Novembre 30th, 2018 Riccardo Fucile
SOLO 13 DEI 35 ITALIANI PREMIATI PORTERA’ AVANTI I PROGETTI NELLE UNIVERSITA’ DEL NOSTRO PAESE
I ricercatori italiani si piazzano al secondo posto, superati solo dai tedeschi, nella classifica delle
borse del Consiglio europeo per la Ricerca (Erc), assegnate oggi per un totale di 573 milioni di euro.
I fondi però andranno in gran parte all’estero: solo 13 dei 35 italiani premiati fa ricerca nel nostro Paese.
I 291 vincitori di 40 Paesi porteranno avanti i progetti in università e centri di ricerca di 21 Paesi europei, soprattutto Gran Bretagna, con 55 progetti, Germania con 38, Francia con 32 e Svizzera con 29.
I progetti in Italia saranno 15, di cui due di stranieri.
I tedeschi sono i più premiati, con 49 borse. Gli Erc spaziano dallo studio della disuguaglianza dei salari alla protezione dei rifugiati in Europa centro-orientale, dalla crittografia quantistica all’origine della vita, dal movimento dei robot bipedi alla realtà aumentata per manipolare ologrammi come se fossero oggetti reali, progetto quest’ultimo coordinato dall’italiano Antonio Ambrosio presso il Laboratorio iberico internazionale di nanotecnologia, in Portogallo.
Sono state 2.389 le proposte valutate: solo il 12% circa sarà finanziato. Il 32% dei premiati sono donne.
Per Carlos Moedas, commissario europeo per la ricerca, la scienza e l’innovazione, “queste borse forniscono carburante a ricerca e innovazione in Europa, perchè danno agli scienziati la possibilità di prendersi dei rischi e di perseguire le loro idee migliori e più folli”. La prossima scadenza per presentare domanda per i successivi Erc è fissata il 7 febbraio 2019.
Gli Erc Consolidator Grant, in media di 2 milioni di euro ciascuno per un massimo di 5 anni, sono parte del programma di ricerca e sviluppo europeo Horizon 2020. Mettono insieme ricercatori di diversi ambiti per portare avanti progetti multidisciplinari.
Per il presidente degli Erc, Jean-Pierre Bourguignon, “queste borse permetteranno agli scienziati più ambiziosi e creativi di mettere insieme o rafforzare i propri gruppi di ricerca in Europa”. Dalla realizzazione di uno strumento innovativo per la caccia alla materia oscura all’astrofisica dei buchi neri, dai biosensori per lo studio di malattie genetiche alla ricerca su una rara patologia del sangue, fino al machine learning: sono questi alcuni progetti europei che vedono coinvolti ricercatori e istituti italiani.
Tra i vincitori italiani, quelli che svolgeranno le proprie ricerche nel nostro Paese sono: Elisabetta Baracchini, del Gran Sasso Science Institute (Gssi) e dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn); Niccolo Bolli, dell’Università di Milano; Chiara Cappelli, della Scuola Normale Superiore di Pisa; Ugo Dal Lago, dell’Università di Bologna; Stefano Favaro, dell’Università di Torino; Massimiliano Fiorini, dell’Infn; Giulia Giannini, dell’Università di Bergamo; Massimo Leone, dell’Università di Torino; Francesco Ricci, dell’Università di Roma Tor Vergata; Lorenzo Rosasco, dell’Università di Genova; Francesco Scotognella, del Politecnico di Milano; Alberto Sesana, dell’Università di Milano Bicocca e Giuseppe Vicidomini, dell’Istituto Italiano di Tecnologia (Iit).
(da agenzie)
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Novembre 30th, 2018 Riccardo Fucile
POLEMICHE PER IL MINISTRO CHE NON SI PRESENTA ALL’AUDIZIONE ALLA COMMISSIONE TRASPORTI DEL PARLAMENTO EUROPEO
Sta montando la polemica, non solo sui social network, per la decisione del ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, di non rispondere all’invito della commissione Trasporti del Parlamento Ue per parlare (anche) del crollo di ponte Morandi: «L’ultima del ministro Toninelli, snobba l’audizione all’Europarlamento sul crollo del ponte Morandi. Una nuova mancanza nei confronti delle vittime della tragedia di Genova, un ulteriore colpo alla credibilità del nostro paese in Europa», ha scritto su Twitter il senatore Ernesto Magorno (Pd), accompagnando il “cinguettio” con l’hashtag #Toninulla.
E il governatore Toti, dalla sua pagina Facebook, fa salire ulteriormente la tensione, con post al vetriolo, come quello di ieri sera in cui parlava, probabilmente riferendosi a Toninelli, di «decisioni inadeguate di ministri inadeguati».
E poi con il post pubblicato nel pomeriggio, e indirizzato ad Alice Salvatore, nel quale ipotizza che «qualcuno, vicino al M5S, abbia voluto aiutare la società Autostrade facendole risparmiare le spese della ricostruzione e dei risarcimenti ai cittadini».
Nella notte, pur senza mai nominarlo, Toti aveva attaccato su Facebook il ministro Toninelli: «Sul decreto Genova e sui risarcimenti c’è chi fa finta di non capire o, come il Movimento 5 Stelle, cerca di nascondere decisioni inadeguate di ministri inadeguati».
Il riferimento è alla richiesta dell’M5S Liguria di aumentare le misure di risarcimento per i cittadini e le imprese coinvolte dal crollo del ponte Morandi: «La decisione di intervenire con un decreto, il decreto Genova, di escludere Autostrade da ogni azione su ponte Morandi, di fatto esautora ogni ente locale dalla possibilità di intervenire sui criteri di risarcimento».
Ancora: «Regione Liguria appoggerà ogni provvedimento per aumentare i risarcimenti, pertanto auspichiamo che i partiti di governo vogliano introdurre nella Legge Finanziaria i provvedimenti necessari – ha scritto Toti – Assoutenti e Consumatori Liguria evitino di farsi propaganda a basso costo e basso contenuto di verità . Ed evitino di fare disinformazione attraverso chi neppure ha fatto la fatica di leggere la legge. Preghiamo tutti coloro che si occupano di questioni così delicate di impegnarsi a conoscere ciò di cui parlano. Senza alimentare false speranze per propria ignoranza».
(da “il Secolo XIX”)
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Novembre 29th, 2018 Riccardo Fucile
E LA MAGISTRATURA CONFERMA: “I FATTI NON SONO ANDATI COME CI HA DETTO, IN CORSO ALTRI ACCERTAMENTI”
Trentotto furti subiti, oppure quattro, o sei, non sono la stessa cosa. Come non è la stessa cosa
sparare cinque colpi oppure nessuno.
Non è la stessa cosa sparare in aria o a qualcuno che scappa nel cortile della tua azienda oppure ti affronta con una bomba a mano stretta nel pugno in camera da letto. Difendere le proprie idee a scapito della verità è da cretini.
La gente per bene non distorce i racconti, e non lascia punti oscuri nella narrazione delle notizie. Dobbiamo imparare a odiare chi esaspera le notizie, e chi usa quell’esasperazione per abbreviare i tempi di approvazione di una legge.
Sulla legittima difesa vi ci siete buttati come cani, difendendola a prescindere dalla vita. Avete usato l’ennesimo uomo armato, ieri a Monte San Savino, un uomo che ha sparato e ucciso un altro uomo, probabilmente ladro, sicuramente disarmato.
redy Pacini, ieri notte, dall’interno della sua azienda nella quale dormiva, ha sparato a due presunti ladri in fuga, nel piazzale della sua ditta.
Ha sparato più colpi, cinque, due sono arrivati a segno, uno ha reciso l’arteria, l’uomo ha fatto pochi passi, si è accasciato al suolo ed è morto. L’uomo ha un nome e un cognome: Vitalie Tonjoc, e aveva 29 anni ed era incensurato.
Il Ministro degli Interni avvia immediatamente la sua macchina comunicativa: social, dichiarazioni tv, comunicati stampa. “Faremo una legge per la difesa sempre legittima”, tuona.
Neanche la sua legge, però, salverebbe Fredy Pacini secondo la ricostruzione di spari a uomini disarmati e in fuga.
Fredy Pacini, alcune ore dopo, dichiara di aver subito già 38 furti. Trentotto furti, converrete, sono davvero tanti, soprattutto in un arco temporale così ristretto.
Faccio qualche domanda a giro e scopro che non è vero che Fredy Pacini abbia subito 38 forti, o almeno è vero il fatto che Fredy Pacini tutti quei tentativi di furto non li ha mai denunciati. Telefono al capitano dei carabinieri Monica Dallari e conferma: “No, non risultano neanche a noi”
Riassumendo: dal 2014 a oggi risultano soltanto sei denunce fatte da Fredy Pacini, e di queste solo due per furto.
Le altre quattro sono invece tentativi di furto.
In totale, comunque, non trentotto denunce ma solo sei. Il capitano dei carabinieri dice: “Si è un po’ gonfiato il numero”. E sì, si è un po’ gonfiato. Chissà a favore di chi
Non solo: in tutta la zona di Monte San Savino, nell’ultimo anno, risultano secondo il capitano dei carabinieri, soltanto sei furti. Cioè “in tutti i capannoni della zona industriale dove lavora Fredy Pacini, solo sei furti nell’ultimo anno. Sei furti in totale, sommati fra tutte le aziende. Questo non è il Far West come qualcuno ha provato a raccontare”.
La mia idea è che si voglia cavalcare ancora una volta l’onda della paura — non giustificata dai numeri — per alzare il livello di scontro nel Paese.
Un gioco macabro, che ci fa precipitare — questa volta sì — davvero, nell’insicurezza, alimentando la paura non giustificata. La mia idea è che si accarezzino gli atavici timori per un tornaconto in termini di Governo. Perchè sempre, quando si usa un fatto di cronaca per comprimere i tempi di approvazione di una legge, si è sempre sul filo del burrone.
A questo punto è necessario fare un passo indietro e ripercorrere la storia dall’inizio, perchè qualcosa non quadra, e lo zampino della politica — che si è gettata su questa storia, azzannandola quando già perdeva sangue — non aiuta a dipanare la matassa.
Ora dovrà indagare la magistratura e capire fino a che punto una questione umana, il terrore dei furti, abbia effettivamente inciso sul gesto, e quanto il gesto avesse una reale motivazione di legittima difesa.
Stando ai numeri sembra ne avesse poca, anche se certa politica ha gridato “hai fatto bene a sparare”. Tutto questo, però, lo dovrà decidere un processo.
Ieri invece il Ministro degli Interni Matteo Salvini, con un cadavere in terra ancora caldo e le indagini in corso, ha dichiarato “le istituzioni sono con te”, così ci ha riferito Alessandra Chelli, che con il Ministro ha parlato al telefono.
E io penso che sostituirsi alle indagini, parlare a nome delle Istituzioni del Paese rispetto a un’azione su cui la magistratura ha appena iniziato a indagare, sia grave come sparare.
E alla fine di tutto, ma anche al principio di questa storia, rimane inevasa la più importante delle domande: quanti pneumatici, secondo voi, vale la vita di un uomo? In altre parole: dopo quante gomme da strada rubate si può uccidere una persona?
Una o cento? Secondo me neanche tutti i pneumatici del mondo moltiplicati per tre valgono la vita di un Uomo.
(da “il Post”)
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Novembre 29th, 2018 Riccardo Fucile
IL PADRE NON E’ TITOLARE DI ALCUNA AZIENDA, ECCO I DOCUMENTI UFFICIALI.. LA SOCIETA’ ERA GIA’ INTESTATA A PAOLINA ESPOSITO CHE, IN QUANTO INSEGNANTE E DIPENDENTE PUBBLICO, NON POTEVA RICOPRIRE INCARICHI AZIENDALI
Il padre di Luigi Di Maio avrebbe fatto lavorare in nero degli operai. Non è vero.
A voler essere precisi, è la madre di Di Maio ad averlo fatto.
Il fatto sarebbe ancora più grave perchè la donna, che è preside in una scuola pubblica napoletana e quindi incarna il ruolo di pubblico ufficiale, oltre ad aver violato la legge facendo lavorare in nero delle persone, avrebbe omesso una delle regole fondamentali del dipendente pubblico, cioè l’esclusività .
Perchè, salvo una deroga speciale, «i dipendenti della pubblica amministrazione non possono svolgere alcuna professione o assumere impieghi alle dipendenze di privati o accettare cariche in società costituite a fine di lucro», dice l’articolo 58 del Decreto legislativo 29 del 1993.
Ma andiamo con ordine e ricostruiamo la complicata storia della Di Maio Industry. Tutto è partito da un’inchiesta delle Iene, che hanno intervistato un uomo, Salvatore Pizzo, che ha dichiarato di aver lavorato in nero per l’azienda edile del padre del ministro, che si chiama Ardima.
Il padre dell’attuale ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio, si chiama Antonio Di Maio, classe 1950, nato e cresciuto a Pomigliano d’Arco, che non possiede alcuna azienda. Proprio così.
Dalla visura camerale effettuata da l’Espresso si scopre che Di Maio padre non ha azioni o quote di società . In passato è stato titolare firmatario della Di Maio Antonio, una ditta individuale di Pomigliano, specializzata nella realizzazione di tetti, che è stata cancellata nel 1995.
Ed è stato, a partire dal 1997, sindaco supplente del Consorzio Regionale di Edilizia Artigiana, che realizzava edifici residenziali, finito in liquidazione.
Inoltre ha un conto in sospeso con Equitalia, a cui dovrebbe versare 176 mila euro.
La titolare dell’attività di famiglia e di alcuni terreni a Pomigliano d’Arco è invece Paolina Esposito.
Ovvero la madre di Luigi Di Maio, che nel 2006 ha fondato l’impresa individuale Ardima Costruzioni diventandone titolare firmatario, tanto che nelle carte camerali viene qualificata come piccola imprenditrice,
Il 30 dicembre 2013 dona la proprietà dell’azienda ai figli Luigi e Rosalba. L’Ardima costruzioni, che ha due soli dipendenti, si occupa della demolizione di edifici e sistemazione del terreno, della posa in opera di coperture e costruzione di tetti, della tinteggiatura, posa in opera di vetri e in generale, di lavori edili di costruzione. Poichè non è una società di capitali, la Ardima non ha l’obbligo di depositare bilanci, quindi non è dato sapere se goda di buona salute o meno.
Parallelamente, la Di Maio family crea a marzo 2012 una seconda società , la Ardima Srl, di proprietà del ministro e della sorella Rosalba in egual misura (50 per cento ciascuno).
L’azienda non solo ha lo stesso nome, ma ha praticamente lo stesso oggetto sociale, cioè si occupa delle stesse attività della Ardima costruzioni intestata a mamma Esposito.
A giugno 2014 la Ardima Srl, quella del vicepremier e della sorella, acquisisce la ditta della madre, che cede un patrimonio di 80.200 euro ai figli, facendo quindi salire il valore complessivo del capitale sociale della nuova Ardima a 100.200 euro.
Inizialmente Rosalba è amministratore delegato della nuova società , ma nel 2017 gli subentra Giuseppe, il fratello minore (classe 1994).
Tuttavia quel ruolo da amministratore unico dell’azienda di famiglia non sembra essere particolarmente remunerativo: lo stesso Luigi Di Maio, nella sezione amministrazione trasparente, dichiara che il fratello Giuseppe Di Maio nel 2017 non ha percepito redditi e aggiunge che «sul mio onore affermo che la dichiarazione corrisponde al vero».
Forse il 2017 è stato un anno complesso, visto che ad oggi l’azienda non ha ancora depositato il bilancio 2017.
E negli anni precedenti? Nel 2016 l’azienda ha dichiarato poco più di dieci mila euro di utili, per un giro d’affari di poco superiore ai 200 mila euro.
Tra l’altro, dalla documentazione depositata alla Camera, si scopre che nel 2013 l’allora deputato Di Maio non ha segnalato nell’apposita dichiarazione patrimoniale la sua partecipazione al 50 per cento nella Ardima. Lacuna colmata l’anno successivo.
Ma torniamo alla madre di Di Maio.
Paolina Esposito è un dirigente scolastico, preside dell’Istituto Comprensivo Giovanni Bosco di Volla, provincia di Napoli, e fin dal 1980 professoressa in Istituti scolastici di primo e secondo grado del circondario.
In particolare dal 2001 al 2015 è stata docente di ruolo al Liceo Imbriani di Pomigliano d’Arco e, nello stesso periodo, è stata titolare dell’azienda di famiglia. Eppure la legge italiana non lo permette.
L’articolo 60 del Decreto del Presidente della Repubblica del marzo 1957 e l’articolo 53 del testo unico del pubblico impiego (decreto legislativo 29 del 1993) stabilisce che i dipendenti pubblici non possono svolgere attività imprenditoriale, oppure assumere impieghi presso datori di lavoro privati, assumere cariche in società con scopo di lucro, esercitare attività di carattere commerciale o industriale e svolgere incarichi retribuiti non attribuiti dall’amministrazione di appartenenza.
I dipendenti pubblici possono diventare imprenditori solo a patto di ottenere un’autorizzazione speciale dall’amministrazione di appartenenza.
Ma si tratta di casi rari ed è molto difficile che Paolina Esposito l’abbia ottenuto. Infatti per i lavoratori pubblici a tempo pieno — come lo è Esposito – si presume che questi non abbiano il tempo necessario per svolgere un doppio lavoro senza compromettere l’efficienza dell’impiego pubblico: in questi casi si parla infatti di incompatibilità assoluta.
Riassumiamo: Paolina Esposito, che è un’insegnante, è stata la titolare dell’azienda Ardima nel periodo in cui sarebbe stato denunciato l’abuso di lavoro nero.
Se questo fosse confermato, avrebbe quindi violato le norme di legge in materia fiscale e contributiva, sottraendo imposte e contributi all’Erario, all’Inps e all’Inail a vantaggio del proprio patrimonio che, successivamente, è stato donato ai figli Luigi e Rosalba.
Dunque, Luigi di Maio e sorella sarebbero i veri beneficiari del lavoro sporco fatto dall’ex azienda di mamma che, tecnicamente, non avrebbe potuto ricoprire quell’incarico.
La docente e madre del ministro, infatti, avrebbe violato le norme sulla incompatibilità derivante dal suo ruolo di pubblico dipendente.
(da “L’Espresso”)
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Novembre 29th, 2018 Riccardo Fucile
DISCO VERDE DEL COMITATO DEI DIRETTORI DEL TESORO DI TUTTI GLI ALTRI STATI EUROPEI
Il passo formale è arrivato: il Comitato economico e finanziario, composto dai direttori del Tesoro
degli altri Stati dell’eurozona, si è riunito oggi a Bruxelles e ha approvato l’analisi della Commissione Europea sulla legge di bilancio italiana.
È il disco verde che mancava per la procedura di infrazione per deficit eccessivo legato al debito, l’ok necessario alla Commissione per cominciare a formulare la sua raccomandazione all’Italia: arriverà prima di Natale, prevedibilmente il 19 dicembre, nella settimana che segue il Consiglio europeo di fine anno.
L’Ecofin ha spiegato la sua decisione, ritenendo “un fattore aggravante che in risposta all’opinione della Commissione che chiedeva di sottomettere un Documento programmatico di bilancio aggiornato, l’Italia ha inviato un piano che conferma i target di bilancio del 2019”.
Per gli sherpa del comitato inoltre, “il debito pubblico italiano resta una grande fonte di vulnerabilità per l’economia”, che potrebbe essere aggravata dalle “misure sulle pensioni (quota 100)”, in grado di “toccare negativamente il trend positivo generato dalle riforme delle pensioni passate e indebolire la sostenibilità a lungo termine delle finanze”.
Tuttavia, l’Efc tiene aperti alcuni spiragli sul fronte della trattativa Roma-Bruxelles: “Ulteriori elementi potrebbero emergere dal dialogo in corso tra la Commissione e il Governo italiano”.
Come previsto dunque, l’Europa va avanti. Anche se tutti gli attori in campo, sia gli europei che gli italiani, continuano ad auspicare il dialogo.
L’ok del comitato economico e finanziario, sulla base dell’articolo 126.4 del Trattato sul funzionamento dell’Ue, step tecnico fondamentale per la procedura di infrazione, arriva mentre Giuseppe Conte è a Buenos Aires insieme a Giovanni Tria per un G20 che sarà occasione anche per bilaterali importanti sulla manovra economica.
Stasera (stanotte in Italia), il ministro dell’Economia vedrà ancora Pierre Moscovici alla cena con i ministri del Tesoro dei paesi del G20. Domani Conte avrà un altro incontro con il presidente della Commissione Europea Jean Claude Juncker.
Tria, che sta cercando di convincere il resto del governo — soprattutto i due vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio — a ridurre il deficit al 2 per cento (dal 2,4 che ha fatto infuriare gli altri Stati dell’Ue), non si sbilancia: “I numeri si fanno nella trattativa, non si dicono in giro prima…”.
Questo all’Europa non basta. Bruxelles continua a tenere il dito sul grilletto .
Tanto che, si ragiona in ambienti diplomatici, il punto di caduta di tutta questa trattativa tanto enunciata ma senza atti concreti, potrebbe essere solo il rallentamento di una procedura di infrazione che appare scontata. Non lo stop, dunque.
O anche una negoziazione per renderla meno pesante in termini di sanzioni.
Dunque un dialogo a procedura aperta, visto che finora Roma non ha inviato un documento di bilancio rivisto e corretto che sostituisca quello bocciato.
Anzi, lunedì prossimo, proprio mentre sarà riunito l’Eurogruppo che discuterà ancora con Tria del caso italiano (argomento che è nell’ordine del giorno della riunione), a Roma la manovra approderà nell’aula di Montecitorio, pronta per essere approvata così com’è con voto di fiducia entro metà settimana.
Le modifiche semmai verranno apportate nella lettura del testo al Senato. Semmai.
Certo, le raccomandazioni della Commissione, vale a dire i compiti da fare per raddrizzare la traiettoria del debito italiano ora a 131 punti percentuali sul pil, arriveranno in tempo: prima che la manovra venga licenziata da Palazzo Madama, sembrerebbe il 19 dicembre appunto.
Insomma, se il governo vuole, può correggere. Formalmente la procedura dovrebbe scattare alla riunione dell’Ecofin del 22 gennaio: i ministri del Tesoro dell’Unione si riuniranno anche martedì prossimo a Bruxelles, ma non discuteranno del caso italiano, punto non inserito nell’ordine del giorno.
Insomma, ci sono ancora quasi due mesi di tempo per rivedere la rotta: l’Europa va avanti ma non con velocità sostenuta.
“Passo dopo passo”, ha sempre detto Moscovici. Resta il fatto che, senza novità di sorta, pur lentamente, la procedura si avvicina. §
Tradotto in sanzioni, significa un obbligo per l’Italia di ridurre il debito di 3,5 punti percentuali ogni anno a partire dall’anno prossimo, cioè un ventesimo del 71 per cento, vale a dire lo scarto che c’è tra la regola europea del debito — 60 per cento del pil — e l’attuale debito italiano — 131 per cento del pil.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 29th, 2018 Riccardo Fucile
IL COMANDANTE DELLA POLIZIA MUNICIPALE CONFERMA E ORA GLI ATTI PASSERANNO ALLA MAGISTRATURA
Il comandante della Polizia municipale di Mariglianella, al termine di un sopralluogo avviato nella mattinata di oggi alla presenza di tre agenti della Polizia municipale stessa, dei responsabili dell’ufficio tecnico comunale e di un rappresentante della famiglia Di Maio, all’interno della proprietà del padre del vice premier, ha dichiarato:
“Dopo una denuncia giornalistica, è stato fatto un sopralluogo iniziato lunedì mattina, quando non è stato possibile entrare perchè non erano presenti i proprietari. Sono stati convocati e stamattina è stato fatto il sopralluogo e sono stati accertati dei manufatti abusivi”.
Lo ha detto a Sky TG24 il Sindaco di Mariglianella Felice Di Maiolo a proposito degli accertamenti della Polizia Locale all’interno di un terreno di proprietà del padre e di una zia del vicepremier Luigi Di Maio.
“Inoltre – ha continuato il Sindaco – è stato rilevato l’abbandono di rifiuti su tre piazzole e anche su questo è stato fatto un sequestro. Tutto sarà notiziato alla Procura della Repubblica nelle prossime ore”.
(da agenzie)
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Novembre 29th, 2018 Riccardo Fucile
E L’APPALTO ALLE POSTE NON E’ SCONTATO… IN REALTA’ NON HA FATTO STAMPARE UNA MAZZA, UN PATETICO BLUFF PER I GONZI
Sono bastati sei giorni, al ministro del Lavoro Luigi Di Maio, per derubricare un “ordine di stampa”
in un “ho dato mandato al mio staff di lavorare con Poste…”. Insomma, l’annuncio in grande stile a Piazza Pulita di Corrado Formigli s’è rivelato un bluff.
In quell’occasione Di Maio aveva detto, testuale: “Abbiamo già dato mandato di stampare i primi 5-6 milioni di tessere elettroniche che arriveranno a casa e saranno carte di credito come tutte le altre”.
L’annuncio aveva sollevato interrogativi e dubbi: a chi è stato dato il mandato, sulla base di quale bando, quali le specifiche tecniche e i capitolati dell’appalto?
Domande, queste, rivolte ieri alla sottosegretaria all’Economia Laura Castelli (M5s), ospite a Otto e mezzo su La7, “Le tessere per il reddito di cittadinanza e altre cose sono dettagli che renderemo noti tutti assieme. È vero che le tessere si stanno stampando”, conferma.
Il giallo-tessere si ripropone oggi: Castelli viene incalzata in commissione Bilancio della Camera dai deputati Pd che poi si precipitano al Ministero del Lavoro per presentare un accesso agli atti.
Fratelli d’Italia presenta una interrogazione a Di Maio e al ministro dell’Economia Giovanni Tria per sapere se sono “già in stampa in una non precisata tipografia milioni e milioni di tessere per l’erogazione del reddito di cittadinanza”.
Nel tentativo di riportare chiarezza in questo vero e proprio vespaio di polemiche interviene nuovamente il vicepremier grillino che, da Bruxelles, dichiara: “Visto il giallo delle tessere, preciso che io già da due settimane ho dato ordine al mio staff di lavorare con Poste per avviare tutto il progetto del reddito di cittadinanza, che include anche la stampa delle tessere”.
Nessuno ordine di stampa, dunque. Solo un tavolo, un confronto, un panel tra lo staff di Di Maio e Poste, con magari Inps, Caf, Centri primo impiego e altri attori coinvolti nel reddito di cittadinanza.
La dichiarazione del Ministro del Lavoro tuttavia non chiarisce il punto principale della questione.
Per un appalto superiore ai duecentomila euro, secondo l’articolo 35 del Codice degli appalti, occorre rispettare il codice e seguire una procedura comunitaria che prevede un bando pubblico europeo.
Il bando va pubblicato per circa un mese, bisogna istituire una commissione aggiudicatrice che affiderà il lavoro all’offerta economicamente più vantaggiosa. Bisogna fare una gara aperta a tutti gli stati d’Europa, dunque. E non è affatto detto che vincano le Poste.
L’affidamento diretto a Poste potrebbe esserci solo se si trattasse di un appalto inerente alla distribuzione postale non certo a un appalto che prevede la stampa di tessere elettroniche.
Un affidamento diretto sarebbe possibile invece a aziende in house come il Poligrafico dello Stato. Ma dagli annunci di Di Maio e di Castelli non risulta, a oggi, che il Poligrafico sia stato interpellato.
(da agenzie)
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Novembre 29th, 2018 Riccardo Fucile
UN SINDACO PER UNA MINIMA SPESA NECESSITA DI 15 AUTORIZZAZIONE, DI MAIO ORDINA DI STAMPARE 5 MILIONI DI TESSERE DI CITTADINANZA SENZA CHE ESISTA NEANCHE UNA LEGGE CHE LO ISTITUISCA
Per tracciare la mappa dell’arcipelago di idiozia circondato dal vasto oceano di ignoranza su cui galleggia il governo minkiostellato partiamo da una notizia riportata dal Resto del Carlino e ripresa dal Buongiorno di Mattia Feltri (dal titolo leggiadramente evocativo “Un Mazzo Così”).
Il sindaco di Pesaro voleva omaggiare con un mazzo di fiori una giovane atleta che aveva vinto una competizione internazionale di atletica.
Per procedere all’acquisto (costo totale 24,20 euro Iva inclusa), si è reso necessario nell’Italia dei turbo azzeccagarbugli compiere alcuni semplici adempimenti burocratici:
1) Richiesta di preventivo al fioraio
2) Valutazione della congruità del medesimo
3) Invio del codice di acquisto all’Anac di Cantone
4) Verifica con l’INPS che il fioraio versi i contributi ai dipendenti
5) Verifica dei debiti presso l’Inail
6) Trasferimento del carteggio ai revisori
7) Nomina del responsabile del procedimento
8 ) Verifica di assenza di conflitto di interesse]
9) Comunicazione all’Anac (di cui sopra) del conto corrente su cui verranno pagati i 24,20 euro
10) Attestazone che la Consip non preferisca altri fiorai
11) Attestazione che l’acquisto non preveda un bando europeo
12) Compatibilità con l’assestamento di bilancio
13) Verifica della copertura finanziaria
14) Conformità al piano anticorruzione del Comune
15) Acquisto tramite sistema SartCig con il codice ZF324FFD7
Invece il cosiddetto vice-premier che risponde al nome di Giggino di Maio, a suo dire (e dietro conferma in diretta TV del genio dell’economia in gonnella Laura Castelli) — colto da un irrefrenabile impulso di efficientismo — ha impartito ad una tipografia segreta l’ordine governativo di stampare 5 o 6 milioni di tessere per il reddito di cittadinanza.
Senza l’ombra di una legge che istituisca il suddetto reddito di cittadinanza, senza uno straccio di stanziamento in bilancio, senza una gara europea, senza che la Consip ne sappia una mazza.
Insomma secondo la penta-stronzata, una bella mattina Giggino dopo che mammà gli aveva portato o’ zuppone a letto ha telefonato al tipografo (magari amico del cugggino) e quello si è messo subito al lavoro.
Senza contratto, senza un preventivo, senza un timbro. Così, sulla parola.
Morale della favola (o più propriamente della pagliacciata): solo un politicante nominato grazie ad un software farlocco gestito da un’azienda privata può immaginare nella sua fervida fantasia che i contratti pubblici si gestiscano come gli ordini della pizzeria dove aveva svolto la nobile funzione di webmastèr.
Solo uno che non ha neanche la minima nozione delle procedure per un appalto pubblico può lontanamente illudersi di sparare una tale panzana galattica in TV senza fare la figura di uno tuffatosi nella cloaca maxima dop averla scambiata per una piscina olimpionica.
Ma se nella cloaca ci si tuffasse da solo, in fondo poco male.
Il problema è che ci sta trascinando il Paese. Con tutti gli abitanti, inclusi i suoi elettori.
(da “NextQuotidiano”)
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Novembre 29th, 2018 Riccardo Fucile
IL SENSO DELLA CASTELLI PER LA LIBERTA’ DI SATIRA… VUOLE AVERE IL MONOPOLIO DELLA COMICITA’ ED ESSERE L’UNICA A POTER FAR RIDERE GLI ITALIANI
La viceministra dell’Economia Laura Castelli non ha tempo per gli scherzi. 
Ci sono da stampare cinque milioni e mezzo di tessere per il Reddito di Cittadinanza e non può farsi distrarre dalle cose dell’Internet.
Proprio per questo motivo l’onorevole Castelli ha deciso di andare all’attacco contro un account Twitter colpevole di essere la sua parodia.
Un account che vanta la bellezza di 23 follower e che sicuramente può essere scambiato per quello originale della viceministra.
Invece che occuparsi di cose serie Laura Castelli oggi ha fatto sapere di voler segnalare alle autorità preposte l’autore che si cela dietro il profilo @lacastelli6s, un account parodia nato a gennaio 2018 che prende in giro l’originale che è @LaCastelliM5S.
Non è certo l’unico account “fake”, ma dichiaratamente satirico e umoristico, dedicato ad un politico o ad un membro del governo.
Tra Facebook e Twitter ce ne sono parecchi in giro. Anche Rocco Casalino ha un suo fake molto attivo che in queste ore è intervenuto a difesa dell’account satirico.
Se qualcuno per caso avesse la curiosità di voler leggere i pericolosissimi cinguettii twittati dal terribile fake della Castelli scoprirebbe che non c’è davvero nulla di preoccupante, tanto meno un attentato all’onorabilità della ministra.
Senza il provvido intervento su Facebook e le minacce di denunce ben pochi si sarebbero accorti dell’esistenza del “profilo falso”.
Davvero qualcuno può pensare che un tweet al profilo (satirico) del Mastro Yoda possa rispecchiare il pensiero di Laura Castelli?
Già il fatto che Laura Castelli si sia posta il problema la dice lunga. Ma sappiamo già la risposta: questo lo dice lei!
L’uscita dell’onorevole pentastellata però rivela l’esistenza di un nervo scoperto per il M5S. Come se non bastassero le liste di proscrizione verso i giornalisti servi e gli editori impuri si scopre ora che non si può fare satira su chi è al potere.
Anzi, chi la fa rischia — pur se non ha superato alcun limite — addirittura una denuncia. Senza dimenticare che Laura Castelli è un politico eletto in un partito fondato da un comico che, anche oggi che ha un ruolo politico spesso e volentieri quando dice qualcosa di “sbagliato” si giustifica dicendo che in quel momento non era il Garante del M5S le sue erano solo battute.
L’account satirico dedicato alla Castelli non è certo di inestimabile valore, probabilmente se verrà cancellato ne spunterà un altro. Forse però la viceministra vuole avere il monopolio della comicità ed essere l’unica a poter far ridere elettori e cittadini.
(da “NextQuotidiano”)
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