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SALTA ANCHE CAIATA: DI MAIO ESAMINA IL VAR E LO ESPELLE

Febbraio 23rd, 2018 Riccardo Fucile

IL PRESIDENTE DEL POTENZA INDAGATO SI AUTOSOSPENDE E VA AD AGGIUNGERSI ALLA LUNGA LISTA DI ALLONTANATI… CHISSA’ DI MAIO DOVE LI VA A CERCARE

Con un post pubblicato su Facebook il presidente del Potenza Calcio Salvatore Caiata annuncia di aggiungersi alla lunga lista degli autosospesi del MoVimento 5 Stelle. Caiata, candidato grillino in Basilicata, afferma di essersi ritrovato in un “ciclone mediatico” e dice che la vicenda tirata fuori dai giornali è vecchia e risale al 2016.
In questo modo però dimostra di esserne stato a conoscenza prima della sua candidatura e infatti dice che non ne ha informato i vertici del M5S perchè riteneva fosse stata archiviata.
La parte più importante del post di Caiata è l’affermazione che riguarda la vendita del ristorante Il Campo. “Il mio assistito ha ricevuto, agli inizi del 2017, una richiesta di proroga d’indagini preliminari su un fascicolo aperto a metà  2016 per fatti relativi al trasferimento fraudolento di valori in materia di riciclaggio. Da allora, nonostante la nostra piena disponibilità  a chiarire qualsiasi contestazione, non abbiamo ricevuto nessuna convocazione”, ha detto l’avvocato di Caiata Enrico De Martino. Caiata sarebbe coinvolto in un’inchiesta sul reimpiego di fondi con Cataldo Staffieri, il responsabile de ‘la Cascina’ per Toscana e Umbria con il quale ha concluso diversi affari legati proprio al passaggio di proprietà  di bar e ristoranti. Le verifiche della guardia di finanza riguardano il reimpiego di capitali attraverso alcune aziende e conti correnti anche esteri. Al centro degli accertamenti disposti dai pm ci sono trasferimenti di immobili e capitali che, oltre a Caiata e Steffieri, si allargano ad un altro imprenditore, Igor Bidilo.
Luigi Di Maio su Facebook annuncia che Caiata è comunque fuori dal MoVimento 5 Stelle perchè ha nascosto le informazioni relative alla sua indagine:
Al momento della sua candidatura ci ha fornito tutta la documentazione che attestava che la sua fedina penale era pulita e nulla è risultato nè dal certificato penale nè da quello sui carichi pendenti. Oggi apprendiamo per la prima volta che su di lui c’è un’indagine che risale al 2016, di cui Caiata non ci ha informati. Se lo avesse fatto gli avremmo chiesto, come da nostro Regolamento, di fornirci per la candidatura il certificato rilasciato ai sensi dell’art. 335 del c.p.p. e i documenti relativi ai fatti contestati. Al di là  delle sue eventuali responsabilità  penali che sarà  la magistratura ad accertare, per le nostre regole omettere un’informazione del genere giustifica l’esclusione dal MoVimento 5 Stelle.

(da “NextQuotidiano”)

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IL MARCHESE SEDICENTE FASCISTA CHE STA CON FIORE, VOTA SALVINI, MA INCASSA MIGLIAIA DI EURO AL MESE AFFITTANDO 50 APPARTAMENTI AI PROFUGHI: “SPERIAMO CHE QUESTA IMMIGRAZIONE DURI”

Febbraio 23rd, 2018 Riccardo Fucile

IL MARCHESE LUZI, TIPICO ESEMPIO DI COERENZA POLITICA

Il marchese Giancarlo Luzi dice di aver militato in Ordine nuovo fino allo scioglimento della compagine fascista; Roberto Fiore — leader di Forza Nuova, condannato per eversione, rientrato in Italia dopo molti anni trascorsi a Londra — è “un caro amico”.
Il marchese è orgoglioso della sua appartenenza all’estrema destra ma c’è un “ma” di troppo: parte della sua tenuta settecentesca la concede in affitto al Gus di Macerata, diretto da Paolo Bernabucci dove vivono circa 150 profughi richiedenti asilo.
Ha 81 anni il marchese: suo padre, professore universitario a Bologna e poi repubblichino, fu ucciso nel 1945: “Avevo 7 anni, il suo corpo non è mai stato ritrovato”.
Racconta, senza una traccia di imbarazzo, la sua doppia morale: “Voterò per Matteo Salvini — annuncia — il voto non deve andare disperso e la Lega è la sola che potrà  tradurre il credo di Forza nuova: Italia agli italiani”.
Insomma, come Salvini, il marchese Luzi è per “Prima gli italiani”, ma non disdegna di fare affari con gli immigrati, come Salvini sostiene di voler uscire dall’Europa e intanto si sostenta con i soldi del Parlamento europeo.
“Eh!”, esclama con un’alzata di spalle.
Siamo a Treia (Macerata), contrada Chiaravalle, qui sorge Villa Votalarca, dove il marchese Luzi vive con la moglie.
Un lungo viale di platani, cedri, abeti e olivi, uno splendido giardino all’italiana che accoglie una meravigliosa giostra dell’Ottocento, divertimento dei bambini di allora. Dimora storica dove hanno soggiornato nomi di peso della destra nazionale.
“Per colpa dell’Imu della Tari e quant’altro non potrei mantenere tutta questa roba, quindi ho ristrutturato nove case e ci ho ricavato 50 miniappartamenti che da due anni affitto al Gus per migliaia di euro al mese”.
La sera, capita che Luzi raggiunga il suo Palazzo Settempedano in Piazza del Popolo, dove a novembre scorso è stata inaugurata alla presenza di Fiore, la sede locale di Forza nuova: “Gli ho concesso gratuitamente e, momentaneamente alcuni locali”, dove, in occasione di cene politiche, ha conosciuto anche Luca Traini, il nazista che ha seminato il terrore a Macerata, sparando all’i mpazzata agli immigrati che incontrava per la strada e ferendone sei, ora detenuto con l’accusa di tentata strage e aggravante razzista.
“Traini è un attivista di Forza nuova, un ragazzo normale, credo che gli sia preso un raptus “, accompagnando le parole da un sorriso nel ripensare a quella volta che “mi ha rimproverato”: “ma che fai tieni sta gente in casa?”, lo redarguì Traini.
“Ho fatto spallucce e l’ho lasciato parlare”.
Mentre il suo amico, Roberto Fiore condivide la sua scelta? “Non ne abbiamo mai parlato. Roberto lo conosco da quando aveva i pantaloni corti”.
Andrebbe a trovarlo in carcere Traini? “Sì ma non so se si può”.
E cosa gli direbbe? “Gli chiederei la ragione di quella mattata, gli immigrati mica sono tutti come quelli che hanno fatto a pezzi Pamela, ce ne sono anche di bravi, poveretti che scappano dalla Libia”.
Poi torna sulle elezioni: “Comunque tanti di estrema destra, come me, voteranno Lega, mentre altri camerati scelgono Di Maio, perchè il M5s si barcamena, raccoglie voti un po’ qua e un po’ là , mah… stiamo a vedere”.
Il marchese Luzi, alla luce dei rigurgiti fascisti di questi giorni, sospira: “Ci sono gruppi fascisti, ma non credo che potranno portare ad una rivoluzione fascista”, spiega lasciando trasparire amarezza e nostalgia per il Ventennio.
Poi conclude orgoglioso: “Non vedo che ci sia di male nel saluto romano, io ho lasciato scritto che lo voglio inciso sulla mia tomba: sono fascista e non me ne vergogno proprio. Speriamo che duri questa immigrazione altrimenti sarò costretto a togliere i coppi dai tetti, meglio che ci piova dentro che pagarci le tasse”.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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EMBRACO: IN 14 ANNI LO STABILIMENTO DI CHIERI HA RICEVUTO 13 MILIONI DI AIUTI PUBBLICI

Febbraio 23rd, 2018 Riccardo Fucile

CINQUE MILIONI A FONDO PERDUTO DAL MINISTERO, OTTO MILIONI DALLA REGIONE PIEMONTE… NEL 2005 CASSA INTEGRAZIONE A CARICO DELLO STATO, NEL 2014 HANNO CHIESTO ALTRI FONDI

Una iniezione di denaro pubblico aveva salvato Embraco dalla chiusura tra il 2004 e il 2005. Cinque milioni a fondo perduto dall’allora ministero delle Attività  produttive e quasi otto milioni di euro dalla Regione Piemonte per l’acquisto dello stabilimento di Riva di Chieri avevano dato ossigeno all’azienda del gruppo Whirlpool, nata da una società  — la Aspera — fondata dalla famiglia Agnelli nel 1967, passata poi alla Zanussi e infine alla Whirlpool.
In questi giorni di lotte dei lavoratori contro la delocalizzazione nell’Est Europa, molti chiedono che l’azienda restituisca quel denaro.
La vicenda comincia nel 2004. Il 15 novembre la società  aveva comunicato all’Unione industriale di Torino e ai sindacati una situazione difficoltà  provocata anche dalla “concorrenza sempre più agguerrita dei competitor europei che, nella loro politica di globalizzazione, hanno aperto nuovi insediamenti produttivi in paesi a basso costo di manodopera e dei concorrenti extraeuropei che stanno attuando politiche commerciali sempre più aggressive”, si legge in una relazione della Regione Piemonte.
Si producevano insomma più elettrodomestici di quanti ne fossero richiesti e i prezzi erano calati, mentre il costo delle materie prime aumentava. Embraco voleva cessare l’attività  e mettere in mobilità  tutto il personale, 812 addetti alla produzione, all’amministrazione e alla segreteria.
Pochi mesi dopo, nel 2005, al ministero delle Attività  produttive si trova una soluzione: viene firmata un’intesa per “l’attivazione degli strumenti finanziari idonei alla realizzazione di nuove soluzioni produttive e occupazionali”.
Partirà  la cassa integrazione straordinaria a patto che nessun dipendente venga cacciato fino al 2011. Il 28 luglio, poi, la Regione Piemonte annuncia di aver firmato un accordo per la salvaguardia dell’insediamento produttivo Embraco di Riva di Chieri.
L’amministrazione guidata da Mercedes Bresso si impegna a stanziare, tramite la sua finanziaria Finpiemonte o delle controllate, 12,7 milioni di euro.
Cinque milioni sono l’anticipazione dell’importo stanziato a fondo perduto dal ministero delle Attività  Produttive.
La parte rimanente, circa 7,7 milioni di euro, serve a rilevare e ristrutturare lo stabilimento di Riva di Chieri, ma anche a “favorire l’insediamento di nuove attività  industriali ed economiche”, si legge nei documenti della Regione Piemonte.
In sostanza la Regione, tramite la sua società  finanziaria, diventa proprietaria dello stabilimento (25.600 metri quadri di superficie coperta e 30mila di aree esterne) in cambio di quasi otto milioni di euro che permettono all’azienda di respirare un po’. L’azienda, intanto, mantiene gli impegni presi con le istituzioni italiane.
Passano dieci anni, siamo nel 2014 e al governo regionale c’è il leghista Roberto Cota. Finpiemonte ha già  ceduto circa il 70 per cento delle superfici a due imprese industriali.
In quel periodo Embraco sembra essersi risollevata: occupa 593 addetti (di cui circa 110 in cassa integrazione), è in concorrenza con altri stabilimenti del gruppo Whirlpool, sta per attirare 15 milioni di euro dalla casa madre ma chiede altri fondi per la reindustrializzazione.
Cota si impegna a reperire 2 milioni di euro a sostegno degli investimenti e per ammodernare lo stabilimento. Quella pratica, però, va avanti con molta lentezza: “Per ragioni di natura burocratica si è chiusa quando ormai era scoppiata la vertenza — spiega l’assessore alle attività  produttive Giuseppina De Santis -. A quel punto non avevamo più il motivo di erogare quei fondi che la società  aveva già  rendicontato”. E forse non verranno mai stanziati.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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EMBRACO, COSA NASCONDE IL TRASLOCO AD EST: IN 4 ANNI UTILI RADDOPPIATI E GLI STIPENDI PESANO SOLO IL 7% DEL FATTURATO

Febbraio 23rd, 2018 Riccardo Fucile

LA POLITICA DI PAGARE SEMPRE MENO GLI OPERAI… POI PRESTA SOLDI ALLE SOCIETA’ DEL GRUPPO… LA DIMOSTRAZIONE CHE I GRANDI GRUPPI NON HANNO BISOGNO DI IMMIGRATI IN EUROPA, E’ SUFFICIENTE SPECULARE SUGLI OPERAI DELL’EST

È il caso lampante ed emblematico del capitalismo finanziario più rapace, capace di distruggere occupazione pur di continuare a inanellare ogni anno che passa profitti sempre più copiosi.
La vicenda Embraco, l’azienda di compressori per frigoriferi di Chieri (Torino), posseduta dal colosso del bianco Whirlpool, che vorrebbe cancellare con un colpo di matita i suoi 500 dipendenti, di fatto l’intero stabilimento, si può sintetizzare solo così.
Lì a Chieri nel Torinese non c’è crisi, l’azienda va più che bene, non ci sono debiti con le banche, il patrimonio cumulato negli anni è abbondante.
Eppure l’azienda freme per andarsene e spinge per dichiarare uno stato di crisi del tutto fantomatico.
Questa crisi la vedono, o meglio se la inventano, i manager del colosso mondiale Whirlpool nelle loro strategie globali di profittabilità  a tutti i costi.
A vedere i bilanci di Embraco la decisione di mandare a casa un intero stabilimento appare surreale. Uno schiaffo al buon senso.
L’azienda torinese marcia che è un piacere.
Nel 2016 ha chiuso i conti con un fatturato di 358 milioni di euro e con un utile netto di 14,2 milioni.
Per essere una tipica industria manifatturiera la sua redditività  industriale si colloca ai piani alti. Su quei quasi 360 milioni di fatturato infatti il margine industriale lordo, quello che misura la redditività  del business tipico, si attesta a 26 milioni.
Un livello di oltre il 7% che non è certo poca cosa. Basti pensare che nel settore degli elettrodomestici la marginalità  industriale, in media, a fatica arriva al 5 per cento.
Embraco tra l’altro non ha debiti bancari, non paga oneri finanziari e quindi residua un utile operativo alto di 21 milioni.
Ma il quadro dei conti del 2016 non è episodico. Il buon passo di marcia dura da tempo. Anzi è quasi un crescendo rossiniano.
Dal 2012 al 2016 l’azienda controllata dalla Whirlpool Brasil ha più che raddoppiato gli utili netti da poco più di 6 milioni ai 14,2 dell’ultimo rendiconto.
L’utile operativo ha fatto ancora meglio. Da 7 milioni a 21 milioni negli ultimi 4 anni. Triplicato. Insomma, non c’è nessun problema di scarsa redditività , al contrario. Eppure l’ossessione dei vertici aziendali è quella di comprimere i costi fino alla spasmo.
Quanto pesano i poco più di 500 dipendenti sui bilanci del gruppo?
Il loro costo è di soli 26 milioni che significa un impatto sul fatturato modestissimo, del 7,2%. Ma per Embraco è troppo.
Meglio la Slovacchia probabilmente dove qualche punto percentuale in meno sulle buste paga si può strappare. Stato di crisi, mobilità  e infine addirittura i licenziamenti. Per un’azienda che ha cumulato, grazie agli utili prodotti nel tempo, un patrimonio netto di ben 124 milioni, l’aut aut è uno schiaffo o meglio una beffa colossale.
Crisi? Ma dove?
L’azienda torinese, non paga dell’ottimo stato di salute finanziaria, fa pure da banca per le consociate del gruppo Whirlpool. Come scrivono nel bilancio, il surplus di cassa generato a Chieri viene girato come credito alla Indesit International. E che credito. Ben 57 milioni di euro, il doppio dell’intero costo del lavoro di un anno dei 500 dipendenti.
Più che un insulto.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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FICO E DI BATTISTA CRITICANO IL MANIFESTO PHOTOSHOP DELLA LOMBARDI CONTRO I MIGRANTI

Febbraio 23rd, 2018 Riccardo Fucile

“NON LO CONDIVIDO”… “OGNUNO HA IL SUO STILE, IO NON AVREI UTILIZZATO QUESTE PAROLE”

Il manifesto “più turisti, meno migranti” di Roberta Lombardi, candidata dei 5 stelle per la presidenza della regione Lazio, non è andato giù ad alcuni big del Movimento.
“Sono solo slogan – dice Alessandro Di Battista a #Cartabianca -. Conoscendo Roberta credo che lei intendesse concentrarsi sul turismo e sulla migliore gestione dei flussi migratori. Ognuno ha il suo stile, io non avrei utilizzato queste parole”.
Anche Roberto Fico dissente sul manifesto: “Il volantino della Lombardi non lo condivido – spiega ad Agorà  -, perchè secondo me è vero che devono esserci più turismo e più attività  legate al turismo nei Comuni stupendi che il Lazio ha, ma la situazione migranti non è assolutamente paragonabile o non si può mettere insieme al turismo”.
Lombardi poi, in un’intervista al Messaggero, spiega la sua posizione: “La gestione dell’accoglienza è pessima nel Lazio, ho solo detto che mi preoccuperei più di attirare turisti. E a Roma ci sono troppi migranti, sono fuori parametro ministeriale”.
“È un ballottaggio tra me e Zingaretti, e il sistema che rappresenta. Parisi, il raccomandato milanese, può solo contribuire a far vincere il centrosinistra”, dice Lombardi.
“Presenterò la mia squadra di governo lunedì, su Facebook. Il mio vice sarà  Devid Porrello, un consigliere regionale uscente. Avrà  la delega all’Urbanistica”.

(da “Huffingtompost”)

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SOLDINI RECORD E IL TRICOLORE SFILA SUL TAMIGI

Febbraio 23rd, 2018 Riccardo Fucile

LO SKIPPER E IL SUO TEAM CHIUDONO LA ROTTA DEL TE’ HONG KONG-LONDRA IN 36 GIORNI, CINQUE IN MENO DEL PRECEDENTE PRIMATO

E’ record.
Giovanni Soldini con il trimarano Maserati Multi70 ha tagliato alle 13 20′ ora locale, un’ora in più in Italia, la linea d’arrivo della Rotta del tè, la lunga corsa tra Hong Kong e Londra, migliorando di 5 giorni il precedente record, che apparteneva dal 2008 al francese Lionel Lemonchois su Gitana 13.
Si è bevuto oltre 13 mila miglia in trentasei giorni (per i rotti, il conto più tardi), stando sempre davanti al cronometro.
Un abbraccio corale, tre fumogeni, così nel pozzetto di Maserati è stato festeggiato oggi il passaggio sotto il Queen Elizabeth Bridge, un ponte autostradale desolato alla periferia di Londra, all’estuario del Tamigi, tra chiatte e navi alla fonda.
Cielo grigio, vento, aria gelata come deve essere stata quella che ha tagliato i volti dei velisti lungo la risalita della Manica, tutta di bolina, col vento in prua.
Ora c’è un’altra risalita, quella del Tamigi. Maserati Multi70 deve tagliare anche il Tower Bridge, il ponte più scenografico della capitale inglese. Una sfilata, ancora a vela, con il tricolore a poppa.
Venti contrari, freddo pungente, mareggiate, temporali e la rottura di un timone: ma Giovanni Soldini arriva lo stesso al traguardo che si prefiggeva, aggiungendo un altro record al suo ricco carnet. Il navigatore italiano raggiunge il ponte di Queen Elizabeth sul Tamigi alle 13:20 ora di Londra, in attesa di rimettere piede a terra un po’ più tardi al molo di St Catherine Dock, sotto il Tower Bridge, nel cuore della capitale.
Completa così la Hong-Kong-Londra in   36 giorni, 2 ore, 38 minuti e 2 secondi, cinque giorni meno del primato precedente. E quello fu stabilito, nel 2008 da Lionel Lemonchois, su un maxi catamarano di 32 metri con dieci uomini di equipaggio: mentre il 52enne skipper milanese realizza l’impresa su una barca più piccola, il Maserati Multi 70, un trimarano di 21 metri, con quattro formidabili compagni di viaggio, un italiano, due spagnoli e un francese, più un meteorologo a terra in costante contatto con lui.
Una cartografia online ha permesso agli appassionati di seguire in diretta ogni momento della traversata. Anche su Facebook. L’arrivo è stato un tripudio di “mi piace” e cuoricini, con un urlo di gioia dell’equipaggio.
La corsa di questa Maserati dei flutti ha ripetuto la mitica rotta dei clipper che trasportavano il tè dalla Cina all’Inghilterra nella seconda metà  del diciannovesimo secolo.
Le gare su questo tracciato cominciarono allora: celebre fu la Great Tea Race del 1866 che vide affrontarsi cinque tra i più moderni e veloci velieri dell’epoca, suscitando un grande seguito sui giornali e concludendosi con i tre primi concorrenti che risalirono il Tamigi insieme, attraccando ai dock Londra a poche ore di distanza l’uno dall’altro.
Ma allora ci vollero 99 giorni di navigazione: Soldini ha impiegato circa un terzo del tempo per il suo mezzo giro del mondo di 13 mila miglia marine, il terzo percorso marino riconosciuto più lungo dopo la circumnavigazione del pianeta e la New York-San Francisco
Tra Hong Kong e lo Stretto della Sonda, porta d’ingresso nell’Oceano Indiano tra Giava e Sumatra, la navigazione attraverso il mar di Cina del Sud e il mar di Giava somiglia a uno slalom tra isole coralline in una zona dove il traffico marittimo è intenso. Per di più, in questa prima parte del viaggio, si deve attraversare l’Equatore, quindi una zona con poco vento e di grande instabilità  meteorologica.
Ed è solo l’inizio: poi bisogna affrontare alisei che possono trasformarsi in cicloni tropicali al largo del Madagascar, doppiare il leggendario Capo di Buona Speranza, punto più sud del continente africano, che separa l’Oceano Indiano dall’Oceano Atlantico, superato per primo da Vasco de Gama nel 1497, risalire l’Atlantico, passare a fianco delle Azzorre, inoltrarsi nel golfo di Biscaglia, infine nella Manica, fino all’ingresso nel Tamigi.
In certi punti, il nemico sono le correnti e il maltempo. In altri, le reti e il traffico navale.
“Per entrare nel Golfo di Biscaglia e aggirare la punta nord occidentale della Spagna, abbiamo dovuto effettuare sei virate, andando prima verso est per potere andare poi verso nord”, spiega Soldini in diretta dallo scafo. “E nella Manica la navigazione è molto impegnativa, c’è molto traffico e ci sono regole da rispettare, ma il morale a bordo è rimasto sempre alto”.
La tecnologia ha aiutato, ma i momenti difficili fanno capire che navigare da un punto all’altro della terra rimane rischioso e complicato oggi come nel “Giro del mondo in 80 giorni” di Verne.
Il navigatore italiano, fortunatamente, se ne intende. Uno dei campioni assoluti di questo sport, Giovanni Soldini fece la sua prima traversata dell’Atlantico a 16 anni, ha compiuto due giri del mondo in solitario, ha vinto ogni genere di sfida.
Gli mancava la Hong Kong-Londra e ora anche questa è fatta.

(da agenzie)

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QUANTO COSTA UN POSTO NELLE LISTE ELETTORALI? ECCO IL LISTINO PREZZI

Febbraio 23rd, 2018 Riccardo Fucile

CHI VUOLE UN POSTO AL SOLE DEVE PAGARSI LA CREMA ABBRONZANTE: DA 5.000 A 30.000 EURO

Legislatura breve? È la previsione che va per la maggiore, dato che a quanto pare nessun partito, nessuna coalizione, nessun polo avrà  in tasca i numeri per esprimere un governo.
E allora punto e a capo, dopo il voto c’è il rivoto. Sicuro?
Con quello che costa candidarsi alle elezioni, gli eletti faranno carte false pur di non stracciare il biglietto vincente della lotteria parlamentare.
Ecco, quanto costa un posto nelle liste elettorali?
Nei giorni scorsi è trapelata qualche cifra, benchè in genere le cifre siano più segrete dei conti correnti svizzeri.
E dunque, Forza Italia chiede 30 mila euro, pagamento anticipato.
La stessa cifra, parrebbe, dovrà  sborsarla chi viene candidato dal Pd. Però si tratta del contributo medio, che in concreto può scendere o salire in base alla posizione in lista (il capolista paga più di tutti), al tipo di collegio (quelli “sicuri” sono i più salati), alla regione interessata (l’Emilia costa più della Toscana).
Come allo stadio, nè più nè meno.
Se vuoi un posto in tribuna, ti tocca mettere mano al portafoglio; altrimenti devi contentarti della curva.
Oppure non ti resta che cambiare stadio, seguendo squadre un po’ meno blasonate. Così, candidarsi nella Lega costa 20 mila euro, mentre con Fratelli d’Italia ne bastano 5 mila.
E i 5 Stelle? Nessun salasso per gli aspiranti deputati, tuttavia chi sgarra si beccherà  un multone teorico da 100 mila euro.
Sicchè il denaro entra nella campagna elettorale, la impregna, ne condiziona gli esiti. Come sempre, però una volta della cassa s’occupavano i partiti.
Sparito il finanziamento pubblico, chi vuole posti al sole dovrà  pagarsi l’abbronzante. Introducendo perciò un elemento collegato al censo, ai redditi del candidato, che in ultimo rende impossibile l’elezione per il disoccupato o l’indigente.
Succedeva, d’altronde, pure durante l’Ottocento, quando il suffragio censitario escludeva dal voto larghe fasce della popolazione.
Qui e oggi, però, il nuovo sistema sta virando verso una parola antica: plutocrazia. Significa potere della ricchezza, predominio del denaro (e di chi ne dispone) sulla vita pubblica.
Da Berlusconi a Trump, non mancano gli uomini d’affari che hanno conquistato le chiavi del governo, anche grazie al loro patrimonio. Eccezioni, che tuttavia ormai esprimono la regola, sia pure in scala ridotta.
Quei due sono miliardari, ma fra la tassa che paghi al tuo partito e le spese della campagna elettorale (da 20 a 60 mila euro, per i candidati di collegio), difficile provarci se non sei quasi milionario.
Però un’alternativa c’è: lo sponsor.
Forza Italia (evviva la franchezza) l’ha messo nero su bianco in una dichiarazione da depositare nella sede romana del partito: il contributo da 30 mila euro potrà  essere erogato anche da terzi, con assegno o con bonifico bancario.
E a quel punto il terzo, vestito da Befana, avrà  diritto alle agevolazioni fiscali.
Oltre a qualche ricompensa da parte dell’eletto, giacchè la gratitudine dopotutto è una virtù.
Guai però a domandare ai finanziati i nomi dei loro finanziatori: c’è la privacy, che diamine. La stessa parolina magica che protegge le 65 fondazioni politiche, che raccolgono quattrini in gran segreto.
Del resto gli obblighi di trasparenza, quand’anche fissati dalla legge, vengono regolarmente disattesi: secondo uno studio di Openpolis, nelle elezioni del 2013 solo 4 politici hanno presentato un rendiconto, denunciando i propri mecenati. Eppure i contributi esterni, la volta scorsa, pesarono per il 72 per cento del finanziamento.
Da qui un esito perverso: la compravendita della libertà  parlamentare.
Che oltretutto avviene in forme opache, oblique, surrettizie.
Anche perchè in Italia manca una legge sulle lobby (negli Usa c’è dal 1946), nonostante 55 progetti di legge via via depositati in Parlamento.
E perchè alle nostre latitudini non esiste una vera disciplina sull’anagrafe patrimoniale degli eletti, nè circa la loro anagrafe «pubblica», su cui i radicali insistono dal 2008. Morale della favola: ci siamo sbarazzati del finanziamento pubblico ai partiti, per adottare un finanziamento mascherato.
Paga l’eletto, che a sua volta viene pagato dal capetto.
Evviva.

(da “L’Espresso”)

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LA BUFALA DELLA “CUGINA DI RENZI PORTABORSE AL SENATO”

Febbraio 23rd, 2018 Riccardo Fucile

IL SEGRETARIO DEL PD DENUNCIA L’ENNESIMA BUFALA CHE GIRA SUL WEB E CHE HA AVUTO 50.000 CONDIVISIONI… POICHE’ SI CONOSCE L’AUTORE (LA FOTO E’ DELLA SUA FIDANZATA) CHISSA’ COME MAI E’ ANCORA A PIEDE LIBERO

Il segretario del Partito Democratico Matteo Renzi sulla sua pagina Facebook oggi pubblica la foto di un meme che gira da qualche giorno su Internet e che recita: “Questa è Francesca Renzi, cugina di Matteo Renzi. Assunta come portaborse al Senato, guadagna 23mila euro al mese! Se sei indignato anche tu, condividi!”.
Scrive Renzi:
Questa immagine sta girando in rete in modo impressionante. Ovviamente è una bufala galattica, una delle tante falsità  che hanno appiccicato addosso negli ultimi anni. Eppure oltre quarantamila cittadini l’hanno già  condivisa e rilanciata. E ha avuto centinaia di migliaia di visualizzazioni. Perchè? Perchè c’è un’organizzazione sotterranea che scommette sulla propaganda e la mistificazione. Ormai è sempre più evidente.”
La foto, ha già  spiegato Bufale.net, proviene dall’account facebook di un tizio che ha utilizzato la foto della sua fidanzata per un meme che sta avendo, in effetti, un ottimo successo visto che le condivisioni sono intanto arrivate a oltre 50mila.
L’immagine quindi rappresenta un tipico esempio di quando una bufala “finta” viene presa per vera.
Il problema è che gli utenti che condividono bufale per definizione non sono molto attenti ai dettagli e che certe “finezze” stilistiche sono più inside jokes che solo il pubblico già  vaccinato può cogliere.

(da agenzie)

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INDAGATO PER RICICLAGGIO IL “BOMBER” DI DI MAIO: E’ IL PRESIDENTE DEL POTENZA CALCIO, CANDIDATO DEL M5S

Febbraio 23rd, 2018 Riccardo Fucile

FLUSSI DI DENARO UTILIZZATI PER LA COMPRAVENDITA DI IMMOBILI E ATTIVITA’ COMMERCIALI A SIENA

Salvatore Caiata, candidato del MoVimento 5 Stelle in Basilicata, è indagato per riciclaggio. Il presidente del Potenza Calcio è indagato insieme a Igor Bidilo, imprenditore kazako con interessi nel settore del petrolio e gas in vari paesi dell’Est europa in un’inchiesta che riguarda i flussi di denaro utilizzati per la compravendita di immobili e attività  commerciali a Siena.
Il nome di Caiata, secondo quanto scrivono oggi Corriere, Stampa e Messaggero, compare insieme a quello di Cataldo Staffieri, rappresentante per l’Umbria e la Toscana de “La Cascina”, la cooperativa bianca finita al centro delle indagini sul Mondo di Mezzo che proprio a Siena gestisce i locali più in vista del centro storico. Scrive Valentina Errante sul Messaggero:
Due anni fa è il protagonista dell’affare del quale nelle contrade si chiacchiera per mesi: la “Birreria” di piazza del Campo, locale storico della città , dopo alcuni mesi di chiusura, viene ceduta da Andrea Bellandi.
L’acquirente, ufficialmente mediatore, sarebbe proprio Caiata, ma il locale verrà  gestito da “Villa dell’Ombrellino srl”, il marchio di prestigio della ristorazione commerciale del “Gruppo La Cascina”.
La cooperativa cattolica, che ha visto gli ex amministratori condannati nel processo “Mondo di Mezzo”, e che ha già  la gestione del “bar Nannini”, di proprietà  della Sielma, controllata da Bidilo e dall’imprenditore romeno Maxim Costant Catalam, il“Conca d’Oro”, “Nannini Toselli” e “Nannini Massetana”.
Caiata nel 2016 aveva annunciato di voler lasciare Siena in quanto deluso dalla città . Nell’occasione sono accaduti i fatti per i quali oggi è indagato.
Spiega Gianluca Paolucci sulla Stampa:
A subentrare in alcune delle attività  era stato il gruppo La Cascina, grossa coop romana associata alla Compagnia delle Opere e finita anche nell’inchiesta di Mafia Capitale — viene citata 167 volte nell’ordinanza di custodia capitale, restando però formalmente come «consulente» delle attività  rilevate.
Il tramite tra La Cascina e Caiata sarebbe stato Cataldo Staffieri, manager di La Cascina ma anche socio, direttamente, di alcune società  coinvolte nella compravendita di attività  come la Ansa & Colt di Bari a cui faceva capo anche la Birreria.
Altro personaggio chiave, secondo quanto ricostruito, è Igor Bidilo, imprenditore kazako che ha comprato da Caiata un complesso immobiliare alle porte di Siena.
A lui fa capo il 51% della Sielna srl, proprietaria tra l’altro di alcuni dei bar Nannini, storica pasticceria e industria dolciaria senese, una delle «istituzioni» cittadine.
Socio con il 49% della Sielna è Constantin Maxim, un cittadino romeno che risulta anche socio e amministratore di una serie di scatole societarie alle quali fanno capo attività  nel settore della ristorazione, della consulenze e delle pulizie.
Secondo Fiorenza Sarzanini un anno fa Bidilo ha partecipato alla gara per aggiudicarsi il monastero Sant’Orsola di Firenze “dove voleva aprire una scuola internazionale e una Spa con impiantotermale. Nella sua azienda ha come socio il rumeno Maxim Constantin Catalin. Le indiscrezioni assicurano che il coinvolgimento di questi personaggi nell’indagine porti ad alcuni investimenti all’estero e non è escluso che su questo siano giunte anche segnalazioni per operazioni sospette.

(da “NextQuotidiano”)

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