Gennaio 13th, 2015 Riccardo Fucile
ANCHE IL SEGRETARIO DEM CONFERMA L’ACCUSA
La signora che stende il bucato alla finestra di via Roma indica l’enorme portone che sovrasta i vicoli del centro storico medievale: «Lo vede? È quello verde. C’era una ressa di stranieri domenica mattina che pareva il Ramadan…».
Al bar d’angolo è lunedì di frizzi e lazzi: «Per un giorno tutti fieui di Caruggi (ragazzi dei vicoli, ndr ): bianchi, neri e gialli…».
Eccola qui la copertina delle ennesime primarie finite in baruffa (se va bene): Albenga, 23 mila anime, 1.590 votanti all’altare laico dei Democratici per scegliere tra Raffaella Paita e Sergio Cofferati.
Un’enormità quanto a partecipazione se solo la si paragona ai 250 votanti di Alassio (su 11 mila abitanti) o ai 392 di Albissola (10 mila residenti).
E mica è finita: di queste 1.590 schede, 1.320 portavano il nome della Paita e solo 236 erano per il Cinese.
Fulvio Briano, segretario del Pd di Savona, la mette giù piuttosto pesante: «Ci sono arrivate segnalazioni che parlano di persone che avrebbero guidato al voto alcuni stranieri extracomunitari. Mi sono stati riferiti anche scambi di denaro e foto scattate nei seggi: se è vero, siamo al voto di scambio, roba da codice penale…».
Rosy Guarnieri, leghista che qui ha fatto il sindaco fino a 6 mesi fa, conferma e rilancia: «Marocchini, cingalesi e indiani, tantissimi… Mi hanno avvertito, sono andata e ho visto in piazza Trinchieri alcune persone che rimborsavano i 2 euro del voto ad alcuni stranieri. C’è stato anche un momento di agitazione quando dal seggio è uscito un sostenitore di Cofferati, gridando: “Adesso basta, sennò ci mettiamo anche noi a distribuire soldi”».
È caccia a «manine» e «gran burattinai» il giorno dopo ad Albenga.
A sentire gli analisti locali, il fronte pro Paita è un ginepraio di interessi nel quale figurano segmenti del Pd ferocemente anticofferatiani e pezzi di centrodestra legati all’ex plenipotenziario di Forza Italia, Claudio Scajola, in disgrazia, ma ancora capace di farsi sentire da Levante a Ponente.
È stato un suo uomo, Franco Orsi, sindaco di Albissola ed ex senatore, ad infiammare queste primarie schierandosi apertamente per Paita e scatenando la reazione del Cinese e della sinistra dem contro le «incursioni della Destra».
Fioccano in queste ore le segnalazioni di noti esponenti del centrodestra visti ai seggi Pd pagare i 2 euro e votare.
Scenari che Lella, come chiamano la vincitrice da queste parti, rigetta infastidita: «I miei voti? Nei giorni dell’alluvione c’ero io in queste terre, con il fango alle ginocchia: non ho visto Cofferati… Mi ha aiutato il sindaco, Giorgio Cangiano, che sul territorio è fortissimo».
Fede pd, fresco di nomina, Cangiano è ritenuto l’uomo forte di Albenga assieme al cugino e parlamentare dem, Franco Vazio, con il quale divide lo studio da avvocato. «Il boom di votanti – spiega il primo cittadino – nasce dal fatto che qui il Pd è tutto per Raffaella…».
Anche marocchini e cingalesi? «Beh, tutta questa ressa io non l’ho vista. E poi è bello se gli immigrati partecipano». Con lui, Alessandro Andreis, segretario del Pd cittadino e suo assessore: «C’è gente che parla per sentito dire. La quota degli stranieri al voto qui è stata del 10%…». Almeno 150 voti.
È un fiume in piena il giallo di Albenga.
Raccontano di calciatori sedicenni portati al seggio assieme alle famiglie per votare Paita.
Lo denuncia Eraldo Ciangherotti, capogruppo di Forza Italia: «Questi giovani atleti, in quanto minorenni, non potranno votare per le Regionali: ma a chi li ha portati al seggio interessavano solo le primarie».
Circola un nome: Roberto Schneck, 44 anni, architetto, una carriera in FI (ex assessore in Provincia), quindi l’addio a Berlusconi e un presente da indipendente.
Da vicepresidente della società Albenga Calcio, su di lui si appuntano i sospetti di aver arruolato calciatori in erba alla causa del Pd.
Al telefono si fa di nebbia. Ma c’è chi giura che, in caso di vittoria alle Regionali di Lella Paita, risponderà al volo all’offerta di entrare in giunta .
Francesco Alberti
(da “il Corriere della Sera”)
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Gennaio 13th, 2015 Riccardo Fucile
AVANZA L’IPOTESI DI ANNULLARE LE PRIMARIE NEL TIMORE DI SCORRIBANDE
Il caso Liguria potrebbe essere la pietra tombale delle primarie Pd in Campania. Primarie che di rinvio
in rinvio sono slittate al 1 febbraio e solo il cielo sa se si svolgeranno.
È convinto di no un renziano doc che preferisce l’anonimato: “Renzi le annullerà , non può permettersi un altro scandalo e il rischio che qui ricapitino casini è troppo alto. Fa ancora male il trauma delle primarie 2011 di Napoli vinte da Cozzolino e annullate per i presunti brogli”.
Inoltre c’è una novità importante: il fronte antiprimarie, finora acquattato nelle riunioni carbonare, è uscito allo scoperto e ha prodotto un documento e un nome per andare oltre le candidature di Vincenzo De Luca, Andrea Cozzolino e Angelica Saggese.
Il nome è quello di Gennaro Migliore, l’ex pupillo napoletano di Bertinotti, carriera rapidissima nelle gerarchie interne del Pd per uno che si è iscritto solo il 22 ottobre 2014.
Su Migliore convergono un gruppo di renziani guidati dal senatore Vincenzo Cuomo, dall’ex capogruppo regionale Peppe Russo e dai deputati Simone Valiante, Salvatore Piccolo e Luigi Famiglietti.
Nelle ultime ore si sono aggiunti tre parlamentari di peso dell’Area Riformista: Guglielmo Epifani, Umberto Del Basso De Caro e Massimo Paolucci.
Russo trova dai fatti genovesi nuovi argomenti per cancellare definitivamente l’appuntamento del 1 febbraio.
Riassunte in un tweet sarcastico: “Le primarie: tra selezione politica ed integrazione etnica”.
Poi spiega meglio: “La vicenda ligure dimostra che se le primarie non vengono disciplinate e non diventano un elemento costitutivo del Pd, con l’istituzione degli albi degli elettori, saranno esposte sempre a scorribande. In mancanza di una platea di elettori certa, ogni candidato tenderà a ‘costruirsi’ la sua”.
Poi quelle ‘platee’ finiscono nei fascicoli giudiziari.
Un’inchiesta a Napoli, pm Pierpaolo Filippelli, sulle primarie cittadine 2011 e sulla compravendita di voti della manovalanza camorristica nei quartieri ghetto.
Un’altra inchiesta a Salerno, pm Vincenzo Montemurro, sul boom di Renzi nella città del suo sponsor De Luca. Inchieste ancora aperte. Cozzolino e De Luca, è bene chiarirlo, non sono indagati.
E di voti ne raccolgono tanti pure nelle elezioni vere: il primo fu il consigliere regionale Ds più votato nel 2005 e poi è stato eletto europarlamentare due volte, il secondo è diventato sindaco di Salerno con il 75% al primo turno.
Secondo Cozzolino, se Migliore vuole essere il candidato Governatore della Campania deve passare per le primarie e vincerle: “Sarebbe un suicidio una scelta diversa, evocando preventivamente rischi, come se ci fosse una parte del gruppo dirigente del Pd che sta già lavorando per inquinare le primarie”.
Il renziano Tommaso Ederoclite dà una spiegazione solo politica sul no alle primarie tra Cozzolino e De Luca: “Costituirebbero uno scontro tra micronotabili, una conta per regolare questioni rimaste aperte negli ultimi 20 anni”.
Vincenzo Iurillo
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 13th, 2015 Riccardo Fucile
RENZI PARLA AL DESERTO, SALVINI CONTESTA MA E’ SOLO PURE LUI, GRILLO SORVEGLIA DALL’ALTO
Di certo non trabocca di parlamentari, l’aula del Parlamento europeo a Strasburgo dove Matteo Renzi tiene il suo discorso di chiusura del semestre di Presidenza Ue.
A denunciarlo per primo (poi seguono Toti e Fitto) il leader della Lega Nord Matteo Salvini che su facebook pubblica una foto durante il discorso del premier italiano: “Qui Strasburgo, parla Renzi e l’aula è deserta! Non gli credono più nemmeno i suoi amici…”.
Dopo un po’ gli fa eco Giovanni Toti di Forza Italia: “I banchi del Partito Socialista Europeo durante il discorso di Renzi. #deserto”, scrive su twitter.
E poi Raffaele Fitto: “‘Parlamento europeo, mentre parla Matteo Renzi chiude semestre
presidenza italiana. Non mi pare desti grande interesse.
La replica corre sui social, così l’eurodeputata Pina Picierno risponde pubblicando la foto dei banchi della Lega, anche questi vuoti: “In realtà , gli unici assenti sono gli amici di Salvini #vuotocosmico”.
In effetti sembra il bue che dice cornuto all’asino
Il premier italiano, nel corso del suo intervento di chiusura del semestre italiano di presidenza italiana dell’Ue, ha citato Dante quando parla di Ulisse nel famoso ‘Fatti non foste per viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza’.
“Buuu – ha tuonato il segretario della Lega dagli scranni -, non ti ascoltano neanche i tuoi, stai parlando al deserto”.
“Capisco che leggere più di due libri per qualcuno di voi non è facile”, ha ribattuto Renzi.
Sulle tribune si aggirava anche il leader del Movimento 5 Stelle Beppe Grillo: “E’ il nulla che parla, è fantastico. La voce del nulla. Sono stati mesi fantastici, eh. E’ migliorata molto l’Europa”.
Stasera la compagnia di giro rientra in Italia
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Gennaio 13th, 2015 Riccardo Fucile
“C’ERA UN ACCORDO CON IL CENTRODESTRA PER FAR VINCERE LA PAITA: E HANNO USATO TUTTI I SISTEMI PER POI POTER GOVERNARE INSIEME”
«Io di Renzi non parlo. Lui fino ad ora non ha detto una sola parola, e se sta zitto non posso attribuirgli un ruolo che il segretario nè rivendica nè smentisce. Ma la questione delle regole stravolte e dell’inquinamento delle primarie liguri l’ho denunciata per tempo a tutti i livelli. A Roma ci sono persone che rivestono ruoli per esercitarli: ecco, io attendo che comincino a farlo».
Parla Sergio Cofferati, detto «il cinese», anche se è meglio lasciar perdere soprannomi e ironie, visto che le primarie contro Raffaella Paita lui le avrebbe perse, dice, anche per colpa di un po’ di cinesi…
Sono stati loro a fregarla?
«Ce lo dirà la Commissione dei garanti, ai quali abbiamo girato un mucchio di segnalazioni. Cinesi, giovani marocchini, ex fascisti e vecchi arnesi».
Tutti contro di lei? E perchè mai, onorevole?
«Perchè il tentativo di snaturare le primarie, qui in Liguria è perfettamente riuscito: dovevano servire per scegliere il candidato-presidente, le hanno trasformate nello strumento per decidere le future alleanze. E per farlo hanno usato tutto e di più».
Concretamente?
«La mia avversaria ha avviato le primarie dicendo: se vinco io, governerò col nuovo centrodestra. E il nuovo centrodestra ha ringraziato e si è dato da fare. Il segretario regionale dell’Ncd ha annunciato: voto e farò votare per lei. È un ex fascista non pentito e inquisito per voto di scambio: quando, dove e chi ha deciso che in Liguria dobbiamo governare con gente così?».
Magari era una fanfaronata, e poi non è successo e non succederà niente…
«Errore: è successo. In tutti i Comuni dove il sindaco è dell’Ncd, Raffaella Paita ha vinto con percentuali improbabili. Ci sono state riunioni organizzative, come quella voluta dall’ex senatore Orsi (Pdl) sindaco di Albissola, per influenzare il voto alle nostre primarie. Per inciso: Orsi è quel parlamentare che abbandonò il palco per protesta mentre Scalfaro celebrava il 25 aprile… Quel che è accaduto era noto da settimane: loro gli hanno dato anche un nome».
Un nome?
«Sì, un nome: io li accusavo di voto di scambio, loro mi hanno risposto (intervista di Orsi al Corriere della Sera) che era un voto di scambio amministrativo. Hanno votato Raffaella Paita per tornare al governo della Liguria».
E Renzi zitto?
«Lui sì, la sua ministra Pinotti no. È andata a Sestri Levante a sostenere la mia avversaria dicendo che era indispensabile fare un governo come a Roma: e che dunque era giusto cercare i voti della destra».
E Renzi sempre zitto?
«Sì, il governatore uscente della Regione no. Burlando gli ha mandato un tweet domenica sera: penso di riuscire a farti un gradito regalo per la tua festa di compleanno. Immagino si riferisse alla vittoria della Paita e al conseguente governo col centrodestra».
È scandalizzato?
«Non per questo, si figuri, anche se io avevo inteso che l’alleanza con Alfano fosse frutto di una fase di emergenza: si fanno le riforme e si torna a votare. È cambiata la linea? Ripeto: dove e quando?».
È scandalizzato per cosa, allora?
«Per quel che ho visto e che mi hanno raccontato. Decine di marocchini sedicenni portati ai gazebo. Gruppi di cinesi guidati da un capo che pagava per tutti e diceva chi votare. E a Lavagna, addirittura, il caso di una signora che vota, poi le vengono chiesti — come da regolamento — due euro e lei sbotta: ma come, me li hanno appena dati e li devo restituire? Roba da Procura, qualcuno forse lo denuncerà ».
Perchè non lei?
«Perchè alcune di queste cose non le ho viste di persona. E perchè tengo al partito in cui milito: sono uno dei 45 fondatori del Pd…».
Al punto di accettare una sconfitta così?
«Io aspetto quel che diranno i garanti, e poi deciderò cosa fare. Sarebbe meglio facesse lo stesso anche Orfini, presidente del Pd. Ho letto che dice che verrà annullato qualche voto e si andrà avanti: peccato che i garanti tornino a riunirsi proprio domani…».
Federico Geremicca
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 13th, 2015 Riccardo Fucile
TUTTI GLI EPISODI CHE POSSONO RIAPRIRE LA SFIDA
File di cinesi che votano, amici del Pd che si presentano al seggio con un codazzo di 30 persone,
esponenti di centrodestra che chiedono l’elenco dei votanti, seggi chiusi per i troppi flash di macchine fotografiche che ritraggono le schede.
Non è il racconto delle elezioni in una repubblica delle banane.
Sono episodi riferiti nei verbali presentati ai Garanti del Pd.
Chissà se il voto in massa di cinesi, marocchini e sudamericani ha segnato il destino delle consultazioni che hanno portato alla contestata vittoria di Raffaella Paita. Guardando i risultati ufficiali pare probabile che siano stati decisivi gli scajoliani e gli ex An del Ponente ligure.
Due dati: ad Albenga, cittadina del Ponente ligure, si contano 1500 voti in tutto.
Di questi ben 1300 (quasi il 90 per cento) vanno a Paita e appena 200 a Cofferati. Percentuali bulgare, si diceva una volta. Da queste parti meglio dire scajoliane.
Caso simile a Pietra Ligure: una cittadina che ha regalato a Paita 800 voti di differenza.
Messa insieme con Albenga ha pesato nel risultato complessivo quasi quanto Genova (che ha un numero di abitanti superiore di venti volte).
Già , di rappresentanti politici del centrodestra alle urne se ne sono visti molti: a Beverino, è scritto nelle carte destinate alla Commissione dei Garanti, hanno votato consiglieri comunali Ncd.
Ai seggi di Albisola si è presentato il sindaco Franco Orsi (già scajoliano doc) con tutta la sua squadra. Anche questo è nelle carte.
Infiltrazioni diffuse, massicce. Alla fine forse determinanti.
Più palesi e maldestri altri casi sempre presenti nei verbali destinati ai Garanti. Episodi al limite del grottesco: a La Spezia, denunciano i rappresentanti del seggio Allende, “di prima mattina si sono presentati gruppi di decine di cinesi. Erano accompagnati da italiani, perchè loro non sapevano nemmeno dove mettere la croce”. Ma il troppo stroppia e alla fine le urne sono state momentaneamente chiuse: “Si continuavano a vedere dei flash di macchina fotografica dentro il seggio”.
Cinesi, ma non solo.
A Lavagna è stata verbalizzata la frase sfuggita a un’elettrice al momento di pagare i due euro previsti per il voto: “Ma come, mi avete appena pagato per venire a votare e ora mi chiedete già i soldi indietro?”.
I rappresentanti di seggio di Certosa (periferia di Genova) si lasciano scappare accuse pesantissime: “Il voto qui potrebbe essere stato inquinato dalla malavita”.
Raccontano di file di cinesi e marocchini. Walter Repetti, presidente del seggio, riferisce di gruppi di anziani siciliani: “Li ho visti a metà mattina, saranno stati una quarantina. Non sapevano cosa erano venuti a fare, hanno firmato e poi se ne volevano andare. Gli ho chiesto se non volevano la scheda… ma non sapevano cosa fosse”
Provincia che vai, polemica che trovi.
A Villapiana (Savona) “ci è stato segnalato un rappresentante del Pd locale che come un tour operator accompagnava al seggio interi gruppi di persone”.
Ma non solo: “All’uscita ritirava il cedolino per essere certo che la gente avesse votato”.
Fino alla provincia della scajolianissima Imperia: a Badalucco — secondo le denunce alla Commissione — un simpatizzante di Cofferati si presenta a votare alle otto del mattino, quando il seggio dovrebbe aprire.
Ma scopre che sul registro risultano aver già votato venticinque persone.
Fino a Santo Stefano a Mare. Racconta Giuliana D’Antona, rappresentante di seggio: “Si è presentato un tale, che mi è stato detto essere un sostenitore del centrodestra. Voleva, pretendeva gli elenchi dei votanti. Voleva controllare se i suoi amici avevano votato o se l’avevano fregato… ha detto così, giuro, non credevo alle mie orecchie. Mi ha quasi minacciato: ‘Tu quelle cose me le devi dare, capito?’, ha urlato”. Finirà anche questo nelle carte inviate ai garanti .
Chissà cosa decideranno. A presiedere la Commissione è l’avvocato Fernanda Contri, socialista negli anni d’oro; un passato da giudice costituzionale.
Ma anche da presidente onorario di Italbrokers (società a lungo controllata da un gruppo di amici di Massimo D’Alema e Claudio Burlando, massimo sponsor di Paita). Ma soprattutto, Contri ha ottenuto diversi incarichi di prestigio dal Porto di Genova — presieduto da Luigi Merlo, marito di Paita — e da società da esso controllate.
Insomma, non esattamente una persona ostile alla “cupola” di potere genovese, come l’ha definita Cofferati.
Un guaio per il Cinese? Forse no, visto che Contri era sua testimone di nozze.
Ferruccio Sansa
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 13th, 2015 Riccardo Fucile
L’INCREDIBILE VICENDA DELLE PRIMARIE PD DI GENOVA
Per quanto incredibile, è successo veramente.
Mentre Matteo Orfini, commissario inviato da Matteo Renzi (inviato si fa per dire: non s’è mai mosso da Roma Prati da quando aveva i calzoni corti) a bonificare il Pd romano coinvolto in Mafia Capitale col contorno di tessere false e primarie truccate per scongiurare ogni cambiamento, in Liguria il Pd bandisce le primarie per il candidato governatore con le stesse non-regole che han prodotto lo scandalo romano.
E infatti sortisce lo stesso risultato: plotoni di cinesi, ecuadoregni e maghrebini, ma soprattutto orde di scajoliani, ex fascisti e berlusconiani (doc o travestiti da alfanidi) assiepati ai seggi per fare da scudi umani all’Ancien Règime.
Cioè al blocco di potere dei due Claudii — Burlando e Scajola — che da almeno dieci anni fa il bello e il cattivo tempo (soprattutto quando piove) e che solo qualche ingenuo poteva vedere in declino per le note disavventure che hanno azzoppato i due Diarchi.
Altro che viale del tramonto: è bastato un colpetto di maquillage, rimpiazzando l’ormai incandidabile governatore Gerundio con la sua fedelissima Raffaella Paita, indimenticabile assessora alla Protezione civile e alla Difesa del suolo (sic) letteralmente desaparecida nei giorni fangosi e luttuosi dell’alluvione, per garantire l’assoluta continuità col recente passato degli affari, delle cementificazioni e dei dissesti idrogeologici elevati a sistema.
Il vero sconfitto non è tanto Sergio Cofferati che — diversamente dalla giunta Burlando — non è mai stato neppure sfiorato da scandali giudiziari nei quattro anni da sindaco di Bologna, nè personalmente nè con i suoi assessori), e ciononostante — o forse proprio per questo — perde in tutte le province fuorchè nella città di Genova.
No, il vero sconfitto è soprattutto la speranza di cambiamento di tanti cittadini che però, anzichè andare a votare, se ne sono rimasti a casa.
Lasciando campo libero alle truppe cammellate che hanno deciso la partita.
Una partita ben più importante delle primarie del Pd, visto che il centrodestra ha praticamente rinunciato a giocare: dunque il vincitore sarà il nuovo governatore della Liguria.
Nessuna sorpresa: il rischio che a decidere il candidato del Pd fossero forze estranee al Pd era stato ampiamente denunciato da giornali ed esponenti dello stesso partito. Resta da capire perchè Renzi e il gruppo dirigente non abbiano deciso di fermare le bocce e di concordare regole trasparenti per prevenire i prevedibilissimi imbrogli. Sarebbe bastato, per esempio, anche alla luce delle primarie taroccate a Napoli, Palermo e Roma, limitare l’accesso ai gazebo agl’iscritti al Pd e alle altre forze della coalizione, dopo aver bloccato il tesseramento due o tre mesi prima del voto.
Ma evidentemente si voleva che le cose andassero proprio così: la Paita, in quanto burlandiana, è anche renziana, e ci siamo capiti.
Delitto premeditato.
Ora si vedrà se, come afferma Cofferati, c’è materia per la Procura della Repubblica. Ma basta e avanza lo spettacolo a cui i presenti hanno assistito domenica.
La vincitrice fa la finta tonta: “Dov’è il problema? Gli stranieri vogliamo farli votare o no?”.
Se fossero cittadini italiani, la risposta è sì.
Ma l’impressione è che i cinesi, i sudamericani e i nordafricani assiepati ai seggi liguri non lo fossero. E allora che senso ha che possano condizionare, magari dietro congruo incentivo, elezioni a cui non parteciperanno e candidature di un partito a cui non appartengono?
Non un grillino, ma il dirigente del Pd Stefano Zara dice di aver visto “comportamenti da criminalità organizzata”. Espressione che fa il paio con le parole pronunciate dalla futura ministra Marianna Madia nel 2013: “A Roma, facendo le primarie parlamentari, ho visto — non ho paura a dirlo — delle vere e proprie associazioni a delinquere sul territorio”.
Nessuno le domandò a che si riferisse. Ci pensarono poi i carabinieri e i giudici a spiegarlo, con le intercettazioni di Buzzi, Carminati e Odevaine.
Che si fa, in Liguria: si interviene subito o si aspetta la prossima retata?
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 13th, 2015 Riccardo Fucile
NESSUN FUOCO D’ARTIFICIO E TANTI ERRORI, SPESSO NATI DAL PROTAGONISMO DEL PREMIER
Più che un semestre di presidenza italiana dell’Unione europea è stato un semestre bianco per la
politica nazionale, in cui il Parlamento non poteva essere sciolto e il presidente della Repubblica non si poteva dimettere.
E anche un semestre in bianco: «In Europa siamo riusciti a cambiare il vocabolario, ora aspettiamo le realizzazioni», ha ammesso il presidente di turno. Matteo Renzi.
Atteso con il solito carico di enfasi che grava sugli eventi internazionali con l’Italia protagonista (in arrivo il prossimo: l’Expo 2015), il semestre di presidenza del Consiglio dell’Unione europea che sta terminando (il 13 gennaio ci sarà il rapporto finale di Renzi di fronte al Parlamento Ue) è destinato a non lasciare tracce di particolare rilevanza nel Palazzo Justus Lipsius a Bruxelles, sede del Consiglio.
Tutto è pronto per voltare pagina. Il prossimo paese presidente di turno, la Lettonia, ha inaugurato il suo semestre a Riga con una pièce del compositore Eriks Esenvalds, “After the Storm”. “Dopo la tempesta”, ma non è un riferimento al predecessore italiano.
Per Renzi, anzi, la bufera deve ancora venire.
Non se l’aspettava così l’uomo di Palazzo Chigi la fine del suo semestre di presidenza Ue.
L’inizio coincise con una cavalcata trionfale, con il suo Pd al 40,8 per cento e undici milioni di voti raccolti alle elezioni europee del 25 maggio.
Con il discorso di apertura il 2 luglio 2014 di fronte al Parlamento Ue in cui il premier si paragonava a un eroe dell’Odissea: «La generazione nuova che abita oggi l’Europa ha il dovere di riscoprirsi Telemaco, di meritare l’eredità dei padri dell’Europa…».
Oggi Renzi-Telemaco termina il viaggio con un magro bilancio e con una situazione interna di imprevista difficoltà , dopo il pasticcio del decreto fiscale con la norma salva-Berlusconi approvato da Palazzo Chigi e poi maldestramente ritirato e rimandato al 20 febbraio, dopo l’elezione del nuovo presidente della Repubblica.
Un sotterfugio, una svista. Peggio, un blitz di Natale per blindare il patto del Nazareno. Che si è capovolto in un imbarazzante stop per Renzi, l’uomo che non può fermarsi mai. Proprio ora che si avvicina il Big Game.
Chiuso finalmente il semestre, le dimissioni di Giorgio Napolitano daranno ufficialmente il via alle manovre per la successione al Quirinale, in corso in modo sotterraneo da settimane.
Tutto il semestre renziano, in realtà , è stato giocato sulle esigenze domestiche. L’Europa come vincolo per far passare le riforme in Italia: l’eliminazione del Senato elettivo, il Jobs Act sul mercato del lavoro, l’abolizione dell’articolo 18.
In questo il governo Renzi ha cambiato pochissimo verso rispetto ai suoi predecessori.
«L’Europa ce lo chiede», è il refrain di tutti i governanti italiani da Maastricht in poi.
Il Renzi style si è visto nell’approccio polemico verso le istituzioni europee.
«In questi sei mesi abbiamo vissuto due presidenze in una», raccontano a Bruxelles. «C’era la presidenza italiana intesa come macchina diplomatica, grigia e tradizionale. E c’era il presidente Renzi, aggressivo contro la burocrazia europea». Una presidenza dottor Jekyll e mister Hyde, con la diplomazia guidata dal rappresentante permanente Stefano Sannino chiamato a un super-lavoro per coprire le uscite renziane. E i suoi errori.
Primo errore: i ripetuti attacchi contro gli euro-burocrati.
«L’Italia non ne può più di andare in Europa e sentirsi fare la lezione da solerti tecnici e oscuri funzionari», ha ripetuto Renzi per sei mesi.
Mettendo nel mirino anche gli italiani. Anzi, loro più degli altri: «Ci sono funzionari italiani che pensano che possono fare carriera a Bruxelles parlando male dell’Italia: è un riflesso pavloviano», li ha sbugiardati il premier al raduno della stazione Leopolda.
C’è molto di vero, ma il problema è che la maggior parte di loro ha dovuto affidarsi alle istituzioni europee per fare carriera, non potendo contare in nessun modo sull’appoggio del loro governo nazionale, a differenza di quanto accade ai loro colleghi delle altre cancellerie.
L’italiano più alto in grado tra i funzionari della Commissione, il bolognese Stefano Manservisi, capo di gabinetto di Federica Mogherini nell’ufficio di vice-presidente della Commissione e Alto rappresentante per la politica estera, non deve nulla all’attuale governo, è da più di venti anni a Bruxelles e ha ricoperto in passato lo stesso incarico con il presidente Romano Prodi e con il commissario Mario Monti.
È l’unico capo di gabinetto italiano. Il sottosegretario con delega agli Affari europei Sandro Gozi, anche lui con un passato in commissione Ue e nella squadra di Prodi, ha vantato il record di venti italiani nei gabinetti della commissione contro i 14 della gestione precedente, tra cui 4 vice-capi di gabinetto, ma nessuno di loro è in un portafoglio chiave (Concorrenza, Commercio, Industria, Trasporti) mentre la Germania vanta 5 capi di gabinetto, a partire dal potentissimo Martin Selmayr che affianca il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker, la Gran Bretagna tre, la Spagna e la Finlandia due.
«Gli altri governi si sono tenuti le caselle più importanti e hanno concesso a Renzi il dicastero che tanto gli stava a cuore, la politica estera per la Mogherini», spiegano nella Commissione.
«Lei è giudicata qui antipatica ma brava, il problema è che la congiuntura non gioca a suo favore, non è tempo di politica estera comune in Europa».
I direttori generali tricolori sono in estinzione appena tre.
Ci sarebbero stati, a rappresentare l’embrione di una nuova leva italiana a Bruxelles, i venti giovani assunti per il semestre come assistenti e collaboratori e catapultati a occupare incarichipiù impegnativi.
Salvo scoprire, a semestre finito, che nessuno ha pensato a loro. Neppure un ordine di servizio o un lettera di referenza.
La macchina della presidenza italiana si è retta sui distaccati, una dozzina, dai ministeri o da altri organismi nazionali. E dire che la presidenza del Lussemburgo che partirà a luglio ha arruolato come esperta giuridica un’italiana.
Secondo errore: puntare tutto sul Consiglio europeo e snobbare la Commissione. «Capotavola è dove mi siedo io», teorizzava quando era in auge Massimo D’Alema. Coerente con questo imperativo, Renzi si è concentrato sulle dispute interne al Consiglio da lui presieduto: le schermaglie con la Merkel, il gioco delle alleanze con Hollande. Mentre ha riservato soltanto battutacce contro la vecchia Commissione Barroso e la nuova presieduta dall’eterno lussemburghese Juncker.
Una predilezione che l’Italia rischia di pagare cara.
Nel Consiglio dominano i tedeschi, la tela diplomatica degli interessi italiani si è sempre tessuta nella Commissione e nel Parlamento, due fronti ora lasciati sguarniti.
Infine, i dossier su cui si era impegnata la presidenza italiana.
Un flop l’agenda digitale, su cui Renzi si era mobilitato personalmente con il vertice di Venezia: ancora indietro il progetto Continente connesso, l’Italia resta agli ultimi posti in classifica per uso di Internet, più di un terzo degli italiani non l’ha mai usato.
Un buon risultato sulle politiche ambientali, con la posizione unitaria dell’Europa sugli Ogm alla conferenza Onu di Lima costruita dall’Italia.
Sulla questione politicamente più calda, l’immigrazione, l’Italia ha portato a casa la chiusura di Mare Nostrum e l’avvio del programma Triton partito il primo novembre, con 17 paesi coinvolti, che costerà tre milioni al mese a carico dell’agenzia europea Frontex anzichè i 9 milioni che pesavano sull’Italia.
Ma gli sbarchi sono ripartiti: 270mila immigrati irregolari entrati in Europa nel 2014, il 60 per cento in più rispetto al 2013, con Frontex e la stampa europea («Record di irregolari in Europa, la metà passano dall’Italia», ha scritto in prima pagina il quotidiano progressista spagnolo “El Paàs” il 3 gennaio) che punta il dito contro il governo italiano, non la Lega di Matteo Salvini.
Il lavoro? Nulla di fatto, o quasi. Tutto affidato alle parole magiche flessibilità e crescita e al piano Juncker da 315 miliardi. In attesa di riaprire, almeno, i margini dei trattati per allargare le spese per gli investimenti, come previsto nel documento conclusivo dell’ultimo vertice della presidenza italiana, il 18 dicembre.
Infine, niente di memorabile sul piano culturale.
Un anno fa, di questi tempi, un gruppo di lavoro messo in piedi a Palazzo Chigi era all’opera per organizzare un mega-convegno internazionale sull’identità europea, con i grandi nomi dell’intellettualità , alcuni dei quali scomparsi nei mesi successivi, da Jacques Le Goff a Ulrich Beck.
All’epoca il premier era Enrico Letta, Renzi fece cadere l’idea. Più che il passato contava il futuro. Il suo.
Sei mesi che rispecchiano la figura dell’euro-populista Renzi, pochissimo interessato a un’azione pedagogica sull’opinione pubblica interna sulle radici dell’Europa.
Il semestre italiano è passato, il premier lo archivia senza tanti rimpianti, gli effetti speciali sono mancati. E ora, nel giro di poche settimane, ci saranno le elezioni in Grecia, il voto sul Quirinale, e poi il possibile tentativo italiano di forzare i trattati dell’Unione.
Il vero semestre di Renzi comincia ora.
Marco Damilano
(da “L’Espresso”)
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Gennaio 13th, 2015 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE HA CONSIGLIATO UNA FIGURA “COMPETENTE E AUTOREVOLE”… MA RENZI NON VUOLE NESSUNO CHE GLI FACCIA OMBRA
C’è anche uno scatolone colmo di preoccupazione, nel trasloco di Giorgio Napolitano dal Quirinale alla sua stanza da senatore a vita palazzo Giustiniani, dove libri e documenti sono stati già messi in ordine con grande precisione.
La preoccupazione che il vuoto che si lascerà alle spalle non sarà riempito secondo quella logica politica che ha ispirato i suoi ultimi consigli e le sue ultime riflessioni pubbliche, come il messaggio agli italiani dell’ultimo dell’anno, nel quali in molti hanno letto il profilo del successore auspicato.
La logica di Napolitano porta a una figura con un rilevante grado di preparazione, competenza, credibilità internazionale. In una parola, di autorevolezza.
E chissà se il colloquio con Matteo Renzi, salito al Colle per un confronto sul discorso di bilancio del semestre europeo è stato l’occasione, l’ennesima, per ricordare al premier quanto questa logica politica possa essere preziosa in un momento particolarmente complicato, segnato da vecchi problemi legati alla crisi economica e da nuove paure dopo i fatti di Parigi.
Ed è particolarmente significativo l’esito di un sondaggio odierno che, al tempo stesso, mentre certifica un calo di fiducia del governo continua ad attestare che proprio l’attuale capo dello Stato continua ad essere in vetta alla classifica della fiducia degli italiani.
C’è in questo dato a giudizio di molti, nel Palazzo, una conferma di quella logica.
Il bisogno di autorevolezza al Quirinale che verrà , pari a quella del Quirinale che c’è. È come dire che anche il paese chiede un’attenzione ai “fondamentali”, si sarebbe detto nel vecchio Pci, più che a quei dettagli — estetici ed emotivi – attorno a cui si sta polarizzando il dibattito sul capo dello Stato che verrà .
È certo che, dopo il colloquio, lo scatolone della preoccupazione non è apparso più leggero.
E il suo “peso” si spiega con le informazioni che trapelano da palazzo Chigi, dove raccontano che Renzi è rimasto particolarmente colpito, quasi toccato, dalla manifestazione di Parigi.
Certamente dall’orgoglio democratico dei francesi, e certamente dalla solidarietà delle classi dirigenti europee.
Ma, in certa misura, è come se avesse acquistato maggiore consapevolezza del suo ruolo. Nel senso che il premier si sente — almeno così raccontano i suoi — politicamente “maturo” — si potrebbe dire anche credibile e autorevole — anche sullo scenario internazionale.
Dunque non bisognoso di una figura al Quirinale che, sui dossier economici e internazionali, possa rappresentare un interlocutore affidabile per cancellerie e mondi che contano, come accadde con Napolitano nel terribile autunno del 2011.
È questo un punto cruciale della riflessione che Renzi ha condiviso con i suoi collaboratori, e che evidentemente segna la distanza con gli auspici dell’attuale inquilino del Colle.
Il mandato di Napolitano, comunque lo si giudichi e il premier ne dà un giudizio positivo, fa “precedente”.
È cioè difficile che chi verrà dopo resetti il ruolo riportandolo a una funzione prettamente notarile e di garanzia.
Ecco perchè una figura forte, dopo poco tempo, potrebbe diventare un nuovo “re”.
E c’entra fino a un certo punto la preoccupazione di Renzi per uno che, per dirla con i maligni, “possa fargli ombra”.
Nella ricerca del profilo c’è un ragionamento tutto politico e molto poco mediatico e che consiste nel riportare il baricentro decisionale della politica dal Quirinale a palazzo Chigi.
Anche lo spin filtrato da palazzo Chigi ai giornali che, se non si elegge un capo dello Stato entro il Quarto scrutinio a quel punto si va a votare, è stato da molti interpretato non solo come una minaccia per tenere compatte le truppe del Pd con la paura, ma anche come un segnale proprio in vista del Colle.
Detto in modo grezzo suona così: i governi si fanno a palazzo Chigi e il Quirinale ratifica.
Ecco, e nomina sunt consequentia rerum: il nuovo capo dello Stato è figlio dei questa “logica”, non di quella dell’attuale inquilino del Colle.
Ed è per questo che è cruciale arrivare all’appuntamento delle elezioni presidenziali con la legge elettorale incassata.
Il premier, proprio per favorire l’approvazione, avrebbe preferito che Napolitano non si dimettesse nel pieno della discussione al Senato. Fonti autorevoli del Pd che hanno un’interlocuzione costante col Colle raccontano che proprio nel colloquio odierno c’è stato l’ultimo, discreto tentativo di chiedere al capo dello Stato una settimana al massimo, per favorire l’approvazione al Senato della legge elettorale secondo quei tempi che ha illustrato, nel suo colloquio al Colle, il ministro Boschi.
Tentativo che palazzo Chigi smentisce e che avrebbe avuto lo stesso esito dei tentativi precedenti.
Perchè, sono queste le parole che più volte ha usato Napolitano nelle ultime settimane, “per il capo dello Stato le dimissioni sono un atto personale che non ha nesso con null’altro”.
La data resta quella di mercoledì 14 gennaio.
E sono stati riempiti gli scatoloni, con libri, documenti e anche preoccupazioni.
(da “Huffingtonpost”)
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