Destra di Popolo.net

CONDANNATA A UN ANNO LA PROF RAZZISTA DENUNCIATA DAI SUOI ALUNNI: “I MUSULMANI BISOGNA UCCIDERLI FIN DA BAMBINI”

Novembre 8th, 2018 Riccardo Fucile

LE FRASI VERGOGNOSE SCRITTE SU FB… SOLO 3000 EURO DI MULTA E PENA SOSPESA

Era stata segnalata per i suoi post razzisti dai suoi stessi alunni che avevano ottenuto il suo licenziamento.
Ora Fiorenza Pontini, che aveva scritto frasi vergognose sui migranti è stata condannata a un anno di reclusione con pena sospesa per istigazione all’odio razziale. La condanna prevede anche a tremila euro di risarcimento in via definitiva, oltre al pagamento di tremila euro di spese.
Tra i post che aveva pubblicato, c’erano espressioni come “Un altro salvataggio, ma non potevate lasciarli morire”, in riferimento ai migranti.
E poi “Bisogna ucciderli tutti”, commentando la presunta notizia di alcuni musulmani che avevano sputato sul crocifisso di una chiesa a Venezia.
E ancora “Poi ho torto quando dico che bisogna eliminare anche i bambini dei musulmani, tanto sono tutti futuri delinquenti”.
Infine, aveva definito l’allora presidente della Camera Laura Boldrini “schifosa” rivolgendole pesanti insulti.
Per il pubblico ministero Paola Mossa si trattava di messaggi che contenevano un grande odio verso queste categorie di soggetti e anche un’istigazione.
L’accusa aveva chiesto una condanna a 15 mesi di reclusione. Per la difesa invece, rappresentata dall’avvocato Renato Alberini, mancava la concretezza della pericolosità  nei commenti.
Il giudice ha concesso le attenuanti generiche e ha condannato l’ex professoressa anche a tremila euro di risarcimento in via definitiva, oltre al pagamento di tremila euro di spese.
Le motivazioni saranno disponibili entro 60 giorni e la difesa si riserva di presentare appello. Durante il processo si era costituita parte civile l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione.

(da Globalist)

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SENTENZA RAGGI, COME IL M5S VUOLE SOPRAVVIVERE AL 10 NOVEMBRE

Novembre 8th, 2018 Riccardo Fucile

LA SCAPPATOIA DELL’AUTOSOSPENSIONE… MA POTREBBE ANCHE ARRIVARE L’ASSOLUZIONE PER INSUFFICIENZA DI PROVE A TOGLIERE LE CASTAGNE DAL FUOCO

La sentenza Raggi arriverà  il 10 novembre: tra due giorni si saprà  se la sindaca, accusata di falso dalla procura di Roma nella vicenda della nomina di Renato Marra al dipartimento del commercio, dovrà  lasciare la carica perchè condannata.
E anche se le sensazioni su un’assoluzione ci sono e sono molto forti — c’è addirittura chi pronostica un secondo comma dell’articolo 530 C.P.P., ovvero un’insufficienza di prove — il MoVimento 5 Stelle comincia a prepararsi all’Apocalisse, ovvero all’eventualità  che per la prima cittadina arrivi una sentenza di condanna.
Proprio per questo in Campidoglio si comincia a ragionare sugli scenari alternativi. Uno, in particolare, è visto come il fumo negli occhi: la vittoria della Lega alle elezioni dopo la caduta della Giunta Raggi.
La Lega ha già  chiesto le dimissioni di Virginia e prepara due candidate alternative come Barbara Saltamartini o Giorgia Meloni: la seconda ipotesi, che ha ventilato apertamente lo stesso Salvini, porterebbe a uno sconquasso che potrebbe coinvolgere anche la maggioranza di governo, che già  traballa a causa della segnalazione ai probiviri dei cinque senatori che non hanno votato la fiducia al governo sul Decreto Sicurezza.
La poltrona del Campidoglio è troppo importante per il M5S, specialmente adesso che anche Torino è sempre più in bilico (e la Appendino rischia un processo simile a quello della Raggi per i fatti di piazza San Carlo).
E così oggi circolano due ipotesi di chiusura della questione Roma che si aprirebbe con una eventuale (e non scontata) condanna della sindaca.
Una possibilità  sono le dimissioni immediate della prima cittadina ai sensi dello statuto M5S.
Le dimissioni andrebbero confermate dopo 20 giorni e porterebbero la città , dopo un periodo di commissariamento, al voto nella prossima primavera.
E alla sconfitta del M5S, che ha già  ricevuto segnali inequivocabili dal voto nei municipi e da quello delle Regionali.
Questa strategia, che rappresenterebbe una conferma delle regole del MoVimento 5 Stelle proprio mentre si comincia a lavorare attorno all’ipotesi di cambiarle, non manderebbe a casa solo Virginia Raggi.
Anche i consiglieri comunali al loro secondo mandato (Daniele Frongia, Marcello De Vito, Enrico Stefà no) si troverebbero a concludere la loro esperienza politica nel MoVimento 5 Stelle e a non potersi più ricandidare con i grillini.
Non solo: anche molti che oggi sono consiglieri comunali nella scorsa consiliatura avevano fatto i consiglieri municipali.
Quindi sono al secondo giro e automaticamente vengono esclusi dal terzo. Inutile dire che i nomi corrispondono alle personalità  più in vista del M5S romano e per i grillini significherebbe dover ripartire da zero. Il che sarebbe il minimo visto il completo fallimento nei due anni e mezzo dell’amministrazione Raggi sui due temi che considerava prioritari: i rifiuti (e la città  è ridotta una monnezza) e i trasporti (e gli autobus nonostante il concordato continuano a non passare mai).
E allora eccola, la seconda ipotesi: l’autosospensione.
Sarebbe questa, racconta oggi Repubblica Roma, la soluzione preferita dai vertici del M5S: la sindaca si dovrebbe autosospendere dal Movimento in attesa del II grado o delle motivazioni dell’eventuale condanna.
Formalmente resterebbe sindaca di Roma ma per lo stesso atto dovrebbero passare i 28 consiglieri di maggioranza che, in solidarietà  alla sindaca dovrebbero sospendersi dal M5S.
Una volta autosospesisi tutti dal M5S i grillini potrebbero continuare a governare (si fa per dire) la città , anche in barba agli impegni e alle promesse fatte durante la campagna elettorale, anche confidando sul fatto che il reato di falso per cui è imputata la sindaca non comporta l’incompatibilità  secondo la legge Severino.
Le due ipotesi, a ben guardare, si potrebbero incrociare con una certa raffinatezza diabolica: la sindaca potrebbe annunciare o dare direttamente le dimissioni subito dopo la sentenza in caso di esito negativo e poi, alla vigilia del ventesimo giorno, scegliere la via dell’autosospensione dal MoVimento 5 Stelle per salvare la poltrona sua e dei consiglieri che andrebbero a casa in caso di dimissioni effettive.
Certo, la decisione farebbe ridere chi ricorda l’atteggiamento dell’intero M5S Roma e della sindaca stessa nei tempi in cui era all’opposizione. Ma visto che ci sono l’ILVA, il TAP, il MUOS e prossimamente la TAV lì sul tavolo, fatto trenta si può fare tranquillamente tremilatrentuno.
A quel punto alla Raggi non resterebbe che resistere, resistere, resistere in attesa di qualcos’altro o di tentare un difficilissimo rilancio dell’azione amministrativa che oggi fa acqua da tutte le parti.
I romani sentitamente ringrazieranno.

(da “NextQuotidiano”)

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A CHI SUBITO E A CHI FRA UN ANNO: DI MAIO SI ‘E FATTO FOTTERE ANCHE QUESTA VOLTA

Novembre 8th, 2018 Riccardo Fucile

COME SEMPRE VINCE SALVINI: LUI INCASSA LA RIFORMA RAZZISTA, DI MAIO   SI ACCONTENTA DI POCO E FRA 14 MESI… QUANDO IL GOVERNO NON CI SARA’ PIU’

La “bomba” sui processi (così la chiamò Giulia Bongiorno) è stata disinnescata.
Con un accordo degno della Prima Repubblica, nelle modalità  tecnico-politiche in cui è articolato e nelle acrobazie verbali con cui è presentato.
Sentite il guardasigilli Alfonso Bonafede: “La riforma del processo penale sarà  approvata entro dicembre 2019, prima dell’entrata in vigore della riforma sulla prescrizione. Abbiamo concordato sul fatto che la prescrizione, per funzionare, deve entrare in un processo breve e con le nuove risorse nella giustizia, stanziate con la manovra, già  a regime”.
Significa che la riforma della prescrizione, madre di tutte le battaglie per i Cinque stelle sarà  approvata a breve, ma entrerà  in vigore nel gennaio del 2020. Ed è politicamente vincolata alla riforma complessiva della giustizia.
Diciamo le cose come stanno: ha sostanzialmente vinto Salvini, che concede all’alleato un vessillo simbolico, in nome del quale continuare a dire “onestà , onestà ” e mettere in atto una clamorosa forzatura propagandistica di norme e regolamenti parlamentari ma, sotto il vessillo, c’è solo un’incognita.
Ovvero una norma post-datata che sarà  valida, come dice Davigo, quando saremo morti.
O magari quando sarà  morto il governo.
Andiamo con ordine. Il cuore dell’accordo è che la prescrizione, in discussione in un provvedimento che è ora in Parlamento, è vincolata alla riforma della giustizia. Politicamente, anche se non “giuridicamente”.
Nel senso che non c’è una norma in cui è scritto che una è legata all’altra. E dunque, sulla carta, ci sta anche il caso che la prescrizione passi, poi non si fa nulla del resto, e comunque tra un anno e due mesi resti legge.
Cosa che, infatti, ha fatto venire il sangue negli occhi ai berlusconiani, che hanno accusato Salvini di tradimento dei sacri principi del garantismo.
A domanda, però, su cosa succederà  se il governo non riuscirà  a riformare la giustizia entro la fine del 2019, l’avvocato e ministro Giulia Bongiorno risponde così: “Faremo un altro vertice come questo”.
Perchè senza quella riforma del processo penale che assicuri una ragionevole durata dei processi, addio prescrizione.
In fondo, di qui a un anno, non è difficile creare l’incidente in Parlamento. C’è poi da aggiungere che, a parole, si fa presto a dire “riforma della Giustizia”.
Nei fatti non è un provvedimento di quelli semplici che si fanno in poche settimane. È una legge delega complessa: il Parlamento impegna il governo, il governo vara i decreti delegati, sui decreti delegati viene ascoltato il parere delle Commissioni, poi il governo decide se tenerne conto. Il tutto, e non è un dettaglio, dovrebbe accadere proprio nei mesi in cui c’è la campagna elettorale per le europee, non proprio un contesto che aiuta a creare un clima di riflessione senza esasperare le differenze.
È tutto lungo, complicato, artificioso.
A partire dalla scrittura del famoso emendamento sulla prescrizione che, infatti, ancora non vede la luce nonostante le fanfare sull’accordo trovato. È questo il punto. Le riforme che stanno a cuore a Salvini passano subito, le altre invece pattinano sulla indeterminatezza delle parole e dei tempi.
Il decreto sicurezza, appena approvato al Senato, sarà  approvato alla Camera di qui a tre settimane. Poi sarà  approvata la legittima difesa, anch’essa già  passata al Senato. Entro l’anno Salvini avrà  incassato tutto.
E invece il reddito di cittadinanza è ancora una nebulosa affidata all’incertezza temporale dei “collegati” alla manovra.
E la prescrizione passerà  subito, ma entrerà  in vigore nel 2020. La frase che dice tutto della giornata è quella del ministro Fraccaro: “Anche se dovesse cadere il governo la prescrizione entrerà  in vigore comunque dal primo gennaio 2020”.
C’è un particolare omesso: tranne che il governo successivo non la cambi appena insediato, come hanno fatto i Cinque Stelle, proprio sulla Giustizia, sui provvedimenti ereditati dal governo del Pd (sulle intercettazioni, ad esempio).
Insomma questo accrocco da Prima Repubblica è un percorso fatto di più mine: il Parlamento, la Corte Costituzionale che dovrà  pronunciarsi sulla prescrizione, il gioco politico.
E, soprattutto, c’è il tema del governo.
Proprio le parole di Fraccaro confermano che la fine dei questa esperienza gialloverde è un’ipotesi di cui si parla senza tanti tabù.
Certo, è complicato votare in primavera, magari è più probabile dopo le europee, ma il dato politico di fondo è che, soprattutto nella Lega, ci si chiede che senso abbia andare avanti così, in una coalizione ormai litigiosa su tutto, dove anche il contratto non è più una bibbia ma un terreno polemico.
In fondo, incassata la sicurezza, la legittima difesa, l’estate delle navi bloccate (che in autunno partono di meno) e raggiunto il picco nei sondaggi, cosa altro più chiedere Salvini a questa esperienza di governo, senza correre il rischio che, andando avanti, inizi a perdere qualcosa?
Proprio di questo stamattina ha parlato Giorgetti con autorevoli esponenti del centrodestra che sono andati a trovarlo. Dopo la manovra tutto è possibile.
L’accrocco odierno attesta solo che il timer è innescato. Possono essere settimane o mesi, ma di certo non si arriva al 2020.

(da “Huffingtonpost”)

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DUE ANNI A VENDERE CALZINI DAVANTI ALLA PASTICCERIA, POI IL TITOLARE LO ASSUME

Novembre 8th, 2018 Riccardo Fucile

LA STORIA DI MOUSSA NDOYE, 29 ANNI DI PONTEDERA, CHE HA TROVATO LAVORO A FIRENZE

“1 novembre: 2018 da oggi Noè è ufficialmente un nostro collaboratore. Dopo 3 anni di accendini e calzini sul nostro ingresso si è meritato un posto al coperto. Benvenuto”.
È il messaggio che si legge sulla pagina Facebook della Bottega di Pasticceria di Firenze, che dal primo novembre ha assunto il 29enne di origini senegalesi Moussa Ndoye.
Per oltre due anni, Moussa ha venduto calzini proprio davanti a quel bar.
Ora potrà  guardare al futuro con occhi diversi, grazie anche a chi ha voluto credere in lui e alla sua grande voglia di dare una mano
“Felice colui che ha trovato il suo lavoro; non chieda altra felicità “. Lo diceva Thomas Carlyle, storico e saggista scozzese del XIX secolo. E a distanza di tanti e tanti anni, nessuna frase può descrivere meglio il momento attuale.
Soprattutto quello di Moussa Ndoye, giovane 29enne originario del Senegal che da poco più di un paio di anni vive a Pontedera. E lui non chiedeva davvero altro. Da qualche giorno, Moussa ha trovato lavoro alla Bottega di Pasticceria, sul Lungarno Ferrucci di Firenze.
Scherzi della vita, perchè proprio fuori dalla porta di quel bar, Moussa — per tutti i clienti ormai “Noè” — ha fatto l’ambulante per più di due anni.
E prima di allora, aveva fatto lo stesso di fronte al bar Pappagallo, sempre nel capoluogo.
Da venditore ambulante, vendeva quel che riusciva a trovare nei negozi a basso prezzo di via Nazionale: accendini, fazzoletti, calzini.
Per racimolare qualche spicciolo, nel tentativo disperato di sbarcare il lunario. Da gennaio, il contratto che ora è part-time diventerà  full-time e, soprattutto, a tempo indeterminato. Una svolta che, oggi come oggi, può cambiare la vita.
Una storia che, fino a pochi giorni fa, era quella di tanti altri ragazzi senegalesi. Soprattutto quelli residenti a Pontedera.
All’alba c’è il treno per Firenze, quindi puntata alle vetrine dei commercianti cinesi. Dalle 8 di mattina, più o meno, Moussa era lì alla porta della Bottega, a chiedere qualche centesimo ai passanti e agli avventori del bar.
A metà  pomeriggio, nuovamente in treno per tornare a Pontedera, dove ancora oggi convive con altri sette connazionali, per 150 euro di affitto più le bollette.
Poi la svolta: il lavoro alla Bottega di pasticceria. Ora spazza, pulisce e sparecchia i tavoli in uno dei locali più prestigiosi del centro città . “Non ci volevo credere — racconta Moussa, che sta imparando l’italiano — è stata una bellissima emozione, e ho ringraziato tanto Simone, il mio datore di lavoro”.
Per Simone Bartolini, chef stellato e titolare della pasticceria, assumere Moussa è stato naturale. “Non volevamo assolutamente tutta questa risonanza mediatica, — spiega — e non credo di aver fatto niente di eccezionale, anzi”.
Bartolini, per la Bottega di Pasticceria, ha alle sue dipendenze una cinquantina di collaboratori, e Moussa è uno di questi. Niente di più, niente di meno.
“È un ragazzo che si è fatto apprezzare facendo tanti sacrifici — continua — Non è pietà , per me è stata un’assunzione come tutte le altre”.
Anche se, a giudicare dall’attenzione suscitata, sembra non essere così. Almeno per gli altri. “Sono stato anche chiamato in televisione a raccontare la sua storia — commenta Bartolini — ma non m’interessa, abbiamo un’attività  da portare avanti”.
Moussa è arrivato in Italia nel dicembre 2015 con l’aereo e il visto turistico, a differenza di tanti altri suoi connazionali che arrivano con mezzi di fortuna.
Del resto, suo fratello Modou vive a Pontedera da quasi 15 anni. Alla scadenza, Moussa ha fatto richiesta di asilo politico, che da gennaio non servirà  più: con il suo nuovo lavoro, il factotum della Bottega di Pasticceria potrà  avere il permesso di soggiorno.
«Mi trovo benissimo con tutti i miei colleghi — conclude Moussa — e sono molto felice di quello che faccio». Ora Moussa può guardare al futuro con un occhio diverso, grazie anche a chi ha voluto credere in lui e alla sua grande voglia di dare una mano.

(da “il Tirreno”)

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I CONTI DEL REDDITO DI CITTADINANZA NON TORNANO NEMMENO ALLO SVIMEZ

Novembre 8th, 2018 Riccardo Fucile

RAPPORTO ANNUALE: AL MASSIMO SI POTRANNO EROGARE 255 EURO DI MEDIA… AL SUD NON CI SONO POSTI DI LAVORO, COME SI FA A PROMETTERLI?

I conti del reddito di cittadinanza non tornano neanche allo Svimez. L’associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno dedica alla misura parte del suo rapporto annuale, e anche loro — come a molti altri — nutrono qualche dubbio sulle cifre fornite dal M5S e sull’ampiezza della misura.
Nel suo rapporto annuale lo Svimez elogia prima il governo per la decisione di aver previsto uno strumento di contrasto alla povertà .
Poi passa alla stima dell’impatto:
Considerando una spesa pari a 8 miliardi di euro, al netto del miliardo destinato alla riqualificazione dei centri per l’impiego, la misura consentirebbe di ampliare significativamente la platea dei destinatari ma non di assicurare il raggiungimento della soglia dei 780 euro indicata dal Governo.
In base alle nostre stime, il raggiungimento di tale soglia richiederebbe uno stanziamento di circa 15 miliardi di euro.
Con le risorse attuali, prendendo a riferimento le famiglie con ISEE inferiore a 6.000 euro — pur tenendo conto che circa il 50% potrebbe avere una casa di proprietà  — è possibile erogare a circa 1,8 milioni di famiglie, di cui il 52,2% nel Mezzogiorno, un sussidio compreso tra i 255 euro per una famiglia monocomponente e i 712 euro per una famiglia con 5 o più componenti.
Ne deriva dunque una sostanziale distanza dall’obiettivo enunciato di garantire il raggiungimento della soglia dei 780 euro, ma d’altra parte un forte allargamento rispetto al ReI dei beneficiari riuscendo a coprire quasi integralmente l’universo delle famiglie in povertà  assoluta
Si noti che lo Svimez parte da una soglia ISEE di 6000 mentre il governo ha detto finora di voler lavorare su una soglia di 9360 euro, che amplierebbe la platea rispetto ai calcoli dell’ente.
Lo Svimez aggiunge che la diversa intensità  delle condizioni di povertà  all’interno delle famiglie (distanza dalla soglia, numerosità  dei nuclei, proprietà  dell’abitazione), tra Nord e Sud, determina una distribuzione territoriale delle risorse che avvantaggia il Mezzogiorno che assorbirà  circa il 63% del Reddito di Cittadinanza.
Ma le perplessità  non finiscono qui.
L’efficacia, spiega lo Svimez, infatti dipenderà  dal collegamento che viene previsto e realizzato tra il beneficio economico offerto al cittadino e la partecipazione richiesta a programmi di attivazione e/o accettazione di offerte di lavoro.
Ma è al Sud che a questo punto la proposta rischia di fallire il suo obiettivo:
Lo stato dei Centri per l’impiego, specialmente al Sud, è senz’altro il primo dei problemi. Ma anche assunta l’ipotesi più favorevole al Governo, cioè che il reddito di cittadinanza consenta il reintegro, dal lato dell’offerta, di coloro che sono espulsi dal mercato del lavoro, l’operazione per concludersi positivamente dovrebbe materializzare la disponibilità  di posti di lavoro in grado di tradurre la nuova offerta di lavoro in nuova occupazione.
Il ragionamento dello Svimez è estremamente logico: visto che al Sud i centri per l’impiego sono molto indietro rispetto al Nord e in più le offerte di lavoro latitano, il rischio è che, come una profezia che si autoadempie, si avverino le previsioni di chi dice che questa è soltanto una misura assistenziale.
Volendo, si potrebbe anche andare più in là .
Se sono infatti cinque milioni i beneficiari e se è di otto miliardi lo stanziamento per i residui nove mesi dell’anno (il rdc partirà  ad aprile, ha annunciato a più riprese il M5S) la media del pollo di Trilussa ci dice che il cittadino povero in media prenderà  (8 miliardi diviso 5 milioni) 1600 euro in totale nei nove mesi del 2019 in cui la misura funzionerà  (da aprile a dicembre), ovvero 177 euro al mese in media.
Se invece la misura fosse stanziata annualmente in media ognuno prenderà  (1600 / 12) 133 euro in media.
Ovviamente questa è la media del pollo, e quindi ci sarà  sicuramente chi prenderà  di più. Ma ci sarà  anche sicuramente chi prenderà  di meno, perchè altrimenti che media del pollo sarebbe?
Infine, una nota di colore. Alla presentazione del rapporto era presente anche la ministra per il Sud Barbara Lezzi, che durante la discussione ha sentito l’urgenza di comunicare agli iscritti della sua pagina Facebook dove si trovasse:
Sono allla Camera dei Deputati, dove è in corso la presentazione del rapporto annuale della Svimez sull’economia nel Mezzogiorno. I dati sul Sud fanno segnare un ritorno alla crescita che però non è affatto sufficiente per colmare i troppi ritardi accumulati. C’è moltissimo lavoro da fare, ma un dato è certo: abbiamo già  cominciato a invertire la rotta rispetto al passato. Tra poco sarò in diretta per l’intervento conclusivo, vi aspetto!
Inutile dire che la cittadina Lezzi ha completamente dimenticato quello che lo Svimez ha detto sul reddito di cittadinanza.

(da “NextQuotidiano”)

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L’EUROPA SBATTE I NUMERI IN FACCIA ALL’ITALIA: ULTIMI PER LA CRESCITA IN EUROPA

Novembre 8th, 2018 Riccardo Fucile

SMONTATE LE STIME ITALIANE SUI CONTI PUBBLICI, IL DEFICIT REALE SARA’ DEL 2,9% E IL DEBITO NON CALERA’

L’Italia sta deragliando dai parametri europei ben oltre i suoi annunci.
È quello che emerge dalle previsioni Ue d’autunno diffuse oggi dalla Commissione europea.
Dopo una solida crescita nel 2017, l’economia italiana ha rallentato nel primo semestre del 2018 a seguito dell’indebolimento dell’export e della produzione industriale, scrive Bruxelles, segnalando che l’aumento del deficit unito ai maggiori tassi di interesse e a rischi al ribasso mettono a rischio la riduzione dell’alto livello di debito pubblico italiano rispetto al Pil.
“In alcuni Paesi dell’eurozona altamente indebitati, soprattutto in Italia, il circolo vizioso tra banche e debito sovrano potrebbe riemergere in caso di dubbi sulla qualità  e la sostenibilità  dei conti pubblici, che in un ambiente di riprezzamento complessivo dei rischi e di un aumento dei costi di rifinanziamento, potrebbe sollevare preoccupazioni di stabilità  finanziaria e pesare sull’attività  economica” si legge nel documento, che tra gli altri rischi negativi per l’economia segnala la guerra commerciale Usa-Cina e la Brexit.
In Europa, scrive inoltre il responsabile della Dg Ecfin della Commissione Ue Marco Buti nella prefazione alle previsioni d’autunno, “l’incertezza sulle previsioni dei conti pubblici in Italia ha portato a più alti interessi di spread, e l’interazione tra il debito sovrano con il settore bancario è ancora una preoccupazione”.
Allo stesso tempo, però, sottolinea il documento di Bruxelles, nonostante l’aumento significativo dello spread per l’Italia a causa della situazione di bilancio, “per ora non è stato osservato nessun contagio ad altri stati membri”.
I dati dicono che dopo aver toccato il +1,6% nel 2017, la crescita italiana è prevista all’1,1% nel 2018, all’1,2% nel 2019 e all’1,3% nel 2020.
Una previsione lontanissima dai target fissati nella Nadef dal Governo (+1,5% nel 2019, +1,6% nel 2020), a testimonianza dei fortissimi dubbi che la grande maggioranza degli osservatori ha sulle reali possibilità  di crescita dell’economia italiana nei prossimi anni.
L’Italia si conferma ultima per crescita in tutta Europa sia per il 2018 che per il 2019 e il 2020. Con l’1,1% quest’anno, persino la Gran Bretagna nonostante le difficoltà  legate alla Brexit fa meglio con l’1,3%. Nel 2019, allo stesso livello di pil dell’1,2% dell’Italia ci sarà  solo Londra ma ormai sarà  già  fuori dall’Ue.
La peggiore crescita dopo l’Italia sarà  l’1,5% del Belgio, secondo con l’1,4% anche nel 2020 dietro l’1,3% italiano.
È sul deficit e sul debito che si concentrano però le principali preoccupazioni della Commissione Ue. Il deficit dell’Italia è previsto al 2,9% nel 2019 – mentre la stima del Governo italiano è al 2,4% – per poi salire al 3,1% nel 2020 – contro il 2,1% indicato nella Nadef. La stima dell’Ue non include le clausole di salvaguardia che sono state previste nella nota di aggiornamento del documento di economia e finanza dell’Italia.
Il debito pubblico dell’Italia, nelle previsioni Ue, rimarrà  stabile attorno al 131% del Pil tra il 2018 e il 2020. Il debito è stimato al 131,1% del Pil nel 2018, al 131% nel 2019 e al 131,1% nel 2020.
Nella nota di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza il Governo italiano aveva stimato un debito al 130% del Pil nel 2018, al 128,1% nel 2019 e al 126,7% nel 2020. C’è quindi un delta di 5 punti fra le stime Ue e quelle italiane nel 2020.

(da “Huffingtonpost“)

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DAVIGO: “LA RIFORMA DELLA PRESCRIZIONE? COSI’ VEDREMO GLI EFFETTI QUANDO SARO’ MORTO”

Novembre 8th, 2018 Riccardo Fucile

IL MAGISTRATO COMMENTA IL PATERACCHIO TRA M5S E LEGA

“La prescrizione è una norma di diritto sostanziale, quindi si applica ai reati commessi dopo l’entrata in vigore della norma. Per questo se ne vedranno gli effetti solo tra molti anni”.
Così Piercamillo Davigo commenta, rispondendo ad una domanda a margine del plenum del Csm, l’accordo di governo sulla prescrizione.
Con una battuta il magistrato ha detto: “vedremo gli effetti quando sarò morto, funzionerà  da qui all’eternità “.
Dopo molti attriti sulla questione Lega e M5s hanno concordato che la nuova legge sarà  nel provvedimento contro la corruzione ma entrerà  in vigore a partire dal 2020. L’ex presidente dell’Anm si era detto favorevole allo stop della prescrizione perchè, aveva sostenuto in un’intervista al Fatto Quotidiano: “Intervenendo sulla prescrizione i tempi si accorciano. I processi in Italia durano troppo perchè ce ne sono troppi. E una causa è che ci sono troppi appelli e ricorsi in Cassazione, fatti in attesa che arrivi la prescrizione”.

(da “Huffingtonpost”)

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LA QUADRA SULLA RIFORMA DELLA PRESCRIZIONE: UN COMPROMESSO DA VECCHI ROTTAMI DELLA POLITICA

Novembre 8th, 2018 Riccardo Fucile

ENTRERA’ IN VIGORE DOPO IL 2020, QUANDO NON CI SARA’ PIU’ NEPPURE IL GOVERNO… E ORA LITIGHERANNO PER UN ANNO SULLA RIFORMA DEL PROCESSO PENALE

È durato poco meno di un’ora il vertice a Palazzo Chigi sulla riforma della prescrizione. Al termine l’annuncio: “Abbiamo trovato la quadra”.
E l’intesa prevede che la riforma verrà  approvata subito, ma entrerà  in vigore successivamente, da gennaio 2020.
Questo per consentire una riforma complessiva del processo penale – la legge delega scade a dicembre 2019 – e assicurare, nelle intenzioni del Governo, tempi certi alla giustizia.
Proprio il rischio che i processi divenissero infiniti era stato denunciato da molti esponenti della magistratura, non ultimo il procuratore della Cassazione, che aveva chiesto “una riforma organica” del processo penale.
“Accordo trovato, ma solo con tempi certi” afferma Matteo Salvini al termine del vertice a cui hanno preso parte anche Luigi Di Maio, Giuseppe Conte e Alfonso Bonafede.
“La mediazione è stata positiva, l’accordo è stato trovato in mezz’ora. Voglio tempi brevi per i processi. In galera i colpevoli, libertà  per gli innocenti. La norma sulla prescrizione sarà  nel ddl ma entra in vigore da gennaio del 2020 quando sarà  approvata la riforma del processo penale. La legge delega, che scadrà  a dicembre del 2019, sarà  all’esame del Senato la prossima settimana” ha detto il ministro dell’Interno.
“Ottime notizie! #bastaimpuniti! La norma sulla prescrizione sarà  nel disegno di legge anticorruzione! e entro l’anno prossimo faremo anche una riforma del processo penale. Processi brevi e con tempi certi. Finalmente le cose cambiano davvero” scrive su Facebook Luigi Di Maio.
Positivo il giudizio di Giulia Bongiorno, il ministro della P.A. che aveva bocciato l’emendamento dei 5 Stelle che riformava la prescrizione. Questo accordo “permetterà  di creare un sistema armonico. L’accordo è per noi positivo. Si farà  una legge delega sul processo penale con tempi certi: entro dicembre 2019 ci sarà  questa legge. Intanto ci sarà  l’approvazione del ddl Anticorruzione con la norma sulla prescrizione che entrerà  in vigore il prossimo anno”.
Ora litigheranno per un anno sulla riforma del processo penale e non si arriverà  a una mazza, ma per un elettorato beota va bene cosi.

(da agenzie)

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IL TRIBUNALE SPECIALE DEI SOVIET GRILLINI PRONTO A PROCESSARE I DISSIDENTI

Novembre 8th, 2018 Riccardo Fucile

DE FALCO: “RIFAREI TUTTO, HO DIFESO LA COSTITUZIONE E I NOSTRI VALORI”… NUGNES: “TUTTO CAMBIA NEL TEMPO”… FATTORI: “NON E’ PIU’ IL M5S”

Hanno deciso di non votare la fiducia al Governo perchè non condividevano il decreto Sicurezza.
Ora sono sottoposti al giudizio dei probiviri, perchè i vertici dei 5 Stelle hanno giudicato grave il loro comportamento in Senato.
Sono cinque i ribelli del Movimento che sono ora “sotto processo” e, in attesa del giudizio interno, ribadiscono le loro motivazioni.
A parlare sono Paola Nugnes sul Corriere della Sera e Gregorio De Falco su Repubblica.
Un’eventuale espulsione da M5s per non aver votato la fiducia al governo sul dl Sicurezza “è un fatto così personale e limitato alla mia persona che considero di irrilevanza assoluta. Pure se venissi espulsa il risultato non cambierebbe. Se fosse così se ne parlerebbe per due giorni. Però poi tutto finisce e sa cosa resta? Solo il decreto” dice la senatrice Paola Nugnes al ‘Corriere della Sera’.
Nugnes sostiene che il leader M5S Luigi Di Maio le avesse garantito un impegno per tentare di cambiare il decreto: “Tempo fa Di Maio ci disse che avrebbe provato a far passare qualche emendamento per migliorare la tenuta complessiva del provvedimento”, afferma Nugnes, che commenta ancora: “Tutto cambia nel tempo, anche il Movimento. Mi auguro però che si possano ancora trovare molti punti di convergenza tra i movimentisti e il M5s”.
“Non avendo fatto nulla, non devo temere nulla” è invece la replica di Gregorio De Falco sulle colonne della Repubblica.
Il senatore rivela di aver “appreso in maniera informale da un’agenzia di stampa” il deferimento ai probiviri, ma – assicura – “rifarei tutto in modo identico. Ho agito non solo nel rispetto della Costituzione, ma degli stessi valori del Movimento”. All’intervistatore che gli ricorda di aver firmato un regolamento che lo obbligava a dare la fiducia al governo, De Falco risponde che in quel caso “si parlava di un governo 5 stelle, era prima che ci fosse un accordo con la Lega. Sono uscito dall’aula per abbassare il quorum proprio per non creare difficoltà  al governo”.
“Non si sa mai cosa può succedere” era stato invece il commento lapidario del senatore Matteo Mantero, uscendo ieri da una commissione a Palazzo Madama. Ai giornalisti che gli chiedevano se fosse fiducioso dopo la segnalazione fatta ai probiviri, ha risposto sorridendo: “Sono sempre fiducioso”.
“Se esprimere un voto di coscienza è un peccato allora temo che questo non sia più il M5s” dice a Radio anch’io Elena Fattori, “esprimere un voto di coscienza e parlare a proprio nome, se è un peccato nel M5s dove 1 vale 1, temo che questo non sia più il M5S. Se i vertici del movimento incarneranno questa richiesta saliranno nei consensi, altrimenti temo che chi ama la disciplina la chiusura al dialogo, queste modalità , poi voterà  Salvini, perchè preferisce l’originale”.

(da “NextQuotidiano”)

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