Marzo 2nd, 2015 Riccardo Fucile
POI HA PERMESSO DI CORRERE ALLE PRIMARIE A DE LUCA, NON MODIFICANDO LO STATUTO
Anche stavolta il Pd non è d’accordo con se stesso.
Che figura fa il Nazareno che fa approvare in Parlamento la legge Severino e ne fa il fiore all’occhiello della sua azione per la legalità nelle pubbliche amministrazioni, ne chiede un’intransigente applicazione giuridica e politica quando riguarda l’avversario Luigi de Magistris, bombardandolo di inviti a dimettersi da sindaco di Napoli, e poi si appresta a candidare a Governatore della Campania Vincenzo De Luca, che in base alla Severino verrebbe sospeso subito dopo l’insediamento in carica?
Scenari ai confini della realtà . Non ci sono precedenti.
Su alcuni articoli della Severino pende un dubbio di legittimità costituzionale che ha consentito il reintegro di de Magistris e di De Luca a Napoli e a Salerno (poi De Luca è stato dichiarato decaduto da sindaco per l’incompatibilità col ruolo di viceministro, ma questa è un’altra storia).
Cronisti, costituzionalisti e analisti vanno a tentoni. La politica annaspa, è in ritardo.
Ha dimostrato di essere incapace di affrontare di petto la questione De Luca. Lui ha ritenuto di non ritirarsi. Statuto e regolamento delle primarie Pd sono stati scritti prima dell’entrata in vigore della Severino.
Statuto e regolamento del Pd non ricomprendono l’abuso d’ufficio, il reato per il quale il 21 gennaio è stato condannato in primo grado a un anno di reclusione, tra quelli ostativi a una candidatura. “Ci stiamo muovendo e ci muoveremo nel rispetto delle regole” ripeteva De Luca come un mantra a chi gli sottoponeva il problema.
Aveva ragione. Regole sbagliate, ma quelle erano.
E nel Pd romano e campano nessuno ha avuto la forza e il coraggio di cambiarle a partita iniziata.
Confidando nella ‘moral suasion’ degli ambasciatori di Matteo Renzi, Lorenzo Guerini e Luca Lotti: i continui rinvii della data delle primarie, previste inizialmente il 14 dicembre, 38 giorni prima della sentenza di condanna, dovevano servire agli sherpa del Nazareno per convincere De Luca a fare un passo indietro senza traumi.
I primi rinvii — 11 gennaio e poi 1 febbraio — erano motivati dall’impedire di svolgerle prima del 21 gennaio, proprio nel timore che incoronassero un cavallo pronto ad essere azzoppato dalla Severino.
Quelli successivi — 22 febbraio e 1 marzo — per continuare a discutere con De Luca e coltivare una terza via. “Ci muoveremo nel rispetto delle regole”.
Una delle regole dello Statuto Pd prevede il superamento delle primarie se l’assemblea regionale del partito raggiunge il 60% dei consensi su un nome.
In Piemonte Sergio Chiamparino è stato candidato senza passare per i gazebo.
In Campania i capicorrente Pd si sono scannati alla ricerca di un candidato presentabile alla pubblica opinione e che li garantisse al momento della spartizione degli assessorati. Hanno bruciato profili e curriculum di persone per bene, come il presidente del Cnr Luigi Nicolais, che già rilasciava interviste da Governatore in pectore.
Il cerino è girato di mano in mano. E si è spento.
Le primarie De Luca-Cozzolino hanno inoltre certificato l’incapacità del Pd campano di produrre una classe dirigente di 40enni all’altezza del compito, capaci di emanciparsi dallo status di ‘cooptati’.
La Fonderia di Pina Picierno si è rivelata un flop.
La segretaria campana Assunta Tartaglione, classe 1970, si è limitata a svolgere un ruolo notarile. E’ stata messa lì dall’area Dem, dai Casillo, una potentissima famiglia politica ex democristiana e demitiana che si è tramandata lo scranno in consiglio regionale di padre in figlio. Tartaglione non ha avuto la forza o la voglia di opporsi ai desiderata dei suoi grandi elettori interni.
E ora? De Luca ha vinto, ma siamo certi che poi verrà candidato?
La palla rimbalza alla nomenclatura del Nazareno. Da oggi ricominciano le trattative sotterranee. Il terzo tempo.
A Roma lo sanno bene che De Luca è candidabile, ma in caso di vittoria verrebbe sospeso. E’ un condannato in primo grado per abuso d’ufficio, si applica la Severino (per i parlamentari scatta invece soltanto dopo la condanna definitiva, vedi caso Berlusconi, ndr).
Una legge che secondo il presidente dell’Anci Piero Fassino “rischia di penalizzare anche gli amministratori che agiscono in assoluta onestà e buona fede”.
Parole pronunciate il giorno dopo la condanna di De Luca e il suo appello: “Mi auguro che questa vicenda sia assunta sul piano nazionale, in primo luogo dal Pd, come l’occasione per una grande battaglia a difesa delle persone perbene e degli amministratori che dedicano una vita al bene pubblico, ma sono costretti a vivere un calvario. Mi auguro che l’Anci decida di esistere a tutela della dignità di amministratori che, pur non rubando, non disamministrando e mantenendo un rigore spartano, sono carne da macello nell’indifferenza generale. In queste condizioni, ben presto non ci sarà più nessuna persona perbene disponibile ad assumere responsabilità pubbliche, ma avremo soltanto o delinquenti o ignavi”.
Certo, il ricorso al Tar e il precedente de Magistris consentirebbero a De Luca di ottenere una sospensiva e il reintegro in carica.
Roba di pochi giorni, ma c’è un’ulteriore cavillo che fa tremare i deluchiani.
C’è chi sostiene che al contrario dei comuni, dove la sospensione del sindaco non comporta lo scioglimento dell’amministrazione che continua a essere guidata dal vicesindaco, nelle regioni la sospensione del Governatore determina lo scioglimento immediato del consiglio.
Ma non ci sono precedenti. Non c’è giurisprudenza. C’è solo tanta confusione.
E la sconfitta della politica.
Vincenzo Iurillo
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 2nd, 2015 Riccardo Fucile
PREVISTI NUOVI SVILUPPI DOPO LA TESTIMONIANZA DELLA MODELLA MAROCCHINA
E’ durato circa quattro ore il confronto tra Imane Fadil, la modella marocchina considerata una delle
‘pentite’ del ‘bunga bunga’, e il pm di Milano, nell’ambito dell’indagine Ruby ter con al centro il reato di corruzione in atti giudiziari.
A quanto si è appreso, proprio dall’audizione di Fadil potrebbero arrivare nuovi sviluppi dell’inchiesta che vede indagate 21 ragazze ospiti ad Arcore oltre a Silvio Berlusconi e ai suoi legali Piero Longo e Nicolò Ghedini.
In quanto testimone, Fadil è stata sentita senza avvocato.
Tuttavia, fuori dall’ufficio del pm Tiziana Siciliano, l’ha attesa il suo legale, Danila Di Domenico, che si trovava in tribunale per un’altra udienza.
Fadil e il suo difensore hanno lasciato il palazzo di giustizia senza rilasciare dichiarazioni ai cronisti in attesa.
La modella marocchina potrebbe essere stata chiamata dai pubblici ministeri a riscontro di alcuni elementi emersi nelle indagini che, in questo momento, sono concentrate sull’esame del materiale informatico e dei telefonini sequestrati alle ragazze.
Nel frattempo, è anche partita la rogatoria verso il Messico dalla quale i magistrati si attendono risposte sulle proprietà nel paese centroamericano riconducibili a Ruby e al suo ex compagno Luca Risso.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 2nd, 2015 Riccardo Fucile
ZAIA CANDIDATO UNANIME IN VENETO, MA IL REGOLAMENTO DI CONTI CON IL DISSIDENTE E’ INIZIATO
Sembrava scoppiata la pace e invece è forse solo l’inizio della guerra interna alla Lega Nord.
Lo sconfitto, per il momento, è il sindaco di Verona Flavio Tosi, che durante il consiglio federale del Carroccio ha votato a favore della candidatura in Regione Veneto di Luca Zaia (presidente uscente), ma è stato messo quasi spalle al muro dal partito guidato da Matteo Salvini.
Tosi, infatti, è stato “esautorato” dal consiglio federale, secondo quanto riferisce l’Ansa: la Liga Veneta che il sindaco ha guidato fino ad oggi è stata affidata a un commissario ad acta, Gianpaolo Dozzo.
Non solo: il consiglio federale, massimo organo decisionale della Lega, ha deciso l’incompatibilità tra il movimento del Carroccio e la Fondazione Ricostruiamo il Paese, presieduta proprio da Tosi, invitando quest’ultimo a scegliere.
E’ questo, insomma, l’esito di quella che era stata annunciata come una resa dei conti: il sindaco veronese che ha usato l’arma delle espulsioni e dei commissariamenti rischia di fare la stessa fine.
Tra i capi d’imputazione aver messo in piazza sui media i problemi interni e aver dato vita a una fondazione, con un’articolazione territoriale, che tanto sembra in contrasto con il divieto di partecipare a un’altra organizzazione politica.
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Marzo 2nd, 2015 Riccardo Fucile
TRA PRESUNTI BLOGLI E NOTI IMBROGLIONI, LA POLITICA CAMPANA PARE ORMAI IN VENDITA AL MIGLIOR OFFERENTE
Alla fine, il fantomatico esito delle “primarie del PD” in Campania è stato chiaro: Vincenzo De Luca, il
decaduto, discusso e chiacchieratissimo Sindaco di Salerno, sarà il candidato del centro-sinistra per le prossime Regionali.
Il risultato, sinceramente, non mi ha per nulla meravigliato, sia perchè lo avranno effettivamente votato tantissimi elettori del PD, compresi quelli variamente “reclutati” all’ultimo secondo; sia perchè lo avrà “sostenuto” – se non addirittura votato – anche tutta quella “nomenclatura” pseudo-politica Campana che, non riuscendo ad immaginare una collocazione nella propria area di appartenenza, quella del centro-destra tanto per intenderci, gli si era già variamente “promessa” e “venduta” nei mesi addietro.
Insomma, “voci”, “dicerie” e “sospetti. Come al solito, quando si discute di “primarie”, non manca mai niente.
In un sistema democratico a trazione bipolare, le primarie di coalizione dovrebbero essere il momento più significativo della partecipazione della base alla vita della stessa o dello specifico partito perchè, l’individuazione del relativo leader o dello specifico candidato alla competizione “di turno”, dovrebbe assicurare e garantire sempre la massima partecipazione e trasparenza.
Ma questo soltanto nel “mondo degli sogni” o meglio, per essere più corretti, soltanto in quei paesi dove la serietà non è un optional ma una virtuosa regola di vita come avviene in Inghilterra, per esempio.
Ma “noi” siamo in Italia. Nel caso di specie, “si era in Campania”, e le cose, per le primarie del PD, saranno andate diversamente. Insomma, non si erano nemmeno, ancora concluse e già si annidano sospetti di ogni tipo sulla loro regolarità , comprese le molteplici e reiterate testimoniane variamente diffuse in rete da parte di chi, con tanto di video registrati col proprio cellulare, ha dimostrato/raccontato di essere riuscito a far votare ben 5 persone diverse con la stessa tessera elettorale, di esserci riuscito anche al di fuori del comune di appartenenza, e di aver addirittura consumato la “grandiosa” pantomima del voto espresso addirittura da un quindicenne.
La cosa è triste, è tristissima, ma in un sistema ove interessi e connivenze di ogni tipo surclassano valori e principi per involgere sempre e soltanto l’acquisizione e la conservazione del potere fine a sè stesso, delle clientele e delle dinamiche affartico-malavitose ad esso connessi, è drammatica ovvietà , purtroppo!
Per la verità anche le “primariette” di “pseudo-destra”, quelle dei “fratellini d’Italia”, tanto per intenderci, fecero parecchio ridere, perchè in una “competizione” ove, il candidato alla “Presidenza” del Partito “corre da solo”, e ove i “delegati regionali al congresso” sono degli incontrovertibili ectoplasmi, sia dal punto di vista della fattezze fisiche, che dal punto di vista dei relativi contenuti programmatici, lo show della risata viene parecchio spontaneo.
Ma al netto del mentovato impianto, comunque disarmante ed avvilente, la mia personale indignazione va un po più dritta alla sostanza delle cose, e sia in direzione “destra”, che in quella “sinistra”, perchè davvero non riuscirò mai a comprendere come sia stato mai possibile sostenere un “candidato” così chiacchierato, e in odor di ineleggibilità , come il “Sindaco piddino”.
E’ vero che una persona è innocente fino a prova contraria ma è altresì vero che, almeno in certi casi, bisognerebbe avere lucidità e lungimiranza.
Davvero si vuole correre il rischio dell’ennesima decadenza o della pantomina dell’ineleggibilità ?
Davvero si vuole affidare la Campania e la sorte della sua gente all’alea di quello che sarà ?
E questo “solo” in generale, perchè involgendo il “particolare”, invece, il discorso diventa ancora più disarmante e vergognoso essendo davvero impossibile accettare l’idea che tanti uomini e tante donne di “destra” (ma definirla pseudo-tale sarebbe meglio!) si siano potuti “vendere” ad un’alternativa visione del mondo pur di accaparrarsi o di conservarsi una poltrona, sia essa “al sole” o ben riparata in qualche stanza di segreteria.
A questi uomini e a queste donne, compresi coloro i quali vorrebbero costruire quella “destra che non c’è”, vorrei ricordare che la “destra è destra” e che è tale proprio perchè è cosa ben diversa dalla sinistra.
Non confondiamo metodi e dinamiche comunicazionali con la sostanza. Chi è “rosso” è “rosso” e tale resta: sostenerlo sarebbe un tradimento ben peggiore di tutti quelli già consumati da speudo-sofisticati-destri che della destra, a ben vedere, non ricordano manco più come si scriva il nome…
E’ vero che della destra, almeno come punto di riferimento partitico capace di avere un minimo di seria dignità rappresentativa, non è rimasto nulla, salvo qualche sparuto accenno, ma il popolo di destra, anche in Campania, c’è sempre, però, e aspetta soltanto di potersi ritrovare intorno a un progetto serio, credibile e pregno di “sostanziale sostanza”, sia nelle persone che nei contenuti: “vendersi all’avversario” pur di trovare una sistemazione, anche se consumato nel buio di una stanzetta, non ha proprio nulla a che vedere con la destra e col suo popolo.
E’ vero che, proprio l’altro giorno, in “quel di Roma”, una “massa” di confusi e disperati ha ceduto alle lusinghe del richiamo “verde”.
E’ vero che, pur non vestendosi di verde, nella “Piazza del Popolo” c’erano anche tanti vetero-missini vestiti di bianco-azzurro e addirittura di nero.
E’ vero che sabato scorso, a Roma, abbiamo assistito alla certificazione triste e drammatica di una nomenclatura pronta a tutto pur di conservarsi o guadagnarsi una poltrona, ma noi altri siamo Napoletani, siamo Campani, e da queste parti, la destra è sempre stata una cosa seria.
Chi ha ancora, almeno un briciolo d’onore, non se lo dimentichi, perchè la nostra gente è stanca davvero e il sogno di una destra libera, moderata, capace di cavalcare la storia per disegnare il futuro, soprattutto per le generazioni che verranno, non si è mai sopito e vive “ardente” nel cuore e nella coscienza della nostra gente.
Almeno la, quella “fiammella” non si è mai spenta…
Salvatore Castello
Right BLU – La Destra liberale
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Marzo 2nd, 2015 Riccardo Fucile
PRIMA SI PARLA DI GUASTO TECNICO, POI DEL MALTEMPO: MA PER UN TRATTO COSI’ BREVE DOVEVA FARE PROPRIO PAPERONE A NOSTRE SPESE?…DALLE AUTO BLU AGLI ELICOTTERI DI STATO
Atterraggio di emergenza per il premier Matteo Renzi.
L’elicottero che stamani trasportava il presidente del consiglio da Firenze a Roma è stato costretto a toccare terra nei pressi di Arezzo, a Badia al Pino, nel Comune di Civitella Valdichiana per “il maltempo” come precisano da Palazzo Chigi.
In un primo momento si è invece diffusa la notizia che ci fosse stato un guasto tecnico.
Il velivolo è sceso in un campo sportivo di calcetto, come spiega il segretario provinciale del Pd ed ex sindaco, Massimiliano Dindalini: “E’ un posto che ha anche i pali dell’illuminazione e una rete alta di recinzione, insomma non è un luogo facile per atterrare. E’ vero che è vicino all’autostrada A1 e al casello, però deve esserci stato un motivo importante per posarsi lì con un elicottero grande su un campo così piccolo dove si giova a calcio in otto contro otto”.
Il motivo secondo fondi di Palazzo Chigi, sarebbe il maltempo. “Appena l’ho saputo sono andato a vedere e al campo i carabinieri non confermavano che ci fosse sopra il presidente del Consiglio” prosegue Dindalini.
Il segretario provinciale del Pd poi ha fatto le verifiche e ha avuto la conferma della presenza di Renzi a bordo.
Il premier è stato raggiunto dalla scorta e ha proseguito il viaggio per Roma in auto. Nessuna conseguenza per il presidente del Consiglio nè per gli altri occupanti, equipaggio e personale di scorta.
“Apprendemmo così che Renzi, eliminate le auto blu, il lunedì veniva a Roma in elicottero” ironizza su Twitter l’ex direttore di Youdem, Chiara Geloni
(da “La Repubblica”)
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Marzo 2nd, 2015 Riccardo Fucile
“ORA TUTTI CON VINCENZO”: MA LA SEVERINO VALE SOLO PER BERLUSCONI?
“Ora tutti con De Luca”. Al Nazareno la vittoria del sindaco di Salerno alle primarie campane è arrivata un
po’ a sorpresa.
Certo, non un fulmine a ciel sereno, visto che la forza del vecchio leone non era stata mai sottovalutata. E del resto i ripetuti tentativi di azzerare le primarie nascevano da quella preoccupazione: evitare l’imbarazzo di un candidato governatore incompatibile con la legge Severino.
E tuttavia negli ultimi giorni, in particolare dopo il ritiro di Migliore, il risiko delle correnti del Pd campano e i loro rapidi spostamenti facevano pensare a una leggera prevalenza di Andrea Cozzolino, ancora più estraneo al renzismo, ma immacolato dal punto di vista giudiziario. Tutto da rifare.
E ora che le primarie sono passate senza drammi, ricorsi o brogli, tocca fare quadrato intorno a De Luca.
Riannodare i fili di un passato non troppo lontano quando il sindaco di Salerno aveva schierato la sua macchina di consenso a favore di Renzi, facendo “cambiare verso” al Pd campano alle primarie tra l’attuale segretario e Cuperlo del 2013.
Il grande freddo insomma sta per iniziare a sciogliersi.
Già domenica sera il vicesegretario Lorenzo Guerini ha sentito De Luca al telefono per i complimenti. Con Renzi ancora nessuna chiamata, ma arriverà presto.
La linea è “nessun problema politico su De Luca, che ha vinto bene, e ha rispettato il codice etico del Pd che non prevede incandidabilità per chi è condannato in primo grado per abuso d’ufficio”, spiegano fonti Pd.
Il problema è la legge Severino, che rischia di congelare il governatore appena eletto, e di impedirgli dunque di governare.
De Luca e il Pd sperano che scatti il lodo De Magistris, e cioè che De Luca possa avere ragione dal Tar.
Solo che il ricorso nel merito per la decadenza da sindaco è stato ritirato dai legali di De Luca un paio di settimane fa, e dunque ci dovrà essere un nuovo ricorso se il candidato Pd dovesse essere eletto governatore.
Un ricorso che scatterebbe subito dopo l’elezione, non appena il governatore dovesse essere sospeso per gli effetti della Severino.
E che, sperano al Pd, dovrebbe avere gli stessi risultati di quello di De Magistris, e dunque il prosieguo dell’attività di governo.
Un bel caos di carte giudiziarie. E anche un bel rischio d’immagine.
Ma a questo punto De Luca non è in discussione. Troppo netta la sua vittoria, e lontana dal caos del 2011. Dal Nazareno dunque è partito un appello a serrare i ranghi e infatti nel primo pomeriggio anche lo sfidante Andrea Cozzolino, in conferenza stampa, riconoscerà la piena vittoria del rivale e si dirà pronto a lavorare per la vittoria del partito, a dare una mano, come del resto aveva annunciato nella tormentata vigilia.
In queste ore dunque si lavora al disgelo, dopo il braccio di ferro durato mesi in cui Renzi e i suoi le hanno è provate tutte: prima hanno chiesto a più riprese un passo indietro a De Luca, poi hanno lanciato nella mischia Gennaro Migliore, che è finito triturato nel gioco delle correnti.
Ma i rapporti personali, assicurano al Nazareno, non si sono mai guastati.
E oggi è De Luca, intervistato a L’aria che tira su La7, a ricordare che “io sono il principale elettore di Renzi in Campania, l’azionista di riferimento”.
Quanto ai ripetuti tentativi di fermarlo dopo la condanna, spiega il sindaco: “C’era qualche perplessità , giustamente una riflessione da fare. Abbiamo riflettuto insieme, e voglio ringraziare la segreteria nazionale che ha avuto il coraggio di dare la parola ai cittadini senza tradire lo spirito del Pd”.
Ed è questo il punto su cui Il sindaco ribelle e il partito nazionale alla fine si stanno ritrovando: le primarie come elemento essenziale del dna del Pd.
E così tra i renziani ci si prende anche una piccola soddisfazione: “Le ultime primarie della Ditta del 2011 erano state un fallimento, con noi alla guida è filato tutto liscio…”.
Ora però si apre una campagna elettorale difficile, con un candidato condannato e sotto la spada di Damocle del Tar.
Che non è più sindaco non per la condanna penale, ma per la decadenza a seguito dell’incompatibilità confermata dalla Corte d’appello con la carica di viceministro del governo Letta.
Una vicenda chiusa politicamente, ma che ha lasciato questo pesante strascico.
Per quanto riguarda invece gli effetti della Severino, il Tar esaminando il caso De Luca potrebbe sollevare il caso davanti alla Corte costituzionale.
Resta il fatto che il Pd ha voluto la Severino per poi augurarsi che non sia applicata.
(da “Huffingtonpost“)
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Marzo 2nd, 2015 Riccardo Fucile
UNA LEGA CORROTTA E FAMILISTICA CHE HA MAL GOVERNATO, INGANNANDO IL POPOLO ITALIANO… E SALVINI E’ SOLO FIGLIO E PROTAGONISTA DELLA SUA STORIA
Strano paese l’Italia.
Ma la Lega, quella che sabato ha “marciato” su Roma è la stessa Lega Nord che per oltre un ventennio ha vagheggiato di secessione, federalismo, devolution, nazione padana, di lotta al centralismo romano ed alla corruzione, per poi rivelarsi il più “italiano” dei partiti in quanto a consuetudine con i vizi del potere?
Parrebbe proprio di si, stando ai suoi attuali dirigenti, compreso il nuovo segretario-fustigatore Salvini, al nome che porta, ai simboli che esibisce.
Se parliamo dello stesso partito, allora, di nuovo ci sarebbe solo la sua presunta neovocazione “nazionale”, tutto il resto è un film già visto.
A cominciare dall’approccio al tema dell’immigrazione e del multiculturalismo, per finire a quello del fisco.
Ronde, Camicie verdi, provocazioni anti-islamiche, guerra alla moschee, contatti con l’estrema destra europea, minacce di rivolta fiscale: è storia degli ultimi quindici anni, almeno.
Anni in cui questo partito, nell’indifferenza della politica e delle istituzioni, ha potuto permettersi campagne xenofobe, perfino eversive dell’unità nazionale, e, al contempo, occupare, a “Roma”, postazioni ministeriali.
Non solo.
C’è stato un momento nella storia del paese in cui Bossi & C. sembravano aver vinto su tutta la linea: non c’era partito in parlamento che non si professasse “convintamente federalista”, tutti ammorbati dal verbo leghista.
Insomma, parliamo proprio dello stesso partito, il Carroccio, quello che faceva il suo ingresso trionfale nella politica nazionale nel 1992 cavalcando l’inchiesta Mani Pulite e un anno dopo avvertiva i magistrati che una pallottola costava “solo 300 lire”.
Si, la stessa forza politica che per oltre un ventennio ha millantato la sua “diversità ” rispetto al sistema “romano”, salvo razzolare peggio di tutti quelli, uomini pubblici e partiti, che di volta in volta finivano nel suo mirino, ininterrottamente, dalla maxi-tangente Enimont fino alle lauree fasulle in Albania.
Storie di corruzione e “familismo amorale” che hanno coinvolto un numero impressionante di suoi esponenti ed amministratori ad ogni livello, gran parte del gruppo dirigente di vertice, lo stesso leader maximo e fondatore Umberto Bossi.
Salvini è figlio di questa storia, di cui è stato attivo protagonista per più di due decenni; la storia della Lega Nord, il partito più paradossale e contraddittorio che mai la Repubblica abbia conosciuto in oltre sessant’anni.
Storia di un inganno perpetrato per anni a danno di tanti cittadini del nord, che in questo partito avevano riposto le proprie speranze di cambiamento, e di sistematici insulti alla dignità delle popolazioni meridionali, vittime in alcuni frangenti anche di alcune scelte concrete dei governi a trazione leghista.
Ecco perchè è imbarazzante osservare che vi siano ancora italiani, perfino del Mezzogiorno, che pure hanno potuto in questi anni rendersi conto dello scarto tra parole e fatti nella storia del Carroccio, che si possano sentire rappresentati dagli stessi uomini che ne sono stati, senza soluzione di continuità , artefici assoluti.
E che al sud possano esserci ancora cittadini in preda a sindrome di Stoccolma.
Ciò, prescindendo anche dalla pericolosità delle loro campagne d’odio che stanno avvelenando la nostra società , sfruttando la sofferenza, il disagio, di milioni di cittadini.
È una questione di maturità politica, quella che sembra mancare del tutto ad una fetta ldi elettori, che, in cambio di uno sputo (metaforico, s’intende) ad un immigrato, sono disposti a chiudere gli occhi di fronte alla storica, e conclamata, inaffidabilità di questo partito.
La crisi non ha eroso soltanto i nostri redditi.
A pagarne il prezzo sono anche le istituzioni democratiche, la qualità del confronto politico, la nostra memoria collettiva.
Luigi Pandolfi
politologo
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 2nd, 2015 Riccardo Fucile
OGGI RESA DEI CONTI IN SALSA PADAGNA, MA SALVINI RISCHIA UNA CAPORETTO IN VENETO SE TOSI SI PRESENTASSE IN ALTERNATIVA A ZAIA
È il giorno della resa dei conti in salsa padana. Nel consiglio federale del Carroccio, convocato per le 13,
Matteo Salvini è pronto a brandire l’arma finale contro Flavio Tosi: il commissariamento della Liga veneta.
Di fatto, un’espulsione con conseguente esplosione del partito nella regione a più alto tasso di leghismo.
Una mossa azzardata, un rischio che il leader sembra però disposto a correre: «Dopo aver visto come la piazza di Roma ha accolto Zaia non ho più dubbi. Non si torna indietro — ha confidato ai suoi alla vigilia del summit in via Bellerio — Tosi faccia mea culpa, oppure è finita ».
L’ultima mediazione tra i due sarà tentata stamane, ma scongiurare la frantumazione sembra un’impresa.
E gli effetti del duello sembrano estendersi anche al resto del centrodestra. Silvio Berlusconi, infatti, non esclude di incontrare Salvini in settimana, ma sfidando il veto leghista tiene il punto sull’alleanza con il Nuovo centrodestra: «Non posso rompere con Alfano, mi serve il suo aiuto per vincere in Campania».
La guerra dei padani ruota attorno all’autonomia della Liga veneta, guidata da Tosi.
Il sindaco di Verona rivendica il diritto di presentare liste civiche da affiancare a quelle del Carroccio, ma Salvini si oppone.
E rilancia: «Non faccio la guerra con nessuno, ma l’ultima parola sul Veneto spetta a Zaia». Il clima è incandescente.
Neanche l’ultima mediazione di Roberto Maroni sembra aver sortito effetti: domenica pomeriggio, al termine del comizio in piazza del Popolo, il governatore lombardo ha incontrato Tosi assieme ad alcuni parlamentari per favorire una tregua.
Risultato? Uno sconfortante nulla di fatto
Forza Italia osserva interessata il braccio di ferro. Il cerchio magico che circonda l’ex Cavaliere, guidato da Giovanni Toti, spinge per rompere l’alleanza con Salvini e rilanciare l’asse con i centristi.
L’idea è quella di schierare come candidato governatore Elisabetta Gardini o il coordinatore regionale Marco Marin.
«Abbiamo poco in comune con CasaPound», picchia duro sui leghisti Paolo Romani. E Angelino Alfano gioca di sponda: «Non credo che FI segua la Lega, significherebbe sottomettersi alla leadership estremista di Salvini».
Non tutti, però, sono d’accordo.
Non Raffaele Fitto, che critica la Lega ma anche il cerchio magico. Nè Daniela Santanchè, che va controcorrente: «Non possiamo lasciarci sfuggire l’energia del leader leghista in sinergia col carisma di Berlusconi».
E una fedelissima berlusconiana come Licia Ronzulli aggiunge: «L’elettorato leghista non è concorrenziale ma complementare al nostro. Allora non si capisce come mai qualcuno perda tempo al gioco del braccio di ferro con il nostro alleato».
Di certo c’è che Salvini non contribuisce a distendere gli animi. «Vorrei sapere se Forza Italia condivide o meno le nostre proposte: se non le condividono, peggio per loro, perchè i loro elettori sì».
Il segretario, in realtà , è di fronte a un bivio decisivo. Non può accettare il logo di Ncd in coalizione (diverso sarebbe liste civiche con dentro i centristi), ma sa che Zaia rischia il tonfo senza un’intesa con Berlusconi.
Per questo, in caso di corsa solitaria il board leghista non esclude di presentare il brand “Noi con Salvini” anche in Veneto, assieme alle liste della Lega e di Zaia, in modo da raccogliere il massimo del consenso possibile.
E Tosi? In caso di strappo, il primo cittadino scaligero è disponibile a correre da solo sfidando proprio il governatore uscente.
Di questo scenario ha discusso anche ieri con gli “ambasciatori” del Nuovo centrodestra, pronti ad appoggiarlo.
Il sogno è coinvolgere nella brigata anche Forza Italia, in modo da azzoppare definitivamente Zaia.
(da “La Repubblica”)
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Marzo 2nd, 2015 Riccardo Fucile
DON RAFFAE’ RINCHIUSO A PARMA: “IO, SEPOLTO VIVO IN CELLA”
“Io, sepolto vivo in cella. Se esco e parlo, crolla il Parlamento”.
A parlare è “don Raffaè” oppure “o professore”, al secolo Raffaele Cutolo, 74 anni, ex potentissimo numero uno della Camorra, detenuto in base al 41bis a Parma, tredicesimo carcere della sua vita, tredici come gli ergastoli che deve scontare.
“Se parlo ballano le scrivanie di mezzo Parlamento” afferma Cutolo, secondo quanto riporta oggi la Repubblica, spiegando che “molti di quelli che stanno adesso ce li hanno messi quelli di allora venivano a pregarmi”.
Cutolo è uno dei criminali più efferati della storia della Repubblica.
Ormai una sorta di fantasma, a poterlo vedere in carcere sono solo la moglie Immacolata Iacone, la figlia Denise e l’avvocato Gaetano Aufiero.
“Non vedo nessuno e nessuno mi vede. Soltanto mia moglie e mia figlia, un’ora ogni due mesi”.
La figlia,7 anni, è nata con l’inseminazione artificiale, “l’unica concessione che ho avuto dallo Stato”.
Sono loro a far trapelare le sue parole. “Al mio difensore ho chiesto di non venire più. Non ho più carichi pendenti, il mio saldo con la giustizia è in pari. E il 41 bis ho smesso di impugnarlo, tanto è inutile” spiega il camorrista.
“Mi hanno usato e gonfiato il petto, da Cirillo a Moro che, a differenza del primo, hanno voluto morto e infatti mi ordinano di non intervenire. Poi mi hanno tumulato vivo. Sanno che se parlo cade lo Stato” prosegue Cutolo dal supercarcere che ospita anche Totò Riina, Leoluca Bagarella, il “Nero” Massimo Carminati.
“Ma anche un albero che non dà più frutti serve sempre. Lo lasci lì l’albero secco, può fare legna”.
Se lo contendevano negli anni d’oro Cutolo, quando sempre dal carcere, a cavallo tra 70 e 80 guidava il suo esercito di 7 mila affiliati nella guerra sanguinaria (persa) contro la Nuova Famiglia.
E anche dopo, nell’81. Mezza Dc gli chiede di far liberare l’assessore regionale napoletano all’edilizia Ciro Cirillo, uomo di Antonio Gava sequestrato dalle Br.
Sulla trattativa tra servizi segreti, Cutolo e brigatisti – accertata nel ’93 da un’ordinanza del giudice istruttore Carlo Alemi – l’ex boss ha detto e non detto. “È stata la prima trattativa Stato-mafia. Forse anche la mia vera condanna”.
Ricorda i politici del passato. “Ho ammirato Andreotti. Testimoniai per lui al processo Pecorelli. Nemmeno un grazie”.
E Silvio Berlusconi, “l’ultimo che ho stimato”. Ma per il resto i politici sono “tutti parolai”.
Racconta il carcere duro. “Salto anche l’ora d’aria. Se per respirare un’ora devo farmi perquisire e sottopormi a controlli umilianti, preferisco stare in cella. Allo Stato servo così. Pensano sia ancora legato alla Camorra. Ma quale Camorra?”.
In cella ha le foto di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, quella di sua madre e una con moglie e figlia. “Ho una telecamera puntata sul gabinetto. Non posso avere in cella più di tre paia di calzini e mutande. Vorrei mi spiegassero il senso”.
Ed infine dice: “Mi sono pentito davanti a Dio, ma non davanti agli uomini. Cutolo è morto, resuscita per un’ora quando viene sua figlia e gli dà una carezza”.
(da “Huffingtonpost”)
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