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RENZUSCONI RICOMINCIA DA TRE E INSEGUE IL SALVA-SILVIO

Gennaio 21st, 2015 Riccardo Fucile

PRONTA LA ROSA DEL PATTO PER IL COLLE: FINOCCHIARO, AMATO E CASINI… VERDINI CHIARISCE AI SUOI: “IN GIOCO C’È LA DELEGA FISCALE CONGELATA PER B.”

Per comprendere la giornata campale di ieri, vissuta fra tre Palazzi (Chigi, Madama e Grazioli), e in cui il patto del Nazareno ha scritto la sua macabra pagina decisiva, bisogna partire dalle tenebre di una Roma uggiosa e fredda.
Quando alle nove di sera, un berlusconiano di altissimo rango, sfinito e soddisfatto, fa la sintesi del Grande Scambio.
Ecco il senso autentico del Nazareno: “La questione è umana più che politica. Altrimenti perchè il presidente (Berlusconi, ndr) sull’Italicum al Senato avrebbe dovuto perdere un pezzo di consenso e un pezzo di Forza Italia per dire di sì a Renzi sul premio di lista?Qui non c’è solo il Colle all’orizzonte, il progetto è più complesso e ampio, non guardate solo il dito del Quirinale, sforzatevi di vedere la Luna. Renzi è debole, non tiene più il Pd e con questo governo deve reggere agli altri urti della crisi, che non mancheranno . Poi, certamente al Colle andrà  una persona che ci soddisferà . Uomo o donna? Se lo dico indovinate subito”.
L’ammissione di Denis sull’articolo 19 bis
Dalle tenebre passiamo quindi al pomeriggio, alcune ore prima.
Palazzo Grazioli, la residenza privata di Silvio Berlusconi a Roma. I senatori azzurri sono riuniti nel solito parlamentino. Tra di loro, ovviamente, i tumultuosi ribelli del pugliese Raffaele Fitto. Scoprono che l’ex Cavaliere non c’è. È rimasto sopra, nel suo studio. Protestano. Gridano: “Liberatelo, non lo fate scendere giù perchè sapete che potrebbe cambiare idea sulla legge elettorale”.
La ratifica del “suicidio di Forza Italia”, frase di Fitto medesimo, è sorvegliata dal renzusconiano Denis Verdini e dal capogruppo di Palazzo Madama, Paolo Romani.
I fittiani sono crudelmente efficaci: “Con questa legge e con il premio di lista, non arriviamo nemmeno al ballottaggio, ci avete svenduti a Renzi”.
Ed è a questo punto che il Cerbero dell’infernale Nazareno, ovvero Verdini, cala sul tavolo da gioco la verità : “Qui c’è in ballo l’agibilità  del nostro leader, cui tutti dovremmo essere grati per quello che ha costruito in vent’anni. Non dimenticate che Renzi ha congelato l’articolo 19 bis (del decreto attuativo della delega fiscale, ndr)”.
È la sola e unica chiave per decifrare le convulsioni di ieri sull’Italicum . Ed è la chiave della Salvasilvio, la norma ad personam che perdona chi froda il fisco sotto il 3 per cento dell’importo dichiarato.
Il paradiso dell’ex Cavaliere, che non sarebbe più condannato e decaduto. Una questione umana, appunto. Più che politica. Il resto è teatrino.
Meno cinquanta, l’inciucio scricchiola
Alla fine restano sul campo 18 no dei senatori azzurri (dieci secondo i vertici). In ogni caso, Berlusconi perde un pezzo di partito.
Così come lo perde, in maniera simmetrica, l’amico Matteo, con la fronda dei bersaniani. Meno cinquanta, o giù di lì, al Senato.
Sono queste tutte le conseguenze che originano dunque dall’incontro in mattinata. Il nono della serie, in un anno di Nazareno. Berlusconi e Renzi suonano la loro Nona in un clima comunque teso.
La debolezza di “Matteo”: “Silvio mi puoi salvare solo tu”. E il nervosismo di “Silvio”, consapevole del peso della scelta: “Matteo, sai che sul premio di lista mi salta il partito”.
L’abbraccio finale del patto segreto del Nazareno si consuma in un’ora circa. Con loro: Luca Lotti e Lorenzo Guerini per il premier, Gianni Letta e Denis Verdini per l’ex Cavaliere.
Partito della Nazione o colpo grosso di Bersani?
Sul Quirinale, all’uscita, il portavoce del Nazareno, Guerini, annuncia che non si è detto nulla. E che il colloquio decisivo è previsto per martedì prossimo, 27 gennaio, prima della riunione generale del Pd. In realtà  il presidente amico del patto e garante del Grande Scambio è sancito per il momento da una rosa di tre, massimo quattro nomi: Giuliano Amato, Anna Finocchiaro, Pier Ferdinando Casini. Qualcuno aggiunge Sergio Mattarella.
Le quotazioni vedono la Finocchiaro in ascesa (“Uomo o donna? Se lo dico indovinate subito”).
Ma il Colle dovrebbe essere solo la prima tappa per rivoluzione il paesaggio politico nei prossimi mesi. Governo
Renzusconi? Partito della Nazione? Quello che è chiaro è che ieri Renzi e Berlusconi hanno legato i loro destini in modo indissolubile.
E solo una carta Prodi o Bersani dal quarto scrutinio in poi, quando per il Quirinale è prevista la maggioranza assoluta, potrebbe far saltare tutto.

Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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SENATO TRINCEA DELL’ITALICUM

Gennaio 21st, 2015 Riccardo Fucile

BATTAGLIA DI CAVILLI A PALAZZO MADAMA… PARTITI SPACCATI. IL VOTO DECISIVO RIMANDATO A OGGI

Senato stracolmo, tardo pomeriggio. Il cicaleccio cala, la curiosità  diventa silenzio.
Tutti ad ascoltare Giulio Tremonti, e la sua sintesi di una giornata, forse di una stagione politica: “Sulla legge elettorale c’è un’altra maggioranza, quindi un altro governo. Se ci fosse un presidente della Repubblica…”.
L’ex superministro si risiede ridendo, accanto al leghista Roberto Calderoli. Ha consumato il suo frammento di vendetta, nell’aula in cui gira tutto al supercanguro, o tagliola, prossimo venturo: il maxiemendamento del democratico Stefano Esposito, di fatto l’intero Italicum riscritto secondo il Nazareno rinfrescato, da approvare per far cadere in un amen il 90 per cento degli emendamenti alla legge elettorale.
L’ennesimo sfregio del duo Renzi-B. a detta delle opposizioni tutte, di certo stratagemma indispensabile per Pd e Forza Italia.
Per tenersi a galla tra mille correnti, il divin Matteo e l’eterno Silvio si devono affidare allo stesso emendamento-boa .
Ma palazzo Madama rimane trincea, dove si combatte tra parecchi cavilli, citazioni dotte e qualche urlaccio.
Sempre nell’attesa (dei rivoltosi) di contarsi sull’emendamento del ribelle dem Gotor contro i capilista bloccati.
Si parte alle 17.30, in ritardo di un’ora, con il ministro delle Riforme Maria Elena Boschi. Vestita di scuro, al microfono declama la lista degli emendamenti bocciati dal governo. Dall’elenco si salva solo il maxiemendamento di Esposito, noto come deputato piemontese pro Tav.
Ma la partita inizia davvero nel segno di Calderoli: signore dei regolamenti del Senato, prima di Natale contro l’Italicum aveva scagliato scatoloni di emendamenti.
Il leghista contesta l’ammissibilità  del canguro, lo classifica come “l’emendamento che regge il Nazareno”. Chiede “almeno la possibilità ” di sub-emendamenti al testo.
“Ci dia un’ora presidente” invoca. L’esortazione è diretta alla rossissima Valeria Fedeli, pd, vicepresidente che fa le veci di Pietro Grasso, ora presidente supplente della Repubblica.
Al leghista si associano tutte le opposizioni, con lunghi interventi in cui si parla anche di crisi economica.
Fedeli e l’ostrusionismo pomeridiano
Evidente la strategia: ostruzionismo sempre e comunque. La Fedeli risponde con tono calmo. Occhi puntati soprattutto verso i 5 Stelle. Ma dai loro banchi non arrivano colpi di teatro. Soprattutto, il Movimento non vuole scoprire le carte sulla linea in aula.
“L’emendamento Gotor non sarà  mai messo ai voti” twitta Vito Petrocelli. Per poi ironizzare : “Ghedini, Verdini e gli altri abituali assenteisti che sono venuti a fare in aula?”.
Ad occhio, a tenere compatte le fila dei lealisti di Forza Italia. Ma i frondisti fittiani sono vivaci. Ciro Falanga è quasi perfido: “Mica penserete che io voglia contrastare la maggioranza del mio partito?”.
Vincenzo D’Anna (Gal) è un torrente. Cita Protagora, poi s’innalza: “Vi ricordare quell’opera, la Merda d’artista fatta di feci? Voi della maggioranza che volete inscatolare?”.
Poi virerà  in vernacolare: “Questo sistema elettorale è una fetenzia”. Ovazioni.
L’ex cantore di Silvio Sandro Bondi appare stanco, mentre la Boschi e Luca Lotti parlano fitto. La Fedeli rivaleggia su voto e ordini del giorno con le opposizioni e in particolare con i leghisti , i più rumorosi.
Tra i banchi del Carroccio spuntano cartelli contro la legge Fornero. I commessi rimuovono, la presidente non ferma i lavori. Calderoli insiste: “Il maxiemendamento è stato presentato fuori dei termini”.
Loredana De Petris (Sel) si sgola: “State oltrepassando ogni limite”. Doris Lo Moro, tra i 29 firmatari dem dell’emendamento Gotor: “Il maxiemendamento Esposito è inammissibile, è un ordine del giorno fatto di enunciazioni di principi”. Applausi. Ma Fedeli respinge: “L’emendamento Esposito è ammissibile”.
Il deputato piemontese risponde a Calderoli: “Non si permetta di darmi del bugiardo”.
Tra una discussione e l’ altra piove una penna contro la Fedeli, tirata (pare) dal leghista Stefano Candiani. Lei, stoica, tira dritto. Si limita a chiedere: “Ditemi chi l’ha tirata”.
I leghisti, discolacci, alzano tutti la mano.
Si arriva alle dichiarazioni di voto sul primo emendamento, proprio a firma Calderoli. Endrizzi (M5S) resta sul vago: “Per ora diciamo no, su altri emendamenti vedremo che possibilità  ci sono”. Tradotto, sull’emendamento Gotor decideranno in base alle mosse di Pd e Forza Italia. Ma il voto favorevole è possibile.
Si ricomincia     stamani alle 9:30
Tra i sì a Calderoli arriva quello di Francesco Campanella, del neonato coordinamento degli espulsi dall’M5S, pronto a trasformarsi in gruppo (sono in 12).
Si arriva alle 20.30, con Calderoli che fa l’ultimo dispetto e rinuncia al voto sul suo testo.
Si ricomincia oggi alle 9.30. Voto finale previsto per la prossima settimana.

Luca De Carolis
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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A RENZI SERVONO I VOTI DI SILVIO (SE LI PORTA): ECCO IL QUADRO DEI NUMERI

Gennaio 21st, 2015 Riccardo Fucile

MAGGIORANZA NECESSARIA AL SENATO 162: SENZA I DISSIDENTI PD ALL’ESECUTIVO MANCANO 10-15 VOTI… E SILVIO ASPETTA IN CONTROPARTITA LA SALVA-BERLUSCONI

Silvio Berlusconi benedice l’Italicum e Forza Italia si spacca.
Con 19 senatori (su 60) fedeli a Raffaele Fitto pronti a votare contro.
Situazione speculare, nel beffardo gioco delle convergenze parallele, a quella del Pd. Dove 29 dissidenti confermano il dissenso, aggregato intorno all’emendamento Gotor, certificando la frattura.
Risultato: sulla legge elettorale i conti non tornano. Perchè senza il soccorso azzurro, la nuova legge elettorale non passerebbe.
E il dato politico è lampante: su un provvedimento qualificante di iniziativa del governo, Matteo Renzi rischia di perdere la sua ‘autosufficienza’ parlamentare proprio in quel Senato che, ironia della sorte, alla Camera si sta votando per abolire.
Mentre il discusso Patto del Nazareno potrebbe subentrare, di fatto, alla maggioranza che il 25 febbraio 2014 diede la fiducia al governo.
PALLOTTOLIERE IN TILT
A Palazzo Madama, siedono in tutto 321 senatori (315 eletti e 6 a vita).
La soglia di maggioranza è 162.
Sommando i seggi del Pd (108), di Scelta Civica (7), del Nuovo centrodestra (36) e una parte del gruppo Per l’Autonomia, l’esecutivo può contare su 169 voti (tanti votarono la fiducia all’esecutivo Renzi) che salirebbero fino ad un massimo di 175 se tutti i 6 senatori a vita votassero a favore della nuova legge elettorale.
Nella migliore delle ipotesi, quindi, 13 in più del minimo necessario per ottenere il via libera all’Italicum.
Ma vanno sottratti i 29 dissidenti della minoranza Pd: hanno già  dichiarato che non voteranno il maxi-emendamento “canguro” (che permetterebbe di neutralizzare tutte le proposte di modifica, compresa quella di Gotor) presentato dal senatore Stefano Esposito.
Di fatto, la maggioranza si fermerebbe a 146, cioè 16 in meno della soglia di 162 necessaria per ottenere il via libera.
E dopo il tentativo fallito di coinvolgere i 17 senatori ex 5 Stelle (12 hanno dichiarato che sosterranno il testo dei dissidenti del Pd) per tamponare le defezioni.
A disposizione del governo ne restano solo 5, che alzerebbero l’asticella a 151. Comunque troppo pochi.
DA RENZI UNA CAMBIALE A B.
Dopo giorni di tensioni e roventi polemiche interne, Berlusconi ha deciso di assecondare i desiderata del premier. Mettendo a disposizione i suoi voti (decisivi) per consentire all’Italicum di uscire indenne dal guado del Senato.
Ufficialmente per sostenere il “tentativo per raggiungere il bipartitismo”.
Ma, in realtà , per intascare dal premier una cambiale che metterà  all’incasso al momento giusto.
Per giocare da protagonista la partita del Colle e, più avanti, quella per lui ancor più decisiva dell’agibilità  politica, anticamera necessaria per il ritorno sulla scena politica (Renzi ha fissato per il 20 febbraio il consiglio dei ministri della delega fiscale contenente la norma salva-Berlusconi).
Una posta talmente alta da valere il rischio della spaccatura di Forza Italia.
La fronda che fa a capo all’europarlamentare Raffaele Fitto, strenuo oppositore dell’Italicum e del Patto del Nazareno, è infatti di 19 senatori.
La parte restante del gruppo — pari a 41 parlamentari — dovrebbe invece sostenere l’ultima versione della legge elettorale.
Ieri, in Transatlantico alla Camera, l’ex governatore della Puglia, dopo aver incontrato Berlusconi a Palazzo Grazioli, ha ribadito il suo no: “Berlusconi sta facendo un errore, questo è un suicidio per Forza Italia”.
NAZARENO DI MAGGIORANZA
Insomma, alla fine passa la linea Verdini. Il primo effetto si tradurrebbe nella mutazione genetica della maggioranza che, sull’Italicum, si prepara ad essere rimpiazzata dal Patto del Nazareno.
Una maggioranza non più trainata dall’asse Renzi-Alfano, dalla quale il governo ha ottenuto la fiducia, bensì da quello Berlusconi-Renzi.
Come certifica, del resto, il capogruppo di FI a Palazzo Madama, Paolo Romani: “Oggi (ieri, ndr) il premier non può dire di avere una sua autonomia al Senato. Da questo momento è cambiato completamente il meccanismo della politica”.
Salvo che le trattative della notte, lasciate aperte dallo slittamento a stamattina dell’esame degli emendamenti, non sortiscano effetti a questo punto improbabili, con il sostegno di Forza Italia e qualche altro voto raggranellato raschiando il fondo del barile, il pallottoliere potrebbe superare alla fine anche quota 200.
Sufficienti per permettere a Renzi, la prossima settimana, di twittare l’ennesimo successo del suo governo: il via libera del Senato all’Italicum.
Ma resterà  da vedere se il gioco è valso la candela.

(da “il Fatto Quotidiano“)

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SILVIO È ORA L’AZIONISTA DELLA DITTA DI RENZI: IL PREMIER CHIEDE IL SOCCORSO AZZURRO CHE ARRIVA PUNTUALE

Gennaio 21st, 2015 Riccardo Fucile

RENZI NON HA I NUMERI PER L’ITALICUM, BERLUSCONI CONCEDE TUTTO, MA LA CONTROPARTITA E’ IL COLLE E LA SALVA SILVIO

Il prezzo è il Quirinale. O meglio: il Nazareno al Colle.
Matteo Renzi e Silvio Berlusconi inizieranno a sfogliare i petali della rosa dei nomi nel prossimo incontro già  fissato per martedì a palazzo Chigi.
Ma è in nome del grande obiettivo che Silvio Berlusconi accetta di offrire un “soccorso” a Renzi sulla legge elettorale. E dice sì a una legge che fa esplodere la rivolta in Forza Italia: “Mi raccomando — dice all’uscita da palazzo Chigi — niente scherzi sul Quirinale”.
Perchè il “sì” non è gratuito. Anzi, è particolarmente oneroso.
Eccola, la trattativa arrivata al dunque. Palazzo Chigi, attorno a Mezzogiorno.
Da un lato ci sono Denis Verdini e Gianni Letta. Dall’altro Lorenzo Guerini.
La consuetudine tra il premier e l’ex premier consente, dopo pochi minuti dall’inizio dell’incontro, di superare preamboli e giri di parole.
È così che Matteo Renzi, con stile diretto, chiede a Berlusconi il sostegno totale sulla legge elettorale, non solo sui punti pattuiti nelle scorse settimane, ma anche su quelli dove non era previsto il sostegno di Forza Italia.
Chiede cioè di votare il cosiddetto l’emendamento Esposito. Perchè, aggiunge, altrimenti non c’è più maggioranza. E a quel punto rischia di saltare tutto: legge elettorale, riforme, e si arriva all’elezione del capo dello Stato in un clima incandescente.
Blindare l’Italicum invece le riforme significa poi far arrivare il Nazareno al Colle.
Ragionamento, quello sul Colle, particolarmente esplicito nelle parole di Berlusconi, nel corso del vertice.
Anche se, all’uscita, il vicesegretario del Pd Lorenzo Guerini spiega che non si sarebbe parlato di Quirinale ma solo di riforme.
A conferma dell’asse tra i due, l’incontro si conclude con l’impegno a un nuovo incontro, già  la prossima settimana, per entrare nel merito dei nomi.
Al momento la “rosa” concordata da Berlusconi con Alfano e, ovviamente, nota anche al premier è composta da tre petali. Giuliano Amato, che è la best option del Cavaliere; Pier Ferdinando Casini, nome che compatta l’area dei moderati; Anna Finocchiaro, l’unico nome di sinistra gradito al centrodestra.
Mentre, al momento, Sergio Mattarella avrebbe un veto non solo da Berlusconi ma soprattutto da Alfano, che considera un cattolico di centrosinistra al Colle un ostacolo per il suo disegno di costruzione del Ppe in Italia.
E se di “nomi” si parlerà  soprattutto nel prossimo vertice è anche perchè tutto l’incontro odierno è servito alla trattativa sulla legge elettorale.
E allora, ecco cosa è successo.
L’accordo (fino a ieri) prevedeva che Forza Italia avrebbe votato la legge elettorale in modo spacchettato: sì ai capilista bloccati, no al premio di lista al partito essendo la sua posizione favorevole al premio di coalizione, come nella prima versione dell’Italicum.
Renzi chiede invece un sostegno a tutta la legge elettorale perchè, con l’opposizione della sinistra del suo partito, non ci sono più i numeri.
Di fatto, invoca un soccorso azzurro in nome della rottura a sinistra.
Propone cioè uno schema in cui, per dirla con un bersaniano di rango, “da un lato c’è il partito del Nazareno, dall’altro la minoranza di sinistra”. Oggi al Senato e domani al Quirinale.
Il “soccorso”, per Berlusconi, è particolarmente costoso.
Sembrano dettagli, ma è sostanza. Dice un azzurro di rango: “Secondo l’ultimo sondaggio il centrodestra è solo 4 punti sotto il centrosinistra. Con una coalizione ce la giochiamo. Con una legge elettorale che prevede il premio di lista, è la sconfitta sicura”.
E c’è anche un secondo motivo per cui la richiesta è onerosa. E riguarda la tenuta dei gruppi di Forza Italia.
A Renzi, Berlusconi spiega che, con queste richieste, si spaccano come una mela. Previsione che trova conferma nella riunione che, dopo poche ore, convoca Fitto con i suoi venti senatori: “Se Berlusconi vota con Renzi il premio di lista — dice — noi comunque votiamo contro”.
Ecco perchè Berlusconi, dopo l’incontro con Renzi, chiede tempo, per una verifica coi suoi.
A palazzo Grazioli si consuma l’ultimo dramma.
Perchè, per molti, l’Italicum così articolato è “la sconfitta elettorale per legge”.
Ma l’ex premier dice sì dopo una riunione dei senatori a palazzo Grazioli da tregenda. La posta in gioco è il Quirinale.
Che è sinonimo di “agibilità  politica”. Il che significa, in primo luogo, che la “salva-Silvio” resterà  congelata fino al prossimo capo dello Stato.
La prima rassicurazione per Berlusconi che sarà  un grande elettore di un nome che dà  “garanzie” è anche nelle parole al vetriolo che ha ascoltato da Matteo Renzi riguardo all’atteggiamento della sinistra del Pd: “Il premier – dice un azzurro di rango – con loro non vuole trattare”.
Domani alla Camera si riuniranno 150 parlamentari di area bersaniana, duri e dialoganti.
Al quarto scrutinio i voti di Pd senza sinistra, Forza Italia e Ncd sono sufficienti a portare al Colle il garante del Nazareno.

(da “Huffingtonpost”)

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SILVIO DICE SÃŒ AL SALVA-RENZI MA IN 20 VOTANO CONTRO: PER FITTO “È UN SUICIDIO POLITICO”

Gennaio 20th, 2015 Riccardo Fucile

“OK ALL’ITALICUM, VOTIAMO L’EMENDAMENTO ESPOSITO, SI’ AL PREMIO DI LISTA E ALLA SOGLIA AL 3%”

Silvio Berlusconi salva Matteo Renzi sulla riforma della legge elettorale, rendendo di fatto ininfluenti i voti contrari della minoranza Pd.
Manteniamo fede al patto del Nazareno per cui vi chiedo di votare sì all’emendamento Esposito sull’Italicum. È quanto avrebbe detto il Cavaliere ai suoi fedelissimi a Palazzo Grazioli, prima della riunione dei senatori azzurri.
La proposta vede però contraria la fronda azzurra.
L’ex primo ministro ha chiesto dunque di sostenere compatti il contenuto della legge in esame, compreso il premio di maggioranza da attribuire alla lista e non alla coalizione e l’abbassamento della soglia si sbarramento al 3%.
Berlusconi, viene riferito, ha esortato i suoi a tenere fede al patto del Nazareno, non solo per senso di responsabilità  – è stato il ragionamento del Cavaliere – ma anche perchè dalla tenuta del patto deriva anche la partita sul prossimo inquilino del Quirinale.
Un ragionamento, tuttavia, che non convince tutti i senatori azzurri.
Resta, infatti, la netta contrarietà  dei senatori vicini a Raffaele Fitto, che non vogliono il premio di maggioranza alla lista, ma nemmeno un numero così alto di capilista bloccati.
L’ex premier avrebbe parlato della possibilità  di incontrare nuovamente Matteo Renzi per discutere del successore a Giorgio Napolitano per la presidenza della Repubblica.
Al termine della riunione dei senatori di Forza Italia, assente Berlusconi, il gruppo si è espresso con un voto sulla linea indicata dal Cavaliere.
In 20, tuttavia, hanno votato contro. In realtà , 13 sono i frondisti azzurri, mentre 7 quelli del gruppo di Gal.
Al termine della riunione, i frondisti confermano: “In aula al Senato voteremo contro” l’emendamento Esposito e quindi contro il testo dell’Italicum così come è adesso.
“Sulla legge elettorale Berlusconi fa un errore madornale. Noi non siamo il soccorso azzurro di Renzi e del suo governo. In questo modo si suicida Forza Italia. È inaccettabile”.
È quanto ha detto Fitto al termine dell’incontro con Berlusconi sulla legge elettorale. “Ora spero in un sussulto – ha aggiunto -, in tanti la pensano in questo modo ma non hanno il coraggio di dirlo. Come si può votare una legge elettorale che non c’entra nulla con quanto scritto nel patto del Nazareno?”.

(da “Huffingtonpost”)

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RIVOLTA IN FORZA ITALIA, I FITTIANI “LIBERATELO, E’ PRIGIONIERO”

Gennaio 20th, 2015 Riccardo Fucile

BERLUSCONI NON SI PRESENTA ALLA RIUNIONE E SCOPPIA IL CAOS

A un certo punto i senatori fittiani si alzano in piedi e si mettono urlare, scandendo “li-be-ra-te-lo, li-be-ra-te-lo, liberatelo”.
Palazzo Grazioli. Pomeriggio da tregenda. Silvio Berlusconi è asserragliato nel suo studio.
Sotto, al parlamentino di Forza Italia al piano terra, le urla.
Rivolte in alto verso un leader che una parte dei suoi considera un “prigioniero politico”.
Prigioniero di Renzi, di Verdini, del cerchio
magico di quelli che lo hanno costretto a cedere “a un accordo al ribasso con Renzi”. Per la prima volta in tutta la storia di Forza Italia Silvio Berlusconi evita di partecipare a una riunione decisiva: “Non lo hanno fatto scendere — dice uno dei ribelli – perchè sapevano che avrebbe cambiato idea su questo accordo con Renzi”.
Paolo Romani in fretta e furia pone ai voti la nuova, ennesima giravolta di Forza Italia sulla legge elettorale: venti contrari, più di un terzo del gruppo.
Poi, riprende le carte e corre al primo piano con passo da centometrista. Perchè è arrivato Fitto.
E Berlusconi non si può lasciare solo altrimenti possono vacillare le granitiche certezze.
Il governatore pugliese gli sta dicendo in faccia ciò che poi dirà  in pubblico: “Questo è un errore madornale, in questo modo diventa il soccorso azzurro di Renzi e del suo governo. Votare la legge elettorale così come la vuole Renzi non è un graduale arretramento dal patto del Nazareno iniziale ma è una totale resa a Renzi. Il gruppo dirigente di FI ha deciso di suicidarsi”.
Per tutto il pomeriggio nel Parlamentino i ribelli spiegano che questa versione dell’Italicum equivale a mettere per iscritto la sconfitta elettorale perchè “senza coalizione Forza Italia non va nemmeno al ballottaggio” e che “Berlusconi sta svendendo Forza Italia sull’altare del Nazareno” sperando in chissà  quali garanzie sull’agibilità  politica.
Parlano Bonfrisco, Minzolini, Tarquinio, Bruni Lettieri per i ribelli.
Denis Verdini, il nume tutelare del Nazareno interviene due volte. Spiega il senso dello scambio: il sacrificio sulla legge elettorale in cambio di un patto su un nome di garanzia al Colle.
Il che significa agibilità  politica a Berlusconi. Non è un caso che la “salva-Silvio” è congelata.
Per tutta la riunione i pasdaran del Nazareno invocano il sacrificio in nome dei supremi interessi di Berlusconi. Il “suicidio” in cambio dell’agibilità  non convince Fitto.
Quando l’ex governatore della Puglia si trova davanti all’ex premier quasi urla: una volta che Renzi ha tutto, legge elettorale, capo dello Stato, riforme, ti scarica. Ripete: “Io voto contro e lo faccio per te”
“Voto contro per te” dice Fitto. “Votiamo a favore per Berlusconi” dice Verdini. Quando Paolo Romani mette ai voti la linea, lo presenta come un voto di fiducia su Berlusconi. Il Cavaliere è assente.
Nel Parlamentino il suo conflitto di interessi diventa tregenda politica.
Per Verdini funzionerà  lo scambio tra consenso elettorale e salva-Silvio. Per Fitto il consenso serve a negoziare e, prima del Colle, si dovrebbe chiedere a Renzi un cdm che approva la salva-Silvio.
Raccontano che Berlusconi è stato dubbioso fino alla fine. Scosso, tormentato, non è più neanche l’ombra del leader di una volta.
Finora, ripete i suoi, “Renzi ha dato garanzie”.
E, con la giornata di oggi, è chiaro che parlare di Nazareno al Colle non è più un tabù: “Il patto tra Forza Italia e Renzi – dice Romani – si rafforza. Ora coinvolga anche l’elezione del capo dello Stato”.
Martedì nuovo appuntamento con Renzi. Domani nuovo appuntamento con Alfano per iniziare a sfogliare i petali della rosa per il Colle.
In Transatlantico Fitto è circondato dai suoi 24 parlamentari. Da loro partono una raffica di dichiarazioni sul “suicidio”, sulla “morte” per legge di Forza Italia.
Per ora la parola “scissione” è bandita. Ma sul capo dello Stato l’ex governatore Pugliese, di fatto, annuncia che si terrà  le mani libere sul capo dello Stato del Nazareno.
Berlusconi, su 130 grandi elettori, di sicuri ne ha tra i 70 e gli 80.
Questa è la dote per eleggere il primo capo dello Stato dell’era del Nazareno e avere un provvedimento ad personam sull’agibilità  politica.

(da “Huffingtonpost”)

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AMATO, DE GENNARO E GALLITELLI SANTA ALLEANZA PER IL COLLE

Gennaio 20th, 2015 Riccardo Fucile

IMPORTANTI APPARATI DELLO STATO HANNO GIà€ SCELTO IL LORO FAVORITO… L’EX POLIZIOTTO E IL CARABINIERE DIVENTEREBBERO COLLABORATORI DEL PRESIDENTE

Il “carabiniere” dovrebbe diventare consigliere della sicurezza mentre il “poliziotto” dovrebbe essere il suo segretario generale.
È questo lo scenario delineato, secondo fonti vicine al generale Leonardo Gallitelli e al presidente di Finmeccanica Gianni De Gennaro, se Giuliano Amato riuscisse a diventare presidente.
Dietro i due probabili futuri collaboratori ci sono pezzi importanti degli apparati e delle forze di sicurezza più vicine alle alleanze atlantiche, nel segno della continuità .
Poteri che resistono ai ribaltoni e per questo preziosi per chi vuole avere un referente costante nell’instabile Stato italiano.
Entrambi sono nati nel sud, entrambi nel 1948.
Entrambi hanno segnato la storia del loro rispettivo corpo di appartenenza.
Per anni Gianni De Gennaro è stato chiamato “il capo” dagli alti gradi della polizia anche dopo i fatti del G8 e anche dopo il suo passaggio al Dipartimento di Informazione e Sicurezza, l’organismo di vertice dei servizi segreti.
Mentre il “Gallo”, come è soprannominato l’ex comandante che per quasi un decennio è stato l’uomo forte dei carabinieri, prima dal 2006 come capo di Stato Maggiore e poi dal 2009 da comandante generale.
Fonti vicine ai due sostengono che entrambi avrebbero una sorta di patto tacito con Giuliano Amato.
Gallitelli aveva cercato di ottenere la proroga per arrivare a questo passaggio con i galloni di comandante ma ha dovuto lasciare il posto al generale prescelto dal ministro Pinotti: Tullio Del Sette.
L’incarico di consigliere è oggi ricoperto dall’ex comandante della guardia di ginanza Rolando Mosca Moschin, 76 anni a marzo.
Gallitelli nella sua nuova posizione dovrà  gestire la razionalizzazione dell’elefantiaco apparato che si occupa della sicurezza del capo di Stato: 250 corrazzieri per la sicurezza interna più 240 poliziotti e altrettanti carabinieri per la sicurezza esterna del Quirinale, di Castelporziano e di Villa Rosebery, oltre a tutti gli spostamenti del presidente.
C’è un apposito ufficio presidenziale della polizia e un apposito reparto dei carabinieri. Con la follia ulteriore di affidare il coordinamento della scorta mista un giorno all’Arma e un giorno alla polizia.
Gallitelli avrà  il compito di dare un senso, anche economico, a questo apparato.
De Gennaro punta invece alla poltrona di segretario generale.
Una carica ben retribuita (circa mezzo milione di euro all’anno) che potrebbe assumere anche un’inedita valenza internazionale grazie ai suoi rapporti internazionali.
Entrambi porterebbero al Colle il vantaggio di un filo continuo con magistratura, carabinieri, polizia e servizi segreti, non solo italiani.
Gallitelli in più vanta un feeling ottimo con Berlusconi che non lo vedrebbe male addirittura come candidato di riserva al posto di presidente della repubblica.
Anche se l’uomo di punta del Cavaliere è l’ex braccio destro di Bettino Craxi. L’intesa tra De Gennaro e Amato è cementata dall’asse atlantico.
L’ex presidente del Consiglio è stato a lungo il presidente del Centro studi americani (sempre finanziato generosamente dalla Finmeccanica di Guarguaglini) poltrona che ha lasciato, quando è stato nominato giudice costituzionale, proprio a De Gennaro.
L’ex capo della Dia e della polizia, dai tempi delle storiche operazioni antimafia Pizza Connection e Iron Tower è considerato una sorta di agente in più degli americani. Rapporti celebrati nel 2006 con la medaglia al merito consegnata alla presenza dei capi dell’Fbi Louis Freeh (dal 1993 al 2001) Robert Mueller (2001-2013) e James Comey, in carica dal 2013.
Sottosegretario con delega ai servizi segreti nel governo di Mario Monti, De Gennaro nel luglio del 2013, non a caso, è planato sulla poltrona di presidente di Finmeccanica, società  strategica per l’Italia ma anche per gli Usa soprattutto dal 2008 quando ha comprato per 5,2 miliardi di dollari la Drs, un’azienda i cui segreti possono essere portati a conoscenza solo di cittadini americani.
Nel curriculum firmato di suo pugno nel luglio 2013 per Finmeccanica, De Gennaro cita solo un politico: Amato, il ministro dell’interno che lo ha scelto nel 2007 come capo di gabinetto del ministero e prima ancora, da premier, come capo della polizia.
Ora è giunto il tempo che le strade di Gianni e Giuliano si incrocino ancora. Sul Colle.     Lo scenario accreditato dalle fonti vicine ai due uomini dell’ordine pubblico italiano però prevede anche un “piano B”.
Se Amato fallisse c’è già  pronto un altro candidato che ha un profilo simile. È Piero Grasso. Anche lui amico di De Gennaro (ha un figlio in polizia dai tempi d’oro del “Capo”) e di Gallitelli ma anche delle forze di sicurezza e della magistratura.
E anche lui è ben visto da Silvio Berlusconi, come Amato.

Marco Lillo
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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“PAGANO TUTTI”: PANZIRONI SVELA IL SISTEMA DELLE FONDAZIONI

Gennaio 20th, 2015 Riccardo Fucile

“I SOLDI ALLA NUOVA ITALIA DI ALEMANNO? GLI IMPRENDITORI LI DANNO   IN CAMBIO DI UNA RETE DI RELAZIONI”

«Forse sarà  un malcostume, però è così».
Franco Panzironi, l’ex amministratore delegato di Ama, la municipalizzata che si occupa di rifiuti a Roma, sta spiegando ai magistrati romani che lo hanno arrestato per associazione a delinquere di stampo mafioso il funzionamento delle fondazioni in Italia. Il verbale del suo interrogatorio tira in ballo l’ex sindaco di Roma e svela come attraverso la Fondazione Nuova Italia (di cui Panzironi era segretario, il presidente era l’ex sindaco Gianni Alemanno), l’organizzazione di Carminati sia riuscita a muovere tutto il sistema politico, perchè da lì passavano i soldi delle tangenti.
Funzionava così: la Fni, così come, a suo dire, tutte le fondazioni fungevano da salvadanaio.
Un imprenditore versava soldi per finanziarla e in cambio otteneva «tutta una rete di relazioni».
«È un modo di fare che si esercita già  da anni», dice Panzironi e quanto ai pagamenti – nello specifico bonifici da 15.000 euro a volta – che faceva Salvatore Buzzi alla Fondazione Nuova Italia dice: «Beh, veramente lo ha sempre fatto (di pagare dopo le assegnazioni dei lavori, ndr ), pure prima e lo ha fatto anche dopo, ma non lo ha fatto tramite me».
Ma se Buzzi rappresentava il cuore delle cooperative rosse, perchè pagare la Fondazione di Alemanno?
«Perchè (faceva) come tutti gli imprenditori romani. Pagano sia destra che sinistra. È una questione di relazioni… ma sicuramente relazioni non riconducibili a me».
Fu infatti l’ex inquilino del Campidoglio a presentargli Buzzi e non viceversa, sostiene Panzironi. «Ho conosciuto Buzzi nel periodo fine 2009 inizi 2010, non ricordo di preciso la data, ma non in un contesto Ama. L’ho conosciuto praticamente nella segreteria del sindaco Alemanno. Io ero andato lì per altre cose e Alemanno me lo presentò come presidente delle cooperative rosse».
Poi iniziò un rapporto. Dice Panzironi: «Buzzi alcune volte mi chiedeva, siccome ero presidente della Multiservizi (un’altra controllata del Campidoglio e partecipata Ama, ndr ) se era possibile partecipare a delle gare ma non verso Ama, verso il verde pubblico e quant’altro, che poi nel tempo non sono mai avvenuti (i pm hanno contato cinque gare vinte dal 2011 al 2013 dalla cooperativa di Buzzi, ndr).
Qualche volta mi ha chiesto di sollecitare dei pagamenti al Comune, cosa che io non ho fatto, ma riferivo alla segreteria del sindaco che c’era Buzzi che aveva esigenze di essere pagato».
Sul perchè si spendesse così per Buzzi ribadisce solo di «non aver mai preso contanti da lui».
Non nega il suo rapporto, stretto, con Alemanno. Al quale spesso dava consigli. «Alemanno (sulla nomina del suo successore, deciso secondo l’accusa gestita dal clan di Carminati grazie all’intervento di Panzironi, ndr) mi chiese consiglio sull’Anelli e io gli dissi: “Guardate è meglio che cercate un manager, diciamo, vero, che sappia fare quel mestiere”. E mi chiese pure qualche consiglio… Ma di tipo professionale, anche nella gestione della famosa ristrutturazione del debito con le banche gli diedi una mano, ma non certo in gare d’appalto perchè non me ne sono proprio occupato».
Fatto sta che le carte dell’inchiesta dimostrano come il suo successore, Fiscon, anche lui indagato, fosse persona gradita a Panzironi.

Federica Angeli
(da “La Repubblica”)

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BANCHE POPOLARI ADDIO, IL SOLITO FAVORE DI RENZI AI POTERI FORTI

Gennaio 20th, 2015 Riccardo Fucile

DIVENTERANNO ISTITUTI NORMALI: SI VOTA IN BASE AL CAPITALE, NON ALLE TESTE

Piazza Affari abbocca all’amo lanciato dal premier Matteo Renzi sulla riforma delle banche Popolari.
Dopo l’annuncio di un generico “provvedimento sul credito” fatto lo scorso 16 gennaio durante la direzione del Pd, ieri Renzi ha specificato nel corso dell’assemblea dei senatori del partito che il governo discuterà  le nuove misure già  nel Consiglio dei ministri fissato per oggi.
In sostanza, si tratterà  di abrogare tout court l’articolo 30 del Testo unico bancario che disciplina il governo societario delle banche popolari cancellando così il voto capitario (una testa, un voto) qualunque sia il numero delle azioni possedute e trasformando di fatto questi istituti in società  per azioni.
In Borsa sono subito scattati gli acquisti sui titoli Bpm, Bper, Banco Popolare e Ubi che hanno tirato la volata con rialzi tra l’8 e il 14 per cento.
Gli ordini in acquisto sono comunque piovuti anche sugli altri titoli bancari che potrebbero essere coinvolti in un processo di consolidamento del settore
La rivoluzione annunciata da Renzi — voluta dalla Banca centrale europea per favorire un consolidamento del sistema bancario che oggi conta in Italia 70 istituti popolari — si trova nella bozza disegno di legge Concorrenza alla voce “Servizi bancari”.
Fra i vari articoli se ne trova infatti anche quello relativo alle “norme in materia di banche popolari”, il cui testo è stringatissimo: “L’articolo 30 del testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia, di cui al decreto legislativo 1 settembre 1993 n. 385 è abrogato. All’articolo 137 del testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria di cui al dl 24 febbraio 1998 n. 58 il comma 4 è abrogato”.
La rivoluzione sta tutta qui, in queste poche righe.
Se questa riforma verrà  approvata sarà  abrogato l’articolo 30 del Testo unico bancario che nei primi due commi prevede che ogni socio abbia un voto, qualunque sia il numero delle azioni possedute; inoltre nessuno, direttamente o indirettamente, può detenere azioni in misura eccedente l’1 per cento del capitale sociale, salva la facoltà  statutaria di prevedere limiti più contenuti, comunque non inferiori allo 0,5 per cento.
Il presidente del Consiglio promette il miracolo, presentato come l’ennesima rottamazione dei poteri forti in banca quando in realtà  l’input arriva dall’alto del sistema, e incassa il plauso del mercato ma si deve già  scontrare con la levata di scudi dei sindacati che temono nuovi tagli ai dipendenti e anche con le barricate alzate dalla politica.
Daniele Capezzone, deputato di Forza Italia e presidente della commissione Finanze della Camera, si chiede quali siano i requisiti di necessità , straordinarietà  e urgenza per intervenire con un decreto legge, peraltro in una situazione in cui le funzioni di capo dello Stato sono svolte dal presidente del Senato.
Dall’altra parte Stefano Fassina, ex responsabile economico del Pd, vede nella riforma “un danno gravissimo all’economia nazionale” e non solo per le banche interessate perchè le piccole e medie imprese e le famiglie italiane hanno trovato, negli ultimi anni di crisi, proprio nella banche popolari e nelle banche di credito cooperativo l’unico canale di approvvigionamento di credito ancora attivo”.
Anche per Fassina, sarebbe surreale se una simile riforma venisse proposta per decreto, senza alcuna ragione di urgenza, e in una fase di una supplenza al Quirinale. È dunque probabile che la riforma incontri una forte opposizione in un momento complicato per Renzi che non può forzare la mano in Parlamento nel bel mezzo della
partita sul Quirinale.
Gli anaisti mostrano intanto un certo scetticismo preventivo sul successo dell’iniziativa, anche perchè — scrivono i broker di Equita sim — “negli ultimi quindici anni qualsiasi progetto di modifica della governance delle Popolari, anche non riguardante l’abolizione del voto per testa, è fallito. La conseguenza immediata è tuttavia l’aumento dell’incentivo per le Popolari ad aggregarsi, visto che minacce di modifiche dello status quo potrebbe arrivare anche dalla Bce”.

Marco Franchi

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