Novembre 22nd, 2018 Riccardo Fucile
“PARADOSSALE CHE DARE UNA MANO SIA DIVENTATA UNA COLPA, OCCUPARSI DEGLI ALTRI TI RESTITUISCE IL VALORE REALE DELLE COSE”
Subito dopo il rapimento in Kenya di Silvia Costanza Romano ieri sui social network sono usciti
molti status che si chiedevano perchè andare fino in Africa per fare volontariato.
Giobbe Covatta, che a Nairobi ha mandato la figlia Olivia appena 21enne, spiega su Repubblica il motivo:
Perchè il volontariato può cambiarti la vita. È successo a me. Ma è accaduto anche a mia moglie, Paola, perchè le cose le facciamo sempre in due: continuiamo ad avere piacere di condividere certe cose. Occuparsi degli altri ti pone dinanzi a situazioni che ti restituiscono la misura reale delle cose, dei tuoi stessi problemi e angosce. Tante volte con Paola ci siamo ritrovati ad ammettere di aver avuto un «gran culo» nella vita. E questa fortuna va messa a frutto per gli altri.
Anche perchè ti rendi conto, poi, che certe fortune non sono così diffuse in questo pianeta. La percentuale di chi se la cava è bassa, perchè quelli malconci sono la maggioranza. E come diceva quella famosa filosofa del ‘900, Rita Pavone, «la storia del passato ormai ce l’ha insegnato che un popolo affamato fa la rivoluzion».
Peccato che la lezione, ai tempi nazionalpopolare del suo Gian Burrasca, sia stata non tanto dimenticata quanto tradita.
Viviamo in tempi paradossali di criminalizzazione del mondo del volontariato, come se dare una mano sia diventato un motivo di colpa.
Non ho mai preteso o pensato che fare volontariato fosse nobilitante agli occhi degli altri, ma trovo fuori da qualsiasi logica che oggi sia quasi un motivo di colpa. Le parole hanno il loro peso. Fare oggi il volontario è quasi essere collaborazionista degli invasori.
A proposito di parole, allora, bisogna chiedersi se davvero i migranti in fuga da guerre e povertà possano realmente dirsi invasori. Basta andare sul vocabolario. Non c’è mica da filosofeggiare sopra.
(da agenzie)
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Novembre 22nd, 2018 Riccardo Fucile
NON SOLO LA LEGA, ANCHE I GRILLINI: DA QUANDO DENUNCIAVANO “GLI OSCURI AFFARI DELLO ZAR RUSSO” A STATISTA DI RIFERIMENTO
Come dimostra l’accordo appena firmato tra Lega Giovani e la Giovane Guardia del partito Russia Unita di Putin, resta il partito di Salvini una sponda privilegiata del Cremlino in Italia. “Stop alle sanzioni alla Russia”, “lotta al terrorismo di matrice islamica” e “difesa delle tradizioni e identità ” sono i tre capisaldi attorno ai quali si dovrebbe aggregare una sorta di internazionale giovanile sovranista a partire da un incontro in agenda a Milano per marzo.
Ma anche i Cinque Stelle, altra anima del governo giallo-verde, hanno una tradizione filo-Putin ormai consolidata.
In verità , esattamente come la Lega, anche il M5S non nasce filo-russo. Perito giudiziario ausiliario per le procure di Milano, Brescia e Palermo, ideatore e direttore del primo master in giornalismo investigativo per l’Università di Urbino, insegnante alla University of California, Nicola Biondo è stato dall’aprile 2013 al luglio del 2014 direttore dell’ufficio comunicazione M5S alla Camera dei deputati.
Sviluppatore informatico, Marco Canestrari dal 2007 al 2010 ha lavorato presso Casaleggio Associati, occupandosi per il blog di Beppe Grillo, della comunicazione con i meetup locali, della produzione di contenuti multimediali e dell’organizzazione dei V-Day del 2007 e del 2008.
Entrambi sono usciti dal MoVimento sbattendo la porta, e ne hanno poi raccontato altarini e retroscena nel libro Supernova
I segreti, le bugie e i tradimenti del MoVimento 5 Stelle: storia vera di una nuova casta che si pretendeva anticasta.
E sono appunto loro a scrivere che “fino al 2014, in coincidenza con la guerra in Ucraina, la Russia e Putin erano fuori dagli interessi del Movimento. Anzi, peggio. Putin veniva definito uno ‘zar dagli affari oscuri”.
“C’era una volta , prima dello sbarco in Parlamento, il Movimento che esaltava i movimenti di contestazione americani, elevava a suo nume Julian Assange, eleggeva come icona dell’informazione il nemico pubblico numero uno di Putin, Anna Politkovskaja, e le proteste laiche e libertarie delle Pussy Riot; guardava infine con simpatia ai proclami della primavera araba”.
Sono sempre loro a ricordare che “quando Vladimir Putin arriva in Italia, fresco dell’approvazione della prima legge ‘ammazza blog’, l’accoglienza del Movimento è gelida: ‘Noi chiediamo che il governo venga a riferire in aula al più presto sugli oscuri affari con lo zar russo’ recita una nota del gruppo alla Camera.
Fino a tutto il 2013 Putin e la Russia erano davvero lontani dall’orizzonte del Movimento: uno che fa affari oscuri, che discrimina i gay, che uccide la democrazia sul web”.
“Cosa significa Unione Europea se Putin annuncia l’intervento armato in Ucraina e noi non facciamo niente?”, chiede angosciato nel marzo 2014 Roberto Fico.
“Cosa significa Unione Europea se a pochi chilometri da noi la Russia sta per invadere l’Ucraina e non riusciamo a muovere neanche un passo diplomatico? E a cosa serve l’Italia all’interno dell’Unione Europea se è schiava degli accordi sul gas proprio con Putin?”.
Eppure, come spiegano sempre Biondo e Canestrari, “nel giro di un anno dalle parole di Fico, Putin passerà da essere l’uomo nero della politica mondiale allo statista di riferimento per il Movimento cinque stelle”.
Come nasce questo abbraccio “tra un movimento che genericamente si dice anti-autoritario e a favore della democrazia diretta e uno dei regimi più agli antipodi da questi principi”?
Gli stessi Biondo e Canestrari descrivono una sorta di colpo di fulmine tra Alessandro Di Battista e Sergei Zheleznyak: un imprenditore proveniente dal mondo della comunicazione e della pubblicità già deputato putiniano del 2007, che nel 2012 a 42 anni diventa vice-presidente della Duma e come tale promuove una serie di leggi che limitano pesantemente la libertà di espressione, trasformando la Russia dalla democrazia caotica e corrotta che si era ancora manifestata al voto del 2011 in un autoritarismo appena mascherato.
È quella che al Cremlino definiscono “democrazia sovrana”, in attesa che Orbà¡n lanci l’etichetta di “democrazia illiberale”.
Secondo un’analisi dell’Atlantic Council, sarebbe stato invece Davide Casaleggio in persona a decidere la svolta filo-russa nella primavera del 2015.
Però anche secondo Biondo e Canestrari, “’Putin è uno che tira, il suo nome produce traffico sulla rete’, raccontano dal quartier generale della Casaleggio, la task-force che spesso rimbalza e fa da cassa di risonanza dei due principali network putiniani, Russia Today e Sputnik”.
Riferiscono anche di quel che dice un senatore Pentastellato, sul grave isolamento internazionale del MoVimento alle sue origini: “siamo andati a bussare a tutte le porte. Gli unici che ci hanno aperto sono stati i Russi, ecco perchè oggi siamo la loro prima scelta in Italia. Ma fino a quanto può durare? E quale sarà il prezzo da pagare?”Il colpo di fulmine di Di Battista e Di Stefano
Di Battista come vice-presidente della Commissione Esteri della Camera è effettivamente uno dei tre personaggi chiave per intessere rapporti col Cremlino, assieme al capogruppo Cinque Stelle alla Commissione Esteri della Camera Manlio Di Stefano e al capogruppo dei Cinque Stelle al Senato Vito Petrocelli.
Ma sarebbe stato Casaleggio a monitorare da vicino il processo
Nel giugno del 2014 Biondo e Canestrari segnalano una primissima avvisaglia, quando la deputata Marta Grande denuncia l’esistenza di campi di concentramento in Ucraina allestiti dal governo di Kiev per torturare i russi, e addirittura casi di cannibalismo, con foto di soldati ucraini che mangiano i corpi di soldati russi.
In realtà la parlamentare grillina è inciampata in una fake news particolarmente marchiana, basata sulle foto di un film di fantascienza del 2008.
Ma potrebbe essere considerato folklore, del tipo di quello di cui gli eletti grillino hanno sempre dato abbondanti saggi di propria spontanea iniziativa Un segnale di inizio ufficiale del feeling è invece nell’aprile del 2015, quando RT trasmette un’intervista a Grillo in cui l’Italia è descritta come un Paese “in cattive acque” e alla vigilia di un golpe, sullo sfondo di immagini che mostrano violente dimostrazioni anti-governative.
Nel giugno del 2015 i Cinque Stelle lanciano una campagna contro le sanzioni alla Russia. L’8 giugno sul blog di Grillo Di Stefano accusa l’Occidente di aver fatto in Ucraina un colpo di Stato per installarvi la base da cui lanciare l’”assalto finale alla Russia”.
Il 29 luglio sempre sul blog di Grillo nell’annunciare una “delegazione di pace dei Cinque Stelle in Russia e in Crimea” ancora Di Stefano avverte che l’Europa sta venendo trascinata dall’Occidente in una crociata pericolosa contro la Russia.
Nel novembre del 2016 un’analisi di BuzzFeed sostiene che ormai i siti di area Cinque Stelle ripetono sistematicamente i principali motivi di propaganda putiniana di RT o Sputnik..
Come ricorda lo studio dell’Atlantic Council, “per esempio, Sputnik è diventata una delle fonti preferite di storie pubblicate da Tze Tze ”: sito controllato dalla Casaleggio Associati e all’epoca uno dei maggior siti orbitanti nella galassia pentastellata, con 1,2 milioni di followers (anche se in seguito è stato degradato a sito di cucina). Assolutamente intossicato di propaganda putiniana appare anche L’Antidiplomatico, il cui direttore Alessandro Bianchi è indicato come vicino a Di Battista e secondo alcune fonti sarebbe stato anche assunto come consulente dell’Ufficio Legislativo dei Cinque Stelle alla Camera.
Nel corso del 2016, d’altronde, il pellegrinaggio dei Cinque Stelle a Mosca è diventato altrettanto intenso che non quello dei dirigenti del Pci nei tempi d’oro dell’Urss.
Il 25 marzo del 2016 il sito di Russia Unita annuncia per il giorno dopo l’incontro tra una delegazione di Cinque Stelle guidata da Di Battista appunto con Zheleznyak e con Robert Shlegel, presidente della Commissione Esteri del Presidium del Consiglio Generale di Russia Unita. Il giorno dopo Di Stefano è l’unico italiano a parlare al congresso di Russia Unita. Definisce la Rivoluzione Ucraina “un colpo di Stato appoggiato dall’Occidente”.
Dice che “attraverso i media si alimenta una russofobia crescente per giustificare l’ingresso di nuovi Stati in Europa e nella Nato. Montenegro, Georgia e Ucraina ne sono un esempio”.
Chiede una stretta cooperazione di intelligence tra Italia e Russia in chiave antiterrorismo, oltre a una revoca delle sanzioni.
Anticipando la linea del governo giallo-verde, auspica anche una stretta cooperazione tra Roma e Mosca anche per risolvere le crisi in Medio Oriente e in Nord Africa.
“I russi hanno un ottimo apparato di intelligence, hanno esperienza e sono disposti a collaborare”, concorda Di Battista: linea da lui ribadita in un discorso in Parlamento il 3 agosto.
E il 4 agosto i Cinque Stelle presentano una proposta di legge per esigere che l’adesione dell’Italia alla Nato sia soggetta a voto parlamentare ogni due anni.
Questa linea anti-Nato tocca il parossismo dopo il 14 ottobre, in concomitanza con l’annuncio che 140 militari italiani parteciperanno al nuovo gruppo di battaglia della Nato in Lettonia.
Di Stefano dice che per evitare di essere coinvolta in una guerra termonucleare contro la Russia l’Italia deve discutere la propria partecipazione alla Nato .
Il governo giallo-verde è ancora da venire, ma già su questa vicenda lettone si registra una clamorosa convergenza tra Cinque Stelle e Lega: divisi in teoria da tante cose, ma uniti da un amore per Putin evidentemente più forte delle differenze.
Sarebbe proprio “tra ottobre e novembre 2016” che secondo Biondo e Canestrari negli uffici del gruppo parlamentare Di Battista pronuncerebbe la frase fatidica: “che ne dite di farci dare una mano per la campagna sul referendum costituzionale dall’ambasciatore russo? Con tutto quello che stiamo facendo per loro…”.
E in effetti è proprio dall’ottobre del 2016 che i media putiniani si scatenano contro il referendum costituzionale voluto da Renzi.
Il 30 ottobre, in particolare, RT in inglese e altri siti a essa vicini o da essa ispirati presentano le immagini di una dimostrazione per il sì a Roma come una manifestazione per il no: i Cinque Stelle rilanciano e il governo presenta una protesta diplomatica ufficiale.
Il 14 novembre una delegazione di Cinque Stelle guidata da Petrocelli va a spiegare la campagna per il no a Mosca, con una conferenza stampa. E il 23 marzo 2017 i Cinque Stelle pubblicano un Libro a 5 Stelle dei Cittadini per l’Europa che chiede sia la fine delle sanzioni alla Russia che la cancellazione dei programmi di comunicazione Ue tacciati di propaganda “anti-russa” e “pro-euro”.
Gran finale: il 5 aprile 2017 sulla Piattaforma Rousseau è approvato un programma di politica estera che chiede una partnership strategica tra Italia e Russia e sostiene che i programmi occidentali di promozione della democrazia hanno creato caos, terrorismo e destabilizzazione” distruggendo “Paesi come Iraq, Somalia, ex-Jugoslavia, Afghanistan, Libia, Ucraina e Siria”.
(da agenzie)
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Novembre 22nd, 2018 Riccardo Fucile
E IL PARTITO DI RENZI VALE IL 12%
Secondo un sondaggio EMG Acqua presentato oggi ad Agorà , su Raitre, Nicola Zingaretti è in
testa alle preferenze degli intenzionati a partecipare alle primarie del Pd con il 38%, seguito da Marco Minniti con il 28%, e dal segretario uscente Maurizio Martina con il 15%.
Giù dal podio Matteo Richetti con l’8%, Cesare Damiano con il 5%, Francesco Boccia con il 4%, e il giovane Dario Corallo, appena al 2%.
Secondo lo stesso sondaggio, se Renzi fondasse un nuovo partito raccoglierebbe il 12% delle preferenze degli elettori.
In particolare sarebbe votato dal 47% degli elettori del Pd.
(da agenzie)
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Novembre 22nd, 2018 Riccardo Fucile
COSA PENSANO DI FARE A SINISTRA DEL PD DOPO LO SCIOGLIMENTO DI LEU
Il Fatto Quotidiano pubblica una infografica che riepiloga tutte le sigle oggi operative a sinistra del Partito Democratico, dopo la rottura dell’alleanza di Liberi e Uguali che vedeva i reduci del PD transitati in MDP, Possibile di Civati e Sinistra e Libertà riuniti nel cartello elettorale che ha registrato un robusto fallimento alle elezioni del 4 marzo scorso.
Alle ultime elezioni, a sinistra del Pd, c’erano Liberi e Uguali, guidata da Pietro Grasso, con il 3,4% e Potere al popolo, guidata da Viola Carofalo, che ha preso un rispettabile 1,1%.
Sulla scheda elettorale però c’era anche il simbolo del Partito comunista, guidato da Marco Rizzo, 0.33%, e la lista Per una sinistra rivoluzionaria, formata dal Pcl di Marco Ferrando e da quelli conosciuti meglio come Falce e Martello, che ha preso lo 0,09%.
E cosa vogliono fare da grandi i rappresentanti di queste liste: i bersaniani si apprestano a tornare nel Partito Democratico in caso di vittoria di Nicola Zingaretti alle primarie di febbraio mentre Sinistra Italiana, racconta Salvatore Cannavò nell’articolo sul Fatto, si prepara all’ipotesi di un nuovo rassemblement con Luigi De Magistris che riunirà un’assemblea nazionale il 1 dicembre con l’idea di formare una nuova lista alle Europee.
Dopo la Sinistra arcobaleno, la lista Ingroia, l’Altra Europa per Tsipras e LeU. Possibile ora ha in Beatrice Brignone il segretario e si muove da piccolo partito in attesa di nuovi progetti a sinistra.
Laura Boldrini, nel frattempo, ha aderito all’associazione Futura , promossa dall’ex Sel Marco Furfaro e sostenuta attivamente dal vicepresidente della Regione Lazio, Massimiliano Smeriglio che in recenti elezioni ha dimostrato un radicamento elettorale.
Rifondazione Comunista ha invece abbandonato Potere al Popolo dopo lo scontro sullo Statuto e si appresta a convergere su De Magistris.
PaP per adesso è creatura dell’OPG Je’ So’ Pazzo ma chissà se correrà da sola alle prossime elezioni.
Intanto si muovono anche altri a margine: visto il successo in Germania, i Verdi di Angelo Bonelli, usciti malconci dall’alleanza con il Partito socialista e Area civica, 0,58% lo scorso 4 marzo, vorrebbero ripresentarsi alle Europee.
Si è notato però anche l’attivismo dell’ex ministro Alfonso Pecoraro Scanio che alcuni, conclude il Fatto, vedono come possibile candidato del Movimento 5 Stelle a cui vorrebbe portare “in dote” proprio la Federazione ecologista.
(da “NextQuotidiano”)
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Novembre 22nd, 2018 Riccardo Fucile
“I SOVRANISMI DANNEGGERANNO LO SVILUPPO GLOBALE”
Paolo Savona è uscito dal gruppo. Come un Jack Frusciante, ma un po’ più basso e rock (cit.), il
ministro per il quale Di Maio voleva l’impeachment di Mattarella critica la politica economica del governo Lega-M5S e auspica un cambio della manovra per fare contenta l’Europa.
Infine, in pubblico critica anche i sovranismi (e chissà con chi ce l’ha).
Ne parla Francesco Verderami sul Corriere della Sera:
Si ritorna così al governo attuale, alla divergenza tra i due vice premier. Il capo di M5S – pressato dai grillini attestati a difesa del reddito di cittadinanza – ritiene che i «numerini» non vadano cambiati, che sullo spread il peggio è passato e che basterà offrire degli «impegni aggiuntivi» all’Unione per aggirare l’ostacolo.
Il capo del Carroccio – incalzato da Giorgetti e dall’elettorato produttivo del Nord – è invece preoccupato per la sorte dei titoli di Stato e dal fatto che uno spread costante a 300 punti «l’Italia non lo regge».
Due visioni contrapposte, dentro un esecutivo dove ormai i ministri sembrano posizionarsi in vista di nuovi equilibri.
E se Tria –come raccontano fonti accreditate– sfruttando il buon rapporto stretto con Salvini pensa di avere un ruolo importante anche in futuro, Savona appare disilluso.
Ieri in un convegno, prima ha citato «il maestro Cossiga» per dire che «l’economia è un grande imbroglio politico», poi ha puntato l’indice contro i «sovranismi» che «quasi certamente» danneggeranno lo sviluppo globale.
Insomma, per Savona è tutto sbagliato, è tutto da rifare:
Una visione argomentata e tranciante, che fa il paio con il giudizio espresso riservatamente sul governo a margine dell’ultimo Consiglio dei ministri: «Non si può più andare avanti così, non ha senso. E la manovra com’è non va più bene: è da riscrivere».
L’affermazione di Savona parte da un convincimento, è la previsione di come andrà a finire l’estremo tentativo di mediazione di Conte con Juncker. E in politica come nello sport squadra (e tattica) che perde si cambia.
E a questo punto non si capisce perchè sia ancora al governo.
(da “NextQuotidiano”)
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Novembre 22nd, 2018 Riccardo Fucile
L’ANALISI DI ALAN FRIEDMAN: “LA MANOVRA DEL POPOLO E’ IN REALTA’ PRIVA DI COPERTURE, PER FINANZIARLA OCCORRE PRENDERE ALTRI SOLDI A PRESTITO DA QUEI MERCATI CHE CI STANNO OVVIAMENTE SBATTENDO LA PORTA IN FACCIA”
In che direzione va l’Italia dopo la bocciatura dell’Europa? Quali rischi si troverebbe ad affrontare il Belpaese se lo spread restasse a quota 300-350 per diversi mesi? Quanto ci costerebbe?
E quali potrebbero essere le ripercussioni sull’economia reale, sul sistema bancario, sulle piccole imprese e sulla stessa crescita se il governo andasse fino in fondo e realizzasse le misure economiche contenute in una manovra che non sta in piedi, le cui stime di crescita, su cui poggia l’intera struttura, sono fatte di sabbia?
E che cosa potrebbe accadere se i mercati, ben più potenti dell’Europa, si convincessero che l’Italia sta commettendo una serie di errori che potrebbero rivelarsi un autentico autogol economico?
Come siamo arrivati fin qui?
Andiamo con ordine. I due partiti, che il primo giugno hanno giurato al Quirinale, hanno precedentemente concordato una serie di iniziative politiche sancite dal cosiddetto “contratto” di governo, il quale contiene molte delle misure promesse durante la campagna elettorale: la flat tax, la cancellazione della legge Fornero e il reddito di cittadinanza da 780 euro per circa 6 milioni di italiani. Vi si trovano anche tracce di un condono fiscale, insieme a diversi altri interventi economici che offrono risposte apparentemente semplici a problemi quanto mai complessi.
Il problema è che la “manovra del popolo” è in buona parte priva di coperture, e per finanziarla occorre prendere soldi in prestito dai mercati, quei maledetti mercati tanto vituperati dai due azionisti di maggioranza del governo. Tradotto in termini di finanza pubblica, l’Italia è in procinto di contrarre nuovi debiti che la renderanno ancora più fragile e in balia degli umori dei mercati, e nell’immediato si troverà a dover pagare miliardi di interessi in più.
Alla fine, tutto ricadrà sulle spalle degli italiani
Tuttavia, non è certo possibile ottenere tutto il denaro che servirebbe a finanziare interamente le stravaganti promesse fatte in campagna elettorale.
Salvini e Di Maio si trovano quindi obbligati a diluirle nel tempo, e spalmarle su diversi anni: se le realizzassero tutte insieme, in un colpo solo, i conti pubblici salterebbero seduta stante.
Quindi, e per fortuna, niente flat tax al 15 per cento per tutti i cittadini e le imprese, che dovranno accontentarsi di un misero anticipo. Tenere fede a quell’impegno, come confermato, del resto, dallo stesso Armando Siri, il leghista conosciuto come il “padre della flat tax”, comporterebbe una riduzione del gettito fiscale pari a 40 miliardi di euro l’anno. Un buco gigantesco nei conti pubblici. Impossibile.
Così, nella legge di bilancio è prevista una spesa di circa 2 miliardi nel 2020 per finanziare non la flat tax, bensì l’allargamento del regime forfettario al 15 per cento per le partite IVA che fatturano fino a 65 mila euro all’anno e un’imposta sostitutiva del 20 per cento per chi ne fattura tra 65 e 100 mila. È una misura che porterà benefici a qualcuno, certamente, e va bene, ma nel quadro globale dell’economia italiana questa avrà un impatto modesto, quasi ininfluente.
E il tanto sbandierato superamento della legge Fornero attraverso il meccanismo di quota 100, almeno stando al Documento programmatico inviato e bocciato da Bruxelles, trova sufficiente copertura finanziaria soltanto per il 2019. Che succederà dopo? Si tratta solo di un errore da correggere?
O piuttosto di un inganno elettorale che punta a far crescere il consenso tra la fine del 2018 e il maggio del 2019?
Se il governo, come sostiene a gran voce, è intenzionato a rendere la misura permanente e strutturale dovrà stanziare più dei circa 7 miliardi l’anno previsti, o rimodulare in qualche modo i requisiti che permettono l’accesso al pensionamento anticipato.
La quota 100 costa somme ingenti e crea nuovi debiti, ma non nuovi posti di lavoro. La flat tax non è una vera e propria flat tax, ed è comunque rivolta a una platea ristretta di italiani.
Per quanto riguarda il reddito di cittadinanza, molti temono che sarà un disincentivo al lavoro, e anzi aiuterà chi ha già un’occupazione retribuita in nero. Tutte spese pubbliche che non stimolano la crescita e non aumentano l’occupazione.
Insomma, le misure principali della manovra finanziaria non stimolano la crescita e non creano una quantità di posti di lavoro in grado di fare la differenza. L’impatto sul PIL sarà verosimilmente marginale.
Il superamento della legge Fornero, lo ripeterò fino allo sfinimento, non genera nuovo lavoro. Aumenta solo il deficit e, come ha rilevato Tito Boeri, potrebbe comportare ben 100 miliardi di nuovo debito.
Spendere altro denaro pubblico, almeno 7 miliardi all’anno, per mandare le persone in pensione prima del dovuto non stimola la crescita, e non è affatto vero che quei posti saranno automaticamente occupati da giovani che entrano per la prima volta nel mercato del lavoro. Il mondo reale, qui sul pianeta Terra, non funziona in questo modo.
No, se il governo volesse davvero usare l’arma del debito per stimolare la crescita e il lavoro dovrebbe seguire una ricetta molto differente.
I 22 miliardi di spesa in deficit potrebbero essere spesi in maniera più produttiva assegnando una quindicina di miliardi agli investimenti pubblici e i rimanenti 7 a sgravi fiscali per le piccole imprese e per la detassazione dei contributi a chi dà lavoro a giovani, donne e over 50.
Questo incoraggerebbe gli imprenditori ad assumere. Che piaccia o meno, questo aspetto del Jobs Act ha funzionato sul serio e ha aiutato le aziende a creare lavoro.
Chi sostiene che “così regaliamo soldi alle imprese” sbaglia, perchè sono proprio le imprese a creare occupazione.
Se, invece, lo scopo dei leader politici del governo gialloverde non è quello di creare rapidamente tanti nuovi posti di lavoro ma di dare in pasto alla loro base una finanziaria piena di contentini in vista del voto di maggio, allora è un altro film.
La domanda è inevitabile: gli architetti di queste misure economiche sono dei politici furbi e cinici che hanno interesse a distribuire caramelle al proprio elettorato ma sanno bene che non avranno grandi risultati, o non ci arrivano proprio?Un conto è avere opinioni discordanti riguardo alla direzione strategica da prendere in materia di politica economica, un altro è cercare di infrangere le leggi della fisica, e rifiutarsi di applicare le semplici regole dell’aritmetica… Questo significa andare volutamente a schiantarsi contro un muro.
Ci vuole competenza.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 22nd, 2018 Riccardo Fucile
ANCHE GLI INVESTITORI ISTITUZIONALI, COME I PICCOLI RISPARMIATORI, SNOBBANO L’ASTA
La crepa di fiducia che si è aperta tra i piccoli risparmiatori italiani e il governo gialloverde si
allarga.
Perchè chi teme il rischio Italia ora sono anche gli investitori istituzionali, cioè assicurazioni, banche di investimento, hedge fund, società di gestione del risparmio. Basta guardare all’esito dell’asta dei Btp Italia riservata proprio a questi soggetti: la domanda si è fermata a 1,3 miliardi.
E sommando questa cifra agli appena 863 milioni raccolti in tre giorni presso i cassettisti, il totale ammonta a 2,1 miliardi.
Il Tesoro se ne aspettava tra i 7 e i 9.
E’ il peggiore risultato di sempre tra le quattordici emissioni che si sono tenute dal 2012 ad oggi.
Letto in controluce, il risultato definitivo dell’asta dei Btp Italia rende evidente la fragilità della fiducia che risparmiatori e investitori hanno nei confronti dell’esecutivo e, allargando la prospettiva, la grande paura sulle incognite che si sono aperte sull’Italia a causa della battaglia sulla manovra tra Roma e Bruxelles e delle fibrillazioni sui mercati.
Il dato odierno è un salto qualitativo in negativo perchè rende evidente che anche gli investitori istituzionali – i grossi fondi, i soggetti cioè più solidi – non si fidano a tal punto da investire in modo massiccio sui Btp Italia.
A maggio, quando la raccolta totale fu ben più ricca (7,7 miliardi), solo gli investitori italiani, tedeschi e britannici comprarono il 73% dei titoli riservati ai soggetti istituzionali.
L’emorragia odierna, invece, si va ad aggiungere a un’altra spia preoccupante, quella accesa poco più di un mese fa – il 19 ottobre – dalla Banca d’Italia: gli investitori esteri hanno abbandonato in massa i titoli italiani negli ultimi mesi.
Da maggio ad agosto gli acquisti si sono infatti ridotti di ben 66 miliardi. La fiducia verso l’Italia è sempre più in calo.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 22nd, 2018 Riccardo Fucile
AUSTRIA E UNGHERIA CONTRO LA MANOVRA DEL GOVERNO ITALIANO… TUTTI SOVRANISTI DEL PROPRIO PORTAFOGLIO
Quando ad agosto il vicepremier Matteo Salvini e il presidente dell’Ungheria Viktor Orban si erano incontrati a Milano, c’erano state strette di mano, sorrisi e pacche sulle spalle.
Il leader ungherese aveva annunciato l’inizio di una svolta per il futuro dell’Europa e il ministro dell’Interno italiano aveva definito il capo del partito Fidesz “il mio eroe, il mio compagno di destino”.
Ora, a distanza di mesi e dopo la bocciatura della Manovra da parte della Commissione europea, l’aria che tira sembra essere cambiata, anche se in silenzio.
Zoltan Kovacs, il ministro della Propaganda internazionale e l’uomo che Orban usa come inviato per le capitali europee, ha criticato la legge di Bilancio varata dal governo italiano. “Le regole dell’Unione europea ci sono e vanno rispettate”, ha dichiarato il portavoce del governo di Orban.
“Non siamo abituati a intrometterci nelle vicende degli altri governi. C’è una discussione in corso tra la Commissione europea e Roma. Ma la recente storia del nostro paese insegna che è possibile rilanciare la crescita economica e ridurre la disoccupazione rispettando il patto di stabilità che tutti abbiamo sottoscritto in Europa”, ha aggiunto.
Come ricordato dal Sole24ore, pur rimanendo le critiche sulle violazioni dei diritti, la Commissione europea ha riconosciuto i risultati economici che Orban ha ottenuto anche usando i fondi europei.
(da agenzie)
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Novembre 22nd, 2018 Riccardo Fucile
L’ALTO COMMISSARIATO DICE LE COSE CHE LA MAGISTRATURA ITALIANA FINGE DI NON VEDERE
L’Alto Commissariato dell’Onu torna a bacchettare il governo italiano sulle politiche di
accoglienza dei migranti.
§E non a caso lo fa all’indomani dell’inchiesta con sequestro della nave Aquarius per lo smaltimento di scarti e vestiti infetti dei migranti come rifiuti ordinari. L’organismo, a questo proposito, esprime preoccupazione “per le continue campagne diffamatorie contro le organizzazioni della società civile impegnate in operazioni di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo, così come la criminalizzazione del lavoro dei difensori dei diritti dei migranti”.
Il governo italiano – denuncia l’Onu – ha reso quasi impossibile per le navi delle Ong continuare a salvare i migranti nel Mar Mediterraneo. Questo ha comportato un aumento dei migranti che muoiono in mare o che scompaiono. Gli esperti dell’Alto Commissariato Onu per i diritti umani hanno contattato il governo italiano in merito alle loro preoccupazioni e “attendono una risposta”.
“Il governo deve rispettare i valori sanciti dalla Costituzione italiana e gli impegni internazionali sottoscritti”, avverte l’Alto Commissariato dell’Onu per i diritti umani, secondo cui “l’Italia ha proposto un inasprimento delle norme sull’immigrazione che avrà un grave impatto sulla vita dei migranti e sono di grave preoccupazione”.
L’Onu sollecita il governo italiano a invertire la rotta.
Per l’Alto Commissariato “l’abolizione dello status di protezione umanitaria, l’esclusione dei richiedenti asilo dall’accesso ai centri di accoglienza incentrati sull’inclusione sociale e la durata prolungata della detenzione nei Cie minano fondamentalmente i principi internazionali dei diritti umani e condurranno certamente a violazioni di diritti umani internazionali”.à
“Il Decreto legge sicurezza arriva mentre in Italia c’è un clima di odio e discriminazione, sia nei confronti dei migranti e di altre minoranze, sia nei confronti della società civile e dei privati che difendono i diritti dei migranti. Durante la recente campagna elettorale, alcuni politici hanno alimentato discorsi che abbracciavano spudoratamente la retorica razzista e xenofoba anti-immigrati e anti-stranieri. Le persone di origine africana e Rom sono state particolarmente colpite. Durante e subito dopo la campagna elettorale, le organizzazioni della società civile hanno registrato 169 episodi di matrice razzista, 126 dei quali riguardano l’incitamento all’odio razziale, anche in manifestazioni pubbliche. In 19 casi si sono registrati episodi di violenza”.
(da agenzie)
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