Novembre 6th, 2014 Riccardo Fucile
ITALICUM, TUTTO ANCORA IN ALTO MARE… LA MINACCIA: “SE NON DECIDETE, ANDIAMO AVANTI DA SOLI”
“Interlocutorio”. Per non dire “andato male”.
L’incontro di ieri tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi sulla legge elettorale non solo non è risolutivo, ma non lascia presagire nulla di buono sul futuro della riforma.
Due ore e mezzo di vertice a pranzo a Palazzo Chigi e un nulla di fatto. “Noi andiamo avanti comunque”.
Il messaggio che il premier consegna ai suoi la dice lunga sullo stallo della trattativa. Soprattutto dopo un silenzio da parte dei Dem andato avanti per tutto il pomeriggio, mentre fonti di Forza Italia accreditavano il fallimento del vertice.
Una minaccia credibile? Di certo necessaria, visto che il capo del Governo vuole portare a casa la riforma entro gennaio.
Per questo, l’incontro è stato più teso degli altri: Matteo sta mettendo pressione all’altro, per costringerlo a prendere una posizione definitiva. E lui resiste.
Da qui alla rottura, però, ce ne vuole: anche perchè nè l’uno nè l’altro se lo possono permettere.
Renzi è accompagnato dal vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini e dal Sottosegretario a Palazzo Chigi, Luca Lotti.
L’ex Cavaliere si presenta con Gianni Letta e Denis Verdini. Formazione classica di entrambe le squadre.
Anche se i renziani, fino all’ultimo momento, avevano sperato che Berlusconi lasciasse fuori Verdini, ora rinviato a giudizio.
Non esattamente il massimo per un premier riceverlo a Palazzo Chigi.
Anche se la linea ufficiale è quella data dallo stesso premier martedì sera a Ballarò: “È giusto fare le riforme con Berlusconi. Il fatto che Berlusconi sia stato condannato e Verdini rinviato a giudizio attiene alla loro vicenda personale, ma finchè ci sono italiani che li votano sono interlocutori per le riforme”.
Se non una difesa a spada tratta, di certo una rinnovata legittimazione.
Motivazioni politiche e modifiche tecniche si incrociano, con Renzi stretto da minoranza Pd e Berlusconi sulle preferenze e soglie di ingresso che mettono in crisi la maggioranza. Prima di vedere B. e i suoi, Renzi aveva incontrato i vertici dem.
Dal vertice mattutino, esce una piattaforma poco negoziabile: premio di maggioranza al partito che ottiene il 40%, ma se nessuno supera questa soglia, ballottaggio tra i due partiti più votati; 70% dei deputati eletti con preferenza in collegi plurinominali, 30% eletti in liste bloccate su base regionale con metodo interamente proporzionale.
Non più i capilista bloccati, di cui si era parlato fino all’altroieri.
“Un’ ipotesi da concordare con gli alleati” ammette la Boschi. Le preferenze sono invise a Berlusconi ma gradite a M5s, cose che permette a Renzi di giocare su due tavoli.
Proprio su questa questione, l’accordo si è arenato.
Speranza ha chiarito ieri mattina a Renzi che sulle liste bloccate (e senza preferenze) il Pd l’Aula non la regge.
E il premier si è presentato a Berlusconi tenendo fermo questo punto. Il leader di FI ha insistito per avere almeno il 50% di candidati bloccati.
Sul premio alla lista e non al partito il leader di FI è invece pronto a cedere, convinto che Renzi al 40% non ci arriverà più, e dunque si andrà al ballottaggio.
E questo cedimento sarebbe barattato con la soglia di ingresso portata al 5%: cosa che ucciderebbe i partitini e li costringerebbe alla coalizione.
Non a caso, Alfano non è d’accordo. E ha ottenuto per lunedì un vertice di maggioranza.
L’ex Cavaliere — che oggi riunisce i gruppi — ha preso tempo. Con Renzi dovrebbero rivedersi all’inizio della settimana prossima, anche se il premier vuole già oggi una risposta di massima.
E se il patto si dovesse arenare? “La legge elettorale si può approvare anche a maggioranza”, chiariscono i vertici Dem. Insomma, un aut aut.
Però, così va in crisi il patto del Nazareno. Vero perno su cui si sta reggendo il governo. Renzi e B. se lo possono permettere? Difficile crederci.
Ed è per questo che al Nazareno ostentano ottimismo: l’unico che potrebbe avere interesse a votare è Renzi, pure con il Consultellum.
Anche se non sarebbe un’ipotesi esaltante: per questo sta cercando di rassicurare B. che riforma elettorale non significa voto anticipato.
Lui si fida poco, i suoi si fidano meno. Si punta sul fatto che Napolitano non scioglierà le Camere e che se si riesce a prendere tempo sulla riforma, si chiude la finestra elettorale di primavera.
Peraltro Fi è abbastanza divisa da non avere ancora un nome sulla Consulta.
Sullo sfondo, la questione giustizia: ieri non se n’è parlato: troppa gente e troppo poco tempo.
Però, Berlusconi avrebbe provato a chiedere modifiche sulla Severino. Trovando, per ora, un muro. Anche se lo stesso premier le sue perplessità su questa legge le ha espresse.
“La Severino non si tocca nella sua impostazione, ma non mi torna che si possa essere sospesi dopo una condanna in primo grado”, ha detto a Ballarò.
Chiarendo che questo “non riguarda Berlusconi”. Nessuna modifica per ora a favore del leader azzurro.
Per ora.
Wanda Marra
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 6th, 2014 Riccardo Fucile
L’AREA VEDE GLI INTERESSI CONTRAPPOSTI DI CARRAI, DELLA VALLE E MAESTRELLI
A Peretola, alle porte di Firenze, c’è un pezzo di terra di appena mille metri che sta creando seri
problemi a Matteo Renzi perchè a contenderselo sono tre sostenitori e amici che per il premier è fondamentale tenere dalla propria parte: il fidato Marco Carrai, fundraiser delle fondazioni, poi i fratelli Della Valle, con quel Diego che a inizio ottobre apparve sugli schermi televisivi a criticare l’operato dell’ex sindaco di Firenze e dicendosi pronto a sfidarlo politicamente, infine, Egiziano Maestrelli, l’amico che lo ha ospitato nel suo albergo a Forte dei Marmi.
I mille metri ora fanno parte dell’area del Mercafir, il mercato di Firenze.
Il 27 ottobre Palazzo Vecchio nel corso della conferenza dei servizi ha sciolto il nodo del nuovo stadio cui tengono molto i Della Valle e ha previsto che deve sorgere proprio lì, dove c’è Mercafir.
Ma l’area confina con l’aeroporto gestito dalla Adf, presieduta da Carrai, che deve costruire la seconda pista, fra l’altro già finanziata dal governo Renzi con 50 milioni di euro.
L’Enac però sta valutando se approvare il tutto ma tre giorni fa ha svolto dei rilievi: pista e stadio sarebbero troppo vicini.
È stato poi dato il via libera preliminare alla realizzazione di una pista lunga 2400 metri e non i duemila inizialmente previsti. Così facendo lo stadio sarebbe a 60 metri dalla pista.
Il sindaco Dario Nardella non ne parla. E non risponde neanche ai comitati di quartiere sorti per protestare, come il comitato per la salute della Piana.
L’assessore alle Politiche del territorio e patrimonio Elisabetta Meucci ha così ribattuto: “Al momento della presentazione dello studio di fattibilità del nuovo stadio l’unico documento approvato era la variante al Pit della Regione, che prevede una pista di 2000 metri ma senza indicarne il posizionamento”.
Ora è stato deciso: parallelo all’autostrada e al confine con quello che oggi è Mercafir. I tecnici del Comune stanno valutando, se ce ne fosse bisogno, come intervenire sull’altro versante per ridurre eventualmente l’area attorno allo stadio coinvolta dal progetto del nuovo centro sportivo: qui è infatti previsto un imponente parcheggio e la costruzione di alberghi e altre strutture, sempre targate Della Valle.
Il rischio è dunque dover scontentare uno tra il presidente della Fiorentina e l’amico Carrai.
E la pista dovrebbe avere la priorità , considerato anche lo stanziamento già deliberato dall’esecutivo Renzi. Ma anche il nuovo stadio è decisamente sentito. E atteso da ormai quasi dieci anni.
E fu proprio l’allora sindaco a indicarne la collocazione impegnando il Comune a trasferire parte del mercato.
Oltre a Carrai e Della Valle un altro problema è rappresentato da Maestrelli.
Il grossista proprietario della Fruttival, infatti, nel 2007 ha ottenuto il diritto di superficie per 40 anni e ha così fatto un forte investimento costruendo in questa area capannoni e altre strutture.
È disposto ad andarsene se, ovviamente, qualcuno gli risarcisce i soldi persi.
Della Valle ha già fatto sapere che non è disposto a mettere un euro, quindi ora tocca al Comune valutare come intervenire.
“Tenendo tutti all’oscuro di quanto sta accadendo”, denuncia il consigliere di Sel Tommaso Grassi. “Abbiamo chiesto in ogni modo di poter avere accesso ai progetti, di essere quanto meno informati: del resto noi siamo in consiglio comunale, sarebbe a dir poco scontato non dico aprire un dibattito o un confronto, per carità , ma almeno aprire due cassetti e mostrarci su quale idea stanno lavorando”.
Ma la scelta è dura. Carrai e Maestrelli sono amici.
Della Valle, un possibile avversario politico.
Davide Vecchi
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 6th, 2014 Riccardo Fucile
L’IDEATORE DI GAZEBO E IL FILMATO DOVE SI ORDINA DI CARICARE GLI OPERAI
Il barman si avvicina a Diego Bianchi. «Fai tu, basta che non mi stendi. Devo restare lucido…». “Zoro” sorride.
Il creatore di Gazebo ha appena finito di ascoltare Angelino Alfano a Montecitorio. Tira le somme. Con una premessa: «Nessuna polemica politica con il ministro. Parlano le immagini. Se poi non crede neanche a quello che vede, amen…».
La nuova ricostruzione di Alfano è convincente?
«Io ho semplicemente documentato un’intera giornata. Con un video diverso dagli altri. Un lavoro giornalistico, nient’altro. C’è la manifestazione. L’ordine di caricare. Mi sembra che le cose non siano andate come era stato indicato nella prima ricostruzione del ministro. Qualcosa di sbagliato c’è stato, no?».
Il ministro sostiene che esistono diversi video con angoli visuali e anche politici differenti. Ha gradito?
«Ecco, non mi metto a fare questo tipo di polemica. Ognuno ha la sua credibilità . Mi limito a dire che la mia angolatura, diciamo, era quella di una telecamera che si è trovata in mezzo: da una parte c’era l’ordine di carica, dall’altra i sindacalisti…».
Alfano sostiene che le immagini non lo smentiscono.
«Per carità , ognuno ha diritto di giudicare quelle immagini. Questa era tra le manifestazioni più civili che possano capitare. Dal punto di vista dell’ordine pubblico tra le più facili da gestire. Tutti a volto scoperto, riconoscibili. Operai, arrivati in pullman. Fa un po’ impressione che spaventi i funzionari di pubblica sicurezza ».
Tornerete sugli scontri nella puntata di domenica?
«Cerchiamo sempre di trattare temi seri in modo leggero. Così faremo. E sarebbe ipocrita ignorare i fatti quando in Parlamento si parla del nostro video».
La chiacchierata si conclude. L’aperitivo anche. «Lo sa che mi chiamano gli operai di Terni? Senza lavoro, un vero dramma».
di T. Ci.
(da “La Repubblica”)
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Novembre 6th, 2014 Riccardo Fucile
LA TRAMA OCCULTA PER SILENZIARE RENZI E I SUOI AMICI
Ragazzi, qui l’affare s’ingrossa. I gomblotti non finiscono più. 
Dopo quello ordito da Cgil e Fiom per spaccare l’Italia, ne salta fuori un altro per colpire tutti i candidati di FI alla Consulta “come nel celebre romanzo di Agatha Christie: uno a uno, la potenza spietata dei malpancisti, cripto-dissidenti e malmostosi che vorrebbero contestare Berlusconi ma non possono farlo apertamente, procede alla decimazione”.
Lo svela sul Corriere l’autorevole Pigi Battista, ignaro del fatto che la Consulta è un organo di garanzia e non può essere infestato da “candidati di FI” come di qualunque altro partito, ma deve (dovrebbe) essere composto da giuristi indipendenti (e possibilmente incensurati).
Però se lo dice lui dev’essere vero. Malpancisti, criptodissidenti e malmostosi vogliono far pagare a B. l’amicizia con Renzi.
E, secondo Il Giornale, della congiura fanno parte i magistrati, che continuano a rinviare a giudizio Verdini, “vittima della giustizia anti-Renzi”: quel pover’uomo imputato per la P3 solo perchè “fa politica” — spiega il Foglio — visto che “riunirsi per ottenere informazioni e influire su nomine pubbliche (e sentenze della Consulta, ndr) non è ancora nè crimine nè peccato mortale”.
Anche lui martire dell’amicizia con Renzi.
Che però ieri l’ha voluto con sè e con Caimano a Palazzo Chigi, non riuscendo proprio a capire — e noi con lui — perchè mai la sinistra del Pd non ha nulla da ridire sul pregiudicato della P2, ma non transige sull’imputato della P3 (che, anche numericamente, sta una tacca sotto).
Ma non vi abbiamo ancora detto del complotto più intollerabile, smascherato da La Stampa: “Farinetti: ‘Per la mia amicizia con Renzi ora mi impediscono di parlare’.
Il fondatore di Eataly costretto dalla polizia a disertare un dibattito: rischio di disordini”.
Quando si dice la cattiveria umana: gli hanno tappato la bocca.
Noi quest’estate l’avevamo incontrato al Libro Possibile di Polignano a Mare, poi ai Dialoghi di Trani, mancandolo per difetto di ubiquità a Camogli e a Sarzana per i festival della Comunicazione e della Mente (non, sorprendentemente, della Pancia), senza contare quelli delle Vie Nuove a Courmayeur (“seguirà degustazione di vini”), dei Tabù ad Abbiategrasso, del Giornalismo a Perugia e dell’Unità a Bologna.
Lì, a vederlo così, di primo acchito, pareva piuttosto loquace.
Pontificava su “Il più rimane da fare, per questo il futuro è meraviglioso”, “Il gusto della differenza”, “La comunicazione: basta promesse, narriamoci come siamo”, “C’è futuro per il lavoro?”, “Storie di coraggio”, “La luce, il vento, la tradizione”. Insomma, parlava.
Ma la censura è come il cibo: slow. E ora Oscar non parla più. Ieri doveva conferenziare a Genova, come se non bastasse l’alluvione.
Ma lì, informa La Stampa, “la Digos ha sentito puzza di bruciato”. Eh sì, “l’Italia rivive vecchi incubi”.
Roba brutta, da anni di piombo. Stelle a cinque punte sulle casse di Eataly? Cuochi in eskimo e passamontagna? Volantini di rivendicazione fra i porcini della Bottega del Fungo?
Peggio: “Tre o quattro persone — racconta lui — hanno volantinato davanti a Eataly”: “paura di disordini”. Avrebbero potuto addirittura fischiarlo o — Dio non voglia — tirargli un cavolfiore bio.
Lui, impavido, avrebbe pure sopportato (“sono figlio di un partigiano della Matteotti”).
Ma “la polizia temeva per la mia incolumità e per quella del pubblico”. Saranno mica i precari di Eataly pagati 8 euro l’ora? “Un 5-6% di dipendenti incazzati è fisiologico in ogni azienda”.
No, c’è ben altro: è che “sono amico di Renzi”, “non renziano ma renzista”. Perciò gli tappano la bocca.
Colpa del “linguaggio violento” di chi associa Renzi ai “poteri forti” solo perchè è pappa e ciccia con B., Verdini, Marchionne e Squinzi; dei “social forum” (sic) che “rilanciano leggende metropolitane su Eataly”; e dei “talk show tv”, “catinidi livore rovesciati sugli italiani” (dev’essere per questo che non se ne perde uno, prima e dopo i pasti).
Dopo la macchina del fango, la macchina del fungo per silenziare Renzi e i suoi amici.
Contro l’odiosa censura, il Fatto offre massima ospitalità e lancia un appello a Rai, Mediaset, La7 e stampa tutta: basta bavagli, adottate un renzista.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 6th, 2014 Riccardo Fucile
IL CLOWN ARRIVATO IN SCENA QUANDO IL CIRCO HA GIA’ SMONTATO LE TENDE
«Chi», la Pravda berlusconiana a fumetti, pubblica quattro foto rubate in macchina al ministro Marianna Madia mentre lecca un cono, corredandole di allusioni da quinta elementare (sezione ripetenti) che Pierino si sarebbe vergognato di copiare.
L’impressione è di uno schizzo di fango fuori tempo massimo che rilascia soltanto un senso di sconfinata tristezza.
Come il clown che arriva in scena quando il circo ha già smontato le tende.
Come la mano del morto nei film dell’orrore che riaffiora per l’ultima volta prima di irrigidirsi per sempre.
Ma dai, ancora lì a fare battute da baùscia sfigati come negli anni della Milano da bere e dell’Italia da infinocchiare?
Quale mondo si ostina a rappresentare il fermo immagine della presunta fellatio al pistacchio della Madia, se oramai persino l’utilizzatore finale galleggia arreso tra carezze ai cagnolini e visite ai pensionati?
E’ tutto così stantio che anche la difesa del direttore Signorini assomiglia a un riflesso condizionato: perchè non suscitarono altrettanto sdegno le immagini di Francesca Pascale, non ancora assurta agli altari di Arcore, eternata nell’atto di succhiare un calippo a Telecafone?
Ma perchè lei armeggiava con il ghiacciolo a favore di telecamera, riferendosi volutamente a quella roba lì.
Invece la Madia lecca un cono da due gusti senza alcuna volontà di lanciare messaggi alla nazione.
Signorini si rassegni.
La ricreazione è finita e ci tocca rientrare nelle classi diroccate e allagate: a studiare qualche modo per venirne fuori.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)
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Novembre 6th, 2014 Riccardo Fucile
E HYLARY PARTE PER LA CORSA DEL 2016
«Quando le cose non vanno bene, quando la politica non produce risultati, gli americani se la prendono
naturalmente col presidente e col suo partito. Ho sentito la frustrazione degli elettori. Nel biennio che mi resta ho un solo obiettivo, rendervi la vita migliore ».
Barack Obama incassa così una sconfitta di proporzioni storiche. Con la sua avanzata trionfale la destra ha raggiunto un’ampia maggioranza al Senato, ha rafforzato quella che aveva alla Camera, ha conquistato nuovi governatori.
Obama scopre le carte, annuncia la strategia che userà da qui al 2016. «Sono pronto a lavorare con questo Congresso a maggioranza repubblicana. Ma userò il mio potere di veto se mi presentano proposte inaccettabili»
Elenca i possibili compromessi bipartisan: «Nuovi investimenti pubblici nelle infrastrutture; riforma fiscale per ridurre l’elusione e abbassare le tasse sulle imprese; trattati di libero scambio con Europa e Asia».
Lancia una sfida sull’immigrazione: se la destra continua a bloccare una riforma che regolarizzi i giovani senza permesso di soggiorno, «agirò in tempi rapidi con atti dell’esecutivo».
Obama non vuole apparire come un “lame duck” (anatra zoppa) ridotto all’impotenza. Ma i rapporti di forze sono cambiati in modo brutale, un aneddoto li esprime chiaramente: martedì sera quando Obama ha chiamato il nuovo leader della destra vincitrice al Senato, Mitch McConnell, questi non gli ha neppure risposto e il presidente ha dovuto lasciare un messaggio sulla segreteria telefonica. Umiliante. L’euforia dei repubblicani è comprensibile, la loro vittoria è andata oltre le previsioni.
I seggi in più conquistati al Senato potrebbero salire fino a nove se vincono il ballottaggio in Louisiana.
Molti Stati dove gli elettori avevano votato per Obama nel 2012, nel Nordest progressista dal Maine al Massachusetts, hanno eletto governatori di destra.
I commenti sono crudeli, per l’avanzata dei repubblicani si usano termini come tornado e tsunami, Obama viene descritto come un presidente “che lotta per rimanere rilevante” ( New York Times ).
Un sondaggio della Cnn compiuto ai seggi martedì, dà la chiave decisiva: 70% degli americani è convinto che l’economia va male e che l’America è in declino. Può sembrare sconcertante.
L’America è tornata a essere la locomotiva della crescita mondiale, la sua ripresa dura da cinque anni, il tasso di disoccupazione si è dimezzato (sotto il 6%), anche il deficit pubblico è la metà .
Altri dati contribuiscono alla confusione. I repubblicani non sono più popolari del presidente, vengono coinvolti nell’insoddisfazione verso la classe politica, ma il partito del presidente è quello che viene castigato.
Poi c’è il risultato dei referendum sull’aumento del salario minimo: hanno vinto in tutti i cinque Stati dove si votava per questa misura. Cinque Stati repubblicani.
Eppure la destra è contraria ad alzare il salario minimo per legge.
I due terzi degli elettori (repubblicani inclusi) sono convinti che questa crescita economica stia andando a beneficio dei più ricchi. E tuttavia hanno dato la maggioranza a un partito che ha ricevuto colossali finanziamenti da parte dei grandi poteri capitalistici, a cominciare dai fratelli Koch che controllano un conglomerato petrolchimico.
I messaggi contraddittori dell’elettorato suggeriscono di non dare a questo voto un’interpretazione “epocale”.
Troppe volte si è parlato di svolte storiche: da ultimo nel 2012 di fronte alla netta vittoria di Obama. Alla sua rielezione contribuì una coalizione di donne, giovani, minoranze etniche, che sembrava invincibile.
Autorevoli esperti profetizzarono il declino “demografico” dei repubblicani. Le legislative di midterm hanno un’affluenza più bassa, elettori più bianchi e più anziani. Ma di certo l’Amministrazione Obama si è macchiata di errori a ripetizione: la sua riforma sanitaria è stata “sabotata dall’interno” con un disastroso avvio del sistema informatico; l’esecutivo ha trasmesso un’impressione di impreparazione di fronte a molte crisi interne (Ebola, ondate di immigrati- bambini in arrivo) o internazionali (Ucraina, Siria-Iraq, Datagate).
Per quanto possa fare Obama, da adesso al 2016 molto dipende dai repubblicani. Loro hanno già un’agenda. Massima libertà all’industria petrolifera, cominciando con il via libera al maxioleodotto inviso agli ambientalisti: il Keystone XL dal Canada al Golfo del Messico.
Molte regole introdotte da Obama per ridurre le emissioni carboniche rischiano di essere cancellate dal nuovo Congresso.
Ci sta anche un aumento dell’export di greggio e gas verso l’Europa.
Sulle tasse la priorità è ridurre l’imposta sui profitti delle imprese dal 35% al 25% e su questo Obama potrebbe concordare se al contempo si chiudono gli spazi legali per l’elusione delle multinazionali che spostano profitti offshore.
Su altri punti la destra è divisa. I rigoristi legati al Tea Party vogliono un bilancio in pareggio, ma i neocon preferiscono prima aumentare il budget del Pentagono.
La liberalizzazione dei permessi di soggiorno piace al mondo del business ma non al Tea Party. Se prevale la fazione ultrà ci saranno anche diversi attacchi alla riforma sanitaria di Obama (anche parziali come l’abrogazione di una tassa sull’industria delle apparecchiature mediche).
L’America ha già conosciuto situazioni come queste: Ronald Reagan nel 1987-88, Bill Clinton nel 1999-2000, George W. Bush nel 2007-2008, finirono il secondo mandato con un Congresso in mano all’opposizione.
Il precedente più inquietante per Obama è quello di Clinton: nell’ultimo biennio subì il processo per impeachment; e firmò una disastrosa deregulation finanziaria seminando i germi della crisi del 2008.
Ora tutti gli occhi sono puntati sulle grandi manovre per il 2016: la prossima elezione presidenziale. Se vogliono piazzare uno dei loro, i repubblicani non possono passare il biennio a sabotare Obama: gli elettori li punirebbero.
Perciò tra i papabili per la nomination hanno buone chance i moderati come Chris Christie (governatore del New Jersey) e Jeb Bush.
Ma il movimento radicale del Tea Party farà di tutto per imporre dei pasdaran come Ted Cruz.
In quanto a Hillary Clinton, il Washington Post teorizza il paradosso: la disfatta l’aiuta. Spostando la responsabilità di governo su un Congresso tutto repubblicano, le consente di impostare la sua prossima campagna come una battaglia di opposizione, anzichè dover difendere punto per punto il bilancio di Obama.
Federico Rampini
(da “La Repubblica“)
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Novembre 6th, 2014 Riccardo Fucile
I CIRCOLI SI VEDONO AUMENTARE L’AFFITTO… INIZIANO LE CENE PROLETARIE DA 1.000 EURO A TESTA PER IL FINANZIAMENTO DEL PARTITO
“Dopo sette anni dalla nascita del Pd, dobbiamo capire come le Fondazioni possono essere utili alle finalità del Pd stesso”.
Così è intervenuto il tesoriere dem, Francesco Bonifazi a Milano, in una riunione convocata per parlare dei rapporti tra le Fondazioni (ovvero il tesoro rosso) e il Pd.
In varie parti d’Italia, i circoli democratici si sono visti aumentare l’affitto da quelle stesse Fondazioni nate nell’ultima direzione degli ex Ds.
Teoricamente, un patrimonio che sarebbe anche loro.
(Ex) contro contro: il bilancio del Pd è in rosso profondo (con 10,8 milioni di euro di perdite nel 2013), i finanziamenti pubblici ai partiti vanno a scomparire, con i dipendenti che rischiano la cassa integrazione.
Eppure c’è un tesoro disseminato in 57 Fondazioni, costituite dall’ultimo tesoriere dei Ds, Ugo Sposetti, che non solo non si può toccare, ma che sopravvive anche grazie ai contributi pagati in varie forme dai Dem.
A Milano c’è stata una riunione, convocata dal segretario cittadino Pietro Bussolati, con 150 quadri locali e tesorieri del Pd di tutta Italia per provare ad affrontare il problema. Presente, Bonifazi, tesoriere nazionale. Grande assente, Sposetti, che quel patrimonio non lo molla.
Anche se erano presenti persone vicine alla Fondazione milanese Quercioli.
“La decisione di dare vita alle Fondazioni — ha detto Bussolati — nasce dalla necessità di vigilare sul patrimonio del partito, in un momento storico che non è più l’attuale”.
Per questo, “occorre un nuovo patto fra partito e Fondazioni”.
Bussolati chiarisce: “Non vogliamo fare la guerra alle Fondazioni ma avere regole chiare”. Perchè, “servono affitti calmierati e la proprietà e la vita dei circoli devono convergere. Anche se esistono limiti giuridici”.
Insomma, la guerra dell’attuale Pd al tesoro rosso, è partita. Anche se forme e modalità sono tutte da inventare
Il tesoro degli ex Ds si compone di 2300 immobili più 410 opere d’arte (alcune nella sede dei Ds a via Sebino, come “I funerali di Togliatti” di Guttuso), stimato in oltre mezzo miliardo.
Gli ex Ds hanno 150 milioni di debiti e le Fondazioni sono state costituite anche perchè le banche non si possono rivalere.
Ma il paradosso è che Fondazioni e circoli invece di stare dalla stessa parte, si trovano su fronti contrapposti. Le stesse Fondazioni pagano l’Imu e le tasse e non navigano nell’oro (almeno è questa la difesa degli Sposetti’s boys).
Peccato che si rivalgono, anche con gli affitti, sugli stessi militanti che magari un tempo quegli immobili li avevano comprati a forza di salsicce alla grigia alle Feste dell’Unità . Questione complicata: dentro le Fondazioni c’è un pezzo che poi è andato in Sel e in Rifondazione.
Ma non è solo questo: il tesoro rosso garantisce tuttora quel che resta della ditta.
Se mai gli ex Ds o una parte di loro decidesse che è arrivato il momento di fare la scissione, quel patrimonio serve tutto.
Così parlava Sposetti a Repubblica, solo un mese fa: “Il Pd sta in 1.800 circoli di proprietà del famigerato Pci-Pds-Ds, e non paga nè Tarsu nè Imu nè condominio. Sono sedi che vengono dal lavoro e dalla fatica di centinaia di militanti comunisti. Non mi sembra che a dirigere il Pd oggi ci siano grandi manager che possano gestire questo patrimonio. Quindi le cose restano come sono”
Il Pd intanto, se le inventa tutte. Domani a Milano e dopodomani a Roma ci sono le due prime iniziative di fundraising: ovvero due cene con imprenditori e professionisti vari, che per mangiare con Matteo Renzi devono pagare 1000 euro a testa. “Dalle cene pensiamo di ricavare un milione di euro”, ha detto il segretario premier ieri ai gruppi.
Per il governo, alla cena di Milano ci saranno, oltre a Renzi, Maria Elena Boschi e Maurizio Martina.
A Roma, Marianna Madia. Lo scouting era affidato ai parlamentari, cosa che ha provocato non pochi malumori.
Difficile evitare ospiti sbagliati, ancor più difficile portare pesi massimi, che in una situazione troppo allargata non sono interessati a partecipare.
Alla fine, i vertici dem si aspettano centinaia di partecipanti.
Quasi tutti personaggi di media levatura. Ma anche qualche nome più “pesante”.
A Milano ci saranno Valerio Saffirio fondatore di Rokivo inc., la società di San Francisco che produce i Google Glass, i Gavio, azionisti del gruppo Gavio Autostrade.
E Alessandro Perroncabus, Ad di Sestriere Spa, la più grande società italiana di gestione impianti sciistici, 13esima al mondo.
Ancora, Pietro Colucci, Presidente della Kinexia, società che si occupa di energie alternative e Roberto De Luca, presidente Live Nation Italia, la filiale italiana del più grande gruppo di Entertainment al mondo.
E Ferrari Allegrini e Bertani, produttori di vini, Acqua Norda, Nestlè.
E poi, notai e avvocati.
Wanda Marra
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 6th, 2014 Riccardo Fucile
RISPONDE ALLE CRITICHE CON LA BRUTALITA’ DELLA MENZOGNA
Fra le imma gini che hanno cele brano la mis sione del pre si dente del Con si glio a Bre scia, ce n’è una in
cui Renzi si stringe accanto al pre si dente della Con fin du stria bre sciana Bono metti, uomo di destra, falco delle rela zioni indu striali, che un attimo dopo lo scatto dichia rerà : «Il sin da cato è un osta colo sulla strada del rilan cio dell’Italia».
Sullo slan cio, il pre si dente del Con si glio si rifiu terà di rice vere i rap pre sen tanti Fiom nella
fab brica di Bono metti.
Per chè tra il segre ta rio Pd e l’imprenditore destrorso l’estremista è il primo.
In un’altra fab brica lì vicino, dove gli ope rai sono stati messi in ferie obbli gate e sosti tuiti con piante orna men tali, men tre la poli zia bastona lon tani con te sta tori, un Renzi scuro in volto e niente spi ri toso mette al cor rente la pla tea di Con fin du stria e il pre si dente Squinzi che «c’è un dise gno cal co lato, stu diato e pro get tato per divi dere il mondo del lavoro». Dice qui, in Ita lia, «in que ste set ti mane».
E i padroni bat tono le mani, con l’aria di chi pra tico di com plotti ha capito subito che l’oscura trama sco perta dal pre mier non deve fare paura. Può anzi tor nare utile.
Per chè se Renzi denun cia che «c’è l’idea di fare del lavoro il luogo dello scon tro» non lo fa per sco prire l’acqua calda: dove altro che intorno al lavoro e al non lavoro può esserci la mas sima ten sione al set timo anno di crisi e con i disoc cu pati che aumen tano ancora?
Nè lo fa per rico no scere di essere stato lui a incen diare l’ultima guerra, deci dendo di can cel lare le garan zie dell’articolo 18 più di quanto abbiano mai ten tato i peg giori governi di destra.
Lo fa per riba dire la sua visione della moder nità ita liana, il suo cam bio di verso: scon tro è quando qual cuno non è d’accordo con lui.
È qui che si risolve l’apparente con trad di zione di un pre si dente del Con si glio che da un lato si pre senta come il fon da tore del Par tito Nazio nale, il volen te roso capo de «l’Italia unica e
indi vi si bile di chi vuol bene ai pro pri figli», e dall’altro non manca occa sione di strap pare,
attac care stormi di avver sari «gufi», sco prirli intenti in sor didi com plotti.
Dal suo lato della strada non si deve vedere il paese che è in fondo a tutti gli indici eco no mici e rie sce ancora ad arre trare in quelli di civiltà ; die tro di lui si rac con tano spe ranza e fidu cia.
E poi c’è «qual cuno che vuole lo scon tro ver bale e non sol tanto ver bale».
Quel qual cuno è nei fatti il suo mini stro di poli zia, ma non impor tano più i fatti.
Il rac conto di un’Italia che sta tutta da una parte sola, la sua, si regge in piedi con il rac conto dei nemici. Da circondare.
Ave vamo già avuto un nar ra tore della pace sociale al clo ro for mio, del par tito degli ope rai ma anche dei padroni.
Oggi la ver sione di Renzi è assai più aggres siva di quella di Vel troni, più cat tiva e più chiusa a sini stra.
Risponde alle cri ti che con la bru ta lità della men zo gna: ai con fin du striali in estasi il pre mier ha rac con tato di una legge elet to rale «pronta a essere votata» e di riforme costi tu zio nali
pra ti ca mente già fatte.
Un castello, un for tino di carte che prima o poi crol lerà .
Meglio spin gere per chè crolli dal suo lato.
Andrea Fabozzi
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Novembre 6th, 2014 Riccardo Fucile
DAL LIBRO “L’INTOCCABILE, MATTEO RENZI”… UN CONTRATTO DA 7 MILIARDI DI LIRE…LA PARTECIPAZIONE ALLA RUOTA DELLA FORTUNA FU GRAZIE ALLO ZIO… I RAPPORTI CON VERDINI E CARRAI
Dal libro “L’intoccabile, Matteo Renzi” di Davide Vecchi, edito da Chiarelettere, da domani in libreria, pubblichiamo alcuni stralci della sezione “I padrini”.
Nicola Bovoli, fratello della madre di Matteo aveva un contratto da 7 miliardi di lire col Biscione.
Intervistato da Davide Vecchi per il libro “L’Intoccabile”, racconta: “Frequentavo il Cavaliere e Dell’Utri. Ed ero amico di Mike Bongiorno: lavoravo per lui, gli portai mio nipote e lui lo prese alla Ruota della Fortuna”. Dove vinse 48 milioni di lire
Renzi impara molto presto che la comunicazione è tutto. Cresciuto nel ventennio berlusconiano è intimamente affascinato da quel mondo che vede per lo più in televisione e che ha il suo centro a Milano.
Un mondo ben distante da Rignano sull’Arno dove Matteo trascorre l’infanzia e la giovinezza. La madre, Laura Bovoli, è un’insegnante di scuola media
Un parente abita a Milano2 e lavora per il Biscione
Il padre Tiziano, gran lavoratore, ha sempre fatto il piccolo imprenditore, aprendo un’azienda dietro l’altra. Esclusa la prima, Raska, le altre si dedicano alla pubblicità e alla distribuzione in campo editoriale.
È lo zio di Matteo, Nicola Bovoli, a creare la Speedy, di cui detiene il 50 per cento.
Al cognato, suo socio, vende poi la sua quota, spingendo lui e la moglie a investire nel settore della comunicazione, di cui si occupa con buoni risultati da anni.
Ha contatti, conoscenze, idee, e aiuta i coniugi Renzi a muoversi nell’ambiente.
Lo zio Nicola rivoluziona la vita di casa Renzi e diventa modello ed esempio, per molti versi, del giovane Matteo, che gli somiglia anche per temperamento e carattere. È l’uomo di successo in famiglia. Veloce, sveglio, battuta sempre pronta e sorriso stampato in volto, Bovoli vive nella “Milano da bere” degli anni Ottanta e abita nel quartiere simbolo dell’imprenditoria berlusconiana: Milano 2. Nella seconda metà degli anni Ottanta lo zio di Matteo lavora anche per le riviste Mondadori distribuendo il Bingo e legandolo alle trasmissioni di Mike Bongiorno, con cui aveva iniziato a collaborare nel 1987.
All’attività dedicata alla carta stampata Bovoli affianca nei primi anni Novanta le televisioni.
Per le tre reti del Cavaliere (con cui stipula un contratto da 7 miliardi di lire) crea quella che viene da subito accolta come l’ultima frontiera dell’intrattenimento: il Quizzy, un telecomando che permette di partecipare dal divano di casa ai concorsi di alcune trasmissioni televisive.
La campagna pubblicitaria di Fininvest in cui appare Mike rimanda alla Standa, dove il telecomando è in vendita a 39.800 lire.
Il Quizzy viene applicato anche alla Ruota della fortuna. Ma dura appena sette mesi, dall’ottobre del 1993 all’aprile del 1994, quando sparisce, travolto dalle proteste dei telespettatori per la poca trasparenza e le costosissime telefonate al 144.
Vincere è difficile: in media arrivano tra le 50.000 e le 100.000 telefonate per ogni trasmissione. A fine mese la bolletta aggiunge il danno alla beffa, perchè chiamare il 144 comporta un sovrapprezzo di 635 lire al minuto.
Quella somma viene poi così spartita: 307 lire alla compagnia Sip, 164 alla Edifin di Nicola Bovoli, le restanti 164 lire alla Audio 5, la società della Fininvest che gestisce gli introiti per conto di Berlusconi, ceduta all’inizio del ’94 alla neonata Diakron incaricata di svolgere sondaggi per la nascente Forza Italia.
Parte del ricavato viene utilizzato per finanziare i circoli che devono diffondere il verbo berlusconiano.
Quella vincita al gioco di Canale5
Il Quizzy viene lentamente accantonato. (…) Il suo testimonial Mike Bongiorno, invece, finisce in Procura a Torino per la prima inchiesta sulle frequenze Fininvest: i magistrati sospettano una frode alla Ruota della fortuna.
Il 30 settembre 1994 viene arrestato Giuseppe Mazzocchi, un perito dell’ufficio tecnico del ministero delle Poste e telecomunicazioni accusato di aver avvisato i dirigenti Fininvest che ci sarebbe stato un controllo sulle frequenze utilizzate da Italia1 per la trasmissione del Giro d’Italia.
In cambio sarebbe stato invitato al quiz di Mike Bongiorno e favorito nella vincita di 30 milioni di lire.
Il perito del ministero conferma le accuse: “Fui io a chiedere alle persone che conoscevo della Fininvest di aiutarmi a partecipare”.
La sua prima richiesta, inoltrata seguendo l’iter normale, era stata rifiutata. A marzo del 1994, invece, riesce a partecipare.
Gli inquirenti sospettano la corruzione: se il concorrente è stato aiutato a vincere, i 30 milioni sarebbero una tangente. (…) Nel 1999 Mazzocchi viene rinviato a giudizio, ma nel marzo del 2002 il processo si conclude con l’assoluzione: i giudici accolgono la tesi della difesa secondo cui avvisare dell’arrivo dei controlli era una prassi normale.
Tra gennaio e febbraio del 1994 Matteo Renzi partecipa a cinque puntate della Ruota della fortuna, vincendo 48 milioni di lire.
È lo zio Nicola ad accompagnarlo. “Ha partecipato perchè lo segnalai io”
Quando il colonnello di B. provò a “prendersi” Matteo
Il coordinatore del Pdl ha un debole per Renzi, tanto che all’inizio del 2008 il colonnello berlusconiano incontra il presidente della Provincia per arruolarlo nelle file di Arcore.
Il solitamente riservato Verdini si spinge a una rara dichiarazione pubblica con una punta di dispiacere: “Renzi è uno in grado di rompere gli schemi. Certo, oggi è un candidato del Pd: ma se poi di là saltasse tutto e si facesse un percorso insieme, non escludo nulla”.
Il 31 maggio 2008, quando presiede la festa per i dieci anni di vita del suo Giornale della Toscana, Verdini è all’apice del potere.
Fra i trecento invitati ci sono i parlamentari toscani del Pdl e gli imprenditori amici, ma l’ospite d’onore è lui, Matteo Renzi.
Seduto al tavolo con Verdini e la moglie. (…) Nell’agosto dello stesso anno i due salgono insieme sul palco del meeting di Comunione e liberazione a Rimini.
L’occasione è la presentazione del libro Sto registrando tutto per l’eternità , che raccoglie le lettere dello scomparso Graziano Grazzini, ex democristiano, ex Cdu e poi capogruppo di Forza Italia in Provincia, vicino al movimento di don Giussani dal 1980.
Il presentatore fa gli onori di casa: “Ci aiuteranno a conoscere Graziano due amici: Denis Verdini e Matteo Renzi”. Lui non si fa pregare. Sa come rendersi gradito a un universo distante anni luce da quello del centrosinistra.
Alla platea ciellina Renzi parla di Grazzini in questi termini: “Comunione e liberazione gli aveva cambiato la vita. Ai miei compagni di coalizione è sempre difficile far capire che Cl è senza dubbio un’esperienza che interviene nel sociale in tutte le modalità che ritiene opportune, ma che l’esperienza di Comunione e liberazione può cambiare la vita davvero”. (…)
Verdini invece parla in libertà . “Il successo — argomenta — passa attraverso il consenso”, che si ottiene anche mediante modi per “far sognare la gente. Non voglio dire ingannare, perchè sarebbe sbagliato, ma insomma, stimolare, sotto certi aspetti; e Graziano invece era una persona diversa, straordinaria dal punto di vista umano. Io gli dicevo: ‘È stupido quello che fai’, e lui invece lo faceva per generosità , perchè era convinto che la politica è ‘al servizio di”.
“Il problema è che lui era serio, profondamente serio”. La serietà è notoriamente un problema. “Quindi il mio rapporto con Graziano è stato molto complesso, molto difficile. Differenti profondamente in tutte le cose, però uniti da una grande simpatia”.
Un collante importante, la simpatia, anche con Renzi, che solo un mese dopo ufficializza la corsa per il Comune di Firenze. (…)
Al termine dell’incontro Verdini va a cena con il suo delfino Massimo Parisi, con Paolo Carrai, cugino di Marco nonchè esponente della Compagnia delle opere, e con i vertici di Cl al gran completo capitanati dai fondatori Giorgio Vittadini e Giancarlo Cesana.
Al momento di sedersi a tavola, a Verdini scappa una bestemmia. Con un sorriso indulgente, Cesana ribatte: “Ho sentito benissimo, certo. Non ha bestemmiato, ha detto zio”.
Verdini poteva tutto. Anche sostenere, pochi mesi dopo, un sindaco di centrosinistra contro il candidato del Pdl scelto da Berlusconi, Giovanni Galli.
L’eminenza grigia renziana organizza cene ed eventi
“Se Matteo mi chiede un consiglio io glielo do perchè è il mio migliore amico, ma gliel’ho detto: su ruoli ben distinti e distanti, ben distinti e distanti”.
Marco Carrai lo ripete due volte, come per ricordarlo a se stesso. La realtà è ben diversa.
I ruoli non sono nè distinti nè distanti. Simbiotici, piuttosto. Come le loro vite.
Avanzano insieme, uno a fianco dell’altro.
Nel giugno del 2012 è Carrai ad accompagnare Renzi a un pranzo con Tony Blair sulla terrazza dell’hotel St. Regis in piazza Ognissanti a Firenze, poi, nel settembre dello stesso anno, alla convention democratica di Charlotte per accreditarsi con lo staff di Obama, e infine, nell’agosto del 2013, da Angela Merkel a Berlino.
Ma non ha voluto candidarsi alle politiche, nè seguirlo al governo nel 2014, come invece gli aveva proposto il premier: “Matteo mi ha chiesto di fare il deputato ma non ho voluto, io faccio altro nella vita. Purtroppo ho dovuto prendere la mia prima tessera di partito, mi è toccato iscrivermi al Pd per votarlo”.
Imprenditore di mestiere, per Renzi fa il lobbista e il fund raiser, ed è l’unica vera persona fidata del premier.
Senza di lui, con ogni probabilità , l’ambizioso giovane di Rignano non avrebbe mai potuto trovare i fondi per finanziare l’attività politica.
È lui che organizza le cene di raccolta fondi e gli eventi, invitando chi può sostenere la causa. Così, dal 2007 al 2013, vengono raccolti complessivamente circa tre milioni di euro. “Erano cene da mille euro a testa e io invitavo gli amici”. “Certo, all’inizio gli ho presentato tante persone”.
Nel 2004 Renzi lo chiama in Provincia come caposegreteria e gli chiede aiuto per comporre la sua giunta: “La sera della sua vittoria volo a casa mia in Sardegna. Lui mi chiama e mi fa: ‘Ho bisogno di una donna per fare l’assessore… una del tuo giro fiorentino”. Dico: “Giovanna Folonari”. E lui: “Chi è? ”. Non lo sapeva. Rispondo: “È una persona seria. I Folonari sono una famiglia importante e poi sono i cugini dei Bazoli”. E lui subito: “Perfetto, perfetto! ”.
La Firenze Parcheggi e le campagne elettorali
(…) Nel 2009, quando Renzi diventa primo cittadino (…) gli feci da consigliere economico, i primi tre mesi, poi andai da lui e gli dissi: “Matteo, qui c’è un problema, lucrum cessans, damnum emergens”. E lui: “Cioè? ”. Risposi: “Be’, che il consigliere economico lo fo gratis e in più non posso far nulla a Firenze”.
Quindi mi dimisi, lui mi disse: “Ascolta, ma perchè non rimani in qualche azienda? Perchè comunque mi piace usare la tua intelligenza”.
C’era qualche nomina pubblica in scadenza e mi propose di fare il consigliere.
Firenze Parcheggi era in rovina Carrai accetta l’incarico a una condizione. “Dissi a Matteo: ‘Sto il tempo limitato di ristrutturare l’azienda, ma non mi nomini tu’, infatti entro con Monte dei Paschi”. (…)
Nel 2009 è anche il committente responsabile della campagna per l’elezione a sindaco di Renzi. In tale veste si becca una multa da 700 mila euro per affissioni abusive.
Vero, ammette Carrai: “Gli attacchini dei manifesti li avevano messi nei posti sbagliati. Arrivò la multa, era nominale e il committente ero io”. (…)
Nell’ottobre del 2013 Renzi è impegnato nell’assalto finale al Pd: a dicembre ci sono le primarie per la segreteria e non vuole di certo essere sconfitto come l’anno precedente. Perciò concentra tutte le armate sull’obiettivo
L’evento clou è la Leopolda (…). Intanto però i giornali hanno cominciato a occuparsi di Marco Carrai, dei suoi rapporti con Renzi, delle nomine ricevute dal Comune e della sua presenza nelle partecipate e nella fondazione Big bang che finanzia l’attività politica dell’amico Matteo. “Ci fu una persona che voleva mandare soldi da Israele, ma dissi di lasciar stare, chissà poi che cosa saltava fuori”. (…)
Nell’ottobre del 2012 Renzi partecipa a una cena a porte chiuse alla fondazione Metropolitan di Milano per incontrare alcuni uomini d’affari, esponenti dell’alta finanza e imprenditori.
Si diffonde la notizia che a organizzarla sia stato Davide Serra. “La cena di Milano l’avevo organizzata io. Davide è un amico, ma sbagliai, perchè non pensai che sarebbe stato accostato alla finanza in maniera negativa, come poi è avvenuto”.
I fondi all’ascesa renziana arrivano anche in forma diretta da “imprenditori come Guido Ghisolfi del gruppo M&G o Vito Pertosa” spiega Carrai.
“Gli si dice: ‘C’è un ragazzo in gamba, va sostenuto, ti va? ‘. E via. Funziona così. Semplice. Persone fuori dal giro che non vogliono apparire. In Italia c’è tanta bella gente”.
Davide Vecchi
(da “il Fatto Quotidiano”)
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