessuna riforma per legge, semplicemente una sforbiciata al canone da 150 milioni di euro, poi tocca al direttore generale Luigi Gubitosi decidere se ridurre i costi in modo drastico o lasciar fallire l’azienda.
Il programma economico di Renzi nell’intervista al Sole ha numeri mirabolanti: copertura duratura del bonus degli 80 euro (10 miliardi), misteriose privatizzazioni (almeno 7 miliardi, ma il premier non vuole cedere quote di Eni ed Enel, quindi che farà ? mistero), nessun accenno ai 12 che mancano per rispettare gli obiettivi europei e ai 3,5 di aumenti di tasse che stanno per scattare per clausole di salvaguardia presenti nelle leggi di stabilità del passato.
Anche sul lavoro il premier ondeggia.
Introdurrete sì o no il contratto unico a tempo indeterminato flessbile ma con tutele crescenti?, chiede il direttore del Sole Napoletano.
Risposta vaga: “Introdurremo in Italia il modello di lavoro tedesco, non quello spagnolo”.
E in Germania ci sono i mini job a tempo parziale pagati 400 euro al mese, non il contratto unico.
Tremonti ne aveva fatto una proposta di legge nel 2012, ignorata dai più.
Se Renzi chiedesse a Tremonti che fine hanno fatto le altre sue ricette di politica economica, forse, un po’si preoccuperebbe: nel 2011 Tremonti si congedò lasciando una riforma del fisco (la famosa delega fiscale tuttora in Parlamento) mai attuata che doveva trovare 20 miliardi di risparmi.
In assenza della riforma, scattava un taglio lineare di pari entità alle agevolazioni fiscali. Non è successo niente di tutto questo ma da tre anni quattro governi diversi si sono arrabattati per trovare quelle risorse che le forbici orizzontali facevano sembrare a portata di mano.
I tagli lineari, nella storia recente, non funzionano mai.
Stefano Feltri
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Settembre 4th, 2014 Riccardo Fucile
A CHI MERITA DECIDERE SU CHI MERITA DI PIU’?
A sentire Renzi inneggiare al merito, il gufo che è in me si trasforma di colpo nell’usignolo più trillante: viva
viva San Matteo.
Solo un dispensatore di miracoli può pensare di introdurre in Italia la meritocrazia. L’idea di modulare lo stipendio di un dipendente pubblico in base alle sue capacità si è sempre scontrata con una difficoltà insormontabile: la totale sfiducia degli italiani nei meccanismi di selezione e nelle persone deputate a guidarli.
Si può dire che proprio i sospetti che avvolgono in una nube di disincanto l’imparzialità dei «superiori» abbiano autorizzato le burocrazie sindacali a favorire la stesura di regolamenti labirintici che rendono la selezione impossibile.
Oltre alla superficialità arbitraria dei quiz, penso alla follia dei «punteggi», che garantiscono avanzamenti di carriera non ai più bravi, ma ai più assidui nel seguire corsi completamente inutili che tolgono a chi li frequenta il tempo per migliorare davvero sul lavoro.
Nella scuola pubblica che Renzi, marito di una insegnante precaria, vorrebbe trasformare nel tempio del merito, solo i presidi hanno l’autorevolezza per decidere chi è bravo e chi no.
Ma se questo accadesse, gli esclusi comincerebbero a denunciare favoritismi e raccomandazioni.
E il guaio è che talvolta avrebbero pure ragione.
Ignoriamo come il santo premier pensi di risolvere un problema contro cui cozziamo la testa da duemila anni.
Ma appena ho sentito parlare di una commissione ministeriale incaricata di redigere un regolamento mi sono subito tranquillizzato: di meritocrazia potranno agevolmente continuare a riempirsi la bocca i governi dei prossimi duemila anni.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)
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Settembre 4th, 2014 Riccardo Fucile
RENATO FARINA REINTEGRATO DALL’ORDINE DEI GIORNALISTI DOPO NON ESSERSENE MAI ANDATO
Da ieri Renato Farina è di nuovo un giornalista professionista.
L’Ordine della Lombardia l’ha reintegrato all’unanimità dopo averlo sospeso nel 2006 per la sua collaborazione prezzolata col Sisde del generale Niccolò Pollari e del fido Pio Pompa, e il suo coinvolgimento nel sequestro Abu Omar (con patteggiamento di 6 mesi per favoreggiamento), quand’era vicedirettore di Libero.
Nome di battaglia: “agente Betulla”. Il reintegro nasce dal solito pastrocchio leguleio all’italiana.
L’Ordine sospende Farina per 12 mesi. Il Pg di Milano impugna la sentenza troppo blanda e chiede la radiazione. Prima che il Consiglio nazionale decida, Farina con agile balzo si cancella dall’Albo, pur continuando a scrivere su Libero con lo pseudonimo “Dreyfus” e a fare danni (suo il pezzo anonimo che diffama il giudice Cocilovo e costa al neo direttore Sallusti la condanna per diffamazione senza condizionale; segue grazia di Napolitano).
L’Ordine lo radia comunque, ma l’ex giornalista ciellino ricorre in Cassazione sostenendo che — essendosi dimesso — non poteva essere espulso.
La Corte gli dà ragione. Farina, che intanto s’è fatto eleggere deputato di Forza Italia, chiede di essere riammesso.
L’Ordine, nel 2012, respinge la domanda perchè “la collaborazione con i servizi è incompatibile con l’esclusività della professione giornalistica”, perchè si “sottrasse al giudizio dei colleghi” e perchè “ha continuato a collaborare quotidianamente con varie testate, con atteggiamento di svalutazione dell’ente preposto alla vigilanza”.
Farina, ormai ex deputato, ripresenta la domanda. E ieri l’Ordine, smentendo se stesso un anno e mezzo dopo, lo riaccoglie a braccia aperte.
Delle due l’una: o lavorare per i servizi, sottrarsi al giudizio dei colleghi e svalutare l’ente di vigilanza è diventato lecito, oppure boh.
Leggeremo, come si dice, le motivazioni. Non saremo certo noi, fautori dell’abolizione di questo ente sempre più inutile e ridicolo chiamato “Ordine dei giornalisti”, a protestare: cazzaro più, cazzaro meno, non cambia nulla.
Non sarà il ritorno di Betulla, che peraltro non se n’era mai andato, a screditare una categoria già abbastanza sputtanata di suo.
Ciò che colpisce in questa farsa è l’assoluta impermeabilità dell’“ente preposto alla vigilanza” all’aspetto più grave del caso Farina: la sua inveterata, scientifica, spudorata attitudine a raccontare balle.
Stiamo parlando di uno che si è sempre difeso spacciandosi per un combattente della “Quarta Guerra Mondiale” (e noi che ci siamo persi la Terza) contro l’Islam in difesa della “civiltà ebraico-cristiana”, in missione per conto di Dio come i Blues Brothers.
E di uno che per anni ha pubblicato dossier-patacca di Pompa & C. per sostenere panzane sesquipedali: che Prodi, come presidente della Commissione Ue, avesse autorizzato i rapimenti illegali della Cia; che il Sisde avesse sgominato terribili attentati di al Qaeda in Italia (mai nemmeno progettati); che il sequestro Abu Omar fosse stato autorizzato dalla Digos e dalla Procura di Milano; che gli italiani sequestrati in Iraq fossero “vispe terese” (Simona Pari e Simona Torretta), “amiche dei terroristi” (Giuliana Sgrena), “pirlacchioni” sventati in cerca di “vacanze intelligenti” alla Sordi (Enzo Baldoni, di cui Farina narrò per filo e per segno un inesistente video per dimostrare che se l’era cercata).
Altre bufale raccontò sulle migliaia di euro che gli passava il Sisde: rimborsi spese, anzi compensi per confidenti, anzi omaggi dati in beneficenza.
Ieri, dinanzi all’Ordine, non ha perso il vizio: “Ho agito in buona fede, pensavo di salvare il mondo”.
Ma da chi, visto che iniziò a lavorare per il Sisde nel ’99, due anni prima delle Due Torri?
E in che senso salvava il mondo spiando cronisti e pm? Quisquilie: se l’Ordine espellesse tutti i giornalisti che contano balle, farebbe una strage.
Ieri, per dire, ha scritto una sua appassionata difesa — tutta incentrata sulla libertà di opinione, che non c’entra una mazza — il senatore del Pd Luigi Manconi, già capo del servizio d’ordine di Lotta continua (Lc e Cl si piacciono tanto).
Dove? Sul Foglio di Giuliano Ferrara, ex spia della Cia, che vanta fra i suoi columnist Pio Pompa.
Non è meraviglioso?
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 3rd, 2014 Riccardo Fucile
DOPO 8 ANNI SENZA SCATTI IL REGALO SAREBBE (FORSE) UN AUMENTO DI 60 EURO (E NON A TUTTI) DOPO AVERNE FREGATO 4.800… RENZI PARLA DI MERITOCRAZIA, MA CHI DECIDE CHI MERITA? O FORSE IL CRITERIO E’ QUELLO DEI COMPAGNI DI MERENDE SEGUITO DAL PREMIER NELLA COMPOSIZIONE DEL GOVERNO?
All’Italia serve una buona scuola, come dice Matteo Renzi, ma servono anche i fatti, rispondono le
organizzazioni sindacali, i presidi e i genitori.
Le linee guida presentate dal premier sul sito passodopopasso.it non hanno conquistato gli addetti ai lavori.
Non è bastato annunciare la stabilizzazione di 150mila precari con l’annullamento delle graduatorie ad esaurimento e nemmeno l’assuzione per concorso dal 2016 di 40mila giovani.
E’ servito a poco promettere una progressione di carriera legata al merito, snocciolando un sistema di scatti basato sulla maturazione di crediti dettati dalle competenze e dalle valutazioni delle scuole.
Le 136 pagine con tanto di allegati e ringraziamenti, non hanno accontentato chi si aspettava tempi certi sui decreti legge, cifre esatte sulle coperture finanziare.
Mimmo Pantaleo, segretario nazionale della Flc Cgil, solleva alcune questioni che daranno filo da torcere al premier: “Alcune parti hanno bisogno di una discussione. Vogliamo parlare per esempio di quest’idea tutta meritrocatica che avanza con un sistema estremamente farraginoso? Il tutto va fatto all’interno del rinnovo del contratto. Discutibile è anche l’intervento dei privati all’interno della scuola: il rapporto con il mondo economico serve ma arrivare a pensare ai processi didattici e formativi con le imprese mi sembra esagerato. Questa riforma è tutta schiacciata sul lavoro e sull’impresa. Noi metteremo in campo le nostre proposte ma sulla partita degli scatti non si discute: va vista all’interno del rinnovo dei contratti altrimenti siamo pronti alla mobilitazione”.
Pantaleo non dimentica il mondo dei collaboratori scolastici: “Va detto che in queste linee guida del personale Ata si parla poco. Eppure — sottolinea il segretario della Flc — la scuola funziona se ci sono i bidelli, i dirigenti amministrativi, le segreterie”.
Ancor più critico Piero Bernocchi, Cobas scuola: “Renzi non batte Berlusconi, ha l’abilità d’inventarsi cose e non farle. Siamo di fronte a promesse annunciate oggi che domani potrebbero essere smentite dal ministro dell’economia. Renzi non è andato oltre gli annunci: se avesse voluto mettere la riforma della scuola sul piano dei fatti avrebbe dovuto convocare il Consiglio dei Ministri e decidere con atti precisi. Di cosa stiamo parlando? Di centotrenta pagine messe su un sito. Servono provvedimenti, disegni di legge perchè dovrei prendere sul serio il premier?”.
Bernocchi è preoccupato anche del fatto che i dirigenti potranno assumere direttamente il personale.
A non fidarsi di Renzi è anche Mario Rusconi, vice presidente nazionale dell’Associazione presidi e consulente del Miur: “Per quanto riguarda la valutazione dei professori non abbiamo ancora ben capito se avverrà sulla base del carico di lavoro maggiore che faranno o ci sarà un vero e proprio sistema che valuterà le loro performance.Si parla di queste cose da vent’anni. Rischiano di essere di nuovo delle indicazioni che non verranno concretizzate nei contratti di lavoro”.
A bocciare l’inquilino di palazzo Chigi con una battuta è, invece, il presidente dell’Associazione genitori italiani, Fabrizio Azzolini: “Renzi è ricco di buona volontà ma ho la sensazione che non ha frequentato in maniera partecipativa gli organi colleggiali della scuola dei suoi figli”.
Un richiamo all’assenza nelle linee guida di un processo di rivoluzione dei consigli di classe e d’istituto: “Il premier deve capire che la scuola è fornata dalla famiglia, dagli insegnanti e dagli alunni non solo dagli ultimi due. Renzi parla di patto educativo, noi aggiungiamo una parola: corresponsabilità ”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 3rd, 2014 Riccardo Fucile
SUL BLOCCO DEI CONTRATTI RETROMARCIA DEL GOVERNO… LA CGIL ATTACCA: “SCONCERTANTE, PRONTI ALLA MOBILITAZIONE”
“È un altro dossier mai arrivato a palazzo Chigi. L’abbiamo letto dai giornali”.
Dieci giorni fa, intervistato da Repubblica, l’ex fedelissimo del premier Graziano Delrio sembrava avere le idee molto chiare sulla voci circolate a mezzo stampa di un possibile nuovo blocco dei contratti pubblici: la solita invenzione dei giornali. Qualcosa dev’essere cambiato in queste due settimane, se un altro esponente del suo governo, il ministro della Pubblica Amministrazione Marianna Madia, oggi è stata costretta ad alzare bandiera bianca ammettendo l’esatto contrario: non ci sono i soldi, niente rinnovo.
A voler essere precisi, la pessima notizia consegnata oggi ai lavoratori pubblici dal ministro per la Pa era già stata scritta sei mesi fa all’interno del Def.
Allora però il ministero dell’Economia si era affrettato a puntualizzare che il Documento di Economia e Finanza, compilato a legislazione vigente, non poteva mettere in conto norme approvate nei mesi successivi.
In altre parole: se il governo avesse voluto rinnovare i contratti avrebbe dovuto trovare i soldi. E i soldi, alla fine, non sono stati trovati.
“Siamo sconcertati, non molto tempo fa era stato il ministro Madia a tranquillizzarci, dicendo che il rinnovo del contratto era un diritto dei lavoratori pubblici e che il governo avrebbe fatto tutto il possibile. Oggi ha annunciato il contrario”, si sfoga ad Huffpost il segretario generale della Fp Cgil. “Siamo di fronte a un governo che smentisce se stesso, una ministra che dice una cosa e ne fa un’altra. Così si fa davvero fatica a fidarsi di chi ci governa”.
Per i lavoratori, fa sapere il responsabile dei Settori pubblici della Cgil, Michele Gentile, significherà una perdita da 600 euro il prossimo anno, 4800 in totale da quando il blocco è partito.
“Se il Governo Renzi pensa di umiliare ulteriormente i dipendenti pubblici” allora “la nostra risposta non potrà essere che la mobilitazione”, spiega ancora Dettori all’Ansa.
Quella del rinnovo del contratto del pubblico impiego è la prima “mina” disinnescata dal governo in vista della legge di stabilità .
Una maxi manovra che già ora — come ha spiegato oggi il premier Renzi — vale da sola 20 miliardi.
Lo sblocco dei contratti ne sarebbe costati altri 3-4. Impossibile nelle maglie strettissime che sta tessendo il ministro dell’Economia. C’è un lungo elenco di impegni da saldare.
Dall’allargamento del bonus Irpef, alla neutralizzazione del taglio alle detrazioni già ipotecato da Letta, all’aggiustamento dei conti reso necessario dai pessimi dati trimestrali del nostro prodotto interno lordo.
Forse, con un altro quadro economico lo spazio si sarebbe anche potuto trovare. In questo, no. E poco importa se anche il sottosegretario all’Economia Pier Paolo Baretta, si era spinto persino a definire “ipotesi sconosciuta” la possibilità di un nuovo blocco dei contratti pubblici.
La scadenza del 15 ottobre si avvicina, il tempo delle scelte dolorose anche. Disseminate lungo i primi quasi sette mesi di governo ci sono tante promesse.
Non tutte potranno essere mantenute. Il primo no, pesante, è arrivato oggi.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 3rd, 2014 Riccardo Fucile
IL COMMISSARIO EUROPEO MALMSTROEM; “L’OPERAZIONE PARTIRA’ A NOVEMBRE, MA AVRA’ RISORSE PIU’ LIMITATE”
Il programma europeo Frontex Plus “non potrà sostituire Mare Nostrum” perchè avrà risorse ”più
limitate” e non avrà la capacità dell’operazione avviata nell’ottobre 2013 dalle autorità italiane e che ha già salvato 100mila persone nel Mediterraneo.
Ad affermarlo è stato il commissario agli Affari Interni, Cecilia Malmstroem, che ha risposto alle domande degli eurodeputati della commissione per le Libertà civili del Parlamento europeo.
Una frase due volte significativa perchè il ministro dell’Interno italiano, Angelino Alfano, aveva detto esattamente il contrario nel giorno dell’incontro proprio con la Malmstroem.
Alfano, da Bruxelles la scorsa settimana, aveva detto: “La base che oggi abbiamo costruito serve alla sostituzione di Mare Nostrum con Frontex Plus. Il che non significa che Mare Nostrum viene sostituita da un’operazione che fa esattamente il suo stesso lavoro: Frontex Plus avrà un’articolazione, un dispositivo che non coinciderà con Mare Nostrum e che avrà come sua articolazione operativa quella della frontiera del Mediterraneo e di Schengen”.
Malmstroem in Parlamento ha riferito proprio i risultati dell’incontro con Alfano, ribadendo la propria gratitudine per “il fantastico lavoro svolto” dall’Italia.
Il commissario Ue ha spiegato che Frontex Plus dovrebbe entrare in funzione da novembre, ma che “non sarà una copia di Mare Nostrum” e che “non sarà la soluzione finale” al problema migratorio nel Mediterraneo.
A una domanda specifica sul futuro di Mare Nostrum, che il governo italiano vorrebbe gradualmente superare, la Malmstroem ha sottolineato che si tratta di una decisione “che deve essere presa dalle autorità italiane”.
Quello che è chiaro, però, è che la nuova operazione Ue, il cui mandato sarà definito nelle prossime settimane, “non potrà sostituire Mare Nostrum”.
La Malmstrom ha ribadito l’appello a tutti i Paesi membri dell’Ue affinchè diano il proprio contributo alle gestione dei flussi migratori.
“E’ importante arrivare a una responsabilità condivisa dei rifugiati, oggi ci sono sei Paesi che accolgono il 75% dei rifugiati (Germania, Francia, Svezia, Gran Bretagna, Italia e Belgio, ndr), mentre altri fanno troppo poco”.
La scorsa settimana Malmstrom aveva sottolineato che “Frontex Plus punta a rafforzare l’assistenza all’Italia ed essere complementare rispetto a quanto è stato fatto finora” dal nostro Paese.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 3rd, 2014 Riccardo Fucile
L’AZIONISTA DI NTV REPLICA AL SENATORE DI FORZA ITALIA CHE AUSPICAVA IL FALLIMENTO DI ITALO : “VUOLE FAR FALLIRE UN’AZIENDA CON 1.000 DIPENDENTI CON UN’ETA’ MEDIA DI 28 ANNI”
Diego Della Valle non ci sta e replica con un comunicato alle dichiarazioni del vicepresidente del Senato, Maurizio Gasparri, che nei giorni scorsi aveva avviato una polemica via Twitter con la compagnia ferroviaria Ntv dei treni Italo, scrivendo un “presto chiuderete!” in risposta a una promozione sui biglietti dell’azienda.
“Il Senatore Gasparri — scrive Della Valle -, uomo politico buono per tutte le stagioni, mantenuto da noi italiani per decenni con stipendi principeschi, si è permesso di dichiarare pubblicamente il falso, augurando di fallire ad un’azienda italiana che occupa oltre 1000 persone con età media di 28 anni”.
L’azionista di Ntv, Nuovo Trasporto Viaggiatori, punta quindi il dito contro una classe politica che “non si è presa il disturbo di rispondergli a tono”.
In una situazione di crisi economica come quella italiana, continua Della Valle, i cittadini non possono accettare che il mondo politico si comporti in maniera così arrogante e aggiunge: “Gasparri si deve dimettere o deve essere cacciato da chi ha l’autorità per farlo”.
Anche perchè “se rimarrà al suo posto con il silenzio del mondo politico vorrà dire che alla fine sono tutti uguali, pronti sempre a difendere le loro poltrone e i loro privilegi e che della tutela dei cittadini e dei loro bisogni se ne fregano. Noi esponenti del mondo del lavoro a tutti i livelli non dobbiamo più tollerare questi comportamenti vergognosi”.
La nuova polemica con il patron della Tod’s tra i protagonisti, è nata dopo la pubblicazione, da parte del senatore di Forza Italia, di un tweet in cui Gasparri scriveva: “Italo treno. Ma che promozioni, presto chiuderete”.
Ne è nato un battibecco a suon di tweet con gli amministratori del profilo della compagnia ferroviaria con tanto di hashtag #tristegasparri.
Il cinguettio del vicepresidente del Senato si riferiva alla non facile situazione finanziaria della compagnia fondata da Luca Cordero di Montezemolo e Diego Della Valle e partecipata da Intesa Sanpaolo che è anche grande creditore del gruppo per eredità della gestione dell’istituto targata Corrado Passera.
Dopo l’ennesima chiusura dei conti in rosso, che nel 2013 è arrivata a quota 76 milioni di euro con debiti per 691 milioni, l’azienda nata nel 2010 per fare concorrenza alle Ferrovie dello Stato e fresca di accordo per un anno di contratto di solidarietà per i suoi 1000 dipendenti, è prossima alla richiesta di un nuovo ammortizzatore sociale che secondo le ultime indiscrezioni riguarderebbe la mobilità per quasi un terzo dei lavoratori.
Proprio mentre per Montezemolo, che è anche vicepresidente di Unicredit, si prepara la poltrona di presidente di Alitalia.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 3rd, 2014 Riccardo Fucile
I RISULTATI RIVENDICATI DA RENZI E DALLA BOSCHI SMENTITI DAI DATI: “DA MAGGIO A LUGLIO LA CURVA DEGLI OCCUPATI E’ PIATTA”…”LA LIBERALIZZAZIONE DEI CONTRATTI A TEMPO DETERMINATO RENDERA’ DIFFICILE INTRODURRE QUELLI A TUTELE PROGRESSIVE”
Matteo Renzi e Maria Elena Boschi lunedì l’hanno rivendicato come un grande successo. 
Oggetto, il decreto Poletti, noto come “prima parte del Jobs Act”. Quello che permette di stipulare contratti a termine di durata triennale senza indicare la causa.
Il premier, presentando il programma dei Millegiorni, ha parlato di “un dl che ha portato dei risultati verificabili immediati con un aumento dell’occupazione da febbraio a oggi”, mentre il ministro delle Riforme ha detto che “grazie al decreto negli ultimi due mesi si è visto un aumento del numero degli occupati”.
I numeri? A ricordarli è una finestra ad hoc su passodopopasso.italia.it, il sito web che dovrebbe permettere ai cittadini di seguire l’evoluzione dell’attività parlamentare e delle riforme: “Da febbraio a luglio 2014, gli occupati in Italia sono passati da 22.316.331 a 22.360.459, facendo registrare un aumento dello 0,2%”.
Vero, spiega Tito Boeri, professore di Economia del lavoro all’università Bocconi e tra i fondatori di lavoce.info. Peccato che il lievissimo incremento non dipenda affatto dal decreto che porta il nome del ministro del Lavoro.
E che, soprattutto, quegli occupati in più siano tutti precari, mentre i contratti stabili continuano a calare.
Andiamo per ordine: tra febbraio e luglio come si è mosso il mercato del lavoro? E che parte di merito va al decreto Poletti, entrato in vigore a fine maggio?
Effettivamente tra febbraio e luglio gli occupati sono saliti di 44mila unità . Però occorre distinguere: da febbraio a maggio l’occupazione è aumentata, esclusivamente a causa del miglioramento della produzioneindustriale nei primi mesi dell’anno. Da maggio a luglio, invece, si nota solo un incremento modesto: la curva è praticamente piatta. Quel che si vede, invece, è un cambiamento nella composizione.
Ovvero?
Aumentano i contratti a tempo determinato e diminuiscono in modo consistente gli indeterminati. C’è una sostituzione, confermata dai dati sulle comunicazioni obbligatorie che le aziende fanno quando convertono un contratto a temine in uno permanente.
Insomma, il lavoro precario ha in parte preso il posto di quello stabile.
Sì, è probabile che i datori di lavoro abbiano esteso la durata dei contratti a tempo già in essere invece che concluderli o decidere di stabilizzarli. La crescita, peraltro, secondo l’Istat riguarda “quasi esclusivamente gli uomini”. Le lavoratrici donne, in valori assoluti, tra febbraio e luglio sono diminuite (da 9.316.000 a 9.303.000, ndr). Questo può dipendere dal fatto che gli uomini tendono ad avere contratti a termine di durata maggiore, che in questa situazione sono stati ulteriormente estesi.
In conclusione, Renzi ha cantato vittoria troppo presto?
E’ sicuramente troppo presto e in ogni caso parliamo di occupazione temporanea, precaria, che abbassa la produttività media e che è destinata a sparire rapidamente, appena i momentanei incrementi di domanda che hanno indotto le aziende a prorogare i contratti verranno meno
Giovedì riparte in commissione Lavoro al Senato la discussione sul “vero” Jobs Act, il ddl delega sulla riforma complessiva del mercato del lavoro che contiene anche il contratto a tutele crescenti. Che conseguenze avrà il fatto di aver varato prima il decreto Poletti?
E’ stata una forma di schizofrenia che renderà molto difficile introdurre con successo in Italia il contratto a tutele progressive: liberalizzare il contratto a tempo determinato per una durata di 36 mesi fa sì che il datore di lavoro non abbia, al termine di quel periodo, alcun interesse a utilizzare un altro strumento a tutele crescenti. Equivarrebbe ad avere una “fase iniziale” di contratto lunga 6 anni, contro un’anzianità aziendale media di 15.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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