Gennaio 9th, 2019 Riccardo Fucile
“NESSUNA RISPOSTA DEL GOVERNO SU CONTRATTO, RIORDINO, ASSUNZIONI E PENSIONI”
“Sotto la felpa niente signor ministro!”: è il messaggio rivolto dal segretario generale del Silp, Daniele Tissone, a Matteo Salvini durante la relazione introduttiva al V Congresso nazionale del sindacato di polizia in corso a Rimini alla presenza del capo della polizia Franco Gabrielli e del procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo Federico Cafiero De Raho
Tissone ha lamentato: “Le mancate risposte del governo ai poliziotti in materia di contratto, riordino, assunzioni e pensioni. Non solo. Rispetto alla nostra proposta sull’unificazione tra le due polizie a competenza generale, che Salvini nel 2014 appoggiava e che i 5 Stelle sostenevano prima di essere anch’essi al governo cosa affermano oggi codesti rappresentanti? Non s’ha da farne più niente? Un silenzio penetrante e imbarazzante, ha concluso il segretario generale della Silp.
Protestano intanto anche le guardie giurate, deluse dalle promesse mancate del ministro, che annunciano una mobilitazione “epocale” di una settimana.
(da “Huffingtonpost“)
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Gennaio 9th, 2019 Riccardo Fucile
IL LEADER DEL PIS POLACCO SOSPETTOSO CON LA LEGA PER I RAPPORTI CON LA RUSSIA E DIFFIDENTE VERSO MARINE LE PEN
Si fa presto a dire ‘alleanza sovranista’. L’obiettivo invece non è a portata di mano
nemmeno per Matteo Salvini che oggi è volato a Varsavia per conoscere il presidente del partito nazionalista ‘Diritto e giustizia’ (Pis), JarosÅ‚aw KaczyÅ„ski, in ascesa nei sondaggi in vista delle europee di maggio.
L’idea di base è confluire nello stesso gruppo dell’Europarlamento dopo il voto. Ma tra Salvini e KaczyÅ„ski c’è un ingombro, anzi due. Il primo si chiama: Vladimir Putin. Il secondo, di conseguenza, si chiama: Marine Le Pen.
Nella conferenza stampa dopo il faccia a faccia di un’ora e mezza con il potente KaczyÅ„ski, che formalmente ora in Polonia è solo un deputato della Dieta ma nella realtà controlla tutto nel governo guidato dal suo partito, lo stesso leader leghista ammette le difficoltà , a mezza bocca. “Siamo d’accordo sul 90 per cento, ci teniamo un 10 per cento di discussioni aperte, sennò sarebbe noioso”, esordisce. “Abbiamo cominciato un dialogo. Chiudere in un’ora e mezza mi sembra eccessivamente ottimista, abbiamo proposto un programma comune da presentare ad altri movimenti europei”
Tradotto: “Essere il secondo gruppo in Parlamento o comunque fondamentali per determinare una maggioranza”.
Ecco, ma raggiungere questo obiettivo uniti non è semplice, nemmeno per tutte queste forze sovraniste che i sondaggi danno in crescita in tutta l’Unione.
I media polacchi hanno accolto la visita di Salvini a Varsavia con mille interrogativi sui suoi rapporti di amicizia con Vladimir Putin, l’eterno nemico russo per la Polonia che negli anni è scivolata a destra con KaczyÅ„ski e prima con suo fratello Lech (ex presidente morto in un incidente aereo) ma che non dimentica la dittatura sovietica. Nel paese insomma la questione ‘Putin’ è più che sentita: non è solo un vezzo dei media.
Proprio su questo, in piazza a Varsavia Salvini si becca anche la contestazione di un gruppo che in italiano gli urla: “Razzista e ‘succhiacazzi’ di Putin vaffanculo!”
Ma comunque, a fine visita, anche dallo stesso entourage di Salvini filtra che Putin resta un problema nei rapporti con il leader polacco, capo di un partito nazionalista (il Pis, ‘Diritto e giustizia’) che all’Europarlamento conta ben 18 deputati.
Sono la delegazione più numerosa all’interno del gruppo dei Conservatori e riformisti (Ecr), al secondo posto dopo i Conservatori britannici che però al prossimo giro non ci saranno più causa Brexit.
Insomma è un gruppo fa gola a chi come Salvini vuole creare un’alleanza sovranista per le europee. E inoltre è un gruppo politico che governa un paese, lo stesso leghista non nasconde quanto gli piacerebbe stringerci una vera alleanza: “C’è interesse da parte di vari Stati a cambiare l’Europa, è un’occasione storica. Chissà che all’asse franco-tedesco non si sostituisca un asse italo-polacco”.
Per ora non c’è. Salvini prova a convincere KaczyÅ„ski, senza naturalmente rinnegare il suo rapporto con Putin: non può. “Ho ribadito che facciamo parte dell’Ue e dell’Alleanza Atlantica”, dice dopo aver incontrato il capo supremo del Pis che ha tutto l’interesse ad avere la Nato a difesa dei confini polacchi dalla minaccia russa. “Continuo ad avere dubbi sull’utilità delle sanzioni economiche per risolvere le controversie politiche – aggiunge Salvini in riferimento alle sanzioni contro Mosca decise dalla comunità internazionale dopo la crisi in Crimea – Ma il diritto alla sovranità del territorio polacco non può essere messo in discussione da nessuno”.
Rassicurazioni che non si sono rivelate sufficienti in questo primo incontro. Ce ne saranno altri, magari in Italia, auspicano i leghisti.
Ma a Varsavia non c’è solo l’ombra di Putin a oscurare l’armonia tra sovranisti. C’è anche la storica diffidenza dei polacchi verso Marine Le Pen, l’altra alleata ‘forte’ di Salvini verso il voto di maggio, anche lei super-amica di Putin tanto che, secondo alcune ricostruzioni, avrebbe accettato un finanziamento dei russi per il suo partito, quando ancora si chiamava Front National.
La leader del Rassemblement National è già stata a Roma lo scorso autunno per un incontro in pompa magna mediatica con Salvini. Ebbene: i deputati del Pis non hanno granchè da spartire con lei.
Infatti per ora fanno parte di due gruppi diversi all’Europarlamento: i polacchi sono nei ‘Conservatori e Riformisti’ (Ecr), dove di recente è confluita Giorgia Meloni e il suo ‘Fratelli d’Italia’, in vista delle prossime europee; i francesi sono nel gruppo ‘Europa delle Nazioni e delle Libertà ‘ (Enf), lo stesso dei leghisti.
Ora: l’idea di Salvini e del suo ‘sherpa’ sulle alleanze europee Lorenzo Fontana, ministro per la Famiglia e le disabilità attivo negli incontri con i sovranisti degli altri paesi, è di stringere un’alleanza ‘identitaria’ con più partner possibili e creare un nuovo gruppo dopo le elezioni di maggio. Un nuovo gruppo, che vada quindi oltre l’Ecr e l’Enf.
Provano a praticare questa terza via, dopo che le due opzioni iniziali si sono rivelate impossibili al primo test di oggi in Polonia.
La prima: che la Lega confluisca nell’Ecr. E’ una via auspicata dalla parte italiana del Ppe, gli eurodeputati di Forza Italia, interessati ad agevolare un’alleanza tra Popolari e ‘Conservatori e Riformisti’ dopo le europee anche in chiave di politica interna italiana Ma per Salvini il prezzo sarebbe troppo alto: dovrebbe abbandonare la Le Pen.
La seconda opzione è anche più ostica, alla luce dell’incontro di oggi a Varsavia: portare KaczyÅ„ski e i suoi nell’Enf. Non se ne parla.
E così si lavora a un nuovo gruppo, con tanta fiducia, ci dice Fontana, ma con risultati tutt’altro che scontati.
E così alle differenze di fatto sulle politiche economiche (nessuno dei paesi sovranisti ha aiutato il governo gialloverde nel braccio di ferro con Bruxelles sulla manovra) e sui migranti (uniti nel respingere i barconi ma non sulla redistribuzione che continua ad essere un problema per l’Italia), si aggiungono le distanze geopolitiche.
L’alleanza sovranista parte in salita.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 9th, 2019 Riccardo Fucile
IL NUOVO SISTEMA INVOGLIA I “PICCOLI” A DICHIARARE MENO DI 65.000 EURO L’ANNO
«Mi fa la fattura?», in Italia, dove vengono evasi ogni anno tra i 110 e i 140 miliardi di euro, si tratta di una domanda scomoda. Quantomeno insolita.
E da qualche giorno questa stessa domanda è addirittura diventata motivo di ansia per i portatori sani di partite Iva, titolari di bar e ristoranti, impiegati amministrativi di piccole e medie aziende.
Il motivo di tanto disagio sta nell’introduzione, a partire dal primo gennaio, della fatturazione elettronica.
Una rivoluzione che manda in pensione la vecchia ricevuta cartacea, sostituita da un sistema di contabilità digitale.
Si compila il formato online della e-fattura, si preme il tasto invio e il documento viene spedito allo Sdi, Sistema di intermediazione, piattaforma digitale gestita da Sogei, società di informatica del ministero dell’Economia.
Se la fattura è stata compilata correttamente, viene accolta e inoltrata all’Agenzia delle Entrate che, a questo punto, avendo a disposizione moltissime informazioni sulle attività economiche delle imprese, potrà facilmente individuare gli evasori.
Bello, vero? Peccato che nell’Italia dei garbugli e dei pizzicagnoli l’intera questione assume una dimensione tutt’altro che lineare.
La nuova e-fattura, che promette di cambiare tutto, lascia gli evasori al proprio posto.
L’operazione funziona se la platea di soggetti coinvolti è vicina alla totalità delle transazioni.
In Europa saremmo i secondo a sperimentarlo. Prima di noi c’è arrivato il Portogallo, dove il sistema già funziona. Il programma di Lisbona si chiama “e-fatura” ed è stato introdotto nel 2013 dai tecnici della Troika che hanno collegato tutti i registratori di cassa del Paese all’agenzia delle entrate, così da tenere traccia di ogni ricevuta o scontrino emesso. Non solo.
Ogni cittadino può verificare online ciascuna spesa effettuata, ottenere le detrazioni fiscali senza dover conservare le ricevute cartacee, inviare in automatico la dichiarazione dei redditi e partecipare a una lotteria della fortuna, che consente di vincere fino a 50 mila euro per ogni 10 euro di spesa.
Così si incentiva il consumatore a chiedere lo scontrino al commerciante.
In base ai dati dell’agenzia statistica portoghese, tra il 2012 e il 2016 il gettito Iva è aumentato del 12,5 per cento.
In Italia però le cose possono andare diversamente, se non altro perchè il sistema di tracciabilità digitale non coinvolge l’ultimo miglio della catena delle compravendite avvenute sul territorio nazionale.
L’Agenzia delle Entrate è stata meticolosa nello spiegare come effettuare le e-fatture “business to business”, cioè fra aziende e titolari di partite Iva, mentre solo negli ultimi giorni di dicembre ha chiarito cosa succederà per la fatturazione “business to consumer”, cioè la fattura rilasciata da un commerciante, un professionista o un artigiano a un cittadino.
«I dettagli stanno arrivando in questi giorni. Pare che il negoziante rilascerà al cliente un certificato provvisorio per testimoniare l’avvenuto pagamento. Contemporaneamente l’esercente invierà l’e-fattura all’Agenzia delle Entrate. Poi il cittadino dovrà accedere al sistema digitale tramite la Carta Nazionale dei Servizi o attraverso lo Spid, perchè solo le fatture elettroniche faranno fede ai fini delle detrazioni.
Dunque, i cittadini dovranno dotarsi di una password, ma i contorni sono ancora piuttosto sfumati», dice Agostino Bonomo, presidente della Confartigianato Veneto
Saranno esentati dalla fatturazione elettronica medici e farmacisti e quindi bisognerà continuare a conservare nel cassetto gli scontrini della farmacia o del pediatra per poi estrarle al momento della dichiarazione dei redditi per ottenere la detrazione fiscale.
Gli altri esonerati sono i titolari di partita iva che sceglieranno il regime forfettario, meglio noto come flat tax, riservato a chi dichiara ricavi inferiori ai 65 mila euro.
In base a uno studio condotto dall’Associazione italiana dottori commercialisti, il 78 per cento delle partite Iva dichiara meno di quella cifra e sarà quindi escluso dall’obbligo della fatturazione elettronica.
Dunque, è molto probabile che l’idraulico o l’imbianchino non fornirà fattura.
«Il danno per gli studi professionali e le imprese artigiane strutturate sarà elevatissimo», avverte Andrea Dili, commercialista e titolare di Tabula, società di ricerca e consulenza sui temi del welfare e della previdenza.
Gli agevolati dalla flat tax non solo pagheranno solo il 15 per cento di Irpef, ma avranno il vantaggio diretto sull’Iva: «Per essere chiari, a parità di parcella netta, un avvocato che aderisce al forfettario potrà costare al proprio cliente il 22 per cento in meno (pari al costo dell’Iva) di un avvocato che non vi aderisce. E la situazione potrebbe ulteriormente aggravarsi con l’estensione del regime forfettario da 65 a 100 mila euro di ricavi che entrerà in vigore dal 2020. Cioè, si favorisce la piccola dimensione aziendale, mentre chi sta cercando di espandere l’attività sarà penalizzato», dice il commercialista.
Ma allora, chi dovrà farsi carico della fatturazione elettronica? Sicuramente le medie imprese, quelle che già si sobbarcano il peso della complessa burocrazia italiana e l’onere maggiore della sesta pressione fiscale più alta al mondo.
L’Api, associazione piccole e medie imprese, ha condotto per L’Espresso un sondaggio fra i propri iscritti, secondo cui il 54 per cento degli imprenditori ritiene la fatturazione elettronica inutile.
«Se l’e-fattura dovesse funzionare, verrebbero meno molti balzelli burocratici. Ma gli imprenditori temono una replica del flop Sistri, il sistema di tracciamento digitale dei rifiuti speciali, introdotto nel 2011, mai partito e costato parecchi miliardi alle aziende», racconta Stefano Valvason, direttore generale di Api Lombardia, che spiega come già oggi chi sta sperimentando l’e-fattura riscontra una serie di difficoltà .
«Il 13 per cento delle fatture inviate allo Sdi non supera i controlli e viene scartato, creando una serie di problematiche ai contabili delle aziende. E poi, siamo davvero sicuri che il sistema sia in grado di sostenere una mole di 40 miliardi di transazioni l’anno? Perchè se la e-fattura non dovesse funzionare, l’effetto sarebbe devastante per quelle imprese che hanno investito quattrini per formare il personale, acquistare il software, implementare i sistemi informatici e così via», continua il direttore. Nell’avanzata Lombardia solo il 56 per cento del territorio è cablato con la banda ultra larga, mentre altrove la connessione salta non appena la mole di dati da trasferire si fa consistente: «E se la linea dovesse interrompersi al momento dell’invio di una e-fattura? Esiste una procedura d’emergenza? E chi opera in zone prive di connessione come farà ?», si domanda Valvason.
Fortunatamente i primi nove mesi saranno senza sanzioni per i ritardi e gli errori.
Veniamo ora ai risultati attesi.
Secondo le previsioni della relazione tecnica dell’ultimo decreto fiscale, il gettito netto garantito dall’introduzione della fatturazione elettronica viene stimato in 300 milioni per il 2019, oltre un miliardo per l’anno successivo e 1,91 per il 2021.
Resta da capire se gli evasori totali saranno stanati dall’e-fattura.
Secondo Giuseppe Marino, professore di Diritto Tributario all’Università Statale di Milano, potrebbe accadere il contrario: «I costi che stanno dietro la fatturazione elettronica e la diffidenza dei piccoli può portare a sommergere quello che è emerso». La previsione di Marino è una riduzione della dimensioni aziendale media: «Servirebbe una politica fiscale che accompagni la crescita dimensionale delle imprese, perchè è più difficile gestire il denaro in nero nelle aziende di medie e grandi dimensioni, maggiormente soggette all’ispezione del Fisco. Se invece si mantiene un’economia da pizzicagnolo è più semplice sfuggire ai controlli ed evadere il fisco». E visto che la flat tax non solo garantisce una riduzione dell’Irpef, ma consente di ovviare all’introduzione dell’e-fattura, probabilmente molti imprenditori verranno colpiti dalla sindrome di Peter Pan.
Un imprenditore che sogna di restare piccino. Un ossimoro.
(da “L’Espresso”)
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Gennaio 9th, 2019 Riccardo Fucile
L’ENNESIMO REGALO ALLE BANCHE DEL GOVERNO “CONTRO I BANCHIERI”
Nei giorni scorsi in un’intervista al Messaggero il sottosegretario leghista Durigon aveva
spiegato che i lavoratori statali intenzionati a utilizzare Quota 100 per andare in pensione avrebbero dovuto chiedere un prestito alle banche, pagando i relativi interessi, per ricevere la loro liquidazione: «Gli interessi? Saranno a carico dei beneficiari».
«Ma scusi, le pare normale che uno per andare in pensione deve chiedere un prestito?», avrebbe potuto dire Salvini (ma non lo ha fatto) visto che sosteneva la stessa tesi all’epoca in cui venne varato l’Anticipo Pensionistico durante la scorsa legislatura, quando il leader della Lega era all’opposizione.
Nonostante le parole del sottosegretario Durigon, qualcuno ha messo in dubbio la veridicità dell’informazione, sostenendo che le banche avrebbero dato invece prestiti senza interessi.
Ovviamente se uno dice che una banca ti presta i soldi senza interessi quando le banche sono nate per prestare i soldi e lucrare sugli interessi, questo può significare due cose:
a) è tremendamente stupido
b) è pagato per mentire (o riceve qualche altra utilità per farlo) ed è così tremendamente stupido da non capire che bisogna difendere le cose in maniera credibile.
L’unica possibilità di non pagare gli interessi è che se ne faccia carico qualcun altro (lo Stato, ovviamente, cioè la fiscalità generale, cioè tutti noi).
In ogni caso, oggi il Sole 24 Ore conferma che chi andrà in pensione con Quota 100, se vuole subito la liquidazione, dovrà chiedere un prestito e pagare i relativi interessi alle banche:
Il Governo sarebbe orientato a stringere i tempi anche sulla convenzione che dovrà essere stipulata tra il ministero dell’Economia, quello del Lavoro e l’Abi per confezionare il meccanismo finalizzato a dare la possibilità ai dipendenti pubblici di chiedere un anticipo bancario (prestito ponte) per ottenere già al momento del pensionamento la liquidazione, seppure pagando i relativi interessi.
L’alternativa è nota: non meno di due anni per incassare il Tfs, previsto addirittura in tre rate se superiore ai 100mila euro lordi annui.
Una situazione che si trascina dal 2010, ovvero da una dei primi provvedimenti di taglio lineare che hanno preceduto le successive spending review.
Un differimento che i sindacati hanno da tempo impugnato davanti alla Consulta contestando l’evidente disparità di trattamento rispetto ai lavoratori privati.
Proprio per evitare ulteriori disparità il finanziamento su convenzione Abi varrebbe per tutti i futuri pensionamenti nella Pa, non solo per “quota 100”.
Il quotidiano ricorda giustamente che l’attesa per la liquidazione vale anche per i dipendenti pubblici che non usufruiscono di quota 100, il che è vero.
Quello che il Sole 24 Ore non dice è che secondo la bozza di Quota 100 chi la utilizza dovrà attendere otto anni e non due:
Il Trattamento di fine rapporto (Tfr) degli statali era uno dei nodi più complessi da sciogliere. Pagare immediatamente le liquidazioni ai dipendenti pubblici avrebbe avuto un costo proibitivo per le casse dello Stato, oltre 7 miliardi di euro, che andrebbero sommati ai 21 miliardi che già costa in tre anni la misura. Il pagamento, dunque, sarà posticipato. tn ritardo che nei casi più estremi potrebbe arrivare anche fino a otto anni.
La regola infatti sarà questa: la liquidazione potrà essere incassata solo nel momento in cui saranno maturati i requisiti previsti dalla normativa Fornero, ossia 67 anni di età , o 42 anni e 10 mesi di anzianità contributiva.
Il decreto prevede però, che rimangano in vigore anche le regole di liquidazione attuali della buonuscita. Oggi il Tfr e il Tfs vengono liquidati solo fino a 50 mila euro, mentre se l’importo supera i 50 mila euro, ma è inferiore a 100 mila euro, viene liquidato in due rate annuali (con un ritardo quindi di 12 mesi); se l’importo supera i 100 mila euro, le rate annuali diventano tre.
Insomma, se un dipendente pubblico lasciasse il lavoro a 62 anni di età avendo versato 38 anni di contributi (come previsto da Quota 100), e avesse maturato una liquidazione superiore a 100 mila euro, per avere l’intera cifra dovrebbe aspettare i 70 anni. Il governo sarebbe consapevole di questo problema e starebbe contrattando con l’Abi la possibilità di un anticipo bancario per permettere agli statali di ottenere in tempi più brevi la liquidazione.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 9th, 2019 Riccardo Fucile
ERA STATO ATTACCATO DAI LEGHISTI PER IL PROGETTO DI UNA SECONDA SEDE A NAPOLI
Il professor Vincenzo Barone, rettore della Normale di Pisa, ha presentato le dimissioni nel corso della seduta del Senato accademico.
Attaccato dalla Lega per il “progetto Napoli” – l’apertura di una seconda sede della Scuola in Campania – e messo in minoranza nel Senato Accademico, Barone si è convinto che la battaglia era ormai persa e un ulteriore muro contro muro, dicono in molti a Palazzo della Carovana, avrebbe solo ulteriormente danneggiato l’immagine della Normale e anche quella dello stesso direttore.
Considerato anche “il forte dissenso interno che si è immediatamente sviluppato su questo e altri elementi chiave del mio programma di mandato”, appare “evidente che le mie dimissioni da direttore siano inevitabili, come, peraltro, ho sempre riaffermato: non sono e non potrei mai essere un direttore che non cerchi di realizzare il mandato per cui è stato eletto” afferma nella lettera di dimissioni recapitata al Senato accademico, il direttore Vincenzo Barone che ricorda anche che il progetto di una “Normale al Sud ha sempre fatto parte del mio programma di mandato”.
“La scuola così costruita – spiega Barone – doveva poi poggiarsi interamente sulle proprie gambe e camminare da sola: la Scuola Normale Superiore di Pisa doveva solo essere il miglior ‘incubatore’ possibile. Già l’articolo di legge approvato alla Camera non corrispondeva esattamente a questo progetto, ma, soprattutto, la versione finale approvata il 30 dicembre scorso rappresenta un completo stravolgimento dell’idea iniziale, ricondotta all’ennesima scuola locale, filiazione di un’università madre e senza nessuna autonomia”.
Infine, Barone sottolinea che “la mozione di sfiducia al direttore è stata introdotta da me per la prima volta nello statuto della scuola” ma segnala con amarezza “l’accelerazione inusuale dell’insoddisfazione generale, peraltro durante una mia assenza per malattia”.
Ieri e assemblee del personale avevano dato mandato ai loro rappresentanti nel Senato Accademico di votare la sfiducia: il pronostico parlava di 12 voti a favore della mozione e un astenuto, il vicedirettore che ricopre un ruolo di garanzia.
La decisione arriva al termine di una lunga polemica legata ad un suo progetto di voler aprire una seconda sede della prestigiosa scuola di Pisa nel Sud Italia in virtù di una collaborazione con l’Università Federico II di Napoli.
Un progetto che, una volta reso pubblico, ha scatenato polemiche sia all’interno del mondo accademico che del mondo politico.
“Eppure resto convinto che, in una città piccola come Pisa, la Normale possa risultare competitiva solo come capofila di un progetto più vasto” afferma Barone in un’intervista al Foglio in edicola oggi, in cui denuncia il sovranismo accademico messo in piedi dalla Lega, che ha lottato perchè la Normale rimanesse solo pisana.
“La Lega è stata un po’ contraddittoria con se stessa” dice il professore, la versione iniziale della legge l’avevano scritta loro, non io: ma di fronte a una rivendicazione campanilistica, hanno ritenuto che i poteri locali dovessero prevalere sull’autonomia dell’università “.
E al fianco della Lega, prosegue Barone, “c’è una totale assenza dei 5 Stelle, che si erano detti molto interessati; da quel lato, silenzio assordante”.
Grande eco aveva avuto anche la denuncia di Vincenzo Barone sulle enormi difficoltà di promuovere una donna nel mondo universitario.
Fra i più agguerriti contestatori dell’ipotesi di dar vita ad una seconda Normale a Napoli, il sindaco di Pisa Michele Conti e il deputato toscano Edoardo Ziello (entrambi della Lega) che hanno apertamente osteggiato il progetto di Barone.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 9th, 2019 Riccardo Fucile
RICALCA INTEGRALMENTE IL SALVA-RISPARMIO DEL GOVERNO GENTILONI
Il decreto pubblicato in Gazzetta ufficiale che fa scattare la protezione pubblica su Carige –
dalla garanzia sulle emissioni di obbligazioni alla possibile ricapitalizzazione precauzionale ad opera dello Stato – ricalca integralmente il salva-risparmio che mise in piedi il governo Gentiloni per affrontare le crisi delle banche Venete e del Monte dei Paschi.
Cambiano alcuni riferimenti interni al testo e – soprattutto – la dotazione finanziaria a supporto: 1,3 miliardi nel primo caso, fondo da 20 miliardi nel secondo.
Ma basta scorrere l’elenco degli articoli (23 nel caso di Carige, 28 nel salva-risparmio) per rendersi conto di come i due interventi siano identici, muovendosi d’altra parte entro una materia che è disciplinata da normative emanate a livello europeo.
Nei testi ufficiali abbiamo analizzato gli snodi più rilevanti del testo. Prendendo come riferimento il decreto Carige, abbiamo sottolineato le parole che si ripetono rispetto al passato negli articoli del Capo I dal numero 1 al numero 6, che spiegano come funzionano le garanzie sulle passività di nuova emissione (fino a 3 miliardi coperti, nel caso di Carige).
Poi, passando al Capo II, negli articoli che disciplinano l’intervento dello Stato a rafforzamento del patrimonio (dal 12 al 17).
E ancora nell’articolo 20, che riguarda la condivisione degli oneri da parte degli investitori privati, e infine nell’articolo 22 che riguarda le risorse finanziarie necessarie a sostenere gli interventi pubblici.
Questi sono, è bene ricordare, di duplice natura. La garanzia sulle obbligazioni è una tregua di liquidità che – nel caso di Carige – dovrebbe consentire ai commissari di portare a termine l’aumento di capitale o la vendita dell’istituto, magari ripulito di parte dei crediti deteriorati. Perchè scatti è comunque necessario il benestare della Commissione europea, che monitora la situazione.
Anche nel caso della ricapitalizzazione preventiva servirebbe il via libera Ue. Come dettagliato nel testo, analogamente a quanto avvenuto per banche venete e Mps (diverso fu il caso delle banche del centro Italia), si prevede la partecipazione degli investitori privati.
Questi, prima dell’ingresso dello Stato, dovrebbero accollarsi le perdite. Come? Attraverso la conversione in nuovi titoli di quelli detenuti dai “vecchi” azionisti e degli obbligazionisti subordinati.
Nel caso di Mps, sul mercato circolavano subordinati che sono stati azzerati e poi rimborsati al retail in forma di nuove obbligazioni garantite.
Per Carige, non ci sono bond “junior” sul mercato ad eccesione del prestito da 320 milioni sottoscritto dal Fondo interbancario, alimentato con i contributi di tutto il sistema bancario: paradossalmente, sarebbero gli altri istituti a rimetterci.
Quanto agli azionisti, esistono circa 55mila piccoli soci che hanno già visto precipitare sul mercato il valore del titolo a quota 0,0015.
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 9th, 2019 Riccardo Fucile
QUELLO CHE NON POTEVANO FARE IERI, OGGI SCOPRONO CHE SI PUO’ FARE
Pronto un emendamento del ministero dello Sviluppo economico per fermare le trivelle nello Jonio. Lo ha annunciato il Mise in una nota.
La proposta, si legge, prevede per un “termine massimo di tre anni”, la sospensione dei “permessi di prospezione e di ricerca già rilasciati, nonchè i procedimenti per il rilascio di nuovi permessi di prospezione o di ricerca o di coltivazione di idrocarburi. Grazie a tale moratoria, sarà impedito il rilascio di circa 36 titoli attualmente pendenti, compresi i tre permessi rilasciati nel mar Ionio”.
Nella proposta di modifica al dl Semplicazioni si legge “le attività upstream non rivestono carattere strategico e di pubblica utilità , urgenza e indifferibilità “.
Nella nota si precisa: “L’introduzione del Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee (Ptesai), strumento già in programma da tempo, e la rideterminazione di alcuni canoni concessori. Il Piano andrà definito e pienamente condiviso con Regioni, Province ed Enti Locali e individuerà le aree idonee alla pianificazione e allo svolgimento delle attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi sul territorio nazionale e quelle non idonee a tali attività . Questo per assicurare la piena sostenibilità ambientale, sociale ed economica del territorio nazionale e per accompagnare la transizione del sistema energetico nazionale alla decarbonizzazione”.
Infine l’emendamento prevede, “a tutela di tutte le parti in causa che, fino all’approvazione del Ptesai, con un termine massimo di tre anni, saranno sospesi i permessi di prospezione e di ricerca già rilasciati, nonchè i procedimenti per il rilascio di nuovi permessi di prospezione o di ricerca o di coltivazione di idrocarburi. Grazie a tale moratoria, sarà impedito il rilascio di circa 36 titoli attualmente pendenti compresi i tre permessi rilasciati nel mar Ionio”.
La discussione si svolgerà nei prossimi giorni in Commissioni riunite Affari Costituzionali e Lavori Pubblici, Comunicazioni.
(da agenzie)
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Gennaio 9th, 2019 Riccardo Fucile
L’IMMUNOLOGO E’ SCOMPARSO A 83 ANNI, UNA VITA DEDICATA ALLA RICERCA E AI PAZIENTI
In molto lo ricordano per quel bacio sulla bocca nel 1991 di fronte alle telecamere a Rosaria
Iardino, sieropositiva.
Un gesto simbolico per abbattere i pregiudizi sulla trasmissione dell’Hiv. Ma l’immunologo Ferdinando Aiuti, morto oggi a 83 anni al Policlinico Gemelli di Roma, era soprattutto il pioniere della lotta all’Aids.
Nato a Urbino nel 1935, si era laureato in medicina nel 1961 all’Università La Sapienza di Roma, dove in seguito diventò fino al 2007 professore ordinario di Medicina Interna, direttore e docente della Scuola di Specializzazione in Allergologia e Immunologia Clinica, nonchè coordinatore del Dottorato di Ricerche in Scienze delle Terapie Immunologiche.
Allergologo, immunologo, reumatologo, infettivologo, era un esperto nella cura di malattie autoimmuni, connettiviti, vasculiti, asma, immunodeficienze, infezioni ricorrenti, allergie e intolleranze alimentari, vaccini.
Ma il suo contributo maggiore, la più importante eredità che ha lasciato, riguarda l’impegno nella ricerca e nella sensibilizzazione contro l’Aids.
La sua fama si deve soprattutto al suo impegno a sostegno dei malati di Aids. E’ stato Aiuti che nel 1985 fondò l’Associazione Nazionale per la lotta contro l’Aids (Anlaids), di cui era presidente onorario. Si tratta della prima associazione italiana nata per fermare la diffusione del virus HIV, sostenendo la ricerca, ma anche organizzando campagne di prevenzione e informazione. Importante è stato il contributo di Aiuti a sostegno delle persone Hiv positive e la sua lotta agli stereotipi.
Celebre, non solo in Italia, è quella foto scattata da un reporter nel 1991, alla Fiera di Cagliari, quando durante un congresso in cui si discuteva della possibilità che l’Aids si trasmettesse anche per via orale, Aiuti afferrò a un tratto la Iardino e la baciò sulla bocca. Si trattò di un gesto plateale per convincere il pubblico che il virus non poteva essere trasmesso per via orale. Un modo per cancellare lo stigma.
In un’intervista più tardi raccontò che quel bacio era “servito a togliere dubbi a molte persone, ma non a tutti, visto che esistono ancora questi episodi di non conoscenza del problema”.
Anche la sua attività di ricerca è stata molto proficua con oltre 600 pubblicazioni su riviste scientifiche, delle quali 380 su riviste internazionali recensite da Pub Med. Aiuti ha portato contributi originali alla diagnosi e terapie di malattie da immunodeficienza primitiva, infettive, autoimmuni, reumatiche, allergiche, linfoproliferative, oftalmiche, neurologiche, dell’apparato gastroenterico ed epatiche. Le sue ricerche sono state anche dirette all’individuazione di metodiche immunologiche atte a valutare il sistema immunitario in condizioni normali e patologiche.
Altre ricerche significative sono state condotte sulla vaccinazione contro il virus Hiv-1, la patogenesi e la terapia dell’allergia alimentare, la descrizione e terapia di nuove forme di immunodeficienza primitiva, terapia della infezione da virus della epatite B e C, diagnosi e terapia della infezione da Hiv-Aids e alcuni tumori correlati alle immunodeficienze.
E’ stato membro dei consigli scientifici di numerose società scientifiche di immunologia e ha fatto parte di varie commissioni ministeriali.
E’ stato nominato dal presidente della Repubblica italiana cavaliere di Gran Croce al Merito della Repubblica nel 1992, la massima onorificenza che viene consegnata in Italia per meriti o per la carriera.
Nella sua vita ci fu anche una breve parentesi politica: fu eletto nel 2008 come capolista del PdL al Campidoglio, e poi si ricandidò nel 2013, sempre con Gianni Alemanno, ma non venne eletto.
Nel 2010 è stato nominato dal ministro della Pubblica Istruzione e Ricerca Scientifica, su proposta del Senato Accademico dell’Università “Sapienza” di Roma, professore emerito a vita.
(da agenzie)
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Gennaio 9th, 2019 Riccardo Fucile
IL PADRE DI STEFANO FENIELLO AVREBBE VIOLATO LA ZONA SOTTO SEQUESTRO: “PREFERISCO ANDARE IN CARCERE, I RESPONSABILI DELLE 29 VITTIME SONO TUTTI FUORI”
Voleva portare i fiori dove era morto il figlio Stefano, travolto nella tragedia dell’hotel di Rigopiano. Si è ritrovato sotto processo, condannato a pagare 4.550 euro per aver violato, il 21 maggio dello scorso anno, i sigilli giudiziari apposti per delimitare l’area dove il 18 gennaio del 2017, una valanga distrutte l’albergo a Rigopiano.
Alessio Feniello, originario di Valva, nel Salernitano, padre del 28enne Stefano, una delle 29 vittime di una delle tragedie più gravi causate da una slavina in Italia, non ci sta.
E sulla sua pagina Facebook ha raccontato la sua rabbia, il suo dolore, rifiutandosi di pagare
“Preferisco andare in carcere. Quelli che non hanno fatto niente per salvare 29 persone a Rigopiano stanno tutti ancora a piede libero io invece devo pagare? Cosa ne pensa il ministro Salvini”?
(da agenzie)
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