Maggio 31st, 2018 Riccardo Fucile
INFUOCATA ASSEMBLEA DI 50 PARLAMENTARI, CAPITANATI DA TAVERNA, COLLETTI E MORRA: “HAI GIOCATO A CHI CE L’HA PIU’ LUNGO CON MATTARELLA E HAI PERSO”
Federico Capurso sulla Stampa oggi aggiunge un elemento che contribuisce a comprendere
appieno la giravolta di Luigi Di Maio, che è passato dall’impeachment a Mattarella ed elezioni subito a baciare la pantofola del capo dello Stato seccando Paolo Savona: una riunione degli eletti M5S segreta in cui sono andati tutti all’attacco del leader che li tratta come yes-men:
Nella notte di ieri, negli uffici di Palazzo Madama, cinquanta senatori pentastellati si sono visti per una riunione segreta. Danilo Toninelli e Vito Crimi, i due uomini di fiducia del leader al Senato, sono stati esclusi. Al centro della discussione, l’evoluzione delle scelte del leader: «Non siamo dei pigia bottoni», «nessuno ci dice più nulla, siamo costretti a sapere le cose dai quotidiani del giorno dopo», una senatrice scoppia in lacrime, si arriva alle urla, poi qualcuno chiede di fare ammenda, di «non riunirci alle spalle di Luigi». Ma per gli standard militareschi del Movimento, questo è il segnale di una incrinatura pericolosa.
Una lacerazione nella tenuta del gruppo che la serata successiva, durante l’assemblea, esplode in faccia al leader. «Luigi, devi ascoltare di più», «attento a non finire come Renzi, circondato solo da yes-man», «presta un orecchio anche ai cacacaz…».
Parlano la vicepresidente del Senato Paola Taverna, il deputato Andrea Colletti, altri si accodano. E così le voci critiche all’interno del gruppo M5S si sollevano all’improvviso, l’una che dà coraggio all’altra, mettendo il capo politico per la prima volta di fronte a un malcontento diffuso. Troppi gli errori, troppo isolato nel prendere le decisioni, troppe le giravolte. Di Maio per la prima volta vede la sua leadership incrinata, nonostante nessuno, tra i Cinque stelle, sia ancora deciso a guidare i delusi.
Per questo ieri Di Maio è andato a parlare in un’assemblea degli eletti pronta a tributargli applausi (i più calorosi, ci scommettiamo, erano quelli di chi accusava gli altri di essere yes-men) ma anche qualche critica.
Racconta Luca De Carolis sul Fatto:
Intanto in riunione volano obiezioni. “Luigi, ascolta di più i parlamentari ”esorta la big Paola Taverna. E il deputato abruzzese Andrea Colletti suona la stessa nota: “Dai retta ai cacaca… come me, e leggi Robert Michels”.
Ovvero il sociologo tedesco noto per un saggio sui partiti politici, in cui descrive la legge dell’oligarchia. Ma il clima è teso, tanto che i senatori Nicola Morra e Danilo Toninelli battibeccano. E magari è anche lo strascico dell’assemblea segreta di alcuni senatori della sera prima, critica con Di Maio. Ancora capo, ma affaticato.
Mentre Repubblica riporta alcuni dei più gustosi messaggi dei grillini a Di Maio in assemblea:
Paola Taverna: «La verità è che tu hai giocato a chi ce l’ha più lungo con Mattarella», esordisce brutale la vicepresidente di Palazzo Madama. «Hai pensato più al governo che al Movimento», insiste, invitando il giovane leader «ad ascoltare di più» […] «C’è troppa poca condivisione», avverte la calabrese Dalila Nesci, «ad esempio, chi ha stabilito la manifestazione del 2 giugno ed esattamente cosa faremo?». Rincara la sarda Emanuela Corda: «Ma per sapere cosa spiegare ai nostri attivisti dobbiamo guardare Barbara D’Urso?».
(da “NextQuotidiano”)
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Maggio 31st, 2018 Riccardo Fucile
L’IMPRENDITORE RATTAZZI HA ACQUISTATO PAGINE SUI QUOTIDIANI PER CHIEDERE CONTO DEI PROGETTI NO EURO
Cari Salvini e Di Maio, “ma voi queste cose le avete raccontate al vostro elettorato, soprattutto a quello che vive di salari e pensioni?”.
Domanda retorica quella di Lupo Rattazzi, figlio di Urbano e Susanna Agnelli, che oggi acquista una pagina sui quotidiani per ricordare che, in base al famoso “piano B” caro a Paolo Savona e ai “no euro” in procinto di andare al governo, in caso di uscita dalla moneta unica a rimetterci sarebbero soprattutto i meno ricchi.
Perchè, sottolinea Rattazzi, il famoso progetto di Italexit mette in conto che “il potere d’acquisto dei salari subirebbe un calo per due anni” e che a beneficiare della fuga dall’euro ” sarebbero le fasce medio alte della popolazione, cioè i ricchi che si possono permettere di possedere investimenti esteri”.
Nella pagina a pagamento si citano con precisione i passaggi in cui il piano di Savona, appoggiato da Salvini, prevede queste conseguenze.
Lupo Rattazzi, 65 anni, presidente di Neos, la compagnia aerea del gruppo Alpitour, è il quinto dei sei figli di Susanna Agnelli e Urbano Rattazzi, ed è stato a lungo uno dei protagonisti delle cronache del jet set romano. Ha studiato negli Stati Uniti e ha lavorato in Lehman e in Salomon.
È stato a capo di Air Europe, la prima compagnia aerea privata italiana ed è stato membro del Consiglio di amministrazione di Exor, la finanziaria di famiglia che controlla, tra le altre società , Fca, Juventus e Ferrari.
Insomma, la sua biografia non lo obbligherebbe a schierarsi a difesa del potere d’acquisto dei salari. Ma, evidentemente, la passione civile sì.
(da agenzie)
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Maggio 31st, 2018 Riccardo Fucile
VIA I RIFERIMENTI ALLA PADAGNA E ALLA BATTAGLIA CONTRO LA MONETA EUROPEA, ARRIVA LA NORMALIZZAZIONE PIU’ CHE LA MANUTENZIONE
Per chi percorre gli stradoni a nord di Milano quelle scritte sono diventate familiari, negli anni. 
La più classica, “Lega Nord Padania”, affiancata ormai da alcuni anni dal simbolo “Basta euro”.
Eppure nei giorni scorsi, all’improvviso, le due scritte sul muro di cinta posteriore della sede della Lega di via Bellerio, quello che affaccia su viale Enrico Fermi, sono scomparse. Il muro è candido, imbiancato di fresco.
Cosa è accaduto? Difficile non pensare alle fibrillazioni politiche degli ultimi giorni, con la nascita del governo gialloverde, Lega e Movimento 5 Stelle, appesa a quelle dichiarazioni di uscita dalla moneta unica europea così care ai due partiti, al Carroccio di Matteo Salvini in particolare, e al professor Savona, che il presidente della Repubblica Mattarella non ha voluto come ministro dell’economia proprio per le sue battaglie no euro.
Dal quartier generale di via Bellerio filtra soltanto che i muri della sede sono in manutenzione. Di certo, mentre quello due grandi scritte sono scomparse, su altre parti di muro si possono ancora leggere le scritte “Lega Nord” e “La libertà vince”. All’euro sì o no, nessun riferimento.
(da agenzie)
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Maggio 31st, 2018 Riccardo Fucile
FANS IN RIVOLTA PER LE TRATTATIVE SENZA FINE O OPERAZIONE PILOTATA PER GIUSTIFICARE L’INCIUCIO E LA RESA SU SAVONA?
I social si rivoltano contro Matteo Salvini, fino a ieri l’uomo più ‘amato’ in rete.
“O fate il governo o non vi votiamo più” è la protesta che inonda il Web. Amore che vieni, amore che vai.
Sembra stia cambiando il vento sui profili online del leader leghista, il più popolare sui social network, quasi due milioni e mezzo di like sulla sua pagina Facebook e 736mila follower su Twitter.
Era considerato l’uomo-diretta, fino a qualche giorno fa sommerso da cuoricini e manifestazioni d’affetto. In queste ore, invece, sotto i suoi post e i suoi tweet si stanno moltiplicando i commenti negativi.
La novità è che questa volta le critiche non arrivano (solo) dai detrattori politici, ma dai suoi stessi fan delusi.
La base leghista è in rivolta. Gli elettori stanno dando segni di impazienza. E gli mandano un messaggio esplicito, sotto forma di aut aut: o ti impegni a far nascere questo governo o non avrai di nuovo il mio voto.
Così, mentre il leader del Carroccio lanciava l’appello alla raccolta firme per proporre l’elezione diretta del presidente della Repubblica, in molti hanno manifestato le proprie perplessità .
C’è chi chi si dice esaperato, chi esorta a far valere il voto del 4 marzo, chi non capisce perchè rinunciare ora a un governo che sembra tanto vicino e accusa il leader del Carroccio di opportunismo. La minaccia di voltare le spalle al partito è la più frequente.
Il commento con più ‘like’ degli altri utenti è quello di Elvira Piazza, che sottolinea l’insofferenza verso le tattiche politiche.
Qualcuno, come Danilo Pelucchi, teme che Salvini torni a rivolgersi al solo centrodestra: “Se continui con forza Italia ti tiri la zappa sui piedi. La gente vuole solo te e di Maio insieme. Non la vecchia politica con forza Italia. Dai Matteo ascolta il popolo italiano”. La sensazione prevalente è che, fra i cittadini che hanno già visto vincere il proprio partito, sia inaccettabile l’ipotesi di tornare al voto
“Non tirare troppo la corda” è il monito di un supporter arrabbiato.
In tanti ricordano che i cittadini hanno già espresso la propria preferenza, il 4 marzo.
Anche fra i sostenitori del Carroccio si sta diffondendo il sospetto che i tanti veti di Matteo Salvini siano in realtà un modo per tornare al voto a tutti i costi e incassare un bottino di consensi ancora più ricco della precedente tornata.
Anna Maria Andreottola, ad esempio, lo incalza: “Forse è vero che hai solo un obiettivo da sempre … le elezioni perchè proiezioni danno la lega in rialzo ma questo non è leale verso gli italiani che aspettando un governo”.
Molti elettori, però, non sono favorevoli all’idea di “buttare al vento” un governo che vedeva la Lega come azionista di maggioranza.
C’è chi lo accusa di “ingordigia”. Come Marilena Bonfiglio che lo richiama a un senso di responsabilità : “Non le sembra il momento di smettere di giocare la sua partita a poker? Ha stravinto. Ha giocato l’ultima mano per fare il premier e far cedere Di Maio. Ci riuscirà . Ora basta però. Se ha una coscienza la smetta di giocare sulla nostra pelle e si metta a capo di questo Governo”.
La delusione arriva persino da parte di elettori della prima ora. Alcune si esprimono sotto forma di accorata richiesta: “Matteo per favore! Se Mattarella vi dovesse riaprire le porte NON RIFIUTARE!”, dice Lorenzo Sacco, “abbiamo già votato, non fatecelo fare di nuovo! Daresti ragione a tutti quelli che hanno parlato di complotto! E io per primo cambierei idea su di te. Non deluderci per piacere”.
Un tessuto di voci che non può avere alcun valore di rilevazione statistica, ma rimane a mo’ di ammonimento: la partita delle prossime, eventuali elezioni non può certamente dirsi già chiusa.
(da “La Repubblica”)
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Maggio 31st, 2018 Riccardo Fucile
TUTTI A ROMA PER NON PERDERE LA POLTRONA: SALVINI, MELONI E CONTE ANNULLANO IMPEGNI
Una girandola di incontri. E di segnali. La soluzione del rebus di governo ha un’improvvisa
accelerazione fin dal primo mattino.
Perchè il leader della Lega Matteo Salvini torna a Roma per vedere Di Maio (e cancella i comizi in Lombardia). Mattarella incontra i presidenti di Camera e Senato. Meloni annulla gli impegni elettorali in Puglia. E soprattutto Conte salta la lezione prevista all’università di Firenze per restare nella capitale.
Di Maio intanto è appena arrivato alla Camera da dove dovrebbe seguire le prossime concitate ore di trattative. Sempre da Montecitorio parla – per i 5Stelle – Carlo Sibilia: “È un momento importante, trovando gli equilibri si può partire”. E dice sì a Fratelli d’Italia.
Salvini sta trattando in queste ore sull’ennesima proposta del leader leghista. Ovvero: un esecutivo guidato dal professore Giuseppe Conte con Paolo Savona non più all’Economia.
Salvini – oggi a Roma dopo aver annullato una tappa in Lombardia del suo infinito tour elettorale – potrebbe rispondere in giornata dopo un incontro risolutivo con il capo politico dei 5 Stelle. Il presidente Mattarella – che stamattina ha incontrato al Quirinale il presidente del Senato Casellati e dovrebbe vedere anche Fico – ha concesso ancora tempo. Anche Giorgia Meloni ha annullato i suoi impegni fuori Roma, la tappa della campagna elettorale in Puglia. Riparte, intanto, il totoministri. C’è da capire a quale casella sarà ora destinato Savona.
Calenda: “Stanno mandando l’Italia in default”.
E l’opposizione si fa sentire. Un “teatrino vergognoso fatto da apprendisti stregoni”, dice Carlo Calenda a Circo Massimo. “Io sono contrario ai governi tecnici ma il governo politico va bene se non distrugge in poche settimane i risparmi degli italiani. E non riguarda solo l’uscita volontaria dall’euro ma il mandare l’Italia in default”. L’esponente del Pd affronta anche il tema del Fronte Repubblicano: “Non può essere un’accozzaglia. Finora il Pd si è perso nelle liti interne. Io mi presenterò all’interno di quella lista, con un suo simbolo autonomo e un leader riconosciuto che è Gentiloni, non farò mai un partito”. Per Calenda le elezioni politiche che si delineano all’orizzonte, se non si dovesse arrivare a un governo M5S-Lega, “saranno come quelle del ’48”, quando l’Italia fu chiamata a decidere “se andare nel blocco comunista o restare in Occidente”.
(da agenzie)
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Maggio 31st, 2018 Riccardo Fucile
E’ DAVVERO IL GOVERNO DEI CAMBIAMENTI, ANCHE TRE AL GIORNO
Ha ragione Mario Calabresi quando dice che questa crisi sembra Il Giorno della Marmotta, in cui gli eventi si ripetono sempre uguali.
Ma il gioco del cerino acceso tra Di Maio e Salvini sembra ormai esaurito. Il Carroccio si è fatto due conti e da una parte la spinta a tornare al governo dopo sette anni di bocche asciutte, dall’altra il rischio di trovarsi in campagna elettorale con l’accusa di aver fatto saltare tutto per l’impuntatura su un nome sta facendo lentamente i suoi effetti.
E così il Governo dei Cambiamenti, come è stato ribattezzato ieri sui social network, è in arrivo.
Paolo Savona non andrà più all’Economia, si valuta lo spostamento in un altro ministero (quello degli Affari Europei o gli Esteri) oppure lo spacchettamento delle deleghe e l’affiancamento di un tutor per il professore: il nome che si fa sui giornali è quello di Pierluigi Ciocca, che viene da Bankitalia e servirebbe a rassicurare sugli obiettivi e sulle intenzioni del nuovo esecutivo.
Il nome di Ciocca dovrebbe però risultare indigesto a Salvini perchè farebbe smarrire la bussola degli obiettivi del governo e magari dal cilindro all’ultimo minuto uscirà un altro nome di compromesso nella direzione indicata da Mattarella.
Intanto Paolo Savona non molla di un centimetro. Mentre le voci lo danno in partenza per la Sardegna, sul Messaggero si racconta che lui è disposto a un passo indietro, quello che il poliziotto cattivo Laura Castelli gli ha chiesto fragorosamente ieri pomeriggio mentre il poliziotto buono Di Maio proponeva un semplice spostamento, soltanto se a chiederglielo sarà Salvini, perchè è lui che gli ha chiesto il passo avanti all’epoca.
Una versione che smentisce quella data dallo stesso Di Maio ieri pomeriggio, visto che il leader M5S diceva che Savona era stato scelto insieme da grillini e Carroccio (ma questa non è una novità ).
Se Salvini sembra orientato ad accettare l’ipotesi di passo indietro o detronizzazione di Savona, non c’è però chiarezza su chi reggerà il Governo dei Cambiamenti.
Il professor Giuseppe Conte è ancora disponibile, ma è possibile che il suo ruolo venga sacrificato in nome di un accordo più ampio nel risiko che potrebbe portare Giorgetti o addirittura Salvini a Palazzo Chigi.
Chiedere alla Lega di rinunciare a Savona all’Economia, quando la richiesta dell’impeachment era partita proprio dal presunto veto posto su questo nome, appare quanto mai bizzarro, ma fa parte dell’ultimo quasi disperato tentativo di Di Maio di portare il movimento a Palazzo Chigi.
Di Maio rischia altrimenti di portare il paese alle elezioni mentre Salvini grazie ai voti che drenerà al M5S e a Forza Italia è in pole position per prendere la maggioranza con il centrodestra alle prossime eventuali elezioni.
Il risultato sarebbe che Di Maio si troverebbe totalmente a bocca asciutta o con l’unica possibilità di fare il junior partner per il governo del centrodestra. L’unica era trattare e alla fine Giggetto si è convinto e ha capito, si è messo l’impeachment dove non batte più il sole e ha ricominciato come se nulla fosse, con la faccia tosta di chi ha capito che è alla canna del gas.
Sullo sfondo c’è il “congelato Cottarelli” che pur sospeso dal Colle continua a lavorare al piano iniziale, cioè il governo d’emergenza definito da Mattarella.
Opzione anche questa tutta in salita visto che si profila uno scontro Lega-M5s su come approcciarlo.
Di Maio ha messo le mani avanti facendo sapere che Cottarelli non avrà mai i voti dei pentastellati. Il che mette in difficoltà Salvini che sarebbe propenso a dargli una sfiducia tecnica perchè contrario alle urne estive. Ma non vuole lasciare Di Maio solo all’opposizione con il rischio di sentirsi dire che la Lega appoggia l’establishment che Cottarelli incarna nell’immaginario collettivo del Carroccio.
E se salta tutto? Resta una ultima lontana possibilità : se Cottarelli dovesse gettare la spugna e rinunciare all’incarico, il presidente potrebbe chiamare una figura istituzionale per un governo elettorale.
Se chiamasse uno dei due presidenti della Camere, che sono espressione forte di M5s (Roberto Fico) e di Forza Italia (Elisabetta Casellati) si potrebbe aprire un altro tempo di questa infinita partita politica.
(da “NextQuotidiano”)
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Maggio 30th, 2018 Riccardo Fucile
L’IPOTESI DEL VOTO IN AUTUNNO NON C’E’ PIU’… MOLTI LEGHISTI PRESSANO SALVINI PERCHE’ ACCETTI, LA BASE DI IMPRENDITORI E ARTIGIANI DEL NORD TEME PER I LORO AFFARI
In questa crisi più irrituale del mondo, nei tempi (biblici), nella girandola di incontri (informali)
al Quirinale, nei radicali cambi di linea di Di Maio, passata in due giorni dalla richiesta di impeachment allo “spirito di collaborazione” verso Quirinale, in questa crisi che tocca quasi i 90 giorni, dicevamo, a questo punto la questione si può riassumere così: o Matteo Salvini accetta la proposta (di mediazione) che gli è stata formulata dal leader M5S — potremmo dire: con l’alto patrocinio del Colle – oppure si vota.
A fine luglio, o la prima domenica di agosto.
Ventiquattr’ore per decidere. Il tempo ancora concesso dal Colle per consentire l’ultimo (così pare) tentativo di negoziato politico.
La proposta è un governo in cui Paolo Savona può anche esserci, in modo che comunque il leader della Lega possa salvare la faccia, ma non all’Economia, il ministero cruciale nei rapporti con l’Europa.
Un’ipotesi, molto accreditata, è il cosiddetto “spacchettamento” dell’Economia, col professore euroscettico che andrebbe alle Finanze, e il Bilancio occupato da una figura più rassicurante sul tema dell’Europa e del rispetto dei trattati internazionali, non fautore di un “piano B” di uscita dall’Euro.
È l’idea dei Cinque Stelle che, per la prima volta, hanno formalmente chiesto un “passo indietro” di Savona.
E su cui è in atto un pressing anche di un pezzo della Lega, non del tutto granitica sull’idea di far saltare tutto.
Non è solo questione di nomenklatura, perchè c’è una parte larga del mondo produttivo del Nord — artigiani, imprenditori, categorie — che in queste ore ha espresso più di una preoccupazione per il ritorno al voto in un clima da default annunciato del paese, con lo spread che vola, gli investitori che fuggono e i mercati che prezzano alto il rischio Italia.
Ecco, è questa l’alternativa: o un governo politico o voto.
Con Carlo Cottarelli chiamato a portare il paese alle urne. Subito, non a settembre.
È il modo per stringere Salvini, caricando la sua scelta di una responsabilità storica. E svelando quello che i Cinque stelle, in un clima di tensione e sfiducia verso il potenziale alleato, chiamano politica del bluff: “Ha continuato a proporre — dice una fonte vicina a Di Maio — ‘Savona o morte’, perchè la verità è che non vuole fare il governo. Ci risulta che ha lasciato cadere anche la proposta di Forza Italia che, spaventata dal ritorno al voto, ha suggerito di tentare la strada di un incarico a lui. Ora vediamo a che gioco gioca”.
Finora ha giocato a tornare al voto, forte dei sondaggi che fotografano uno “svuotamento” di Forza Italia a suo favore.
Si legge così la proposta del voto a ottobre, con una “non fiducia tecnica”, da realizzare attraverso un gioco di astensioni o uscita dall’Aula, consentendo — sempre che qualcuno voti la fiducia — al governo di partire e portare il paese al voto a ottobre, in modo ordinato, e non a luglio.
La soluzione apparentemente di buon senso, in realtà è una mossa tattica perfetta, dal punto di vista del leader della Lega, nel caso lo scenario si realizzasse.
Perchè, dopo aver fatto saltare il banco di un governo politico, agevola la formazione di un governo rispetto al quale comunque terrebbe Salvini con le mani libere, riservandosi di farne un bersaglio quando inizierà la campagna elettorale.
E nel frattempo consente di intavolare la vera discussione che gli sta a cuore: una riforma della legge elettorale che prevede un premio alla lista che arriva prima o un doppio turno sul modello dei comuni.
Ecco, questa ipotesi non c’è più. perchè i Cinque stelle sono orientati per una dichiarazione di sfiducia a Cottarelli.
Il che renderebbe impossibile la nascita del governo, a meno che non lo votino Pd e Forza Italia che, a quel punto, si impiccherebbe al cappio leghista.
Ancora ventiquattr’ore. Il Quirinale attende. Cottarelli attende, con grande spirito di servizio e senso dello Stato.
Salito al Colle anche oggi per un colloquio informale, si è detto disponibile ad aspettare per favorire la nascita di un governo politico. la sua lista di ministri è pronta, nel cassetto. Se dovesse cacciarla, significherebbe che si vota il 29 luglio.
Il Viminale ha fatto i conti. È possibile, purchè lo scioglimento avvenga entro il 14 luglio. Se invece Salvini cede, il nuovo governo potrebbe giurare il 2 giugno, il giorno della Festa della Repubblica, in cui qualche giorno fa era stata convocata una piazza contro il Quirinale.
Non male, nella crisi dei tanti paradossi, la più irrituale del mondo.
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 30th, 2018 Riccardo Fucile
SOVRANISTA ED ESTEROFILO CON 350.000 EURO IN OBBLIGAZIONI STRANIERE E 50.000 STERLINE IN TITOLI… VENDUTI SOLO POCHI MESI FA
Quattrocentomila euro circa in titoli di stato e obbligazioni estere.
È quanto deteneva il “sovranista” Claudio Borghi, responsabile economico della Lega e da sempre sostenitore dell’uscita dall’euro, fino a pochi mesi fa quando ancora era consigliere regionale in Toscana.
Ora, assicura, il grosso è stato venduto per “l’acquisto di una casa”.
La sua dichiarazione patrimoniale vidimata a settembre 2017 è tornata a circolare sui social procurandogli tantissimi attacchi via twitter.
A diffondere la sua dichiarazione è stato Davide Serra, molto vicino a Matteo Renzi: “Scusi onorevole sono certo non sia vero che lei ha tutti i suoi risparmi all’estero e che lei finanzia stati esteri come da sua dichiarazione qui allegata. Visto vuole uscire Euro può darci evidenza ha tutti i suoi Risparmi in Debito Italiano e conti in Italia?”.
Il fatto che detenesse tanti soldi in obbligazioni estere ha fatto storcere il naso a molti, visto che da sempre è un “teorico” dell’uscita dall’euro per l’Italia: “Facile dire usciamo dall’euro tanto i suoi risparmi sono al sicuro altrove”.
Secondo Borghi, però, i suoi risparmi sono “in un normale dossier titoli di banca in Italia”. O meglio, erano, precisa Borghi in un altro tweet: “Le anticipo che ho venduto etf e obbligazioni per comprare una casa”.
Serra però non demorde: “Osservo che se tutti facessero come lei non ci sarebbero soldi in nessuna Banca Italiana per Mutui, Prestiti a Aziende, Debito Pubblico che finanzia Pensioni e lo Stato fallirebbe. Solo per essere coerenti con sua Logica. Lo spieghi bene anche ai suoi elettori”.
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 30th, 2018 Riccardo Fucile
TORNA L’IPOTESI DI SPACCHETTAMENTO DEL MEF
Ora dipende solo da Matteo Salvini, e dentro la Lega aumenta il pressing verso il leader affinchè
nasca davvero il Governo gialloverde.
Con Paolo Savona, ma non al Ministero dell’Economia, come proposto pubblicamente da Luigi Di Maio dopo l’incontro con il Capo dello Stato.
Un compromesso accettabile, ma Salvini prende tempo, mentre dal Carroccio trapela un nuovo esame sull’ipotesi dello spacchettamento del Mef.
A leggere le prime dichiarazioni ufficiali l’offerta di Di Maio non convince – “Se uno gioca come portiere deve fare il portiere, se gioca come attaccante deve fare l’attaccante” – ma il pressing da parte della base e soprattutto dei senatori e dei deputati più influenti sul segretario del Carroccio è in corso.
Anche per questo Salvini alla fine temporeggia e si cela dietro un “vediamo. Di Maio ha cambiato idea. Ne parlerò con lui”.
Quindi in serata, un’ulteriore apertura: “Valutiamo quanto possa essere utile agli italiani questo tipo di ragionamento di spostamento, ovviamente in primis con il professor Savona, cosa che educazione vuole. Stiamo ragionando su una squadra forte per un progetto forte”.
A Montecitorio, a presidiare e trattare, mentre Salvini è attivissimo in campagna elettorale per le amministrative, rimane Giancarlo Giorgetti, da tutti considerato l’uomo della mediazione.
Nei tanti contatti avuti con i 5 Stelle avrebbe ripreso piede l’ipotesi dello spacchettamento. Soluzione che non dispiacerebbe a molti. Perchè “diciamolo chiaramente — dice un leghista a taccuini chiusi – non c’è tutta questa voglia di andare a votare”.
Secondo uno schema che circola nelle ultime ore, alle Finanze rimarrebbe Savona mentre al Bilancio andrebbe una figura (della Lega) considerata più rassicurante per l’Europa.
Inoltre alcune deleghe del Mef potrebbero – secondo questo piano – essere trasferite al sottosegretario alla presidenza del Consiglio.
Ruolo che era stato affidato a Giancarlo Giorgetti nella lista di Giuseppe Conte.
Alcune fonti leghiste raccontano che Salvini non avrebbe chiuso ad un’ipotesi del genere. Non si sa se il suo labiale carpito durante un comizio elettorale (“Se va bene a Di Maio va bene anche a me”) in Liguria fosse riferito proprio a questa idea.
Ciò che è certo è che Salvini in mattinata si era detto disponibile a fare di tutto per far partire il Governo Cottarelli ed evitare il voto a luglio, anche chiedendo ai deputati e senatori del Carroccio di astenersi.
In questo modo la data per le urne sarebbe slittata a settembre o ottobre evitando il rischio astensionismo. Ma lo smarcamento del Movimento 5 Stelle ha complicato i piani e il timore della finestra elettorale di luglio incombe su via Bellerio ed è per questo che la strada dello spacchettamento potrebbe essere il punto di caduta.
Salvini chiude così la sua giornata: Quando i tedeschi parlano di ‘invadere’ un Paese, non è mai un buon segno… Fatevi gli affari vostri”. Segnali che restano comunque tutt’altro che distensivi.
(da “Huffingtonpost”)
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