Febbraio 12th, 2019 Riccardo Fucile
MA NON HANNO ANCORA VERSATO IL DOVUTO ANCHE LA MINISTRA GRILLO E IL SOTTOSEGRETARIO CIOFFI
Flora Frate è deputata del MoVimento 5 Stelle alla Camera e ieri, quando è andata online la nuova versione di Tirendiconto.it, il suo nome è diventato d’attualità perchè finora non ha ancora caricato alcun bonifico dal suo ingresso in Parlamento.
«Le restituzioni le ho fatte — ha detto lei all’Adnkronos -e tra poco saranno caricate sul portale».
Ma il tesoriere del gruppo M5S alla Camera Sergio Battelli, che svolge anche la funzione di helpdesk di tirendiconto.it, conferma che ad oggi non sono stati caricati bonifici dalla deputata sul portale: “A me i pagamenti non risultano. La scadenza era il 10 dicembre. Poi vediamo. Il sistema è automatico, nessuno carica i bonifici, deve farlo lei. Quindi, quando li carica compaiono”, dice Battelli all’AdnKronos.
“Ad oggi — ribadisce — la rendicontazione non è completa”.
La Frate non è l’unica però. Sebbene quasi tutti i parlamentari abbiano ottemperato agli obblighi previsti dal codice etico M5S, c’è ancora qualcuno rimasto indietro, scrive stamattina Libero.
Tra questi, il ministro per il Sud Barbara Lezzi, il sottosegretario Andrea Cioffi, il senatore Alfonso Ciampolillo, i deputati Gloria Vizzini e Santi Cappellani.
Qualche tempo fa mancavano ancora le rendicontazioni. Intanto c’è da registrare un fatto: il M5S il 31 dicembre ha cacciato un po’ di gente — tra cui il senatore Gregorio De Falco — accusandoli anche di non aver restituito il dovuto.
Come mai se la scadenza è il 10 dicembre non si è agito nei confronti di tutti?
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 12th, 2019 Riccardo Fucile
LE SUE USCITE NON HANNO GIOVATO ALLA CAUSA
Ieri il MoVimento 5 Stelle ha perso la password di Facebook e per questo tutti i big hanno
evitato di commentare il risultato delle elezioni in Abruzzo.
Cose che capitano, spesso, ai grillini che quando c’è da dare una brutta notizia sviluppano un’allergia ai social network degna di un vecchietto che non è mai uscito dal suo paesello e intanto complottano per far cadere il governo con un incidente che garantirebbe la ricandidatura a tutti gli attuali eletti.
E, soprattutto, cercano qualcuno a cui dare da colpa. Il bersaglio perfetto è Alessandro Di Battista, che sarebbe troppo movimentista.
Spiega Luca De Carolis sul Fatto Quotidiano:
Ma sul banco degli accusati finisce anche quello che doveva trascinare alla riscossa, Alessandro Di Battista. “Se ne è fatto un uso pessimo, solo per recuperare consensi”scandisce la senatrice Paola Nugnes.
E arrivano i dardi contro “le star di cui non abbiamo bisogno”.
Con Di Battista, raccontano, che non si stupisce. Ma in tanti si chiedono se sia stato mandato allo sbaraglio. Usato troppo, e troppo presto. Poi c’è anche lui, Conte, che a Politico.eu promette: “Il voto è stato chiaro, ma abbiamo 4 anni di governo davanti a noi”. Ma dall’esecutivo sono più pratici: “Così perderemo anche le prossime Regionali, a partire dalla Sardegna. E alle Europee come ci arriviamo?”.
Anche La Stampa dice che sul banco degli imputati c’è l’ex deputato. A parlare delle sue colpe però non sono i dissidenti (quelli, chissenefrega) ma i capi:
In una riunione con lo staff, con Di Maio e i suoi collaboratori, gli strateghi della Casaleggio, rispuntano i dubbi sulla strategia movimentista ritrovata con Di Battista. Qualcuno ammette: «Non ci fa sta facendo così bene».
Si guarda indietro, all’ultimo mese e mezzo passato sulle barricate: il Venezuela, il sostegno ai gilet gialli, la crisi con la Francia, e ora l’attacco a Bankitalia.
Sempre contro, come se il M5S fosse ancora all’opposizione, alieno da mondi dove la diplomazia e la moderazione è d’obbligo.
Oggi Di Battista sarà ancora ospite di un talk show, a Di Martedì. Ma la sua presenza potrebbe diventare meno centrale, per lasciare più spazio a Conte.
«Abbiamo bisogno di figure più come la sua — si ragiona — Avete visto i sondaggi? Ha un consenso altissimo».
L’unico davvero a poter competere con quello di Matteo Salvini. Con ricette che sono l’opposto di Di Battista. L’ex deputato rompe con Macron? Il premier si augura di ricucire presto con la Francia.
Così sul Venezuela e su Bankitalia, dove ha mediato per un compromesso. In molti hanno notato l’onnipresenza di Conte agli eventi organizzati da Di Maio per il reddito di cittadinanza. Cagliari, ieri, è stata invece la terza tappa di un tour in cui sta firmando contratti di sviluppo, con un occhio al Sud.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 12th, 2019 Riccardo Fucile
LEGA E CENTROSINISTRA SALGONO ANCHE CON IL VOTO DI EX GRILLINI
Quasi la metà di chi ha votato 5 stelle alle scorse politiche ha scelto di astenersi alle elezioni regionali in Abruzzo.
Ma la crescita della Lega è dovuta per il 32,2 per cento a preferenze che arrivano da altri partiti: di queste la maggior parte (il 20,2%) viene dal M5s.
E’ la fotografia data dai flussi Swg sulla tornata elettorale dello scorso weekend che ha visto il candidato di centrodestra Marco Marsilio trionfare con il 48 per cento dei voti.
Il confronto è con le politiche di marzo 2018: rispetto alla tornata nazionale i grillini hanno perso 186mila voti, mentre il Carroccio ne ha guadagnati 60mila.
Se si paragona invece con le Regionali del 2014, la perdita per il M5s è di soli 24mila voti, mentre la Lega neppure si era presentata segnando così un risultato che non ha precedenti. In generale, Swg segnala che tra chi si è astenuto (46,6 per cento), il 53,4 per cento aveva votato per altri alle elezioni del 4 marzo: M5s (28,6 per cento); Pd (5,6%); Lega (3,6%); altri partiti (15,6%).
Nell’analisi dei risultati, come ribadito dal M5s e pure dalla Lega, è necessario tener presente che si tratta di una consultazione elettorale diversa da quelle nazionale.
Ma, quando mancano pochi mesi alle Europee, inevitabilmente i partiti di governo possono partire da questi dati per fare alcune considerazioni.
Il primo elemento è quello della forte difficoltà del Movimento 5 stelle che ha visto una flessione consistente: il M5s è passato dal 39,9 per cento delle politiche al 19,7%.
Swg ha cercato di spiegare dove sono finiti i voti persi dai grillini.
Tra chi ha dichiarato di aver votato 5 stelle alle scorse elezioni nazionali: il 32,6% ha confermato il voto al Movimento; il 46,3% si è astenuto; il 21,1% ha cambiato voto.
Chi ha scelto altri partiti ha optato in maggior parte o per il Carroccio o per Pd (o liste civiche associate): il 10,2 per cento ha scelto la Lega; il 9,7% è passato al centrosinistra; l’1,2% ad altri partiti.
L’altro aspetto è la crescita esponenziale del Carroccio: non solo vince il centrodestra infatti, ma la coalizione lo fa trascinata dal trionfo del partito di Salvini che passa dal 13,9% al 27,5% delle preferenze alle politiche.
Ma da dove vengono i nuovi consensi? Tra i voti ottenuti in questa tornata: il 49% aveva già espresso la Lega; il 15,8% non aveva votato; il 35,2% aveva votato altro.
Di questi ultimi, la maggior parte sono ex elettori 5 stelle: l’11,1% viene da Fi; il 20,2% dal M5s; il 3,9 per cento da altri partiti.
La coalizione di centrodestra è ormai quasi solo cosa di Salvini.
Perchè anche Forza Italia perde voti, passando dal 14,5 per cento delle politiche al 9,1. Tra chi ha votato per Fi a marzo scorso: il 41,9 per cento ha confermato il suo voto; il 25,9% non ha votato.
Del 32,2 per cento di chi ha cambiato voto, la maggior parte ha scelto i “fratelli” del Carroccio: il 15,3% ha scelto Lega; il 13% è passato alla coalizione di centrosinistra; il 3,9% altri partiti.
C’è infine il caso ormai critico del Partito democratico: se la coalizione di centrosinistra ha segnato una crescita rispetto alle politiche, i democratici hanno perso altri voti rispetto alle politiche del 2018, passando dal 14,3% al 11,1%. Una perdita che si è tradotta principalmente in astensione.
Delle preferenze, il 72,1 per cento ha votato Pd o una lista di centrosinistra; il 25,3% non ha votato; il 2,6% ha cambiato votando. Di questi: l’,17 ha scelto Lega; lo 0,9, ha optato per il M5s.
Nell’analisi dei flussi, l’istituto Swg ha anche analizzato il comportamento alle urne di particolari categorie sociali.
Ad esempio è partito dal voto delle donne: tra queste l’astensione è al 54 per cento (poco più alta di quella complessiva che si è fermata al 53,11%). Il 46 per cento di donne che ha votato ha scelto: il 31% la Lega; il 20% il M5s; il Pd l’11%; Fi il 6 per cento.
Interessante notare anche l’atteggiamento dei giovanissimi.
La cosiddetta generazione z (i nati tra 1994 e 2010) si è astenuta per il 68 per cento.
Il 32 per cento che ha votato ha scelto: M5s (35%); Lega (31%); Pd (6%); Fi (6%).
Va un po’ meglio l’affluenza se si guardano i millennials (i nati tra 1980 e 1993): il 45 per cento non ha votato; il 55 per cento si è recato alle urne e ha scelto: M5s (20%); Lega (19%); Pd (8%); Fi (3%).
Aprendo il capitolo degli over 64, si vede come anche qui la maggior parte non è andata a votare (60 per cento). Gli altri hanno scelto: Lega (33%); Fi (19%); M5s (16%); Pd (13%).
Swg ha anche considerato il voto degli operai. Il 52 per cento si è astenuto, mentre il 48 per cento che ha votato ha scelto: Lega (38%); M5s (36%); Pd (12%); Fi (3%).
Molto più alta l’astensione tra i disoccupati (60 per cento). Tra il 40 per cento che ha votato: il 43% ha scelto M5s; il 35% la Lega; il 9% il Pd e solo il 2% Fi.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 12th, 2019 Riccardo Fucile
E POI CI SI CHIEDE PERCHE’ TANTI VANNO ALL’ESTERO
I giovani laureati italiani, tenendo conto anche delle imposte e del costo della vita, sono i
meno pagati d’Europa.
In testa alla classifica del Vecchio continente ci sono i coetanei di Lussemburgo e Svizzera, con una retribuzione reale doppia rispetto agli italiani.
Sono i risultati di uno studio pubblicato dalla società di consulenza Willis Towers Watson, che ha passato in rassegna le retribuzioni di una sessantina di paesi. L’indagine ha riguardato principalmente i dipendenti di aziende multinazionali.
Stando al Global Remuneration Planning Report un giovane laureato in Svizzera guadagna in media 88.498 dollari all’anno — oltre 78mila euro — in termini di stipendio di base lordo, contro i 63.007 dollari di un abitante del Lussemburgo e i 61.355 di un danese.
In Germania (quinta) la retribuzione è di 60.336 dollari e in Gran Bretagna (tredicesima) di 37.122. Ultima la Spagna con 33.881 dollari.
Tenendo conto della pressione fiscale e del costo della vita, la classifica cambia solo leggermente: i giovani laureati svizzeri, con uno stipendio “rettificato” di 58.530 dollari (51.400 euro), si piazzano secondi dietro al Lussemburgo (58.865) e precedono la Germania (47.000). Ultimi in graduatoria gli italiani con 26.032 dollari, pari a 23mila euro.
Lo studio mostra anche come un quadro dirigente medio riceve in Svizzera un salario medio annuo di 163.443 dollari, rispetto ai 126.012 dollari del Lussemburgo e ai 122.711 della Danimarca, mentre la Germania (120.755) è al quarto posto e la Gran Bretagna (98.192) al decimo. La Svezia è fanalino di coda tra i 15 paesi europei inclusi nel raffronto (86.116). Quanto ai salari “rettificati” dei quadri dirigenti, la Confederazione si conferma leader in Europa con 97.609 dollari, davanti a Lussemburgo (96.005) e Germania (82.277 dollari).
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 11th, 2019 Riccardo Fucile
LA CRISI CON LA FRANCIA, IL CASO VENEZUELA, GLI STRASCICHI DELLA SEA WATCH, TAJANI GLI NEGA LA CONFERENZA STAMPA, JUNCKER LO RICEVE MA POI SE NE VA
“Certo così non ce l’aspettavamo…”. Il tonfo abruzzese si sente anche a Strasburgo.
Alla vigilia dell’arrivo del premier Giuseppe Conte, che domani parlerà in plenaria qui al Parlamento europeo, il morale non è alto tra gli eurodeputati pentastellati.
E domani potrebbe non andare meglio: la trasferta di Conte a Strasburgo è di quelle toste. Tanti i dossier aperti che lo dividono dal resto d’Europa: la crisi con la Francia, il caso Venezuela, gli strascichi del caso Sea Watch con tutti i nessi e connessi sull’immigrazione, a valle del braccio di ferro pre-natalizio tra Roma e Bruxelles sulla manovra, che a suo tempo fece arrabbiare molto i partner dell’Unione.
La lista dei ‘nemici’ è lunga per il premier italiano. L’isolamento è palpabile: anche il presidente Antonio Tajani gli nega la conferenza stampa che di solito tiene con i capi di governo in visita al Parlamento e concede solo un colloquio. Proprio come ha deciso Jean Claude Juncker oggi: in extremis.
Il presidente della Commissione europea infatti non sarà in aula ad ascoltare Conte che oggi in un’intervista a Politico.eu anticipa: “Vogliamo scuotere l’Europa….”.
In calcio d’angolo, oggi è stato inserito in agenda un bilaterale tra Conte e Juncker qui all’Europarlamento alle 14.45, prima della sessione plenaria che inizia alle 17.
Ragion per cui, il premier aveva chiesto di poter anticipare l’intervento in Parlamento. Non è stato possibile, troppo tardi. Quelle due ore di buco verranno impegnate con un incontro tra Conte e gli europarlamentari italiani.
Comunque: dopo il bilaterale, Juncker se ne tornerà a Bruxelles. Dopo la plenaria, Tajani e Conte dovrebbero fare delle conferenze stampa: separate.
Fonti M5s fanno notare che Tajani non fece conferenza stampa nemmeno con Angela Merkel qui a Strasburgo, quando fu il turno della Cancelliera in plenaria prima di Natale. Anche Emmanuel Macron non fece una conferenza stampa con Tajani, ma in quel caso fu il francese a volare via un minuto dopo la plenaria. Nel caso di Conte la storia è diversa. E comunque solo alla scorsa plenaria Tajani ha trovato il tempo per fare conferenza stampa con l’ospite di turno, il premier spagnolo Pedro Sanchez.
A due giorni dalla batosta elettorale del M5s e del trionfo della Lega in Abruzzo, la visita di Conte a Strasburgo è per Tajani l’occasione giusta per far pesare anche nella forma la presenza di un vincolo forte di centrodestra che si spella le mani per vedere la fine dell’esperimento gialloverde di governo.
Già ieri Salvini e Tajani insieme erano a Basovizza per il giorno del ricordo delle foibe: una mossa che è stata notata qui a Strasburgo. Anche per la scivolata, in stile nazionalista, di Tajani: “Viva Trieste, viva l’Istria italiana, viva la Dalmazia italiana, viva gli esuli italiani, viva gli eredi degli esuli italia”. Si sono infuriati i croati. Il presidente si è difeso: “Non era una rivendicazione territoriale…”. Si risente anche la Commissaria europea ai trasporti Violeta Bulc, il presidente risponde: “La storia è la storia”
A poco più di tre mesi dalle elezioni europee di maggio, Tajani lavora alacremente alla costruzione di un’alleanza tra “Popolari, conservatori e Liberali” (parole sue), dopo il voto.
E’ la stessa maggioranza che lo ha eletto allo scranno più alto dell’Europarlamento a gennaio 2017. E Tajani non fa mistero del fatto che vorrebbe riprovarci: riconquistare la stessa carica dopo il 26 maggio.
Il risultato del centrodestra in Abruzzo gli dà conforto. Certo, è un centrodestra trainato dalla Lega, primo partito che ormai ha superato Forza Italia. Ma il vento di destra che spira in tutta Europa conforta la parte del Ppe più vicina alle posizioni di Viktor Orban e di Matteo Salvini. L’auspicio insomma è che la folta pattuglia leghista che sarà eletta a maggio entri nel gruppo dei Conservatori (Ecr) con i polacchi di Jaroslaw Kaszcynski, magari staccati da Marine Le Pen, più ostica da inglobare in un’alleanza con i Liberali dell’Alde (dentro ci sarebbe anche Emmanuel Macron) e con gli stessi polacchi (per ragioni storiche).
Naturalmente su questo i leghisti non si espongono ora. Continuano a rincorrere il sogno di un nuovo gruppo che comprenda tutti i sovranisti, da Kaszcynski a Le Pen. Ma se dall’alto dei suoi voti (Abruzzo docet, insieme ai sondaggi) Salvini vorrà sedersi ad un tavolo di maggioranza dove si decidono le future cariche europee (dal presidente dell’Europarlamento a quello della Commissione e del Consiglio, nonchè il Commissario che tocca all’Italia e qui i leghisti puntano all’Agricoltura) non potrà che accomodarsi accanto ad un Ppe orientato più di destra e ai Liberali.
Scippando il posto al premier Conte, se davvero la Lega prevarrà sul M5s anche nelle urne europee. Del resto, anche nella crisi con la Francia, aperta dall’incontro di Di Maio e Di Battista con i gilet gialli, Salvini ha assunto una posizione tattica di ricucitura, non di scontro frontale con Macron.
Dal canto suo Conte arriva dunque in un campo ostile. In aula non ci sarà il ‘moderato’ Juncker, bensì il ‘mastino’ dell’austerity in Commissione Jyrki Katainen, vicepresidente per lavoro, crescita, investimenti. E all’orizzonte non emergono parlamentari pronti a fare interventi di sostegno al premier italiano. Solo insidie.
A cominciare dai francesi, avvelenati per l’incontro pentastellato con i gilet gialli. Alla vigilia del suo arrivo a Strasburgo, Conte tenta una ricucitura in extremis: “Con Parigi c’è stato un equivoco, spero torni presto la normalità “.
Già ma quale normalità ? Nessuno ne avrà voglia, nè da parte italiana, nè francese: la campagna elettorale è entrata nel vivo ormai. Poi c’è tutta Europa schierata con Juan Guaidò, irritata per la posizione di non ingerenza del governo italiano sulla crisi in Venezuela. Posizione che – sarà un caso – proprio oggi Salvini tenta di puntellare ricevendo a Roma una delegazione pro-Guaidò da Caracas.
E che dire degli olandesi? I più arrabbiati per il braccio di ferro sulla manovra economica, quelli che avrebbero voluto la procedura per debito eccessivo per l’Italia a tutti i costi.
Ora hanno di nuovo munizioni a loro favore per i dati negativi dell’economia del Belpaese, certificati solo la scorsa settimana dalla Commissione europea che ha tagliato le previsioni di crescita del pil dal 1,2 allo 0,2 per cento.
Per non parlare del fatto che proprio il governo dell’Aja è anche il più furioso con Roma per le accuse sul caso Sea Watch, nave battente bandiera olandese che il governo italiano pretendeva sbarcasse lì al nord Europa e non in Sicilia.
Alla vigilia, gli eurodeputati del Pd preparano il terreno ostile chiedendo a Conte di spiegare le “sue responsabilità sul caso Diciotti”, la spina nel fianco del governo gialloverde, il vero problema dei rapporti con Salvini, sul quale pende la richiesta di autorizzazione a procedere del tribunale dei ministri di Catania, al voto tra poche settimane in giunta e poi in aula tra i mal di pancia pentastellati.
Ancora su Politico.eu, Conte evita di commentare i risultati in Abruzzo e assicura che il governo va avanti: “Abbiamo 4 anni davanti”.
Ma l’architettura politica che si porta dietro qui a Strasburgo appare precaria, soprattutto in vista delle europee, in vista del gruppo in cui entreranno i pentastellati eletti in Europa: ancora non c’è.
Non c’è da aspettarsi un assist nemmeno da Nigel Farage, attuale partner dello stesso gruppo Efdd con il M5s. “Abbiamo scelto strade diverse: noi siamo europeisti”, dicono ora i pentastellati a Strasburgo prendendo le distanze dal ‘padre’ della Brexit, che ha annunciato la nascita di un nuovo partito per le europee (Brexit party) se il Regno Unito dovesse davvero ritrovarsi a eleggere i suoi eurodeputati a maggio nel caso in cui l’addio all’Unione non fosse completato (sempre più probabile).
Un Europarlamento ancora scosso dall’attentato terroristico avvenuto esattamente due mesi fa (oggi diverse cerimonie in ricordo dei giornalisti rimasti uccisi: Antonio Megalizzi e Bartosz Orent-Niedzielski) aspetta Conte al varco.
L’occasione è ghiotta per tanti in Europa. E subito dopo la plenaria, il premier tornerà al caos italiano. Dove il caso Abruzzo ha seminato incertezze e confusione. Ne deve essere arrivata un po’ anche in Basilicata, dove Conte si è recato in visita oggi inciampando su una gaffe: “…io, quale presidente della Repubblica, sono garante della coesione nazionale…”.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 11th, 2019 Riccardo Fucile
I BIG SILENTI, LA BASE SCATENATA CONTRO CHI NON LI HA VOTATI
Maalox per tutti, suggerirebbe probabilmente Beppe Grillo. E forse a qualche fan del
Movimento 5 Stelle, rimasto deluso dai risultati delle elezioni regionali in Abruzzo, male non farebbe.
Mentre le dichiarazini dei big del partito sul risultato al di sotto delle aspettative si lasciano ancora attendere, i grillini usano le pagine Facebook per scatenare la propria delusione e frustrazioni.
Con commenti spesso molto duri nei confronti degli elettori del centro Italia. Basta fare un giro sulle pagin ufficiali dei 5 Stelle per trovarli, con spesso centinaia di “like” che sembrano dimostrare un disagio diffuso.
“Non fate più donazioni, tenetevi i soldi per voi”, suggerisce Vincenzo, riferendosi alla restituzione degli emolumenti fatta dagli eletti M5S.
“Le autombulanze che avete donato tornino indietro” rimbrotta Toti. “In quella regione devono morire di fame, con tutto quello che i 5 Stelle stanno cercando di fare per loro” arriva addirittura ad augurarsi Gelo, che raccoglie 180 like.
Potrebbero esere citati decine di altri commenti simili: c’è chi se la prende con i media, con i giornali che avrebbero aiutato la Lega, chi con Roberto Fico e i “sinistrorsi”, chi con Salvini che si starebbe prendendo i meriti dei pentastellati senza fare niente.
Non mancano poi gli sfottò di sostenitori di altri partiti.
Poche, anzi pochissime, le critiche nei confronti delle decisioni dei vertici su come impostare la campagna elettorale.
(da “L’Espresso“)
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Febbraio 11th, 2019 Riccardo Fucile
NEL CENTRODESTRA IN CALO I MODERATI
A vincere è stato senz’altro il centrodestra. E soprattutto le sue componenti più estreme. L’Istituto Cattaneo ha fatto una analisi dei risultati abruzzesi, mettendo a confronto i dati di oggi con quelli delle ultime consultazioni nella regione.
E la prima conclusione evidente è il successo della duplice strategia di Salvini: un progressivo logoramento nei confronti dei Cinquestelle e il predominio crescente nel centrodestra.
Mentre i flussi di voto – rilevati su Pescara e Teramo – mostrano che l’emorragia di voti dal Pd ai 5Stelle sembra terminata. Mentre il Movimento, un tempo in grado di sottrarre voti a entrambi i poli tradizionali, ora perde consensi sia in direzione del centrodestra che del centrosinistra.
Elettori Pd delusi non scelgono M5S
Analizzando i dati di Pescara a Teramo, con i dati delle regionali 2019 messi a confronto con quelli delle politiche del 4 marzo 2018, l’Istituto Catteneo rileva che dal bacino elettorale del Partito democratico esce ben poco in direzione della candidata M5S Marcozzi.
La delusione di questi elettori, però, non è del tutto teminata: una parte minoritaria degli elettori dem a Pescara si rifugia nell’astensione (+13%).
Potrebbe trattarsi di cittadini che non riescono a riconoscersi nella linea Pd o che, più semplicemente, trascurano il voto amministrativo rispetto a quello politico.
Un po’ diversa la situazione a Teramo dove 16 elettori Pd su 100 passano al centrodestra, rispetto al 4 marzo.
Grillini in fuga verso entrambi i poli
Gli elettori M5S vengono divisi in quattro categorie: i fedeli, che rinnovano il voto per il proprio partito (sono il 38% a Pescara e il 29 a Teramo).
I disillusi, che passano all’astensione (28% a Pescara, 17 a Teramo).
I traghettati, che passano al centrodestra (22% a Pescara, il 34 a Teramo). E i pentiti (12 per cento a Pescara e 20 a Teramo), che tornano al centrosinistra.
Sono un gruppo più piccolo, ma politicamente significativo.
Fi e Lega, la “pigrizia” nel voto regionale
Forzisti e leghisti hanno in gran parte votato il candidato del loro schieramento (Marsilio). In entrambi i partiti però si registra una discreta perdita verso il non-voto rispetto alle politiche del 4 marzo (a Pescara il 26% per Fi e il 38 per la Lega; a Teramo il 61 per Fi e il 21 per la Lega.
Centrodestra, vincono le estreme
A vincere, questo è un dato indiscutibile, è stata la coalizione di centrodestra: il candidato alla presidenza Marsilio ha ottenuto il 48,3 per cento dei voti (oltre 299mila in termini assoluti), con un incremento di 18,7 punti percentuali. Ma il successo è soprattutto delle ali estreme della coalizione: la Lega, primo partito a livello regionale con il 27,5 per cento (nel 2014 non era neppure presente).
In calo invece i partiti moderati: Fi scende dal 16,7 al 9,7 (meno 58mila voti), l’Udc dal 6 al 3,2 per cento.
M5S in calo anche rispetto alle regionali
Non c’è solo il crollo rispetto al 40 per cento (o quasi) delle politiche, con un calo di 20 punti percentuali, pari a quasi 185 mila voti. Per i 5Stelle c’è un arretramento anche rispetto alle regionali del 2014: meno 22.865 voti, corrispondenti all’1,3 per cento.
Centrosinistra, positivo il dato dei partiti minori
Rispetto al 2014, il centrosinistra subisce un crollo. La coalizione, oltre a perdere la maggioranza in consiglio regionale, arretra dal 46,6 al 30,6 per cento, passando da 313 mila a 183 mila voti (meno 129 mila).
Rispetto alle politiche, lo schieramento allargato guidato da Giovanni Legnini cresce invece di circa il 13 per cento, arrivando al 30,6 per cento dal 17,6.
(da “Huffingtonpost“)
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Febbraio 11th, 2019 Riccardo Fucile
UN LUCROSO ASSIST ALLE SPECULAZIONI DEI PRIVATI, DAI FONDI PER DIFESA A QUELLI PER LA COOPERAZIONE E RICERCA, BALLANO DECINE DI MILIONI…L’AFFARE DELLE MOTOVEDETTE LIBICHE AFFIDATE DAL VIMINALE A UN’AZIENDA DI ROVIGO
L’Ue, nel periodo 2021-2027, ha intenzione di destinare circa 33 miliardi di euro alla
gestione del fenomeno migratorio e, in particolare, al controllo dei confini
La cifra, inserita nel Mff, il Multiannual Financial Framework, (ed ora in discussione tra Commissione, Parlamento e Consiglio) rappresenta il budget complessivo Ue per la gestione delle frontiere esterne, dei flussi migratori e dei flussi di rifugiati.
Il fondo viene notevolmente rafforzato rispetto al periodo precedente (2016-2020) quando i miliardi stanziati erano 12,4. Meno della metà
A questo capitolo di spesa contribuiscono strumenti finanziari diversi: dal fondo sulla sicurezza interna (che passa da 3,4 a 4,8 miliardi) a tutto il settore della cooperazione militare, che coincide sempre più con quello dell’esternalizzazione, come accade già per le due missioni italiane in Libia e in Niger.
Anche una parte dei 23 miliardi del Fondo Europeo alla Difesa e di quello per la Pace saranno devoluti allo sviluppo di nuove tecnologie militari per fermare i flussi in mare e nel deserto.
Stessa logica per il più conosciuto Fondo Fiduciario per l’Africa che, con fondi proveniente dal budget allo sviluppo, finanzia il progetto di blocco marittimo e terrestre nella rotta del Mediterraneo Centrale
La connessione tra gestione della migrazione, lobby della sicurezza e il business delle imprese private è al centro di un’indagine nell’ambito del progetto Externalisation Policies Watch, curato da Sara Prestianni.
“Lo sforzo politico nella chiusura delle frontiere si traduce in un incremento del budget al capitolo della sicurezza, nella messa in produzione di sistemi biometrici di identificazione, nella moltiplicazione di forze di polizia europea ai nostri confini e nell’elaborazione di sistemi di sorveglianza – sottolinea Prestianni -. La dimensione europea della migrazione si allontana sempre più dal concetto di protezione in favore di un sistema volto esclusivamente alla sicurezza, che ha una logica repressiva. Chi ne fa le spese sono i migranti, obbligati a rotte sempre più pericolose e lunghe, a beneficio di imprese nazionali che del mercato della sicurezza hanno fatto un vero e propri o business”.
Tra gli aspetti più interessanti c’è l’utilizzo del Fondo alla ricerca Orizon 20-20 per ideare strumenti di controllo.
“Qui si entra nel campo della biometria: l’obiettivo è dotare i paesi africani di tutto un sistema di raccolta di dati biometrici per fermare i flussi ma anche per creare un’enorme banca dati che faciliti le politiche di espulsione – continua Prestianni -. Questo ha creato un mercato, ci sono diverse imprese che hanno iniziato ad occuparsi del tema. Tra le aziende europee leader in questi appalti c’è la francese Civipol, che ha il monopolio in vari paesi di questo processo. Ma l’interconnessione tra politici e lobby della sicurezza è risultata ancor più evidente al Sre, Research on Security event, un incontro che si è svolto a Bruxelles a dicembre, su proposta della presidenza austriaca: seduti negli stessi panel c’erano rappresentanti della commissione europea, dell’Agenzia Frontex, dell’industria e della ricerca del biometrico e della sicurezza. Tutti annuivano sulla necessità di aprire un mercato europeo della frontiera, dove lotta alla sicurezza e controllo della migrazione si intrecciano pericolosamente”.
“L’idea di combattere i traffici e tutelare i diritti nasce con Tony Blair, ma già allora l’obiettivo era impedire alle persone di arrivare in Europa – sottolinea Filippo Miraglia, vicepresidente di Arci -. Ed è quello a cui stiamo assistendo oggi in maniera sempre più sistematica. Un esempio è la vicenda delle motovedette libiche, finanziate dall’Italia e su cui guadagnano aziende italianissime”.
Il tema è anche al centro dell’inchiesta di Altreconomia di Gennaio, curata da Duccio Facchini. “L’idea era dare un nome, un volto, una ragione sociale, al modo in cui il ministero degli Interni traduce le strategie di contrasto e di lotta ai flussi di persone” spiega il giornalista.
E così si scopre che della rimessa in efficienza di sei pattugliatori, dati dall’Italia alla Tunisia, per il controllo della frontiera, si occupa in maniera esclusiva un’azienda di Rovigo, i Cantieri Navali Vittoria: “Un soggetto senza concorrenti sul mercato, che riesce a vincere l’appalto anche per la rimessa in sicurezza delle motovedette fornite dal nostro paese alla Libia”, sottolinea Facchini.
“Il Fondo Africa di 200 milioni di euro viene istituito nel 2018 e il suo obiettivo è implementare le strategie di cooperazione con i maggiori paesi interessati dal fenomeno migratorio: dal Niger alla LIbia, dalla Tunisia alla Costa d’Avorio – spiega l’avvocata Giulia Crescini -. Tra le attività finanziate con questo fondo c’è la dotazioni di strumentazioni per il controllo delle frontiere. Come Asgi abbiamo chiesto l’accesso agli atti del ministero degli Esteri per analizzare i provvedimenti e vedere come sono stati spesi questi soldi. In particolare, abbiamo notato l’utilizzo di due milioni di euro per la rimessa in efficienza delle motovedette fornite dall’Italia alla Libia – aggiunge -. Abbiamo quindi strutturato un ricorso, giuridicamente complicato, cercando di interloquire col giudice amministrativo, che deve verificare la legittimità dell’azione della Pubblica amministrazione. Qualche settimana fa abbiamo ricevuto la sentenza di rigetto in primo grado, e ora presenteremo l’appello. Ma studiando la sentenza ci siamo accorti che il giudice amministrativo è andato a verificare esattamente se fossero stati spesi bene o meno quei soldi – aggiunge Crescini -. Ed è andato così in profondità che ha scritto di fatto che non c’erano prove sufficienti che il soggetto destinatario stia facendo tortura e atti degradanti nei confronti dei migranti. Su questo punto lavoreremo per il ricorso. Per noi è chiaro che l’Italia oggi sta dando strumentazioni necessarie alla Libia per non sporcarsi le mani direttamente, ma c’è una responsabilità italiana anche se materialmente non è L’Italia a riportare indietro i migranti. Su questo punto stiamo agendo anche attraverso la Corte europea dei diritti dell’uomo”.
(da agenzie)
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Febbraio 11th, 2019 Riccardo Fucile
L’ITALIA SEMPRE PIU’ ISOLATA IN EUROPA
Un asse Germania, Francia e Spagna per evitare la distruzione dell’Unione Europea. I lavori sono in corso, spiega il quotidiano spagnolo El Paìs, per iniziare a costruire il futuro dell’Ue in quella che viene definita l’era “post Brexit”.
Le voci sul nuovo asse si rincorrono da tempo, ma in queste ore il progetto di un “G3” ha visto un’importante accelerazione, con tanto di incontro — mercoledì 6 febbraio — nell’ambasciata tedesca di Madrid che “fonti del ministero degli Esteri” spagnolo, spiega El Paìs, definiscono “brainstoming”.
Francia e Germania stanno quindi lavorando per allargare alla Spagna il “trattato di Aquisgrana” firmato da Emmanuel Macron e Angela Merkel alla fine di gennaio.
Un trattato, “destinato a rivitalizzare la storica alleanza e adattarla alle nuove sfide”, che è stato fin da subito “aperto ad altri Stati”. Spagna in prima fila.
Nell’incontro, presenti il segretario di Stato spagnolo per l’Ue, Marco Aguiriano, e gli ambasciatori a Madrid di Francia e Spagna, sarebbero state identificate sei aree di “cooperazione” nei settori in cui l’Europa è maggiormente in affanno, tra le quali il bilancio europeo e la gestione “post elettorale”, con l’ormai probabile avanzata delle forze politiche anti-europeista “guidate dall’Italia di Matteo Salvini”.
Il primo punto, spiega El Paìs, è “ovviamente” quello delle migrazioni.
“Parigi, Berlino e Madrid puntano a una forte cooperazione con i Paesi ‘di transito’ per gestire i flussi”. In quest’ottica la proposta fatta dal ministro degli Interni, il basco Fernando Grande-Marlaska, è di una distribuzione dei migranti a livello continentale “gestita” da Francia e Spagna.
L’obiettivo: non farsi trovare impreparati al primo “governo europeo” senza il Regno Unito e con un’Italia “populista” e “anti europeista”.
Non solo “migrazioni”, però: la “missione” di questo G3 sarà anche quella di “unire le forze nella battaglia sui conti europei”, considerando il “buco” da 10 miliardi di euro dovuto all’uscita del Regno Unito dall’Ue.
I lavori “continueranno nelle prossime settimane” ma intanto “è stato preso l’impegno da parte dei segretari di Stato dell’Ue dei tre Paesi a tenere riunioni regolari prima di ogni summit europeo”.
Questa nuova alleanza “a tre” solleva però “grandi domande”, spiega El Paìs: “Tutta da vedere” sarà la capacità di “mantenere un’unica voce” su questioni calde come le migrazioni.
Come si rapporterà questa alleanza con la nuova “Lega anseatica” guidata dall’Olanda e che riunisce i Paesi “baltici e nordici” che stanno facendo pressioni affinchè l’Ue si concentri più sul mercato unico e meno sulle questioni sociali?
E, soprattutto, riuscirà questo asse a contrastare il più forte a livello di consenso ma “meno organizzato politicamente” gruppo di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia), che si oppone a qualsiasi forma di “solidarietà ” in tema di immigrazione?
(da agenzie)
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