Febbraio 9th, 2018 Riccardo Fucile
FRUSTINI, PERIZOMI DI PELLE, MANETTE, FOTO OSE’ E CARTONI ANIMATI TRA APPROCCI A RAGAZZINE E NAVIGAZIONI IN RETE DELL’UOMO CHE HA UCCISO A COLTELLATE E TENTATO DI BRUCIARE IL CORPO DI JESSICA
Quattro piccoli pupazzi colorati. L’immagine di un cartone animato. È la foto che compare sul profilo WhatsApp della moglie del tranviere assassino.
In realtà quel telefono lo usava lui, Alessandro Garlaschi, per i suoi avatar più torbidi: quelli con cui, su due siti di mercatini online ( depop.com e shpock.com ), vendeva maschere fetish in lattice, manette col peluche, perizomi di pelle, frustini, «intimo sexy». Oggetti da pochi euro, raccattati chissà dove.
Sui siti compare il nome di una donna (Veronica E.), che è il nome vero di sua moglie, ma in realtà dietro c’era lui (un utente si lamenta perchè, al momento di chiudere un acquisto, si è trovato di fronte un uomo e non la donna che s’aspettava).
Il tranviere dell’Atm è diventato un assassino quando è esplosa la tensione tra i due poli della sua personalità sconnessa: un immaginario infantile, immaturo, bambinesco; e una sessualità ossessiva, tanto più assillante perchè inespressa, tormentata e sublimata nelle navigazioni in Rete, nelle fotografie, negli approcci maldestri con le ragazzine.
Ecco, è questo l’abisso di pulsioni deviate che Garlaschi coltivava nella casa di via Brioschi, e che qualche settimana fa si sono concentrate sull’annuncio che Jessica Valentina Faoro ha lasciato sulla bacheca Facebook «Cerco-offro lavoro Milano»: «Ciao a tutti, mi chiamo Jessica sono una ragazza di 19 anni… Mi offro come: badante, baby-sitter, dog-sitter, pulizie…».
Poche righe, postate il 31 dicembre 2017 (il Corriere le ha rintracciate tra altri annunci analoghi, anche con richiesta di ospitalità , comparsi poco prima di quella data).
Gli atti giudiziari raccolti finora dagli investigatori della polizia permettono di scavare nei rapporti psicologici che sono sfociati nell’omicidio: Garlaschi ospita ogni tanto in casa ragazze in difficoltà ; prova a barattare l’ospitalità con proposte sessuali; a volte si accontenta di qualche scatto col telefonino, ragazze che stirano in topless, immagini che poi mostra ai colleghi, come forma di esibizionismo e compensazione; e infine Jessica, bella, bionda, una vita difficile alle spalle, che pensa di riuscire a tenere a bada e a distanza quello «sfigato» (ai suoi occhi) che pretende di ricevere le sue attenzioni in cambio del posto letto e di qualche regalo.
Mercoledì notte la ragazza l’ha rifiutato ancora, ed è stato il primo passo della sequenza finita con l’omicidio.
Jessica continuava a sentirsi libera e ha frequentato amici e ragazzi nella decina di giorni in cui è stata ospite in via Brioschi.
Anche lei s’era però resa conto che in quell’appartamento le dinamiche erano deviate: Garlaschi le aveva detto che la sua convivente era una sorella (e non la compagna); questo è quel che la ragazza ha riferito ai carabinieri la notte del primo febbraio, quando chiamò dicendo che il tranviere le aveva messo le mani addosso nel sonno. «Quei due dicono di essere fratello e sorella, ma hanno un rapporto ambiguo».
Più che ambiguo, dietro questa vicenda c’è un altro legame che s’avvicina alla sottomissione: perchè quando riusciva a ospitare ragazze in casa, Garlaschi chiedeva alla moglie di allontanarsi, e lei andava a dormire dalla madre, come è accaduto spesso nei giorni prima dell’omicidio.
«Ci volevamo bene – ha raccontato la donna -, ma diciamo che non riuscivo a seguirlo, sotto certi punti di vista».
Con il cadavere di Jessica in casa, all’alba, il tranviere però ha richiamato la moglie: «Ho fatto un guaio».
(da “il Corriere della Sera”)
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Febbraio 9th, 2018 Riccardo Fucile
A INIZIO MESE LA VITTIMA DEL TRAMVIERE PADANO AVEVA CHIAMATO I CARABINIERI: “PORTATEMI VIA”.. MA NEI CONFRONTI DELL’UOMO NESSUN PROVVEDIMENTO
La richiesta d’aiuto di Jessica Valentina Faoro, una settimana prima di venir uccisa, non era rimasta
inascoltata. Come emerge dalle indagini della squadra Mobile, all’una di notte del primo febbraio la 19enne aveva chiamato i carabinieri, aveva raccontato che, mentre dormiva, l’uomo dal quale viveva aveva tentato un approccio e aveva fornito l’indirizzo per l’intervento: via Brioschi 93.
Nello stesso bilocale dove tra martedì e mercoledì il tranviere 39enne Alessandro Garlaschi l’ha colpita almeno cinque-sei volte con un coltello da cucina, riposto nel suo contenitore senza che venissero completamente cancellate le macchie di sangue.
Una pattuglia aveva trovato la ragazza in strada. «Devo tornare di sopra a prendere i mie due zaini, non voglio rimanere più in quella casa».
I carabinieri erano saliti, nell’appartamento c’era soltanto Garlaschi e non la moglie (Jessica Valentina credeva che anzichè coniugi fossero fratello e sorella).
La situazione, esaminata con scrupolo e attenzione, non aveva presentato anomalie.
I carabinieri avevano chiesto a Jessica Valentina se avesse bisogno di una soluzione abitativa, lei aveva risposto che andava da un’amica; l’avevano invitata a telefonare di nuovo in caso di necessità e, se lo riteneva opportuno, a presentare formale denuncia; alla domanda finale sull’eventualità di chiamare un’ambulanza per i controlli al pronto soccorso, poichè aveva una febbre di 37,5 gradi, la 19enne aveva spiegato che avrebbe raggiunto da sola l’ospedale San Paolo. In bicicletta.
L’avrebbe fatto subito, giusto il tempo di ottenere da Garlaschi il «permesso» di lasciare in custodia i due zaini più il pitbull di proprietà della ragazza e venduto nei giorni seguenti.
Quella notte, Jessica Valentina non era tornata in via Brioschi. Ma era tornata i giorni seguenti. E aveva ripreso il suo posto nel bilocale di 50 metri scarsi, composto da ingresso, cucinino, soggiorno, bagno e camera da letto.
Nel cucinino c’era un divano-letto, la «stanza» della 19enne.
Garlaschi, dopo averla uccisa, ha nascosto il cadavere proprio sotto quel letto: il corpo era per metà in un borsone e per metà avvolto nel cellophane. Ha cercato di disfarsi della vittima, cospargendola di alcol. Ha atteso.
Alle 6 ha avvisato l’Atm che non sarebbe andato al lavoro per motivi di salute. Ha atteso ancora. Alle 11 ha informato il 118 della presenza di una ragazza ferita. Alle 16.50, fra le urla dei vicini («Mostro», «Maniaco», «Devi crepare in galera»), è uscito scortato da due poliziotti per il trasferimento in Questura.
(da “Il Corriere della Sera”)
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Febbraio 9th, 2018 Riccardo Fucile
“VOGLIO RINGRAZIARE GLI ITALIANI CHE MI HANNO PROTETTO E PORTATO IN OSPEDALE, MI PARLAVAMO MA NON SENTIVO NULLA”
Ci sono gesti e facce che non si dimenticano.
E Wilson Kofi, il ragazzo ghanese che è stato ferito nel raid razzista di Luca Traini a Macerata, non dimentica quello che una ragazza italiana ha fatto per lui mentre era a terra, stordito.
Gli è stata vicino fino all’arrivo dei soccorsi, parlandogli e proteggendolo. Ora Kofi sta cercando quella donna per ringraziarla.
Di lei c’è solo una foto, pubblicata su Facebook da Gus, Gruppo umano solidarietà , che lancia un appello per ritrovarla.
“In questi giorni si parla molto di Macerata e dei suoi immigrati, spesso con toni esasperati che non corrispondono perfettamente al respiro di una città da sempre accogliente” si legge sul post.
Questa foto cruenta ritrae il momento successivo al colpo di pistola che ha colpito Wilson Kofi, il ragazzo ghanese in accoglienza in uno dei progetti del GUS. La ragazza che l’ha soccorso immediatamente l’ha protetto e gli ripeteva in continuazione “stai tranquillo, ci sono qua io”.
Kofi ricorda solo quella voce, quelle parole e poco altro di quei frangenti.
Ora vorrebbe incontrarla, per ringraziarla e per stringerla in un abbraccio. Aiutateci a metterci in contatto con lei, che rappresenta lo spirito accogliente di questa città . #IoStoConWilson senza #però http://www.gus-italia.org”.
Kofi aveva raccontato a Repubblica quegli attimi: stava camminando per la strada con un suo amico quando questo ha avvertito degli spari e glielo ha detto.
Kofi, scherzando, gli ha detto: “Ma che dici? Mica siamo in Libia!”.
Proprio in quel momento un proiettile lo ha colpito alla spalla. “Quando sono caduto a terra non ho capito più nulla”, ha spiegato a Repubblica. “Le persone mi parlavano ma io non sentivo niente. Sono stati gli italiani a proteggeremi e a portarmi in ospedale, perciò li voglio ringraziare”.
(da agenzie)
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Febbraio 9th, 2018 Riccardo Fucile
IL MESSAGGIO DEL PRESIDENTE IN OCCASIONE DEL GIORNO DEL RICORDO
Basta alimentare il vento dell’odio. Il nostro Paese corre “gravissimi rischi” a causa “del nazionalismo
estremo, l’odio etnico, la violenza ideologica eretta a sistema”.
Usa parole durissime Sergio Mattarella per rinnovare la condanna della strage delle foibe, che nel pomeriggio commemora in Senato con la celebrazione del Giorno del Ricordo, accanto al presidente del Senato Pietro Grasso, al ministro Anna Finocchiaro e i testimoni di quella buia stagione.
Una persecuzione, “scatenata dalla violenza del comunismo titino” che provocò anche l’esodo di migliaia di profughi, e che “non può essere dimenticata”.
Un marchio di infamia che vale non soltanto per quelle tragiche pagine di storia ma anche e soprattutto come “ammonimento” per l’oggi del capo dello Stato.
E qui il ricordo si incrocia appunto con la cronaca di questi giorni, segnati dallo scontro e le polemiche per il raid razzista di Macerata, con Matteo Salvini e la destra estrema che soffiano sul fuoco della cacciata degli immigrati al grido “prima gli italiani”.
Mattarella, nel rievocare quella “pagina angosciosa che ha vissuto il nostro Paese nel Novecento, una tragedia provocata da una pianificata volontà di epurazione su base etnica e nazionalistica”, lancia l’allarme per i pericoli assai gravi che un risorgente estremismo nazionalista può innescare.
Da qualunque parte provenga.
Il massacro delle foibe portava la firma “rossa” dei comunisti di Tito. Oggi, sul nostro Paese, l’attacco viene dal fronte politico opposto.
Un clima che preoccupa molto il Quirinale, con l’escalation delle polemiche in piena campagna elettorale, le ultime sulla manifestazione convocata per domani a Macerata, e con lo spettro di una catena di folle emulazione nella caccia al nero sempre in agguato.
Così, il capo dello Stato ha deciso di far sentire la sua voce, con un suo messaggio scritto, mentre alle cinque del pomeriggio sarà presente a Palazzo Madama alla celebrazione della Giornata del Ricordo.
Le foibe, “con il loro carico di morte, di crudeltà inaudite, di violenza ingiustificata e ingiustificabile”, per Mattarella sono “il simbolo tragico di un capitolo di storia, ancora poco conosciuto e talvolta addirittura incompreso, che racconta la grande sofferenza delle popolazioni istriane, fiumane, dalmate e giuliane”.
Prima la durissima occupazione nazi-fascista di quelle terre, “nelle quali un tempo convivevano popoli, culture, religioni diverse”. Poi, la violenza del comunismo titino che “scatenò su italiani inermi la rappresaglia, per un tempo molto lungo: dal 1943 al 1945”. Anche le foibe e l’esodo forzato che ne seguiì “furono il frutto avvelenato del nazionalismo esasperato e della ideologia totalitaria che hanno caratterizzato molti decenni nel secolo scorso”.
Una tragica spirale che non si è arrestata anche in seguito, in altre zone, “i danni del nazionalismo estremista, dell’odio etnico, razziale e religioso si sono perpetuati, anche in anni a noi molto più vicini, nei Balcani, generando guerre fratricide, stragi e violenze disumane”.
Come fermare questa spinta all’odio razziale? Il capo dello Stato indica un baluardo e un deterrente: l’Unione Europea.
“E’ nata per contrapporre ai totalitarismi e ai nazionalismi del Novecento una prospettiva di pace, di crescita comune, nella democrazia e nella libertà “.
Oggi, grazie anche all’Unione Europea, in quelle zone martoriate, si sviluppano dialogo, collaborazione, amicizia tra popoli e stati. Anche questo suona da monito del capo dello Stato a quanti ogni giorno attaccano l’unità europea, invocando l’uscita dalla euro o perfino un’uscita dall’Italia dalla Ue.
Il capo dello Stato però, sul passato, pronuncia parole forti e chiare nella condanna delle foibe, perchè non vi possa essere alcun equivoco sulla sua posizione.
“Le stragi, le violenze, le sofferenze patite dagli esuli giuliani, istriani, fiumani e dalmati non possono essere dimenticate, sminuite o rimosse. Esse fanno parte, a pieno titolo, della storia nazionale e ne rappresentano un capitolo incancellabile, che ci ammonisce sui gravissimi rischi del nazionalismo estremo, dell’odio etnico, della violenza ideologica eretta a sistema”.
Nei giorni scorsi il Capo dello Stato ha nominato commendatore uno degli ultimi testimoni di quella tragedia: il novantasettenne Giuseppe Comand che nel 1943 a Pola partecipò alle operazioni di recupero delle vittime.
(da agenzie)
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Febbraio 9th, 2018 Riccardo Fucile
UN ESEMPIO DI SENSO DELLO STATO DA CUI PRENDERE ESEMPIO… RINUNCIA A UN POSTO DI PRESTIGIO PER COMPORRE IL DISSENSO INTERNO AL PARTITO NELL’INTERESSE SUPERIORE DEL PAESE
Pressato dal partito, il leader dell’Spd, Martin Schulz, ha ufficializzato questa mattina la sua rinuncia alla carica di ministro degli Esteri nel prossimo governo Merkel.
La stampa tedesca da qualche ora raccontava di forti pressioni da parte della base del partito ma anche di esponenti di spicco del vertice socialdemoratico.
In particolare aveva destato scalpore l’esclusione dalla lista non ufficiale dei ministri di Sigmar Gabriel, attuale ministro degli Esteri, e uno dei politici più popolari in Germania, almeno secondo i sondaggi.
In una dichiarazione scritta, Schulz alla fine ha spiegato il suo gesto sottolineando che va chiuso il prima possibile il dibattito sulle nomine per non mettere a rischio il voto della base del partito sulla Grosse Koalition.
“Per questo – ha chiarito Schulz – rinuncio ad entrare nel governo e auspico di tutto cuore, allo stesso tempo, che con questo si ponga fine al dibattito interno alla Spd”.
Da mercoledì, nel partito della sinistra tedesca si erano alzate voci contrarie all’ingresso di Schulz nell’esecutivo.
Secondo la Bild, al presidente sarebbe stato posto un ultimatum dai vertici del partito, con la richiesta di rinunciare all’incarico.
All’interno dell’Spd, in queste ore, prende inoltre avvio la campagna per il referendum tra gli iscritti che dovranno accettare o no la Grosse Koalition con la Cdu di Angela Merkel e la Csu bavarese. Kevin Kuehnert, leader dell’ala giovanile della Spd, inizia infatti oggi a Lipsia la campagna con cui cercherà di convincere i circa 460mila iscritti al partito a votare ‘no’ al programma di governo di Grande Coalizione concordato dalle delegazioni dei tre partiti, Cdu e Csu, oltre alla Spd.
Il voto, che si terrà tra il 20 febbraio e il primo fine settimana di marzo, è vincolante. Il 4 marzo i risultati.
Sicuro di un esito della consultazione favorevole all’accordo è apparso invece il segretario generale del partito, Lars Klingbeil: “Abbiamo negoziato e raggiunto un buon risultato che presenta buoni contenuti. Sono sicuro che la maggioranza dei membri Spd riuscirà e vederla anche in questo modo”. La rinuncia di Schulz, da questo punto di vista, potrebbe favorire la vittoria dei sì, almeno negli auspici dei vertici favorevoli alla GroKo, la Grosse Koalition.
(da agenzie)
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Febbraio 9th, 2018 Riccardo Fucile
CENTRODESTRA IN FLESSIONE, LA BONINO AL 3%, NOI CON L’ITALIA NON CE LA FA, LIBERI E UGUALI AL 6,5%
L’effetto Macerata per ora non si misura nei sondaggi che però continuano a dare il centrodestra in
vantaggio alle elezioni politiche 2018 del 4 marzo.
Due rilevazioni pubblicate oggi dal Messaggero e dalla Stampa ci rivelano che il centrodestra è ancora lontano dalla maggioranza.
Il trio Berlusconi-Salvini-Meloni ha perso qualcosa a causa di un piccolo calo dei tre partiti principali che si traduce in un -0,6% per la coalizione.
Anche il Partito Democratico è in calo ma i voti guadagnati dai suoi alleati portano complessivamente la coalizione a crescere dello 0,4% in una settimana.
Secondo SWG invece il MoVimento 5 Stelle perde lo 0,4% mentre Liberi e Uguali guadagna mezzo punto percentuale ed è il partito in maggiore crescita secondo questa rilevazione.
Nicola Piepoli invece spiega che nel suo sondaggio, che arriva dopo Macerata, le quote dei vari partiti in gara risultano piuttosto stabili, con qualche rilevanza positiva a favore delle coalizioni di centrodestra e di centrosinistra.
Ma non è certo con l’1% in più o in meno che le coalizioni possono pensare di prendere il piatto, ossia la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera dei Deputati e al Senato.
In questo momento e con le attuali quote di mercato, il limite a cui può arrivare il centrodestra è intorno ai 285 seggi, ben lontano dall’en plein dei 316 occorrenti per vincere alla Camera.
Il problema, spiega Piepoli, è che ci sono una trentina di seggi in bilico alla Camera: hanno tutti una presenza quasi vincente (ma non vincente) di un candidato del centrodestra, che in un terzo dei seggi affronta un competitor di centrosinistra e nei restanti due terzi un avversario del Movimento 5 Stelle.
In questa trentina di seggi la distanza che c’è fra il candidato favorito e lo sfidante più insidioso è dell’ordine di poche centinaia di voti.
Al centrodestra basterebbe quindi avere in media un paio di punti in più su tutto il territorio nazionale e questo «plus» distribuito fra tutti i seggi, conferirebbe alla coalizione guidata da Berlusconi e Salvini la vittoria per pochissimi voti.
Questa informazione deriva dalla lettura delle strisce elettorali corrispondenti ai 238 territori in cui si dividono i seggi uninominali della Camera. Basterebbero quindi 600 mila voti in più rispetto a quelli attribuiti oggi dai sondaggi per far sì che il centrodestra possa governare.
Il difficile sarà conquistarli.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 9th, 2018 Riccardo Fucile
ORA SALVINI TUONA CONTRO I 35 EURO MA QUANDO LA LEGA ERA AL GOVERNO L’ACCOGLIENZA COSTAVA DI PIU’
Quanto ci costa l’accoglienza dei migranti? Secondo Salvini e la Lega (non più Nord) spendiamo troppo.
È la solita litania dei 35 euro al giorno che lo Stato spende per ogni migrante accolto nel nostro Paese. Molti italiani pensano che quei 35 euro finiscano direttamente in tasca degli immigrati. Non è così: sui circa 35 euro pro-capite spesi per lo SPRAR, oltre un terzo va a coprire le retribuzioni di operatori e professionisti. Che generalmente sono italiani.
Ai migranti viene dato sì il cosiddetto “pocket money” ma non è che una piccola percentuale del costo totale dell’accoglienza.
È stata la Lega Nord a volere la creazione degli SPRAR
Per Matteo Salvini e i leghisti si tratta di lo stesso di troppi soldi. Prima gli italiani, è il moto della nuova Lega che per convenienza elettorale ha scoperto che l’unità nazionale non è poi una brutta cosa.
Salvini, molto attivo nel denunciare i pericoli di questa “invasione” inesistente che prelude ad una “sostituzione etnica” vorrebbe chiudere i centri d’accoglienza e in passato ha proposto di bombardare i barconi, le coste della Libia o di lasciare gli immigranti al largo, in mezzo al mare. Perchè gli immigrati sono troppi, perchè costano troppo.
Matteo Salvini però evita sempre di parlare di chi abbia creato il sistema degli SPRAR, ovvero il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati.
Ad istituire lo SPRAR che è coordinato dal Ministero dell’Interno in collaborazione con gli enti locali (comuni e regioni) è stata la legge n.189/2002 meglio nota come Legge Bossi-Fini.
Lo SPRAR è costituito dalla rete degli enti locali che — per la realizzazione di progetti di accoglienza integrata — accedono, nei limiti delle risorse disponibili, al Fondo nazionale per le politiche e i servizi dell’asilo.
Quel Bossi è Umberto Bossi, all’epoca segretario della Lega Nord e ministro per le Riforme istituzionali e devoluzione del secondo governo Berlusconi (e oggi candidato con la Lega a Varese).
Il 2002 fu un anno ricco di soddisfazioni per la Lega perchè come ci ricorda un documento dell’ISTAT in quel periodo, il governo dell’epoca si rese protagonista di un’altra iniziativa sulla quale i leghisti ebbero poco o nulla da eccepire: la regolarizzazione — nel 2002 — di 200.000 immigrati, la maggior parte dei quali nelle province e nelle regioni del Nord (per fare un paragone attualmente gli immigrati irregolari in Italia sono poco più di 400mila).
Vale la pena di ricordare che in quel governo la Lega Nord aveva altri due dicasteri di peso: quello della Giustizia, affidato a Roberto Castelli e quello del Lavoro, retto da Roberto Maroni.
Sempre durante quella legislatura, nel 2003, il Parlamento ratificò il trattato di Dublino, proprio quello che oggi la Lega Nord contesta duramente come causa “dell’invasione”.
Con la Lega al governo l’accoglienza costava 46 euro al giorno per migrante
Facciamo ora un piccolo salto avanti nel tempo.
È il 2011, al governo c’è ancora Berlusconi, al ministero dell’Interno c’è il leghista Roberto Maroni. Esplode la crisi dei migranti dovuta alle cosiddette primavere arabe; gli accordi stretti da Berlusconi con Gheddafi non reggono più perchè anche la Libia è travolta dalle proteste e il leader libico viene deposto e ucciso in seguito all’intervento militare occidentale.
Succede così che quei migranti che fino ad all’ora il Colonnello aveva semplicemente rinchiuso all’interno di veri e propri lager possano finalmente uscire e scappare dall’inferno libico.
Ne arriveranno 62.292, una cifra importante ma niente in confronto alle successive ondate migratorie di questi anni (nel 2014 ad esempio ne sbarcarono 170mila).
Per il governo è in ogni caso una situazione delicata tant’è che nell’aprile 2011 viene siglato l’ Accordo Stato-Regioni-Enti Locali per l’accoglienza diffusa a fronte emergenza umanitaria dal Nord Africa.
L’accordo prevede tata la di procedere ad una ripartizione regionale dei migranti richiedenti protezione internazionale, secondo criteri condivisi, al fine di perseguire una distribuzione omogenea sul territorio nazionale.
La stessa procedura che viene adottata ancora oggi e che oggi la Lega (non più Nord, ma è lo stesso partito) contesta. Tutti ricordano la sceneggiata di Salvini che va a dormire nel CARA di Mineo definendolo un «Centro commerciale di carne umana». Pochi invece ricordano che il CARA di Mineo è stato inaugurato il 24 marzo 2011, ovvero durante il mandato del leghista Roberto Maroni al ministero dell’Interno.
Ma veniamo ai costi, oggi Salvini si lamenta perchè spendiamo questi famosi 35 euro al giorno per i migranti.
Ma quanto è costata l’accoglienza gestita da Lega Nord e Forza Italia?
Il Rapporto sull’accoglienza di migranti e rifugiati in Italia stima che durante l’emergenza nord Africa i costi dell’accoglienza fossero pari a 46 euro per gli adulti e ai 75 euro per i minori.
L’articolo 5 dell’ordinanza del Presidente del Consiglio dei Ministri n. 3933 del 13 aprile 2011 autorizzava la corresponsione di un contributo ai Comuni per le spese relative all’accoglienza di minori non accompagnati, per complessivi 500 posti, ad un costo giornaliero pro capite non superiore a 80 euro. Ora il costo dell’accoglienza dei minori non accompagnati si aggira attorno ai 45 euro al giorno.
Le contraddizioni di Roberto Maroni che da ministro minacciava chi rifiutava l’accoglienza e da Governatore chi la accettava
Il problema dell’accoglienza diffusa era così serio che il 30 marzo 2011 Maroni rispondeva con questo intervento ad un’interrogazione parlamentare presentata da Pino Pisicchio. Maroni spiegava di aver proposto alle Regioni «un piano per la distribuzione equa, in tutte le regioni, con la sola esclusione dell’Abruzzo per i soliti motivi, dei rifugiati, con un criterio molto semplice, ossia in base al numero degli abitanti, alla popolazione. Sentirò oggi le regioni e mi auguro che vi sia quella solidarietà di tutte le regioni che è stata invocata, da ultimo, dal Presidente della Repubblica»
Un paio di giorni prima, il 28 marzo, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera si rivolgeva così alle Regioni che rifiutavano di accogliere i profughi: «Accogliete i profughi o agiremo d’imperio».
Maroni utilizzava toni molto più duri e decisi di quelli che la Lega Nord di Salvini, appena un paio di anni dopo, criticava.
Nel 2013 Salvini annunciava che la Lombardia non avrebbe accolto altri migranti spiegando che «Noi leghisti non siamo cattivi, ma nemmeno coglioni».
Nel 2015 lo stesso Maroni che si preparava ad agire d’imperio nei confronti di coloro che rifiutavano l’accoglienza minacciava invece di tagliare i fondi ai sindaci che aderivano allo SPRAR.
Ma in fondo la Lega Nord è fatta così: qualche anno fa pagava profumatamente per l’accoglienza, oggi i costi inferiori sono considerati eccessivi.
Sempre con Maroni all’Interno finanziava con 30 milioni di euro l’anno la costruzione di Campi Rom nella Capitale, oggi Salvini vorrebbe usare la ruspa.
Gente meravigliosa, i padani, quando si tratta di soldi pubblici.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 9th, 2018 Riccardo Fucile
E ANNUNCIA DI AVER SCARICATO LE SUE CONVERSAZIONI SU TELEGRAM E IL DATABASE… PUBBLICATO UN PRIMO BLOCCO DI DATI
Anonplus all’attacco di Matteo Salvini. 
Stanotte il collettivo di hacker è entrato in uno dei siti e nei social network del Capitano della Lega e ha scaricato il database, dedicandosi poi all’invio di alcuni messaggi di scherno dalla pagina Facebook classici come fargli scrivere “Sono gay” oppure “Mi raso a zero se questo post raggiunge i 1000 like”.
Verso mezzanotte e mezza è uscita una rivendicazione sul sito internet del segretario della Lega Nord: “AnonPlus combatte i sopprusi, le inequità , le corruzioni”.
AnonPlus sostiene di aver sottratto anche il contenuto delle chat di Telegram del segretario.
Un primo blocco di dati, ancora da verificare, è stato pubblicato da AnonPlus con un link sul proprio profilo Twitter: “Prima trance del database scaricato non sono stati filtrati o controllati a voi l’onere e l’onore di farlo”. Poi il link è sparito.
Nel mirino è finita anche la prestigiosa iniziativa Vinci Salvini, che il responsabile della comunicazione della Lega Nord e del Capitano Luca Morisi aveva lanciato (Genio! Visionario!) regalando un incontro con il segretario della Lega a chi fosse stato più veloce a diffondere i suoi contenuti su internet:
Dopo un paio d’ore la Lega Nord è tornata in possesso degli account social e del sito internet. Lo stesso gruppo AnonPlus aveva nei giorni scorsi rivendicato la pubblicazione della lista completa degli iscritti al Partito democratico di Firenze, con nomi, cognomi. Nel documento c’era anche il vecchio numero di cellulare di Renzi.
Matteo Salvini dovrà attendere adesso il rilascio del database e delle chat su Telegram per scoprire cosa abbiano preso gli hacker dal suo sito.
Lo spettacolo potrebbe essere già finito.
Oppure, come nel caso di Casaleggio e Rousseau, potrebbe stare soltanto per cominciare.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 9th, 2018 Riccardo Fucile
ANPI E ARCI FANNO MARCIA INDIETRO E LE “MADRI PER ROMA CITTA’ APERTA” ATTACCANO MINNITI
Colpo di scena. Dopo le polemiche di questi giorni, l’Anpi nazionale fa marcia indietro. O almeno si ritaglia uno spazio di cuscinetto tra l’appello del sindaco di Macerata, Romano Carancini, ad annullare tutte le manifestazioni sui fatti della scorsa settimana e il diritto a scendere in piazza contro ogni fascismo e razzismo.
Poco dopo anche l’Arci nazionale fa la stessa scelta.
“L’Anpi nazionale invita le autorità competenti ad autorizzare la manifestazione di domani e contestualmente invita tutti coloro che vi parteciperanno a far sì che essa si svolga in modo assolutamente pacifico”, recita una nota. Ma sulla manifestazione anti-razzista – confermata comunque da centri sociali, sezioni dell’Anpi e dell’Arci locali, Fiom, una parte di Leu e Potere al Popolo – prende parola con una lettera al sindaco di Macerata anche il comitato ‘Madri per Roma città aperta’, associazione nata dopo la morte di Renato Biagetti, giovane ingegnere romano ucciso a coltellate da due giovani neofascisti nel 2006.
“Signor Sindaco, insieme al Ministro degli Interni, lei sta impedendo nella sua città il libero manifestarsi delle idee antifasciste, riconosciute dalla nostra Costituzione”, scrivono le mamme di questo comitato. Ne fanno parte anche la madre di Dax, Davide Cesare, ucciso da giovani di ambienti di estrema destra a Milano nel 2003, e Heidi Giuliani, la madre di Carlo ucciso a Genova da un carabiniere negli scontri anti-G8 2001.
Quanto all’Anpi, le pressioni della base hanno prodotto questa nota:
L’ANPI Nazionale ha deciso di accogliere l’appello del Sindaco di Macerata per senso di responsabilità e per sensibilità nei confronti della comunità cittadina. E’ stata una scelta sofferta, ma ponderata e libera.
Altra cosa è il divieto di tutte le manifestazioni, che metterebbe di fatto sullo stesso piano quelle fasciste e quelle antifasciste. Per di più, vietare la manifestazione prevista a Macerata per domani che comunque sarà partecipata comporterebbe con ogni probabilità tensioni e incidenti. Proprio ciò che il Sindaco voleva evitare con il suo appello.
Per questa ragione l’Anpi nazionale invita le autorità competenti ad autorizzare la manifestazione di domani e contestualmente invita tutti coloro che vi parteciperanno a far sì che essa si svolga in modo assolutamente pacifico.
La presidente nazionale dell’Arci Francesca Chiavacci lancia un appello al ministro dell’Interno Minniti perchè la manifestazione che si terrà domani a Macerata contro il fascismo e il razzismo venga autorizzata.
Si faccia di tutto per evitare che a un corteo promosso per condannare la sparatoria
contro sei giovani stranieri, per riaffermare i valori della nostra democrazia e della
Costituzione, venga impedito di sfilare. Tanto più dopo la presenza in città ieri di Forza nuova e il giorno prima di esponenti di Casapound. Sono le forze neofasciste che devono essere condannate e fermate, non chi vi si oppone e vuole testimoniarlo pubblicamente.
Ora di fatto la palla passa al sindaco e al Viminale. Ieri il ministro Marco Minniti, in un’intervista a Repubblica, ha dichiarato:
Ringrazio l’Anpi per aver rinviato la manifestazione di sabato accogliendo l’appello del sindaco. Spero che facciano lo stesso le forze politiche. Se non succede, ci penserà il Viminale a vietarle
La lettera delle ‘Madri per Roma città aperta’ rivendica il diritto a manifestare domani a Macerata dopo i fatti della scorsa settimana: l’omicidio di Pamela e la sparatoria contro un gruppi di immigrati da parte dell’ex candidato della Lega, Luca Traini.
E arriva nel pieno delle polemiche per l’appello del sindaco Romano Carancini a non scendere in piazza per “farsi carico del dolore, delle ferite e dello smarrimento della mia città “.
L’appello è stato adottato da tutte le forze politiche – tranne una parte di Leu e Potere al Popolo – dalla dirigenza nazionale di Cgil, Anpi e Arci, ma non dalla Fiom, da moltissimi circoli locali dell’Arci, da alcuni dell’Anpi e dai centri sociali: che domani saranno in piazza.
Ecco cosa scrivono le ‘Madri per Roma città aperta’:
Signor Sindaco di Macerata,
Renato Biagetti, ingegnere di 26 anni, il 27 agosto 2006 moriva a Roma assassinato da due giovanissimi fascisti con otto coltellate, mentre usciva da un concerto di musica reggae. Il giudice che li ha condannati ha evidenziato nella sentenza la gravità del gesto perchè in esso c’era la rivendicazione di un territorio.”Questo quartiere è nostro tu sei un diverso e devi morire”.
Le parole che hanno decretato la morte di Renato hanno anticipato le parole che sono ogni giorno sulla bocca di cittadini, politici, media italiani ” L’Italia agli italiani” ” Fuori tutti gli immigrati”.
Signor Sindaco per un giudice queste parole sono un’aggravante di un reato. Lei non si è preoccupato che un suo cittadino con queste idee nella testa abbia tentato una strage di persone innocenti, la cui “colpa ” era solo quella di essere cittadini stranieri.
Lei non ha immediatamente raccolto i suoi cittadini intorno al dolore delle persone colpite, prendendo le distanze dal loro concittadino, dichiaratamente fascista e razzista, che li aveva feriti.
Signor Sindaco, il fascismo e il razzismo non sono opinioni che si possano manifestare liberamente nelle città italiane. Sono un crimine condannato dalla nostra Storia di Liberazione e dalla Costituzione che lei serve come Istituzione. Lei, signor Sindaco, ha preferito pronunciare questo appello: “«È il tempo della comunità , della nostra comunità . Si fermino tutte le manifestazioni».
Signor Sindaco lei vuol forse farci intendere: che la sua comunità è più importante della Costituzione, dei suoi principi antifascisti e antirazzisti?
che la sua comunità rimarrebbe turbata se i suoi concittadini antifascisti e antirazzisti, insieme ad altri cittadini antifascisti e antirazzisti riempissero le strade della sua città per ripetere che l’Italia ripudia il fascismo e il razzismo e la violenza?
Signor Sindaco , insieme al Ministro degli Interni, lei sta impedendo nella sua città il libero manifestarsi delle idee antifasciste, riconosciute dalla nostra Costituzione.
Signor Sindaco lei dovrebbe aver paura di quel silenzio che ha chiesto, non della voce degli antifascisti.
(da “Huffingtonpost”)
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