Luglio 2nd, 2018 Riccardo Fucile
UN ALTRO E’ UN ITALIANO PREGIUDICATO, DUE SONO ALBANESI… IN QUESTO CASO AL SOVRANISTA ANDAVA BENE LA COMPLICITA’ DI DUE IMMIGRATI
La polizia di Stato ha fermato per tentato omicidio, in riferimeno all’accoltellamento di Niccolò Bettarini, figlio di Simona Ventura e dell’ex calciatore Stefano Bettarini, quattro ragazzi: si tratta di due italiani di 29 e 24 anni (quest’ultimo ultras dell’Inter legato all’estrema destra), e due albanesi di 23 e 29 anni, il più grande in Italia senza permesso di soggiorno.
I loro volti sono stati inquadrati in un video registrato dalle telecamere di sorveglianza della discoteca. Interrogati, non hanno confessato. Secondo gli investigatori, che inquadrano il movente dell’aggressione in “futili motivi”, nel litigio non sarebbe stato coinvolto direttamente il figlio di Ventura, intervenuto a difesa di un amico e probabilmente aggredito proprio per l’atto di generosita’
A sferrare i fendenti sarebbe stato il 29enne Davide C., con numerosi precedenti specifici di natura violenta, reati contro il patrimonio e porto di oggetti atti a offendere, mentre il 24enne Alessandro F., in passato sottoposto a Daspo, sarebbe legato agli ultras dell’Inter, della curva Hockey Milano e ai militanti di estrema destra di Lealtà Azione.
L’albanese di 29 anni è irregolare in Italia e il 24enne, con regolare permesso di soggiorno, ha un precedente per guida in stato di ebrezza. Le loro abitazioni sono state perquisite.
Perquisizione anche per il bar che l’ultrà interista gestisce insieme al padre. Stando alla prima ricostruzione, il diverbio sarebbe iniziato all’interno della discoteca, per poi spostarsi all’esterno dove, davanti a un baracchino, Niccolò Bettarini è stato colpito 11 volte con un oggetto appuntito. L’arma non è ancora stata trovata.
“Data la gravità dell’aggressione c’è il rischio che, se lasciati liberi, i quattro fermati per tentato omicidio possano essere protagonisti di altri fatti di sangue”.
Lo ha evidenziato il pm di Milano Elio Ramondini nella richiesta di custodia cautelare in carcere dove ha contestato il pericolo di reiterazione del reato e anche quelli di fuga e inquinamento probatorio.
(da agenzie)
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Luglio 2nd, 2018 Riccardo Fucile
E ORA CHI LO DICE A SALVINI CHE IL SUO COMPAGNO DI MERENDE INTRODUCE LE STESSE NORME DA LUI TANTO CRITICATE? BEH, POTREBBE INCATENARSI PER PROTESTA NELLA PIAZZA ROSSA
In Russia, oggi e da novant’anni a questa parte, gli uomini vanno in pensione a sessant’anni e le donne a
cinquantacinque anni (la più bassa tra i paesi OCSE).
Le cose però potrebbero cambiare anche lì, perchè il governo ha annunciato nei giorni scorsi una riforma delle pensioni e dell’età pensionabile.
Con effetti simili a quelli della famigerata riforma Fornero tanto odiata dai populisti amici di Putin che oggi sono al governo in Italia.
La riforma è stata proposta in questi giorni e prevede l’aumento dell’età pensionabile da 60 a 65 anni per gli uomini entro il 2028 e da 55 a 63 per le donne entro il 2034. L’importo medio di una pensione russa è di 14.000 rubli (circa 190 euro) al mese.
A influire sulla decisione di cambiare il sistema pensionistico anche le stime sull’aspettativa di vita da parte dell’OMS che hanno visto un aumento della speranza di vita a 66 anni per gli uomini russi e a 77 anni per donne.
Troppo poco per giustificare l’innalzamento di 5 anni dell’età pensionabile, secondo molti che sono scesi in piazza per protestare in diverse città della Federazione.
Nelle città che ospitano i match della Coppa del Mondo di calcio non ci sono state proteste, ma solo perchè una legge speciale emanata per l’occasione impedisce le manifestazioni.
I cittadini russi non sono d’accordo con la proposta del governo e il calo nei sondaggi del gradimento nei confronti di Putin rende evidente come per parte dell’opinione pubblica russa la colpa sia del Presidente.
Il quale però cerca di prendere le distanze ricordando come la materia sia di competenza del Primo Ministro Medvedev.
Ma anche Russia Unita — il partito di Putin e Medvedev — ha visto un sensibile calo nei sondaggi. Secondo il centro ricerche statale Vtisiom la percentuale di approvazione di Putin è scesa di 14 punti percentuali in due settimane (dal 78% al 64%).
Stando a quanto scrive il quotidiano moscovita Moskovski Komsomolets quella delle pensioni potrebbe essere la «più pericolosa e rischiosa riforma in vent’anni di potere di Putin» (nel 2005 l’ultima riforma delle pensioni provocò numerose proteste di piazza).
A cavalcare l’ondata di proteste ci sono soprattutto i sostenitori di Aleksej Navalnyj, il blogger e oppositore di Putin che nei giorni scorsi aveva chiamato i suoi alla mobilitazione.
Il governo le aveva provate tutte per cercare di far passare inosservata la manovra sulle pensioni, annunciandola il giorno dell’apertura dei Mondiali.
Per cercare di mitigare la situazione il Cremlino aveva anche promesso un aumento delle pensioni pari a 1.000 rubli (20 euro circa) entro il 2019.
A giocare a favore del governo c’è la considerazione che le persone che verranno colpite dalla riforma a causa della loro età sono le meno propense a scendere in piazza a protestare.
Ah, se solo in Russia ci fosse qualche italiano in grado di spiegare a Putin i pericoli dell’innalzamento dell’età pensionabile.
(da “NextQuotidiano”)
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Luglio 2nd, 2018 Riccardo Fucile
LA BALLA DEL “COSI’ DESTINIAMO QUEI SOLDI AGLI ITALIANI”: AI COMUNI COSTA SOLO IL 5% DELLA SOMMA ED E’ DESTINATA AD ASSUMERE ITALIANI CHE COSI’ ORA RESTANO PURE SENZA LAVORO… NON SOLO: PERDONO IL BONUS DI 700 EURO A RIFUGIATO CHE POTREBBERO DESTINARE AD ALTRI INTERVENTI SOCIALI
Appena eletti, i nuovi sindaci di Massa e Pietrasanta sono entrati in Comune e hanno fatto una cosa “rivoluzionaria”: hanno ritirato l’adesione allo Sprar (cioè il Sistema di Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati).
Gli altri sindaci eletti in quota Lega, come annunciato in una campagna elettorale dove hanno parlato solo di migranti e stranieri, lo faranno presto.
Il nobile motivo? “Così finalmente impiegheremo le risorse per gli Sprar per gli italiani bisognosi, basta dare soldi ai migranti!”, hanno spiegato.
Ogni persona “normale” di questo mondo, quando ha davanti qualcuno che si candida a rappresentarla, in particolare in una carica così di prossimità come quella di sindaco, è portato a credere a ciò che gli viene detto.
Magari, può non essere d’accordo, ma una qualsiasi persona difficilmente penserebbe che ci sono esseri umani disposti a mentire su argomenti così delicati.
Ecco, hanno mentito, invece. E continuano a farlo in modo ignobile.
Perchè potete pensarla diversamente da chi vi scrive su come gestire il fenomeno migratorio, ma ciò che stanno raccontando sul sistema Sprar sono menzogne, falsità , bugie per raccattare voti sulla pelle degli italiani che lavorano negli Sprar e sui migranti.
Entriamo nel merito di come le risorse vengono stanziate e impiegate.
Ogni Comune che aderisce al progetto Sprar mette pochissimi soldi di tasca propria: il 5% del totale. Per capirci, 5 euro ogni 95 ricevuti dallo Stato.
Quel 5%, tra l’altro, solitamente viene speso in assunzione di personale (italiano) o in uso dei locali, per esempio l’utilizzo di biblioteche per i corsi di italiano, dove ci sarà un insegnante, italiano, sottratto alla disoccupazione, a fare il suo lavoro, pagato grazie ai soldi arrivati dal Ministero dell’Interno.
Quindi, nella cancellazione degli Sprar, non esistono risorse risparmiate. Anzi, c’è una perdita di ingenti fondi pubblici dati dallo Stato.
Che non va a danno dei migranti o dell’accoglienza, ma degli italiani, in primo luogo.
Mi spiego. Si è giocato molto, in questi mesi, anche sui famosi 35 euro.
Bene, dei famosi 35 euro al giorno, ai richiedenti asilo vanno solo 2,5 euro al giorno di pocket money.
I restanti servono per pagare il personale, che nel 99% dei casi è italiano, giovane, nella maggior parte dei casi donna, laureata in giurisprudenza, scienze politiche, servizi sociali, psicologia e scienze dell’educazione. Cioè titoli di studio con cui in Italia sempre più difficilmente si trova lavoro.
Altre volte, questi soldi — che devono essere minuziosamente rendicontanti, altrimenti non vengono elargiti – servono per pagare affitti di strutture (piccoli appartamenti per poche persone) che, soprattutto nell’accoglienza diffusa, sono case in affitto (il tipico esempio è la casa ereditata dal nonno morto che difficilmente chi l’ha ereditata riesce a mettere a reddito e che invece trova, grazie a quei fondi, uno scopo pubblico. Il risultato è una casa privata non più vuota e utilizzata per un progetto sociale, nonchè una piccola rendita per il nipote che non finirà per trasformare un’eredità in una sola spesa in tasse che non riuscirebbe a pagare).
Chi accede allo Sprar – e quindi ai 35 euro al giorno per migrante — ha poi l’obbligo di investire risorse nella formazione e nell’integrazione dei richiedenti (stage, tirocini, corsi) che ne consentono l’emancipazione.
Lo Sprar — finito ingiustamente nel calderone delle banalizzazioni degli sciacalli e degli immaginari in cui “la gestione dell’immigrazione è un business da malavitosi” — ha consentito in molti luoghi del Paese la governance del fenomeno migratorio. Perchè permette una gestione efficiente, in un contesto di comunità in cui ai migranti si associa il lavoro degli italiani, l’utilizzo di strutture pubbliche, l’interazione con luoghi privati.
Senza lo Sprar, molte persone rischiano di restare in mezzo a una strada, non completando (o nemmeno iniziando) un percorso di autonomia e inserimento sociale. Cosa che porta poi ad altri costi per lo Stato e rischi per la comunità e per le stesse persone coinvolte, quali fra tutti quello di andare ad allargare il campo della piccola criminalità dettata da esigenze di pura sopravvivenza.
Inoltre, lo Sprar permette al singolo comune di utilizzare la “clausola di salvaguardia” e dire no a nuovi arrivi quando l’amministrazione valuta che non sarebbero gestiti al meglio.
In pratica, i comuni virtuosi che hanno accolto migranti tra Sprar e Cas (Centri di Accoglienza Straordinaria) secondo le indicazioni del Ministero, possono rifiutarsi di prendere nuovi migranti, per esempio, se ritengono sbagliate le modalità di lavoro o i posti di assegnazione proposti dal prefetto, che non può fare altro che adeguarsi.
Al contrario, chi non ha lo Sprar deve adeguarsi alle imposizioni delle scelte prefettizie.
Paradossalmente, un sindaco che non vuole migranti sul territorio dovrebbe al contrario aderire subito allo Sprar, ma i sindaci leghisti ne preferiscono quasi sempre lo scalpo per ovvi motivi elettorali (meglio avere voti facili, che risolvere i problemi, trovare soluzioni, gestire i fenomeni).
Quindi, la mancata adesione ai progetti Sprar va a danno degli italiani che perderanno lavoro e peggioreranno la gestione del fenomeno migratorio, venendo meno una gestione strutturata e integrata dell’accoglienza.
Ma c’è qualcosa di ancora più beffardo e squallido, perchè i Comuni che accedono allo Sprar hanno diritto al cosiddetto “bonus gratitudine” (un termine orrendo, come se l’accoglienza fosse una questione di carità e non un elemento strutturale da gestire, ma non è il punto).
Il bonus significa per i Comuni avere diritto a 700 euro annui dallo Stato centrale da spendere liberamente (quindi volendo per gli italiani indigenti, disoccupati, precari ecc) per ogni richiedente asilo accolto.
Così, oltre ai fondi pubblici per assumere giovani laureati italiani, verranno meno pure quelli per i poveri.
La beffa finale? Lo Sprar è stato introdotto dalla Bossi- Fini, cioè proprio da quelli che ora vogliono sopprimerlo.
Perchè non sia mai che una cosa giusta, che spesso funziona, sia rivendicata. Di questi tempi, per certa politica, meglio prendere voti al suon di “prima gli italiani” che fare qualcosa di buono per gli italiani e non.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 2nd, 2018 Riccardo Fucile
PER REGGERE IL MOCCOLO A DI MAIO E AI RAZZISTI, IL GIORNALISTA “GIUSTIZIALISTA” VEICOLA FALSITA’ COMPROVATE COME TALI DALLA PROCURA DI PALERMO… SE UNO NON SA DI COSA PARLA, FAREBBE MEGLIO A TACERE
Il Direttore del Fatto Quotidiano è noto per il suo rigore giustizialista, perseguito sempre attenendosi
all’esito di indagini e inchieste.
Da qualche tempo però sul Fatto si è deciso che era necessario appoggiare la teoria delle Ong “nemiche” dell’Italia e degli interessi del nostro Paese.
Non solo: le organizzazioni governative che operano nel Mediterraneo Centrale starebbero in qualche modo aiutando i trafficanti.
Si potrebbe indagare su quali siano questi trafficanti, non è poi impresa difficile per un giornale come il Fatto, si potrebbe partire ad esempio dai legami di alcuni di loro con Abd al Rahman al-Milad comandante della guardia costiera della regione di Zawiya recentemente raggiunto assieme ad altri quattro libici da un provvedimento di sanzione da parte dell’ONU.
L’accusa è quella di far parte di una rete di trafficanti di esseri umani.
A quanto pare però è più comodo, per le procure e per il Fatto, indagare sulle Ong. L’accusa è più o meno sempre la stessa fatta da Di Maio (anche se poi il vicepremier ha cercato di rimangiarsela): le Ong sono dei taxi del mare in combutta con gli scafisti. A quanto pare i taxi del mare sono altri, e fanno decisamente meno notizia, anche quando i trafficanti vengono arrestati.
Il 19 giugno il Fatto ha ospitato un lungo intervento del procuratore di Catania Carmelo Zuccaro — quello delle “ipotesi di lavoro” sulle Ong finanziate dagli scafisti — che spiegava come le Ong hanno favorito i trafficanti.
Zuccaro nell’articolo non parla di alcun fatto di rilevanza penale ma si limita, senza dirlo mai esplicitamente, a spiegare che le operazioni delle Ong in acque internazionali così vicino alle acque libiche agirebbero come fattore di attrazione per gli scafisti. Si tratta di quello che in gergo viene chiamato “pull factor”.
Zuccaro scrive che «i criminali lasciano i profughi sui gommoni vicino alla riva: i soccorsi umanitari salvano vite ma anche il loro business».
Ora ci sono due problemi: vicino alla riva è fuorviante visto che i salvataggi avvengono al limite delle acque internazionali (12 miglia nautiche).
Inoltre come ha detto il capo del reparto operazioni della Guardia Costiera, Nicola Carlone, in un’audizione al Comitato Schengen, la presenza delle Ong di fronte alle coste libiche non costituisce un fattore d’attrazione per le partenze.
Insomma i migranti verrebbero fatti partire comunque, come dimostrano i naufragi di questi giorni che sono avvenuti quando nessuna nave era in zona.
E visto che gli scafisti vengono pagati prima della partenza il business sarebbe salvo anche se i barconi affondassero dopo mezz’ora di navigazione. Chi parte dopo partirebbe in ogni caso.
Ci sono migliaia di persone disposte a partire, questo gli scafisti lo sanno, come sanno che la “perdita” di qualche barcone e del suo carico non compromette il loro modello di business.
Zuccaro curiosamente però nel suo articolo non parla della sua inchiesta sulla nave Open Arms della Ong ProActiva che è stata archiviata.
Ed è per questo che gli avvocati di ProActiva hanno scritto al Fatto Quotidiano per ricordare che il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina è stato ritenuto privo di consistenza.
Qualche giorno prima della pubblicazione dell’articolo di Zuccaro Travaglio scriveva che grazie alle inchieste delle Procure di Catania e di Trapani «vedemmo le immagini di alcune Ong (non tutte) che fungevano da nastro trasportatore di migranti nel Mediterraneo dalla Libia all’Italia, riducendo i rischi d’impresa e aumentando i profitti degli scafisti, con cui coordinavano via telefono le consegne e a cui restituivano financo i barconi».
Ed è interessante perchè l’indagine della procura di Palermo sui rapporti tra Ong e scafisti (la Ong in questione veniva accusata di aver riconsegnato i barconi ai trafficanti) si è conclusa con un’altra richiesta di archiviazione.
Spieghiamo a Travaglio perchè le Ong hanno tutto il diritto di salvare le persone nel Mediterraneo
Questi sono i fatti fino ad ora.
Nessuna inchiesta ha dimostrato che ci siano rapporti di qualsivoglia natura, tanto meno criminale, tra Ong e scafisti.
Allo stesso tempo la Guardia Costiera ha fatto sapere che i pochi sconfinamenti delle Ong in acque territoriali libiche erano stati autorizzati dall’IMRCC di Roma e che la presenza delle Ong in quella che dovrebbe essere la zona SAR libica (ma che è stata di competenza italiana fino all’insediamento del nuovo governo) non costituivano “pull factor”.
Travaglio però riesce a fare un capolavoro. Risponde agli avvocati della ProActiva che «può darsi che, nella giungla di norme contraddittorie, nazionali e internazionali, nessuna Ong abbia commesso reati”
Andiamo con ordine. Le norme internazionali e nazionali non sono contraddittorie.
I reati di associazione per delinquere (art. 416, comma 6, cp) e favoreggiamento dell’immigrazione irregolare (art. 12 D. Lgs 286 del 1998) hanno contorni ben precisi che esulano dalla legge internazionale che obbliga le imbarcazioni a prestare soccorso ai natanti in difficoltà .
Questo Travaglio ovviamente lo sa bene.
Come sa bene che nella richiesta di archiviazione della Procura di Palermo è scritto che «non si ravvisano elementi concreti che portano a ritenere alcuna connessione tra i soggetti intervenuti nel corso delle operazioni di salvataggio a bordo delle navi delle ONG e i trafficanti operanti sul territorio libico».
In particolare, scrive la Procura, «non è emersa la prova che i soggetti che materialmente tranciarono i motori fuori dei gommoni con a bordo i migranti facevano parte della ONG “Juventa”, nè d’altra parte una loro connessione di qualche tipo con i trafficanti».
Ma è noto che per il Direttore del Fatto è sufficiente che ci sia un’inchiesta in corso (nemmeno un rinvio a giudizio) per stabilire che le Ong sono colpevoli delle accuse a loro carico.
Ma non finisce qui perchè Travaglio ricorda che Minniti impose un codice di condotta alle Ong spiegando che «chi rispetta le regole può continuare a operare nel Mediterraneo; chi non ci sta vada altrove».
Vale la pena ricordare che non tutte le Ong hanno firmato quel codice di condotta e che dal momento che le operazioni di salvataggio si svolgono in acque internazionali lo Stato italiano non ha piena giurisdizione su quanto avviene.
Travaglio però forse quel codice di condotta non lo ha letto perchè scrive che «se le navi delle Ong continueranno a rilevare i carichi di migranti (anche senz’alcun pericolo di vita nè esigenza di “salvataggio”) dagli scafisti, in perfetta sincronia presso le coste libiche, oggettivamente favoriranno questi trafficanti di esseri umani».
Innanzitutto è bene precisare — perchè Travaglio non lo faccia non è chiaro — che il codice di condotta consente “in situazioni di grave e imminente pericolo che richiedano assistenza immediata” di entrare in acque territoriali libiche.
È noto poi che le operazioni di salvataggio si siano sempre svolte (e il caso della Aquarius è un esempio magistrale, visto che ai soccorsi parteciparono motovedette della Guardia Costiera italiana) sotto il coordinamento dell’MRCC di Roma, proprio come previsto dal codice di condotta.
Riguardo invece al fatto che le operazioni di soccorso si svolgano «senz’alcun pericolo di vita nè esigenza di “salvataggio”» Travaglio dovrebbe leggere quanto scrive la Procura di Palermo.
Poco oltre la procura scrive che dal momento che le persone a bordo dei gommoni erano in pericolo (a causa del sovraffollamento dei gommoni e per la presenza a bordo di donne e minori) l’intervento degli operatori di soccorso (a maggior ragione se coordinati dal MRCC di Roma) era legittimo «anche se le condizioni meteorologiche non dovessero rappresentare, al momento del salvataggio, un problema».
Ma è chiaro a questo punto che Travaglio non sa di cosa sta parlando (altrimenti sarebbe in malafede).
(da “NextQuotidiano”)
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Luglio 2nd, 2018 Riccardo Fucile
LA SENATRICE A VITA. “SI STA TORNANDO A PESANTI DISCRIMINAZIONI, PREOCCUPA L’INDIFFERENZA”
“Quando mio padre decise — troppo tardi, purtroppo — la fuga dall’Italia, siamo stati dei richiedenti asilo respinti dalla Svizzera al confine. Eravamo io, mio padre e due cugini. Di noi quattro, solo io alla fine sono sopravvissuta. Poi siamo stati arrestati — io avevo 13 anni — e detenuti nei carceri di Varese, Como e Milano San Vittore. E infine deportati ad Auschwitz. A 14 anni ho fatto un anno di lavoro-schiavo in una fabbrica di munizioni della Siemens. Sono stata liberata nel maggio 1945, dopo essere stata bambina in una situazione che neppure Primo Levi riesce a descrivere, tanto che scrive: ‘Auschwitz è indicibile'”.
Lo racconta, in un’intervista al Fatto Quotidiano, la senatrice a vita Liliana Segre, 88 anni.
Segre ricorda l’indifferenza della Milano di allora, e si dice preoccupata per quello che sta accadendo oggi in Italia:
“Lì sotto (dal binario 21 della Stazione Centrale di Milano) partimmo in centinaia, nell’indifferenza della città […]. Oggi ci sono spiriti che tentano di non essere indifferenti. Ma, come sempre, sono pochi a fare le scelte. La massa non sceglie, è indifferente […].
Il clima — prosegue la senatrice a vita — è peggiorato. Oggi c’è una cosa diversa dall’indifferenza di allora.
Sono passati 80 anni dalle leggi razziste e il razzismo è minimizzato, è tollerato, c’è il pericolo di tornare a forme pesanti di discriminazione”.
Segre racconta anche cosa l’ha spinta — e quando — a raccontare la sua storia:
“Ho taciuto per 45 anni. Dai miei 15, compiuti pochi giorni dopo il mio ritorno, fino a quando, a 60 anni, sono diventata nonna. Allora qualcosa mi ha spinto a parlare. Senza odio. Cercando di parlare non troppo di morte, ma il più possibile di vita. Mi ha spinto il fatto che avevo vinto su Hitler, ero diventata mamma, e persino nonna: aveva vinto la vita. Così ho deciso di non restare più chiusa in casa, ma di testimoniare ciò che avevo vissuto perchè restasse memoria. Ho capito che mi era uscita la voce”.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 2nd, 2018 Riccardo Fucile
NESSUNO DEVE ASSISTERE AL MASSACRO DI ESSERI UMANI NEL MEDITERRANEO DA PARTE DEI GOVERNI CRIMINALI… ESULTANO I BOIA RAZZISTI ASSASSINI DI BAMBINI
La nave Seawatch è sottoposta «a fermo» a Malta e non può lasciare il porto de La Valletta. 
Lo ha fatto sapere su Twitter lo stesso equipaggio, che denuncia: «Mentre ci impediscono di lasciare il porto, la gente sta affogando: ogni ulteriore morte in mare è responsabilità di coloro che impediscono il salvataggio. Salvare vite mare non è negoziabile».
Seawatch dice di aver appreso oggi che la nave è in stato di fermo, ma «senza alcun motivo legale fornito dalle autorità »: secondo l’equipaggio, la mancanza di permesso «non deriva da un problema di registrazione» nei registri navali ma è «una campagna politica per fermare il salvataggio delle persone in mare».
La nave Sea-Watch è stata bloccata a Malta dall’Autorità portuale perchè sottoposta a fermo stamattina dopo aver fatto rifornimento, l’autorità portuale non ha fornito motivazioni tecnico-legali per il blocco e la Ong denuncia la “deliberata restrizione della nostra libertà volta a impedire l’attività di soccorso”.
(da agenzie)
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Luglio 2nd, 2018 Riccardo Fucile
“ESISTONO OBBLIGHI GIURIDICI PRECISI, VALE PER CHIUNQUE, CIVILE O MILITARE CHE SIA, IN GRADO DI PRESTARE SOCCORSO”
Gregorio De Falco, senatore del MoVimento 5 Stelle, rilascia oggi un’intervista al Corriere della Sera nella quale, dall’alto della sua competenza, spiega a ministri e propagandisti di governo come funziona in mare e perchè l’esecutivo sta sbagliando:
«Il naufrago ha diritto di essere salvato, senza che sia compiuta alcuna valutazione, non conta la provenienza, la etnia. Il naufragio è una situazione di fatto da cui discendono obblighi verso chiunque civile o militare, italiano o straniero, che sia in grado di portare soccorso».
Lei è d’accordo quando dicono che serve umanità ?
«Guardi, il mio è un discorso tecnico. La persona salvata in mare quando scende dalla nave è un naufrago, solo dopo inizia l’immigrazione».
Le distinzioni tra navi
«Non le faccio perchè non le fa nessun regolamento».
Concorda su un ricollocamento come per Aquarius?
«Certo. Le frontiere sono europee e ci deve essere un necessario senso di solidarietà e responsabilità tra i Paesi Ue, anche se in questo momento si tratta di una situazione, quella dei naufraghi, che non ha una dimensione biblica».
È un caso strumentale?
«Sto dicendo che rispetto a qualche anno fa i numeri non sono esagerati».
Qualche giorno fa lo stesso De Falco aveva rilasciato un’intervista al Fatto in cui spiegava più o meno le stesse cose. Il capitano non sembra entusiasta della linea di M5S e Lega sul Mediterraneo. Servirà la sua opposizione di competenza o farà la fine di Fico?
(da agenzie)
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Luglio 2nd, 2018 Riccardo Fucile
CHE BELLE AMICIZIE HA IL MINISTRO DEGLI INTERNI: ECCOLO CON SALVATORE ANNACONDIA, DETTO MANOMOZZA
Il giornalista di Repubblica Paolo Berizzi ha pubblicato su Twitter un post in cui si vede uno scatto che
ritrae il leader della Lega e ministro dell’Interno Matteo Salvini insieme a Salvatore Annacondia detto Manomozza, boss pentito della mafia pugliese e reo confesso di 72 omicidi.
Per la serie #MafiosiLaPacchiaèFinita ecco la #foto in esclusiva del ministro @matteosalvinimi con Salvatore Annacondia detto “Manomozza”, #boss pentito della #mafia pugliese, già affiliato a #CosaNostra e reoconfesso di 72 #omicidi
La storia di questa foto è stata raccontata nel libro Nazitalia dello stesso Berizzi e da alcuni articoli usciti nel maggio scorso:
È il 2015, anno di elezioni. Il segretario della Lega giunge nella località dove vive Manomozza. Il quale, al netto del suo status di collaboratore di giustizia, non sembra condurre una vita ritirata.
Conosciuto e apprezzato per la sua attivitaÌ€, che lo porta a contatto con la gente, da sempre rispettato nella regione dove ha deciso di vivere lontano dalla sua Puglia, l’ex boss mafioso sul territorio non fa mistero del suo passato ingombrante. Lo raccontano diverse persone che lo hanno conosciuto.
Salvini partecipa a una cena e a quella cena spunta Annacondia. I due si fanno fotografare insieme: uno accanto all’altro, sorridenti.
Se non fosse che, per motivi diversi, sono due volti noti, sarebbe un’immagine banalissima, come tante.
Salvini ha una polo nera e la solita barba lunga, Annacondia una camicia azzurra. Alle loro spalle c’eÌ€ un giardino curato.
Non eÌ€ dato sapere chi e percheÌ abbia presentato Annacondia a Salvini, forse, anzi, quasi certamente, quella sera stessa.
NeÌ eÌ€ possibile ricostruire se ed eventualmente quale rapporto si fosse instaurato tra i due prima della fotografia scattata insieme: potrebbero raccontarlo, volendo, i due interessati.
(da “NextQuotidiano”)
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Luglio 2nd, 2018 Riccardo Fucile
IL CARDINALE MONTENEGRO FESTEGGIA SAN CALOGERO, SANTO NERO VENUTO DALL’AFRICA: “I POVERI SONO IL TERMOMETRO DELLA NOSTRA FEDE”
Durante i festeggiamenti per S. Calogero, l’arcivescovo Montenegro di Agrigento ha lanciato un commovente monito, particolarmente significativo dato che S. Calogero è un santo nero, taumaturgo della Chiesa e particolarmente amato in Sicilia e in particolare nell’agrigentino:
“I migranti, i poveri sono un termometro per la nostra fede. Non accoglierli, soprattutto chiudendo loro il cuore, è non credere in Dio. È Gesù a venire da noi su un barcone, è lui nell’uomo o nel bambino che muore annegato, è Gesù che rovista nei cassonetti per trovare un po’ di cibo. Sì, è lo stesso Gesù che è presente nell’Eucaristia. Un migrante alla fine del suo lungo viaggio, dopo aver subito violenze e visto sabbia, lacrime, paura, cadaveri … esclamò nel mattino in cui fu salvato: “Nulla è più bello al mondo del sorgere del sole”. Il sole illumina i volti di tutti gli uomini, non solo i nostri. Ogni migrante è una storia e una vita che, ci piaccia o no, s’intreccia con la nostra. I poveri e i migranti hanno un nome come noi, sognano come noi, sono pieni di paure come noi, sperano come noi, vogliono una famiglia come noi, — un minorenne mi ha detto che ciò che gli manca è la carezza della mamma — credono in qualcosa o in qualcuno come noi, osano come o più di noi, desiderano essere trattati come noi. Anche per loro, e non solo per noi, Gesù e si è lasciato inchiodare sulla croce. Lasciamoci scuotere la coscienza dal fatto che tanti bambini, uomini, donne, perdano la vita in mare. Fu un immigrato, il centurione romano, a riconoscere nel crocifisso il Figlio di Dio. Un detto ebraico dice: chi salva un solo uomo, salva il mondo intero.”
(da Globalist)
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