Febbraio 17th, 2018 Riccardo Fucile
NEL POMERIGGIO L’ANNUNCIO UFFICIALE: “MI CANDIDO A SINDACO DI IMPERIA”… E FA SALTARE IL BANCO DEI COMPAGNI DI MERENDE FORZA-LEGHISTI IN REGIONE… DOPO LE ULTIME ASSOLUZIONI ANNUNCIA: “VOGLIO FAR TORNARE BELLA LA MIA CITTA’, BERLUSCONI MI APPOGGIA, TOTI FACCIA QUELLO CHE GLI PARE CON LA SUA LISTA E POI VEDIAMO CHI VINCE”
In una Liguria sonnacchiosa, divisa tra un centrosinistra in crisi esistenziale da tempo e un
centrodestra arrogante nel suo acchiappare qualsiasi poltrona libera, fino ad arrivare a nominare un comico a presidente del Ducale, ci voleva qualcuno controcorrente che almeno facesse sorridere, visto che a indurre al riso sfrenato ci pensa già la compagnia di merende xenofoba di Toti e Bucci.
L’annuncio è arrivato durante il pranzo che precedeva la conferenza stampa del pomeriggio che si è tenuto nell’azienda agricola Il Cascin di Arzeno d’Oneglia.
L’ex ministro Claudio Scajola ha sciolto la riserva. Correrà per la poltrona di sindaco della sua città , Imperia.
«Voglio far tornare belle Imperia – ha detto Scajola – e vediamo anche se riusciamo a risparmiare la spesa per la domenica del ballottaggio» ha aggiunto, auspicando di farcela al primo turno.
Poi la parte divertente della vicenda: «Forza Italia è contenta della mia candidatura e lo è anche Berlusconi. Io vado per la mia strada, Toti farà quello che vuole con la sua lista».
Tra i presenti anche l’ex sindaco di Imperia ed ex presidente della Provincia Luigi Sappa, il vicepresidente della Provincia Luigino Dellerba, Pino Camiolo, Giacomo Raineri, Giuseppe Fossati, Antonio Gagliano, Simone Vassallo, che da poco ha lasciato la poltrona di assessore in Comune, Nicola Falciola, Franco Amoretti, Claudio Ghiglione e l’ex segretario generale del Comune Paolo Calzia. Solo per citarne alcuni.
Una prova di forza con oltre cento invitati schierati.
Nei giorni scorsi il governatore Toti e il segretario leghista (a processo per peculato) Rixi avevano già sclerato: “non ci interessano autocandidature, Scajola non fa parte del nostro progetto” .
Ora il ritorno in campo dell’ex ministro, forte delle ultime assoluzioni nei processi che lo riguardavano.
Il “modello Liguria”, ovvero Forza Italia prona alla Lega, tanto amato da Toti, rischia di saltare per aria, a cominciare da Imperia.
Toti è di fronte a un bivio: accettare Scajola come candidato del centrodestra o appoggiare un candidato leghista, giocandosi la faccia?
I liguri tremano, il red carpet è a rischio
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Febbraio 17th, 2018 Riccardo Fucile
L’EX MINISTRO ORA E’ AL CONSIGLIO DI STATO E RESPINGE LE ACCUSE DELLA QUESTURA DI IMPERIA
Da ministro degli Esteri è stato uno dei protagonisti delle scelte politiche che hanno di fatto chiuso le frontiere interne all’Europa.
Ma oggi Franco Frattini è presidente del Consiglio di Stato. E, a distanza di 15 anni dalla ratifica del Trattato di Dublino II (la legge europea che impone l’esame delle richieste d’asilo dei migranti al primo paese di sbarco), si è trovato a chiarire che “l’affermata adesione al movimento ‘no borders’ non può considerarsi sintomatica di alcun pericolo per la sicurezza pubblica”. Criticare la politica di frontiera della Francia e solidarizzare con i migranti bloccati al confine, insomma, non può essere in alcun modo “indice di pericolosità sociale”.
E’ quello che si legge nella sentenza del Consiglio di Stato che respinge in blocco l’impianto accusatorio della Questura di Imperia, con il quale il Viminale si opponeva all’annullamento, già ottenuto di fronte al Tar ligure, del provvedimento di foglio di via ai danni di una delle persone che, dall’estate del 2015, hanno scelto di “sostenere le persone senza documenti bloccate alla frontiera di Ventimiglia e lottare per la libertà di circolazione”.
Nonostante le sentenze di primo grado definissero i provvedimenti di allontanamento dal Comune di Ventimiglia “ingiustificati, sproporzionati e gravemente lesivi del diritto fondamentale costituzionalmente garantito di libertà di circolazione e soggiorno sul territorio nazionale”, contro alcuni soggetti la Questura di Imperia ha deciso di impugnare l’annullamento di fronte all’ultimo grado della giustizia amministrativa.
Il caso ha voluto che, proprio in quella sede, a ribadire ancora una volta l’illegittimità di questi fogli di via fosse proprio Frattini, ministro degli esteri quando il governo Berlusconi ratificava il regolamento di Dublino II che causa l’attuale situazione di stallo al confine tra Italia e Francia.
Per l’accusa, le azioni dei solidali sarebbero indice di personalità “dedite alla commissione di reati che offendono o mettono in pericolo la sicurezza o la tranquillità pubblica”, la valutazione dei giudici, al Tar come al Consiglio di Stato, è stata univoca nel ribadire quanto previsto dal diritto:
“La solidarietà è un diritto e un dovere inviolabile e costituzionalmente garantito, manifestare con i migranti per l’apertura delle frontiere non può essere un reato, così come è legittimo contestare con azioni nonviolente ordinanze ritenute ingiuste”.
Inoltre, per i giudici la quantità di provvedimenti di allontanamento emanati dalla Questura, 78 nei confronti di cittadini italiani e 25 ai danni di solidali francesi, è indice del “dissimulato scopo di contrastare le attività solidaristiche del cosiddetto movimento no borders”, intenzione suffragata da una valutazione espressa nelle memorie dell’accusa contro le persone colpite da foglio di via: “Che con le loro iniziative finivano per alimentare dissidi tra la popolazione”.
In effetti, nonostante la maggioranza dei provvedimenti risultino tutti illegittimi, e con essi decadono le accuse di violazione degli stessi, a Ventimiglia si può costatare come la repressione del movimento “no borders” sia riuscita ad arginare la maggior parte delle iniziative di solidarietà diretta e quasi tutte le manifestazioni a sostegno dell’apertura della frontiera e della libertà di circolazione. Per mesi l’impegno dei solidali, che univa assistenza a denuncia, ha colmato il ritardo organizzativo delle istituzioni, colte di sorpresa dalla improvvisa chiusura delle frontiera francese del 2015, ma non appena i canali di assistenza “ufficiali” sono stati in qualche modo in grado di assorbire la pressione alla frontiera, è arrivata la stretta volta ad allontanare volontari non organizzati, solidali e militanti.
Ecco un elenco delle accuse presentate contro i “no borders” che i tribunali hanno ritenuto non essere indice di “pericolosità sociale” e di “dedizione alla commissione di reati”. In molti casi, oltre a essere azioni legittime, quelle dei solidali sono attività che non presentano alcun profilo di illegalità :
— “Distribuivano panini, acqua e coperte ai migranti accampati lungo il fiume in spregio all’ordinanza sindacale che lo vietava espressamente”
— “A bordo di un’automobile si accingeva a raggiungere la manifestazione non autorizzata composta di migranti che stava svolgendosi in quella strada”
— “Sorpresi mentre organizzavano un ‘picnic’ solidale con i migranti distribuendo panini e the caldo”
— “Si radunavano in un presidio con 80 migranti, di fronte al Comune, esponendo i consueti cartelli inneggianti all’apertura indiscriminata delle frontiere, striscioni stigmatizzanti le presunte violazioni dei diritti umani commesse dalle forze dell’ordine, accusate di porre in essere fantomatiche torture e deportazioni” [le stesse che verranno documentate e denunciate con gli stessi termini da Amnesty International nel suo rapporto annuale]
— “Descriveva dettagliatamente le operazioni di polizia volte a identificare migranti e trasferirli dal territorio di Ventimiglia”
— “Si travestivano da clown”
— “Effettuava un volantinaggio a favore dei profughi in occasione del passaggio della manifestazione sportiva”
— “Venivano sorpresi in auto in possesso di cartelli di protesta”
— “Simulava il gioco di ‘ruba bandiera’, con la squadra dei ‘blu’ rappresentata dalle forze dell’ordine disposte in linea in tenuta anti sommossa e, di fronte, la squadra dei ‘bianco e neri’ rappresentata dai migranti e dai no borders (…) Pronunciava frasi irridenti quali: ‘A ruba bandiera però si gioca senza manganelli, scudi, pistole…’ e ‘chi vuole può cambiare squadra, se vogliono i blu possono passare con i bianco neri, più allegri e festosi…’”
Anche le poche dichiarazioni rilasciate alla stampa trovano ampio spazio tra altri capi d’accusa, sempre respinti dalla sentenza di annullamento del foglio di via. In particolare viene riportata integralmente un’intervista rilasciata a ilfattoquotidiano.it. L’attività di mediazione linguistica, volta a spiegare il regolamento di Dublino a un gruppo di richiedenti asilo intenzionati a raggiungere la Francia, per l’accusa diventa “istigazione alla violazione delle leggi dello stato”. Il Tribunale archivia i fatti come perfettamente legittimi e totalmente irrilevanti a definire un profilo di “dedizione alla commissione di reati contro la sicurezza pubblica”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 17th, 2018 Riccardo Fucile
LA FIERA DELLA FOTOGRAFIA E’ INIZIATA
Le elezioni ci saranno il 4 marzo, ma già è partita la fiera della fotografia del voto (che quest’anno si
è svolta anche in Sicilia). A fotografare per vantarsi con gli amici su Facebook sono gli elettori temporaneamente all’estero che hanno ricevuto per posta la scheda e che hanno compilato un modello per farne richiesta.
In questi casi l’Ufficio consolare invia per posta al domicilio un plico contenente il certificato elettorale, le schede elettorali e una busta preaffrancata che reca l’indirizzo del competente Ufficio consolare, oltre alle liste dei candidati della circoscrizione Estero.
In queste foto si vede anche qualcuno che ha espresso una preferenza (per Nicola Bacciu, candidato nella circoscrizione europea per il MoVimento 5 Stelle).
Gli elettori hanno la possibilità di esprimere una preferenza se la circoscrizione elegge un solo deputato o un solo senatore, oppure due se ne eleggono due o più.
Fotografare il voto è un reato?
La legge dice di sì, ma nel 2015 il tribunale di Latina ha assolto un 49enne che lo aveva fatto e che era stato indagato e poi imputato per violazioni delle leggi elettorali. Il legale dell’uomo ha sostenuto che si può parlare di voto di scambio soltanto se è provato il beneficio che l’elettore ottiene votando un determinato candidato, non essendo sufficiente la sola foto della scheda, e che per quanto riguarda la violazione della segretezza del voto, emersa dall’immagine presente nel cellulare sequestrato, non ci può essere condanna senza prova che il presidente di seggio abbia avvisato l’elettore che non può fare foto. Il giudice gli ha dato ragione.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 17th, 2018 Riccardo Fucile
CINQUE ACCOUNT DORMIENTI DA TRE ANNI HANNO PUBBLICATO 160.000 TWEET… MESSAGGI TUTTI A FAVORE DI LEGA E M5S
I segnali di un’operazione in corso per influenzare le elezioni italiane del 4 marzo ci sono. «La Stampa» li ha raccolti attraverso questa inchiesta che indirizza verso il coinvolgimento di elementi favorevoli alla Russia.
Ma si ferma sulla soglia che solo le autorità giudiziarie possono superare.
Nelle settimane scorse un’autorevole fonte internazionale, che ha seguito professionalmente le interferenze di Mosca nei processi politici delle democrazie occidentali, ci ha segnalato cinque account di Twitter.
Un campione che ha particolari caratteristiche già riscontrate nelle inchieste di intelligence in altri Paesi, e in questo caso sta facendo campagna di disinformazione e propaganda sulla politica italiana.
Gli account erano @DoctorWho744, @CorryLoddo, @lucamedico, @Outis2000, @FrancoSuSarellu.
Osservandoli, prima di entrare nelle analisi tecniche, le loro posizioni politiche sono facili da verificare: appoggio alla Russia, Movimento 5 Stelle, Lega. Dunque un «sample» da investigare, perchè temi e modalità somigliano a quelli di operazioni precedenti.
Persone a conoscenza della materia affermano che gli account presi in esame hanno caratteristiche che non rientrano nelle attività di normali utenti dei social.
Uno di questi, ad esempio, è passato da una media di 13 tweet al giorno del 2015, a oltre 105 tweet al giorno nel 2016. Nei primi giorni del 2017 ha tenuto una media di oltre 125 tweet quotidiani.
Tra i suoi oltre 65.000 messaggi, la parola Russia appare oltre 4.700 volte, Putin 1.465, Grillo 966, Renzi oltre 4.000, Berlusconi 475 e Salvini 570.
Di particolare interesse è la menzione dei media: l’account ha avuto 735 interazioni (tweet, RT) verso l’account de «Il Fatto Quotidiano»; oltre 13.000 con Sputnik (la versione Internazionale e quella italiana); oltre 1.100 con Wikileaks. I cinguettii vengono fatti a qualunque ora del giorno: dalle 5 di mattino fino alle 2 di notte.
Le interazioni con account personali sono nel network dei pro-M5S e della destra. Passano da 180, tra retweet e tweet con un noto account pro-M5S, fino a raggiungere i 1.800 con un altro account pro-M5S, per arrivare verso i 2.000 con un account che appoggia temi di partiti come la Lega: immigrazione, sicurezza.
Il titolare, la cui identità abbiamo deciso di non rivelare, ha due account di Facebook con differenti funzioni: uno riporta solo i tweet dal suo account Twitter (un feed automatico); l’altro è un profilo sempre di propaganda, ma con testi e condivisioni relative solo a pagine e gruppi Facebook. Sul profilo si dichiara un sostenitore del Movimento Cinque Stelle. Ha una compagna russa.
Secondo una fonte che ha deciso di parlare a condizione di restare anonima, da una ricerca più approfondita potrebbe emergere che dall’account sono stati cancellati tutti i log di accesso, cioè da dove si è collegato e con quali dispositivi. Un’attenta pulizia per non lasciare tracce, che potrebbe nascondere una persona molto gelosa della sua privacy, o altro.
L’attività della casella e-mail sarebbe molto limitata: riceverebbe molta posta di spam, compresi tentativi di phishing, ma si limiterebbe ad inviare pochi messaggi all’anno. L’account avrebbe messaggiato privatamente con meno di 10 persone negli ultimi 4 anni, tra Twitter e Facebook.
Anche in questo caso, o i messaggi sarebbero stati cancellati, oppure le poche interazioni private farebbero pensare che siamo di fronte ad una persona che cinguetta e scrive su Facebook per lavoro e non per svago. È altrettanto chiaro che non si tratta di un semplice attivista, ma di qualcuno che impiega ore della sua giornata in attività di digital propaganda.
Un altro account del sample rispecchierebbe di più il profilo dei troll, ma con caratteristiche curiose. Ad esempio nasconderebbe spesso le proprie tracce (il suo Ip). Darebbe l’impressione di essere in Sardegna, scrivendo di vivere sull’isola nella sua bio, ma quando entra sui social il suo Ip corrisponderebbe ad altri luogi, come ad esempio Torino.
Potrebbe trattarsi di una persona che viaggia molto, oppure di accessi attraverso Vpn per mascherare e proteggere la privacy, come facevano nelle «troll factory» russe, documentate non solo da inchieste di intelligence, ma anche dal racconto di un ex dipendente con il quotidiano «The Guardian».
Ovviamente non c’è una prova definitiva del rapporto organico tra gli account e un’operazione per influenzare le nostre elezioni, ma collegando i puntini si viene messi in questa direzione, dove forse potrebbero arrivare agenzie attrezzate e autorizzate a farlo.
Anche la dimensione dello sforzo non deve trarre in inganno, perchè in altri Paesi è stato condotto alla stessa maniera, con piccole operazioni insospettabili. Il costo è basso, e qualunque risultato destabilizzante è utile. Basti pensare che questi soli 5 account hanno «scritto» oltre 160.000 tweet.
Durante le elezioni americane del 2016, i tweet fatti dagli account russi hanno avuto oltre 450 milioni di «impression», e questo dato è ancora oggi parziale. Senza dimenticarci di Facebook, dove le varie operazioni di disinformazione hanno raggiunto centinaia di milioni di americani.
Per l’Italia sarebbe importante appurare se una potenza straniera sta cercando di interferire con le nostre elezioni, a qualunque livello. Siamo un Paese democratico e i partiti hanno il diritto di scegliere i programmi che preferiscono.
Se però collaborano con altre nazioni, o hanno intenzione di cambiare le alleanze internazionali dell’Italia, gli elettori hanno il diritto di saperlo e questo punto dovrebbe fare parte del dibattito politico.
(da “La Stampa”)
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Febbraio 17th, 2018 Riccardo Fucile
I CONTRIBUTI RECUPERATI CALATI DEL 31%
Sono diminuiti anche nel 2017 i controlli sui luoghi di lavoro, quelli che servono a scovare le
aziende che impiegano dipendenti “in nero” o che violano le norme sulla sicurezza.
Siamo un Paese con oltre mille morti all’anno per incidenti in fabbriche e cantieri (o sui tragitti per raggiungerli); un mese fa la tragedia alla Lamina di Milano è costata la vita a quattro operai, mentre gli occupati irregolari, secondo l’Istat, sono 3,7 milioni. Nello stesso tempo, però, assistiamo a una continua riduzione delle ispezioni. Se nel 2016 sono state condotte verifiche su 192mila imprese, nei dodici mesi successivi si sono fermate a 160mila, con un calo del 16%. I
datori non in regola con i contributi, con l’assicurazione del proprio personale o con le norme di sicurezza hanno sempre meno possibilità di ricevere una sgradita visita.
La nascita di un altro ente ispettivo non ha arginato questa discesa.
Anzi, la nuova organizzazione della materia, disegnata dal Jobs Act nel 2015, ha favorito il trend negativo. Il 2017 è stato l’anno che ha visto l’esordio dell’Ispettorato nazionale del Lavoro.
Prima della riforma targata Giuliano Poletti, i controlli erano svolti da tre soggetti diversi e autonomi tra loro: i funzionari del ministero sindacavano sul rispetto delle norme sul lavoro, quelli dell’Inps su quelle previdenziali e infine gli addetti alla vigilanza dell’Inail si occupavano di sicurezza. Ognuno era competente nel proprio settore. Per il governo, però, così si rischiava la duplicazione delle ispezioni, con spreco di denaro pubblico. Così la decisione è stata quella di far nascere l’Ispettorato, un organo che sulla carta dovrebbe semplificare le procedure e coordinare l’agire dei tre enti.
L’anno appena passato è stato il primo di operatività del nuovo sistema. Si possono quindi confrontare i risultati ottenuti nel 2017 con quelli degli altri anni.
Nel 2012, per esempio, era in vigore il vecchio modello organizzativo e con 244mila ispezioni la cifra recuperata a titolo di contributi e premi evasi è stata di ben 1,6 miliardi di euro.
Nel 2013, i controlli sono scesi a 235mila e l’incasso non è andato oltre 1,4 miliardi. Il calo è proseguito senza freni fino al 2016, quando per la prima volta siamo andati sotto le 200mila verifiche e il recupero si è fermato a 1,1 miliardi.
Il 2017, infine, con le sue 160mila ispezioni rappresenta un record negativo. C’è una consolazione: nell’anno appena trascorso, gli ispettori sono riusciti comunque a recuperare la stessa somma del 2016, ma il confronto con il passato resta impietoso.
Secondo l’Ispettorato, la riduzione dei sopralluoghi deriva da una serie di motivi. In parte, spiegano, “è stata abbattuta la duplicazione di controlli”. Inoltre, una serie di funzionari hanno dovuto seguire corsi di formazione e quindi hanno sottratto tempo alle missioni e altri ancora si sono concentrati sulle grandi aziende, in attività che quindi richiedono più tempo. Non finisce qui: negli ultimi mesi gli ispettori di molte province hanno deciso di non andare più in missione con la propria automobile, perchè ritengono che “manchi una programmazione delle attività ”. La verità è che le auto a disposizione per fare le verifiche nelle aziende non ci sono. E gli ispettori non vogliono più usare il proprio veicolo. Quindi il personale si sposta solo con i mezzi pubblici. Cosa che rallenta ancora i controlli.
Per l’Ispettorato sono disagi momentanei che saranno risolti. Ma molti ispettori, soprattutto dell’Inps, pensano che il futuro sarà ancora più complicato.
Da giugno 2018, come previsto da un decreto del ministero del Lavoro, sarà l’Ispettorato a programmare la vigilanza di tutto il personale ispettivo, anche quello di Inps e Inail.
In pratica, il nuovo ente avrà in mano il portafogli: le spese per tutte le missioni (per esempio i rimborsi chilometrici) dovranno essere prima autorizzate dall’Ispettorato. Una novità che ha provocato la rivolta dei funzionari Inps e Inail — sostenuti dai sindacati Uil, Usb e Cisal — in diverse regioni italiane, tra le quali la Sicilia e la Lombardia.
Denunciano che in questo modo si perderà efficacia ed efficienza. “Il precedente sistema era duttile — racconta un ispettore Inps — operavamo con il capo team di vigilanza e, all’occorrenza, eravamo noi stessi a segnalare aziende a rischio affinchè partisse immediatamente l’accertamento. Con l’istituzione dell’Ispettorato, questo tipo di accertamento è impossibile, l’Inps non può decidere autonomamente di effettuare un controllo, perchè deve darne comunicazione alla Direzione territoriale dell’Ispettorato prima di intervenire”.
L’istituto di previdenza, tra i tre enti, è in genere quello che permette di ottenere la parte più grossa del recupero: 894 milioni nel 2017 (su un totale che, come detto, è di 1,1 miliardi). Per il 2018, però, le attese del bilancio Inps sono meno ottimistiche, perchè la previsione di recupero dall’attività ispettiva si ferma a 676 milioni.
Chi protesta sostiene che non era necessario far nascere un nuovo ente, perchè per evitare i controlli a doppione sarebbe bastato unificare gli archivi informatici di ministero, Inps e Inail, come tra l’altro previsto (ma mai attuato) con una legge approvata nel 2004.
La moltiplicazione di soggetti, invece, almeno per ora, sembra aver spuntato le ali alla rete dei controlli. Non proprio uno scenario auspicabile in un Paese che deve fronteggiare una serie di problemi nel mondo del lavoro, come gli occupati in nero, gli infortuni mortali denunciati all’Inail e i fenomeni del caporalato, delle false cooperative e degli appalti illeciti.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 17th, 2018 Riccardo Fucile
COME LE PROMESSE DEL CANDIDATO PREMIER SI INFRANGONO CONTRO LA REATA’ DEI FATTI
Ieri Luigi Di Maio ha sostenuto che i reprobi del MoVimento 5 Stelle non andranno in parlamento perchè rinunceranno alla candidatura.
Lo stesso giochino il candidato premier del M5S l’aveva fatto all’epoca della candidatura di Emanuele Dessì, che, ricorderete, era finito nei guai per la storia della casa popolare affittata a 7,75 euro al mese e per essersi vantato di aver picchiato un cittadino rumeno.
Di Maio ha sostenuto che Dessì aveva firmato il modulo di rinuncia alla candidatura da presentare in Corte d’Appello che lui stesso aveva pubblicato sul Blog delle Stelle qualche tempo fa. Il giorno dopo, in un’intervista che rimarrà nella storia di questa campagna elettorale, Dessì aveva invece sostenuto di aver firmato senza sapere cosa facesse, facendo ben capire quali fossero le sue intenzioni.
Ieri la scenetta è stata ripetuta: “Chiederemo a queste tre persone di andare in Corte d’Appello per rinunciare alla proclamazione”, ha scandito in un video postato su Fb il capo politico pentastellato. Tale richiesta sarà estesa anche ai deputati e ai senatori coinvolti nel caso ‘rimborsopoli’.
Nel frattempo però lo stesso Dessì oggi ha rilasciato un’altra intervista al Messaggero e, come vedrete, il candidato al Senato nel Lazio ha dimostrato proprio di avere una grandissima voglia di rinunciare alla candidatura:
Ma alla fine una volta eletto lascerà davvero il Senato?
«Il 5 marzo vedrò l’esito delle elezioni. Se il M5S sarà andato bene nella mia Frascati, qualche domanda me la farò. Un giro al Senato per vedere l’arredamento di lusso ci sta, dai».
Le parole di Dessì sono facilmente interpretabili: com’era altamente prevedibile, il candidato aspetta i risultati del M5S in quel di Frascati perchè se i grillini andranno bene sosterrà , a ragione, che il popolo abbia votato il M5S perchè c’era lui in lista. Esattamente come i candidati dei collegi uninominali che il M5S nel frattempo ha cacciato perchè massoni potranno dire di aver vinto il collegio nonostante Di Maio e quindi la volontà popolare li vuole in parlamento.
E chi è Giggetto per imporsi nei confronti della volontà popolare? Nessuno, appunto.
Ecco quindi che le rinunce in Corte d’Appello che ha sbandierato Luigi Di Maio senza che i candidati ne abbiano ancora presentata una sono un modo per vendere la pelle dell’orso prima di averlo preso.
E a conferma di tutto ciò c’è anche quello che ha detto Dessì su Roberta Lombardi, candidata presidente della Regione Lazio nel colloquio con Simone Canettieri:
Continua la campagna elettorale per il M5S?
«Sì, per Roberta Lombardi alla Regione: è un’amica, anche se ha fatto dichiarazioni d’ufficio contro di me, ma doveva farle, la capisco»
Dessì sta quindi continuando a fare campagna elettorale per Roberta Lombardi, nonostante la stessa Lombardi l’abbia scomunicato ufficialmente sulla sua pagina Facebook.
Ecco quindi la plastica differenza tra le promesse del MoVimento 5 Stelle e la realtà dei fatti, che oggi vale per Dessì e domani varrà anche per gli altri candidati considerati “impresentabili” dal partito di Di Maio: saranno loro a decidere come comportarsi dopo l’eventuale elezione, non ci sarà alcuna rinuncia preventiva e nel caso varrà la loro volontà e non certo quella del candidato premier del M5S.
Il quale sta vendendo agli elettori la pelle dell’orso prima di averlo ucciso. Un po’ come il miliardo di posti di lavoro di Berlusconi.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 17th, 2018 Riccardo Fucile
TOUADI E’ DOCENTE UNIVERSITARIO: “ORGOGLIOSO DI ESSERE ITALIANO E DELLA MIA PELLE NERA, LE OFFESE NON MI FERMERANNO”
«Martin Luther King diceva: non ho paura delle parole dei violenti, temo di più il silenzio degli
innocenti». Così Jean Leonard Touadi, candidato di origine congolese alla presidenza del Lazio, dopo gli insulti razzisti dei quali è stato oggetto su Facebook.
«Gli innocenti in questo caso sono coloro che tacciono per convenienza, per tatticismo, per calcolo politico», prosegue, assicurando che «non bastano gli insulti e le offese per fermarmi. È proprio per questo silenzio che abbiamo lasciato che la narrazione razzista e xenofoba si accreditasse e diventasse pensiero comune – dice ancora Touadì -. Abbiamo lasciato che i valori della tolleranza diventassero minoritari nel corpo vivo della nostra società fondamentalmente aperta ed inclusiva».
«Sono orgoglioso di essere italiano», aggiunge, «sto bene nella mia pelle nera».
Per Touadì sono arrivate molte manifestazioni di solidarietà , compresa quelladel presidente Pd Matteo Orfini, dopo che il leader di Civica Popolare Beatrice Lorenzin aveva lamentato il silenzio di Pd e Lista Bonino.
«È incredibile l’uso di antifascismo e antirazzismo a fasi alterne: sono indignata e sconcertata dal silenzio di grandi media davanti agli ignobili attacchi intimidatori e insulti a Jean Leonard Touadi, candidato di Civica Popolare alla Presidenza della Regione Lazio. Jean è una persona di valore, un professore universitario, un uomo che ha dedicato la sua vita alla politica e al rispetto dei diritti civili».
(da “La Stampa”)
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Febbraio 17th, 2018 Riccardo Fucile
UCCISA CON UN COLPO DI PISTOLA ALLA NUCA E GETTATA POI NEL LAMBRO DALLA RISORSA PADANA
Due anni dopo il presunto omicida di Lavdije Kruja per tutti “Dea”, la badante uccisa nei pressi di una diga di Monticelli d’Ongina (Piacenza) ha un nome e un volto. Franco Vignati, ex assessore comunale e oggi pensionato 64 enne di Chignolo Po (Pavia) è stato arrestato nelle scorse ore e si trova dunque detenuto nel carcere di Lodi con l’accusa di omicidio premeditato.
La donna, badante albanese di 40 anni, era stata ammazzata con un colpo di pistola alla nuca e successivamente gettata nelle acque del Lambro nella primavera di due anni fa. Il suo corpo venne ritrovato nel Po il 7 giugno del 2016.
A far scattare le indagini della Procura di Lodi era stata la denuncia di scomparsa da parte dei familiari di Kruja. Semplice e riservata, la signor albanese si era allontanata da casa il 30 maggio 2016, per recarsi a un colloquio di lavoro a Miradolo Terme nel Pavese, dove risiedeva.
Sin da subito la pista dell’allontanamento volontario si era spenta, difficile infatti credere che la donna avrebbe lasciato soli i due figli adolescenti di 13 e 17 anni. Inoltre, erano stati a lungo sentiti due uomini, senza però ritrovare elementi utili per poter rintracciare con successo la badante. Vignati era proprio uno di questi, avendo in passato avuto una breve relazione con la badante albanese.
Alcuni giorni dopo l’omicidio a Miradolo Terme, paese di residenza dalla donna vennero organizzate diverse fiaccolate contro il femminicidio. Oggi la svolta. Ignoti per il momento i motivi che avrebbero spinto Vignati a compiere l’efferato gesto.
(da agenzie)
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Febbraio 17th, 2018 Riccardo Fucile
IL NUOVO VIDEO DI FANPAGE: L’OFFERTA DI TANGENTE
L’ex boss di camorra e rifiuti si è presentato all’assessore al Bilancio di Salerno Roberto De Luca col
suo nome vero, Nunzio Perrella.
Si è fatto passare con l’organizzatore dell’appuntamento, il commercialista Francesco Colletta, come imprenditore di una multinazionale.
Perrella ha discusso con il professionista di Angri (Salerno) e con il rampollo del governatore Pd della Campania Vincenzo De Luca di come smaltire i milioni di ecoballe che infestano la Campania.
Roberto ha ricordato “che c’è già qualche gara in corso” e poi ha fatto riferimento a una telefonata da fare al “professore B. o a un altro tecnico della Regione” per saggiare Perrella “in via sperimentale” dopo avergli chiesto se si occupava solo di ecoballe e sentendosi rispondere da Perrella che la sua azienda può fare tutto.
Il giorno dopo, l’ex boss si è intrattenuto con Colletta, in assenza di Roberto, per proporgli una quota “tra il 10 e il 15%”, e Colletta ha risposto sì. “È comprensivo anche di Roberto”. “Sì”.
Gli incontri sarebbero avvenuti il 6 e il 7 febbraio nello studio di Colletta, e la prova è in 4 minuti e mezzo di video che sono la parte più incandescente delle 900 ore di filmati girati di nascosto dalla redazione di Fanpage.it nell’ambito di una colossale videoinchiesta di 6 mesi sui traffici di rifiuti tossici attraverso lo Stivale.
Il direttore Francesco Piccinini e la redazione hanno utilizzato Perrella come una sorta di “agente provocatore”.
Lui si è mosso con consumata esperienza, sfruttando le sue competenze nel business della spazzatura e una spregiudicatezza senza pari nel proporre tangenti sui lavori a cui fingeva di essere interessato (l’uomo ha fatto più di 20 anni di arresti ed è fuori dal giro, ma aveva fatto sapere di essere tornato “in attività ”). La videocamera nascosta registra Perrella, sulla sessantina, mentre dice “è proprio giovane” di fronte a Roberto, 34 anni, che gli apre la porta. Deve essergli sembrato un ragazzino.
A che titolo intermediari organizzano incontri su appalti di competenza della Regione Campania con un assessore di Salerno il cui unico rapporto con Palazzo Santa Lucia è l’essere figlio del presidente?
Forse la risposta verrà dai pm di Napoli, coordinati dal procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli, che hanno indagato De Luca jr e Colletta per corruzione, hanno perquisito ieri all’alba casa e studio di Roberto (ma non gli uffici in Comune) e hanno acquisito computer e cellulari per estrarne documenti, email, sms e whatsapp.
Un’accelerazione improvvisa, che la Procura ha spiegato con la comunicazione informale di Fanpage di essere pronta a mandare in rete i video di gennaio sulla gestione di Sma Campania (bonifiche ambientali e smaltimento fanghi) da parte degli uomini di Luciano Passariello, candidato di FdI e del centrodestra a Napoli, indagato per corruzione e corruzione aggravata (oggi verrà revocato l’ad di Sma, indagato anche lui). Ma c’era anche il materiale sull’entourage di De Luca jr.
Sarebbero tre video (in uno solo compare Roberto). I primi contatti tra i giornalisti della testata web e la Procura risalgono a pochissimi giorni prima di Natale.
Un camion pieno di fusti tossici manovrato da uno dei broker contattati da Fanpage sta girando per il Veneto senza riuscire a sversare, e Piccinini ritiene sia venuto il momento di tutelarsi. Va dai pm e racconta, sa che ci sono altri fascicoli aperti su Sma e spiega che sta girando da mesi una videoinchiesta. Il 30 dicembre mette a verbale e consegna il girato. Poi va avanti. Fino ad arrivare a De Luca jr attraverso Perrella.
Piccinini, Perrella e il videoreporter Sacha Biazzo (che si fingeva autista dell’ex boss) sono indagati di induzione alla corruzione e il direttore rischia anche la violazione del segreto d’ufficio perchè ha iniziato a pubblicare i video acquisiti dalla Procura l’altroieri. Roberto De Luca ieri sera ha fatto sapere che ha “piena fiducia nel lavoro della magistratura. Sono certo — dice — che tutto sarà chiarito, rispetto a questioni con le quali non c’entro assolutamente nulla”.
I 5Stelle attaccano e ricordano che Passariello, presidente della Commissione partecipate, ha goduto di una proroga di 60 giorni, l’ennesima, fino al 28 febbraio. Fino al voto.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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