Gennaio 22nd, 2019 Riccardo Fucile
IL LEGALE E’ BORRE’, LA BESTIA NERA DELLA CASTA GRILLINA, HA VINTO TUTTE LE CAUSE… L’ESPULSIONE VIOLA L’ART 67 DELLA COSTITUZIONE CHE ESCLUDE IL VINCOLO DI MANDATO… E IL COLLEGIO DEI PROBIVIRI E’ STATO COMPOSTO VIOLANDO L’ART 10 DELLO STATUTO
Il senatore Gregorio De Falco, espulso dal gruppo del M5S del Senato, passa alle vie legali e
impugna la decisione con una citazione presentata nei confronti di Luigi Di Maio, capo politico dell’Associazione M5S, presso il Tribunale ordinario di Roma.
Ad assistere il parlamentare sarà l’avvocato Lorenzo Borrè che ha già assistito con buoni risultati per suoi clienti altri militanti grillini cacciati dalle liste o espulsi da organismi elettivi.
De Falco ha deciso di impugnare il provvedimento di espulsione perchè “gravemente ingiusto e illegittimo sotto molteplici profili”; a partire dalla “volontaria lesione delle guarentigie costituzionali sancite dall’articolo 67” della Carta, in base al quale “ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”.
A De Falco i probiviri M5S avevano contestato, tra i vari punti, la mancata partecipazione al voto in Aula del ‘decreto Genovà e al voto di fiducia su un emendamento del governo al ‘decreto sicurezza’.
Secondo i vertici grillini, De Falco non avrebbe rispettato l’articolo 3 del Codice etico, il quale tra l’altro obbliga il parlamentare “a votare la fiducia, ogni qualvolta ciò si renda necessario, ai governi presieduti da un presidente del Consiglio dei ministri espressione del MoVimento 5 Stelle”.
L’avvocato Borrè replica che chiedere ad un parlamentare un comportamento come quello stabilito dall’articolo 3 significa pretendere “una fiducia in bianco che contrasta apertamente con il dettato dell’articolo 67 e 68 della Costituzione. Il giudice – spiega il legale – dovrà stabilire se un atto negoziale, imposto dal capo di un partito, possa prevalere sulle prerogative costituzionali”.
Secondo Borrè, “se la Costituzione vieta il vincolo di mandato, e il vincolo viene inserito in uno Statuto, in un Codice etico, è comunque nullo perchè contrario al dettato costituzionale. Non si può far entrare dalla finestra quello a cui la Costituzione sbarra la porta”.
Per De Falco quel provvedimento di espulsione è illegittimo anche per una serie di altri motivi.
Per esempio la nomina di Riccardo Fraccaro, Nunzia Catalfo e Jacopo Berti quali componenti del collegio dei probiviri è avvenuta “in violazione dello Statuto” del M5S”.
Berti, dicono il senatore e il suo legale “è stato nominato in sostituzione della signora Paola Carinelli a seguito di votazione in rete avvenuta il 6.9.2018” con scelta “limitata ad una rosa di tre candidati”, proposta dal garante Beppe Grillo.
Ma questo sarebbe avvenuto “in violazione” dell’articolo 10 dello Statuto M5S, il quale, “prescrive che la scelta avvenga tra una rosa di almeno cinque candidati”
(da agenzie)
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Gennaio 22nd, 2019 Riccardo Fucile
MENO CONTROLLI, MENO ADDESTRAMENTI DELLA GUARDIA COSTIERA LIBICA, PIU’ SCAFI IN MARE, PIU’ ANNEGATI…E SI SCOPRE CHE L’INTELLIGENCE TEDESCA AVEVA SEGNALATO AL VIMINALE I NOMI DEI TRAFFICANTI, MA SALVINI NON NE HA MAI CHIESTO L’ARRESTO ALLA LIBIA
La Germania esce dall’operazione navale Sophia per il controllo del Mediterraneo. La notizia è stata diffusa solo dai media tedeschi: se confermata significherebbe di fatto la fine della missione. Diminuendo così drasticamente il numero di navi militari attive nel Canale di Sicilia per soccorrere i migranti e controllare i trafficanti di uomini.
Secondo Ntv e Sueddeutsche Zeitung, la fregata Augsburg nei prossimi giorni rientrerà nel Baltico e non verrà sostituita.
Non risulta che il governo Conte e i vertici militari di Roma siano stati informati della decisione. Ma negli ultimi mesi le tensioni sull’operazione europea sono arrivate a un livello altissimo.
La linea di Matteo Salvini, con la chiusura dei porti ai migranti recuperati in mare, ha posto i comandanti delle unità internazionali su una rotta senza uscita.
Le discussioni condotte a Bruxelles si sono concluse senza un accordo definitivo e un rinnovo di soli tre mesi.
Ma il destino di Sophia è apparso segnato. E le fonti governative di Berlino citate dai media attribuiscono ora il ritiro proprio alla “linea Salvini”.
Finisce così la prima grande iniziativa militare europea, nata nel 2015 per sostenere l’Italia nel pattugliamento del Mediterraneo centrale: era il momento del grande esodo di profughi siriani, con la mobilitazione internazionale dopo le stragi in mare.
Il nome ufficiale Eunavformed è stato presto sostituito da quello di una bambina, nata a bordo di una tedesca che aveva soccorso la madre fuggita dalla Somalia: Sophia, appunto, che oggi vive in Germania.
Inizialmente, la flotta si è spinta a ridosso delle coste libiche con l’obiettivo di salvare il maggior numero possibile di persone. La presenza di unità ed elicotteri armati ha impedito agli scafisti di recuperare le imbarcazioni dopo il trasbordo dei migranti.
E infatti i trafficanti hanno cominciato usare gommoni a basso costo, diminuendo le partenze.
In un secondo momento, a partire dal 2017, la zona di pattugliamento si è gradualmente ritirata verso Lampedusa e i salvataggi hanno smesso di essere il compito principale. Le unità europee si sono occupate di formare il personale della neonata Guardia Costiera libica.
L’attività dominante però è stata sin dall’inizio quella di intelligence: una colossale raccolta di informazioni sulle reti degli schiavisti libici e le loro complicità .
Elementi che sono stati forniti alle forze dell’ordine e alla magistratura italiana — come ha scritto Alessandra Ziniti — ma non si sono mai trasformati in incriminazioni: il governo di Roma non ha mai cercato di ottenere dalle autorità libiche l’arresto dei trafficanti.
Quelli che — a parole — il ministro Salvini ripete ogni giorno di volere distruggere.
Lo schieramento nel 2016 comprendeva navi e mezzi aerei di tutti i paesi europei — Francia, Gran Bretagna, Germania, Olanda, Irlanda, Belgio, Spagna — sotto la guida italiana con quartiere generale nell’aeroporto di Roma Centocelle. Persino il Lussemburgo partecipava con un bimotore da sorveglianza elettronica. Poi la flotta è gradualmente diminuita. E con l’addio dei tedeschi la bandiera di Sophia verrà ammainata.
Con la fine di Sophia si spegne il primo esperimento europeo in materia di Difesa congiunta: una flotta militare interamente formata dai paesi dell’Unione, autonoma rispetto agli Usa. Per l’Italia si è trattato di un’occasione unica dal punto di vista geopolitico, perchè ha riconosciuto il nostro ruolo guida nel Mediterraneo Centrale, affidandoci comando operativo e coordinamento delle attività . Un’occasione che difficilmente si presenterà ancora.
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 22nd, 2019 Riccardo Fucile
MANCANO IN CASSA DECINE DI MIGLIAIA DI EURO , SEQUESTRATO IL CONTO CORRENTE DEL LEGHISTA… LA SOCIETA’ DEL LEGHISTA CHE VENDEVA CESTI DI PRODOTTI CON LA DICITURA INGANNEVOLE… LE SEI CASETTE DONATE DA DUE COMUNI
Giuliano Pazzaglini, sindaco di Visso (Macerata), uno dei paesi più importanti del cratere
del terremoto, divenuto senatore della Lega grazie alle denunce sulla “ricostruzione lenta e lacunosa” leitmotiv della campagna elettorale, è stato iscritto nel registro degli indagati dalla Procura di Macerata per vari reati contro la Pubblica amministrazione legati a donazioni post sisma 2016 per un ammontare di decine di migliaia di euro che mancherebbero all’appello.
Mancherebbero all’appello anche due consistenti donazioni di Emil Banca di Bologna.
In questo primo filone gli viene contestato il reato di peculato.
Riguarda la somma di 11.800 euro di una iniziativa di beneficenza organizzata da Moto Nardi “In moto per ricostruire” a favore dei commercianti, di cui non vi è traccia. Soldi in contanti consegnati al sindaco in Comune dal titolare, Vincenzo Cittadini.
Il senatore, alcuni mesi fa, ha reso dichiarazioni spontanee in presenza dell’avvocato Giuseppe Villa che lo difende con l’avvocato Giancarlo Giulianelli di Macerata, legale anche di Luca Traini, il simpatizzante di CasaPound e di Forza Nuova, candidato della Lega alle Amministrative 2017, condannato a dodici anni per strage con l’aggravante razzista per aver sparato a Macerata ferendo sei immigrati per “vendicare l’omicidio di Pamela Mastropietro”, del quale sono accusati alcuni spacciatori nigeriani.
Ma entrambi gli avvocati, da noi sentiti, negano di difendere il senatore Pazzaglini a cui, dopo le dichiarazioni spontanee ritenute evidentemente non credibili, il 14 gennaio scorso è stato notificato l’atto di sequestro preventivo del conto corrente. “Non ho percepito la somma in qualità di sindaco, di pubblico ufficiale, bensì come privato cittadino, come custode della somma — si è difeso Pazzaglini — e l’ho utilizzata alla bisogna per lavori in economia alle casette nell’area Laghetto di Visso”.
E la rendicontazione? “È in un file che al momento non trovo”.
Al senatore è stata anche notificata la proroga delle indagini riguardanti gli altri reati contestati, i cui termini scadranno fra un mese.
Indagato anche Giovanni Casoni che Pazzaglini ha portato con sè in Senato come assistente dopo che era stato costretto a dimettersi da presidente della Croce Rossa locale a seguito dell’inchiesta del Fatto che aveva rivelato che Pazzaglini era socio di Casoni nella Sibyl Project per il confezionamento di cesti con prodotti tipici acquistati dai produttori locali da rivendere sul mercato con la scritta “Ripartiamo da qui… Pacco solidale Sisma”.
Una normale attività commerciale, finalizzata al profitto, certamente, se non fosse che la scritta sui pacchi lasciava intendere che acquistarli equivalesse ad aiutare i terremotati oltre al fatto che i soggetti interessati all’affare erano il sindaco e il presidente della Croce Rossa.
Il Fatto aveva anche rivelato la storia di sei casette di legno donate a Visso dai Comuni di Meolo (Venezia) e Taino (Varese) transitate nelle società del senatore e di Casoni attraverso operazioni opache a cui si è aggiunto un corposo esposto di cittadini sulle donazioni.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 22nd, 2019 Riccardo Fucile
IL BIBITARO SMENTITO DAGLI STESSI LEADER DELLE RIVOLTE
L’ennesima bufala del vicepremier, Luigi Di Maio, consiste nel riconoscere una “carta” che circola in rete dalla settimana scorsa come il programma dei “gilets jaunes” francesi.
In realtà , le 25 rivendicazioni pubblicate sui social sono state redatte da persone estranee al movimento, come riconosciuto dagli stessi leader dei gilet gialli.
Ma scrive Di Maio in un suo tweet, nel tentativo di giustificare le sue recenti esternazioni sul franco Cfa: “Il popolo francese è nostro amico. Infatti il dibattito sul franco Cfa va avanti da anni anche in Francia ed è anche nelle rivendicazioni del programma dei gilet gialli, come vedete in questa immagine al punto 23”.
E il punto 23 invita a “mettere fine al sistema del franco Cfa che mantiene l’Africa nella povertà “.
Purtroppo, però, l’immagine a cui si riferisce il vicepremier è un programma fasullo, diffuso per la prima volta in rete il 5 dicembre alle 23:38 sulla pagina Facebook “Charte des gilets jaunes”, creata per l’occasione.
Fasullo come altri programmi pubblicati dall’inizio delle rivolte, lo scorso novembre.
Gli estensori dell’ultima “carta” intendono mantenere l’anonimato e dichiarano di non essere mai entrati in contatto con i portavoce del movimento.
Il più celebre di questi, Eric Drouet, ha appena detto di non essere neanche stato avvertito dell’esistenza di questi 25 punti, prima della loro apparizione sui social.
(da agenzie)
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Gennaio 22nd, 2019 Riccardo Fucile
I MEDIA HANNO FINALMENTE CAPITO CHI MANOVRA LA PROTESTA DEGLI AMICHETTI DI DI MAIO E SALVINI
Le Monde ha pubblicato una foto a tutta pagina di un Gilet Giallo che fa il gesto della
“quenelle” (che si era già visto tre giorni prima, il 15 gennaio, a Grand-Bourghtheroulde, il paesino della Normandia scelto da Macron per avviare il Grand Dèbat davanti a seicento sindaci della regione), ma soprattutto dà conto, unico grande giornale nazionale, di una riunione, il primo rendez-vous di tutta l’estrema destra radicale, violenta e antirepubblicana, proprio a margine dell’Atto Decimo di questa interminabile saga protestaria.
Non era mai accaduto prima, neanche negli anni Settanta e Ottanta.
È accaduto ora, in uno di questi fine settimana che si tingono di giallo, mentre Marine Le Pen, l’erede di Jean-Marie che ha ripulito (“de-diabolizzato” come dicono qui) il partito (cambiandogli perfino il nome in Rassemblèment National), e il suo satellite sovranista Nicolas Dupont-Aignan, leader del movimento Debout La France, si uniscono al coro anti-macroniano e accusano il presidente di aver portato la Francia nella “misère” (si è letto anche questo negli striscioni dei Gilet Gialli).
Mentre è noto che il welfare francese è uno dei più generosi al mondo, oltre 1.300 miliardi di euro di spesa pubblica, il 57% del pil, tutta concentrata nelle pensioni, nella sanità e in un numero sterminato di aiuti sociali, le cosiddette “allocation” di cui beneficiano milioni e milioni di cittadini (al confronto il “reddito di cittadinanza” grillino quasi sparisce).
È accaduto, ripetiamo, che nel giorno dell’Atto Decimo, il 19 gennaio a Parigi, si sono incontrati per la prima volta in una “reunion publique”, non come congiurati nell’ombra, personaggi inquietanti.
Leader, agit-prop, gestori di siti web, giornalisti e intellettuali che disprezzano la democrazia e sognano una “quenelle” all’incontrario.
C’erano, tanto per fare qualche nome, Alain Soral, 60 anni, ideologo nazista (è stato negli anni ’90 nel partito comunista e ora dichiara di essere un “national-socialiste franà§ais”), saggista, editore (ha fondato la casa editrice Kontre Kulture), animatore del sito razzista e antisemita “Egalitè&Reconciliation”, ma soprattutto eminenza grigia e consigliere culturale, se si può dire, del comico Dieudonnè, l’inventore della “quenelle”, condannato diverse volte (l’ultima giovedì 17 gennaio a un anno di “prison ferme”) per istigazione all’odio razziale.
Vincente Lapierre, un giovane free lance diventato “le chouchou des Gilets Jaunes”, come ha scritto L’Express, il giornalista più amato (e più convocato) dai Gilet Gialli, almeno dalla frazione violenta e ribellistica che fa capo a quell’Eric Drouet, il camionista mancato assaltatore dell’Eliseo (e per questo arrestato e rinviato a giudizio)
Ivan Benedetti, origine corsa, presidente dell’Å’uvreFranà§aise, il più vecchio movimento di estrema destra, fondato nel 1968 da Pierre Sidos, sodale di Le Pen padre, espulso da Marine nel 2011 perchè continuava a dichiararsi pubblicamente “antisemita antisionista antiebreo”.
Jèrà’me Bourbone, direttore del settimanale “Rivarol”
Hervè Ryssen, razzista e omofobo, professore di storia nei licei espulso dalla scuola per il tenore delle sue lezioni (ora si presenta come “professeur au chomage”, insegnante disoccupato), ex comunista come Soral, fondatore negli anni ’80 dell’Organisation Communiste Libertaire, passato a destra (al Front National) e poi all’estrema destra, animatore di un blog negazionista chiuso più volte per istigazione alla violenza razziale, ora eroe mediatico dei Gilet Gialli, da quando il settimanale Paris Match l’ha immortalato in copertina avvolto nel tricolore durante una delle ultime manifestazioni parigine (il settimanale si è poi scusato con i lettori ammettendo di non sapere di che pasta fosse il signor Ryssen).
Che cosa si siano detti tutti questi leader nel loro primo incontro parigino non si sa. Si sa, invece, che la protesta dei Gilet Gialli è diventata per la destra radicale francese una straordinaria occasione per uscire dal suo mondo virtuale fatto di blog violenti, di siti al limite della decenza, di giornali e pubblicazioni che fino a ieri si sarebbero definiti “underground”.
E che ora, invece, emergono come in una vera “contro-rècit”, una contro-narrazione che esce dall’ombra del web e diventa discorso pubblico come spiega una giovane storica belga, Marie Peltier, che ha studiato i movimenti di estrema destra e il loro linguaggio che utilizza scientificamente l’idea del complotto (il complottismo) come veicolo di propaganda.
Marie Peltier lo ha scritto nel suo ultimo libro, “Obsession.Dans les coulisses du rècit complottiste” (edition Inculte, 2018), in quello precedente del 2013, “L’ere du complotisme. La maladie d’une societè fracturè”, e lo ripete ora:
“Tutta questa collera contro le istituzioni democratiche, l’odio dei Gilet Gialli contro il presidente della Repubblica, è certamente frutto di un diffuso disagio sociale ma non si deve dimenticare che è anche il frutto di anni e anni di avvelenamento ideologico diffuso sulla rete da siti e blog della destra radicale, estrema e violenta”.
È qui che hanno preso corpo e si sono diffuse “fake news” come quella secondo cui l’Eliseo aveva reclutato poliziotti stranieri (europei, sic!) per massacrare i Gilet Gialli durante le manifestazioni.
Per non dire delle continue accuse antisemite contro Macron, ex dipendente di Rotschild e quindi rappresentante della finanza ebraica internazionale (una rappresentazione che piace molto ai Salvini e ai Di Maio).
Ora siamo al passaggio finale: il complottismo esce dalle “coulisse”, dai retrobottega del web e debutta sulle piazze e per le strade di Francia, tra “quenelle” e bandiere gialle.
È qui, per dire, che si grida contro l’accordo di Marrakech sull’emigrazione che “vende la Francia all’Onu”; contro il trattato franco-tedesco appena siglato ad Aquisgrana da Macron e dalla Merkel dietro il quale si celerebbe, secondo i complottisti, la prossima cessione dell’Alsazia alla Germania.
Contro il presidente che affama il suo popolo (lo ha detto anche Salvini, non dimentichiamolo.
Insomma, non si tratta più d’infiltrazioni o di derive.
Il gioco è scoperto e la maggioranza dei francesi, alla fine, non si farà ingannare.
(da agenzie)
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Gennaio 22nd, 2019 Riccardo Fucile
ORA POTRANNO VAGARE PER STRADA E SALVINI SPERARE CHE COMPIANO REATI, COSI’ PUO’ CONTINUARE A SEMINARE ODIO
Preavviso di appena 48 ore, in sordina, oggi il blitz con l’esercito.
Il Cara di Castelnuovo di Porto, il secondo più grande d’Italia dopo quello di Mineo, nel giro di pochi giorni sarà chiuso.
Tutti via i migranti, deportati in altre regioni d’Italia e distribuiti in non si sa in quali strutture.
Messi per strada da un giorno all’altro i circa 150 immigrati titolari di protezione umanitaria che, per effetto del decreto Salvini, non potendo più ambire a passare in uno Sprar, perdono anche il diritto alla prima accoglienza.
A decine questa mattina, con le proprie cose in un sacco, erano alla fermata dell’autobus in cerca di un passaggio verso Roma mentre gli altri sono stati divisi in gruppi tra uomini, donne e bambini per essere trasferiti.
I primi 30 sono stati portati via in autobus già questa mattina, un altro gruppo di 75 verrà trasferito domani.
Protesta il sindaco di Castelnuovo per l’improvviso stop ad una delle rare esperienze di positiva integrazione del territorio dei migranti, la più parte dei quali saranno costretti ad interrompere i percorsi già avviati di studio e lavoro.
“Siamo dispiaciuti e preoccupati. Chiediamo che non vengano trattati come bestiame”, ha detto il parroco di Santa Lucia, padre Josè Manuel Torres, messicano, dei Servi di Gesù, che ospiterà oggi pomeriggio l’inizio di una marcia silenziosa per esprimere solidarietà agli ospiti del Cara A pochi passi dalla scuola elementare dove studiavano alcuni bambini del Cara, “strappati – dice il parroco – all’improvviso dal percorso che avevano iniziato”.
“Con la marcia pacifica – spiega il parroco – vogliamo esprimere solidarietà a questi poveri ragazzi. Non sappiamo dove andranno a finire almeno 200 persone. Hanno voluto sgomberare il centro velocemente in modo un po’ misterioso: basti pensare che l’autista del pullman nemmeno sapeva dove doveva andare, forse in Basilicata”.
“Il Comune stava dando un segnale forte di accoglienza e integrazione che contrasta con l’idea generale di cacciare i migranti – aggiunge il religioso -. Ci preoccupano molto gli effetti del decreto sicurezza su coloro che non hanno ottenuto lo status di rifugiati e hanno i permessi umanitari in scadenza. Dove andranno?”. Uno di loro, Anthony, nigeriano, faceva il sagrestano in parrocchia. “Era bravissimo. È un dono che ci è stato tolto”.
“Quanto è accaduto questa mattina al centro per gli immigrati di Castelnuovo di Porto a nord di Roma non è degno di una nazione civile. Una delle strutture più importanti per l’accoglienza degli immigrati è stata sgomberata senza adeguato preavviso. Nessuno è stato avvertito per tempo, nemmeno il Comune: un vero e proprio blitz” – ha detto il deputato romano del Pd Roberto Morassut. -Adesso nessuno sa dove finiranno le 320 persone sgomberate e la loro sicurezza e quella dei cittadini sono a rischio”
Il sindaco Riccardo Travaglini ha già emesso un’ordinanza di protezione civile per dare ai migranti un minimo di sostegno. “Modalità da lager nazista”, dichiara ancora Morassut mentre il Pd prepara una manifestazione di piazza.
(da agenzie)
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Gennaio 22nd, 2019 Riccardo Fucile
DAL PESCE DEL SENEGAL AI DIAMANTI E AL PETROLIO: SI ARRICCHISCONO SOLO LE MULTINAZIONALI E I GRUPPI FINANZIARI
Migliaia di miliardi di dollari escano ogni anno dal Continente nero per arricchire i Paesi
occidentali, tra sfruttamento delle risorse ed esportazione dei capitali nei paradisi fiscali
Non ti regalo il pesce, ma ti insegno come si costruisce una canna da pesca. E ti spiego come si usa.
È il mantra di chi non vuole solo lavarsi la coscienza sfamando l’Africa. Ma impegnarsi a trasformarla.
E se, però, non ci sono più pesci? Se gli africani imparano a costruirsi la canna, ma impigliato all’amo non resta nulla?
È quello che accade, ad esempio, in Senegal, dove negli ultimi 10 anni le coste si sono svuotate. Hanno visto prosciugarsi dell’80% la quantità di pescato. Il milione e mezzo di senegalesi che vivono in mare tornano ogni sera con le barche più vuote, perchè pescherecci europei, russi, cinesi fanno incetta di tutto il pesce al largo.
Una situazione che sta impoverendo le famiglie, spingendo soprattutto i giovani a tentare la traversata del Mediterraneo.
Quasi 10 mila km più a sud di Dakar c’è lo Zimbabwe. Per 37 anni è stato un Paese governato dal regime dispotico di Robert Mugabe.
La violazione sistematica dei diritti umani e la mancanza di democrazia e di libertà avevano spinto Usa ed Europa a imporre al Paese sanzioni economiche. Hanno funzionato? Il commercio di diamanti — l’ex Rhodesia è il quinto produttore al mondo — ha continuato a prosperare in assenza di reali controlli sul commercio internazionale di gemme. Le quali sono finite (e finiscono) — attraverso un complicato incrocio di società off shore di Dubai, India, Sudafrica e Olanda — sui mercati occidentali, nei tradizionali canali di commercio legale dei gioielli.
Il doppiogiochismo occidentale si rivela anche nella Repubblica democratica del Congo, nella quale si stima vi siano riserve minerarie non sfruttate che varrebbero una cifra astronomica: 24 trilioni di dollari.
Il Paese conserva anche la seconda più grande foresta pluviale al mondo. E intere aree sono devastate dal disboscamento.
In un rapporto, dal titolo Fallimento totale del sistema, l’organizzazione Global Witness punta il dito contro una compagnia europea, la Norsudtimber, che opera illegalmente sul 90% delle sue concessioni nello Stato africano.
Compagnia — con base in un paradiso fiscale, il Liechtenstein — che ha ottenuto concessioni forestali su 40 mila km ². Nel 2017 gestiva, da sola, quasi il 60% del mercato del legname internazionale congolese.
Petrolio e gas sono gli altri grandi bottini continentali ambiti dalle multinazionali di mezzo mondo.
Il Delta del Niger (Nigeria) da decenni è sfruttato in modo indiscriminato. Tra gli altri, sono finiti sul banco degli imputati Royal Dutch Shell ed Eni, operatori principi in quell’area.
Ciò che è meno noto è che non solo prosciughiamo coste ed entroterra africani degli idrocarburi presenti, ma rivendiamo, poi, a quei popoli i carburanti scartati dai mercati europei a causa dell’alta concentrazione di inquinanti.
Si tratta dell’esportazione dei cosiddetti dirty fuels, prodotti vietati nei Paesi dell’Ue e negli Stati Uniti, ma che esportiamo in Africa, approfittando dei più bassi standard di sicurezza.
A scoperchiare il vaso di pandora è stato un rapporto pubblicato nel 2016 dall’ong svizzera Public Eye. Per tre anni gli esperti dell’organizzazione hanno prelevato campioni di benzina e diesel dai distributori di otto Stati africani e nessuno di essi avrebbe potuto essere venduto in Europa.
Le concentrazioni di zolfo sono arrivate fino a un livello massimo di 3.780 parti per milione, 378 volte il limite europeo di 10 ppm. Più di due terzi avevano livelli superiori a 1.500 ppm, 150 volte il limite Ue.
Ma tutto questo e mille altri esempi ancora finiscono in un buco nero. Li ignoriamo. Osserviamo ciò che accade in Africa con il binocolo miope e avaro che vede solo terrorismo, migrazioni e povertà .
E ogni tentativo di approfondimento è sepolto da perentorie semplificazioni. Eppure l’Europa e l’Italia mai come oggi proclamano con forza di interessarsi al continente. L’ultimo slogan emotivo con cui ci bombardano per farci sentire bene è: aiutiamoli a casa loro.
Ma in che modo, oggi, li stiamo aiutando? Le pratiche occidentali travestite da incentivi allo sviluppo o da aiuti umanitari, si stanno rivelando da tempo, se non disastrose, inefficaci.
I fondi sono distorti: la cooperazione allo sviluppo è sempre più percepita dai leader dell’Ue come uno strumento per «controllare e gestire la migrazione». Non per incidere sulle ragioni strutturali della povertà in Africa.
Anche le politiche di sostegno ai Paesi-frontiera delle migrazioni nascondono realtà più ambigue.
Da anni la fascia saheliana e il Niger, in particolare, sono considerati centrali nelle strategie europee: da ingrassare economicamente e militarmente affinchè funzionino da barriere al flusso migratorio e custodi silenti di alcuni grandi business, come l’uranio delle miniere francesi di Arlit.
Figura di rilievo nello scacchiere regionale è il presidente nigerino Mahamadou Issoufou, beniamino di Bruxelles e di Parigi, soprattutto dopo la liberazione degli ostaggi transalpini in mano ad al-Qaida nel Maghreb islamico (Aqmi) nel 2014. Operazione che fu resa possibile grazie all’intermediazione, tra gli altri, di un personaggio chiave: Hamidine Abta.
La storia di quest’ultimo è sconcertante. Nel 2011 venne intercettato dall’esercito nigerino alla guida di un convoglio carico di 645 kg di Semtex, esplosivo dall’alto potenziale proveniente dagli arsenali di Gheddafi e destinato all’Aqmi. Al momento dell’arresto, ad Abta venne trovata una lettera, ritenuta autentica, che lo nominava rappresentante ufficiale di al-Qaida in Niger.
Ciononostante, dopo soli 10 giorni di carcere, il presidente lo ha liberato e nominato suo consigliere speciale. Il risultato è che esponenti di al-Qaida hanno occupato posizioni di potere nel governo di uno dei principali alleati dell’Europa nel Sahel.
Già agli inizi degli anni ’90 molti Stati africani si ritrovarono seduti su un’imponente montagna di debiti.
All’epoca, in media, circa un quarto del bilancio statale era impiegato per pagare gli interessi. Oggi la situazione si sta per replicare: sta per abbattersi sul continente una nuova crisi.
Nel 2018, secondo il Fondo monetario internazionale, per la prima volta il debito supererà il 50% del Pil. In 5 anni gli interessi sono raddoppiati, arrivando ad impegnare in media il 12,5% della spesa pubblica. Il livello più alto dal 2001, secondo il gruppo di pressione Jubilee debt campaign.
Uno studio del 2018 (Honest Account 2017) dell’organizzazione britannica Global Justice Now mostra, in base ai dati del 2015, quanto siano zavorrate dagli interessi le economie africane: i governi avevano ricevuto prestiti per 32,8 miliardi di dollari, pagando interessi per 18 miliardi.
Il report di Global Justice Now si spinge oltre, stimando il flusso complessivo di risorse finanziarie in entrata e in uscita dall’Africa e i costi di varia natura imposti al continente. Ed emerge che nel 2015 i Paesi africani avevano ricevuto 161,6 miliardi di dollari tra prestiti, rimesse e aiuti.
Ma ne avevano persi 203 tra elusione fiscale, pagamento del debito ed estrazioni di risorse. L’Africa, impoverita, vantava quindi un credito nei confronti del resto del mondo di circa 41,3 miliardi di dollari. È come se al continente si imponesse un Piano Marshall al contrario
Ma una delle sfide più importanti che le nazioni africane si trovano ad affrontare è arrestare l’emorragia continua di capitali, spesso illeciti, che lasciano il continente.
A maggio 2017 un rapporto della Global Financial Integrity ha evidenziato come nel decennio tra il 2005 e il 2014 «i trasferimenti illeciti di capitali dai Paesi subsahariani sono stati equivalenti al 9,5% del volume complessivo dei loro scambi commerciali, a fronte di un dato che per l’insieme delle regioni in via di sviluppo non ha superato il 5,9».
Dall’Etiopia, da cui partono migliaia di migranti, si volatilizzano 2 miliardi e 583 milioni di dollari. Dalla Nigeria, 17 miliardi e 804 milioni.
E già nel 2015 uno studio (Illicit financial flows — Tuck it! Stop it! Get it!) dell’Unione africana affermava che i crimini finanziari, quali appunto l’elusione delle tasse e la corruzione, drenano dal continente tra i 36 e i 69 miliardi di dollari all’anno, pari a una percentuale tra il 7,5 e l’11,6 % del commercio totale africano.
E spesso questi tesoretti in fuga finiscono nei paradisi fiscali.
Gabriel Zucman, professore alla London School of Economics, aveva calcolato, nel 2015, che della ricchezza esentasse custodita nelle società di comodo all’estero, almeno 500 miliardi di dollari erano africani.
Un arricchimento predatorio che ha come modello quello delle multinazionali che lavorano da decenni in Africa.
Un report dell’associazione britannica War on Want ha rilevato che 101 società quotate alla borsa di Londra controllano un valore pari a 1,05 miliardi di dollari di risorse in Africa grazie alla gestione di soli 5 beni: petrolio, oro, diamanti, carbone e platino. Di queste 101 società , che hanno attività in 37 Paesi africani, 25 hanno sede in vari paradisi fiscali.
Appare evidente, quindi, che è una favoletta la narrazione di un’Africa povera e delle migrazioni come conseguenza di una miseria inevitabile.
“L’aiutiamoli a casa loro” è spesso esclusivamente un testacoda semantico.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 22nd, 2019 Riccardo Fucile
“GLI STATI DEVONO INTERVENIRE CON URGENZA PER RISTABILIRE MISURE DI SOCCORSO NEL MEDITERRANEO”… SAREBBE ORA CHE IL TRIBUNALE DELL’AJA COMINCIASSE A ORDINARE L’ARRESTO PER CRIMINI CONTRO L’UMANITA’ DI MOLTI POLITICI RESPONSABILI DI GENOCIDIO
“Considerato l’attuale contesto, in cui prevalgono scontri violenti e diffuse violazioni dei diritti umani, i migranti e i rifugiati soccorsi non devono fare ritorno in Libia”: lo afferma in una nota l’Unhcr, sollecitando gli Stati a “intervenire con urgenza per ristabilire misure di soccorso efficaci nel Mediterraneo, aumentando le operazioni di soccorso coordinate e congiunte, ristabilendo procedure di sbarco rapide in porti sicuri, e revocando le misure che impediscono di operare alle imbarcazioni delle Ong”.
Bene, ma a questo punto non bastano parole, occorrono fatti: si apra un procedimento presso il tribunale internazionale dell’Aja e vengano spiccati mandati di cattura internazionali contro i responsabili di un genocidio, senza guardare in faccia nessuno: libici, italiani, maltesi.
O le istituzioni diventano credibili o finirà in una guerra civile.
E a quel punto nulla resterà più impunito.
(da agenzie)
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Gennaio 22nd, 2019 Riccardo Fucile
ERITREO, NEL 2002 ERA SU UN BARCONE CON ALTRE 267 DISPERATI… OGGI E’ ITALIANO A TUTTI GLI EFFETTI ED E’ STATO INSIGNITO DI UNA ONOREFICENZA INTERNAZIONALE, DA DUE ANNI GIRA LE SCUOLE
“Io so cosa vuol dire”. Al telefono la voce è fredda. Distante, di una distanza psicologica oltre
che fisica. Il genere di distanza che distingue chi ha visto e vissuto da chi non lo ha fatto ma parla. E twitta. Spesso su cose che non conosce, se non per sentito dire.
“Io so cosa significa, da migrante, essere riportato in Libia“. Come accaduto al barcone con 100 persone a bordo trasbordati su un cargo della Sierra Leone e riportati a Misurata.
Tareke Brhane, eritreo, è il presidente del Comitato Tre Ottobre. Ogni anno si batte perchè non si perda il ricordo della tragedia in cui nel 2013 morirono 368 migranti, in maggioranza eritrei, annegati a pochi metri dalle coste di Lampedusa.
A lui è andata bene, oggi è italiano a tutti gli effetti, lavora come mediatore culturale nel centro di Castelnuovo di Porto, a nord di Roma.
Nel 2014 ha ricevuto la medaglia per l’attivismo sociale conferita dal XIV Summit dei Premi Nobel per la Pace. Nel 2016 è riuscito a far approvare dal Parlamento la Giornata della Memoria e dell’Accoglienza , ha contribuito a mettere a punto un protocollo per il riconoscimento delle vittime dei naufragi e da due anni gira le scuole italiane ed europee per parlare con i ragazzi della sua esperienza.
Ma nel 2002 era su un barcone con altre 267 persone diretto verso l’Italia.
“Eravamo fermi da tre mesi in quel complesso, a Tripoli — ricorda dall’altro capo del telefono — eravamo 400 persone, con un solo bagno per tutti. Non devi dire nulla, non puoi denunciare perchè sono le stesse forze dell’ordine che organizzano i viaggi. Una sera a mezzanotte caricarono la maggior parte di noi su un grande camion, ci coprirono con un grande telo perchè nessuno ci vedesse e ci portarono su una spiaggia.
Ad aspettarci c’erano uomini armati di pistole e bastoni. Ci caricarono su piccoli gommoni e viaggio dopo viaggio portarono la maggior parte di noi sulla nave madre, ormeggiata al largo.
I miliziani picchiavano alla cieca per costringere la gente a salire il velocemente possibile sui gommoncini. Picchiavano anche le madri che si fermavano ad aspettare che i figli salissero a bordo.
Il barcone era vecchio, lassù eravamo in 268, tutti ammassati. I trafficanti non avevano messo a bordo neanche un bidone d’acqua per il viaggio per usare quello spazio per mettere una persona in più e guadagnarci di più. La linea di galleggiamento era quasi al livello del bordo superiore dello scafo. Sarebbe bastata un’onda più alta delle altre a capovolgerla e a mandarci tutti in acqua.
La mattina, dopo circa 10 ore di viaggio, il motore smise di funzionare. Noi eravamo seduti nella stiva e speravamo solo in un miracolo. Il primo giorno passò così. Molti avevano cominciato a liberarsi, a farsi i loro bisogni addosso. Eravamo seduti da ore senza bere nè mangiare, qualcuno provava a bere l’acqua del mare.
Il secondo giorno la gente cominciò a innervosirsi. “Non vedo l’ora che questa barca vada a fondo, almeno smetto di soffrire”, diceva qualcuno. Musulmani e cristiani pregavano e facevano promesse e voti in cambio della salvezza. Tutti si domandavano quale sarebbe stato il momento in cui la barca sarebbe colata a picco, c’era la sensazione che potesse accadere da un momento all’altro. Lo scorrere delle ore è logorante, ti affatica almeno fanno quanto la noia e l’impossibilità di stendere le gambe, di muovere un solo muscolo.
Il terzo giorno avevamo cominciato a incrociare altre imbarcazioni. Le navi ci passavano accanto e facevano finta di non vederci. All’epoca c’era una legge in base alla quale le navi che aiutavano i barconi in difficoltà venivano denunciate per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, così quando le incrociavamo, anche se ci sbracciavamo e chiedevamo aiuto, facevano finta di non vederci.
Il 4° giorno ci raggiunse una motovedetta della Guardia costiera di Malta. Eravamo felicissimi. Mi ricordo che una signora urlava: “Tra poco rivedrò mia figlia”, raggiante. Era anziana, ma urlava fortissimo. I maltesi si avvicinarono e cominciarono a lanciarci delle bottiglie d’acqua e qualcosa da mangiare. Gallette. Poi ci lanciarono una corda, qualcuno la legò alla prua della nostra barca e la motovedetta iniziò a trainarci.
Dopo alcune ore, era quasi notte, ci accorgemmo che qualcosa non andava. “Guardate che non stiamo andando verso l’Europa — cominciò a dire un uomo, diceva che aveva lavorato in mare e che sapeva orientarsi guardando le stelle — non stiamo andando in Italia, stiamo tornando verso la Libia“.
A quel punto la gente iniziò a urlare: “Non portateci indietro — gridavano — per pietà “. L’essere riportati in Libia e l’essere lasciati nel Mediterraneo per noi era la stessa cosa. Non cambiava nulla. Sarebbe stato quasi meglio se ci avessero lasciato in mezzo al mare, perchè in Libia sapevamo cosa ci aspettava.
Urlavamo verso la motovedetta, mentre i maltesi ci guardavano da lontano e facevano un segno con le mani, come a dire: “Non possiamo farci nulla”.
“Non riportateci in Libia”, urlavamo in inglese, in italiano, in tutte le lingue che conoscevamo. Poi loro cominciarono a far finta di non sentire, come se fossero sordi. Dopo diverse ore avvistammo un peschereccio libico e la gente impazzì. “Lasciatemi morire qui — gridava qualcuno — non voglio tornare”.
I maltesi consegnarono la corda con cui ci avevano trainato ai libici e quelli cominciano a portarci verso terra.
La mattina dopo eravamo a Tripoli. Erano giorni che non mangiavamo e non bevevamo un goccio d’acqua. In un paese normale ad aspettarci avremmo trovato un medico, un’ambulanza, qualcuno con dei viveri o almeno con dell’acqua o dei biscotti, che ne so. Invece ad accoglierci c’erano schiere di poliziotti. In mano avevano bastoni e tubi neri. Man mano che ci facevano scendere dalla barca, ci colpivano con pugni e calci.
“Volevate andare in Italia, eh?”, gridavano. E giù botte. Noi eravamo stanchi, avevamo fame. Ma loro picchiavano, picchiavano chiunque gli capitasse a tiro. Picchiarono anche me, ma io non sentivo nulla. Come se il mio corpo non mi appartenesse più, non fosse più mio.
Qualche ora dopo arrivò un camion. Era tipo un camion frigo, come quelli che trasportano le carni uscite dai macelli. Ma non avere impianto di refrigerazione. Su due lati, in alto, c’erano due minuscole finestre grandi come la mia mano. Ci caricarono tutti e chiusero i portelloni: se fuori c’erano 40 gradi, lì dentro ce n’erano 80. Gente con l’asma, madri con i bambini, anziani: ai libici non importava nulla, tutti dentro quel forno. Ci portarono nel centro di detenzione di Al Fallah, a sud ovest di Tripoli.
C’erano migliaia di persone. Le celle erano sovraffollate, c’era gente di tutti i tipi e di diverse nazionalità : bangla, eritrei, somali… Eravamo in troppi, così decisero i trasferirci in un altro carcere, a Misurata. Ci caricarono su un altro tir. Appena la gente metteva piede nel cassone, la prendevano a botte con i bastoni. Non c’era pietà , picchiavano sulla testa, sulla schiena sulle braccia. Si sentivano le ossa crepitare e spezzarsi sotto i colpi. Dopo che l’ultimo di noi fu salito ed ebbe ricevuto la sua parte di mazzate, le porte del cassone si chiusero e il camion si mosse. Il viaggio durò mezza giornata. Il tir non si fermava e chi aveva dei bisogni di fare dove farli lì dentro, nella maggior parte dei casi se li faceva addosso. Si soffocava.
Quando il camion si fermò e si aprirono i portelloni, neanche il tempo che i nostri occhi si riabituassero alla luce che ricominciarono le botte. Ci fecero scendere uno a uno e appena mettevamo un piede a terra giù un’altra scarica di bastonate e frustate con i tubi neri. Erano poliziotti, picchiavano dove capitava e gridavano: “Corri, corri!!! Entra, entra!!!”. E tu allora correvi più veloce che potevi per evitare i calci e i pugni continuavano a venire giù.
Il cortile in cui si era fermato il camion era molto grande. Noi invece non potevamo fermarci, dovevamo continuare a correre lungo il perimetro della piazza perchè appena provavamo a rifiatare ricominciavano a picchiarci. Ci facevano correre come fossimo animali appena usciti da una stalla, come fossimo cavalli, a furia di botte. Credo servisse a farci stancare, per fiaccarci fisicamente e moralmente. Poi ci fecero sedere e a gruppi. Non c’erano letti, nè materassi per dormire. C’era un solo bagno, ma non funzionava. Eravamo circa 30 persone. Da mangiare ci davano un pugno di riso mezzo crudo al giorno o della pasta cruda.
In posti come quello non c’è nessuno che ti domandi chi hai pagato per fare il viaggio, chi lo ha organizzato, non vai davanti a nessun giudice. Non vedi nessuno. Sai quando entri, ma non sai quando uscirai. Puoi restarci un mese, una anno, tre anni. Non c’è una regola, nè un limite“.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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