Agosto 9th, 2015 Riccardo Fucile
IL CONTO NON PAGATO AL RICEVIMENTO PRO-ALLUVIONATI
Era una cena delle beffe e non lo sapevamo.
Il 24 ottobre 2014 il principe Alberto II di Monaco venne a Genova e nella città sconvolta 15 giorni prima da un’alluvione mortale si laureò “ad honorem” in Scienze del mare, raccolse soldi per la sua Fondazione, partecipò a una cena pantagruelica a Palazzo San Giorgio e disse una frase mai smentita: «Sarò generoso con Genova».
Oggi sappiamo che nemmeno un centesimo di quei soldi è finito nelle raccolte pro-alluvionati, che non c’era alcuna intenzione di farlo e che il conto della cena, 15 mila euro, non è mai stato pagato dagli affiliati italiani alla Fondazione Principe Alberto.
A garanzia dei lettori, vorrei raccontare un piccolo retroscena.
Alla vigilia della visita principesca, il Secolo XIX scrisse una lettera al console generale di Monaco a Genova, Domenico Pallavicino, chiedendo un aiuto per gli alluvionati in nome delle radici che uniscono la Liguria al Principato.
Benchè non si possa chiamarlo principe in base alla XIV disposizione finale della Costituzione repubblicana, Pallavicino si dimostrò degno del suo titolo donando graziosamente di tasca propria 10 mila euro alla raccolta organizzata dal Secolo XIX.
Gesto di valore, che riscattava una visita ingombrante per molti professori universitari e perfino per la corte monegasca, imbarazzata dal fatto paradossale che il sovrano di uno dei Paesi più ricchi del mondo battesse cassa per le sue ricerche marine in una città appena finita sott’acqua. In tutti questi mesi abbiamo aspettato un segnale, o meglio un bonifico.
Niente.
Ora, se foste nei panni di Alberto, che fareste?
a) Pagate senza fiatare il conto della cena anche se non vi spetta;
b) versate una cifra congrua alle imprese e ai cittadini alluvionati visto che vi siete fatti fotografare accanto alle magliette “Non c’è fango che tenga”;
c) restituite la laurea;
d) vi chiudete in un silenzio sdegnato e date così un contributo internazionale e chic al luogo comune sulla tirchieria genovese (i Grimaldi da qui vengono, dopotutto).
Se fosse una favola, il principe sceglierebbe la a), la b) o la c).
Ma non ci sono più i principi di una volta.
Alessandro Cassinis
(da “il Secolo XIX”)
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Agosto 9th, 2015 Riccardo Fucile
GRILLO, YACHT ED EVASIONE FISCALE
In un post sul blog di Grillo del 5 giugno del 2010 dal titolo “Yacht ed evasione fiscale”, vevivano
definiti “furbetti dello yacht” coloro che intestavano le loro barche a società con sede alle Cayman e alle isole Vergini, evadendo il fisco per oltre mezzo miliardo di euro.
Lo riportiamo integralmente.
Lo dicevano già i nostri vecchi: “Chi più spende, meno spende!”. E allora cosa aspettate a comprare anche voi uno yacht da 60 metri con bandiera delle isole Cayman? Detassato alla fonte!
“Caro Beppe, l’Italia è un paese ingiusto. Il Governo chiede sacrifici a milioni di dipendenti pubblici, la Lega propone di tassare i venditori ambulanti. E sotto i nostri occhi, viene consumata un’evasione fiscale da oltre mezzo miliardo di euro. Basta andare al mare per vederla, basta camminare nei porticcioli turistici: oltre la metà degli yacht oltre i 24 metri batte bandiera dei paradisi fiscali. Sono i furbetti dello yacht, che spesso intestano le loro barche a società con sede alle Cayman e alle isole Vergini. E’ tutto permesso dalla legge, almeno sulla carta. Basta creare una società di noleggio, va bene anche in Italia, ma è molto meglio nei paradisi fiscali così la Guardia di Finanza e l’Agenzia delle Entrate impazziscono. Ma se vai a vedere, pochi, pochissimi noleggiano le barche. Gli altri fanno contratti fittizi con fratelli e cugini. Risultato: così non si paga l’Iva sull’acquisto, sul combustibile, sulle riparazioni, sul posto barca. C’è chi riesce a scaricare lo champagne e il caviale facendoli risultare spese legate all’attività di noleggio. I conti sono presto fatti: i Paperoni italiani risparmiano quasi il venti per cento della spesa d’acquisto. Per uno yacht di 60 metri vuol dire sottrarre al fisco anche dieci, quindici milioni di euro. E’ soltanto l’inizio: ogni pieno di gasolio sono 120mila litri. I comuni mortali lo pagano più di un euro, gli evasori nemmeno la metà : senza Iva e accise vuol dire 60.000 euro risparmiati a botta. Il prezzo di una barca per una persona normale. Che dire poi dei contratti dell’equipaggio? Anche questi sono regolati dalle leggi delle Cayman. Un bel vantaggio per gli armatori, un pessimo affare per i marinai che restano senza tutele. Ogni anno, per la Finanza e l’Agenzia delle Entrate, i furbetti dello yacht risparmiano da 150mila a 500mila euro ciascuno. C’è perfino chi, registrando contratti di noleggio gonfiati, costituisce fondi neri alle Cayman, magari per pagare le mazzette ai politici. Ne abbiamo scritto sui nostri giornali, ma da chi governa non è arrivata una riga di risposta. Forse, però, Berlusconi era troppo occupato a godersi il sole su uno degli yacht della sua flotta. Del resto sono loro che hanno votato una direttiva paradossale: lo sconto sull’Iva per chi ha fatto un contratto di leasing è direttamente proporzionale alle dimensioni della barca. Insomma, più è grande la barca, meno si paga. Questa non è un’assurda battaglia contro gli yacht e chi se li può permettere. Fatti loro. No, è in gioco una questione elementare: la legge — anche quella fiscale — deve essere uguale per tutti. Allora oggi tutti al mare, a mostrar le chiappe chiare, come diceva Giorgio Gaber. A guardare centinaia di Paperoni italiani che schiaffano in faccia a noi e alla crisi le bandierine colorate dell’evasione. Ma… perchè tutti insieme, quando incontriamo uno yacht con la bandiera delle Cayman, delle Virgin Islands o di Guernesey, non chiediamo a chi sorseggia un calice di champagne sul ponte di mostrarci l’atto di proprietà della sua nave? Vediamo se almeno, sotto l’abbronzatura, diventa un poco rosso.”
(Ferruccio Sansa, Marco Preve)
Pubblichiamo anche la foto di Beppe Grillo in vacanza in questi giorni in Sardegna su uno yacht con bandiera non italiana.
Che si sia camuffato come ospite a bordo per sincerarsi che non fosse una bandiera di comodo?
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Agosto 9th, 2015 Riccardo Fucile
IL POTERE DI NCD NEL CUORE DI MAFIA CAPITALE… UNA GESTIONE CHE VALE 100 MILIONI E 400 IMPIEGHI
Una gestione che vale cento milioni di euro, un residence che frutta sette milioni di affitto all’anno, diecimila euro al giorno di indotto e quattrocento posti di lavoro che in tempi di elezioni si trasformano in una valanga di voti.
à‰ il Cara di Mineo, il centro richiedenti asilo in Sicilia finito coinvolto nell’indagine della procura di Roma su Mafia Capitale.
E sul quale anche le procure di Catania e Caltagirone hanno deciso di fare luce, indagando sulle assunzioni e soprattutto sulle gare d’appalto milionarie.
Nato subito dopo la primavera araba del 2011, sul centro di accoglienza si è allungato negli anni il simbolo del Nuovo Centrodestra, il partito di Angelino Alfano al quale appartengono tutti o quasi gli uomini della catena di potere di Mineo: dal sottosegretario Giuseppe Castiglione, all’ex ministro Maurizio Lupi, fino al sindaco del comune calatino Anna Aloisi e ai vari primi cittadini delle città vicine.
Castiglione, l’uomo del Cara diventato sottosegretario
Del Cara di Mineo ha cominciato a parlare in questi giorni Luca Odevaine, l’uomo cui il sodalizio di Mafia capitale si affidava per lucrare sugli immigrati, storico consulente del centro e membro della commissione che sceglieva a chi affidare la gestione milionaria dell’accoglienza.
I suoi verbali sono stati secretati dai pm, ma è un fatto che, nelle intercettazioni del Ros dei Carabinieri, l’ex vicecapo di gabinetto di Walter Veltroni ha citato sopratutto un nome al vertice degli interessi su Mineo: il sottosegretario Castiglione, indagato dalla procura di Catania per turbativa d’asta, luogotenente di Alfano in Sicilia, genero del potentissimo senatore Pino Ferrarello, che ha abbandonato Berlusconi per seguire il genero nel Ncd.
“Castiglione fa il sottosegretario, però è il loro principale referente in Sicilia, cioè quello che poi gli porta i voti, perchè poi i voti loro li hanno tutti in Sicilia”, è la descrizione che fa di lui Odevaine, mentre la procura di Roma lo intercettava, nell’inchiesta che ha poi travolto la capitale.
Il ruolo del sottosegretario nel periodo in cui ha origine il Cara di Mineo è tratteggiato dallo stesso Odevaine, intercettato mentre parla con il suo commercialista.
”Praticamente venne nominato sub-commissario, del commissario Gabrielli, il Presidente della Provincia di Catania che era anche Presidente dell’Upi, Giuseppe Castiglione, il quale quando io ero andato giù … mi è venuto a prendere lui all’aeroporto … mi ha portato a pranzo … arriviamo al tavolo … c’era pure un’altra sedia vuota … dico: eh chi? … e praticamente arrivai a capì che quello che veniva a pranzo con noi era quello che avrebbe dovuto vincere la gara”, è la ricostruzione dell’uomo di Mafia capitale.
È il 2011 quando Castiglione, da presidente della provincia di Catania, diventa ente attuatore del nuovo centro per richiedenti asilo.
Dopo un primo periodo di affidamento alla Croce Rossa, si bandisce una gara da 60 milioni per gestire il centro: la lettera d’invito a quel bando partirà il 6 agosto del 2011, un sabato mattina, dall’ufficio postale di Bronte, dove risiede la famiglia Castiglione — Firrarello.
I voti di Alfano? Stanno in Sicilia nei dintorni di Mineo
Le parole di Odevaine sul peso elettorale di Castiglione hanno bisogno di poche conferme: basta sovrapporle ai dati emersi dalle urne.
Il fortino elettorale di Ncd, infatti, si trova in Sicilia, nei dintorni del cara di Mineo. Una prova di forza è arrivata nel maggio del 2014: Giovanni La Via, ex assessore regionale all’Agricoltura di Totò Cuffaro e Raffaele Lombardo, viene eletto europarlamentare con più di 56mila preferenze. È il primo degli eletti a Bruxelles nel partito di Alfano: prende addirittura diecimila voti in più rispetto a quelli raccolti dall’allora ministro Maurizio Lupi.
Per una curiosa coincidenza è proprio in un appartamento di proprietà di La Via, che Sisifo, il consorzio di cooperative che ha gestito Mineo per quattro anni, ha installato la sua sede a Catania.
Storico grande elettore di Ncd è Paolo Ragusa, anche lui indagato con Castiglione, ex presidente del consorzio Sol Calatino, un conglomerato di cooperative della zona componente dell’associazione temporanea d’imprese che gestisce il Cara: da una parte porta voti al partito di Alfano, dall’altra aveva un ruolo fondamentale nella catena di comando all’ombra del centro di accoglienza.
È una realtà importante il Sol Calatino, considerato leader nel settore dell’accoglienza, un vero e proprio asso pigliatutto nel business dell’immigrazione che nel 2014 ha affiancato la gestione del Cara di Mineo con quella dello Sprar di Caltagirone, un punto di accoglienza da appena 25 posti, ma che vale quasi mezzo milione di euro.
Il sistema del Cara di Mineo: lavoro, voti e appalti
Per gestire Mineo, Castiglione, allora presidente della provincia di Catania costituisce un consorzio formato dai comuni del circondario: è il Calatino Terra di Accoglienza, ente attuatore del Cara fino a poche settimane fa, quando la prefettura di Catania ha commissariato tutto. Secondo gli inquirenti siciliani, gli amministratori dei comuni intorno a Mineo avrebbero orientato le assunzioni al centro, ricevendo poi in cambio un massiccio sostegno elettorale.
Dal giugno scorso la procura di Catania ha iscritto nel registro degli indagati anche Marco Aurelio Sinatra, sindaco del comune di Vizzini, e Giovanni Ferrera, direttore generale del Consorzio Calatino Terra di Accoglienza.
Il partito di Alfano è riuscito anche a prendersi la poltrona di sindaco di Mineo, eleggendo Anna Aloisi, ex collaboratrice del Cara, oggi a sua volta indagata dalla procura di Caltagirone per una presunta parentopoli tra gli assunti del centro.
Sono tutti uomini di Castiglione sul territorio, quelli che nei pressi del Cara prendono migliaia di voti, preferenze che si fanno sentire anche sul panorama nazionale.
Ed è per questo che, come dice Odevaine, “Mineo se glielo vai a leva’ quelli si arrabbiano perchè ovviamente è un meccanismo che crea non solo consenso ma crea occupazione, crea benessere: 4mila migranti che spendono 2 euro e mezzo al giorno, so’ diecimila euro al giorno”.
Da Cl a Legacoop al “favore” di Letta
Ma non ci sono solo i posti di lavoro da spartire e i voti da raccogliere in tempi di elezioni.
La gestione di Mineo infatti vale cento milioni di euro: l’ultima gara, quella bollata come illegittima dal presidente dell’Anticorruzione Raffaele Cantone, è stata bandita nel 2014, e nella commissione aggiudicatrice c’era anche Odevaine, chiamato già nel 2011 a fare da consulente al Cara per espressa volontà di Castiglione.
A vincere quella prima gara d’appalto saranno gli stessi che si aggiudicheranno tutti gli appalti successivi: una cordata a larghe intese che va dal consorzio Sisifo, iscritto a Legacoop, a la La Cascina, che si occupa della ristorazione ed è vicina a Comunione e Liberazione.
La Cascina “finanziava le campagne elettorali” dell’ex ministro Maurizio Lupi, perchè lui è vicino a CL, ha raccontato Salvatore Buzzi , considerato uno dei boss di Mafia capitale, che ha deciso a sua volta di rispondere agli interrogatori, senza aver fino ad oggi convinto i pm della sua effettiva credibilità .
“Lupi li mette in contatto con Pizzarotti, Poi c’avevano un rapporto diretto addirittura con il ministro Alfano”, aggiunge spiegando che Odevaine gli aveva anche fatto il nome di Gianni Letta. Sarebbe stato l’ex sottosegretario di Berlusconi ad attivarsi nel 2011 per fare “un favore” alla Pizzarotti di Parma, la società proprietaria delle 403 villette del residence degli Aranci, lasciate sfitte dai militari statunitensi e quindi destinate ai richiedenti asilo, al costo di 7 milioni di euro all’anno.
“Chi glielo fa questo favore?” chiede il pm. “Letta, Odevaine parlava sempre del sottosegretario Gianni Letta”.
Già nel suo primo interrogatorio, Buzzi aveva citato con fastidio il centro d’accoglienza siciliano, chiedendo agli inquirenti di spegnere il registratore: “Sul Cara di Mineo — aveva detto — salta il governo”.
Giuseppe Pipitone
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 9th, 2015 Riccardo Fucile
“INDIA AGGRESSIVA, MA NOI SIAMO DETERMINATI”: LA CORTE INIZIERA’ IL VAGLIO DELLA VICENDA
L’India ha manifestato “particolare aggressività “, ma noi “siamo estremamente determinati a far
valere le nostre ragioni” davanti al Tribunale internazionale del mare di Amburgo dove per la prima volta una corte internazionale vaglierà il caso dei due fucilieri di Marina.
A parlare all’Ansa è l’ambasciatore Francesco Azzarello, agente del governo italiano che domani esporrà in aula la posizione del nostro Paese sul caso dei due marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, detenuti in India da tre anni con l’accusa di aver ucciso due pescatori durante una missione antipirateria.
“Sarà poi l’Itlos (il Tribunale, ndr) a decidere. La delegazione indiana, nelle osservazioni sottoposte al tribunale, ha manifestato particolare aggressività . Mi auguro però — ha detto il capo della delegazione italiana — che il confronto giuridico si mantenga nei binari della correttezza e della verità . Da parte nostra, abbiamo grande rispetto per l’Itlos”.
Domani in aula Azzarello esporrà per primo il punto di vista italiano ai giudici per poi lasciare la parola al team di avvocati internazionali.
Nel pomeriggio sarà la volta dell’India. Le repliche martedì.
L’Italia chiede che Salvatore Girone possa tornare in Italia e che Massimiliano Latorre possa restarvi per tutto il tempo della durata del procedimento arbitrale che si aprirà all’Aja.
Chiede inoltre che l’India cessi di esercitare qualsiasi tipo di giurisdizione sul caso che vede i due Fucilieri di Marina accusati di aver ucciso due pescatori indiani nel 2012.
La decisione della corte sulle misure cautelari urgenti richieste dall’Italia a tutela di Latorre e Girone non arriverà prima di due-tre settimane.
“L’Italia e l’India sono paesi tradizionalmente amici” ma la vicenda che ha coinvolto i marò “ha purtroppo provocato una controversia giuridica complessa, difficile ed estremamente delicata. L’Italia ha tentato in tutti i modi, attivando canali informali e formali, di trovare una soluzione concordata con l’India. La mancata intesa ha costretto il governo ad attivare una procedura arbitrale internazionale” ha concluso l’ambasciatore Francesco Azzarello.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 9th, 2015 Riccardo Fucile
APERTURA DI FORZA ITALIA, MA LA MINORANZA PD RESISTE
Tra i senatori eletti «dai» consigli regionali (testo ddl Renzi-Boschi) e i senatori «eletti dai cittadini su base regionale in concomitanza con l’elezione dei consigli regionali» (emendamenti minoranza pd), c’è una terza via che a settembre è destinata a prendere forma con un emendamento della relatrice Anna Finocchiaro.
È un ibrido, un’«elezione semidiretta»: «Un punto di incontro a metà strada per non farsi male a vicenda», secondo una simmetria del sottosegretario Luciano Pizzetti. Un compromesso, insomma.
Che consentirebbe al governo di non arretrare su posizioni troppo remote mentre i 30-31 dissidenti dem potrebbero avanzare sì di qualche metro ma non strappare il suffragio universale per il nuovo Senato.
Tra i due estremi, elezione di secondo grado ed elezione diretta, salta fuori allora il «listino bloccato a scorrimento» che consente al cittadino di «concorrere» nella scelta dei consiglieri regionali destinati ad entrare nel nuovo Senato dei 100.
Compromesso
In pratica, quando l’elettore voterà per il consiglio regionale troverà sulla scheda i nomi già stampati dei candidati che, se eletti nell’ente territoriale, andranno a far parte del Senato.
Se il primo del «listino» non ce la fa, scatta il secondo e così via.
Fermo restando che l’ordine di partenza lo stabiliscono i segretari dei partiti.
La formula del compromesso ha molti ispiratori. La presidente Finocchiaro, il capogruppo Luigi Zanda, il sottosegretario Luciano Pizzetti e il ministro Maurizio Martina, Gaetano Quagliariello di Ncd.
Tutti nella veste di «pontieri» che non hanno mai chiuso il dialogo con la minoranza dem a patto che non fosse messa in discussione la «connessione» tra la figura del consigliere regionale e quella di senatore dell’assemblea delle autonomie territoriale.
Articolo 2
Per non correre il rischio di dover modificare l’articolo 2 del ddl Boschi-Renzi (quello che stabilisce la composizione e l’elezione del Senato), i fautori del «listino» pensano di aggirare l’ostacolo introducendo nell’articolo 10 della legge costituzionale (il procedimento legislativo) un principio secondo il quale sarà la legge ordinaria a stabilire poi come farà nel dettaglio il cittadino a «concorrere» nella scelta dei consiglieri regionali degni di varcare il portone di Palazzo Madama.
«Niente scorciatoie»
L’«elezione semidiretta», che bolle in pentola da tempo, non piace alla minoranza dem: «Sul Senato elettivo si scelga la via maestra e non inutili scorciatoie», avverte Federico Fornaro. Mentre Miguel Gotor spiega che «così i senatori saranno indicati dai segretari rafforzando la tendenza dell’Italicum che consentirà a chi vince il premio di maggioranza di eleggere anche organi di garanzia come il presidente della Repubblica e i giudici costituzionali».
Pure Nicola Morra (M5S) respinge l’elezione semidiretta.
Invece, la proposta Zanda-Finocchiaro si incastra con il lodo Quagliariello (Ncd) e non fa a cazzotti con gli emendamenti di FI e della senatrice Cinzia Bonfrisco (Progressisti riformatori). Dice l’azzurro Lucio Malan: «Siamo aperti a varie soluzioni».
Ma il nuovo lodo non spazza via il rischio di un voto sull’articolo 2 concesso in Aula che potrebbe unire la «strana maggioranza» pronta a minare la linea Boschi-Renzi.
Intanto, sono oltre 150 i dipendenti del Senato che hanno rinunciato alle ferie per occuparsi degli emendamenti. Il presidente Piero Grasso li ha ringraziati.
Dino Martirano
(da “il Corriere della Sera”)
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Agosto 9th, 2015 Riccardo Fucile
TENTATIVO DI BLINDARE IL PROVVEDIMENTO
La mossa del governo contro i 513 mila emendamenti alla riforma costituzionale è la blindatura del
provvedimento.
Quando a settembre riaprirà il Senato, si comincerà mandando un segnale alla commissione. L’intenzione di Matteo Renzi è quella di saltare l’esame nella Affari costitizionali e portare subito il testo in aula. Senza modifiche preventive.
«La strategia non cambia, non voglio che il voto slitti ancora, abbiamo già rimandato a dopo l’estate», spiega il premier ai suoi collaboratori
Gli emendamenti potranno naturalmente essere ripresentati in aula e secondo i tecnici, quelli studiati da Calderoli, dalle opposizioni e dalla minoranza Pd sono difficilmente “cangurabili” ovvero non possono essere accorpati.
Ma l’esecutivo non rinuncia, in queste settimane, a studiare un’altra blindatura quando il testo verrà esaminato dall’assemblea dei senatori.
Fatto salvo l’atteggiamento del presidente Piero Grasso e della burocazia di Palazzo Madama molto temuta a Palazzo Chigi.
Per il momento dunque Renzi segue la linea dettata dal ministro delle Riforme Maria Elena Boschi, contraria a qualsiasi modifica e alla trattativa con i dissidenti.
La Boschi rifiuta anche il possibile compromesso su un listino di consiglieri-senatori da contrapporre al Senato elettivo predicato dagli oppositori.
«È una forma di elezione diretta — spiega il ministro — e va per forza inserita nella Costituzione, non si può rinviare a un’altra legge».
Il no è secco e del resto il livello di scontro ormai non prevede scorciatoie.
La via di fuga del listino infatti viene respinta anche dai ribelli.
«Sul tema del Senato elettivo si scelga la via maestra. Noi chiediamo che sia previsto in Costituzione che il Senato venga eletto dai cittadini», sentenzia il senatore Pd Federico Fornaro, uno dei più attivi tra i 28 colleghi che hanno firmato gli emendamenti dei democratici.
La pattuglia dei dissidenti toglie alla maggioranza e a Renzi i voti necessari ad approvare la riforma.
Il premier continua a essere convinto che non arriveranno al traguardo con gli stessi numeri e la stessa determinazione.
«L’altra volta erano anche di più, più di 30, e sono rimasti in pochi alla fine», è la sicurezza mostrata dai renziani.
Però gli ostacoli non mancano: il patto con Berlusconi saltato e solo in parte recuperato sulla Rai, la maggioranza sulla carta a favore del Senato elettivo, le prime parole di Grasso che giudica riformabile l’articolo 2 della riforma perchè non conforme nei precedenti passaggi parlamentari.
Ed è proprio l’articolo 2 quello su cui si combatte la battaglia del Senato elettivo.
Davanti alla prospettiva di un autunno pieno di appuntamenti, a cominciare dalla legge di stabilità e dal taglio delle tasse, a Palazzo Chigi escludono comunque un rinvio della riforma.
L’ipotesi finora non è mai stata presa in considerazione perchè il mantra renziano rimane uguale: «Abbiamo i numeri, li abbiamo sempre avuti e li avremo ancora».
Ma lo slittamento «è un’ipotesi che non mi sento di escludere», dice l’altro senatore dissidente Miguel Gotor.
«Mi sembra verosimile che il processo riformatore accompagni la durata della legislatura », aggiunge.
Questo significa che la minoranza vuole rimandare la resa dei conti e si accontenta di indebolire Renzi, allontanando un traguardo che il segretario ha fissato da tempo.
La sinistra pd è, anzi, sicura di avere oggi la carta vincente in mano.
«Di fatto — spiega un bersaniano — lui sta già adottando questa tattica dilatoria senza dirlo: la Camera aveva licenziato la riforma a marzo. Se avesse voluto avrebbero potuto portarla al Senato ad aprile. Invece…».
Dice anche Alfredo D’Attorre: «Se non si trova una soluzione condivisa a settemebre, il tempo può essere una risorsa per il presidente del consiglio».
Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica”)
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Agosto 9th, 2015 Riccardo Fucile
“NON E’ VERO CHE AVREMO UNA SEMPLIFICAZIONE, CI SARA’ UN CONFLITTO AL GIORNO TRA LE DUE CAMERE”
“Questa riforma? È un gran caos, un pasticcio da non credere”.
Inizia così la telefonata con Gianluigi Pellegrino, avvocato amministrativista.
Non prosegue molto meglio: “Anche se a vedere uno come Calderoli — padre del Porcellum — che presenta migliaia di emendamenti si sarebbe tentati di votarla. E pure a guardare quello che sta combinando la sinistra del Pd. Non dimentichiamo che la riforma è a questo stadio — terminale, direi — perchè la minoranza del Partito democratico l’ha votata. E uno si domanda: perchè l’hanno fatto e adesso sono contro?
Perchè allora anche la sinistra Pd negoziava… con Renzi.
E a noi— che all’epoca dicevamo: attenzione è una grande schifezza! — loro rispondevano ‘tanto poi la cambieremo’. Ma ‘poi’, quando? Oggi Renzi ha gioco facile quando dice: ‘perchè dovrebbe essere cambiata una riforma costituzionale che ha già avuto una lettura doppia conforme?’”.
Entriamo nel merito. L’elettività è il punto più dibattuto: i sostenitori del nuovo Senato, composto da sindaci e consiglieri regionali, invocano l’esempio dei Là¤nder tedeschi, che esercitano la potestà legislativa. Che ne pensa?
È costituzionalmente criminale attribuire alle Regioni italiane la possibilità di costituire uno dei due rami del Parlamento. I Là¤nder sono la conferma dell’errore: rappresentano una cultura e una tradizione che ha fatto nascere popoli e sensibilità regionali. Laselezione della classe politica locale lì è anche migliore di quella nazionale. Cosa che, certo, non si può dire alle nostre latitudini: in Italia il disegno regionalista è tragicamente fallito. Le Regioni sono diventate centri di potere e di irresponsabilità politica. Se lei domanda al cittadino di un piccolo Comune chi è il suo sindaco, lui le risponderà che lo conosce. E così se domanda chi è il premier. Ma se chiede chi è l’assessore all’urbanistica della sua Regione, difficilmente saprà risponderle. Questo per dire che i membri delle Giunte regionali hanno molto potere senza dover rispondere agli elettori del loro operato. Il risultato sono i Fiorito, le decine e decine diconsiglieriregionalisotto inchiesta: i centri di potere senza controllo diventano centri di malaffare.
Ora, se la riforma va in porto, questi signori diventeranno la nostra Camera alta.
Come spiegò benissimo Gustavo Zagrebelsky, mentre i Là¤nder tedeschi sono realtà che nascono dal basso e sono quindi la proiezione alta dei popoli regionali, qui per il fallimento del regionalismo, la classe politica locale costituisce il riflesso degradato di quella nazionale. Abbiamo dunque una politica nazionale che degrada in politica regionale e una politica regionale che, con un ulteriore rilancio verso il basso, forma la politica nazionale. Altro che Camera alta.
Dicono: così si snellisce l’attività legislativa.
Ma la riforma non persegue affatto quest’obiettivo! La riforma prevede dodici procedimenti diversi per la formazione delle leggi, in base alle materie. Vogliamo riformare il Titolo V della Carta per via dei conflitti di attribuzione tra Stato e Regioni,oracisarà unconflitto al giorno tra Camera e Senato sulla scelta del procedimento legislativo. Se avessimo voluto perseguire la semplificazione normativa, allora avremmo dovuto avere il coraggio di scegliere un vero monocameralismo, ovviamente prevedendo adeguati contrappesi e bilanciamenti. Invece stanno facendo questa guerra interna al Pd — tutta autoreferenziale — per passare da un bicameralismo che almeno è collaudato a un bicameralismo diffus
I nuovi senatori faranno due lavori part-time. In più c’è il tema della durata dei consigli regionali.
Nasceranno tantissimi problemi. Questo Senato che riflette le vicissitudini delle Regioni, sarà una porta girevole continuamente in funzione. Praticamente un albergo a ore, in base alle singole vicende dei ‘senatori’o alle vicende dei Consigli Regionali, le cui elezioni, peraltro, vengono spesso annullate o contestate.
Previsioni?
C’è da augurarsi che il progetto muoia. Bene che vada ci sarà un grave peggioramento della situazione istituzionale. Più che un rischio autoritario, io vedo un rischio confusionario: c’è un pressappochismo terribile in questa riforma. È vero che il meglio è nemico del bene, ma è anche vero che al peggio non c’è mai fine.
Silvia Truzzi
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 9th, 2015 Riccardo Fucile
ARRETRATI PER 20.000 EURO: 34 EX DEPUTATI NON HANNO SALDATO IL CONTO
Sono 34 gli ex onorevoli messi sotto osservazione dal servizio per la gestione amministrativa della
Camera.
Il motivo? Lo spiega Giuseppe Alberto Falci su Repubblica
Nella scorsa legislatura hanno lasciato un debito nei confronti del famoso bar di Montecitorio (la buvette, ndr).
Gli importi per ciascun parlamentare oscillano dai 300 agli 800 euro. E secondo i calcoli degli uffici l’ammontare del passivo sfiora la cifra di 20 mila euro
La domanda che ci si pone dunque: come è possibile, visto che – spiega sempre Falci su Repubblica – ogni deputato è munito di una recharge card, una tessera ricaricabile per pagare alcuni dei servizi della Camera.
La spiegazione è che su questa card è possibile registrare un rosso
I deputati infatti sono autorizzati a segnalare il numero della tessera e attivare una sorta di pagherò.
Alcuni di quelli che hanno lasciato lo scranno nel 2013 si sono dimenticati di saldare il conto finale.
E gli scontrini si sono accumulati fino a raggiungere la cifra di ventimila euro circa
E dunque chi pagherà ?
Per ora le card sono state annullate, poi la palla passerà in mano all’amministrazione di Montecitorio.
Intanto alcuni degli ex deputati in questione si dicono pronti a saldare i debiti: “Se c’è qualcosa di pregresso – spiega a Repubblica l’ex deputato verde Paolo Cento – sono pronto a farlo”.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 8th, 2015 Riccardo Fucile
PUGLIA: BUSTE PAGA FALSE, BRACCIANTI AMMASSATI NELLE BARACCHE… E I CAPORALI SI ARRICCHISCONO
Trentasette gradi. Il sole brucia l’asfalto, la terra rossa del Salento e le sue lunghe file di ulivi. Nardò, provincia di Lecce, è una delle capitali del lavoro nero.
Un bacino inesauribile di schiavi contemporanei.
L’estate salentina non appartiene solo ai turisti. Le notti sono dei caporali.
Escono all’alba, riempiono le loro auto come scatole di sardine e portano i braccianti nei campi, dove raccolgono le angurie e i pomodori che finiscono nei supermercati, nelle industrie di trasformazione e sulle tavole italiane.
Nove, dieci, dodici ore di lavoro per una manciata di monete.
Tre euro e mezzo per riempire una cassetta da tre quintali.
Yvan e il primo sciopero dei migranti di Nardò
Yvan Sagnet cammina sul confine della vecchia masseria Boncuri. È nato a Douala, in Camerun, trent’anni fa. Ama l’Italia dai mondiali del ’90, quelli in cui i “leoni indomabili” di Roger Milla e Oman Biyik fecero impazzire di gioia tutto il continente.
Ha attraversato il mare per studiare a Torino, quando ha perso la borsa di studio si è trovato a raccogliere pomodori a Nardò. Era il 2011.
Yvan, africano colto e cresciuto in una famiglia benestante, non sopportava le ingiustizie colossali, spudorate nei confronti dei lavoratori dei campi.
La masseria Boncuri, quell’anno, era un suq di tende e baracche. Si trasformò nel quartier generale di un inedito sciopero dei braccianti.
Yvan era il portavoce della protesta. Giornate esaltanti: gli schiavi alzavano la testa, parlavano di diritti, guardavano negli occhi gli sfruttatori.
Dopo pochi mesi fu introdotto il “reato di caporalato” e l’inchiesta “Sabr” portò all’arresto di 16 persone: 9 padroni dei campi, italiani, e 7 caporali africani.
I processi sono in corso.
Dopo un anno è tornato tutto come prima. Oggi la macchina del lavoro nero è florida e forte come non mai. La masseria Boncuri ha chiuso, è deserta.
“Non c’è più nulla — sussurra Sagnet — Hanno cancellato il simbolo di quel movimento. Si vede che avevano paura che qualcosa cambiasse davvero. La filiera agricola si arricchisce sul nostro sangue, questa economia è fondata sulla schiavitù. Allo Stato sta bene così: nei processi contro gli sfruttatori, il comune di Nardò non si è costituito parte civile. Per il sindaco danneggiamo l’immagine della città ”.
La vittoria degli schiavisti
Rispetto al 2011 la situazione è persino peggiorata. I braccianti si sono spostati di cento metri. Nel campo autorizzato del comune ci sono appena 17 tende blu e sei bagni chimici. In ogni tenda dormono quattro persone. Fuori due ragazzi africani si riposano sotto l’ombra delle palme, su un materasso lacero.
Abraham viene da Dakar, Senegal. È in Italia dal 1995. Lavorava a Lecco, all’Electro Adda: “Mi hanno mandato via quando hanno spostato il lavoro in Polonia. Ora seguo le colture e mi muovo con le stagioni. L’estate si fa il pomodoro a Nardò. Tra un paio di settimane mi sposto verso Foggia. Che ci faccio qui a farmi sfruttare? Dammi 2 mila euro e torno subito a casa”.
Il grosso dell’esercito industriale di riserva di Nardò dorme tra gli ulivi, in un grande campo lungo la strada .
In una ex falegnameria — e nei suoi dintorni — vivono in 150: soprattutto tunisini e sudanesi; senegalesi, burkinabè, gambiani.
La struttura — sotto costante minaccia di sfratto — sembra sul punto di venire giù. I muri squarciati, la terrazza col balcone rotto. I materassi sono gettati ovunque.
Qui Yvan da solo non potrebbe entrare. I caporali lo conoscono bene. Ha subito aggressioni e minacce di morte.
Sagnet dopo la protesta non è andato via. Lavora con la Flai Cgil. Qui è quasi un reietto: i braccianti sono dalla parte dei loro sfruttatori. Sembra un paradosso, ma è naturale: sono i caporali che decidono chi lavora e chi no. Controllano tutto. Gestiscono le cucine e i “ristoranti” del campo. Sfruttano un gruppo di prostitute nigeriane.
Da qui, martedì mattina, è partita la salma di Mohamed, il bracciante ammazzato dalla fatica e dal caldo nelle campagne di Nardò il 21 luglio.
Il suo corpo è tornato in Sudan, dopo una battaglia diplomatica e una colletta per pagare le spese (a cui hanno contribuito sindacato e Regione).
Quando sua moglie è venuta a vedere ha avuto un brivido: “Neanche gli animali vengono trattati così. Qui non c’è posto per l’umanità .”
Le donne invisibili di Francavilla
Saliamo la costa, cambiamo provincia. Le braccianti del brindisino sono soprattutto donne, quasi tutte italiane.
A Francavilla, di notte, scivolano via come fantasmi. Si riuniscono in silenzio sotto la luce dei lampioni. I primi camioncini passano a prenderle verso le due e mezza.
In mezzo c’è un donnone che si sbraccia e smista la manodopera tra i pullman. È la “fattora”, fa parte pure lei della squadra del caporale.
Il viaggio può durare anche due ore: bisogna raggiungere i campi del barese e del metapontino. Il caporale trattiene soldi per il trasporto , per l’acqua, per un panino.
Per qualsiasi cosa: dopo 10 ore nelle vigne, da una busta paga fasulla di 50 euro al giorno, le schiave ne portano a casa meno di 30.
Ecco i “contratti” con cui i proprietari dei campi si mettono la coscienza a posto. Trenta euro è il prezzo di mercato della vita di Paola, 49 anni, morta il 13 luglio in un’azienda agricola di Andria , qualche giorno prima di Mohamed a Nardò.
Per quella stessa cifra si fa sfruttare un esercito di 12 mila donne solo nella provincia di Brindisi — spiega Michela Almiento, segretaria confederale della Cgil nel capoluogo.
Le braccianti brindisine non vogliono parlare. L’unica che accetta di farlo si chiama Piera. “Massimo 35 euro per sette, otto o nove ore di fatica. Ne vale la pena? No. Ma se non lavoro io, lo fa un’altra e altre scelte non ne ho. Mia figlia? È per lei che lo faccio, ma non riesco a vederla quasi mai. Mio marito non può chiedermi di smettere, sa che abbiamo bisogno di quei soldi”.
Il lager-dormitorio di Brindisi
Anche a Brindisi c’è un ghetto “nero”. Era un macello, ora è un dormitorio di proprietà del Comune, affidato a una cooperativa.
Ci potrebbero stare in 80, sono circa 200. Dormono ammassati ovunque. Per terra, su stuoie improvvisate di cartone o di stracci.
Sui materassi laceri, gettati in ogni pertugio nei cubicoli, separati da file di panni e vestiti. Le pareti e il pavimento erano bianche, sono annerite, lerce. I bagni alla turca non sono più di una dozzina, le docce ancora meno.
Il percorso che porta alle latrine è segnalato da una lunga scia gialla sulle piastrelle. Duecento persone compresse in una struttura abbandonata sulla strada provinciale per San Vito, non lontana dal centro di Brindisi.
Un altro serbatoio di braccia da sfruttare quasi gratis per le fortune degli imprenditori locali.
Il grande ghetto di Rignano Garganico
Yvan ci porta ancora a nord, verso Foggia. La città dell’oro rosso, prima in Italia per produzione di pomodoro: in questi campi ogni anno se ne raccolgono circa 800 mila tonnellate.
A meno di dieci chilometri c’è il ghetto di Rignano Garganico. Chi ci vive lo chiama le grand ghetto. D’estate, nei giorni più intensi della raccolta, ci vivono tra le 1.500 e le 2.000 persone: una città rimossa da tutte le cartine geografiche.
Sono tutti braccianti africani, da Mali, Gambia, Senegal e Burkina Faso.
Il ghetto sorge su tre diverse proprietà terriere: per “costruirci” sopra le baracche si paga un affitto stagionale.
Non è comparso all’improvviso: è qui da oltre 15 anni e ogni estate diventa più grande.
Il confine è segnato da una discarica a cielo aperto, si supera una vecchia masseria cadente occupata dai caporali, poi iniziano le file di baracche.
Decine e decine di case di cartone, coperte da teli di plastica. Il vento alza la polvere e la distribuisce ovunque.
I bagni sono buche nel terreno, separate a in un metro quadro da pareti improvvisate.
Tommaso Rodano
(da “Il Fatto Quotidiano“)
argomento: denuncia | Commenta »