Novembre 29th, 2018 Riccardo Fucile
E DA UN MESE MANCA CHI AUTORIZZA LE SPESE, 400 PRATICHE ARRETRATE… ARCHITETTI IN STATO DI AGITAZIONE, EDILI IN ALLARME
Dopo sei mesi, il governo ha nominato Vito Crimi sottosegretario alla ricostruzione delle aree sismiche. La notizia arriva dopo decine di appelli e sollecitazioni di sindaci, sindacati e associazioni di categoria proprio dall’Aquila dove — a quasi dieci anni dal sisma — la ricostruzione pubblica è al palo e la sua sconfitta sotto gli occhi di tutti. Tanto che, ai ritmi attuali, potrebbero servire dieci e più anni per chiudere i cantieri, ben oltre le promesse dei governi che si sono susseguiti dal 6 aprile 2009, il giorno in cui la terra prese a tremare mietendo 309 vittime.
Nel frattempo, si sta alzando il livello di guardia anche per l’ambito privato della ricostruzione, che sembrava invece correre speditamente verso l’impresa della normalità .
L’allarme chiama in causa ancora il governo, stavolta per la mancata nomina, da un mese a questa parte, dei suoi bracci operativi, i responsabili degli Uffici speciali per la ricostruzione dell’Aquila e quelli del cratere sismico: sono le figure che autorizzano la spesa che apre i cantieri, in loro assenza si processano pratiche ma nessuna spesa viene autorizzata.
“C’è ormai un blocco di 400 permessi arretrati, che non sono riferiti a singole abitazioni, perchè si tratta anche di interi complessi e ambiti urbani”, denuncia al fatto.it il presidente dell’Ordine degli architetti che ha incontrato la stampa per sollecitare la Presidenza del Consiglio: “La situazione non può che peggiorare — sostiene Edoardo Compagnone — Sono le uniche figure deputate a firmare i progetti e gli atti in uscita, le approvazioni per contributi, gli stati di avanzamento delle imprese, le parcelle e le liquidazioni. Perfino l’acquisto di carta e cartucce delle stampanti, gli stipendi e i rinnovi contrattuali del personale degli uffici. E’ una disattenzione che l’Aquila non può permettersi”.
L’appuntamento degli architetti con i giornali è stato in un luogo simbolo dello stallo: davanti all’ex liceo classico, alla biblioteca provinciale, al convitto nazionale e all’ex sede della Camera di commercio che — insieme all’ex ospedale San Salvatore — è l’aggregato pubblico più grande del post terremoto, fermo da aprile del 2009. Gli architetti apporranno adesivi ai pali che segnalano lo stato di agitazione della categoria.
Nel pubblico anche il censimento dei lavori è incerto
Da un’inchiesta del Corriere della Sera si è appena scoperto quanto sia magro il bilancio della ricostruzione per il Centro Italia: a due anni dal sisma, solo 350 case ricostruite.
Dopo nove anni, oltre 3.500 giorni, i numeri sull’Aquila lasciano di sasso: devono essere erogati quasi tre miliardi di euro per arrivare agli 8,8 di opere ammesse a finanziamento.
Secondo la banca dati del Gran Sasso Science Institute, in collaborazione con l’Università dell’Aquila, il Comune dell’Aquila, gli Uffici Speciali per la ricostruzione ed ActionAid su 1.038 interventi i conclusi sono solo 358, metà dei quali nella città dell’Aquila. In fase di collaudo ce ne sono 207. Un terzo delle opere è fermo alla fase di programmazione/progettazione.
Siamo dunque al 34 per cento sul totale degli interventi previsti: di questo passo, potrebbero servire davvero decenni per completare la ricostruzione.
Anche perchè, come fa rilevare l’ex titolare dell’Ufficio Raniero Fabrizi, recentemente nominato a capo della struttura di missione della Presidenza del Consiglio, “mentre sul privato si hanno una quantificazione e una tempistica piuttosto certe, desumibili dai tempi medi delle statistiche degli ultimi anni, sul pubblico questa certezza non c’è.
Molti interventi devono essere ancora presentati, definiti e finanziati. Altri sono finanziati, ma ancora devono partire. Specie nel centro storico, dove massima è la complessità e consistenza. Le opere sono sottoposte a bandi, autorizzazioni e iter complessi, ci sono più soggetti attuatori”. Di tutto questo, dovrà occuparsi il neo-sottosegretario Crimi. Che ha un problema in più.
Una verità è sotto gli occhi di tutti
Anche la ricostruzione privata, come detto, dà segni di rallentamento e false partenze. Non a caso a novembre c’è stata una ripresa di mobilitazioni che non si vedeva da tempo.
Due settimane fa, le donne dell’Alta Valle dell’Aterno hanno marciato per 50 chilometri fino a raggiungere il centro storico dell’Aquila per essere ricevute dal Prefetto. L’ex sindaco di Montereale, Lucia Pandolfi, e il sindaco di Cagnano Amiterno, Iside Di Martino hanno spiegato che nel loro territorio non ci sono stati interventi neppure nelle case leggermente lesionate nel sisma più recente, con il risultato che il 70 per cento della popolazione vive all’Aquila nelle abitazioni antisismiche, mentre l’alta valle dell’Aterno “rischia la morte sociale ed economica”. L’Aquila e il suo centro non se la cavano meglio, lo hanno potuto constatare coi loro occhi i deputati della commissione Ambiente che il 23 novembre scorso hanno raggiunto il capoluogo. Sono tornati indietro constatando che, uscita dai riflettori, L’Aquila rischia la paralisi.
Costruttori in allarme
Ne sanno qualcosa gli edili. L’Ance ha recentemente rielaborato i dati dell’Ufficio speciale per la ricostruzione su tutti e 59 i Comuni del cratere rilevando come oltre metà (il 51 per cento) dei lavori pubblici finanziati con la delibera Cipe del 2012 sia rimasta al palo, a fronte di 126 milioni di euro per 230 interventi.
Una percentuale che si ritrova sul fronte delle scuole, dove 74 interventi sui 136 previsti dal Piano “Scuole d’Abruzzo — Il futuro in sicurezza” — che ha stanziato 153 milioni di euro — sono ancora bloccati.
La cifra vera dello stallo generale la offre la legenda delle sintesi dell’Ufficio speciale per la ricostruzione, dove affluiscono i dati dei diversi soggetti attuatori, ovvero il Comune, la Provincia, Giunta regionale, Mibact, Protezione Civile e altri: i dati in questione sono fermi al 31 agosto 2018, tre mesi fa.
Nel complesso, la ricostruzione pubblica prevede 612 interventi e meno della metà , per esattezza 297 che equivale al 48,5 per cento, risultano conclusi. “La nomina del sottosegretario alla ricostruzione è una buona notizia, ma non basta”, dice a ilfatto.it il presidente dell’Ance Adolfo Cicchetti.
“Occorre al più presto quella dei responsabili degli Uffici speciali, che sono poi i bracci operativi della ricostruzione. Le procedure sono in corso, ma la situazione di stallo è tale che se si dovesse prolungare ancora, potrebbe avere effetti negativi sull’indotto e sulla filiera della ricostruzione”.
Il dossier dell’Ance, diffuso ai primi di novembre, stima in 4.948 le pratiche del cratere ancora da evadere e 647 i cantieri attualmente aperti.
Le pratiche private rimaste bloccate
L’allarme sul rischio rallentamenti nel privato è condiviso dai piccoli imprenditori della provincia dell’Aquila. “Gli uffici essenziali Usra e Usrc non hanno figure apicali che possono firmare il rilascio di pratiche per aprire cantieri e per il pagamento di Sal ad aziende e parcelle a professionisti” sostiene il presidente dell’Aniem, Danilo Taddei. Le due sigle, come detto, indicano gli uffici da cui arriva il nullaosta per aprire il cantiere. Da un mese, quei nullaosta sono fermi e tocca ora agli architetti ribadire la preoccupazione.
“La nomina deve arrivare prima possibile — insiste il loro presidente Compagnone — anche perchè non sarà subito operativa, ci saranno i tempi tecnici della firma, la Corte dei Conti, il bollino di Bankitalia, alla fine si rischia di avere un imbuto anche nella parte di ricostruzione che funzionava”.
La strozzatura in corso si vede nei numeri: nel 2014-2015 sono stati emessi oltre 700 pareri l’anno, nel triennio successivo è stato un calare fino ai 418 di quest’anno (manca i dato di dicembre). Tra i motivi, anche la graduale erosione degli organici degli uffici deputati: la dotazione tra Uffici speciali di L’Aquila (Usra) e cratere (Usrc), Comune dell’Aquila ed ex uffici territoriali (Utr) si è ridotta del 20 per cento, per un totale di 67 unità in meno.
Il dirigente: “Fermi i pareri finali, ma le istruttorie proseguono”
“E’ vero, la mancanza temporanea di un responsabile dei passaggi finali impatta sugli elenchi delle istruttorie e dei pareri in uscita, che vengono pubblicati di mese in mese, e che sono necessari a mettere a disposizione le risorse per i nuovi interventi, che dunque si arrestano”, spiega il dirigente coordinatore dell’ufficio in questione, Francesco Lucarelli.
“Ma — precisa — l’attività istruttoria continua ai ritmi di sempre perchè, all’indomani della nomina, gli atti siano disponibili per la firma. In generale non parlerei di arretrato. Abbiamo istruito quasi 25mila pratiche, circa 500 l’anno in media, per le quali abbiamo sbloccato oltre il 70 per cento delle risorse per 5,2 miliardi grazie alle quali sono stati chiusi 8.200 cantieri. Resta un’attività residua pari al 30 per cento. Ma siamo in linea coi tempi medi di ricostruzione. E’ fisiologico che, in mancanza del responsabile, ci sia un rallentamento. Ma mi risulta sia in corso la procedura di selezione e in ogni caso non è una questione riconducibile a questioni di efficienza dell’ufficio”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 29th, 2018 Riccardo Fucile
PREPARATEVI A 100.000 DISPERATI IN STRADA… HANNO INVENTATO UN NEMICO INESISTENTE CHE SERVE COME CAPRO ESPIATORIO PER COPRIRE LA LORO INETTITUDINE A GOVERNARE
Alla fine è riuscito nel suo capolavoro, il ministro Matteo Salvini. Rendere legge dello Stato un
provvedimento chiamato “sicurezza”, ma che in realtà mina le basi dei diritti umani, del diritto internazionale e del concetto stesso di umanità .
Il Decreto Sicurezza, infatti, non affronta in alcuna misura quelle che sarebbero le reali emergenze del Paese.
Un testo che lascia inascoltate le paure vere che andrebbero affrontate: la paura di mandare i figli in scuole non a norma, pericolanti e tenute in piedi in barba ad ogni regolamento antisismico; la paura di infrastrutture inadeguate e fatiscenti che cadono a pezzi; il terrore di morire sul lavoro — un’emergenza sociale ormai relegata in un angolo della memoria, ma che continua a mietere oltre due vittime al giorno — e il terrore di morire senza lavoro; la paura e la solitudine delle donne vittime di violenza di genere (scese in 200mila sabato in piazza, a Roma, ad urlarlo), lasciate sole senza strumenti e senza neanche più la forza di denunciare; la paura di essere discriminati per il proprio orientamento sessuale e di essere per questo picchiati per strada, come sempre più spesso accade; la paura di morire come mosche in un territorio inquinato da decenni di malaffare, come all’Ilva di Taranto, come nella Terra dei Fuochi; il terrore di morire per una pioggia un po’ più insistente o per un vento che tira più forte del solito.
Sarebbero tantissime le misure da adottare per la sicurezza effettiva del nostro Paese e del nostro territorio.
Ma si è scelto, scientemente, di andare in ben altra direzione. Nulla di quanto sopra è stato affrontato dal governo e dal ministro — nonchè premier di fatto — Matteo Salvini: si è preferito creare in laboratorio un nemico inesistente — il “clandestino” – per poi renderlo reale a norma di legge.
Un lavoro durato mesi, anni, di propaganda violenta, urlata ovunque fino allo sfinimento.
“Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità “, diceva Joseph Goebbels. E quella “lezione”, purtroppo, sembra esser stata ben ascoltata. Fino a diventare percezione comune.
La percezione per cui tutti mali del mondo, o quantomeno quelli dell’Italia, sono imputabili ai migranti. Agli stranieri. Ai poveri. Agli ultimi.
Ed è esattamente questo, quello che fa il decreto sicurezza e immigrazione di Salvini. Punta il fucile con precisione contro i migranti. E basta.
Migranti da discriminare e condannare a prescindere, nonostante quanto previsto da Costituzione e leggi internazionali.
Viene cancellato di fatto il permesso umanitario di soggiorno, sostituito da “permessi speciali temporanei” vincolati a delle regole stringenti e rigidissime.
Persone che un tempo potevano denunciare e uscire da una condizione di caporalato, di schiavismo, di sfruttamento, e ottenere una protezione umanitaria, non potranno più farlo.
I tempi di detenzione — perchè di detenzione si tratta — nei centri di permanenza si dilatano incredibilmente, come se fosse normale che una persona — bambini compresi — che non ha commesso alcun reato possa esser trattenuta per 210 giorni.
Di rimando si svuotano, con l’obiettivo di chiuderli, gli SPRAR che, invece, si sono dimostrati strumento utile ad un’accoglienza e ad un’integrazione positiva. Il tutto per favorire grandi centri dove ammassare le persone, cioè quelli più appetibili per le mafie, creando ghetti inutili separati dalle comunità .
I servizi essenziali (i famosi 35 euro al giorno, per intenderci) sono illogicamente tagliati diminuendo della metà , come tristemente accade già da due mesi al Cara di Mineo, troppe volte già cavia di politiche di questo tipo negli anni.
Soldi che, cosa da ripetere fino allo sfinimento, non sono erogati ai migranti ma messi a bando per le strutture e le cooperative che si occupano di loro, in tutto e per tutto. Soldi utilizzati, prevalentemente, per generare un indotto lavorativo che vede impiegati in prevalenza nostri connazionali — avvocati, mediatori, infermieri e via dicendo — e che, adesso, vedranno a serio rischio la loro occupazione. Altro che prima gli italiani!
L’introduzione del “procedimento accelerato davanti alla Commissione territoriale”, poi.
All’Articolo 10 del ddl si introduce infatti un procedimento immediato davanti alla autorità amministrativa che si occupa di valutare le domande di asilo, per cui coloro che sono sottoposti a procedimento penale per alcuni reati — oppure condannati non in via definitiva — potranno essere immediatamente espulsi. E lo Stato di diritto che va a farsi allegramente benedire.
Un disegno pericoloso, dove le buone pratiche di inclusione, come è successo ad esempio con Riace e col sindaco Mimmo Lucano, vengono messe al bando per favorire l’illegalità , la marginalità sociale e rendere gli stranieri ricattabili di fronte alle mafie.
Secondo una proiezione dell’Ispi, infatti, questo secreto genererà solo nei prossimi due anni oltre 100mila irregolari.
Persone, donne e uomini, che diventano fantasmi di carne e sangue. Che non potranno essere rimpatriati, perchè non ci sono accordi — e difficilmente ci saranno — con i Paesi di origine. E che vagheranno, come successo dopo lo sgombero del Baobab a Roma, per le città . Come fantasmi, appunto.
Senza tutele, senza diritti, senza possibilità di riscatto. Senza nulla. Soli, in balia della criminalità organizzata. Perchè per legge non potrebbero esistere.
Questo è il decreto sicurezza. La più gigantesca frottola mai architettata.
Puntare il dito contro un nemico inesistente e poi crearlo, in maniera subdola e disumana. In modo da continuare a utilizzarlo come capro espiatorio per i problemi sociali che non sanno come risolvere, stimolando i sentimenti più pericolosi e violenti del Paese. Solo e soltanto per propaganda.
Un cane che si morde la coda, affamato di potere. Questo è. Altro che sicurezza.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 29th, 2018 Riccardo Fucile
LA STORIELLA DI SOROS CRIMINALE GLOBALISTA E’ DEGNA DEGLI PSICOPATICI RAZZISTI CHE LA DIFFONDONO
Mentre il governo si spacca sull’adesione al Global Compact for Migration dell’Onu costringendo il presidente del Consiglio e avvocato del Popolo Giuseppe Conte a fare marcia indietro sulle entusiastiche dichiarazioni fatte davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ecco spuntare l’argomento forte della critica sovranista ad un accordo che a dirla tutta non obbligherà l’Italia a fare alcunchè.
Fratelli d’Italia ritiene invece che sottoscrivendo il Global Compact si darà il via all’invasione organizzata (ormai hanno pudore a chiamarlo Piano Kalergi).
I primi a dare la colpa a George Soros sono stati quelli di Fratelli d’Italia che la settimana scorsa hanno accusato il governo grillo-leghista di schierarsi con il magnate di origine ungherese.
Come è noto Soros è sempre al centro di tutti i complotti sovranisti e populisti e viene accusato di finanziare le ONG e i “taxi del mare” (che non esistono).
In questo il partito della Meloni sta seguendo la linea politca dell’amico Orbà¡n. Di recente un sovranista tutto d’un pezzo come il cancelliere Kurz ha accolto a braccia aperte il trasferimento a Vienna dell’Università “di Soros”.
La storiella di Soros criminale globalista che vuole il Global Compact per indebolire i confini italici e annacquare l’identità nazionale è stata poi ripresa da CasaPound che sostiene che la firma dell’accordo condannerà l’Italia «all’invasione con un piano scritto da ONU, ONG e Soros».
La notizia, inventata di sana pianta e che al suo interno racchiude la smentita di chi dice che l’invasione è già in atto, è stata poi ripresa da altri che hanno accusato Soros, la Commissione Trilaterale e il sempre presente Gruppo Bilderberg di aver messo il turbo (suffisso molto caro ai patridioti) alla destabilizzazione sociale del nostro Paese. Questo come se l’unica meta per le migrazioni fosse l’Italia, ma non è così.
Del resto con invasione si intende — nella lingua italiana — un piano coordinato condotto da eserciti e uomini armati al fine di prendere il controllo del territorio di una Nazione, o di porzioni si esso. In Italia però non c’è alcun esercito straniero che sta impossessandosi delle nostre città .
Chi parla di invasione lo fa solo sulle scorte delle teorie complottiste del Piano Kalergi, aggiungendo lo spauracchio turbomondialista rappresentato da George Soros.
È Satana in persona a volere il Global Compact, spiega un altro sovranista.
Mentre altri ci spiegano che con la firma dell’accordo «ci saranno milioni di clandestini, stupratori e delinquenti per strada» oppure che il Global Compact serve «per regalare ulteriori risorse degli italiani alle mafiocoop dell’accoglienza e per compiacere propri elettori e amici come Soros che ne trarrebbero vantaggio!».
Tout se tient nel grande complotto turbosorosiano e non guasta affatto in questa narrazione tossica, agli occhi degli elettori di destra, che Soros sia di origini ebraiche.
Ma perchè preoccuparsi ora dell’invasione quando stando a quello che hanno detto in questi anni Giorgia Meloni e Salvini (anche lui contrario al Global Compact) l’invasione è già in atto.
In che modo quindi l’accordo peggiorerebbe le cose e renderebbe l’invasione più invasiva? Non è dato di saperlo.
In questi anni qualsiasi cosa non abbastanza razzista o omofoba è stata accusata di favorire l’invasione, perfino le unioni civili hanno subito questa sorte.
Anche perchè alla prova dei fatti non esiste nè è mai esistita un’invasione di migranti. Ed è sbagliato perchè l’invasione tanto temuta e annunciata nelle aule parlamentari, sui social e nei salotti televisivi non c’è. E nessuno di coloro che sostiene che sia una cosa reale ne ha mai portato le prove.
I numeri parlano chiaro.
Nel mondo ci sono 65 milioni di persone che sono stati costretti a lasciare le proprie case con la forza. L’85% di queste persone è ospitato in paesi in via di sviluppo.
Paesi più poveri dell’Italia che però fanno la loro parte. Venticinque milioni sono rifugiati e 3,1 milioni di persone sono richiedenti asilo.
Si dirà : ma il problema non sono coloro che scappano dalla guerra (e invece per i sovranisti il problema sono anche loro, come hanno dimostrato le reazioni al caso Diciotti o altro) ma tutti i migranti cosiddetti economici. Gente che scappa dalla fame e dalla povertà .
I dati di Eurostat certificano che all’interno dei confini dei 28 paesi membri della UE (quindi compreso il Regno Unito) vivono circa 22 milioni di cittadini che provengono da paesi extra europei (il 4% del totale su oltre 500 milioni di abitanti).
Inoltre ci sono 16 milioni di persone, cittadini di uno Stato della UE, che vivono in un altro stato membro (gli italiani costituiscono la terza nazionalità per numero di emigranti interni alla UE).
In termini relativi il paese più “invaso” (in rapporto agli immigrati sulla popolazione residente) è il Lussemburgo, mentre l’Italia — che pure ospita 5 milioni circa di extracomunitari — si trova a metà di questa particolare classifica.
Va inoltre precisato che non tutti gli extracomunitari provengono dall’Africa, e non tutti fanno parte della forza d’invasione le cui dimensioni (al di là dell’intenzionalità dell’invasione) risultano notevolmente ridimensionate.
(da “NextQuotidiano”)
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Novembre 29th, 2018 Riccardo Fucile
“C’E’ CONTINUITA’ PATRIMONIALE TRA LEGA FEDERALE E DIRAMAZIONI TERRITORIALI”
C’è continuità patrimoniale tra la Lega federale e le sue diramazioni territoriali, come la Lega
Toscana, per cui il sequestro di 16 mila euro trovati nelle casse `toscane’ da parte della Gdf – nell’ambito della ricerca dei 49 milioni da confiscare al Carroccio dopo le condanne di Umberto Bossi e Francesco Belsito per la maxitruffa sui rimborsi elettorali – è legittimo.
Lo ha deciso la Cassazione confermando quanto stabilito il 17 luglio dal tribunale del Riesame di Genova dopo il rinvio della stessa Suprema Corte.
Il tentativo della Lega di sottrarsi al sequesto dei conti, attraverso la ridistribuzione alle varie sedi locali, è fallito, i giudici di Genova avevano ragione.
(da agenzie)
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Novembre 29th, 2018 Riccardo Fucile
ORA CI SARANNO LE VERIFICHE DELL’UFFICIO TECNICO PER STABILIRE SE I MANUFATTI SONO ABUSIVI
La polizia municipale di Mariglianella ha sequestrato alcune aree del terreno di proprietà del padre del vicepremier Luigi Di Maio per la presenza di rifiuti inerti.
Lo ha detto ai cronisti il comandante dei vigili Andrea Manganici.
Per quanto riguarda i fabbricati, ha aggiunto, “sono state prese le misure per le verifiche dell’ufficio tecnico”.
Si tratta del primo esito del sopralluogo effettuato in mattinata con alcuni tecnici del Comune. Entro 48 ore gli atti potrebbero essere inviati in procura a Nola.
È iniziato alle 10 il sopralluogo della polizia municipale nel terreno di proprietà di Antonio Di Maio, padre del vicepresidente del Consiglio, sul quale si trovano manufatti che potrebbero essere abusivi
I vigili hanno verificato le costruzioni insieme ad alcuni tecnici. In mattinata si sono registrati momenti di tensione fra alcuni residenti della zona e i cronisti.
“Fino a ieri nessuno conosceva Mariglianella, adesso siete tutti qua”, ha gridato un uomo all’ingresso della stradina che conduce al terreno, il cui accesso è in questo momento presidiato da una vettura della polizia municipale.
(da agenzie)
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Novembre 29th, 2018 Riccardo Fucile
AUMENTANO I DUBBI SUL SUO RUOLO NELL’AZIENDA DI FAMIGLIA…NEI MESI ESTIVI NON RISULTA CI ABBIA LAVORATO, ASSUNTO NEL PERIODO IN CUI “NON PARLAVA” CON SUO PADRE, LA MADRE SOCIA QUANDO LE SAREBBE STATO VIETATO DALLA LEGGE SUGLI INSEGNANTI…LA SEDE LEGALE TRA LE MACERIE
Luigi Di Maio ieri ha attivato il protocollo massima trasparenza sui suoi contratti di lavoro con la
ditta del padre Antonio.
I dati relativi alla sua assunzione nel 2008 sono stati pubblicati sul Blog delle Stelle dove il vicepremier ha anche caricato le varie dichiarazioni patrimoniali già disponibili sul sito della Camera dal 2013.
Se l’idea era quella di fare chiarezza sulle vicende della sua famiglia, le assunzioni in nero nella ditta dei genitori e i presunti abusi (tutti da verificare) relativi ad un terreno di proprietà della famiglia a Mariglianella, i dubbi sono aumentati
Cosa c’è di “strano” nel contratto di Luigi Di Maio?
Partiamo dal contratto di lavoro del vicepremier. Di Maio è stato assunto con contratto a tempo determinato nella ditta dove il padre era direttore dei lavori nel 2008 da fine febbraio a maggio per lavorare come manovale in un cantiere a Napoli.
In quello stesso periodo però Di Maio ha detto nei giorni scorsi che lui e il padre non erano in buoni rapporti e non si parlavano.
Cose che capitano in tutte le famiglie, nondimeno risulta strano che nonostante i rapporti fossero tesi Di Maio — che l’anno prima aveva preso il tesserino da pubblicista — abbia accettato di lavorare per il padre.
Curiosamente proprio a quello stesso periodo risale l’assunzione in nero di Domenico Sposito che ha fatto causa all’azienda di Antonio Di Maio per i fatti che risalgono al periodo compreso tra 2008 e 2011: all’epoca gli venivano corrisposti 37 euro al giorno invece dei 75 pagati nel tempo pieno.
Di Maio era a conoscenza del contratto di lavoro stipulato da un suo collega? Hanno lavorato nello stesso cantiere? Questo il vicepremier non lo chiarisce
Che fine ha fatto il lavoro estivo di Di Maio?
Così come le buste paga pubblicate sollevano un ulteriore dubbio.
Alle Iene Di Maio ha detto di aver lavorato d’estate nei cantieri del padre, ma l’ultimo cedolino risale a maggio del 2008.
Può essere che Di Maio abbia dato un’informazione non corretta alle Iene, oppure la trasparenza non è completa, visto che mancano le buste paga estive.
Repubblica però oggi pubblica l’estratto del documento dei versamenti alla Cassa Edile dal quale risulta che Di Maio non ha mai lavorato durante i mesi estivi come manovale per la Ardima di Paolina Esposito (la madre del vicepremier)
La signora Paolina Esposito e il suo ruolo nella società di famiglia
Quella dei Di Maio è un’attività trentennale, ricordava il vicepremier qualche anno fa, e dal contratto di lavoro si nota come ad amministrare la società fosse Paolina Esposito cui la Ardima Costruzioni era intestata.
Il problema è che la signora Esposito in quegli anni era docente di ruolo in una scuola statale.
La normativa prevede però che gli insegnanti, che sono dipendenti pubblici, non possano svolgere il ruolo di amministratore in una società , come invece dalla lettura delle carte sembra facesse la madre di Luigi Di Maio
La sede legale della ditta? Nel terreno con i ruderi a Mariglianella
Qualche giorno fa il Il Giornale ha rivelato che Antonio Di Maio possiede alcuni terreni a Mariglianella. Su quei terreni (che sono al 50% di proprietà di Antonio Di Maio e per il 50% della sorella) al catasto non risultano presenti degli immobili “fantasma” ovvero edifici che risultano dalle foto satellitari ma che non sono presenti sulle mappe catastali nè risultano dall’atto di vendita (del 2000).
Non è detto che si tratti di un abuso edilizio, oggi il padre del Capo Politico del M5S accompagnerà i vigili per un sopralluogo.
Due giorni fa a DiMartedì Di Maio ha spiegato che «in questo terreno c’è un rudere colpito dal terremoto del 1980 dove vivevano mio padre, mia zia e i miei nonni prima che io nascessi poi se ne sono andati da lì. Lì c’è qualche baracca e c’è qualche edificio utilizzato come deposito degli attrezzi e ci sono degli edifici sgarrupati, sono lì credo da dopo la seconda guerra mondiale. Questo è un terreno che risale ai miei nonni, tutto quello che c’è lì si vedrà se è accatastato o no».
Dalla lettura del contratto di lavoro risulta che proprio al civico (via Umberto I numero 69) dove si trovano quelli che Di Maio chiama depositi degli attrezzi ci fosse la sede legale dell’azienda di famiglia. Quella per la quale Di Maio ha lavorato nel 2008.
Questa informazione però il ministro del Lavoro ha dimenticato di darla a DiMartedì lasciando intendere che su quei terreni in buona sostanza non c’è nulla e quello che c’è è inutilizzato.
L’ultimo aspetto della “trasparenza” riguarda il ruolo di Di Maio in quanto proprietario del 50% della Ardima Srl (l’altro 50% è intestato alla sorella Rosalba mentre il fratello Giuseppe risulta invece essere amministratore unico).
Ieri è stato sollevato il dubbio che durante la scorsa legislatura l’allora vicepresidente della Camera avesse in qualche modo “nascosto” la sua partecipazione nella Ardima Srl. Non è così, perchè dalla documentazione patrimoniale pubblicata nel 2014 Di Maio ha notificato la sua partecipazione — senza funzioni di amministratore o sindaco — nella Ardima Srl.
Tutto nella massima trasparenza quindi? Non proprio perchè l’atto costitutivo della società edile risale al 30 marzo 2012. L’informazione del resto è stata confermata anche dallo stesso Di Maio nel 2015 quando spiegò la genesi della Ardima per rispondere ad un articolo del Giornale.
Di Maio all’epoca spiegava che l’azienda era stata fondata nel 2012 da lui e dalla sorella e che la Ardima Srl era il frutto di una “fusione aziendale” della vecchia società di famiglia (quella per cui ha lavorato).
Il ministro spiegava di non aver menzionato la società “perchè non operante”.
A DiMartedì invece ha detto — rispondendo ad una domanda di Maurizio Molinari — che ne era diventato socio nel 2013.
Inoltre ha fatto sapere che oggi l’azienda non sarebbe operativa perchè non ha nessun operaio e nessun cantiere. Eppure l’ha menzionata nell’ultima documentazione patrimoniale.
L’ultimo aspetto riguarda sempre i rapporti con il padre. Se i due non si parlavano e Di Maio non sapeva nulla di quello che succedeva nella vecchia azienda per quale motivo Di Maio ha deciso di aprirne una nuova (pur non sapendone nulla) nella quale è stato fatto confluire il capitale della vecchia società di famiglia?
Al momento della fondazione della Ardima Srl — sembra di capire — Di Maio disse che la società “aveva mezzi, macchinari e un fatturato costante nei tre anni precedenti”.
Sembra insomma che il ministro sapesse in quale situazione era l’azienda. E del resto nessuno aprirebbe una società senza aver fatto i debiti accertamenti. Non si tratta qui di scaricare su Di Maio le responsabilità del padre ma di far notare: le incongruenze temporali e una certa “leggerezza” nell’apertura della nuova società .
Perchè Di Maio l’ha fatto se non sapeva nulla di quello che succedeva prima non essendosi mai interessato della ditta?
(da “NextQuotidiano”)
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Novembre 29th, 2018 Riccardo Fucile
ALTRI TESTIMONI: IL PADRE COMPILAVA BUSTE PAGA TAROCCATE, PAGAVA UNA PARTE IN NERO
Dopo le polemiche scatenate dall’inchiesta delle Iene – che ha svelato che il padre di Luigi Di Maio avrebbe assunto dei dipendenti in nero – il Fatto Quotidiano riporta alla luce un anno di lavoro da “non inquadrato” del futuro vicepremier alla pizzeria “La Dalila” di Pomigliano d’Arco.
Scopriamo dalla viva voce di chi serve ai tavoli, prepara le pietanze e tiene aperto il il locale che il futuro vicepremier e ministro dello Sviluppo Luigi Di Maio ci ha lavorato per un anno, dall’estate 2011 all’estate 2012, cioè fino a pochi mesi della sua elezione alla Camera, come cameriere “non inquadrato”, che da queste parti significa in nero.
E non solo: ha regalato a questo piccolo ristorante la sua attività di web master, aprendone e curandone il sito internet e la pagina Facebook “senza chiedere un euro: lo faceva a livello amichevole: era lui che faceva le foto delle pizze e le pubblicava”.
Intanto, come riportato da un’inchiesta del Corriere della sera, dalle testimonianze di alcuni lavoratori dell’azienda del padre di Di Maio emerge che l’imprenditore compilava buste paga con cifre non vere.
Antonio Di Maio compilava buste paga per i suoi dipendenti con cifre diverse da quelle reali.
Metteva un compenso inferiore a quello elargito e il resto lo pagava «in nero».
Lo hanno raccontato gli operai che lavoravano per la Ardima Costruzioni al giudice civile cui si era rivolto l’operaio specializzato Domenico Sposito.
E lui stesso non ha negato di aver effettuato «versamenti in contanti».
I verbali dei testimoni e i documenti contabili acquisiti nel corso della vertenza ricostruiscono la gestione dell’azienda di famiglia di Luigi Di Maio, ministro del Lavoro e vicepremier.
La società era intestata alla madre Paolina Esposito, ma era il padre il vero proprietario. E nel 2014 i genitori decidono di donarne le quote ai figli: il 50 per cento ciascuno a Luigi e Rosalba facendole confluire nella Ardima srl di cui è amministratore il terzo fratello, Giuseppe.
E questa mattina sarà proprio Antonio a dover effettuare un sopralluogo con i vigili urbani sul terreno di Marignanella dove aveva sede legale l’azienda per la verifica di alcuni edifici abusivi. Su quei terreni ci sono alcuni ruderi, ma anche un campo di calcio.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 29th, 2018 Riccardo Fucile
LA “PERCEZIONE DI INSICUREZZA” MAGGIORE TRA PERSONE MENO ISTRUITE E ANZIANI … NELLE CASE DI 4,5 MILIONI DI ITALIANI C’E’ UN’ARMA DA FUOCO
In Italia c’è una diminuzione continua dei reati ma cresce nel frattempo la sensazione di
insicurezza dei cittadini.
E questo non può non costituire una grande vittoria per gli imprenditori della paura, ovvero per quelli che lucrano politicamente sull’argomento.
Spiega oggi Grazia Longo sulla Stampa:
Incrociando i dati del Viminale, del Censis e di Noto sondaggi emerge la fotografia di un Paese dove, a fronte di un calo dell’8 per cento dei reati, un italiano su due ha talmente paura da ritenere la sicurezza il problema più grave dopo l’emergenza lavoro e uno su tre vorrebbe l’introduzione di criteri meno rigidi per il possesso di un’arma da fuoco per la difesa personale.
Secondo il Censis, i più convinti in questa direzione sono le persone meno istruite (il 51 per cento tra chi ha al massimo la licenza media) e gli anziani.
Nel rapporto, realizzato con Federsicurezza, viene sottolineato inoltre l’aumento del numero di persone che possono sparare: nel 2017 in Italia si contano 1.398.920 licenze per porto d’armi (dall’uso caccia alla difesa personale).
In sostanza c’è un’arma da fuoco nelle case di quasi 4,5 milioni di italiani (di cui 700 mila minori).
«La gente ha paura al punto da ritenere il tema prioritario — osserva Antonio Noto, direttore di Noto sondaggi -. L’allarme sicurezza è equamente distribuito sul territorio nazionale, senza particolari distinzioni tra Nord e Sud». Ad essere preoccupato per la propria incolumità è il 46 per cento degli italiani, mentre il 33 per cento è d’accordo a incrementare l’uso delle armi per la difesa personale.
«E non si tratta solo di elettori del centrodestra — prosegue il sondaggista -. Di questo 33 per cento, infatti, il 40 per cento è vicino al centrodestra, un altrettanto 40 per cento non ha ideologie politiche e il 20 appartiene al centrosinistra».
Tra le altre caratteristiche di questa fetta di cittadini che rivendicano il diritto a sparare in caso di aggressione, il 65 per cento sono uomini, il resto donne, il 50 per cento ha più di 50 anni, il 25 per cento è composto da adulti e il rimanente 25 per cento da giovani.
(da “NextQuotidiano“)
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Novembre 29th, 2018 Riccardo Fucile
20 POSTI SU 42 ASSEGNATI ALLA NOTA FAMIGLIA CHE MONOPOLIZZA IL MERCATO DEGLI AMBULANTI… CON LA RAGGI NE HANNO OTTENUTI PIU’ DI PRIMA
Venti posti sui quarantadue disponibili per la storica Befana di Piazza Navona saranno assegnati ai Tredicine e ai loro familiari.
Come da tradizione, e grazie al MoVimento 5 Stelle che l’ha rinnovata, quest’anno migliorano il risultato dell’anno scorso, quando vennero assegnati loro 17 banchi su 42 disponibili (e su 30 effettivamente assegnati).
Camilla Mozzetti sul Messaggero racconta i dettagli dell’accordo di quest’anno:
Come si mette quest’anno? L’amministrazione sotto input del neoassessore al Commercio, Carlo Cafarotti — che aveva promesso una «festa di qualità »—, ha messo a bando i posteggi non assegnati nella precedente edizione. Diciannove posteggi complessivi: 1 per i libri dei bimbi, 14 per l’artigianato, 1 per la zampognetta, 2 per i giocattoli e 1 per gli spettacoli viaggianti.
Stefano Tredicine si prende il banco dei libri e il secondo per i giocattoli, mentre il primo va a Pierina Maria Franceschelli, moglie di Dino Tredicine e parente della madre del più noto Giordano, finito nei guai nel processo Mafia Capitale.
Infine Dino si prende il banco della zampognetta che non rientra nel comparto commerciale ma “fa numero” a favore della famiglia.
Non conquistano spazi nell’artigianato solo perchè i loro affari non hanno mai toccato il settore ma basta aggiungere queste nuove assegnazioni a quelle dello scorso anno per capire come nei prossimi sette anni avranno campo libero.
Con il bando della precedente edizione, infatti, la famiglia conquistò 3 dei 7 posteggi per la vendita di alberi e addobbi di Natale e presepi (Anna Maria Cirulli —moglie di Mario Tredicine —, Rina Irene Cirulli, Tania Donatella Tredicine), 6 degli 8 posti per i giocattoli (Sandro Cirulli, Dino Tredicine, “Foodstore” di Alfiero Tredicine, Anna Maria Cirulli, Rina Irene Cirulli, Elio Tredicine), 6 dei 10 banchi per i dolci (Giuliano Adduocchio, Alfiero Tredicine, Giovanni Zappalà , Mario Tredicine, Rina Irene Cirulli, Anna Maria Cirulli) e in ultimo 2 dei 3 posti per i palloncini ripartiti tra Alfiero Tredicine e Sandro Cirulli.
Il conto arrivava a 17 che sale ora a 20 con l’ultima tornata di assegnazioni. Chiaramente anche quest’anno — sempre sul fronte dell’artigianato — non sono stati assegnati tutti i 20 banchi previsti semplicemente perchè gli artigiani non ci sono più. Tant’è vero che se anche gli ultimi vincitori ritireranno le concessioni, si arriverà ad avere una piazza allestita con 42 banchi commerciali anzichè 48.
(da “NextQuotidiano”)
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