Gennaio 12th, 2015 Riccardo Fucile
TRA PUGNI ALZATI E LA MARSIGLIESE
«Grazie , non mi serve alcuna protezione. Torno a casa con il metrò». Quando ormai è sera, e il
sole sta tramontando in Place de la Nation, il giornalista di Charlie Hebdo Antonio Fischetti fatica ad abbandonare l’abbraccio della folla, ma vuole tornare alla normalità , e perciò rifiuta la proposta di essere scortato del servizio d’ordine della manifestazione.
«Non ce l’aspettavamo, non così almeno», spiega il giornalista che ha genitori di Napoli, un rital, figlio di immigrati italiani pure lui come il fondatore della rivista, Franà§ois Cavanna, morto l’anno scorso.
Il disegnatore Renald Luzier, in arte Luz, dà una carezza di conforto a Patrick Pelloux, il medico che collabora con Charlie.
«Volevamo fare qualche vignetta, uno striscione – spiega Luz – poi non ce l’abbiamo fatta». «Dà i, basta piangere, torniamo a casa», chiosa Julien Berjeaut, Jul, che saluta tutti mentre la piazza ancora grida «Tenez bon», tenete duro.
Fino a qualche giorno fa lavoravano in una redazione di poche stanze, quasi clandestini, e ora si ritrovano davanti a una cinquantina di capi di Stato e di governo a cui danno le spalle.
Hollande, Merkel, Renzi, Cameron e gli altri sono pregati di mettersi in seconda fila. Un protocollo inedito, ma era la condizione pretesa dai superstiti del settimanale che ha passato quarant’anni a beffarsi dei politici e dei potenti in generale.
«Lo spirito di Charlie si riconosce da questi particolari», racconta Thierry, amico di Charb, il direttore del settimanale ucciso
Una piccola famiglia, ormai sono meno di dieci.
Avanzano senza parlare, bastano gli sguardi a raccogliere il senso di questa giornata che non ha precedenti nella storia francese. «Merci», «Merci», ripetono.
Per la prima volta nella loro vita sono sobri, senza slogan. Solo una fascia in fronte con la scritta Charlie.
Una giornalista cammina con il pugno alzato, un altro fa ciao ai balconi che esibiscono bandiere tricolori.
Quel che resta di Charlie Hebdo arriva in Boulevard Voltaire alle quindici, insieme ai parenti delle vittime. Un’ora prima la Prefettura ha già capito che la marcia non potrà mai partire da place de la Rèpublique.
La testa del corteo si compone dopo l’incrocio con la rue du Chemin Vert. Le vie laterali sono chiuse. S’intravede la folla oltre le transenne.
Tutti aspettano in un grande silenzio di rispetto. Improvvisamente i cellulari diventano muti, gli elicotteri volano in cielo.
I pullman neri partiti dall’Eliseo fanno scendere i capi di Stato e di governo. Vengono fatti accomodare in una zona cuscinetto in cui non ci sono manifestanti.
Attimi di incertezza. «Partiamo? Che dobbiamo fare?» si spazientisce un dirigente del servizio d’ordine.
I due tronconi finalmente avanzano. Marciano insieme per pochi minuti. Quattrocento metri in tutto, fino in place Lèon Blum. I cecchini sono sui tetti. Ancora il silenzio. Solo applausi. Lungo il breve percorso dove camminano Hollande, Merkel e Renzi c’è un mosaico di disegni preparati da una scuola del quartiere dopo le stragi.
Uomini e donna che si tengono per mano, proprio come hanno fatto i capi di Stato e di governo. Una pistola nel sangue. Un cielo con l’alba.
Hollande rompe le righe, lascia andar via le delegazioni, e viene a salutare la redazione.
Il capo dello Stato dà una carezza a Luz, abbraccia Pelloux che mercoledì scorso l’ha avvertito per primo della strage. Si erano incontrati all’Eliseo l’estate scorsa. I conti di Charlie Hebdo erano in rosso e il Presidente aveva promesso di sbloccare fondi per il settimanale. «Coraggio», dice Hollande.
Tra gli invitati della delegazione ufficiale ci sono anche il premier ungherese Viktor Orbà¡n, il ministro russo Sergej Lavrov, non proprio campioni di libertà d’espressione. Nella redazione serpeggia qualche perplessità .
«Non importa», risponde Pelloux. «L’importante ora è chiedersi perchè? Perchè dei ragazzi francesi, cresciuti in questo paese hanno ucciso 17 persone in pochi giorni?»
La vera marcia comincia.
Molti famigliari di Charlie Hebdo non se la sentono di proseguire, chiedono di risalire sui pullman. La redazione avanza su Boulevard Voltaire circondata da un cordone di sicurezza oltre il quale i manifestanti premono per vederli, urlare messaggi di sostegno.
Un padre con dei bambini è salito sui cassonetti, dei ragazzi sono seduti sulla pensilina dell’autobus, altri si sono arrampicati sugli alberi.
Cantano la Marsigliese. «Je suis Charlie», «Je suis Clarissa», la vigilessa uccisa giovedì, «Je suis Michel », una delle vittime nel supermercato kosher. «Je suis Franck», il nome dell’agente della scorta del vignettista Charb. Un «je», io, che è diventato multiplo, nella cartesiana formula «Je pense, donc je suis», penso dunque sono.
Anche i nomi delle strade e delle piazze diventano simbolici: Rèpublique, Voltaire, Nation. Il breve corteo dei leader si ferma in place Lèon Blum, l’unico presidente francese ebreo.
Tra i giornalisti alla testa del corteo c’è anche il direttore di Repubblica, Ezio Mauro, che parla con Manuel Valls. «Una risposta impressionante» commenta il premier. «È una giornata importante non solo per la Francia ma per il mondo. Spero che da oggi cambierà qualcosa per l’Europa ma so che da domani sarà tutto più difficile ».
Nella parte riservata alle autorità politiche e religiose – il rabbino capo di Parigi, il rettore della moschea, tre vescovi – c’è anche Lassana, l’impiegato malese e musulmano dell’Hyper Cacher che ha salvato degli ostaggi nascondendoli nelle celle frigorifere.
«Non sono un eroe» dice solo. Accanto a lui, la titolare del negozio è tesa, ferma un funzionario del ministero dell’Interno. «Noi domani (oggi, ndr) dobbiamo riaprire e non ci avete ancora garantito nessuna protezione».
«Faremo qualcosa, certo», risponde il dirigente, prima di aggiungere: «Dovete avere pazienza, è successo tutto in così poco tempo».
(da “La Repubblica“)
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Gennaio 12th, 2015 Riccardo Fucile
UN OCEANO PACIFICO CONTRO IL TERRORISMO… E HOLLANDE RADDOPPIA I CONSENSI
La Francia ha indossato i colori più belli per un’oceanica marcia contro il terrorismo e in memoria dei 17 caduti innocenti dei giorni scorsi.
Le piazze e i boulevard di Parigi si sono riempiti all’inverosimile del popolo della Rèpublique, quello dell’universalità dei diritti: franco-francesi e africani, ebrei con la kippa e musulmani che ora si sentono sotto tiro, famiglie intere con i bimbi sul passeggino e gente di tutte le età , senza bandiere di partiti e sindacati. Semmai bandiere di tutto il mondo.
Niente cordoni, fiumi di gente e striscioni fai-da-te. L’unico servizio d’ordine, con fascia rossa, l’hanno assicurato militanti di tutti i partiti, dai post-gollisti (Ump) ai comunisti.
Una sfilata “senza precedenti” dice il ministero dell’Interno.
La Prefettura rifiuta di dare i numeri e le stime più attendibili arrivano a due milioni di persone, tre o poco meno con con le manifestazioni in altre città francesi.
La Place de la Rèpublique era strapiena due ore prima, i due cortei fitti fitti hanno riempito i boulevard, marciapiede compresi, per poi riunirsi nella grande place de la Nation.
Non ci stavano tutti, strapiene anche le poche strade alternative accessibili, c’è chi non si è mai mosso da Rèpublique.
Cantavano la Marsigliese, innalzavano i cartelli “Je suis Charlie, je suis flic (poliziotto, molto più carino di sbirro, ndr), je suis juif (ebreo, ndr)” e scandivano slogan piuttosto rari, uno per tutti “merci à la police”.
E poliziotti e gendarmi erano lì, a stretto contatto.
Mai viste simili misure di sicurezza: chiuse numerose stazioni della metropolitana, blindati 3 dei 20 arrondissement della capitale, sbarrati gli accessi a quasi tutte le strade che incrociavano i due percorsi.
Tiratori scelti sui tetti, uomini in tenuta antisommossa o con la fascia arancione “police” a tutti gli angoli. La gente, passando, li salutava e li incoraggiava.
Il pericolo di attentati era ritenuto concreto, in Francia ci sono almeno un migliaio di jihadisti potenziali che potevano pensare di fare il botto, anche per imitare gli autori della strage nella redazione di Charlie Hebdo, dell’omicidio di una vigilessa 26enne e del sanguinoso sequestro di venerdì in un supermercato ebraico di periferia.
Chi era in piazza non ha neanche visto il corteo guidato dal presidente Franà§ois Hollande, accanto al presidente del Mali Ibrahim Boubacar Keita e alla cancelliera tedesca Angela Merkel e seguito da una cinquantina capi di stato e di governo dell’Europa e di mezzo mondo.
Compreso Matteo Renzi, certo, accolto molto affettuosamente da Hollande all’Eliseo ma poi confinato in seconda fila, dove sembrava quasi mettersi in punta di piedi. C’erano anche quelli che non avrebbero mai pensato di marciare insieme, il palestinese Abu Mazen e l’israeliano Benjamin Netanyahu.
All’Eliseo è tornato perfino Nicholas Sarkozy, accompagnato da Carla Bruni. Si è visto Romano Prodi.
“Oggi Parigi è la capitale del mondo”, ha detto Hollande.
Il presidente ha vinto la scommessa dell’unità nazionale, raccogliendo la profonda emozione di questi giorni e la volontà di non arrendersi di un Paese che, negli anni 80 e 90 e più di recente, aveva già subito la ferocia dell’islamismo ultraradicale.
Meglio ancora, ha emarginato Marine Le Pen che pure ha
molte carte da giocare in un Paese sensibile ai riflessi securitari più o meno xenofobi. La leader del Front Nazionale ha manifestato a Beaucaire, 17 mila abitanti nel sud della Francia.
Intanto Hollande potrebbe aver superato, nei numeri, le folle che accompagnarono Charles de Gaulle sugli Champs-Elysèes dopo la Liberazione e Franà§ois Mitterrand al Panthèon all’indomani della vittoria socialista del 1981. Gli ultimi capi di Stato scesi in piazza.
Circolano, all’Eliseo, sondaggi secondo i quali il presidente, in pochi giorni, avrebbe raddoppiato gli indici di popolarità , passando dal 16-17 al 35-36 per cento.
Non a caso qualche cartello innalzato qua e là ieri diceva “non à la recuperation politique”, cioè alla strumentalizzazione. E da domani la Francia sarà di nuovo alle prese con la sfida fondamentalista: dovrà decidere se la lotta al terrorismo giustifica o meno ulteriori restrizioni delle libertà , reclamate anche dagli specialisti di polizie e servizi.
Alessandro Mantovani
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 12th, 2015 Riccardo Fucile
PARIGI CAPITALE DEL MONDO: LA FESTA DI LIBERAZIONE DAL TERRORE
Le tragedie fanno versare lacrime, indignano, ma dolore e collera possono provocare miracoli.
Politici si intende.
In Place de la Rèpublique ho avuto l’impressione di vivere una festa della liberazione. Quella dell’Europa non più litigiosa ma solidale, non più depressa ma grintosa. Liberata da timori e lamenti. Qualcosa di simile a una rinascita.
Si può dunque rinascere a quasi sessant’anni, quanti ne ha l’Unione europea?
Il sussulto è probabilmente effimero, ma al momento esaltante. Sulla statua di Marianna, simbolo della Repubblica, al centro della piazza, giovani di tante nazionalità agitano tricolori francesi, ma anche qualche tricolore italiano, e bandiere tedesche, spagnole, portoghesi, danesi, britanniche; e in mezzo a quelle europee ce ne sono alcune israeliane, palestinesi, tunisine, turche…
Ecco questo è il miracolo politico cui assisto imprigionato in una folla tanto compatta che mi impedisce di respirare.
Devo stare sulla punta dei piedi per prendere aria. Non c’è violenza, nè rabbia. Molta euforia. Non ho mai ricevuto tante gomitate accompagnate da sorrisi.
Ci pigiamo giovani e vecchi come se ci abbracciassimo. Non è sempre piacevole, ma nessuno vuole guastare la festa con litigi o brontolii.
Il fatto di trovarsi in tanti insieme sembra creare sollievo. Capita di rado. Le esclamazioni sono in tante lingue, sono tedesche, inglesi, arabe, oltre a quelle dominanti francesi.
Il freddo non aggressivo e il cielo arruffato, ma con ampie chiazze di sereno, contribuiscono all’aria di festa. Non so quanta gente ci sia tra la Rèpublique e la Nation, sulle piazze e gli ampi boulevard; e sottoterra, dove oggi si viaggia sulla metropolitana senza biglietto.
Un gendarme mi dice più di un milione. Un altro dice: no, due milioni.
L’euforia non risparmia le forze dell’ordine. C’è euforia, eppure siamo qui a ricordare diciassette e morti, quelli delle tre drammatiche giornate parigine, sette, otto, nove gennaio. Mercoledì, giovedì, venerdì della scorsa settimana.
I loro cadaveri sono ancora negli obitori, per gli esami anatomici necessari alla giustizia. I parenti delle vittime sono in testa al corteo diretto verso la Nation lungo viale Voltaire. Ma non c’è nulla di funereo.
E’ una “marcia repubblicana”, una manifestazione con cui si vogliono ribadire i principi democratici europei insanguinati da tre terroristi. Tre terroristi musulmani, ma di nazionalità francese. Nati in Francia.
Quindi ufficialmente europei nonostante le origini delle loro famiglie. La ventata di odio che ha spinto alla strage veniva da altre contrade, ma è stata compiuta da gente di casa. Pare che Cherif, uno dei fratelli assassini non parlasse quasi l’arabo.
Il triplice attentato (il massacro di Charlie Hebdo, l’uccisione a Montrouge dell’allieva vigile urbano, e la scarica micidiale di kalashnikov a Porta di Vincennes contro gli ostaggi ebrei) non era soltanto un’offensiva dei jihadisti mediorientali in Europa ma anche l’episodio di un conflitto civile.
Più insidioso dunque, perchè gli assassini sono tra di noi. E continueranno a colpire. La marcia repubblicana serve a liberarsi dalla paura. E per scrollarsela di dosso ci vuole grinta. Una società depressa subisce.
Un’atmosfera solenne ma funebre avrebbe demoralizzato il paese. Franà§ois Hollande, il presidente troppo normale, afflitto da un’impopolarità senza precedenti nella Quinta Repubblica, perchè giudicato incerto, inconcludente, si è rivelato deciso quando lui stesso ha ordinato l’assalto finale ai terroristi venerdì sera, e un uomo geniale quando ha subito mobilitato il paese con la marcia repubblicana.
Questa giornata è per lui un successo. Ha trasformato un avvenimento funesto in una festa della liberazione, liberazione dalla paura, e di riflesso in un insolito slancio europeo.
In place de la Rèpublique la gente riprende coraggio e vive la tardiva presa di coscienza che soltanto unendo le proprie forze l’Europa può far fronte alle insidie che la minacciano. In particolare a quella del fanatismo religioso, che nulla ha a che fare con il vero Islam.
Per questo Franà§ois Hollande ha dato alla marcia repubblicana una forte impronta europea. Tra i manifestanti ci sono degli arabi. Non sembrano frustrati. Nè timorosi. Una giovane donna porta un cartello appeso al collo su cui è scritto: sono una parente dell’agente Ahmed Merabat, musulmano assassinato il 7 gennaio insieme a quelli di Charlie Hebdo.
Ahmed Merabat era il poliziotto ucciso con un colpo alla nuca quando giaceva ferito sul marciapiede, davanti alla redazione del settimanale satirico.
Le perplessità , i timori affiorati nelle moschee durante le preghiere del venerdì, hanno probabilmente impedito un forte affluenza dei musulmani alla manifestazione in place de la Rèpublique, nonostante le ripetute esortazioni degli imam.
Ma molte ragazze maghrebine leggono tra gli applausi dichiarazioni in cui si nega ai terroristi jihadisti il diritto di richiamarsi all’islam.
Le sconfessioni si ripetono durante tutta la giornata mentre il corteo si muove tra la Rèpublique e la Nation. Alcune sono spontanee altre suonano come dei rituali.
Nel tardo pomeriggio Hollande fa visita ai familiari di Ahmed Merabat, il poliziotto assassinato. E poi alla grande sinagoga per ricordare gli ebrei massacrati alla Porta di Vincennes.
Accusato di essere molle, il presidente rivela un dinamismo insolito. In un momento di grande tensione, compie tutti i gesti indispensabili per il primo cittadino di un paese che conta circa cinque milioni di musulmani e la più numerosa comunità ebraica, dopo Israele e gli Stati Uniti.
Ha invitato più di quaranta tra capi di Stato e di governo e la gente non gli risparmia gli applausi quando imbocca viale Voltaire con Angela Merkel sottobraccio.
Gli applausi arrivano anche dalle finestre e dai balconi. E sono spesso accompagnati da uno sventolio di bandiere di solito dedicato ai liberatori.
Quello su viale Voltaire è un saluto all’Europa accorsa per esprimere solidarietà alla Francia ferita, e rivela la sorpresa davanti ai numerosi uomini di governo venuti a dimostrare che l’Europa, in preda a rigurgiti sciovinisti e da incomprensioni sul piano economico, nel vero dramma sa essere unita.
È il momento delle emozioni, non quello di chiedersi per quanto tempo durerà quel comportamento esemplare.
Adesso immaginiamo un’Europa rinata. Oltre ai leader europei (Merkel, Cameron, Renzi…) affiancano Hollande monarchi, emiri e ministri arabi. Ci sono anche Abbas, presidente palestinese, e Netanyahu, primo ministro israeliano.
Avere preso l’iniziativa di farli camminare quasi fianco a fianco in una circostanza in cui i rapporti tra musulmani ed ebrei sono più tesi del solito, è stato un gesto al tempo stesso di coraggio e di buona diplomazia.
Ma anche di saggezza perchè può servire a placare la tensione tra gli elementi delle due comunità più sensibili alle ondate di antisemitismo e di islamofobia, di cui si accusano a vicenda. In queste ore vedere il leader palestinese e il primo ministro israeliano quasi fianco a fianco per le strade di Parigi ci è apparso un atto soprattutto giusto Un atto che dà prestigio a chi ne ha avuto l’iniziativa.
Questa domenica di lutto ha offerto l’occasione per un rilancio dell’Europa depressa e spesso disunita, ed anche per creare nel paese che ne è stato il teatro l’opportunità di placare almeno per qualche giorno le rivalità nella politica interna.
Nicolas Sarkozy, sconfitto tre anni fa da Hollande ed oggi capo dell’opposizione di centro destra, ha partecipato alla marcia repubblicana. E cosi l’UMP, il suo partito. Tutte le formazioni politiche erano presenti, ad eccezione di quella di Marine Le Pen che ha compiuto la sua marcia, non repubblicana, in un feudo elettorale del Front National, nel Sud della Francia.
La presidente dell’estrema destra voleva un invito ufficiale e comunque non poteva percorrere il classico, storico itinerario della sinistra francese, che va dalla Rèpublique alla Nation.
Sul quale invece Hollande è riuscito a portare, almeno per una domenica, la società politica democratica francese ed anche l’Europa.
Bernardo Valli
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 12th, 2015 Riccardo Fucile
CRESCONO LE CHANCE DI FASSINO E VELTRONI
«Pierluigi ci dobbiamo parlare». «Matteo, io sono qua».
Il primo passo, ieri mattina, lo ha compiuto Renzi, com’era naturale che fosse. Per ricompattare il partito in vista del voto sul Quirinale il segretario ha incontrato ieri il più temibile – visto il seguito di cui ancora gode nei gruppi – dei suoi antagonisti interni.
Il più temibile, ma in fondo anche il più ragionevole: Pierluigi Bersani.
Complice l’inaugurazione della nuova sede della Granarolo, i due hanno avuto uno scambio di battute definito da entrambe le parti «affettuoso».
Di fronte allo sguardo benevolo del vescovo di Bologna, il primo a rompere il ghiaccio è stato Renzi. «Speravo fossi qui…».
Bersani, dopo un primo momento di freddezza, si è sciolto in un sorriso e ha liquidato giorni di attacchi e frecciatine con una battuta delle sue: «Eminenza, vedo che qui dentro avete messo insieme il diavolo e l’acqua santa!».
Il «diavolo», ovvero Renzi, ne ha approfittato subito; si è preso sottobraccio «l’acqua santa» Bersani e, allontanandosi dai ministri Galletti e Martina e dal presidente della regione Bonaccini, ha intavolato una rapida discussione con il leader della minoranza.
Per ora pare si sia trattato soltanto di una prima presa di contatto in vista dell’apertura della trattativa vera e propria.
Eppure, dopo gli attacchi della scorsa settimana da parte di Bersani, al premier premeva iniziare a stringere i bulloni del suo partito per iniziare a limitare l’area del possibile dissenso.
Come ripete ai suoi in questi giorni, per Renzi infatti «il problema non è Berlusconi, perchè comunque lui almeno una novantina di voti me li porta. Il problema sono le minoranze del Pd».
Per questo Bersani, con la sua autorevolezza e la sua storia, è considerato a palazzo Chigi come uno dei pilastri su cui far ruotare tutta la strategia.
E l’incontro di ieri mattina, al di là del contenuto, è comunque un segnale di disgelo che allenta le tensioni accumulate finora.
Non che gli elementi di distanza siano diminuiti, anzi.
Su alcuni dossier – su tutti la percentuale di eletti/nominati nell’Italicum – la minoranza bersaniana è decisa a non mollare di un centimetro.
Così come sul decreto fiscale e sui decreti delegati del Jobs act in arrivo lunedì alla Camera.
«Credo – ha buttato lì Bersani alla Granarolo a proposito del Jobs Act – che questa partita non sia finita. Credo che già nelle prossime settimane possa essere evidente come qualche correzione a queste norme possa essere fatta».
Non è un caso se ieri Cesare Damiano, altro esponente dell’ala dialogante bersaniana, abbia insistito su almeno tre punti da modificare nel decreto che riguarda il contratto a tutele crescenti: «I licenziamenti collettivi, la tipizzazione dei licenziamenti disciplinari e l’indennità ».
Questa e altre portate dovranno far parte della trattativa sul Quirinale e se Renzi vuole arrivare al quarto scrutinio con la maggioranza dei 450 voti dem assicurati qualcosa dovrà concedere
Ma le premesse, a sentire il segretario, ci sono tutte.
Non soltanto perchè il capo del governo riconosce a Bersani di «essersi comportato bene, a differenza di altri, anche sulla vicenda del decreto fiscale», un colpo che a Palazzo Chigi hanno accusato molto.
Il fatto è che il premier ormai si è convinto che l’unica condizione che possa tenere unito il partito è quella di sottoporre ai grandi elettori «uno della Ditta».
Che ci sia arrivato per scelta o perchè soltanto così può sperare di uscirne senza rompersi le ossa, il segretario ha comunque preannunciato questa novità agli intimi: «Per chiudere un accordo proporrò uno della Ditta».
Un’anticipazione importante, in grado di azzerare tutti i contatori e restringere la rosa dei papabili a pochi nomi, se la definizione renziana di “Ditta” è la stessa che usa Bersani, ovvero la provenienza ex Pci. Di nuovo si torna a Walter Veltroni, ma anche a Piero Fassino o Anna Finocchiaro.
Mentre lo stesso Bersani, troppo in prima linea, sarebbe fuori dalla corsa.
In ogni caso all’elezione del successore di Napolitano bisogna ancora arrivarci.
Perchè il capo dello Stato, come ricorda ogni giorno Renzi, «ancora è al suo posto ».
Una forma di rispetto ma anche una speranza, quella che Napolitano voglia e possa allontanare di qualche giorno la data delle sue dimissioni.
Nel silenzio del Quirinale, negli ambienti renziani si coltiva ancora l’idea che il Presidente possa concedere un po’ di tempo in più per consentire al Senato di approvare l’Italicum e alla Camera la riforma costituzionale.
Solo qualche giorno in più. La voce di un breve rinvio delle dimissioni è tornata nuovamente a rimbalzare tra i palazzi, alimentata dal momento particolare legato all’emergenza terrorismo.
Un fronte che Napolitano continua a presidiare, come dimostra la lunga telefonata avuta ieri con il capo dello Stato francese Franà§ois Hollande proprio sulla strage a Charlie Hebdo.
Francesco Bei
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 11th, 2015 Riccardo Fucile
SALE LA TENTAZIONE GRASSO CHE LIBEREREBBE LA PRESIDENZA DEL SENATO ALLA FINOCCHIARO… MA LA SCELTA FINALE POTREBBE ESSERE TRA PRODI E VELTRONI
Ormai siamo al meno 3: mercoledì Giorgio Napolitano si dimetterà . Con un atto privato, una
lettera.
Da quel momento scattano i 15 giorni necessari per indire i comizi elettorali e poi parte l’elezione del nuovo presidente della Repubblica.
Nello studio di Lilli Gruber Renzi ha scommesso che il Parlamento riuscirà ad eleggerlo al quarto scrutinio. Ma in realtà , la situazione è tutt’altro che tranquilla.
Due deputati renziani, Marco Di Maio e Marco Donati hanno avuto il compito di monitorare il gruppo Pd a Montecitorio.
E anche di cercare di recuperare voti dai Cinque Stelle.
Pier Carlo Padoan è ancora in lizza. Ma potrebbe pagare in prima persona il pasticcio sulla delega fiscale. Tra i nomi sondati, resiste ancora Graziano Delrio. Sta molto coperto Dario Franceschini, ma ci spera.
Tra i politici le preferenze vanno a Walter Veltroni e Romano Prodi.
Rispetto ad entrambi sarebbe difficile per la minoranza dem dire di no. Soprattutto visto che il fondatore dell’Ulivo l’hanno tirato in ballo loro.
Il Professore è super attivo e Renzi stesso potrebbe sceglierlo, magari come male minore. Potrebbe essere determinante l’ultima parola di Berlusconi. Che non sarebbe più così contrario. Anche se preferirebbe Veltroni
La minoranza dem spinge anche Sergio Mattarella: altro nome “teoricamente” adatto e anche di quelli portati avanti per provocare Renzi. Piace molto Pierluigi Castagnetti: provenienza cattolica, ottimo rapporto con il presidente del Consiglio.
E potrebbe non andare male all’ex Cavaliere dovrebbe dire di no? Molti, però, sono pronti a giurare che il premier stia lavorando ancora al colpo secco, al primo voto, anche se non lo dice. Perchè se la minoranza sceglie la strada del caos e non quella della collaborazione potrebbe altrimenti usare i primi tre voti per promuovere dei nomi.
Che poi diventerebbe difficile ritirare.
I deputati sicuri sono 190-200 su 307 dem. I senatori sono un’ottantina.
E con alcuni grandi elettori si arriva a più di 400 voti. In questo momento, le sacche di resistenza principali all’interno del Pd sono bersaniani e cuperliani.
L’attivismo di Bersani in questi giorni è stato letto da molti renziani come un’autocandidatura. Dalla minoranza smentiscono: ha usato toni troppo duri in questi giorni.
Sferzante Miguel Gotor, a proposito di Berlusconi: “Ho fiducia in Renzi, ma due soci normalmente il presidente lo scelgono assieme… ”.
I Cinque Stelle in arrivo verso il premier dovrebbero essere sempre una decina.
E poi, c’è l’asse con Berlusconi. Più che mai si discute di candidati. Anche se con Forza Italia stanno trattando direttamente Matteo Renzi e Luca Lotti.
Tra i nomi che circolano, ieri di nuovo sale quello del presidente del Senato, Pietro Grasso: sarà in una posizione favorita, visto che farà le veci di Napolitano.
Potrebbe essere considerato da tutti sufficientemente malleabile. E poi, la sua poltrona la vuole
Anna Finocchiaro.
Luca De Carolis e Wanda Marra
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 11th, 2015 Riccardo Fucile
SEMESTRE EUROPEO NEGOZIATO CON GLI USA MA NIENTE FLESSIBILITà€… RESISTE IL TRATTATO DI LIBERO SCAMBIO CON GLI STATI UNITI… E L’UE È PIÙ MORBIDA CON LA RUSSIA
Aveva parlato di una Europa affidata alla “generazione Telemaco” che deve “meritare l’eredità dei padri”, di una “smart Europe”, della “dignità della politica”.
Ma soprattutto aveva evocato “flessibilità ” nei conti pubblici.
Era il 2 luglio 2014, a Strasburgo. Martedì il premier Matteo Renzi tornerà davanti al Parlamento europeo per chiudere il semestre di presidenza italiano, ora tocca alla Lettonia. Ed è quindi il momento di un bilancio.
A guardare i risultati sul dossier principale, quello economico, verrebbe da dire che nulla è successo.
Renzi si prende il merito di una maggiore attenzione alla flessibilità (sia pure quella “prevista dai trattati”) nei comunicati finali delle riunioni dei Consigli europei.
Ma questi vaghi accenni si leggono da almeno tre anni. E nella pratica regole sono ancora durissime, come dimostra il fatto che la Commissione riconosca a Roma una riduzione del deficit strutturale dello 0,1 per cento invece che lo 0,4 vantato dal governo.
L’Italia si intesta anche il piano di investimenti pubblico-privati da 300 miliardi di Jean Claude Juncker, ma il presidente della Commissione lo ha annunciato in Parlamento il 15 luglio, solo dodici giorni dopo il discorso di Renzi.
Un po’ forzato darne il merito a palazzo Chigi.
Renzi non ha cambiato verso all’Europa, anche perchè da quando esiste un presidente permanente del Consiglio europeo (2009, prima Herman van Rompuy, oggi Donald Tusk) la presidenza semestrale di un Paese membro conta molto meno.
Poltrone e Russia, effetto Mogherini
Però in questi sei mesi sono successe molte cose. Nei documenti interni di Palazzo Chigi tra i risultati concreti c’è la “transizione istituzionale senza intoppi”: in effetti la tigna con cui Renzi ha preteso la poltrona di Alto rappresentante per la politica estera per Federica Mogherini ha contribuito a trovare l’incastro complessivo delle cariche di vertice dopo le elezioni europee di maggio.
Con la Mogherini, del Pd e dunque socialista, sull’unica poltrona della Commissione che pesa anche nel Consiglio (cioè nel coordinamento dei governi), è diventato possibile mandare un popolare alla presidenza del Consiglio anche se già ce n’era uno alla Commissione. Juncker e Tusk.
Non tutti sono convinti che sia stata la scelta giusta per l’Italia (molto prestigio ma pochi benefici concreti) o per i socialisti (che magari con Enrico Letta avrebbero potuto ambire al Consiglio), ma certamente la nomina della Mogherini è stata importante nella partita delle poltrone.
E anche per ammorbidire la linea dell’Unione nei confronti della Russia di Vladimir Putin: Renzi considera un successo che sotto la presidenza italiana il dibattito si stia spostando da “sanzioni più dure” al dialogo costruttivo.
La Mogherini è andata in Russia (e in Ucraina) all’inizio del semestre, quando era ancora alla Farnesina, e il presidente russo è venuto al vertice coi Paesi asiatici organizzato a Milano.
In quell’occasione Putin ha snobbato la cena di gala per andare dal suo amico Silvio Berlusconi ad Arcore. Ma per Renzi sono dettagli, quel che conta è che l’Italia ha perseguito una Realpolitik decisamente filorussa che ha influito sulla linea europea, pur attenuando i toni visto che la Germania ha spinto l’Europa in direzione anti-Putin. Salvare il libero scambio con gli Stati Uniti
Il tavolo su cui l’Italia ha pesato di più è stato il negoziato con gli Stati Uniti.
Durante il semestre, più volte la delicata trattativa sul Ttip — il trattato di libero scambio che abbatte le barriere non tariffarie (standard tecnici, controlli, protezioni legali ecc.) — è sembrata naufragare.
Troppo contraria l’opinione pubblica tedesca, freddi gli americani che sono impegnati anche a negoziare con i Paesi dell’Asia, sempre ostili i francesi protezionisti, poco incisiva la Gran Bretagna di David Cameron.
Renzi ha schierato l’Italia a difesa del trattato, che anche in Italia comincia a suscitare qualche protesta.
E dalla presidenza dei tavoli tecnici dei consigli di settore il viceministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, ha dovuto tradurre l’input politico.
Prima ha imposto un po’ di trasparenza sul negoziato segreto: serviva l’unanimità dei 28 Paesi coinvolti, molti erano contrari.
Calenda ha minacciato di rivelare i nomi di quelli che si opponevano, così da attirare su di loro gli strali del movimento anti-Ttip (cos’avranno da nascondere?).
Ora il mandato è pubblico e ci saranno dei report dopo i round negoziali, anche per neutralizzare le frequenti fughe di notizie.
Poi Calenda — sostenuto da Renzi nel Consiglio europeo — ha imposto il principio che o si chiude entro il 2015 o salta tutto.
Questo, almeno per il momento, ha salvato il negoziato dalle resistenze tedesche e dallo scetticismo americano, visto che a Washington sono perplessi dalle oscillazioni dei grandi Paesi europei: tedeschi e francesi avevano chiesto a Juncker di riaprire il mandato negoziale per togliere la clausola Isds (la possibilità di ricorrere a un foro giudiziale terzo nei contenziosi tra un Paese firmatario del trattato e un’azienda), che dai contestatori è vista come un modo di aggirare le legislazioni nazionali.
Ricominciare da zero avrebbe ucciso i negoziati, l’Italia si è opposta con l’argomento che la clausola è applicata dalla Germania in tutti i suoi trattati bilaterali e toglierla con gli Usa sarebbe un pessimo viatico per successivi negoziati, specie con Paesi dalle leggi incerte come la Cina.
Il pareggio di Galletti sui sacchetti di plastica
Tra le prime mosse della nuova Commissione Juncker c’è stato lo sfoltimento dell’agenda legislativa: il vicepresidente Frans Timmermans voleva cancellare un pacchetto di norme su rifiuti e ambiente che l’Italia, forte della presidenza, ha difeso.
Noi abbiamo una delle leggi più restrittive sui sacchetti di plastica, e le nuove regole in discussione prevedono un massimo di 40 sacchetti a persona entro il 2025 e la possibilità di bandire le sporte inquinanti o di farli pagare.
Timmermans era determinato ad affondare il pacchetto, giudicato non prioritario.
Il ministro dell’Ambiente Gianluca Galletti si è opposto e, almeno per ora, Timmermans ha desistito.
Molte cose sono successe, anche se non esattamente quelle promesse da Renzi.
Stefano Feltri
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 11th, 2015 Riccardo Fucile
LA RENZIANA PAITA VINCE PER 4.000 VOTI, PERDEVA DI 6.000 VOTI A GENOVA… CASI INCREDIBILI AD ALBENGA E PIETRA LIGURE DOVE LA PAITA VIENE VOTATA DAL 95% DEGLI ELETTORI E RECUPERA 2.000 VOTI
La “renziana” Paita alla fine delle primarie ha ottenuto 28.916 voti, contro i 24.827 di Cofferati e
gli appena 687 di Tovo: a votare sono andate circa 55mila persone.
Poco fa un Sergio Cofferati tutt’altro che rassegnato ha parlato di «un livello alto di partecipazione dei liguri e non solo» e ha detto soprattutto che «non considero concluse queste Primarie» e che «non riconosco i risultati».
Ancora: «Chiedo che la commissione di garanzia esamini tutte le segnalazioni, ci sono segnalazioni su cui dovrebbe intervenire la Procura. Un partito deve avere come obiettivo la buona politica, molto importante è il giudizio sulle modalità con cui questo voto è avvenuto»
A fare discutere è però il caso di Albenga, dove la Paita ha raccolto quasi 1300 voti e Cofferati appena 200, con testimoni che hanno parlano di numerosi cittadini stranieri, in particolare di origine marocchina, che avrebbero ricevuto i 2 euro per votare: «Se quanto descritto è vero, il voto di quel seggio va annullato», ha detto il segretario del Pd di Genova, Alessandro Terrile.
Cofferati ha denunciato il “voto eterodiretto” di intere comunità di stranieri e la partecipazione al voto di elettori di centrodestra “pilotati” da esponenti locali .
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Gennaio 11th, 2015 Riccardo Fucile
QUARANTA: “SERVIREBBERO PERSONE AL SERVIZIO DELLE IDEE, NON IDEE AL SERVIZIO DEL POTERE”
“Quello che è successo in questi giorni è il risultato di ciò che è accaduto nei mesi precedenti. Le primarie cui ho sempre partecipato io prevedevano prima un giudizio sull’amministrazione uscente, e questo non è stato possibile, e poi definire i confini della coalizione. Non ho mai partecipato a primarie con alleanze variabili a seconda dei candidati”: così Stefano Quaranta, deputato di Sinistra Ecologia e Libertà , commentano l’esito delle primarie.
“Servirebbero persone al servizio delle idee. Quando le idee sono al servizio delle persone, quando ci sono persone già candidate a 8 mesi dalle primarie c’è qualcosa che non va. Se sono buoni anche i voti della destra non mi stupisco più di nulla”, prosegue Quaranta, che precisa: “Mi riferisco a Raffella Paita, la candidata che non sosterremo mai alle elezioni”.
Sulle presunte irregolarità il deputato Sel attacca: “Per fare le primarie così… Dove c’è un voto di opinione c’è un risultato. Dove c’è l’esercizio del potere che deriva dal tuo ruolo, c’è un altro risultato. Questo sistema non ci vedrà mai coprotagonisti.”
(da “Primocanale”)
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Gennaio 11th, 2015 Riccardo Fucile
PRESIDI ESTERNI DI ESTRANEI, FILE DI STRANIERI, VOTO INQUINATO, METODI DA CRIMINALITA’ ORGANIZZATA: LA DENUNCIA DEL CENTRO DEMOCRATICO
“Le notizie che arrivano dai seggi delle primarie del centrosinistra in Liguria sono sconcertanti”. 
E’ quanto afferma Angelo Sanza, responsabile dell’ufficio di presidenza nazionale di Centro Democratico, che candida Massimiliano Tovo alle primarie liguri per il candidato alla presidenza della Regione Liguria
“Tra file di cinesi e marocchini, persone che chiedono agli imbarazzati scrutatori dove possono ritirare il compenso che gli è stato promesso per il voto, noti esponenti del centrodestra ai seggi, viene da chiedersi con quale coraggio si continuino a demonizzare le preferenze visto che durante le elezioni politiche esistono controlli e garanzie che non sono nemmeno lontanamente paragonabili ai controlli fai da te delle primarie”, ha sottolineato Sanza.
“Ma davvero – ha concluso – dopo gli scandali che hanno riguardato tutte le regioni, vogliamo continuare ad affidare la scelta dei governatori delle regioni stesse a carnevalate come quella in corso in Liguria?”.
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