Novembre 26th, 2015 Riccardo Fucile
DON MAURO MILANI: “LE GRAVI MANCANZE DI FRANCIA E ONU”
“Il viaggio di papa Francesco a Bangui mette in allerta la Francia e l’Occidente non tanto
per il pericolo terrorismo, quanto perchè la sua visita metterà in luce le gravissime mancanze del governo di Parigi e dell’Onu in Repubblica Centrafricana”.
Don Mauro Milani oggi è un parroco della campagna trevigiana in una piccola frazione di Loria (Treviso) ma dal 2007 e fino ai primi giorni di novembre era missionario proprio nella terra che il Pontefice toccherà il 29 e 30 novembre al termine del suo itinerario africano.
Giusto a Bangui, la capitale della tormentatissima Repubblica Centrafricana, Bergoglio anticiperà l’inaugurazione del Giubileo e l’apertura della Porta Santa.
Un segnale fortissimo per i fedeli dell’Africa, che tuttavia ha gettato nel panico i servizi di sicurezza a una manciata di giorni dai terribili attacchi dell’Isis in Francia, Egitto, Libano e Mali.
Simbolicamente, papa Francesco ha voluto che nelle tappe di Bangui fosse annoverata anche una visita alla moschea, certamente un incoraggiamento alla pace in un Paese dilaniato anche da una guerra civile promossa dalle fazioni cristiane (antibalaka) e musulmane (seleka) che ciclicamente compiono violenze contro la popolazione con saccheggi, stupri, incendi, esecuzioni sommarie.
Una situazione a spirale che non conosce tregua da quando nel 2013 il presidente Francois Bozizè è stato cacciato dai ribelli di Djotodià , a sua volta invitato a lasciare il potere dalla comunità internazionale – Francia in primis – che con la mediazione dei leader africani confinanti ha eletto, per così dire, una donna come nuova presidente della Repubblica, Catherine Samba-Panza.
Ma la presenza delle forze di pace dell’Onu, con la missione Minusca, e quella di un migliaio di soldati francesi per don Milani “è praticamente inutile perchè non garantisce in alcun modo la protezione della popolazione dalle violenze e ormai gli abitanti del Centrafrica vedono nei soldati stranieri dei nemici”.
Ora sono proprio gli 007 francesi ad aver sconsigliato al Pontefice di mettere piede a Bangui, paventando un attentato jihadista.
E il primo colpo d’occhio che toccherà a Bergoglio non appena atterrerà in città è l’enorme campo di sfollati che sono fuggiti dai quartieri ormai invivibili della capitale e ora si sono stabiliti a ridosso dell’aeroporto.
Ma la realtà è molto differente, dice il sacerdote all’HuffPost: “La gente del Centrafrica è felicissima della visita del papa e lo sono anche i musulmani, perchè tutti vogliono che la situazione migliori, ma è proprio l’inettitudine della Francia e dell’Onu a impedire la normalizzazione del Paese. Lo scopo della Minusca è soprattutto il disarmo dei gruppi armati musulmani e cristiani, ma questo non sta avvenendo. Perchè? Penso che nessuno in Occidente abbia voglia di scoperchiare questa verità e cioè che le guerre religiose non sono altro che guerre economiche manovrate dall’esterno”.
La situazione è stata denunciata recentemente anche dalla Chiesa della Repubblica Centrafricana.
L’arcivescovo di Bangui, Dieudonnè Nzapalainga, si è rivolto ufficialmente al comando della Minusca e al governo di Samba-Panza per chiedere conto dell’inettitudine dei militari internazionali che semplicemente non intervengono quando è necessario, specialmente per mettere al sicuro i quartieri più a rischio della capitale e l’unica strada che collega Bangui con il porto camerunense di Douala dal quale dovrebbero arrivare i prodotti commerciali e le materie prime: una arteria preziosissima eppure lasciata in mano ai predoni che impediscono ai convogli di arrivare a destinazione.
Don Mauro è arrivato in Centrafrica nel 2007, destinato a una missione nella parrocchia di Safà , nella regione meridionale ai confini con il Congo Brazzaville.
Qui ha visto “le conseguenze secondarie di questa totale mancanza di sicurezza”: “Nessuno costruisce le strade, la sanità è allo sfascio, non ci sono medici e la popolazione è completamente abbandonata a se stessa: se un edificio va a fuoco o accade un omicidio la polizia e le forze militari rimangono inerti”.
Nelle ultime settimane la situazione è peggiorata, se possibile: a Bangui sono stati uccisi alcuni membri di una delegazione della Seleka, ex coalizione ribelle al potere tra il 2013 e il 2014. Gruppi di uomini armati si sono spostati dal Pk5, quartiere off-limits a maggioranza musulmana, commettendo violenze sui civili nei quartieri circostanti.
Una condizione disperante che ormai per molti fa comodo a coloro che intendono saccheggiare la Repubblica Centrafricana dei suoi beni più preziosi: diamanti, legname, petrolio.
“La Francia, la Cina e nel complesso le multinazionali molto probabilmente preferiscono un paese insicuro e debole, non indipendente nei fatti, in balìa di forze straniere alle quali naturalmente non interessa il benessere della gente locale”, è l’estrema accusa dell’ormai ex missionario, costretto a tornare in Italia poichè la diocesi di Mbaiki dove operava si trova a corto di sacerdoti.
Nella missione di Safà don Mauro ha lasciato 4 scuole elementari, costruite proprio durante gli anni della missione, un liceo e un centro maternità . Tutto ora è gestito dalle suore “Figlie della carità di San Vincenzo”.
“E’ la periferia del mondo della quale parla sempre papa Francesco. Con questa sua volontà di accendere un faro in uno dei luoghi più difficili del pianeta ancora una volta rompe le uova nel paniere degli interessi economici e politici”, conclude don Milani, “non mi sorprende che lo abbiano sconsigliato: nessuno potrebbe rimanere indifferente se scoprisse quello che accade nella Repubblica centrafricana, anche per la responsabilità dell’Occidente”.
(da “Huffingtonpost“)
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Novembre 26th, 2015 Riccardo Fucile
DOMENICA E LUNEDI’ LE GIORNATE A RISCHIO
Il Papa non ha perso il buonumore prima del suo viaggio in Centrafrica, ritenuto non privo di pericoli per la sua sicurezza personale.
Tanta era la sua voglia di partire che il Pontefice ha affermato che sarebbe andato anche col paracadute.
Bergoglio ha infatti scherzato con il comandante dell’aereo Alitalia che prima del volo da Roma a Nairobi, “gli ha promesso – riporta l’Osservatore Romano – che avrebbero fatto di tutto per consentirgli anche la tappa centrafricana del viaggio”.
Il Papa gli ha risposto: “Io voglio andare in Centrafrica, se non ci riuscite, datemi un paracadute!”.
Pochi giorni prima del viaggio del Pontefice, i servizi di sicurezza francesi hanno inviato diversi ‘alert’ alla Segreteria di Stato vaticana segnalando il pericolo concreto di azioni terroristiche nei giorni del viaggio apostolico del Papa nella Repubblica Centrafricana.
Un Paese, hanno detto, “altamente insicuro sotto il profilo della sicurezza”, con il rischio “non irrilevante” che possa verificarsi un attentato in occasione delle cerimonie in programma, in particolare quella del 29 novembre a Bangui che prevede l’apertura del Giubileo per l’Africa
Il programma della visita di Papa Francesco in Repubblica Centrafricana.
Alle 11 di domenica il Pontefice farà visita alla presidente di transizione Catherine Samba-Panza, poi incontrerà il corpo diplomatico e la classe dirigente a cui il Papa, per la prima volta da quando è stato eletto, rivolgerà un discorso in francese.
Poco dopo mezzogiorno la visita a uno dei campi profughi in cui si sono rifugiate le persone in fuga dagli scontri che insanguinano l’ex colonia francese.
Alle 13 incontro con i vescovi, alle 16 con le comunità evangeliche, alle 17 messa con sacerdoti, religiosi e seminaristi.
E’ in questa occasione che il Papa aprirà la Porta Santa della cattedrale di Bangui con un anticipo di avvio del Giubileo della Misericordia.
Alle 19 il Papa confesserà alcuni giovani e parteciperà a una veglia di preghiera. Lunedì 30 novembre, ultimo giorno del viaggio se il programma verrà rispettato fino all’ultimo, Francesco inconterà la comunità musulmana nella moschea centrale di Koudoukou a Bangui, incontro tanto più significativo vista la motivazione religiosa spesso addotta agli scontri in corso nel paese.
Alle 9.30 messa nello stadio del complesso sportivo Barthèlèmy Boganda, quindi la cerimonia di congedo e rientro a Roma Ciampino alle 18.45.
(da agenzie)
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Novembre 26th, 2015 Riccardo Fucile
ELEZIONI MILANO: LA GHISLERI SMONTA LA CANDIDATURA DEL GIORNALISTA, PERSINO LA SANTANCHE’ VA MEGLIO DI LUI
A fronte di un mezzo passo indietro di Giuseppe Sala, che dice di non voler decidere sulla
sua candidatura a sindaco di Milano per il Pd fino al 31 dicembre. ecco un mezzo passo avanti dell’avvocato divorzista Annamaria Bernardini De Pace che sul fronte opposto, quello del centrodestra, annuncia la sua disponibilità a una discesa in campo che piace a Silvio Berlusconi e che sarebbe alternativa a quella di Alessandro Sallusti, secondo indiscrezioni già bocciato dai primi sondaggi.
La via milanese verso le amministrative della prossima primavera potrebbe avvicinarsi a una svolta inattesa, dopo le parole di apprezzamento dell’ex Cavaliere sul direttore del Giornale (“un candidato strepitoso”).
Nonostante Berlusconi e il leader leghista Matteo Salvini avessero già trovato l’accordo su Sallusti come candidato del centrodestra, la corsa del direttore del Giornale deve già rialzarsi dai primi inciampi.
Qualche malumore in Forza Italia e nella base della Lega, seguiti dalle indiscrezioni delle pagine locali di Repubblica sul sondaggio commissionato ad Alessandra Ghisleri, storica sondaggista di Arcore: Sallusti non solo non sfonderebbe, ma farebbe pure peggio della compagna Daniela Santanchè.
Così Anna Bernardini De Pace, il cui nome era nella rosa dei papabili già da qualche giorno, inizia a sciogliere le sue riserve.
E a dare per possibile la propria disponibilità : “La proposta lusinghiera mi è arrivata da più parti. Decido alla fine della prossima settimana”.
Difficile sia inserita nella lista di un partito, più facile in una lista civica legata al centrodestra.
Ecco la prima stoccata al quasi rivale interno Sallusti: “Lui lo preferirei per una lunga conversazione polemica — dice in radio a Un giorno da pecora -. Per una cena non
polemica ma di interesse, con uno più carino sceglierei Sala”.
Luigi Franco
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 26th, 2015 Riccardo Fucile
DOPO LE PAROLE VERGOGNOSE IN CUI SI AUGURAVA LA SUA MORTE, INVECE DI TOGLIERE IL DISTURBO HA ANCORA IL CORAGGIO DI PARLARE
Ora il vescovo di Ferrara chiede un incontro al Papa. Un faccia a faccia che il capo della Diocesi emiliana vuole dopo il racconto del Fatto Quotidiano sulla frase che alcuni testimoni hanno sentito uscire dalla bocca di monsignor Luigi Negri: “Speriamo che con Bergoglio la Madonna faccia il miracolo come aveva fatto con l’altro”.
Una reazione alle nomine di Papa Francesco dei vescovi di Bologna e Palermo, due preti di strada come Matteo Zuppi e Corrado Lorefice.
“Anche sollecitato dalle recenti gravi affermazioni attribuitemi sulla stampa — scrive Negri in un messaggio ai fedeli della sua arcidiocesi — ho chiesto al Santo Padre di potere avere un incontro filiale con lui, in cui poter aprire il mio cuore di pastore al suo cuore di Padre universale”.
“Se a causa di quanto è accaduto — aggiunge il monsignor — si fosse determinato uno scandalo, soprattutto nei più deboli, ne chiederemo perdono tutti”. E a Francesco rinnova “totale obbedienza”.
Il prelato aggiunge che “fin dagli anni della prima giovinezza vivere il legame con il Santo Padre è stato un riferimento ineludibile e fonte di vita nuova. Senza il costante riferimento al Papa non esiste per nessuno, vescovi compresi, la possibilità di essere veramente cristiani nel mondo. Lo dimostra il mio pensiero sulla Chiesa e sul Papa nelle decine di comunicati, negli atti di magistero e nelle numerose opere pubblicate. Sento quindi il dovere di coscienza di rinnovare, davanti a voi che siete il mio popolo, la certezza della mia fede in Cristo e della mia totale obbedienza al Papa”.
Negri dice quindi di sentire “il dovere di coscienza di rinnovare, davanti a voi che siete il mio popolo, la certezza della mia fede in Cristo e della mia totale obbedienza al Papa”.
E quindi ha chiesto di vedere il Papa perchè — nell’incremento della comunione reciproca e rimettendomi al suo consiglio, che per me è l’unico legittimo — possa camminare spedito verso il compimento della fede”.
L’incontro “che spero che il Santo Padre vorrà concedermi, lo considero come il gesto di inizio del pellegrinaggio della nostra Chiesa particolare a Pietro, nell’anno straordinario della Misericordia“.
Se a causa di quanto è accaduto, scrive ancora il vescovo “si fosse determinato uno scandalo, soprattutto nei più deboli, ne chiederemo perdono tutti. Questa è la mia professione di fede, di obbedienza e di Verità . Tale la sento davanti a voi e al nostro comune Signore e la professo con sicurezza assoluta perchè, come diceva Alessandro Manzoni, ‘Dio non turba mai la gioia dei suoi figli se non per prepararne loro una più certa e più grande’”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 26th, 2015 Riccardo Fucile
“E’ UN GALLEGGIATORE, RENZI SARA’ CONTENTO”
“Mario Calabresi a Repubblica è perfetto”. Parola di Vittorio Feltri, secondo cui il
presidente del Consiglio Matteo Renzi sarà ben contento della nuova direzione del quotidiano, dopo 20 anni di guida di Ezio Mauro.
Un giudizio a cui aggiunge la considerazione : “È l’orfano d’Italia che fin da ragazzo riuscì a lavorare nel giornale che si era schierato senza riserve e senza remore contro il padre. Quanto a capacità di galleggiamento, in confronto a lui un sughero diventa un sasso”
Feltri considera positiva per Matteo Renzi la scelta caduta su Mario Calabresi.
“Credo che Calabresi cercherà di toccare molto poco per i primi tempi, poi di sicuro metterà del suo, qualche tocco di buonismo, di ottimismo. Parliamo di un buon interprete del politicamente corretto, bravissimo nel prevedere tutto ciò che è prevedibile. È probabile che Repubblica tenderà a perdere gradualmente la sua coloratura storica, passando dal rosso mattone al rosa Renzi. Di sicuro si stempererà l’anti-renzismo, che peraltro sotto la direzione Mauro è sempre stato piuttosto episodico, mai perfido. Se a La Stampa arriverà Aldo Cazzullo, Renzi il vero affare lo farà lì”.
Feltri avrebbe rifiutato una proposta di dirigere La Repubblica.
“Avrei detto di no, sia pure a malincuore. Mi sarebbe piaciuto molto, ma sarei stato consapevole che avrei perso un sacco di copie. Sono associato da sempre all’area di centrodestra, anche più di quanto non lo sia realmente”.
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Novembre 26th, 2015 Riccardo Fucile
RICERCA OCSE: POCHI STUDENTI, REDDITI SEMPRE BASSI, DOCENTI PIU’ ANZIANI E MENO PAGATI
Solo il Lussemburgo riesce a fare peggio dell’Italia nella spesa per l’istruzione terziaria nei paesi Ocse.
Ma il paese che sarebbe «uscito dalla crisi» riesce a gareggiare in una drammatica corsa al ribasso testa a testa con il Brasile e l’Indonesia.
Il rapporto Education at a glance 2015, presentato a Roma al Miur, offre un dato fermo al 2012 ma ancora valido per descrivere lo stato comatoso dell’università ottenuto, programmaticamente, dai tagli Gelmini-Tremonti al fondo per gli atenei. Allora il finanziamento rappresentava lo 0.9% del Pil, con un leggero aumento rispetto allo 0,8% del 2000. Canada, Cile, Corea, Danimarca, Finlandia, Stati Uniti sono al 2%.
La distanza, enorme, esiste ancora oggi e ha provocato effetti a cascata sulla ricerca, su laureati e diplomati e la loro speranza di trovare un lavoro con un reddito dignitoso, sui docenti.
L’Ocse sostiene che il drastico taglio delle risorse abbia scoraggiato i diplomati a iscriversi all’università ; ha fortemente attenuato l’idea che l’istruzione serva a trovare un lavoro qualificato visto che i titoli di studio oggi non coincidono con l’acquisizione di competenze durevoli. In un mercato del lavoro arretrato, tecnologicamente e dal punto di vista delle tutele, il corto-circuito è diventato esplosivo.
Nel corso degli anni l’abbandono dell’università ha peggiorato la già scarsa domanda di lavoratori con qualifiche terziarie.
Sfiducia totale dello Stato
Uno Stato che attacca l’istruzione superiore manda alla popolazione un segnale di sfiducia totale: «solleva interrogativi sulla qualità dell’apprendimento nell’istruzione terziaria» commenta l’Ocse.
Il crollo delle immatricolazioni, registrato negli anni della grande crisi, sarebbe stato provocato dall’idea che una formazione universitaria porta pochi, o nulli, miglioramenti alla propria condizione socio-professionale.
In una situazione dove i giovani Neet che non studiano nè lavorano sono il 41%, percentuale seconda solo a Grecia e Spagna, mentre il tasso di occupazione giovanile crolla dal 32% al 23% e i laureati occupati sono calati di cinque punti percentuali tra il 2010 e il 2014 (oggi sono il 62%) «la prospettiva di proseguire gli studi è raramente considerata come un investimento che potrebbe migliorare le loro opportunità di successo sul mercato del lavoro».
Tutto questo accade mentre aumenta la fuga all’estero degli studenti (record di 46 mila) e l’università attrae pochissimi studenti stranieri: 16 mila.
In questo dato c’è il trucco, commenta l’Ocse. In Italia si contano gli immigrati permanenti e non solo chi si è trasferito per studiare come accade altrove.
Una società che nega una possibilità alla formazione e alla ricerca produce un contraccolpo sui saperi acquisiti.
Non potendoli applicare o estendere sul lavoro, o metterli all’opera in relazioni sociali complesse, tali saperi si perdono.
Negli studi Ocse sulle competenze degli adulti (25—34 anni) titolari di un diploma universitario l’Italia, con la Spagna e l’Irlanda, ha registrato il punteggio più basso in termini di lettura e comprensione nell’istruzione terziaria).
Dopo la stagnazione, si torna indietro.
Queste sono le conseguenze macro-economiche della guerra contro l’intelligenza condotta dai «governi del disastro Berlusconi-Monti-Letta» (la definizione è di Luciano Gallino che aggiungeva anche quello di Renzi): l’Italia è stato l’unico paese Ocse a tagliare di 8,4 miliardi di euro il fondo per la scuola e di 1,1 miliardi quello per l’università negli anni della crisi iniziata nel 2008. E a non avere avuto il coraggio di fare marcia indietro.
Ieri la propaganda di regime si è soffermata su un dato: i laureati magistrali (o equivalenti) sono il 20% in Italia contro la media del 17%.
Peccato che nessuno abbia letto quanto scrive l’Ocse dopo: solo il 42% dei giovani si iscriverà ai programmi d’istruzione terziaria.
Siamo terzultimi, con Lussemburgo e Messico. Il 34% dei giovani dovrebbe conseguire un diploma d’istruzione terziaria, rispetto a una media del 50%.
La maggior parte dei laureati lascia gli studi dopo aver ottenuto un titolo di secondo livello.
È vero che in media, in Italia come altrove, i laureati hanno redditi da lavoro più alti, ma si parla sempre di redditi bassi: 143% rispetto alla media Ocse del 160%.
Tutto questo avviene in un paese con il corpo docente più vecchio e meno pagato del mondo.
Nel 2013, il 57% degli insegnanti della scuola primaria, il 73% degli insegnanti della scuola secondaria superiore e il 51% dei docenti dell’istruzione terziaria avevano compiuto 50 anni. Queste persone guadagnavano in media due terzi del salario medio dei lavoratori con qualifiche comparabili.
Spot, più che visione
«È evidente che ci troviamo in un paese che non è in grado di valorizzare lavoratori con una formazione elevata» sostiene Jacopo Dionisio, coordinatore nazionale dell’Unione degli Universitari (Udu), che analizza anche gli auspici del governo legati all’ ever green sui percorsi professionalizzanti al termine dell’istruzione secondaria. «È da più di 10 anni – continua Dionisio – che si parla di ITS come priorità d’intervento, ma i fatti dimostrano il contrario: in Italia gli istituti professionalizzanti sono stati continuamente sviliti. È necessario che se ne incominci a parlare in maniera seria: non può essere analizzata come una questione a sè, ma come un percorso di formazione professionalizzante da inserire all’interno del nostro sistema di istruzione, in modo che sia finalmente funzionale».
«Il nostro sistema – sostiene il segretario confederale della Cgil Gianna Fracassi – ha un’allarmante disomogeneità territoriale, con un calo notevole degli iscritti nelle università meridionali». «Il nodo prioritario da affrontare per ridurre le disuguaglianze è intervenire sul diritto allo studio, sia universitario che scolastico, attraverso una legge quadro nazionale e procedere ad un incremento di risorse, a partire dalla legge di stabilità ».
Un buon senso che non sembra essere popolare dalle parti di un governo che insiste su interventi frammentari e occasionali, anche rispetto alla logica manageriale ed economicistica – ma organica – dell’Ocse.
Ci si muove sempre nell’ottica di interventi spot, come ha fatto ieri la ministra dell’Istruzione Giannini. Davanti ai dati sul disastro, ha continuato a omaggiare l’ottimismo di rito renziano.
L’assunzione dei 500 ricercatori «eccellenti» «ad alta velocità », e i mille «di tipo B», sarebbe «un cambiamento» e «un’inversione del trend di investimento». In realtà è un modo per sollevare la polvere e buttarla al vento.
La mancetta dei 500 euro
Si conferma la legge dei 500. Sono 500 i ricercatori, 500 euro il “bonus” per i consumi culturali elargito agli insegnanti (invece di aumentare lo stipendio fermo dal 2009. E 500 euro andranno ai 18enni.
Insieme alla patente, i ragazzi potranno spendere la mancetta per “consumi culturali”. Anche loro. L’annuncio è stato dato da Renzi, in persona, dalla Sala degli Orazi e Curiazi dei Musei Capitolini. Il premier strologava sul tema: la sicurezza si difende con la cultura.
Uno avrà pensato: metterà 1 miliardo cash sulla scuola; ripianerà i tagli all’università ; aprirà il salvadanaio per il diritto allo studio e invece dei 50 milioni nella legge di stabilità ce ne metterà 200, necessari per avere il minimo di diritto allo studio.
Anzi, potrebbe istituire il reddito minimo: 500—600 euro a testa per formarsi, sostenere le spese dei fuorisede, una borsa di studio, un sussidio per chi cerca occupazione o impara un mestiere.
Niente di tutto questo. Nel suo linguaggio cifrato, di scarsa comprensibilità , si è capito che Renzi destinerà “Un miliardo in sicurezza, uno nell’identità culturale e valorizzazione urbana”.
Due miliardi presi dallo slittamento del taglio dell’Ires al 2017. Per i diciottenni sarà estesa «una misura già prevista per i professori (500 euro, ndr)», e cioè «una carta bonus da investire in teatri, musei, concerti e cultura che diventa simbolicamente il modo con il quale lo Stato carica i ragazzi della responsabilità di essere protagonisti e coeredi del più grande patrimonio culturale».
L’illusione di essere “coeredi” di un “patrimonio” ottenuto pagando il “consumo” della cultura.
Mai parlare, invece, di investire il giusto per apprendere a produrre discorsi, stili, linguaggi. Cioè il mestiere della “cultura”.
E’ naturale: nel mondo di Renzi si impara a consumare, non a produrre qualcosa.
Il mondo visto da una vetrina.
Roberto Ciccarelli
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