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BERLUSCONI ORA TEME DI FARE IL “CAVALLO DI TROIA” DEI SOVRANISTI PER ARRIVARE AL GOVERNO

Novembre 7th, 2017 Riccardo Fucile

“HO FATTO IL LORO GIOCO”: LA VITTORIA AGRODOLCE DEL CAVALIERE CHE HA PRESO TRE VOLTE I VOTI DI SALVINI & MELONI, MA SI ASPETTAVA DI PIU’

Silvio Berlusconi non è affatto entusiasta del risultato: tra i trionfi della sua carriera, forse, è quello che più lo indispone.
Tramite un video Facebook ha sostenuto l’esatto contrario, parlando di grande performance del suo partito, perchè ammettere la verità  sarebbe politicamente dannoso.
Ma nella villa di Arcore l’aria che si respira è un mix di apprensione e inquietudine. Il Cav si aspettava di più.
L’avevano illuso i bagni di folla nei quattro giorni passati in Sicilia, quando aveva messo in campo l’intero armamentario di lusinghe e promesse, compreso un ammiccamento al condono edilizio che in altri momenti avrebbe fatto faville.
Perfino il suo assistente, Sestino Giacomoni, si è stupito di quanta energia avesse in corpo e quanta voglia di trasformare in voti le sue percentuali tuttora altissime di popolarità  (superano il 30 per cento).
L’immane fatica ha prodotto un 16,4 per cento che, di per sè, non sarebbe da disprezzare: in fondo è il triplo di quanto hanno raggranellato insieme Matteo Salvini e Giorgia Meloni.
Eppure, se si vanno a scartabellare i sondaggi di pochi mesi fa, già  allora Forza Italia era stimata nell’Isola intorno al 16 per cento, appunto.
Sfondare quota 20 era considerata riservatamente l’asticella minima, la dimostrazione che l’impegno diretto del leader paga ancora come una volta. Che Berlusconi non risulta solo simpatico e divertente come può esserlo un nonnetto arzillo, ma rimane il mago delle rimonte impossibili come nel 2006, come nel 2013. L’esperimento è andato così così: tanto valeva che il Cav restasse a casa e registrasse qualche appello-tivù.
Il patto col diavolo
Alla delusione (inconfessata) si aggiunge un altro tipo di ansia: quella di apparire succube degli alleati.
Legato mani e piedi alla loro politica «sovranista» e trascinato in una competizione con i grillini tutta spostata sulla rivolta antisistema.
Per Berlusconi, sarebbe un errore imperdonabile, lo sbaglio più tragico, che spalancherebbe davanti a Di Maio un’autostrada.
Silvio sostiene l’esatto opposto, che per stoppare i grillini si debba far fronte comune tra tutti i «responsabili», cioè gli italiani con il sale in zucca che non accendono gli zolfanelli sotto la grande catasta del populismo.
Si mangia le mani per quel patto col diavolo stipulato a settembre, quando fu costretto a barattare l’unità  del centrodestra (unica soluzione per non auto-affondarsi) con la candidatura di Nello Musumeci.
Il quale già  gli stava poco simpatico per le origini finiane, e come se non bastasse si è pure permesso di snobbare l’unico consiglio datogli a quattr’occhi quando si sono visti («senti a me, da amico: tagliati quell’orribile ridicolo pizzetto»). Il pizzetto non è stato rasato.
E adesso che il centrodestra ha vinto, Belzebù si è presentato puntuale a riscuotere nelle sembianze di Giorgia Meloni, con gli occhi celesti e la chioma angelica, ricordando in mille interviste come Musumeci sia uomo non di centro ma di destra, anzi di destra-destra, un vero fascistone.
E per battere i grillini sul loro terreno ce ne vorrebbero tanti col pizzetto alla Italo Balbo nelle candidature comuni al Sud, e tanti con la ruspa come Salvini al Centro-Nord, perchè la guerra si vince nella trincea degli istinti primordiali: rabbia, insicurezza, protesta, paura.
Gli «smoderati» di Arcore
Berlusconi è corso ai ripari proclamando, nel monologo su Fb rilanciato da qualche Tg, che la vittoria è «moderata», e il moderatismo «azzurro» è «la sola alternativa al pericolo che il Paese cada in mano al ribellismo, al pauperismo, al giustizialismo».
Ce l’ha coi grillini, l’ex-premier, ma per sua disgrazia gli «smoderati» se li ritrova in casa. E se mai dovesse vincere, li porterebbe a Palazzo Chigi.
Diventerebbe il loro Cavallo di Troia.

(da “La Stampa”)

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SUD, IN 15 ANNI COSTRETTI AD EMIGRARE 250.000 LAUREATI,”BRUCIATI” 30 MILIARDI DI EURO, TRASFERITI AL NORD

Novembre 7th, 2017 Riccardo Fucile

RAPPORTO SVIMEZ: TASSO DI OCCUPAZIONE PIU’ BASSO D’EUROPA, UN ABITANTE SU DIECI IN POVERTA’ ASSOLUTA, DUE MILIONI DI GIOVANI OCCUPATI IN MENO RISPETTO AL 2008

Anche se l’economia meridionale è in ripresa, e l’occupazione torna a salire, continua la fuga dei cervelli dal Sud.
Alla fine del 2016, secondo l’ultimo rapporto Svimez sull’economia del Mezzogiorno, le nostre regioni meridionali infatti hanno perso altri 62mila abitanti.
In particolare l’anno passato la Sicilia ha perso 9.300 residenti, la Campania 9.100, la Puglia 6.900.
Il pendolarismo nel Mezzogiorno nel 2016 ha interessato circa 208mila persone, di cui 54 mila si sono spostate all’interno del Sud, mentre ben 154mila sono andate al Centro-Nord o all’estero.
Questo aumento di pendolari spiega circa un quarto dell’aumento dell’occupazione complessiva del Mezzogiorno di circa 101 mila unità  nel 2016.
Secondo la Svimez, che ha elaborato una stima inedita del depauperamento di capitale umano meridionale, considerando il saldo migratorio dell’ultimo quindicennio, una perdita di circa 200mila laureati meridionali, e moltiplicata questa cifra per il costo medio che serve a sostenere un percorso di istruzione elevata, la perdita netta in termini finanziari del Sud ammonterebbe a circa 30 miliardi, trasferiti alle regioni del Centro Nord e in piccola parte all’estero.
Quasi 2 punti di Pil Nazionale. E si tratta, sottolinea lo studio, di una cifra al ribasso, che non considera altri effetti economici negativi indotti.
Luci e ombre
Il rapporto 2017 certifica che il Mezzogiorno è uscito dalla lunga recessione e nel 2016 ha consolidato la ripresa, registrando una performance per il secondo anno superiore, se pur di poco, rispetto al resto del Paese.
L’industria manifatturiera meridionale è cresciuta al Sud nel biennio di oltre il 7%, più del doppio del resto del Paese (3%); influiscono positivamente le politiche di sviluppo territoriale mentre restano le difficoltà  delle imprese del Sud ad accedere agli strumenti di politica industriale nazionale. Ottima la performance soprattutto al Sud delle esportazioni nel biennio 2015-2016.
Le previsioni per il 2017 e il 2018 (Pil in aumento rispettivamente dell’1,3% e dell’1,2%) confermano che il Mezzogiorno è in grado di agganciare la ripresa, facendo segnare tassi di crescita di poco inferiori a quelli del Centro-Nord.
Tuttavia la ripresa congiunturale è insufficiente ad affrontare le emergenze sociali.
Il tasso di occupazione nel Mezzogiorno è ancora il più basso d’Europa (35% inferiore alla media Ue), nonostante nei primi 8 mesi del 2017 siano stati incentivati oltre 90 mila rapporti di lavoro nell’ambito della misura “Occupazione Sud”.
Il prodotto per abitante è pari a poco più della metà  (56,1%) di quello del Centro Nord (66% di quello nazionale), tant’è che il Pil per abitante della regione più ricca d’Italia, il Trentino Alto Adige, con i suoi 38.745 euro pro capite, è più che doppio di quello della regione più povera, la Calabria, che si ferma a 16.848 euro.
La ripresa, segnala ancora la Svimez, non migliora il contesto sociale.
Nel 2016 infatti 10 meridionali su 100 risultano in condizioni di povertà  assoluta, contro poco più di 6 nel Centro Nord.
L’incidenza della povertà  assoluta nel Mezzogiorno è aumentata soprattutto nelle periferie delle aree metropolitane e nei comuni più grandi. Il rischio di cadere in povertà  è triplo al Sud rispetto al resto del Paese, nelle due regioni più grandi, Sicilia e Campania, sfiora il 40%. Per questo, segnala il rapporto 2017, l’emigrazione sembra essere l’unico canale di miglioramento delle condizioni economiche delle famiglie meridionali.
Più lavoro, meno salario
Nelle regioni meridionali nel 2016 gli occupati sono aumentati dell’1,7%, pari a 101 mila unità , ma mentre le regioni centro settentrionali hanno recuperato integralmente la perdita di posti di lavoro avvenuta durante la crisi (+48 mila nel 2016 rispetto al 2008), in quelle meridionali la perdita di occupazione rispetto all’inizio della recessione è ancora pari a 381 mila unità .
Nel 2016 l’occupazione giovanile meridionale è aumentata marginalmente, di sole 18 mila unità  (+1,3%), la crescita maggiore continua a riguardare gli ultra cinquantenni, con oltre 109 mila unità , pari a +5,6%. Sulla crescita dell’occupazione nel Mezzogiorno incide l’ulteriore aumento del part time involontario (+1,9%), di poco inferiore all’80% del lavoro a tempo parziale.
L’unica regione del Sud dove gli occupati calano è la Sardegna e, in misura più contenuta, la Sicilia. I livelli restano comunque generalmente distanti da prima della crisi: -10,5% di occupati in Calabria, – 8,6% in Sicilia, -6,6% in Sardegna e Puglia, -6,3% in Molise, -5% in Abruzzo. Solo in Campania (-2,1%) e Basilicata (-0,8%) siamo su valori vicini a quelli del 2008. L’aumento dei posti di lavoro al Sud riguarda in particolare l’agricoltura (+5,5%), l’industria (+2,4%) e il terziario (+1,8%).
Secondo la Svimez, la crescita dei posti di lavoro nell’ultimo biennio riguarda innanzitutto gli occupati anziani, nella media del 2016 si registrano ancora oltre 1 milione e 900mila giovani occupati in meno rispetto al 2008.
E soprattutto sale il lavoro a tempo parziale, che però non deriva dalla libera scelta individuale ma è involontario.
Amara conclusione della Svimez: si sta consolidando un drammatico dualismo generazionale, al quale si affianca un deciso incremento dei lavoratori a bassa retribuzione, conseguenza dell’occupazione di minore qualità  e della riduzione d’orario, che deprime i redditi complessivi.

(da agenzie)

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RENZI: “NON MI FARANNO FUORI NEANCHE STAVOLTA”

Novembre 7th, 2017 Riccardo Fucile

RILANCIA L’OBIETTIVO 40%… ROSATO E SANDA OFFRONO A MDP LA CARTA GENTILONI MA BERSANI LI GELA

“Sono mesi che cercano di mettermi da parte, ma non ci riusciranno nemmeno stavolta”. Così Matteo Renzi, nell’e-news, promette battaglia contro chi vorrebbe un suo passo indietro “per sistemare i problemi” del centrosinistra.
Questa – scrive il segretario Pd – non è una novità , visto che hanno studiato vari modi per dirmelo: le prove false di Consip, la polemiche sulle banche, le accuse sulla mancata crescita, i numeri sbagliati sulle tasse e sul Jobs Act […]. Dire che il problema sono io per il voto in Sicilia si colloca nello stesso filone: utilizzare ogni mezzo per togliere di mezzo l’avversario scomodo. Che poi è l’obiettivo di chi è contro di noi”.
L’ex premier chiede ai suoi di smetterla con i litigi e rilancia l’obiettivo del 40%. “Se il Pd fa il Pd e smette di litigare al proprio interno possiamo raggiungere, insieme ai nostri compagni di viaggio, la percentuale che abbiamo preso nelle due volte in cui io ho guidato la campagna elettorale: il 40 per cento, raggiunto sia alle Europee che al Referendum”.
I suoi, intanto, ragionano sulle alleanze. Ettore Rosato e Luigi Zanda offrono a Mdp la carta Gentiloni, ma Bersani li gela: “sono solo tatticismi”.
“Abbiamo bisogno dell’alleanza più ampia possibile, con un programma concordato. Abbiamo Paolo Gentiloni che oggi è a Palazzo Chigi ed è un nome spendibile. Ce ne sono tanti di nomi spendibili e Renzi lo ha detto chiaramente a Napoli: lavoro per portare il Pd a Palazzo Chigi e non per portare Matteo Renzi”.
Così Rosato a Radio Anch’io su Radio Uno. Sul risultato elettorale in Sicilia, Rosato ha aggiunto: “Il Pd ha preso esattamente gli stessi voti dell’altra” tornata elettorale siciliana.
“Ma i Cinque Stelle sono aumentati e il centrodestra, che l’altra volta si è presentato diviso, questa volta si è presentato unito perdendo anche dei voti. L’Udc questa volta ha preso il 7 per cento e si è presentato con Musumeci. L’altra volta si è presentato con il centrosinistra portando il 10 per cento” a Rosario Crocetta.
“Purtroppo la politica in Sicilia è molto, ma molto mobile”, ha concluso.
Sul tema è intervenuto anche Luigi Zanda, capogruppo Pd a Palazzo Madama: “Dobbiamo dirci tutta la verità , senza sconti sulle ragioni delle nostre sconfitte”, afferma a Repubblica.
E alla domanda se Matteo Renzi deve fare un passo di lato, risponde: “Solo lui può decidere di spezzare l’identificazione, prevista dal nostro Statuto, e voluta da Bersani tra segretario e candidato premier”.
“Io non sono mai stato renziano – spiega Zanda – però l’ho sostenuto con lealtà  . Il nostro Statuto prevede che segretario e candidato premier siano la stessa persona. Solo Renzi può spezzare questo legame. Lo ha fatto un anno fa con Gentiloni e ha funzionato, ha fatto bene al partito, al Paese e a Renzi stesso. Se vuole scindere le due figure Renzi lo può fare ancora. E’ Renzi e solo Renzi che deve valutare se in questa fase convenga che lui sia segretario e anche candidato presidente. E’ una decisione – aggiunge – che assumerà  un’importanza nazionale. Se il prossimo governo sarà  di coalizione il presidente del consiglio dovrà  essere indicato da tutti gli alleati”.
Le uscite dei capigruppo Pd di Camera e Senato hanno innescato la reazione del renziano Marcucci: “Non esiste una problema legato al candidato premier del centrosinistra. La legge elettorale non lo richiede. Matteo Renzi sarà  il capofila della lista Pd, legittimato dal voto delle primarie, peraltro unico segretario di partito ad averle fatte. Esattamente come avviene con Silvio Berlusconi, Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Luigi Di Maio, candidati solo per le rispettive liste di partito”, scrive sulla sua pagina Facebook Andrea Marcucci.
“Il premier – chiarisce il senatore Pd – si vedrà  dopo le elezioni, a seconda dei numeri che le diverse forze politiche potranno vantare. Ora – osserva ancora – è il tempo di costruire una coalizione di centrosinistra competitiva e di non perdersi in discussioni fantasiose”.
Dopo la Sicilia, “per le elezioni politiche che facciamo? Proponiamo lo stesso schema: il Pd che costruisce una proposta, un programma, una leadership, cerca condivisone e quando si arriva alla proposta la risposta è non ci piace? Facciamo che la proposta la fate voi, noi siamo disponibili perchè ci stiamo giocando l’Italia, a voi sta a cuore dare un governo stabile all’Italia?”. Lo ha detto Matteo Richetti, rivolgendosi alle forze a sinistra del Pd e in particolare a Mdp, nel corso di ‘Ore nove’.
Tuttavia, per Pier Luigi Bersani, leader di Mdp e possibile ma al momento improbabile alleato del Pd alle prossime elezioni politiche, “questo dibattito sui candidati premier è solo tatticismo. Con il Rosatellum tutti, anche Brambilla del partito animalista, si possono candidare premier. Con il Pd siamo a una rottura profonda che si risolve solo andando nel profondo”.
“Il tatticismo è solo una tecnica di sopravvivenza. Io chiedo al Pd, parlo con tutti, ma – conclude – rivendicate ancora le cose fatte, il Jobs Act, la buona scuola?”.

(da “Huffingtonpost”)

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SI ALLARGA IL FRONTE ANTI-RENZI, ASSEDIO SUL CAMBIO LEADER E NON POTEVA MANCARE CHI PENSA A MINNITI

Novembre 7th, 2017 Riccardo Fucile

PRODI E VELTRONI PER UNA SVOLTA, ORLANDO PUNTA SU GENTILONI, PISAPIA VEDE GRASSO… CON MINNITI SI TOGLIEREBBERO IL PROBLEMA, ESEQUIE DEL PD GARANTITE

L’operazione ribaltone è in campo, il problema è che i “congiurati” remano senza un briciolo di sincronia.
“Dopo questa sconfitta è impossibile fare finta di nulla – detta la linea ai suoi Andrea Orlando – Matteo deve capire che così si perde. Dobbiamo allargare il centrosinistra, individuando una figura capace di unire la coalizione”.
Ha in mente Paolo Gentiloni, anche se il diretto interessato non ha alcuna intenzione di “sacrificarsi”.
La spalla ideale del piano sarebbe Dario Franceschini, che però nel day after della disfatta chiama Renzi per avvertirlo di quanto dirà  per smarcarsi: “L’accordo con i bersaniani è ineludibile, oppure saremo destinati alla sconfitta. Ma nessuno mette in discussione la leadership del segretario”.
Solo il segnale di un padre nobile del Pd, a questo punto, potrebbe spostare davvero gli equilibri. Tutti attendono un cenno di Walter Veltroni, che stasera presenterà  il suo libro a Cartabianca. E che coltiva un legame sempre più stretto con l’altro vero “indiziato” per un’eventuale staffetta alla guida del centrosinistra: Marco Minniti.
Tessere una tela attorno al Nazareno, per costringere il segretario all’alleanza con Mdp e sfilargli anche la pettorina da candidato premier: questo è il sogno degli antirenziani di vecchio e nuovo conio.
“Se Renzi decide davvero di fare spazio a Gentiloni – sorride Denis Verdini, a zonzo nel cuore della Capitale – vedrete che Paolo farà  come il nonno, quello del patto Gentiloni: favorirà  un nuovo accordo di sistema…”.
La verità  è che il progetto a favore dell’attuale premier assomiglia a una mission impossible. Prevede innanzitutto una raffica di “sfiducie pubbliche” contro il segretario dem, travestite da appelli alla responsabilità .
Dovesse fallire, il Guardasigilli lancerebbe anche un piano B, che ha la forma dell’arma finale: un evento politico aperto alla galassia di sinistra per una nuova, clamorosa frattura nel campo del centrosinistra.
L’operazione ribaltone si trasmette come un virus sul display degli altri ministri dem.
E conquista alleati nella classe dirigente battuta da Renzi. Tra loro c’è Gianni Cuperlo, che spinge per affidare a una commissione di figure super partes la ricerca dell’unità .
“Il voto siciliano – spiegava ieri a un collega in Transatlantico – dice che Pd e Mdp hanno perso entrambi. A questo punto ‘Houston, abbiamo un problema’. E dalla terra non possiamo discutere su chi ha sbagliato a costruire la navicella, dobbiamo mettere in salvo il centrosinistra, altrimenti la sconfitta sarà  tragica”.
Per riuscire nell’operazione, però, servirebbe arruolare alla causa almeno Franceschini.
Il ministro per adesso si muove con cautela. Nulla di strano, come tutti conosce le leggi della politica e ha ben chiaro il potere affidato dal Rosatellum al segretario nella costruzione delle liste.
L’accorato appello all’unità  con Mdp, non a caso, va a braccetto con il riconoscimento della leadership renziana. Il nodo, ovviamente, resta quello della premiership.
E anche su questo punto il ministro della Cultura procede con passo felpato: “Non mi sembra un problema, è stato Renzi a dire che non è necessario che sia lui il candidato premier”.
Il punto è che i bersaniani considerano insufficiente “depotenziare” il ruolo del segretario per siglare un’intesa. Mdp pretende una “discontinuità ” netta, che significa mettere da parte Renzi a favore di un nuovo candidato unitario a Palazzo Chigi.
Giuliano Pisapia, intanto, continua a pensare che dopo il voto sull’Isola il tappo possa saltare per davvero. Ma siccome il rebus diventa di ora in ora più infernale, l’ex sindaco incontra Pietro Grasso e discute della strada più agevole per avviare un progetto comune. La guida sarebbe affidata proprio al Presidente del Senato, che nel frattempo duella ruvidamente con i renziani: “Imputarmi il risultato siciliano mette in chiaro – è una patetica scusa, utile solo ad impedire altre e più approfondite riflessioni”.
Per paradosso, insomma, i tentennamenti nel Pd rafforzano il progetto di una sinistra “da Vendola a Pisapia”, nonostante la brutta performance sull’Isola.
È la linea dello scontro finale sostenuta ormai da mesi da Massimo D’Alema. Toccherà  ai bersaniani, già  oggi, riunire la direzione nazionale del nuovo soggetto per pianificare le prossime mosse in vista dell’assemblea pubblica in agenda il prossimo 19 novembre, il punto di non ritorno nel progetto di un’alternativa di sinistra.
Soltanto un miracolo, a questo punto, può fermare questa dinamica fratricida. Oppure una levata di scudi generale contro il leader di Rignano. In questo scenario, la “carta Minniti” potrebbe spuntare dal mazzo. Con il passare delle ore, il titolare del Viminale conquista consensi crescenti nel Pd.
Stuzzica la voglia di unità  di una fetta rilevante di sinistra. Consolida il feeling con Veltroni. Ed è pronto a far pesare la rete di rapporti istituzionali e internazionali coltivati nell’ultimo ventennio.
La sfida è aperta.

(da “La Repubblica”)

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LA SINISTRA CHE NON C’E’

Novembre 7th, 2017 Riccardo Fucile

INFRANTO IL MITO FONDATIVO DEL PD COME CASA DI TUTTI I RIFORMISTI, COSA RIMANE DI SALVABILE?

Prima di sapere cosa succederà  nel Pd dopo la disfatta siciliana, c’è una questione più rilevante e urgente a cui rispondere: cosa c’è di salvabile nel concetto di sinistra e nella sua traduzione politica e organizzativa italiana.
La sinistra, o ciò che ne resta, è arrivata esausta all’appuntamento con le urne, con tutti i nodi non sciolti in questi anni che si sono aggrovigliati, fino a trascinarla a fondo.
Il peccato originale di sedere a Palazzo Chigi senza mai aver vinto le elezioni ha determinato un pieno di responsabilità  nella guida del Paese (negli anni più duri della crisi) e un vuoto nel coinvolgimento emotivo, come se quello del Pd fosse un “governo amico” e niente di più, fino al ministero Gentiloni vissuto come un puro dispositivo tecnico senza colore.
La sciagura della scissione ha infranto il mito fondativo del Pd come casa di tutti i riformisti, con un concorso di irresponsabilità , gli scissionisti che la giudicavano inevitabile e Renzi che la considerava irrilevante, come se la politica non fosse stata inventata per governare i fenomeni. Il cozzo del referendum, con una riforma scritta male e trasformata in una guerra.
Il pasticcio della legge elettorale, con una sinistra che ha divorato il maggioritario e il proporzionale per varare una riforma che premia le coalizioni nel momento in cui non è mai stata così divisa e distante.
All’inizio e alla fine di tutto, il problema irrisolto che raccoglie in sè tutti questi problemi e spiega gli errori: cos’è oggi la sinistra e qual è la sua idea di Paese.
In tutto l’Occidente, la divisione classica è tra la sinistra di governo, riformista, e quella di opposizione, radicale.
Da noi l’eccezione: le sinistre riformiste sono almeno due, forse tre, anche se rischia di mancar loro il governo.
Pisapia che si era proposto come ponte o rimorchiatore sembra aver ripiegato su un’idea di forza-cuscinetto insieme con Emma Bonino, caschi blu con buone intenzioni e pochi strumenti d’intervento.
Sul campo restano le due parti rotte del Pd, incapaci di proporre una visione d’insieme e un vero progetto riformista, in cui si possano ritrovare le forze disperse che chiedono un progetto di cambiamento con una politica responsabile, europea, occidentale e moderna, accontentandosi di molto meno: Renzi di costruire un partito personale come macchina ubbidiente di conquista del potere (quasi che un secolo di storia della sinistra potesse ridursi a un obiettivo così misero) e Mdp di ostacolare tutto questo, proponendosi come organismo di puro veto al progetto renziano, come se la politica si esaurisse sulla piazza toscana di Rignano.
Questa disarticolazione degli orizzonti avviene mentre la crisi inaridisce di per sè i canali della rappresentanza, soverchia i cittadini facendoli sentire senza tutela e senza garanzie, svalorizza la politica come strumento di controllo e di governo, semina dubbi persino sulla democrazia come cornice di valori e di garanzie, che oggi suonano astratti, senza incidere sulla fatica della vita quotidiana delle persone.
È una campana d’allarme per tutto il pensiero liberal-democratico occidentale, che dopo la fine della guerra ha dato vita alle costituzioni e alle istituzioni con cui ci siamo garantiti settant’anni di pace e di libertà .
Ma è una campana a morto per la sinistra che nei settant’anni dentro l’ordine liberale del nostro mondo ha potuto farsi forza di governo del sistema, con un progetto di inclusione, e insieme sviluppare un suo pensiero critico e d’alternativa.
Oggi invece vede l’alternativa nascere totalmente fuori dal sistema, con i populismi che criticano la stessa democrazia e berciano contro le istituzioni, mentre attaccano il cosmopolitismo, il libero scambio, la libertà  di circolazione, le politiche di accoglienza, l’integrazione europea: tutto ciò che si muove, si contagia, si mescola, s’influenza, si somma, tutto ciò che forma l’habitat naturale della cultura progressista europea, a favore di un ritorno dentro i confini delle vecchie carte geografiche, dentro una mentalità  da indigeni, dentro il colore bianco della pelle, a un passo dal mito del sangue.
Era chiaro che inseguire i populismi con posture mimetiche dal governo era una contraddizione, ma prima ancora un calcolo sbagliato.
Perchè la sinistra deve chinarsi – per prima – sulle inquietudini e sullo spaesamento democratico delle fasce più deboli della popolazione, ma non può cavalcare le loro paure, incrementandole come la merce politica più pregiata del momento.
Rimane dunque una retorica innaturale di populismo in camicia bianca, ammiccante ma responsabile, alla fine velleitario, oltre che contro natura.
La cifra dell’epoca, invece, avvantaggia la destra, abituata e legittimata a trattare il cittadino da individuo, nel suo isolamento e nelle sue nuovissime gelosie del welfare, in questo speciale egoismo della democrazia che chiede alla politica una forma inedita di libertà : non come piena espressione dei propri diritti ma come liberazione da vincoli sociali, soggezioni culturali, obblighi comunitari.
Tutto ciò forma una moderna onda di destra che con Trump prefigura l’inondazione prossima ventura delle terre emerse: dall’Onu, allo spazio di civiltà  atlantica, alla Nato, al rapporto storico con l’Europa, col sovranismo che diventa isolazionista e mette al centro della politica il “forgotten man” non per emanciparlo, ma per dargli un riconoscimento antipolitico proprio nella sua esclusione.
Una folla di esclusi come nuova massa sociale per la ribellione permanente, guidate dalla moderna èlite di destra.
Una destra contro la quale in questi anni il Pd non ha mai alzato nessuna barriera, non ha fatto nessuna polemica, non ha costruito un sistema culturale di anticorpi, coltivando a distanza l’eternità  di Berlusconi come avversario-stampella.
Che infatti oggi ritorna a riscuotere il banco, col conflitto d’interessi perennemente innestato, le sentenze dei magistrati che valgono per l’incandidabilità  ma non vengono valutate politicamente, l’ambiguità  connaturata nelle alleanze che gli impedirà  di governare, ma che intanto adesso lo aiuta a vincere.
Bisognerebbe comprendere che la rottamazione è un escamotage fisico da campagna elettorale muscolare, ma non è una politica e tantomeno un’identità .
Che il patrimonio di tradizioni e di valori del Pd è stato lasciato deperire in nome di un mitologico nuovo inizio che non è mai davvero incominciato, che la tensione per il cambiamento senza cambiamento si riduce a tensione, e basta.
Che in mezzo a tante narrazioni è mancato il senso della storia, del passaggio tra le generazioni facendosi carico di un’esperienza collettiva, da innovare certamente ma da riconoscere e valorizzare.
Che il sentimento di sinistra, a forza di non essere convocato e rappresentato si è infine “privatizzato”, con le persone che non votano perchè la loro identità  politica non corrisponde più all’insieme. Oppure votano, ma per se stesse, come una conferma individuale staccata dal contesto.
Così la sinistra galleggia, alla deriva, mentre la destra galoppa, nelle sue diverse forme. Il primo leader che coniugasse responsabilità  e generosità , mettendo questo orizzonte allarmante per il Paese al primo posto, aprirebbe la vera discussione di cui la sinistra oggi ha bisogno, e ne ricaverebbe le scelte necessarie.
E invece con ogni probabilità  si annuncerà  tempesta, poi tutto si risolverà  con un temporale per la spartizione dei posti in lista, nel bicchier d’acqua dov’è ormai ridotto il riformismo italiano.

Ezio Mauro
(da “La Repubblica”)

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CHI HA VOTATO M5S IN SICILIA: CHI HA ALTA SCOLARIZZAZIONE, E’ DISOCCUPATO E VIVE IN POVERTA’

Novembre 7th, 2017 Riccardo Fucile

CON IL VOTO DISGIUNTO HA “RUBATO” MOLTI VOTI A SINISTRA… MUSUMECI HA PRESO VOTI TRA CHI HA SCOLARIZZAZIONE MEDIO-BASSA, PENSIONATI E DA CLASSI SOCIALI MEDIO-ALTE

Un’infografica del Messaggero riepiloga oggi il voto per livello scolare, professione e classe sociale in Sicilia, dove alla fine Nello Musumeci ha battuto Giancarlo Cancelleri in una partita che è stata aperta soltanto tra centrodestra e MoVimento 5 Stelle.
È interessante notare che in base ai dati elaborati da SWG i voti a Cancelleri sono arrivati in massima parte da individui con un livello scolare alto, disoccupati e di classe sociale povera. Musumeci invece ha ricevuto il maggior numero di preferenze da chi ha un livello di scolarizzazione basso o medio, da casalinghe e pensionati e da chi si trova in una classe sociale alta o medio-alta.
Mentre Micari, che ha perso male, non ha avuto nemmeno la soddisfazione di essere votato da chi aveva un livello scolare alto nonostante fosse il rettore dell’Università  di Palermo.
L’incrocio dei dati ci spiega in qualche modo il successo del MoVimento 5 Stelle presso quegli strati della popolazione che sono stati dimenticati per decenni e hanno sofferto di più la crisi economica, e che oggi, nonostante la ripresa, non sono ancora riusciti a dare una svolta alla loro situazione.
Questo spiega anche che il consenso del M5S nell’isola si fonda su una situazione economica che è ancora di sofferenza per i singoli.
Di più: la percentuale di pensionati che ha votato per Musumeci è del 57%, mentre a votare per Cancelleri è soltanto il 18% di chi ha una rendita vitalizia.
Anche questo spiega molto il successo del 5 Stelle e le prospettive di certo rosee per il futuro che ha il M5S nell’isola nonostante la sconfitta di ieri.
Il Corriere della Sera invece pubblica l’analisi sui flussi di voti dell’Istituto Cattaneo, dal quale si evince che il voto disgiunto ha fatto morti e feriti soprattutto a sinistra:
Micari ha avuto 7 punti in meno rispetto ai voti dei partiti che lo appoggiavano: ha preso 385mila voti mentre, cinque anni fa, Rosario Crocetta fu eletto con 617.073 voti.
Musumeci, rispetto alle liste, ci ha rimesso l’1,5% dei voti.
Nel 2012 Musumeci aveva avuto 521.022 voti ora ne porta a casa oltre 820mila.
Cancelleri ha avuto più voti di quanti non ne abbia raccolti il M5S. La differenza è di circa 200 mila voti ed è dovuta, secondo Rinaldo Vignati del Cattaneo, «alla grande visibilità  del simbolo del M5S, con il suo candidato governatore, rispetto alla fragilità  dei candidati consiglieri della lista».
Cancelleri, in 5anni, ha raddoppiato i voti personali: da 368.006 a 711mila.
Insomma, a scegliere Cancelleri è stato chi ha un’alta scolarizzazione, è disoccupato e vive in povertà . Il leader M5S con il voto disgiunto ha “rubato” voti soprattutto a sinistra. Dati che dovrebbero far riflettere la sinistra di governo in chiave nazionale.

(da “NextQuotidiano”)

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“ESPONENTI DEL CLAN SPADA HANNO PRESIDIATO I SEGGI A OSTIA”

Novembre 7th, 2017 Riccardo Fucile

DIVERSI TESTIMONI DENUNCIANO LA PRESENZA: “SI DAVANO IL CAMBIO DAVANTI AI SEGGI, CONTROLLAVANO CHI ANDAVA A VOTARE”

“Erano in due, si sono messi lì davanti. Un uomo e una donna, volti conosciuti. Non facevano nulla: controllavano, scrutavano, fumavano e ogni tanto salutavano qualcuno. Poi nel pomeriggio sono arrivati altri, hanno fatto un po’ capannello. Si davano il cambio”.
Così alcuni testimoni oculari, votanti nei seggi di Nuova Ostia, raccontano a Ilfattoquotidiano.it la presenza di persone riconducibili al clan Spada davanti ai seggi della zona per tutta la giornata di domenica, in occasione del primo turno per le attese elezioni nel Municipio X di Roma, sciolto oltre due anni fa per mafia.
Segnalazioni, evidentemente, giunte anche a Virginia Raggi, che da Aushwitz ha voluto lanciare il suo personale allarme: “Da sindaca quello che mi preoccupa molto sono queste segnalazioni inerenti alla presenza del clan Spada all’esterno di vari seggi”.
Come noto, la famiglia Spada di Ostia — imparentata con altre “celebri” dinastie sinti come i Casamonica e i Di Silvio — è coinvolta attraverso molti suoi esponenti in inchieste giudiziarie relative a storie di racket, usura, corruzione e traffico di stupefacenti. Recentemente Roberto Spada non ha fatto misteri sulla sua simpatia per CasaPound, suscigtando non poche polemiche.
Il fortino di questo clan risulta essere da sempre quello dei quartieri popolari del litorale, come Nuova Ostia e l’Idroscalo, dove proprio domenica alcuni suoi componenti sono stati visti sostare all’ingresso dei seggi di riferimento per tutta la giornata.
Quartieri, quelli più difficili del territorio lidense, dove si annunciava un risultato eclatante di Casapound, il cui candidato Luca Marsella poco prima del voto aveva ricevuto anche una sorta di “endorsement” via Facebook proprio da Roberto Spada, fratello incensurato (e non indagato nè coinvolto in alcuna inchiesta) di Carmine “Romoletto” Spada, a sua volta boss del clan arrestato nei mesi scorsi.
“So contento che sta settimana è terminata. E’ stata una settimana massacrante. Come se lo decido io quello che la gente deve fare”, ha detto proprio Roberto Spada — il quale viene indicato da alcune inchieste giornalistiche come il “reggente” del clan — in un video di “noia casalinga” postato domenica sera sul suo apertissimo profilo Facebook.
E sebbene il risultato a Nuova Ostia e Idroscalo non sia stato “superiore al 20%”, come azzardato dallo stesso Marsella nella notte dello scrutinio, qui il candidato di estrema destra ha messo insieme ben 720 voti, oltre il 10% dei 6mila consensi racimolati in tutto il territorio, con una media del 14% sui voti totali (contro il 9% su base municipale).
Va anche ricordato che per il resto l’esito della votazione in questi due seggi ha seguito il trend del territorio, con un testa a testa fra M5S e centrodestra e discrete prestazioni di Pd e sinistra.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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ERA PER IL VOTO PULITO, ETICAMENTE INDISCUTIBILE, HA IMBARCATO TUTTI

Novembre 7th, 2017 Riccardo Fucile

MUSUMECI VINCE PER 100.000 VOTI, MA 140.000 GLI SONO ARRIVATI DAGLI IMPRESENTABILI CHE A PAROLE DISDEGNAVA

Non dubitiamo affatto che Nello Musumeci, neoeletto presidente della Regione, sia una persona perbene, mai risucchiato nel calderone del disonore che in Sicilia ha dimensioni enormi.
Dubitiamo però che Musumeci sarebbe potuto divenire presidente della Regione senza i voti di coloro che fino all’altro ieri, da presidente della commissione regionale Antimafia, combatteva.
Era per il voto pulito, integro, eticamente indiscutibile.
Ha invece imbarcato tutti, facendo finta che la realtà  fosse una finzione, che le anime scure fossero chiare.
E con una levata di grande ipocrisia ha derubricato la cordata degli impresentabili (un pacchetto di mischia da 140mila voti in totale) a spaccapagghiara, ladri di pollo.
Sarà  lui, ha confidato, a fare la giunta, a nominare e revocare. “O così o mi dimetto”.
Non si accorge, mentre afferma la propria potestà , che i fatti, e non questa opinione, sono irriducibili e all’opposizione.
Non dubitiamo nemmeno della grande performance dei Cinquestelle. Di più non avrebbero potuto fare, hanno lottato da soli contro tutti e hanno avuto un ottimo risultato. La Sicilia, del resto, è il loro punto di forza.
Ieri i grillini erano tonici, sorridenti, tutto sommato felici della prova.
Ci assilla il pensiero che una sconfitta così smagliante sia molto meglio di una vittoria complicata poi da reggere, perchè il governo della Sicilia è rognoso, perchè i comportamenti di molti siciliani, anche di coloro che non sono compresi nel pistone unico degli impresentabili, sono spesso promotori di una continua, furbesca via di fuga dalla legalità .
E ci assilla il pensiero che Luigi Di Maio, leader nazionale del Movimento, abbia voluto rispondere con il criterio omeopatico alle furberie di questo tempo proponendo una superfurbata: inchiodare Renzi su una sedia televisiva (supercapperi!) ma subito dopo schiodandolo dal trono del competitore.
Non sappiamo chi abbia suggerito la mossa e la contromossa. Sappiamo però giudicarla: pie-to-sa.
Non c’era bisogno di un altro teatrante in questo teatrino.
“Hai visto com’è perbene con quella cravatta?”, mi ha detto Beppe Grillo qualche giorno fa a Catania mentre lasciavamo lo stesso albergo.
Ho visto. Così perbene, così a modo, senza un capello fuori posto e, temo, senza un’idea in testa.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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GLI ITALIANI VANNO SEMPRE MENO A VOTARE E NON AVER RICEVUTO UN AVVISO DI GARANZIA NON E’ SINONIMO DI ONESTA’

Novembre 7th, 2017 Riccardo Fucile

L’ONORABILITA’ E’ COSA BEN DIVERSA DA UN CERTIFICATO PENALE PULITO

Come al solito, molti esponenti della classe politica e dei commentatori (“politologi”) vari, esagerano, producendosi in considerazioni il più delle volte eccessive e prive di qualsivoglia fondamento, logico e finanche empirico.
Quello in Sicilia è stato – e resta – un risultato locale, in quanto tale fine a se stesso: “battersi il petto” come i tacchini pur di dipingerlo come un risultato a valenza nazionale mi sembra una cosa, non soltanto sciocca, ma addirittura controproducente. Le persone vanno sempre meno a votare. C’è sfiducia e malcontento.
Si assiste a campagne elettorali sempre più feroci, e non nel merito delle varie proposte “di campo”, ma sui relativi pseudo-presupposti “soggettivi.
Non l’aver mai ricevuto un avviso di garanzia non è sinonimo di onestà , proprio come una sentenza non passata in cosa giudicata, non è sinonimo di colpevolezza.
Si confondono concetti e principi, consumando finanche l’abiura dell’etica e della stessa logica.
“L’onorabilita’” (la presentabilita’, insomma) a fini elettorali è cosa ben diversa da un certificato penale “pulito”. Ma questa è un’altra storia.
Il centrodestra avrà  molto da lavorare se davvero vorrà  vincere. La sinistra pagherà  datio: ha comunque governato e, certamente, non benissimo (anche se lacune misure volute dal Governo Renzi sono state – oggettivamente – una “cosa più che degna”, e lo dico da piccolo imprenditore).
Ma non basterà , nè questo, nè la sommatoria di “nazionalisti retrivi” e pseudo-liberali (pressochè) di facciata, ad assicura una possibile vittoria.
Bisognerà  sforzarsi molto di più, perchè le persone, senza un “maledetto sogno” in cui credere, a votare, non ci andranno mai in massa.
Questione di consenso diffuso. Cosa molto diversa dalle mere percentuali numeriche…
“Oggi piove”, e su tutta quanta la penisola.
Per far uscire il sole, ci vorrà  audacia sincera, coraggio ed un grande, appassionato ed appassionante sogno…

Salvatore Castello
Right BLU – La Destra liberale

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