Dicembre 27th, 2018 Riccardo Fucile
STAMANE LA CASTELLI RIBADIVA CHE E’ GIUSTO RADDOPPIARE LE TASSE AGLI ENTI DI VOLONTARIATO, DOPO DUE ORE DI MAIO AMMETTE CHE “VA CAMBIATA”
«Difendo la norma, è giusta». «Prendo l’impegno di modificarla nel primo provvedimento utile»:
il bello del MoVimento 5 Stelle — che spiega molto del suo successo elettorale — è che ha delle idee, ma se non vi piacciono ne ha delle altre.
E così stamattina quando i giornali hanno cominciato a parlare del raddoppio dell’IRES per il volontariato ecco che con una plastica rappresentazione della sua unità e delle sue conoscenze prima la viceministra senza deleghe Laura Castelli ha detto che la norma va bene così e poi il vice-bisministro Luigi Di Maio ha preso l’impegno di cambiarla.
In mattinata ecco Castelli: “Stiamo parlando della parte del terzo settore che è persona giuridica e non persona fisica e che fa utili e profitti quando teoricamente non dovrebbe farli. Non stiamo tassando la beneficenza ma quella parte di terzo settore che fa utile”.
Una dichiarazione che sembra surreale perchè evidentemente la viceministra senza deleghe (e per questo ha ragione Tria a non dargliele) non sa che l’utile del no profit non può essere distribuito ai soci ma deve essere di nuovo investito in azienda o nell’associazione o nell’ente no profit.
Quindi, anche se la Castelli non lo sa, con la nuova norma lo Stato tassando l’utile di un’ente no profit gli toglie risorse per fare altro sempre nel suo ambito.
Invece a Di Maio qualcuno deve averlo avvertito perchè nel primo pomeriggio invia una nota inequivocabile alle agenzie di stampa: “Non possiamo intervenire nella legge di bilancio — spiega — perchè si andrebbe in esercizio provvisorio. Ma prendo l’impegno di modificarla nel primo provvedimento utile“.
“Inoltre, abbiamo sentito la comunità dei Frati di Assisi, che ringraziamo per il loro instancabile impegno, e li incontreremo quanto prima”, conclude.
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 27th, 2018 Riccardo Fucile
IL GOVERNO “CHE HA ABOLITO LA POVERTA'” ORA FARA’ TAGLIARE I PASTI AGLI INDIGENTI E L’ASSISTENZA A DOMICILIO AGLI ANZIANI E DISABILI
“E’ giusto: se sei del terzo settore” enti “ecclesiastici e non” si “presuppone che tu non faccia utili visto che sei senza scopo di lucro. Noi tassiamo i profitti delle no profit mica tassiamo i soldi della beneficenza!”.
Lo ha detto oggi la vice ministro all’Economia, Laura Castelli, stamattina al cronista dell’AGI che chiedeva un commento alle polemiche sul caso Ires per il no profit.
Ma il no profit gli utili li deve reinvestire.
Da sempre l’Ires, l’imposta sul reddito delle società che nel 2004 ha sostituito l’Irpeg (imposta sul reddito delle persone giuridiche), era ridotta alla metà per «istituti di assistenza sociale, società di mutuo soccorso, enti ospedalieri, enti di assistenza e beneficenza» e ancora «istituti di istruzione, di studio e sperimentazione di interesse generale senza fini di lucro».
Un lungo elenco di soggetti che dal 1954 godeva di tassazioni agevolate e dal 1973 di un dimezzamento di imposta cancellati ora con un tratto di penna.
La decisione del governo tocca 6.220 tra enti, istituti e associazioni: dalla Croce Rossa ai centri di ricerca come l’Ieo e Humanitas, dal don Gnocchi alle federazioni dei disabili, dalle Misericordie alle scuole cattoliche alle piccole onlus.
A dare un’idea di quello che rischia di accadere è Luca Degani, presidente Uneba (raccoglie 350 fondazioni per servizi ai minori, anziani e disabili), che ne parla con Repubblica: «Una realtà come la Girola che con i proventi degli immobili ogni anno garantisce 150 borse di studio per orfani, vedendosi raddoppiare la tassazione da 200mila a 400mila euro, sarà costretta a tagliare: 50 ragazzi non avranno gli studi pagati e un futuro diverso. La Restelli di Rho che gestisce assistenza domiciliare per anziani, ad esempio, avrà 60mila euro in meno da spendere, significa meno assistenza per tutti. E l’associazione Arca che tra le altre attività garantisce 3mila pasti al giorno non potrà più farlo».
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 27th, 2018 Riccardo Fucile
SALDO E STRALCIO, IL DECIMO CONDONO AGLI EVASORI… SCONTI ANCHE DEL 90% SULLE IMPOSTE EVASE
Tra le novità che la Manovra del Popolo ha accolto con l’intervento di Bruxelles c’è anche il saldo
e stralcio, ovvero il decimo condono del governo Lega-M5S che dovrebbe servire, nelle intenzioni del legislatore, ad aiutare in contribuenti in temporanea difficoltà economica a saldare i conti aperti con il Fisco, mettendosi in regola con le cartelle esattoriali in corso.
Nei giorni scorsi la polemica si era concentrata sulla possibilità o meno che il saldo e stralcio favorisse i padri di Luigi Di Maio e di Alessandro Di Battista, che hanno in comune qualche problema con il fisco e aiutasse anche i conti dello Stato con qualche incasso rapido in più, anche se di minore importo rispetto al dovuto.
Un’elaborazione dello Studio Tributario Timpone & Associati di Roma di cui parla oggi La Stampa dimostra invece che il «saldo e stralcio» rischia di diventare un bel regalo di Natale anche per gli evasori «professionali».
Che grazie al fatto che il meccanismo di pagamento della sanatoria si basa sul reddito Isee, potranno essere notevolmente avvantaggiati. Ma andiamo con ordine.
Le regole prevedono che la sanatoria si possa pagare in unica soluzione entro il 30 novembre 2019 oppure in cinque rate e stabiliscono che sulle cartelle Equitalia già notificate, oltre all’azzeramento di interessi e sanzioni (ma non dell’aggio di riscossione), ci siano forti sconti sull’imposta da pagare.
Gli sconti variano notevolmente, e sono determinati a seconda del reddito del contribuente, calcolato con il metodo dell’Isee, ovvero l’Indicatore della situazione economica equivalente, che tiene conto di reddito, patrimonio (mobiliare e immobiliare) e delle caratteristiche di un nucleo familiare (per numerosità e tipologia).
E proprio qui sta l’inghippo.
I tetti di reddito Isee stabiliti nel «saldo e stralcio» non sono affatto così bassi per quello che si profila come un vero e proprio condono, anche se la Lega voleva partire addirittura da un tetto di 30mila euro.
Un’Isee di 20mila euro, ad esempio, rappresenta una coppia con un figlio che guadagna un reddito netto di 30mila, che dispone di una casa di proprietà con rendita catastale di 500 euro, che ha un conto in banca con 15mila euro di risparmi e ha accumulato, e che infine ha un patrimonio di 25mila investito in titoli pubblici. Insomma, una situazione economica che non si può certo definire critica. Anzi.
Come si può vedere in tabella, contribuenti poco fedeli che hanno debiti col Fisco possono garantirsi un bel vantaggio.
A maggior ragione considerando che non è stato previsto nemmeno un tetto massimo di valore alle imposte da condonare.
Nel primo esempio (25.000 euro di cartelle e reddito Isee di 8,500 euro, aliquota del 16%) si risparmierà il 90,07% del dovuto.
Il secondo esempio (85.000 euro di cartelle e reddito Isee di 15.000, aliquota del 35%) fa scendere il risparmio a un sempre interessante 77,26%.
Una terza ipotesi, con 16.000 euro di cartelle da condonare e reddito Isee di 11.000 (e aliquota del 20%) fa salire il risparmio all’87,78%.
Se ne avvantaggeranno anche gli evasori, sia quelli «totali» che quelli più accorti, che solitamente oltre a fare reddito «nero» tendono anche a intestarsi meno beni possibili. E quindi risultano avere Isee basso
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 27th, 2018 Riccardo Fucile
COSA SI NASCONDE DIETRO LA SPONSORIZZAZIONE DEI MARCHI? E’ ORA DI FARE CHIAREZZA
Matteo Salvini può pubblicare tutti gli scatti che vuole, compreso pane e Nutella, senza che nessuna autorità possa fermarlo: la legge sulla par condicio (n. 28 del 2000), che dovrebbe garantire la parità di trattamento e l’imparzialità dei politici nell’accesso ai mezzi di informazione, non contempla like e cuoricini.
Lo spiega oggi Il Fatto Quotidiano, che nota come il Capitano sia un habituè della citazione di marchi:
Nelle ultime settimane è stato un crescendo. 19 settembre: “Adesso pausa pranzo al volo e il dubbio è: mi faccio un piatto di spaghetti in bianco, al pomodoro o al ragù?”, scrive, Salvini, in primo piano una birra Franziskaner; 22 ottobre: “Yogurt al miele e melissa per Renzi, Boschi e tutti gli amici del Pd, per digerire meglio le storiche sconfitte di Trento e Bolzano”, con immagine di uno Sterzing Vipiteno; 1 dicembre: “Alla vostra salute amici…”, mentre beve un boccale di birra Moretti; 13 novembre: “Si stappa una bottiglia di Nebbiolo (Gianni Gagliardo, La Morra, Cuneo) e la serata assume un sapore diverso”. 4 dicembre: “due etti di bucatini Barilla, un po’di ragù Star e un bicchiere di Barolo di Gianni Gagliardo, alla faccia della pancia!”, la foto è dei bucatini, i marchi citati sono 3.
L’obiettivo, spiegano Patrizia De Rubertis e Wanda Marra, è questo:
Esiste almeno un precedente: Renzi non restituì la bici Colnago, un dono istituzionale, ma la postò più volte. Pubblicità .
Nello staff del ministro dell’Interno negano che Salvini abbia una strategia di tipo commerciale: non ha contatti con le aziende, dicono. La strategia sarebbe comunicativa. Parlare di generi alimentari fa tanto “leader della porta accanto”: in realtà un trucco ormai vetusto. E poi utilizzare i brand fa discutere. Dunque è sempre pubblicità . La tattica pare quella di distogliere l’attenzione. Memento: l’eccesso di comunicazione diventa un boomerang, come dimostra il precedente di Renzi.
(da agenzie)
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Dicembre 27th, 2018 Riccardo Fucile
TRA PORTABORSE, CONSULENTI, PORTAVOCE E STAFFISTI: ALLA FACCIA DELLA LOTTA ALLA KASTA
Il premier Giuseppe Conte e i ministri del M5s costano allo Stato italiano all’incirca 5 milioni di
euro l’anno tra portaborse, collaboratori, consulenti, portavoce e staffisti.
Il conto lo ha fatto il Giornale in un articolo a firma di Pasquale Napoletano, il quale spiega che dal giorno del giuramento dell’esecutivo gialloverde sono stati spesi già due milioni di euro per pagare incarichi.
Il presidente Conte e il bisministro Di Maio sono i più costosi: lo staff esterno del premier è costato fino ad oggi 226mila euro e tra gli emolumenti spicca quello del portavoce Rocco Casalino che intasca 169mila euro l’anno.
I collaboratori di Di Maio nei due ministeri invece arrivano a costare 850mila euro l’anno e finora ne hanno portati a casa 283mila.
Il compenso più alto è per Pietro Dettori: il fedelissimo di Davide Casaleggio porta a casa circa 130mila euro l’anno.
Tra i ministri grillini si fanno notare per staff e spese Sergio Costa e Alberto Bonisoli. Il ministro dell’Ambiente si è circondato di uno staff di 14 persone.
Il peso per le casse dello Stato è pari a 969mila euro l’anno: fino ad oggi è costato 323mila euro.
Il capo di gabinetto, Pier Luigi Petrillo, prende 226mila euro l’anno. Lo Stato italiano per pagare lo staff del ministro dei Beni Culturali ha già speso 234mila euro.
A fine anno i soldi sborsati saranno 702mila per retribuire 14 persone tra portavoce, segretari e consulenti.
Marco Ricci con 102.082,37 ha il compenso più alto.
Barbara Lezzi è invece un ministro senza portafoglio, con delega al Sud, ma spende mezzo milione di euro l’anno per otto collaboratori.
In linea con i predecessori, gli altri ministri del M5s: Riccardo Fraccaro, delega ai Rapporti con il Parlamento,ha lo staff composto da cinque persone: 225mila euro. Fino ad oggi è costato 75mila euro.
La struttura esterna del ministro della Difesa Elisabetta Trenta costa 200mila euro l’anno.
Chiudono la classifica i due sottosegretari Vito Crimi (Editoria), supportato da un mini-staff di due persone (120mila euro l’anno) e Vincenzo Spadafora (Pari Opportunità ) con 4 persone e una spesa di 165mila euro.
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 27th, 2018 Riccardo Fucile
GAFFEUR E FEDELISSIMO, RASSICURANTE E URLATORE, IMPERMEABILE AL RIDICOLO, E’ LO SPIRITO DEI TEMPI
Il modellino di treno che tiene in bella vista, al posto dei libri, sul terzo scaffale della sua boiserie ministeriale nell’ufficio di Porta Pia è da solo il preannuncio di tutto. Danilo Toninelli da Soresina, 44 anni, due figli, sei mesi da ministro alle Infrastrutture e ai trasporti, in fondo a quel treno somiglia. Sotto una teca, posizionato in bella vista, eccolo: la locomotiva di un convoglio fuori contesto.
Non per caso, forse, capita al ministro di riferirsi a se stesso in terza persona: il «sottoscritto», si definisce.
Giunto ormai nel pieno delle sue funzioni , ricevuta rotonda la sua «eredità » da Graziano Delrio che gliela ha lasciata a suo tempo con tanti auguri, Danilo Toninelli sembra perennemente calato da un’altra parte, o diretto altrove: la sua cifra in fondo è l’estraniamento, la sottrazione.
Come se gli mancasse sempre qualcosa, di palpabile e insieme indicibile. Lo si è visto benissimo il 15 novembre, nel giorno del sospirato sì del Senato al decreto su Genova, appena appena novanta giorni dopo la tragedia del ponte Morandi.
Nel mezzo della lettura dei risultati del voto di un decreto giunto alla sua centocinquantesima riscrittura, Toninelli il «sottoscritto» ha slanciato in alto il pugno chiuso della mano destra, per due volte, in segno di vittoria.
Nulla però di epico, di fondante, piuttosto un gesto frivolo, buttato là . Al limite, come ebbe a dire dallo scranno la presidente Elisabetta Alberti Casellati, un «gesticolare in maniera non troppo commendevole per un ministro».
Non commendevole, ma nemmeno minaccioso. Parvero eccessive persino le proteste di Anna Maria Bernini, capogruppo di Forza Italia, per quel pugno senza identità e senza storia, più adatto a racchiudere il vuoto che non a farne il segno di una rivoluzione grillin-guevarista.
Altro che epica. A chi gli rimproverava l’assenza da Roma nei giorni agostani del ponte Morandi, il ministro ebbe a rispondere non a caso sventolando l’orgoglio di una virtù privata, che è all’opposto del sentimento dell’uomo di Stato, di governo.
«Mi fa ridere chi mi accusa di essere al mare con la mia famiglia. Sono fisso al telefono e seguo ogni cosa che riguarda il ministero. E sono felice di farlo stando vicino a chi amo di più ed è quasi sempre lontano. Si chiama amore, ma forse per certa gente è solo un’utopia».
Eccolo, il manifesto toninelliano. Tre metri sopra al cielo: più vicino all’impiegato, però, che all’uomo di governo.
Gaffeur e fedelissimo, rassicurante e urlatore, impermeabile al ridicolo anche quando spiega che nella manovra il ritocco dal 2,4 al 2,04 del Pil «non cambia nulla perchè abbiamo verificato che quei denari avanzavano», Toninelli è lo spirito dei tempi.
E attraverso di lui parla, a vanvera, lo Zeitgeist.
Utilizzando probabilmente il trasporto su gomma attraverso il fantomatico «tunnel del Brennero» che ancora non esiste (e non esisterà fino al 2026) ma che lui confuse con il valico «ma è solo un lapsus e non me ne frega niente dei lapsus perchè lavoro dalle 16 all e18 ore al giorno».
Non antipatico nè particolarmente simpatico, non spaventoso nè eccitante, Toninelli riesce in questo modo nel miracolo di risultare immediatamente riconoscibile pur non avendo, a parte forse i capelli, tratti fondanti che permettano di riconoscerlo.
Insomma un perfetto grillino, roba che nemmeno nei sogni più sfrenati di Gianroberto Casaleggio il Fondatore.
Ancor prima di diventare il protagonista della saga delle Grandi Opere, l’immortale interprete della pièce dal titolo “Valutazione costi-benefici” (trovata del contratto di governo), ancor prima di arrendersi al Terzo valico mutando ancora una volta il «no» in un «sì» come è stato già col gasdotto Tap, Danilo Toninelli ha in effetti attraversato almeno un paio di altre stagioni risultando particolarmente capace di compenetrarsi col ruolo di volta in volta richiesto, e facendo tutt’uno con questo.
Non bisogna dimenticare infatti che la sua prima incarnazione, nella scorsa legislatura, fu quella dell’uomo della legge. Sempre in linea con Grillo e con Casaleggio, era vicepresidente in commissione Affari costituzionali alla Camera, quando ancora Maria Elena Boschi di quella commissione era solo segretaria.
Fu di lì che, un anno e mezzo dopo, uscì dalla bruma indistinta dei grillini, per andare a trattare con Matteo Renzi, allora premier, sulla legge elettorale.
In quello streaming, pietra fondamentale per costruire la futura leadership grillina, Toninelli era l’esperto.
Mentre Luigi Di Maio, per l’ultima volta comprimario in quello che fu l’inizio della sua scalata, era ancora soltanto la faccia nuova che faceva la mossa azzardata. Lo si vede molto bene, nelle immagini di allora.
Toninelli davanti al microfono sdottoreggia di «Democratellum», e magnifica l’esilarante trovata della «preferenza negativa» della quale poi si è inspiegabilmente persa traccia.
Giggino Di Maio annuisce al suo fianco, di fronte all’altrettanto annuente democratica Alessandra Moretti. Era il 25 giugno del 2014. Pochi mesi prima, l’agenzia di stampa Ansa testimoniava l’anonimato del futuro ministro dei Trasporti chiamandolo teneramente in un titolo «Toninelle» e nel testo «Maurizio».
Altro che Maurizio. In pochi anni, invece, Toninelli ha fatto una carriera sfolgorante. Persino superiore alla media comunque sorprendente dell’esercito grillino.
Ex ufficiale di complemento dei carabinieri, ex ispettore di una compagnia assicurativa, l’attuale ministro ha dimostrato uno straordinario talento di comprimario. Forse questo il segreto del successo.
Con Di Maio, ad esempio, ha fatto coppia fissa: dalla fase della riforma costituzionale, fino alla più recente propaganda sul cosiddetto Air Force Renzi. Non a caso, del resto, dopo il 4 marzo finì dritto dritto nel ruolo chiave di capogruppo al Senato – in predicato addirittura per diventare il successore di Grasso a Palazzo Madama – e poi al tavolone per scrivere il contratto di governo, dove si autoattribuì l’immortale definizione di «concentrato».
Dacchè doveva andare alle Riforme, agli Affari costituzionali, Toninelli finì ai Trasporti. E fu persino un bene, perchè questo gli permise l’incontro ravvicinato con il suo successivo mentore, il vicepremier Matteo Salvini.
Fino a nuovo ordine, Toninelli si è fuso infatti con le ragioni del ministro degli Interni al punto da ricevere da costui applausi a scena aperta.
«Nella vicenda Aquarius non si è posto affatto il tema della chiusura dei porti italiani, piuttosto abbiamo sempre chiesto agli altri Paesi di aprire i loro», ebbe a dire, all’apice del cinguettìo sintonico, l’unico politico che avrebbe potuto fare da argine alla linea del capo del Carroccio su porti e immigrazione. «Sono sempre d’accordo con Toninelli», rispondeva compiacente il leghista burattinaio.
Tanta capacità di followship ben si sposa, in fondo, con gli sfolgoranti successi ottenuti sul territorio.
Di Toninelli, gli ingrati usano ricordare in particolare la partecipazione alle elezioni provinciali di Cremona, nel 2010, occasione nella quale raccolse la bellezza di ottantaquattro preferenze.
Ma, per la verità , la sua ultima performance risulta ancora più interessante. Dopo i primi cinque anni alla Camera dei deputati, infatti, Toninelli è riuscito ad entrare al Senato solo grazie al paracadute proporzionale: all’uninominale, per palazzo Madama non ce l’ha fatta, essendo stato totalmente surclassato dalla pitonessa berlusconiana Daniela Santanchè che nella circoscrizione cremonese ha preso il 48 per cento.
Il futuro ministro dei Trasporti è arrivato terzo, col 22 per cento, persino dopo il candidato di centrosinistra, in una tornata elettorale nella quale M5S aveva sfondato il muro del 32 per cento, ottenendo il risultato probabilmente migliore di sempre.
A dispetto di questa valanga di consensi, Toninelli ha conquistato una posizione poi unica, quanto a riconoscibilità .
Anche per i suoi innumeri post, sempre in bilico in un linguaggio da bagni delle elementari che va tra il «Merdellum» col quale definì la legge elettorale Rosatellum, e le «schiforme» d’epoca renziana.
Laureato in Giurisprudenza a Brescia con 100/110, Toninelli non ha il congiuntivo malfermo di altri suoi colleghi, ma nemmeno così saldo da risultare respingente. Perfetto per lo spirito del tempo, anche in questo.
Uno dei suoi orgogli, giusto per festeggiare il suo compleanno, è stato l’aver siglato un «protocollo di intesa» con l’Accademia della Crusca per superare il burocratese: «Ci darà una mano a migliorare tutte le comunicazioni che ogni giorno vengono diramate dal mio ministero. È un tema chiave per me, quasi una fissazione», si vantava.
Peccato poi gli impegni successivi gli abbiano, evidentemente, impedito di stargli dietro. «Antonio Tajani e tutti gli altri che blaterano su Tav si mettano l’anima in pace, la mangiatoia è finita», è l’esempio cardine di uno dei suoi tweet – si ignora se vidimati dalla Crusca.
Sempre un po’ dislocato altrove – troppo sorridente davanti al modellino di Bruno Vespa a Porta a porta, troppo disinvolto nell’annunciare che M5S «vuole creare lo stato etico» – Toninelli è la gioia dei suoi avversari che lo infilzano con voluttà .
Ma risulta impermeabile a tutto. Certamente, dagli inizi, gli hanno evidentemente regolamentato l’uso dei social network.
Un primo step deve essere avvenuto dopo l’incidente di Pioltello, quando Toninelli fece rivoltare l’intera rete prendendosela con il sindaco Giuseppe Sala, trattato alla stregua del responsabile morale della tragedia.
Un secondo step è arrivato in estate, dopo i selfie al mare abbracciato alla moglie quando si era in piena emergenza Genova: da allora, a ben guardare, i figli piccoli finalmente non compaiono più negli scatti.
Pare comunque che non abbia perso il suo tratto naà¯f, lo stesso che ai tempi dell’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti gli permise di invitare tutti a rispettare «il voto della più antica democrazia del mondo». La più antica.
C’è infatti che Toninelli, alla faccia del pensiero complesso, non perde mai il filo, non arrossisce mai. Non quando dice, a margine di una riunione del consiglio Ue a Bruxelles, che «in pochi mesi al massimo anni, Genova tornerà ad essere più forte di prima».
Non quando spiega davanti alla Camera dei deputati di aver ricevuto «pressioni» per non rendere pubblici gli atti relativi alla concessione ad Autostrade, e neanche quando poi, in mezzo al pandemonio che ha creato da solo, è costretto a spiegare che «pressione non voleva essere sinonimo di minaccia, ma significava il tentativo di convincere una persona a fare o non fare una determinata cosa» (si dubita, anche qui, di un intervento da parte dell’Accademia della Crusca), per finire a incartarsi portando elementi persino precedenti alla sua nomina a ministro.
Con il che diventando, dopo il ministro a sua insaputa, il ministro antecedente, cioè il primo ad aver subito pressioni antecedentemente alla propria nomina.
Ostacolo logico alle sue stesse tesi, nel rapporto tra costi e benefici Toninelli riesce però alla fine ad avere il conto in pari, ed è questo lo sconcertante segreto del suo successo.
(da “L’Espresso”)
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Dicembre 27th, 2018 Riccardo Fucile
IL MINISTRO SENZA VERGOGNA CHE NON CONDANNA IL RAZZISMO E’ LO STESSO CHE CANTAVA CORI RAZZISTI CONTRO I NAPOLETANI… FATTI UNA VITA TU, CHE NON HAI MAI LAVORATO IN VITA TUA, VAI A GIOCARE CON I SOLDATINI DAI TUOI AMICHETTI DEL LEONCAVALLO
Neanche una parola sul tifoso morto a Milano o i cori razzisti che fanno vergognare un’intera
città . Un ministro senza vergogna
Incredibile saremmo noi a doverlo dire, perchè si rimane davvero di sasso nel vedere la faccia tosta di un ministro dell’interno che non solo prende in giro gli italiani neanche fosse un ragazzino influencer su Instagram (“Fatevi una vita” da parte di un Ministro della Repubblica), ma si ‘dimentica’ di scrivere qualsiasi cosa sul disastro della sicurezza della partita Inter Napoli, in cui è morto un tifoso della squadra nero azzurra.
C’era da aspettarsi poi che non scrivesse nulla sui cori razzisti a Koulibaly
No, Salvini oggi vola a Pesaro e Catania e nel mentre ‘si beve un caffè’ con la divisa abusiva della polizia addosso.
Un copione trito e ritrito: glissare sui temi scomodi e distrarre con polemiche che si autoalimentano, distogliendo l’attenzione dai problemi, enormi, di questo paese. Intanto, sulla questione sicurezza, nel giro di un paio di giorni sono morte due persone, ieri a Pesaro e oggi a Milano, due città del nord, entrambe in circostanze che lasciano parecchio l’amaro in bocca considerando quanto ultimamente in questo paese si blatera di sicurezza.
Le scuse del sindaco di Milano Sala e lo sdegno di quello di Napoli: “Poteva mai essere sospesa la partita Inter-Napoli in un Paese che vive sempre più di razzismo di Stato e che vede nel Governo un ministro dell’Interno che dovrebbe garantire la sicurezza negli stadi ma che cantava qualche anno fa cori razzisti contro i napoletani?”.
(da Globalist)
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Dicembre 27th, 2018 Riccardo Fucile
“LA DECISIONE SPETTA AL RESPONSABILE DELL’ORDINE PUBBLICO, D’INTESA CON L’ARBITRO”… IL SINDACO SALA CHIEDE SCUSA A NOME DI MILANO… IL QUESTORE DI MILANO DEVE ESSERE DESTITUITO
Inter-Napoli andava sospesa per i cori razzisti rivolti a Koulibaly.
E’ il parere di Giuseppe Pecoraro, capo della Procura Figc: “Per me Inter-Napoli iera andava sospesa per i cori razzisti verso Koulibaly, e infatti gli uomini della Procura hanno segnalato ai funzionari dell’ordine pubblico e al quarto uomo che la squadra partenopea chiedeva lo stop” ha detto all’Ansa.
“La decisione -ribadisce- non spetta a noi ma all’ordine pubblico d’intesa con l’arbitro. Per quel che ci riguarda, è in corso la comunicazione dell’accaduto al giudice sportivo”.
Il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, si è scusato con Koulibaly per quanto successo al Meazza. “Quei buu a Koulibaly sono stati una vergogna. Un atto vergognoso nei confronti di un atleta serio come lui, che porta con fierezza il colore della sua pelle. E anche, pur in misura minore, nei confronti di tante persone che vanno allo stadio per tifare e per stare con gli amici” ha scritto il primo cittadino di Milano in un post su Facebook.
“Chiedo scusa a Kalidou Koulibaly, a nome mio e della Milano sana che vuol testimoniare che si può sentirsi fratelli nonostante i tempi difficili in cui viviamo”.
Se qualcosa di simile risuccederà , il sindaco, che propone all’Inter contro l’Empoli di dare la fascia di capitano a Asamoah, annuncia che lascerà S. Siro.
“Non mi piace, per mia natura, pensare a cosa devono fare gli altri per risolvere i problemi della società in cui viviamo – ha spiegato- . Preferisco sempre partire da cosa devo fare io. E in questo caso farò una cosa molto semplice. Continuerò ad andare a vedere l’Inter, ma ai primi buu farò un piccolo gesto, mi alzerò e me ne andrò. Lo farò per me, consapevole del fatto che a chi ulula contro un atleta nero non fregherà niente di me. Ma lo farò”.
(da agenzie)
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Dicembre 27th, 2018 Riccardo Fucile
LA LEZIONE DI VITA DEL DIFENSORE DEL NAPOLI ALLA FECCIA RAZZISTA… ANCELOTTI: “LA PROSSIMA VOLTA CI FERMIAMO”
“Mi dispiace la sconfitta e soprattutto per aver lasciato i miei fratelli! Però sono orgoglioso del
colore della mia pelle, di essere francese, di essere senegalese, napoletano: uomo”.
Sono le parole di Kalidou Koulibaly pubblicate sul suo profilo Twitter al termine della gara contro l’Inter (persa 1-0) durante la quale è stato bersagliato di ululati razzisti.
Ancora un capitolo amaro nella vicenda dei cori contro Napoli e i napoletani, cori discriminatori e razzisti: Carlo Ancelotti lo dice chiaramente, la prossima volta lascerà il campo di gioco insieme alla sua squadra.
Tolleranza zero da parte dell’allenatore partenopeo che già aveva più volte condannato il comportamento vergognoso degli ultrà .
A finire nel mirino anche il difensore azzurro Kalidou Koulibaly, al quale erano indirizzati gli ululati razzisti della tifoseria dell’Inter a San Siro. Per ben due volte lo speaker ha richiamato i tifosi ricordando che il rischio in queste circostanze è quello di sospendere la partita.
Probabilmente il difensore si è fatto prendere dal nervosismo tanto da reagire fino a farsi espellere per doppia ammonizione dopo un applauso verso l’arbitro Mazzoleni. Una circostanza che conferma anche Ancelotti. “C’è stato un ambiente un po’ particolare. Koulibaly era agitato e nervoso e questo non va bene per noi e non va bene per il calcio italiano – le parole del tecnico -. Le partite si possono interrompere, voglio sapere però quando si devono interrompere. Abbiamo chiesto tre volte alla Procura federale la sospensione per gli ululati contro Koulibaly. Ci sono stati gli annunci, ma non è bastato, hanno continuato. La prossima volta ci fermiamo noi, magari ci danno la sconfitta a tavolino”, ha concluso.
(da agenzie)
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