Luglio 6th, 2015 Riccardo Fucile
E SU RENZI: “QUALCHE TWEET POTEVAMO RISPARMIARCELO”
“Forse qualche tweet potevamo risparmiarcelo: non è stato un derby tra euro e dracma ma un
referendum per cambiare la politica europea”.
Così Massimo D’Alema a Skytg 24, parlando della Grecia e rispondendo a chi gli chiedeva di commentare le posizioni del presidente del Consiglio Matteo Renzi. “Auspico – ha comunque aggiunto D’Alema – che l’Italia si adoperi per un accordo e non per una rottura. I greci hanno dimostrato di non avere paura, malgrado la pesantezza della posizione da parte europea”.
Massimo D’Alema, sempre a Sky Tg24 aveva detto. “Si dice: ‘Noi paghiamo le pensioni dei greci’. No! Noi paghiamo le banche tedesche, e di questi soldi i greci non sentono neanche l’odore”.
Sì conclude così l’intervista di Massimo D’Alema a RaiNews24 che sta diventando in queste ore un vero e proprio fenomeno dei social network, invadendo le bacheche degli utenti Facebook.
L’ex presidente del Consiglio è stato invitato dal canale all-news della Rai a commentare l’appello, di cui è firmatario insieme ad altre personalità tra cui i premi Nobel Stiglitz e Krugman, per chiedere alle autorità europee più flessibilità sul debito greco e sulle politiche di austerità .
D’Alema conclude la sua intervista con un esempio, volto a dimostrare perchè un’unione monetaria non possa funzionare senza un’unione di bilancio e perchè le disuguaglianze tra paesi ricchi e paesi poveri siano destinate ad aumentare senza un’unione politica.
“In Germania il costo del denaro è bassissimo”, spiega D’Alema, “quindi le banche tedesche raccolgono denaro a un costo quasi nullo. Con quei soldi comprano i titoli della Grecia, che essendo un paese a rischio paga tassi altissimi, il 15%. In questo modo guadagnano una montagna di soldi”.
In altri termini, attraverso la differenza dei tassi d’interesse, “enormi risorse si trasferiscono da un paese povero, la Grecia, a un paese ricco, la Germania. Il paese povero si impoverisce sempre di più, il paese ricco si avvantaggia sempre di più”.
Come se non bastasse questa contraddizione, continua il suo ragionamento l’ex premier, quando la Grecia non è più in grado di pagare, arrivano gli aiuti europei. “Noi abbiamo dato alla Grecia 250 miliardi di euro. Ma non per le pensioni dei greci, ma per pagare le banche tedesche”.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 6th, 2015 Riccardo Fucile
CON UN PIL AL 58,3% FAREMMO SCHIATTARE D’INVIDIA LA GERMANIA… LA DESTRA DELLA LEGALITA’ E’ DA QUI CHE DOVREBBE PARTIRE
Immaginate un Paese dove il debito pubblico sia al 58,3% di un Pil superiore di qualcosa come 236 miliardi al nostro di oggi. Roba da far schiattare d’invidia tutta la cancelleria tedesca, cominciando da Angela Merkel.
Quel Paese sarebbe l’Italia, se solo si fosse fatta una lotta seria a sprechi, corruzione ed evasione fiscale.
La stima è nell’ultimo rapporto sull’Italia del centro studi Economia reale dell’economista Mario Baldassarri.
Neppure stavolta mancherà chi di fronte a calcoli del genere scrolla le spalle, riesumando il formidabile aforisma di quel Pier Peter impersonato dieci anni orsono dal comico Antonio Albanese: «L’economia è una cosa troppo seria per lasciarla fare agli economisti».
Ma qui purtroppo c’è davvero poco da ridere.
I numeri, innanzitutto. Baldassarri parte dal presupposto che sprechi e corruzione siano direttamente proporzionali all’andamento della spesa pubblica corrente.
E per valutare che cosa sarebbe accaduto dal 2002 al 2014 se si fosse davvero dichiarata la guerra a questa piaga ha fatto due ipotesi, entrambe agganciate a drastici interventi sulla spesa pubblica corrente.
La prima, il taglio secco di 45 miliardi, da destinare per 40 miliardi alla riduzione delle tasse (25 di Irap e 15 di Irpef) e per 5 miliardi agli investimenti.
La seconda il congelamento della spesa corrente ai livelli del 2002 e l’eliminazione dei 25 miliardi di trasferimenti a fondo perduto.
Le proiezioni sono impressionanti.
In tredici anni il Pil sarebbe salito da un minimo di 128 a un massimo di 141 miliardi. I posti di lavoro sarebbero cresciuti fino a un milione e 180 mila posti di lavoro, con un deficit pubblico ridotto fino a 105 miliardi e un debito pubblico ridimensionato di una somma enorme: compresa fra 530 e 840 miliardi.
E la lotta all’evasione, continua la simulazione di Baldassarri, avrebbe fatto il resto.
In questo caso l’ipotesi è una sola: controlli incrociati severissimi utilizzando tutte le banche dati disponibili e l’introduzione di meccanismi di deduzione per alimentare il conflitto d’interessi.
Il concetto è semplice: se so che posso detrarre dalle tasse il conto dell’idraulico, gli chiederò la fattura e lui pagherà le tasse.
Grazie a questo piano d’azione, stima l’economista, sarebbe stato possibile recuperare una decina di miliardi circa per dieci anni consecutivi. Con il risultato che il nostro Pil potrebbe essere ora più alto di 95 miliardi e il debito pubblico più basso di 266.
Fosse andata davvero così, chiosa il documento che viene presentato domani a Roma, l’Italia avrebbe potuto rispettare senza alcuna difficoltà il «famigerato» Fiscal compact e la nostra economia, navigherebbe in acque ben più tranquille: con un Prodotto interno lordo superiore del 17 per cento circa a quello attuale.
Se poi a tutto questo si fosse aggiunta una condizione astrale favorevole, ovvero un euro non così sopravvalutato rispetto al dollaro, ecco che si sarebbero schiuse le porte del paradiso.
Secondo il rapporto del centro studi Economia reale il super-euro ci è costato dal 2002 al 2014 ben 168 miliardi di Pil e 403 miliardi di debito pubblico.
Ma purtroppo non è andata così. E Baldassari, che per ben cinque di quegli anni ha avuto una responsabilità diretta, come viceministro dell’Economia del governo di Silvio Berlusconi, non esita a ricordare nel rapporto anche quella fase piena di scelte controverse e titubanze, e poi di contrasti nell’esecutivo, con minacce di dimissioni reciproche mai portate a compimento, sfociati in una pace che non ha portato a nessun cambiamento concreto.
Tanto sul piano della lotta agli sprechi e alla corruzione quanto su quello del contrasto vero all’evasione.
«Perchè non si è mai fatto nei quindici anni passati e non si profila tuttora che qualcuno intenda farlo, almeno per i prossimi cinque anni?», si chiede Baldassarri. «Semplice: è un nodo squisitamente e profondamente politico, o meglio è un nodo di interessi contrapposti. Da un lato ci sono i circa 2 milioni di italiani che in tutti questi anni hanno continuato a prosperare ed accumulare patrimoni illeciti con gli sprechi e le ruberie di spesa pubblica e con l’evasione fiscale. Dall’altro lato ci sono gli altri milioni di italiani che hanno subito e subiscono la crisi e la disoccupazione con prospettive disarmanti per i giovani che scappano sempre più all’estero. Questi ultimi hanno perso tra il 2002 ed il 2014 circa 250 miliardi di Pil, hanno subito il raddoppio della disoccupazione e nonostante le sempre precarie condizioni della nostra finanza pubblica, hanno anche subito pesanti aumenti della tassazione».
Una situazione, conclude il rapporto, destinata a non durare a lungo senza gravi conseguenze.
«L’Italia potrà anche galleggiare, ma certamente il Paese continuerà a subire un processo di bradisismo economico e sociale».
Sergio Rizzo
(da “Il Corriere della Sera”)
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Luglio 6th, 2015 Riccardo Fucile
LE DIMISSIONI DI VAROUFAKIS FACILITANO LA TRATTATIVA
Tornare dai partner europei all’arrembaggio, forti del forte mandato popolare ricevuto dal
referendum, ma con una rosa in mano.
Un gesto distensivo, un segnale di apertura per dimostrare che le intenzioni della Grecia di trovare a tutti i costi un accordo sono reali.
L’addio di Yanis Varoufakis dall’incarico da ministero delle Finanze, affidato a un breve post sul suo blog preceduto da un semplice tweet, segna il primo gesto della seconda fase dell’era Tsipras.
Quella più complessa, in cui il premier sarà impegnato a dimostrare al 61% dei greci che la promessa di utilizzare il forte mandato popolare ricevuto dalla consultazione per risedersi al tavolo e ottenere un accordo migliore potrà presto diventare realtà .
Per farlo, il premier ha provato a giocarsi l’arma a sorpresa delle dimissioni del suo braccio destro.
Un sacrificio che contribuirà anche ad attutire, almeno in parte, la probabile caduta dei listini europei dopo il voto di domenica sera.
Il segnale è chiaro: vogliamo trattare. Anche, come suggeriscono le ultime indiscrezioni, costruendo una squadra di negoziatori che comprenda membri delle opposizioni, altro gesto di apertura da parte del premier greco.
Uscendo di scena nello stesso modo, non convenzionale ed eccentrico, con cui ci era entrato a fine gennaio, Varoufakis garantisce a Tsipras di presentarsi al prossimo confronto con i partner europei forte già di una prima significativa concessione.
A metà tra la stizza e il messaggio politico è stato lo stesso ministro delle Finanze greco ad usare parole cristalline per giustificare la propria scelta: “Subito dopo l’annuncio dei risultati del referendum, sono stato informato di una certa preferenza di alcuni membri dell’Eurogruppo e di ‘partner’ assortiti per una mia… ‘Assenza’ dai loro vertici, un’idea che il primo ministro ha giudicato potenzialmente utile per consentirgli di raggiungere un’intesa”, ha scritto Varoufakis, lasciando intendere che possa essere stato lo stesso premie a chiedergli un passo indietro. “Considero mio dovere aiutare Alexis Tsipras a sfruttare come ritiene opportuno il capitale che il popolo greco ci ha garantito con il referendum di ieri”, ha aggiunto l’ex ministro, “e porterò con orgoglio il disgusto dei creditori”.
Il messaggio è chiaro: vado via proprio per il motivo che pensate.
Anche se questo eccesso di chiarezza svela forse più la natura più tattica che realmente politica del passo indietro del ministro greco.
Sacrificando il ministro, Tsipras immagina di potere ritornare al tavolo del negoziato con due carte importanti: il robusto successo al referendum e la “testa” del proprio ministro, inviso all’Eurogruppo, dando anche un messaggio all’intero popolo greco, una dimostrazione che le intenzioni di compromesso manifestate nella settimana prima del voto erano reali.
Ma in questo modo cerca anche di ricondurre una rottura sostanziale tra due posizioni che in quattro mesi non sono state in grado, salvo le ultime tre settimane, di dialogare veramente, a una questione quasi personale.
Quasi che il problema fosse davvero il carattere del ministro Varoufakis. In altre parole, concedere un alibi in meno.
Anche per questo saranno essenziali le prossime ore, quando nella scelta del successore Tsipras darà un’indicazione importante sull’identità di questa sua “seconda fase.
In corsa, per la stampa greca ci sarebbero tre nomi.
Il vice premier Yannis Dragasakis, capofila dell’ala dialogante e scelta preferita da Alexis Tsipras, anche se non avrebbe mostrato interesse per questa carica.
Altro nome in pista è quello di George Stathakis, attuale ministro per lo Sviluppo, scelta che però provocherebbe un mini rimpasto di governo.
Infine Euclid Tsakalotos, il capo della squadra negoziale ellenica, che da tempo aveva sostituito Varoufakis nei rapporti con i partner internazionali.
(da “Huffingtonpost“)
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Luglio 6th, 2015 Riccardo Fucile
“PORTERO’ CON ORGOGLIO IL DISPREZZO DEI CREDITORI”…BORSE UE APRONO TUTTE IN ROSSO
Il ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis ha annunciato stamane a sorpresa le proprie dimissioni, dopo il trionfo del no alle proposte della ex troika al referendum di domenica.
L’addio, spiega sul suo sito web personale l’economista, punta a favorire un nuovo accordo tra il premier Alexis Tsipras e la ex troika.
Che dovrebbero leggere come un atto di distensione il passo indietro di colui che in questi cinque mesi si è più volte scontrato frontalmente con i colleghi dell’Eurogruppo e solo sabato ha accusato i creditori di “terrorismo” nei confronti di Atene.
“Subito dopo l’annuncio dei risultati del referendum”, scrive Varoufakis nel lungo messaggio pubblicato su yanisvaroufaskis.eu e intitolato Minister no more!, “sono stato messo al corrente di una certa preferenza da alcuni partecipanti dell’Eurogruppo e ‘partner’ vari per una mia… ‘assenza’ dalle loro riunioni. Considero mio compito aiutare Alexis Tsipras a utilizzare, come gli ritiene opportuno, il capitale che il popolo greco gli ha concesso ieri attraverso il referendum”.
L’economista naturalizzato australiano comunque non si smentisce e non risparmia nuove stoccate: “Porterò con orgoglio il disprezzo dei creditori”.
Poi la promessa di “pieno supporto a Tsipras, al nuovo ministro delle Finanze e al governo. “Lo sforzo sovrumano per onorare il coraggioso popolo greco e il famoso No che hanno garantito ai democratici di tutto il mondo è appena cominciato”.
La nomina del successore è prevista a breve, dopo un incontro dei leader politici programmato dopo le 9 di stamattina .
L’incognita sulla possibilità di riavviare i negoziati — Il premier nei giorni scorsi aveva detto che “entro 48 ore” dai risultati del voto puntava a firmare un’intesa con i creditori.
I quali però domenica sera, davanti alla vittoria di quello che alcuni leader leggono come un no all’Europa, hanno ribadito che questo esito complica molto lo scenario.
Il vicecancelliere tedesco Sigmar Gabriel si è spinto a dire che “la Grecia ha rotto i ponti per il compromesso” e il presidente dell’Eurogruppo Jerom Dijsselbloem ha bollato il risultato come “molto deplorevole per il futuro” del Paese.
Per le banche d’affari, l’esito delle urne aumenta le probabilità di un’uscita di Atene dall’Eurozona: Jp Morgan ritiene che la Grexit sia ora lo “scenario base” e che potrebbe avvenire “in circostanze caotiche“.
Anche gli analisti di Barclays, in un rapporto diffuso domenica sera, scrivono che ora “l’uscita è lo scenario più probabile”.
Al contrario Goldman Sachs e Citigroup vedono la possibilità di una permanenza nel club della moneta unica. Citigroup, in particolare, prefigura una situazione di “limbo” che potrebbe durare mesi o anni.
Banche appese alle decisioni della Bce
L’addio di Varoufakis — che tre giorni fa le dimissioni le aveva in effetti preannunciate, ma come “minaccia” nel caso in cui avesse vinto il sì – arriva nel giorno in cui è attesa una nuova riunione del consiglio della Bce.
Nelle cui mani c’è ora il futuro delle banche elleniche, chiuse da lunedì scorso.
Il ministro dimissionario aveva promesso che gli istituti avrebbero riaperto i battenti martedì 7, senza però spiegare come questo sarebbe stato possibile visto che, come ammesso dalla numero uno dell’associazione bancaria ellenica Louka Katseli, nonostante il tetto di 60 euro ai prelievi al bancomat e i controlli sui movimenti dei capitali il cuscinetto di liquidità che hanno a disposizione basta solo fino a oggi. L’Eurotower deve ora valutare se riaprire o chiudere del tutto il rubinetto della liquidità di emergenza (Ela) che ha consentito agli istituti di operare da febbraio a oggi e domenica 28 giugno è stato congelato a quota 89 miliardi di euro.
Le condizioni per concedere l’Ela sono che le banche siano solvibili e che possano offrire a garanzia un collaterale adeguato, cosa che ora è in discussione visto che il Paese è ufficialmente in default.
In teoria, la Bce potrebbe anche chiedere alle banche di restituire i fondi ricevuti finora.
Ma è evidente che la decisione verrà presa alla luce delle conseguenze per il resto dell’Eurozona. Il board dei governatori presieduto da Mario Draghi potrebbe comunque rimandare la decisione a martedì, dopo l’Eurosummit straordinario dei leader europei convocato per le 18.
In mattinata è prevista una conference call tra lo stesso Draghi, il presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker e il presidente dell’Eurosummit Donald Tusk.
Avvio in calo per le borse europee.
Lo spread apre in rialzo, poi ripiega a 159 punti
Il giorno dopo la vittoria dei no, Piazza Affari ha aperto la seduta in rosso del 2,9%. Parigi in avvio segna -2,06, Francoforte -1,87%, Madrid -1,7%, Londra -1,08%. A Milano sono pesanti soprattutto i titoli bancari, con Mps sospesa in asta di volatilità poco prima delle 10, quando cedeva oltre il 5%.
Limitate rispetto alle attese, invece, le ripercussioni sul mercato obbligazionario: il rendimento dei titoli di Stato dei Paesi periferici, a partire da quelli italiani, sale ma non oltre i livelli della scorsa settimana.
Il rendimento dei Btp in avvio era al 2,36%, cosa che ha portato il differenziale rispetto ai Bund tedeschi (spread) a 165 punti rispetto ai 145 di venerdì.
Dopo la fiammata iniziale, il rendimento del decennale è calato al 2,33% e lo spread è sceso a 159 punti.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 5th, 2015 Riccardo Fucile
LA NOTA DI MATTARELLA E DELLA BOLDRINI
La politica italiana guarda ad Atene nel giorno del referendum decisivo per le sorti per
dell’Eurozona e del futuro della Grecia.
La vittoria del ‘no’ apre scenari inediti per l’Eurozona e nelle cancellerie si lavora per scongiurare l’uscita della Grecia dall’euro, un evento ormai non più così improbabile. Da Grillo a Vendola, esultano i leader politici italiani in piazza nella capitale greca per festeggiare la vittoria ‘no’.
MATTARELLA
“I cittadini greci hanno preso oggi, con il referendum, una decisione della quale occorre, in primo luogo, prendere atto con rispetto. Una decisione, tuttavia, che proietta, oltre ad Atene, la stessa Unione europea verso scenari inediti, che richiederanno a tutti, sin d’ora, senso di responsabilità , lungimiranza e visione strategica”, ha affermato il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
Il Capo dello Stato ha fatto un richiamo all’europeismo nato da “quella stessa visione che ha condotto diciannnove Paesi all’adozione di una moneta comune, con la cessione di sovranità liberamente e consapevolmente scelta da parte di ciascuno Stato aderente, sapendo che ogni modifica delle sue regole passa attraverso una discussione collegiale tra pari”.
Il presidente della Repubblica ha voluto tracciare anche i principi che dovranno guidare l’azione italiana nei prossimi giorni: “La Grecia fa parte dell’Europa e, nei confronti del suo popolo, non deve venir meno la solidarietà degli altri popoli dell’Unione. Questi saranno certamente, nei prossimi giorni, i principi ispiratori dell’azione dell’Italia e mi auguro anche dei rappresentanti del popolo greco, degli altri partners europei e delle Istituzioni dell’Unione”.
BOLDRINI
Laura Boldrini che ha parlato di “prova di democrazia” e ha aggiunto: “Da questa vicenda può nascere finalmente una svolta per tutta l’Ue, rispetto a politiche di austerità che hanno mostrato, in Grecia, ma non solo, la loro dura inefficacia. E’ tempo che l’Europa faccia rotta verso la crescita economica e la coesione sociale”.
Esulta il fronte del ‘no’.
Ma è in particolare il fronte del ‘no’ ad esultare per l’esito del referendum greco, un fronte che abbraccia la sinistra dem, Sel, il M5S ma anche Forza Italia e Lega.
Alcuni esponenti di questo variegato fronte sono arrivati nella capitale greca per seguire i risultati insieme agli esponenti di Syriza: Beppe Grillo a Nichi Vendola, dall’ex Pd Stefano Fassina all’esponente della minoranza dem Alfredo D’Attorre, fino al segretario di Rifondazione Comunista Paolo Ferrero.
GRILLO
“E’ un risultato fantastico per tutti”, ha affermato il leader M5S Beppe Grillo in piazza ad Atene.
“Si sta decidendo qualcosa che nulla ha a che vedere con la finanza e l’economia, è geopolitica, questa è democrazia” ha aggiunto il leader pentastellato ai microfoni del TgLa7.
Secondo il sito Dinamo Press la presenza del leader M5S avrebbe provocato la reazione degli altri ‘italiani’ presenti in piazza Syntagma per festeggiare la vittoria del ‘no’ e il leader M5S sarebbe stato costretto ad allontanarsi dalla piazza. “Siedi dalla parte sbagliata del Parlamento europeo”, avrebbero gridato a Grillo in piazza.
VENDOLA
Il presidente di Sel Nichi Vendola parla di “vittoria dei nemici dell’austerità . Si è aperta una crepa nel nuovo muro di Berlino. La Merkel e la Troika escono sconfitti. Matteo Renzi, che ha giocato la parte peggiore, esce sconfitto. Esce vincitrice la democrazia ed esce la necessità di cambiare l’agenda di Bruxelles e mettere al centro i diritti delle persone”.
FASSINA
Sulla stessa lunghezza d’onda Stefano Fassina: l’ex Pd, che ha da poco lasciato il partito, ha parlato di “vittoria della speranza”.
Poi aggiunge: “Il popolo greco ha detto no alla condanna alla depressione economica e a un futuro di sudditanza politica. Grazie al governo Tsipras e a Syriza la democrazia ritrova senso in Grecia e in Europa. L’interesse nazionale di un paese periferico torna in campo e rimette in discussione l’ordine tedesco dominante in Europa.
Quella italiana è la delegazione più numerosa ma al sesto piano della palazzina popolare che ospita il partito di Alexis Tsipras ci sono anche esponenti di Podemos, Socialisti francesi, Blocco di Sinistra portoghese, Linke tedesca.
E nel resto d’Europa esultano gli euroscettici, dalla Le Pen a Farage.
IL GOVERNO
Il primo commento ad arrivare dal fronte governativo è quello del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni che su Twitter ha scritto: “Ora è giusto ricominciare a cercare un’intesa. Ma dal labirinto greco non si esce con un’Europa debole e senza crescita”. Concetto ripreso dal capogruppo alla Camera del Pd Ettore Rosato: “Serve una nuova strategia: Ue e Atene trovino un accordo. Grecia non rimanga sola ma faccia la sua parte e dica sì a riforme sostenibili”.
SALVINI
Anche il centrodestra esulta per il risultato del referendum greco: “A prescindere dal risultato, l’Europa deve cambiare trattati e moneta” ha affermato il leader del Carroccio Matteo Salvini. “Se Renzi non ne prende atto, ha aggiunto, è un folle”.
BRUNETTA
Il capogruppo alla Camera di Forza Italia Renato Brunetta affida a Twitter il suo commento: “In Grecia ha vinto la democrazia e adesso in Europa nulla sarà più come prima”. Poi aggiunge un secondo tweet in cui scrive in greco: “Matteo Renzi stai sereno”.
MELONI
Mentre Giorgia Meloni parla di “voto eroico” e di “schiaffo all’egoismo di Angela Merkel e alla fallimentare gestione della Unione Europea. I popoli europei cominciano a smascherare la grande menzogna dei tecnocrati di Bruxelles”
FITTO
Più articolato il commento di Raffaele Fitto, leader dei Conservatori riformisti: “ribadisco quello che dico da tempo: nè con Tsipras nè con la Merkel. Dico no a Tsipras perchè ha condotto l’ultima campagna elettorale greca con promesse impossibili: mantenere una delle burocrazie pubbliche più costose e uno dei sistemi pensionistici più costosi, a spese di qualcun altro, cioè dei creditori. La Thatcher diceva giustamente che i soldi degli altri, prima o poi, finiscono… E dico contemporaneamente no alla Merkel perchè la gestione della crisi da parte di Berlino-Bruxelles ha mostrato tutta intera l’inadeguatezza dell’attuale leadership europea”.
Fitto rileva che “occorre dire no a cerotti a tempo e al proseguirsi di ricatti incrociati, è necessaria una proposta di rinegoziazione complessiva con Bruxelles che offra una grande opportunità a tutti quelli che vogliono riscrivere le regole di questa Europa, che si è auto-impiccata all’austerità e alla non crescita”.
Fitto conclude: “Attendo i commenti schizofrenici di chi oggi in Italia, nel centrodestra, critica la Merkel, salvo poi restare a Bruxelles – muti e obbedienti – nel Ppe merkeliano”.
DI MAIO
Ad Atene anche una folta delegazione dei parlamentari M5S che ha ‘invaso’ piazza Syntagma. I primi a presentarsi nella piazza in pieno centro ad Atene sono stati Luigi Di Maio, Alessandro Di Battista, Giorgio Sorial, Laura Castelli, Manlio Di Stefano, Maria Edera Spadoni.
“Da domani, l’Europa non sarà più la stessa, perchè finalmente è passato il principio secondo cui un popolo può decidere il proprio destino”, ha detto il vicepresidente della Camera, Luigi Di Maio.
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Luglio 5th, 2015 Riccardo Fucile
L’INDISCREZIONE DEL QUOTIDIANO ECONOMICO “HANDELSBLATT”: IL COSTO SAREBBE SUPERIORE A 15 MILIARDI
Il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, ha avvertito l’esecutivo di Angela Merkel, che un’eventuale uscita della Grecia dall’eurozona aprirebbe un buco di vari miliardi di euro nei conti pubblici tedeschi.
Lo scrive il quotidiano tedesco economico finanziario Handelsblatt, citando fonti di governo.
Secondo il quotidiano, Weidmann ha avvertito che i costi della Grexit si sentirebbero sugli utili della Bundesbank, che confluiscono nel bilancio statale tedesco.
Il quotidiano aggiunge che l’uscita della Grecia comporterebbe per la Bundesbank perdite che sarebbero superiori ai 14,4 miliardi di euro già messi da parte in previsione di una crisi dell’euro perchè porterebbe perdite sui titoli greci acquistati dalla banca centrale tedesca: “Non sarebbero abbastanza in caso di una Grexit”, scrive il quotidiano, senza citare fonti.
Sollecitati in proposito, un portavoce della Bundesbank non ha voluto commentare la notizia, nè lo hanno fato il governo o il ministero delle Finanze.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 5th, 2015 Riccardo Fucile
DA PODEMOS AL SINN FEIN, DAI SOCIALISTI FRANCESI ALLA SINISTRA PD: TUTTI INSIEME A FESTEGGIARE
“La battaglia di Syriza è la nostra battaglia. Se perde Syriza, perdiamo tutti…”. Martina Anderson
è una distinta signora irlandese, alta, bionda, europarlamentare dello Sinn Fein.
C’è anche lei nel quartier generale di Syriza ad Atene con gli altri scampoli di sinistra di vari paesi europei: da Podemos, a Nichi Vendola e i suoi di Sinistra e libertà , Stefano Fassina e Alfredo D’Attorre del Pd, la sinistra del partito socialista francese, Paolo Ferrero di Rifondazione Comunista, l’europarlamentare portoghese della Sinistra Europea Marisa Matias, Raffaella Bolini che è Arci ma anche coalizione sociale di Maurizio Landini e c’è anche Luciana Castellina.
Martina si è portata una bandierina irlandese, le piace esibirla in ogni foto con i “compagni” — qui si chiamano così — europei.
E’ la sinistra frastagliata del vecchio continente, riunita ad Atene per tifare ‘No’, “Oxi!”, al referendum indetto da Alexis Tsipras sulla crisi greca. O la va o la spacca.
Di qui passa tutto, inizia o finisce tutto, dicono a dita incrociate, mentre si aggirano per le stanze di questo palazzone a sette piani a piazza Elftheria, piazza della Libertà , manco a dirlo.
“Abbiamo una responsabilità , la sentiamo addosso…”, un funzionario di Syriza sorride ma risponde anche preoccupato alle aspettative di Martina.
Ma qui al quartier generale del partito del nuovo leader della sinistra Ue – Tsipras che qui non c’è, è al palazzo del governo – l’aria è positiva, mentre si chiudono le urne e alla tv scorrono gli ultimi sondaggi che non erano stati resi noti prima per non influenzare il voto. Tutti danno il ‘no’ alla Troika in vantaggio.
Anche la rilevazione effettuata da tutti gli istituti demoscopici greci, tutti insieme d’accordo a dire che i greci votano no.
Siamo ad Atene, ma la sede è spartana. L’aria condizionata fa cilecca, ma nessuno se ne cura in queste stanze con le pareti un po’ bianche e un po’, naturalmente, rosse. Arrivano bibite fresche, noccioline, le squisite mandorle greche e altri generi di conforto.
Si sgranocchia e ci si rinfresca come si può, gli occhi attaccati alla tv. Oltre ai sondaggi arrivano anche i primi dati parziali, dalle isole: No.
Si sente un urlo di vittoria, in tutte le lingue: è perchè in alcune zone il no tocca l’80 per cento. “Incredible!”, dice un francese.
Siamo ad Atene e da qui, per come la mettono in tv, Sparta vacilla.
La davano schierata sul sì, ma poi si riprende: no anche lì, “abbiamo ripreso Sparta!”, si urla.
Argiris Panagopoulos, esponente di Syriza molto noto in Italia tanto che parla benissimo in italiano, guarda la tv con sguardo compiaciuto.
“Significa che la decisione dei falchi europei di andare allo scontro con noi ha ferito nell’orgoglio il nazionalismo greco. Ecco perchè il no vince. Quella strategia non ha pagato per loro…”, ci spiega.
“Scommettevano sulle scene di panico davanti alle banche chiuse: non è successo. Anche questo ha pagato in favore del no… – continua — E non è stato facile, visto che tutte le tv remavano contro di noi: Syriza non ha alcun media amico…”.
E alla ‘odiata tv intanto arrivano anche le prime dichiarazioni del ministro dell’Interno greco, Nikos Voutsis: “Siamo soddisfatti, le operazioni di voto si sono svolte al meglio, pur avendo avuto solo sei giorni per organizzare il referendum…”.
Martina Anderson sorride. “E’ una lezione anche per noi…”, per l’Irlanda, uno di quei paesi piegati dalla Troika che proprio per questo hanno sempre fatto muro contro Tsipras.
Non lo Sinn Fein, non Podemos in Spagna che vede rafforzarsi la speranza di vincere le prossime politiche in autunno.
E anche gli italiani qui esultano per le vittorie che non hanno in patria. “Renzi venga ad Atene ad imparare due cose fondamentali: L’Europa senza democrazia semplicemente non c’è, la sinistra senza giustizia sociale è solo una bolla di sapone”, ci dice Vendola.
“La prima significativa crepa si è aperta nel nuovo muro di Berlino — continua – una vittoria netta di un popolo che ha rifiutato il calvario dell’austerity e di un governo che, unico in Europa, ha saputo tenere la schiena dritta nei confronti delle oligarchie politiche e finanziarie”.
E Fassina: “Ha vinto la speranza, è stata sconfitta la paura: grazie al governo Tispras e Syriza si rianima la democrazia europea. Renzi smetta di accordarsi al governo tedesco e si impegni per l’interesse nazionale dell’Italia: chieda ufficialmente di riaprire il negoziato per la Grecia”.
“Questo può essere l’atto rifondativo dell’Europa che riconcilia la democrazia con la partecipazione e il potere di scelta dei popoli”, dice il capogruppo di Sel Arturo Scotto mentre già scalpita per andare a festeggiare in piazza Syntagma.
Lo segue la senatrice vendoliana Loredana De Petris: “Risultato straordinario se si pensa alle condizioni in cui si è votato e alla campagna ossessiva di tutti i media…”. D’Attorre è felice e un po’ allibito, lo ammette: “Sono venuto qui per dimostrare da che parte stare ma pensavo che il ricatto delle istituzioni europee avrebbe prevalso.. invece no: commevente”.
“Il terrorismo economico della Merkel ha perso — dice Paolo Ferrero – ha vinto la democrazia dei popoli e adesso l’Ue accetti di cambiare piano e politiche uscendo dall’austerità ”.
E’ ora: Tsipras non passa più per la sede di Syriza, appuntamento in piazza Syntagma. Si va.
La sede è quasi deserta. Tonia Tsitsoviz del comitato centrale di Syriza sospira, esausta e contenta. “Si va in piazza – ci dice – Da quando l’ho vista pienissima di tanti no, Oxi, venerdì scorso, ho capito che avremmo vinto. Eppure, data l’età che ho, ne ho viste di piazze Syntagma piene, ho visto anche la rivolta al Politecnico contro i colonnelli…”.
Era il ’73. Ma dopo quarant’anni qui avvertono ancora quello strano sapore di rivalsa che talvolta la storia offre e ripropone, seppure in salse diverse.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 5th, 2015 Riccardo Fucile
LA VITTORIA DI TSIPRAS OLTRE OGNI ASPETTATIVA
No verso la vittoria in Grecia dove alle 19 (le 18 in Italia) si sono chiuse le urne del referendum con cui i greci devono scegliere se dire «sì» o «no» all’accordo per il pagamento dei debiti ai creditori internazionali.
Lo scrutinio corre veloce e con oltre il 40% delle schede scrutinate i «no» sono avanti con il 61% e i «sì» si fermano al 39%.
Un dato che coincide perfettamente con la prima proiezione della Singular Logic, diffusa dal ministero dell’Interno, con il «no» oltre il 61%, mentre i «sì » al 39%.
I greci hanno quindi respinto massicciamente la proposta dei creditori internazionali.
«Lavoreremo per un accordo in tempi brevi»
La Grecia «farà tutti gli sforzi possibili per arrivare presto ad un accordo» con i creditori, «anche nelle prossime 48 ore», sono le prime dichiarazioni del portavoce del governo Sakellaridis alla Tv greca.
Intanto il premier greco, Alexis Tsipras alle 19 si è recato a Palazzo Massimo, la sede del governo, per seguire gli esiti del referendum.
Mentre il ministero delle Finanze fa sapere che il ministro, Yannis Varoufakis a breve incontrerà i banchieri greci.
«Da domani apriamo la strada per tutti i popoli d’Europa. Oggi la democrazia batte la paura», aveva dichiarato il premier Alexis Tsipras in mattinata dopo aver votato ad Atene.
L’affluenza alle urne è stata del 65%: Lo hanno riferito le autorità elettorali greche. La consultazione è pertanto valida avendo superato il quorum.
Intanto il presidente francese, Francois Hollande, secondo fonti dell’Eliseo, ha annunciato che incontrerà la cancelliera tedesca, Angela Merkel lunedì sera a Parigi per fare il punto sulla crisi greca.
I due leader, spiegano dall’Eliseo, terranno una cena di lavoro per «valutare le conseguenze del referendum in Grecia» e per decidere se concedere un piano di salvataggio.
Il portavoce della Merkel precisa che il colloquio tra i due leader inizierà «alle 18.30 e terminerà con una cena di lavoro. L’intento è trovare una valutazione comune della situazione dopo il referendum»
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Luglio 5th, 2015 Riccardo Fucile
ALLE 18 SI SONO CHIUSE LE URNE
Hanno chiuso alle 18 (ora italiana, le 19 in Grecia) le urne in Grecia per il voto nel referendum sul
piano dei creditori internazionali, una tornata elettorale che potrebbe decidere le sorti della permanenza della Grecia nell’euro e scuotere l’unione economica e tutta la costruzione europea.
Primi exit poll: i no in vantaggio.
Secondo i sondaggi non ufficiali diffusi dalla televisione avrebbe vinto il “no” con il 51,5 per cento.
Secondo una rilevazione riservata che il Financial Times ha potuto vedere, il “no” sarebbe tra il 51 e il 53, mentre il sì tra il 47 e il 49 per cento.
Secondo i primi sondaggi (“phone-poll”) diffusi dalle Tv greche il «no» sarebbe avanti. Tutti le rivelazioni sono concordi, eccole:
– Ant1 dà il «no» al 51% contro il 37% di «sì».
– Mega dà il «no» al 51,5%, il «sì» al 48,5%.
– Skai dà il «no» è al 52% contro il 48% di «sì»
– Star dà il «no» al 49% contro il 46% di «sì»’.
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